Riflessioni sul femminicidio

femmicidio

I casi di femminicidio suscitano reazioni indignate e preoccupazioni sul futuro della società presso tutti gli individui dotati di etica e coscienza. Non solo le donne, dunque, per difesa istintiva del proprio sesso, ma anche la parte sana e matura degli uomini, che li rappresenta per fortuna in maggioranza. La violenza va stigmatizzata, denunciata e punita a prescindere, secondo un principio di rispetto dell’altro che dovrebbe emergere dai precordi stessi dell’educazione civica e della formazione umanistica della persona. Famiglia e scuola hanno responsabilità decisive in tal senso, ma sono attualmente parte della crisi che attanaglia lo Zeitgeist da cui originano certi casi di cronaca. Siamo tutti soggetti passivi e attivi di questa crisi, che non è solo economica ma anzitutto crisi di valori: la subiamo, e a nostra volta contribuiamo ad alimentarla con la parcellizzazione atomica e quotidiana dei nostri comportamenti, altrettanti fili che annodano il tessuto della Storia. La colpa maggiore, se possibile, sia data agli ignavi, agli indifferenti, a coloro che – se la cosa non li riguarda in prima persona – volgono altrove lo sguardo. Ogni omissione produce un ammanco determinante nel bilancio civile di un’epoca, che non è sintesi storiografica astratta ma storia e vita concreta delle persone, nessuna esclusa.

Sarebbe dunque da chiedersi, penetrando la polpa del fenomeno, quale stato d’animo incarni l’eventuale reazione violenta degli uomini al comportamento delle donne. D’accordo, ci sono quelli che aggrediscono e picchiano senza motivo: ma sono casi-limite. In genere, il mostro potenziale che abita la psiche dell’uomo, anche di quello mentalmente sano, si manifesta dopo una lunga serie di presunte delusioni, ovvero di aspettative disattese dalla donna, con cui l’uomo, sentendosi nel giusto, vorrebbe appunto giustificare la violenza. Sono spesso pretesti banali (ad esempio l’uomo che picchia la donna perché secondo lui ha cucinato male, o non ha fatto abbastanza spesa, o tiene la casa in disordine, etc.), ma che rivelano malesseri profondi. Il partner – e questo accade in entrambi i sensi – viene tendenzialmente colpevolizzato dei propri fallimenti: si è insoddisfatti di se stessi, e allora l’altro diventa, appunto, lo sparring partner su cui proiettare, sfogare e vendicare le frustrazioni accumulate lungo il percorso di una vita. Quale offesa inaccettabile viene percepita, rispetto allo stereotipo interiore dell’altro sesso e all’ideale desiderato, da determinare lo scatto della violenza?

Il maschio che c’è in ogni uomo guida il suo progetto di dominio proiettivo sull’ambiente: la donna “deve” rientrare in questo progetto come componente osmotica e funzionale; è degna di essere “sua” se lo aiuta a realizzarsi dedicandogli la vita, non solo disposta ad assecondarlo ma anzi desiderosa e felice d’essergli sottomessa. Solo così il maschio, misurata e valutata la dolce devozione della donna, è disposto a farla “regina” e in qualche modo compartecipe del regno? Questo – detto fuori dai denti – sarebbe il sogno spudorato che ogni uomo è costretto a conciliare con il mondo, ammantandolo di ragionevolezza e rispettabilità. Da qui, per vie compulsive, altri desideri proibiti come quello della seduzione ininterrotta di quante più donne possibili e della creazione di un “harem” attorno al fascino della propria irresistibile mascolinità. La donna contemporanea, invece, si è radicalmente allontanata dallo stereotipo devozionale (pazienza, sottomissione, silenzio) che tanto gratifica il maschio, per rivendicare con forza le proprie legittime istanze di persona, e quindi l’autonomia, la libertà, l’autodeterminazione, la dignità, la parità dei diritti, etc. Il maschio, spodestato di uno scettro indiscutibile garantitogli dai secoli, reagirebbe con l’arma impropria dell’aggressività. Particolarmente odiosi sono i comportamenti di quegli “uomini” (se così possiamo ancora chiamarli) che – facendosi forti del loro machismo auto-parodistico – perseguitano, terrorizzano e aggrediscono vigliaccamente la donna “colpevole” di averli lasciati, impedendole di rifarsi una vita anche dopo che soli non sono più, giacché insostenibile e incancellabile è l’offesa patita dall’ego narcisistico e immaturo di cui si nutre la loro psiche malata. L’amore patologico, in questi casi, è un marchio di “possesso” esclusivo che però non vale in senso reciproco: l’uomo si ritiene libero di avere altre donne, o più donne in contemporanea, senza dover giustificare a chicchessia delle proprie azioni. La tragedia, poi, è che le donne non possono godere di una tutela concreta, da parte delle forze dell’ordine, prima che qualcosa sia accaduto; e talvolta, purtroppo, questo qualcosa è così violento e invasivo da non essere più riparabile, come possono testimoniare le donne sfregiate dall’acido o costrette a danni permanenti, e i familiari delle donne ridotte in coma o uccise dalle sevizie di belve che dovrebbero marcire in galera, con pene adeguate ed esemplari.

Però certe volte sarebbe meglio ricercare più a fondo le cause, e quindi chiedersi se il gesto violento è l’equivalente simbolico di un discorso frustrato che non trova le parole per esprimersi: quasi sempre per incapacità comunicativa o deficienza culturale dell’uomo, ma anche – come spesso accade – per impedimento coatto della parte avversa (ovvero la donna, e il legale che la consiglia) allorché decida di chiudersi ad ogni ipotesi di dialogo, specie quando è in gioco l’affidamento dei figli, nelle more dolorose di una separazione. Ci sono leggi ingiuste, o per lo meno rivedibili, che “armano” letteralmente l’uomo, specie quello predisposto alle vie di fatto, snaturando e spingendo a gesti estremi anche individui che, se non portati all’esasperazione, ne sarebbero di per sé alieni. Ebbene, che cosa voleva dire quella violenza? Quale discorso è stato impedito, se è stato impedito, perché le parole censurate riemergessero nella forma afasica e traumatica del “gesto”? E ancora: è stato tentato tutto il possibile perché l’uomo potesse comprendere il punto di vista della donna ed esprimere completamente il proprio? La violenza dell’uomo non è forse una risposta, goffa e impropria, alla sottile violenza psicologica che certe donne astute e manipolatrici esercitano, ai danni dell’uomo e, in ultima analisi, anche di se stesse? Sono domande che le donne, mettendosi in discussione con una sana autocritica costruttiva, potrebbero e dovrebbero porsi, prima di scendere in piazza.

Sia chiaro che, mi sembra quasi inutile sottolinearlo, cercare di capire più a fondo non significa affatto sparigliare le carte trasformando le vittime in carnefici, né d’altra parte arrampicarsi sugli specchi per “giustificare” ciò che deve essere fermamente e senza dubbio condannato. Vorrei soltanto invitare a riflettere che gli uomini, anche quelli violenti, non vengono al mondo da soli: sono tutti figli delle donne. Le donne dunque, nella misura in cui li crescono e li educano alla vita, sono giocoforza corresponsabili di ciò che gli uomini diventano da adulti: “dai frutti si riconosce l’albero”. Siamo sicuri che le madri sanno arginare l’incipiente violenza dai loro figli? O non piuttosto la incoraggiano, senza neppure rendersi conto dei danni psichici ingenerati dal loro atteggiamento? Prendiamo ad esempio il bambino esuberante e aggressivo fin dallo sguardo, dove nuota la prepotenza della volontà cieca, tipica dell’infanzia per entrambi i sessi, che mal si accorda con le reali, risibili possibilità offerte dalle circostanze (età, forza, comprensione). Questo squilibrio non produce in me sentimenti di compassione e misericordia, quanto piuttosto di riserva e antipatia; specie quando c’è di mezzo l’azione perniciosa delle madri che – invece di rimproverare e punire – lasciano correre qualunque marachella. Soprattutto dinanzi al pupo maschio, di cui sono indefettibilmente orgogliose e che venerano con devozione, come portatore sano di quel principio originario maschile che le ha da tempo deluse negli uomini, padre del pupo compreso; e allora non tralasciano occasione per dimostrarsi parzialissime ammiratrici del piccolo mascalzone-prodigio che osa e pretende così tanto, di questo ometto in miniatura già così sfrontato e temerario. E sono magari le stesse donne che, con macroscopica cecità mentale, poi si lamentano degli uomini “stronzi”. E loro, come li stanno educando?

E perché alcuni pluriomicidi in carcere, quando i mass-media ne parlano per mesi, vengono ricoperti di lettere d’amore e proposte di matrimonio da donne che avvertono il loro fascino proibito, e il conseguente desiderio di “redimerli”? E ancora: perché le donne – evidentemente più a contatto dell’uomo con le radici della vita, cioè con l’ambivalenza tipica della psiche umana – spesso apprezzano in privato ciò che disprezzano in pubblico? E quindi dicono di detestare l’uomo violento, e lo detestano davvero a livello razionale, ma poi nutrono le loro fantasie erotiche con sogni di stupro, sottomissione, degradazione inferti dal maschio, meglio ancora se sconosciuto, concupito proprio nella misura in cui sa essere bruto, prepotente, dominatore? Perché il “mascalzone” ha, in genere, successo con le donne, tanto da essere considerato “adorabile”, contro ogni evidenza, anche quando di adorabile non ha nulla? Evidentemente la molla segreta di tanta cecità affonda la sua spinta nell’inconscio, dove si agitano le pulsioni profonde della libido. È la femmina, che muove occultamente i pensieri della donna, a costruire e confermare il pregiudizio biologico del mascalzone. Tanta sottocultura femminile definisce “fico” l’uomo appetibile, cioè, in definitiva, maschio prestante che a letto “ci sa fare”, senza neanche avvertire il lapsus del traslato che usa impropriamente la cedevolezza molle e umida del frutto scelto per metaforizzare volgarmente la vagina. Se dunque la donna vuole godere, raggiungendo quell’orgasmo che la natura – a differenza del maschio – non sempre le concede in modo automatico, dovrà presumibilmente accompagnarsi a un uomo sfrontato, dominante, poco raccomandabile. L’uomo “onesto e bravo” è auspicabile al limite come marito, cioè come figura socialmente accettata nel ruolo codificato; l’altro come amante focoso, veicolo di avventura, follia, trasgressione, azzardo e scossa elettrica di vita. L’uomo “onesto e bravo” non accende i sensi perché ingessato e inquadrato nelle regole, che rispetta e pretende di far rispettare; il “mascalzone” sì, invece, perché le trasgredisce e le fa trasgredire, nella pulsione elementare della sua gonfia e corpulenta animalità. Ecco il fascino che sul genere femminile esercita l’“uomo che non deve chiedere mai”, il bellimbusto tatuato, muscoloso, rude, amante delle moto e delle macchine sportive, etc. Questo luogo comune (complementare a quello maschile per cui la donna “onesta” va bene come moglie e la “puttana” come amante) non ha in realtà fondamenti biologici, ma gli opposti pregiudizi culturali lo rendono difficilmente scardinabile: certi uomini e certe donne credono di essere fatti così.

E tuttavia, se gli uomini prepotenti e violenti vedessero per questo – fin da ragazzini – annullato il loro fascino sulle donne, forse qualcosa cambierebbe. Se le donne insomma cominciassero a gratificare di più i maschi gentili, sensibili, onesti, colti e intelligenti, gli uomini sarebbero spinti ad evolvere e a raffinarsi, se non altro per una mera questione di sopravvivenza. Invece molte donne apprezzano, assai più di quanto dovrebbero, i bruti, i rozzi, i palestrati, i picchiatori… salvo poi vituperarne con meraviglia, a cose fatte, le “gesta” prevedibilissime. E così, più li apprezzano, più gli uomini peggiorano. L’educazione familiare è alla base, ma più importanti ancora sono i modelli sociali. Il maschio adotta i modelli che gli convengono per fare più sesso possibile con il maggior numero di donne. Quale bomba scoppierebbe il giorno che una ragazza dicesse al coetaneo “ascolta: non te la do perché non leggi, perché parli male, perché non scrivi poesie, etc.”? Le donne si concedano anzitutto ai maschi più dolci, educati e sensibili: quelli “stronzi” saranno automaticamente costretti a trasformarsi. Sto dicendo insomma che le donne hanno le armi per “costringere” gli uomini a cambiare, fin dalla più tenera età. Io non sono violento anche e soprattutto perché mia madre mi ha trasmesso i valori dell’amore e del rispetto: avendo scelto mio padre perché bravo e onesto mi ha implicitamente indicato la via per essere uomo nella vita. I maschi, checché se ne dica, sono anche il prodotto e il riflesso delle donne: le madri imparino a educarli così come le compagne a sceglierli, e tutto (tranne, a quel punto, i residui casi patologici) potrà forse, e sottolineo forse, tornare in equilibrio.

Marco Onofrio

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