“Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Giorgio Taffon, su www.menaboonline.it

 

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Per la collana Angelus Novus della Terra d’ulivi edizioni, di Elio Scarciglia, nel settembre dell’anno appena passato, è uscito il libretto di Marco Onofrio Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia. Si tratta di un pamphlet, ma anche di un cahier de doléances, che, a mio parere, costituisce un indispensabile contributo per capire quale è la realtà del mercato editoriale italiano, in particolare quello dei generi letterari (poesia, narrativa, teatro), quali poteri, culturali e non, lo gestiscono, a quali condizioni, a favore e soprattutto a sfavore di chi.
  Occorre una premessa fondamentale a quanto sto per scrivere, una precondizione: il contributo di Onofrio è garantito, sul piano della credibilità e della lucidità riflessiva, dalla sua ricchezza culturale, dalle sue doti davvero non comuni di poeta e scrittore, dalla sua consapevolezza, acquisita sul campo, di come son gestite le attività culturali italiane, dall’editoria all’accademia, dai premi letterari ai concorsi universitari. Naturalmente, essendo questo un terreno molto scivoloso, il lettore “addetto ai lavori” può relazionarsi a quanto il libello afferma e trarne le sue conseguenti convinzioni. Nel mio caso posso dire di aver condiviso, alla prima lettura, la gran parte delle ragioni sostenute da Onofrio, con qualche mia più specifica osservazione, dovuta ai miei trascorsi di docente universitario e di autore di alcuni libri per lo più a carattere manualistico-saggistico riferiti alle discipline d’insegnamento e ricerca, dalla letteratura contemporanea, alla drammaturgia scritta, al teatro italiani.   
  Da subito voglio sottolineare la nobile intenzione dell’autore nell’andare comunque oltre le proprie doglianze circa le delusioni vissute lungo gli anni, offrendo, al lettore interessato professionalmente, un quadro verosimile, condivisibile, ma disperante, di quello che è il potere culturale italiano gestito da “caste”, fra le quali appare monopolizzante quella legata alla Massoneria nazionale e internazionale. Naturalmente Onofrio non può e non vuole fare nomi, ma riporta eventi-chiave nelle sue esperienze che non possono non fargli capire che è la sua stessa persona e il suo profilo culturale che via via sono stati messi ai margini delle ufficiali ritualità comunicative, pubblicitarie, massmediatiche, che sono mezzi indispensabili di promozione sui canali di vendita del libro. E ciò nonostante un numero di pubblicazioni impressionante, e una serie di Premi letterari di prestigio vinti, oltreché di numerose traduzioni all’Estero.
  Ma vorrei ora articolare il mio discorso per punti.
  Il primo. Università e Istituzioni affini: Onofrio ha ragione pienissima, i concorsi son tutti pilotati, vige una incontrollata e incontrollabile “legge” della cooptazione  (un tempo garantita dal valore dei cosiddetti “baroni”, ma ovviamente non sempre) qualsiasi sia la “casta” che detiene i poteri accademici: sindacati, docenti condizionati dai rapporti privati, come le relazioni amorose, circoli legati alla Massoneria, gruppetti di estrazione mafiosa, “scuole” di pensiero contrabbandate, appunto, come scuole, ma del tutto inefficaci, magari; e soprattutto legami di natura finanziaria, specie in certe Facoltà che costituiscono greppie molto “piene” (un esempio fra tutti quella di Medicina). Che fare, che suggerire a un giovane meritevole? Afferma Onofrio: andarsene dall’Italia, ed è quello che sta sempre più accadendo! Se il clima politico lo permettesse occorrerebbe una riforma dell’Università davvero rivoluzionaria! Ma accadrà mai in un Paese quale è l’Italia in cui ancora vige il “familismo amorale”, l’accordo sottobanco, la strizzatina d’occhio da mafiosetti?
   Secondo punto. L’attività editoriale, lo scrivere, il pubblicare. Qui entrano in ballo altri condizionamenti, altre mentalità, altri schemi d’intervento, dettati in primis dal mercato; qui penso di integrare quanto ha scritto Onofrio nel suo pamphlet, quando opportunamente distingue piccole, medie e grandi case editrici (organizzate in potenti gruppi editoriali), ricordando che in Italia il mercato librario è dannatamente condizionato da una scarsa percentuale di lettori rispetto al numero degli abitanti (l’Istat rileva che il 51% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno): la torta si rimpicciolisce sempre di più, e ne deriva, come osserva l’autore, una catena di condizionamenti assolutamente dominante, che lega gli editori ai politici che devono legiferare le sovvenzioni, direttori e redazioni agli editori, autori e scrittori a quest’ultimi, e tutti sono costretti a diffondere opere che siano di facile lettura e di non gravoso impegno intellettivo; nel settore della narrativa, come ben ha segnalato Gianluigi Simonetti nel suo La letteratura circostante (Bologna, Il Mulino, 2018), occorre una “letteratura di nobile intrattenimento”, che viene raggiunto anche con l’attento controllo delle redazioni: solo così la casa editrice può acchiappare un certo numero di lettori.
   Invece per la poesia e la drammaturgia scritta in Italia, contrariamente che in Francia, Gran Bretagna, Germania, non c’è proprio quasi mercato, e nulla fa presagire che si possa creare in futuro.  
  Per la saggistica (e anche in questo settore Onofrio ha offerto ottime prove) il mercato è costituito al momento soprattutto dagli studenti universitari, ma è un target appannaggio in gran parte dei docenti ufficiali, che mettono in adozione i loro libri; nelle classifiche generali coloro che registrano cospicue vendite sono giornalisti, specie se supportati dalle continue apparizioni televisive, opinionisti, politici, attori, cantanti, e compagnie di giro che occupano ogni spazio promozionale.
   Cosa resta a chi sa, e nel caso di Onofrio del tutto giustamente, di valere almeno come gli autori da best sellers? Restano quelle case editrici piccole e medie (che, si badi bene, contano tutte assieme solo sul 20% del mercato) le quali, pòste in piccole nicchie, riescono a rivelare solo un esiguo numero di scrittori che vanno oltre una letteratura di “nobile intrattenimento”. Ciò vuol dire restar fuori dai circuiti massmediatici, dagli incontri sponsorizzati alla grande, da presentazioni di libri in grande stile, ecc.: ed un autore che viene edito solo da meritorie ed efficienti case editrici che non si limitano, comunque, a fare solo da “tipografe”, vede quasi svuotarsi anche il suo peso specifico economico! Si deve accontentare magari di un riconoscimento di quei pochi critici ancora liberi da pregiudizi e legami di potere. Onofrio tocca così, andando oltre la propria situazione di sofferenza, uno dei tasti più gravemente fermi dalla società italiana: troppo immobile, senza meritocrazia, senza ascensori sociali, un “Paese senza” (Arbasino). E allora giustamente Onofrio si chiede se non si debba rinunciare a una scrittura “assoluta”, a cui dare tutto sé stesso, limitandosi a un puro e semplice soddisfacimento delle attese del comunque scarso pubblico di lettori. Amarissima constatazione che mostra la possibile rinuncia a sé stessi, l’autocastrante articolazione di un pensiero e di sentimenti conquistati con sacrificio, con infinite letture e riflessioni, con rinunce anche economiche!
    Però, però, però… (e vado a chiudere con quest’ultimo punto). Siamo in un cambiamento d’epoca, e, per tutto quello fin qui da me scritto, si profila una situazione davvero rivoluzionaria, dove il campo da gioco e le pedine stanno radicalmente cambiando. Non ho nessuna ricetta, sia chiaro, anche perché essendo un po’ avanti negli anni, mi sento piuttosto distaccato da certe problematiche, però giocoforza mi son dovuto un poco adattare ai nuovi media, all’uso dell’informatica, alla navigazione nel Web. Come sostiene Mimmo De Masi, valentissimo sociologo del lavoro, ancora in piena attività di studioso e di autore, si va verso società in cui il lavoro, grazie alle nuove tecnologie, diminuirà e si alleggerirà, ponendo le persone, un po’ come nell’antica Roma gli uomini liberi, in una situazione esistenziale in cui si distingueranno l’otium dal negotium; scrivere, leggere, musicare, ecc., saranno sempre meno remunerativi, facenti dunque parte dell’otium; per la scrittura i testi si diffonderanno gratuitamente nella rete, senza più controlli, senza più diritti d’autore (nell’antica Roma non si attribuivano quasi mai le opere architettoniche e quelle delle arti plastiche ad uno specifico autore). Per chi è ancora relativamente giovane come Marco Onofrio, ed esprime valori culturali e creativi di ben alti livelli, consiglierei di inventare nuove forme e nuovi canali comunicativi per avere ulteriori riconoscimenti, in quantità e in qualità.
   Mi auguro davvero che questa fatica di grande significato, anche etico ed esistenziale, di Marco Onofrio possa dar luogo a un dibattito il più possibile partecipato e consapevole della posta in gioco.

Giorgio Taffon

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