“Azzurro esiguo” di Marco Onofrio: la poesia dell’invisibile. Nota critica di Ginevra Amadio (sulla newsletter «Prisma»)  

prisma

Azzurro esiguo: già dal titolo una figura di senso, un gioco ossimorico che richiama alte vette, riferimenti-chiave del nostro passato poetico. Tutto, nell’ultima raccolta di Marco Onofrio (Passigli, 2021, prefazione di Dante Maffìa), rivela un debito importante, la traccia di lezioni assimilate e riproposte, come a tentare un canone dei suoi personalissimi ‘miti’. Così intessuta di reminiscenze, l’opera di Onofrio traccia fitti reticoli, legami stilistico-tematici che saldano assieme Zanzotto e T. S. Eliot, Leonardo Sinisgalli e Corrado Costa. I testi qui proposti ruotano attorno ad alcune costanti: il rapporto uomo-natura, le sollecitazioni sensoriali dell’io, il topos dell’ambiente come pratica di riscoperta. Per registrare i mutamenti dell’essere il poeta oscilla tra veglia e sogno, in una zona a tratti innominabile e dunque prossima ai recessi dell’animo, a un desiderio di comunicazione che si esplicita nei riferimenti al mito (Lettera a Demetra; Gli occhi di Orfeo) o nell’equivalenza fra notte e accecamento mentale. Un solo esempio: «In fondo a un pozzo secco dove il cielo / è un occhiolino bianco che vacilla, / c’è una lucertola verde / circondata dal buio che si aggrappa / a una striscia di luce: / palpita immobile / o la segue appena / quando la luce muta / e sparirà / nel muschio delle pietre / coperta dalle foglie accumulate» (Le scene invisibili). La metafora dell’oscurità e della tenebra (che ha anche una forte ascendenza biblica, come già dimostra il verso successivo: «Dio, se c’è, / è nella lucertola») chiamate a evocare una situazione di oppressione, di ottundimento mentale, si accompagna a un’idea di luce che fissa i contorni di un discorso intermittente, in cui convivono il lato oscuro della non accettazione e la riscoperta di sé. La poesia di Onofrio sta tutta nella convivenza di esperienze separate, della «vita che cerca la vita» (Il volto) al di là delle storture del mondo.

                                                                                      Ginevra Amadio
                                                  («Prisma», n. 408, 13 novembre 2021, p. 3)

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