“Io accado”, di Antonella Radogna. Lettura critica

io accado

La terza silloge di Antonella Radogna, “Io accado” (Lepisma Edizioni, 2018, pp. 70, Euro 12), apre – fin dal titolo – suggestioni filosofiche di grande portata e di eccezionale rilevanza per la vitalità e l’efficacia della ricerca poetica messa in opera attraverso e oltre le cinquanta composizioni raccolte nel libro. La vocazione ontologica della talentuosa poetessa materana ha modo di estrinsecarsi con la continua modulazione dell’essere nella parola, che sale alla parola per manifestarsi come “evento”. Impossibile non pensare a Martin Heidegger, che nel saggio “Sull’origine dell’opera d’arte” (1935) introduce la formulazione del concetto di essere, appunto, come “evento” (Ereignis). L’essere si appropria dell’uomo consegnandosi a lui, in quanto ne ha bisogno per accadere: e questo accadere è l’essere stesso. D’altra parte anche l’uomo, per essere e non esistere soltanto, ha bisogno dell’avvento e dell’evento dell’essere. L’uomo e l’essere si co-appartengono, nella misura in cui accadono insieme. L’essere non è più pensato come un “in sé” nascosto nell’ente, a mo’ di perla dentro l’ostrica, ma come l’evento di un’illuminazione che accade solo nell’uomo e per l’uomo, il quale però non ne dispone poiché in questo evento, come scrive Antonella Radogna, «l’imponderabile accade / e l’insondabile / sfiora le sue profondità eterne». Non possiamo estrarre la radice del divenire al punto di conoscerne le profonde ragioni metafisiche: «Noi fioriamo perché fioriamo». E ancora:

Non si sa quando,
ma un giorno accade.
Tutto crolla inaspettatamente.

Le rappresentazioni soggettivistiche della conoscenza sono come strutture fatiscenti che esplodono contro lo tsunami incontrollabile del divenire. La poesia è l’orizzonte dove la verità è “alétheia”, cioè “non nascondimento dell’essere” che si svela come evento in divenire, per cui l’oggetto da conoscere e il soggetto che conosce vengono ad implicarsi in modo reciproco, uscendone trasformati. Ecco dunque il mistero che si dischiude, colto nel baluginio dell’ente che – aiutato a fiorire dal poeta – sale allo sbocciare linguistico dell’essere come una sorta di dono di trasformazione e di rivelazione. La poesia dunque è il luogo metafisico dove «tutto accade come un miraggio / che si fa carne e sangue / di desiderio». Nell’evento di illuminazione dell’essere, per Heidegger verità e bellezza fanno corpo unico. La verità è la presenza misteriosa dell’essere che accade, e la bellezza è l’apparire stesso di quella verità. Una delle chiavi estetiche del libro di Antonella Radogna è proprio la coincidenza di bellezza e verità, tanto che la bellezza, scrive, «se non bacia la verità / è meglio che non nasca affatto / o si lasci morire».

Un’altra evidente traccia filosofica è l’esistenza bruta dell’essere nella “accecante evidenza” del suo prodigio, e della sorpresa infinita che produce in chi lo osservi fenomenologicamente, al di fuori degli schemi consueti. Ricordate Antoine Roquentin, il protagonista de “La nausea” (1938), di Jean-Paul Sartre? A un certo punto perviene all’autocoscienza assoluta dell’esistente, e la esprime con questa formula pregnante: “ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste”. E poi, al giardino pubblico, oltre-vedendo la radice del castagno che affonda nella terra proprio sotto la panchina dove siede, ha modo di scrivere: “Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa dura e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura”. Questo angelo düreriano che si interroga sulla massa bruta dell’essere (“bruta”, cioè non riducibile e non ordinabile in schemi acquisiti di rappresentazione), aggiornando in “nausea” novecentesca la melancolia rinascimentale, indica la strada anche allo sguardo pensante di Antonella Radogna allorché, parlando del suo amore, scrive – come incapace di capacitarsi: «Dunque esisti? / Non sei l’illusione-allucinazione / della mia mente folle. / Esisti, / non sei l’eco delle mie parole / che m’ingannano / come fossi un amante fantasma, / (…). Ti ho incontrato finalmente / nei meandri dell’anima e del sangue, / ti ho accolto in me, / vero, pulsante». L’essere amato è la carnale rivelazione di un «miracolo giunto sino a me / per darmi una nuova nascita / e fresca linfa nelle vene», ovvero l’evento dell’essere che accade, nella bellezza della sua stessa verità. Ed è un miracolo perché obbedisce a leggi imperscrutabili come quelle che, sotto la traccia “divina” dell’apparente casualità, producono gli eventi decisivi:

Una strada imboccata
alla fine di una giornata
per intuizione divina
cambia la vita.
Tutto muta in un istante
(…).

Quando poi la scorza dell’ente si apre per svelare la potenza del suo essere che accade – trasformando sia l’oggetto, sia il soggetto che lo osserva –, erompe lo splendore di una vera e propria epifania, come la «luce accecante» da cui la poetessa è investita se s’immerge nello sguardo dell’essere che ama. Tutto il movimento della sua poesia tende alla ricerca e alla conoscenza del profondo che soggiace alla “crosta” della realtà ordinaria:

Gli occhi scrutano in profondità.
L’anima si immerge per esplorare
movimenti sommersi di sabbia
e resti di conchiglie
di tempi e luoghi remoti.


È dotata di un vulcanismo innato della parola che la spinge verso una trasfigurazione antropologica del vissuto e una dimensione tellurica e ancestrale delle realtà molteplici, comprensibili o ignote, per cui scrive di «viscere / profonde / di conoscenza», di «magma, / sostanza primordiale», di «arcaici crateri / di misteri inesplorati», di «perduta Atlantide» che «non è mai stata / così vicina», di «viscere della terra» da esplorare «sempre più a fondo / fino a che non saremo disciolti / nel suo nucleo», ecc. Si tratta ovviamente di metafore alchemiche: la catabasi non è materiale ma simbolica, spirituale, soggettiva. L’io sviluppa ad ampio raggio le sue «trame di ricerche» per coincidere con «il più profondo sé» laddove il pensiero poetante sgorga come acqua pura da un’unità spirituale denominata «mente-cuore», fatta di ragione e sentimento, in cui appunto l’intelligenza del cuore coincide con l’anima stessa della conoscenza rivelatrice. Naturalmente questo induce alla coscienza della complessità che informa di sé il mondo, tra oceani interiori, abissi impenetrabili, misteri di senso e nonsenso dove coesistono «vivi ossimori» per la legge cosmica che rende armonici i contrari. C’è un esprit de finesse congeniale alla “microfisica” delle emozioni e delle percezioni, per cui Antonella Radogna scrive, distillando le esperienze, di «tacite vibrazioni», «sieri preziosi dell’anima», «rarefatte gocce di tremori» fino alla materia elementare che ci rende «polvere primordiale di luce, / stelle remote perse nel tempo» destinate a brillare un attimo come lucciole nel vuoto del buio e del silenzio. Il che, tuttavia, non impedisce il “registro pieno” di una vita verso cui prova, nei momenti di grazia, «desiderio incolmabile» e «occhi avidi». La differenza la fa l’amore, combustibile sacro del processo di trasfigurazione con cui lo sguardo aderisce, più o meno, al mondo. L’amore è una voce che indica il «ritorno a casa» fino all’«oasi dell’anima», ed è – soprattutto – un miracolo (una «folgore in cielo» che apre l’orizzonte) grazie a cui si produce una fulminante liberazione («tutto quel dolore annientato dall’incontro / col tuo sguardo») e una decisiva ri-nascita:

con te
vengo alla luce
ancora una volta
o forse posso dire
per la prima volta.

Dammi una nuova data di nascita,
quella del nostro incontro
(…).

La scrittura, come l’amore, è un’avventura della conoscenza che «moltiplica le dimensioni / dell’essere», ovvero la percezione delle cose nella loro autentica complessità: i significati «si dilatano e amplificano / e moltiplicano / come cicli eterni di maree / e venti sommersi». Si tratta, sulla scorta di Hölderlin (poeta non a caso prediletto da Heidegger), di «abitare poeticamente il mondo», cioè «in ogni sguardo / percepire il respiro delle foglie, / l’anima dei gechi, / la voce delle ombre», e insomma «l’indicibile dell’evidenza / l’invisibile del visibile» ovvero l’infinito dell’infinitesimo. La poesia è un esorcismo dell’ombra, o meglio un adorcismo della luce («Ogni verso / un urlo / che espande la vita / e allontana la morte») grazie a cui si individua e si traccia il «cammino sacro / verso lo scrigno della vita». La parola è «prisma di infiniti mondi» così che, per meglio articolarne la rifrazione, Antonella Radogna mette in evidenza le radici etimologiche, com’è del resto tipico del linguaggio filosofico: ad esempio «com-baciare», «dis-chiudendo», «co-esistenza», «l’in-visibile», ecc. (anche come gioco anfibologico: «poetica-mente»). A un motivo simile risponde la scelta insolita di apporre i titoli delle poesie alla fine delle stesse, anziché all’inizio, proprio per non condizionarne il percorso di interpretazione e darne invece una possibile sintesi “aperta”.

La «carta geografica delle parole» coincide con la «mappa dell’anima» e configura l’altrove di una «landa metafisica» che evoca paesaggi culturali di ben nota ascendenza primonovecentesca: Breton, Aragon, Soupault, Max Ernst, Mirò, Dalì, e in Italia Papini e Bontempelli (la poesia “Giocando a scacchi con il destino” ricorda da vicino il racconto La scacchiera davanti allo specchio, 1922, dello scrittore comasco), oltre naturalmente a Giorgio De Chirico e a suo fratello Savinio. L’istante diventa infinito perché la coscienza smemora verso «l’assenza di memoria / e di identità», in uno stato di amnesia che coincide con la «perfetta felicità del nulla». Si tratta com’è ovvio di andare oltre il «filo spinato della realtà» e la «gabbia della ragione» (la ragione infatti «sbanda, / inciampa, / deraglia / come un fiume folle che percorre / il suo tragitto / al contrario / verso la sua origine») per abbracciare la dimensione surreale dell’«anima rapita», che non riserva soltanto delizie atarassiche o estatiche, ma anche raccapricci medusei e caligini sublimi (laddove scrive ad esempio di «bellezza terrificante», di «perturbante gravità», di «tempesta limpida», ecc.). Tutto questo senza mai abdicare alla «consapevolezza / del limite umano / di fronte al mistero», e quindi di trovarsi «sull’orlo d’un precipizio», confinati «a pochi passi dal salto nel vuoto». C’è una metafora splendida che Antonella Radogna utilizza per condensare questo senso di provvisorietà: «Noi ancorati al fischio / di un treno in corsa». Ma la provvisorietà, anziché disancorare, determina uno stato di maggiore e anche migliore appartenenza («Qui è profondamente il mio luogo») in una sorta di orgoglioso radicamento al confine che ci tiene e ci trattiene («siamo rose d’inverno. / Le più profumate, / fragili e delicate, / ma caparbiamente vive / e preziose»). Uno dei compiti fondamentali della poesia è di raccogliere e ricomporre i relitti dei naufragi per «costruire una dimora» da cui guardare il mondo a nuove condizioni. È proprio in questa casa costruita sulla cima delle immondizie che potrà accadere – nel “realismo magico” della percezione amplificata – l’inveramento del sogno con l’«eterno che accoglie la terrestrità». Qui sta il punto supremo della ricerca: unire il soffio del cielo al fiato delle cose più semplici o, con le parole di Umberto Saba, trovare “l’infinito nell’umiltà”. È già così, in fondo, che la poetessa vede e pensa ciò che esiste:

In compagnia di una foglia di basilico,
sfoglio versi d’immenso.
Cerco una vena d’acqua
nel fiume incessante del tempo
che inganna perché non esiste,
eppure detta ogni rintocco
dell’orologio appeso ai rami
e alle zagare profumate
dell’albero di limone.    

Marco Onofrio          

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...