Deianira Di Nicola legge “La dominante”

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Sono lusingata dall’opportunità di recensire La dominante (Sovera, 2003), di Marco Onofrio. Ma la prima cosa che mi dico, raccolte le sensazioni suscitate dalla lettura, è: “da dove cominciare?”. Ecco, questo pensiero è già emblematico della complessità a cui la tragicommedia di Onofrio ci mette di fronte. Dal punto di vista psicologico il libro è ricchissimo di tematiche e simboli, tanto che si presta bene ad essere interpretato con le chiavi psicologiche di diversi indirizzi, quello psicoanalitico, quello relazionale, quello cognitivo. Quest’ultimo mi appartiene come formazione, per cui è nella sua ottica che mi accingo a parlare di alcuni aspetti. Allora, vediamo, quando si legge La dominante si rimane immediatamente colpiti dalla carica di tragedia, ovvero dalla perfetta convivenza di significati tragici e motto di spirito e, da ultimo, di un certo linguaggio colorito, che tuttavia non è affatto gratuito, poiché è un elemento che accompagna e fa da sfondo alla metafora sessuale che lo scrittore ha scelto per veicolare il messaggio tragico. E veniamo al contenuto del libro. Data la complessità e la ricchezza psicologica dei personaggi, ho pensato di condensare la mia analisi in tre parole-chiave che, a mio avviso, sono presenti all’interno dell’opera; ma, a ben vedere, esse non la esauriscono, ne rappresentano soltanto una necessaria riduzione.

La prima è “cambiamento”. Ebbene, l’aspetto tragico dell’opera è rappresentato proprio dall’impossibilità del cambiamento. Ciò che rende attonito il lettore è che questa impossibilità si realizza nonostante vi siano, da parte dei personaggi, molti tentativi di agire un cambiamento, e questo aspetto di sforzarsi senza riuscire a realizzare genera dentro chi legge echi ben conosciuti di tentativi di cambiamento falliti; a mio avviso l’aspetto più tragico dell’opera sta nella riattivazione nel lettore delle sensazioni soggettive di “impossibilità” e “soggiogamento” alla propria autobiografia, e di come questa impossibilità faccia parte dell’esperienza di tutti noi, per cui la tragedia è incredibilmente reale e realistica, direi quotidiana. Sotto questo aspetto il lettore sente che l’opera gli è molto vicina. Onofrio esprime il paradosso insito nei sistemi familiari/genitoriali, che da un verso permettono lo sviluppo dell’infante per definirlo progressivamente come persona, dall’altro lo avviluppano modellando la realtà cognitiva/emotiva in una struttura che ha un definito numero di gradi di libertà. Però diversamente non potrebbe essere, nel senso che una forma, per dirsi tale, deve staccarsi dallo sfondo, assumere confini e limiti, e così i personaggi del libro, esattamente come noi, si muovono all’interno dei limiti cognitivi che il sistema genitoriale ha loro concesso. Il disagio e la sofferenza trasmessi attraverso legami malsani e patologici non vengono superati, così come accade – purtroppo – in molti casi. I poveri personaggi ricalcano l’errore compiuto da molte persone desiderose di cambiare aspetti della vita che procurino loro sofferenza. L’errore è quello di modificare solo il ruolo che hanno all’interno della relazione, ma non la logica malsana che lega due persone o un intero sistema. Ecco, i personaggi del libro fanno questa cosa molto triste: un balletto, uno scambio di ruolo fra vittima, persecutore e salvatore, senza alterare la logica che li lega e finendo sempre per sperimentare la frustrazione che, malgrado si sia cambiato qualcosa, in realtà non è cambiato nulla. Provano così sentimenti di impotenza verso un destino che ha riservato loro una vita di sofferenze alle quali solo la morte sarà in grado di porre termine.

La seconda parola chiave è “perversione”. La caratteristica di un legame perverso è che uccide fisicamente o psicologicamente uno dei componenti della relazione, con lo scopo condiviso da tutti gli attori, a diversi livelli di consapevolezza, di legarsi indissolubilmente in un legame percepito come “speciale”. La dipendenza, infatti, è un’altra caratteristica della perversione. Colui che esercita il potere è legato a colui che lo subisce. Nell’opera tutti i personaggi sono legati mediante relazioni di dipendenza perversa, e ciascuno immagina che la propria liberazione possa attuarsi semplicemente cambiando ruolo, diventando aggressivi e vendicatori se in precedenza passivi, e viceversa. Bruno, legato perversamente alla propria madre e sadicamente alla propria moglie, tenta una relazione normale con un’altra donna. Milla, la moglie di Bruno, immagina che per porre termine alle sue sofferenze di schiava basti vendicarsi e diventare l’umiliatrice del marito, sostituendosi così alla suocera che accidentalmente muore. In Milla la consapevolezza del fallimento di questa strategia tocca un livello intensissimo di drammaticità. Il lettore prova a sua volta un senso di amara impotenza perché, solidalizzando con Milla, vorrebbe suggerirle aspetti che lei stessa non riesce a cogliere. Lo Psichiatra, che si auto-colpevolizza dei propri istinti sadici, cerca l’espiazione e il perdono attraverso la consapevolizzazione e drammatizzazione dei contenuti inconsci del sistema familiare di Bruno, cosicché, diventando un “confessore”, acquista magicamente la possibilità di perdonare gli altri e quindi se stesso.

La terza parola chiave è “metafora”. Attraverso la metafora di una sessualità perversa l’autore parla dell’impossibilità di cambiare. Ma che cosa è la metafora? È uno strumento di conoscenza, così come diceva Aristotele, che nella sua immediatezza veicola un concetto che viene compreso senza necessità di istruzione o altra conoscenza. La metafora, attraverso l’utilizzo del simbolo, entra in comunicazione con le parti meno razionali e maggiormente istintuali, riesce per esempio a condensare un concetto articolato e complesso come quello di “cultura familiare” facendoci vibrare di emozioni positive o negative, ma sempre coinvolgenti, che sono diretta conseguenza di una comprensione istintiva e immediata. Quale simbolismo, se non quello sessuale, avrebbe potuto parlare direttamente alle profondità del senso comune e socialmente condiviso dei lettori? Ne La dominante la sessualità, in virtù della sua appartenenza al mondo dell’istintualità vitale e positiva, si è fatta anche portatrice del limite sottile fra gli istinti di vita e quelli di morte, ovvero fra la normalità e la patologia, ricordandoci che ciò che distingue il sano dal malato non è la qualità degli stati emotivi, ma la quantità e la monotonia delle emozioni esperite.

Marco Onofrio ci offre l’occasione di riflettere sulla difficoltà di cambiare, che egli ha eccellentemente rappresentato sia come ambizione e sia come impossibilità di riuscita. Questa è un’opera che non lascia indifferenti, che scuote i lettori e li getta in un turbine emotivo a carattere infernale e catartico. È un viaggio nella triste gabbia della malattia, e ci ricorda che essa affonda le radici nei contenuti inconsci e universali della mente umana.

Deianira Di Nicola
(psicologa e psicoterapeuta)

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