“Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole”, di Annalisa Venditti. Lettura critica

baroni cop

Storia “di guerra e di amicizia, di coraggio e determinazione, di tristezze e d’amore” sullo sfondo della vicenda degli IMI, i militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole (Edilazio, 2011, pp. 132, Euro 16), di Annalisa Venditti, è un libro bello e avvincente: una biografia che si legge come un romanzo, anche perché scritta con una capacità narrativa che sa estrarre suggestioni poetiche e simboliche da un impianto di ricerca dove il rigore documentale si sposa alla verve giornalistica, per cui tutto è arioso e avvolgente nella misura in cui diretto, comunicativo, ricco di sapori, sfumature, lieviti umani. Annalisa Venditti è abile a condurre questo prezioso incrocio tra una storia (fatta di storie intrecciate) e la Storia, cioè la sintesi macroscopica che si legge scritta e riscritta sui manuali. Come la terra vista in volo dalle altezze celesti: si notano i contorni, i confini geografici, i rilievi maggiori; ma se vuoi scorgere i dettagli minimi devi abbassarti di quota, devi zoomare. Le storie sono il tessuto connettivo della grande Storia così come le gocce d’acqua salata lo sono del mare. È la storia che sui libri non si legge: una complessità di emozioni, ricordi, ansie, paure, tormenti, speranze, etc. destinata a perdersi con la fine biografica di ogni uomo che ha vissuto certe cose, se non vengono fermate su carta, se non c’è qualcuno che le raccoglie. Bisogna ascoltare i testimoni diretti e dar loro voce, finché si è in tempo, altrimenti le luci del passato si spengono con loro, una dopo l’altra, e nessuno potrà più riaccenderle. Quante immagini hanno attraversato gli occhi di ogni uomo e abitano in fondo al suo cuore? Ogni persona è un mondo, e perciò vale come il mondo. È per questo che la ricerca storica non finisce mai, nel tentativo impossibile di raggiungere e restituire tutto il tempo che nel tempo si è dissolto. Cercare è un verbo magico. Un magnete, un catalizzatore. Il tempo ha bisogno dei ricercatori, come l’aldilà dei medium, anche per aggiustare le cose dopo anni, decenni o secoli, per mettere in contatto persone e cose disperse, per concludere fatti incompiuti. I ricercatori, da questo punto di vista, sono operatori di pace, strumenti postumi di riparazione. Mettersi in cerca del passato, infatti, significa entrare in una dimensione magica di coincidenze, di trame sottili, di legami sottotraccia, di sorprese, di cortocircuiti inaspettati, di cose e persone che ti vengono a cercare, dopo giri immensi, guidati dalla forza di uno strano magnetismo che si innesca con l’avvio stesso della ricerca. Accade proprio così: se ti metti in cerca della Storia, è la Storia che ti viene a cercare. E tu senti qual è la strada giusta, come un rabdomante. Sono tanti tasselli di un mosaico che si ricostruisce piano piano, lasciando emergere reperti sommersi come scrigni di memoria. La ricerca storica assomiglia alla poesia: questione di sguardo. “Gli oggetti sanno parlare o tacere. Dipende da noi. Dal modo in cui li guardiamo o li vogliamo sentire”.

Annalisa Venditti è la “chiave” che ha aperto la “cassaforte dei ricordi” del generale Andrea Baroni, il meteorologo, proprio lui sì: uno dei volti più familiari della nostra memoria televisiva. Gli ha prestato il suo sguardo, il suo ascolto, il suo cuore. I ricordi chiusi dentro ad ogni uomo aspettano soltanto un interlocutore: qualcuno che sappia davvero ascoltare, sentendo e accogliendo con empatia. Meglio se più giovane: il racconto storico preferisce distendersi sulle arcate del ponte che distanzia ma al contempo unisce le generazioni. Annalisa Venditti ha tradotto e orchestrato, con la sua mirabile penna, la sostanza e l’essenza umana di questi ricordi, sollecitandoli oltre le barriere dell’oblio, dell’imbarazzo, dell’indifferenza. Ne è uscita un’opera di biografia e autobiografia intrecciate. La ricerca porta Annalisa Venditti al transfert, all’identificazione con le vicende descritte. Ogni scrittura di ricerca autentica diventa indirettamente autobiografica: l’oggetto e il modo della ricerca svelano il soggetto che la conduce. Questo libro finisce per rappresentare l’autrice in toto, anche se parla di Baroni, perché tutta si è donata a questo libro, senza riserve, senza resistenze. E quindi il suo modo di studiare, di ricercare, di vivere. È il tracciato di due respiri e di due voci che si sono annodate e armonicamente fuse, dialogando.

I ricordi del lager dove Baroni venne tradotto come IMI sono tremendi ma la scrittura di Annalisa Venditti sa renderli malgrado tutto avvincenti. Anche per la chiave avventurosa che Baroni utilizza per ricordare, perfettamente in linea con lo spirito che egli ebbe nel vivere quei giorni, affrontando con grande forza d’animo difficoltà e sofferenze di ogni tipo, dentro e intorno a sé (fame, stenti, penuria di mezzi, malattie, violenza, morte). Confessa a un certo punto: “Scrivendo questo racconto, mi pare di vivere di nuovo quei momenti drammatici”. Infatti vive e fa rivivere con immediatezza, sprigionando (cioè liberando dalle catene della memoria) il tempo perduto. Sono tracce indelebili di vita: ad esempio il viaggio per l’Europa che si rivelò un’odissea interminabile con destinazione sconosciuta (Tolone, Norimberga, Dresda, Cracovia, Leopoli, fino a Tarnopol in Ucraina); l’impossibilità di scrivere (“annotavamo nella mente”); l’interesse meteorologico inossidabile a dispetto delle vicissitudini, e quindi lo studio del cielo e delle nuvole per le quotidiane previsioni del tempo. Il cielo è il grande complice della vita di Baroni: “il cielo, per me, è sempre stato tutto”. Il cielo e le sue “signore”: le abbaglianti, “splendide creature” (le nuvole) che hanno sempre rapito il suo sguardo. Ecco la dimensione poetica, aerea, di leggerezza fiabesca e di celeste nostalgia che lumeggia tra le pagine del libro. Penso al film di Folco Quilici “Io vagabondo”, le avventure di un pallone-sonda sui cieli italiani, per il quale Baroni redasse la scaletta e da cui prese il volo per la sua carriera televisiva. E penso anche a “Che cosa sono le nuvole” di P. P. Pasolini, prima che alle pagine sublimi del “Piccolo principe” di A. de Saint-Exupéry, ed entro in risonanza infinita perché anch’io amo farmi rapire dal cielo e sprofondare con lo sguardo tra le nuvole. Certo, Baroni le guardava con occhi di scienziato per trarne le sue previsioni; ma non riesco a sentire la sua scienza disgiunta da un brivido di emozione poetica, da una luce di stupore e meraviglia. Scienza e poesia fuse in unico respiro: come quando descrive Roma, bellissima, fulgida, vista dal cielo, in verticale, durante i voli di osservazione meteorologica. Nel lager di Sandbostel faceva le previsioni da solo, tra sé e sé, “osservando e analizzando giorno dopo giorno il cielo, annotando mentalmente la sequenza delle nubi. In questo modo sapevo se e quando avrebbe piovuto. Non avevo con me carte, strumenti, libri. Solo i miei occhi e il cielo”. Ed ecco l’avventura della fuga dal lager di Altegrabow, il 14 marzo 1945. E l’attraversamento del fiume Elba, il 2 maggio 1945, grazie a un soldato tedesco che aiuta insperabilmente Andrea e due suoi compagni di prigionia:

«Dopo un po’ cominciò a piovigginare e, mentre aspettavo l’arrivo dei due miei compagni dalla ricognizione lungo la riva, mi sentii interpellare da un soldato tedesco che veniva verso di me.
Provai un certo spavento a quella vista, dubitando delle intenzioni di quel militare. Non conoscevo la sua lingua e ignoravo che proprio quel giorno la Germania era stata sconfitta e Hitler si era già tolto la vita.
Quel soldato tedesco mi diede queste notizie più a segni che a parole. Stavo per abbracciarlo. Mi fece pure capire che lungo la riva, proprio dove erano andati in perlustrazione Vittorio e Angelo, aveva ancorato un barcone da lavoro con il quale avrebbe attraversato l’Elba per tornare a casa, da sua moglie, che si trovava poco lontano dalla sponda opposta del fiume. Così mi disse.
Gli feci capire che quella era l’occasione giusta per noi, giacché due miei amici erano andati in cerca di una barca per intraprendere la traversata del fiume.
Intanto in cielo, a un centinaio di metri di quota sopra di noi, un piccolo aereo ricognitore, una “cicogna”, non sapevo se tedesco o americano perché non vedevo i segni di riconoscimento, ci stava probabilmente osservando.
Nel dubbio trassi dalla mia borsa tattica, una specie di piccolo zaino militare che mi ero procurato nel lager di Tarnopol, il mio asciugamano bianco.
Cominciai a sbandierarlo in direzione del piccolo aereo, nel tentativo di far capire agli occupanti del ricognitore che ci stavamo arrendendo.
Qualche attimo dopo sentii lo “splash” di remi sull’acqua e intravidi una grossa barca piuttosto malconcia che veniva verso di noi.
Era proprio il barcone che il soldato tedesco aveva ancorato qualche giorno prima! Ai remi c’erano Vittorio e Angelo».

Dai ricordi di Baroni emerge la potenza visiva, simbolica ed “epifanica” degli oggetti: ad esempio la piastrina di metallo con inciso il numero di matricola; il cappotto con la scritta IMI tracciata a vernice bianca sulla schiena; le posate da campeggio che Gisella – fuggevole quanto intenso amore di quel periodo (durante la sosta a Vels-leben) – gli regala prima del commiato definitivo; i due pacchi ricevuti dal caro amico Vittorio Casali De Rosa (glieli aveva spediti il padre e Vittorio disse ad Andrea di considerarli anche suoi: dentro c’era di tutto, latte in scatola, marmellata, miele…). Gli oggetti sono carichi di tempo vissuto e quindi basta già ricordarli per evocare situazioni, incontri, voci, stati d’animo, accadimenti, giorni, ore, attimi, frammenti di storia sepolti, inghiottiti dal silenzio e dall’oblio. Tutto ha un tono di commozione rattenuta, di tenerezza infinita, di struggimento dolce. Perché si dialoga con i segni del tempo, persone e cose che non esistono più. Si parla con l’invisibile. Così sbalza dalla pagina la scena del commiato con Gisella:

«Al momento del distacco e prima di salire a bordo della camionetta americana, che doveva consegnarci al comandante inglese di un vecchio ex lager tedesco, Gisella mi abbracciò appassionatamente.
Singhiozzava per la commozione. Entrambi sentivamo che quella separazione era ineluttabile. Fu allora che appuntò sulla pattina del taschino sinistro della mia giubba militare un nastrino rigido tricolore, simbolo della bandiera italiana.
Una volta a Roma, raccontai l’accaduto a mia madre e lei stessa volle scucire quella stoffa, sentendola stranamente troppo dura al tatto. Sotto il nastrino, infatti, c’era una bellissima spilla d’argento lavorata a marcassite, con incastonata al centro una piccola pietra tonda: un’acquamarina».

Questa è, in definitiva, l’operazione dell’autentica ricerca storica: scucire l’apparenza, cercare la verità nascosta sotto i nastrini della versione ufficiale. È così che viene condotto il “ritratto d’autore” di questo galantuomo d’altri tempi, “cavaliere” dell’intelletto e della vita, sempre guidato dalla ragione e illuminato dalla fantasia, dalla forza d’animo, dalla curiosità. E il suo percorso si completa, poi, con il ritorno da reduce a Roma, con l’attività di assistenza meteorologica all’aeroporto dell’Urbe, con i vent’anni in RAI TV a “Che tempo fa” (dal 7 agosto 1973 al 31 dicembre 1993), con le collaborazioni ai quotidiani “La stampa” e “La Repubblica”, con la vita serena e attiva che ha condotto, tra Roma e Pisterzo in Ciociaria, fino al giorno della sua dipartita (13 novembre 2014). Le evoluzioni che egli ha compiuto attraverso i cieli dei suoi giorni sono la quintessenza del volo che in questo libro Annalisa Venditti ha saputo così ben rappresentare, e sono come simboleggiate da quelle che egli, con leggiadria ritmata da violinista mancato, faceva fare alla bacchetta durante le previsioni televisive. È proprio la “leggiadria ritmata” il passo-base con cui Baroni ha affrontato l’esistenza, le gioie, i dolori, e con cui il tempo cronologico e quello meteorologico, che qui si incontrano e dialogano, intessono un discorso umano di memoria indimenticabile.

Marco Onofrio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...