“Azzurro esiguo” letto da Emanuela Dalla Libera

Azzurro esiguo cop-2

Ci sono il finito e l’infinito, l’immenso e il circoscritto, il cielo e la terra, la vita e la morte, “l’azzurro esiguo e l’universo tutto nero”, c’è insomma la vita in tutte le sue sfaccettature in questa nuova raccolta poetica di Marco Onofrio, Azzurro esiguo. C’è un viaggio nel vivere, orizzontale e verticale insieme, un viaggio della coscienza cui è sotteso un già compiuto viaggio nella conoscenza, quella acquisita nel tempo vissuto che diventa luogo di partenza e di ritorno in un circolare movimento che parte dalla nascita di sé e dell’universo e approda alla morte, di sé, attraverso il padre (“io sono in te un’unica persona”, “abiti ogni mio respiro”) e, ancora, dell’universo. Da tutto questo emerge costante un “resistere e sperare” in cui si sostanziano lo sguardo, il canto, l’amore. L’amore soprattutto perché “il tuo amore è un’arca” e nella precarietà e talora insensatezza del vivere compare a caratteri cubitali “solo una domanda: HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”. E una risposta “È soltanto per amare / che abbiamo avuto un corpo, / che esistiamo”. E ancora: “Abbiamo bisogno di amore”. E se l’amore è l’àncora del nostro vivere, non mancano nella poesia di Onofrio momenti di dichiarata incertezza in cui il vivere è percepito con una precarietà costante, con una incolpevole incapacità di comprendere (“la bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato”) e l’universo viene sentito come “un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia” e “ogni mattina il mondo esce, stentatamente / da un oceano impenetrabile di nebbie”. Il dolore finisce per essere l’unica certezza che appartiene all’umanità e all’intero universo (“dirompe dentro gli alberi il dolore”), un dato inconfutabile che permea l’esistenza intera e sembra approdare a un pessimismo cosmico di leopardiana memoria (“Ecco la storia del mondo! / È il cimitero dei sogni / questa montagna altissima / di cenere / a cui ci aggiungeremo dopo morti”), lenito appena da una fievole bellezza (“La galaverna traccia i suoi ricami”). Al dolore conduce necessariamente anche il carattere effimero dell’esistenza (“Neanche il tempo di aprirsi / e si inceneriscono le rose”), la frammentarietà delle realtà e il loro inesorabile finire (“Il guscio trasparente dello spazio / si rompe nel polverio dei giorni”). Da qui il nascere di una forte tensione spirituale, l’ansia di possedere la verità del mondo (palese in CHI È?), la ricerca di un varco (Varco, appunto è il titolo di una delle poesie) che porti al superamento della materia, a possedere l’irraggiungibile (“Che voglia di vedere all’orizzonte!”), tensione spirituale che si scioglie in un atteggiamento estatico perché “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura” e “il sangue () / riempie di ringraziamento / il canto senza tempo / del mio amore”. Il superamento della condizione terrena si materializza nel sogno perché solo nel sogno si può arrivare “al centro inabitabile del cielo”: solo lì sarà possibile possedere il delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo” e “vedere l’esistenza con gli occhi / stessi della divinità”. C’è ancora, nella poesia di Onofrio, una sorta di religiosità, di sentimento del sacro, che si sostanzia nella certezza che “l’anima non va dispersa”, nella fede nella bellezza, bellezza che è anche della stessa poesia perché “la poesia ci consola / delle parti di noi / che non tocchiamo più”, e l’amore per la vita diventa “sconfinato”. Bellezza è la felicità che sta “nelle cose minime essenziali”, e che non sempre riusciamo a cogliere (“Troppo spesso siamo già felici / e non lo sappiamo”), ribadendo ancora con questo il nostro angusto e imperfetto vivere. Nella precarietà e indefinitezza del tutto, nel carattere ingannevole di ogni cosa, (“È tutto illusorio, / tutto perdutamente vero/ ciò che esiste”), c’è infine l’anelito all’eternità, al pensiero, che diventa bisogno, che tutto si ricomponga in un altrove, se non di questo mondo, almeno del nostro sentire, perché è nel nostro sentire che le cose sfuggono alla tirannia del tempo e alla loro caducità. L’eterno esiste e ha una porta a cui bussare, esiste nei sospiri d’amore che nella memoria si ricompongono e cessano di essere separati, esiste nella foto del padre, struggente modo per dichiarare che nulla finisce davvero se anche solo un’immagine riesce a perpetuare negli altri un tratto del nostro cammino in terra.

Emanuela Dalla Libera

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