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Strisce blu e autovelox. Quando lo Stato si fa “taglieggiatore”…  

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I doveri del cittadino verso le istituzioni esistono a prescindere o dipendono anche dalla credibilità delle stesse? Credo che dipendano anche, pur esistendo a prescindere. Se è plausibile e addirittura doveroso, rispetto al tribunale etico interiore, contravvenire per obiezione di coscienza a una legge palesemente ingiusta, non è altresì lecito affermare che si obbedisce volentieri a uno Stato capace di imporsi non con l’autorità coercitiva, che in linea teorica finirebbe per legittimare anche i soprusi di una dittatura, ma con l’autorevolezza riconosciutagli dal cittadino per la capacità di emanare leggi giuste, di farle rispettare volentieri, di rispettarle esso stesso per primo, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni amministrative?

Le istituzioni devono dare esempio di integerrima onestà, se vogliono che la gente non accampi rivendicazioni e non si senta “giustificata” a compiere atti illeciti. La vox populi elabora più o meno il seguente pensiero: “se i primi a delinquere sono i politici, perché mai il cittadino dovrebbe essere onesto?”. E c’è un fondo di verità che impedisce di darle torto. Sia chiaro: ognuno deve sentirsi chiamato all’onestà indipendentemente dalle circostanze e dalle occasioni (che facciano l’uomo ladro, è sbagliato già di per sé), ma è innegabile che ogni autorità viene desautorata, cioè ipso facto destituita di fondamento, qualora il garante e il rappresentante della legge vengano trovati in flagranza di reato, cioè in evidente contraddizione con quanto da loro garantito e rappresentato, nonché solennemente promesso al popolo con il giuramento. Il presidente del Consiglio e i ministri, ad esempio, non diventano effettivamente tali senza aver pronunciato la seguente formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Tale differenza qualitativa del comune dovere civico è sancita anche dall’articolo 54 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». Di conseguenza, lo stesso reato commesso dal semplice cittadino aumenta notevolmente la propria gravità qualora commesso da un pubblico ufficiale.

Risultano pertanto dannosissime all’opinione che il cittadino nutre dello Stato e delle sue legittime istituzioni, alcune illegittime e odiose iniziative intraprese a livello amministrativo, come ad esempio le strisce blu (anche in piccoli centri) e gli autovelox. Iniziative che svelano presto la reale volontà che le sottende: quella di fare cassa, cioè di rimpinguare le sempre anemiche risorse economiche dei Comuni, che in realtà sono anemiche non perché i soldi pubblici non ci siano, ma perché vengono male amministrati. Immagino discorsi preliminari, in camera caritatis, del tipo: “Oddio, non c’è rimasto più un euro! E adesso che cosa c’inventiamo?”. Da cui il toto-sanzione, cioè la caccia al modo più ingegnoso per estorcere denari. La colpa della corruzione non deve ricadere a pioggia sul cittadino innocente, rendendolo “mazziato” oltre che “cornificato” dalla stessa. Il politico che ruba, procura già un danno grave al cittadino; non può addirittura rifarsi degli ammanchi pubblici sulla vittima delle sue malversazioni!

Che la volontà politica effettiva da cui sono “animati” i parchimetri sia sostanzialmente quella di far cassa, sta a dimostrarlo il progressivo perfezionamento degli stessi a favore dei Comuni: non solo in termini di tariffe orarie, spesso davvero esose e soggette a non infrequenti rincari, ma anche con il recente “giro di vite” rappresentato dall’imposizione di personalizzare il ticket digitando la targa, il che ha drasticamente eliminato gli episodi di cortesia per cui si poteva regalare il tagliando non ancora scaduto a un altro automobilista in procinto di parcheggiare. Ora mi chiedo: i ricavi economici di questa personalizzazione valgono davvero la brutta figura del Comune che la impone? cioè lo svelamento spudorato della reale intenzione lucrativa che presiede a tutta l’iniziativa?

Idem per gli autovelox: la sicurezza stradale, diciamoci la verità, è solo il motivo ipocrita e pretestuoso. Ho assistito di persona a un caso emblematico. Un autovelox era stato collocato in un tratto di strada dissestata che “impediva” di per sé alle automobili di superare i limiti di velocità. Ebbene, constatato che l’autovelox non rendeva adeguatamente, il Comune di competenza ha provveduto ad asfaltare solo il tratto di strada precedente l’autovelox stesso! Come a dire: “forza, prendete la rincorsa e… vai con le multe”. Si può essere più sciocchi e inopportuni? Un’amministrazione davvero “furba” avrebbe asfaltato sia prima sia dopo l’autovelox, per rendersi immune da critiche e mascherare meglio (cioè in modo più intelligente) le proprie reali intenzioni. Quindi i casi sono due: o i politici considerano gli italiani un branco di emeriti imbecilli, col cervello guasto e incapace di comprendere alcunché, ovvero (quand’anche consci del misfatto) di pecoroni impotenti e inetti ad ogni rimostranza; oppure – cosa che ritengo più probabile – la politica ha ormai dato per acquisito il tramonto dell’etica, e quindi si sente al di là del bene e del male, non più soggetta ai freni inibitori da cui un tempo scaturiva quella sana vergogna di sbagliare. Sarebbe davvero divertente vedere l’autovelox impossibilitato a “estorcere” multe, per conto dello Stato taglieggiatore, grazie all’ineccepibile comportamento degli automobilisti, attentissimi a rallentare fino al “passo d’uomo” in prossimità dell’apparecchio sanzionatorio; e poi, di lì a qualche tempo, assistere alla seduta del consiglio comunale dove si discute dei mancati introiti, e chiedere conto del disappunto incarnato sui volti della giunta dinanzi a ciò che, invece, dovrebbe suscitare soddisfazione e pubblico encomio. Se davvero gli autovelox fossero deterrenti all’eccessiva velocità – come sostiene la legge – e non volgari macchinette per far cassa, come spiegare infine certi musi lunghi?               

Marco Onofrio          

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

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Nota critica a una poesia inedita di Emanuela Dalla Libera

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HA ANCORA I SOLCHI DELL’ALTALENA L’ALBICOCCO

Ha ancora i solchi dell’altalena l’albicocco
tra l’erbe a stento si nasconde l’orcio
frantumato dove si abbeveravano i grilli
nelle estati umide di suoni e di fermento
e nelle notti di luna piena la civetta nascosta
tra le fronde levava schiva voci di mistero.
Chissà se il tiglio racconta storie ancora
ai balestrucci a primavera, se i nidi
accoglie a crescere dei merli i nuovi canti,
se il vento i semi sparge a perpetuare
gli incanti miei perduti nel mondo alla deriva.
Solo il fiume oltre i campi sa dirmi quali voci
si levano ancora tra le rive dei gelsi uvidi
agli inverni, di quali inciampi riempirò
i miei giorni che scioglierò la sera accanto al fuoco.
Ora saetta il tempo visioni affievolite,
hanno smarrito i volti delle fiabe le nuvole nel vuoto,
solo qualche sillaba mi porta ancora il vento
se un’eco dispiega in cielo come un aquilone.

Emanuela Dalla Libera

Commento di Marco Onofrio:

Sunt lacrimae rerum. In questa bella elegia di Emanuela Dalla Libera c’è il sospiro delle cose perdute, compostamente fuso al nitore classico di una “misura” né classicistica né, tanto meno, di mediocre retorica “ad orecchio”, ma consapevole, organica, funzionale alla poetica di “sedimento del tempo” e scavo dell’esistenza che l’autrice elabora nei significati profondi e universali della sua scrittura. Che fine fanno le scene vissute, gli attimi e le cose del passato? Li inghiotte per sempre il vuoto o ne rimangono, almeno, vestigia recuperabili? Che rapporto c’è tra “forma” e “vita”? Dove comincia l’argine della cultura rispetto all’oceano della natura? Quale capacità abbiamo di lasciare una traccia durevole dentro l’infinito storico e biologico in cui, per citare il grande Foscolo dei Sepolcri, il divenire “involve / tutte cose” e “l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”?

Pare che qualcosa rimanga, se la brava poetessa vicentina può scrivere che l’albicocco conserva «i solchi dell’altalena» con cui giocava da bambina, e che l’orcio «dove si abbeveravano i grilli», seppur «frantumato», «a stento si nasconde» in mezzo all’erba. Tornando ai luoghi dell’infanzia (se mentalmente o fisicamente non è dato sapere e non importa) trova dunque dei “reperti” sopravvissuti alla devastazione onnivora del tempo: certo, i «suoni» e il «fermento» delle estati di allora sono svaniti per sempre, i grilli non sono più quelli, e così la civetta con le sue «voci di mistero», i balestrucci, i merli, i nidi, ecc. La natura non è materialmente identica a quei giorni, ma è essenzialmente immutata poiché, come una polla d’acqua sorgiva, resta uguale a se stessa (al netto dell’opera umana) pur nell’infinita trasformazione. Non solo l’albicocco e l’orcio, ma anche il tiglio e soprattutto il fiume (simbolo primario della metamorfosi che rende l’esistenza costantemente sospesa tra divenire ed essere) sono rimasti fedeli al “loro” posto. Quindi si torna come “reduci” tra cose che ci sopravvivono e che, pur rimescolando di continuo i loro connotati, danno conferma “postuma” alle nostre esperienze. Riconoscibili e insieme irriconoscibili come ci appaiono, dopo tanti anni, queste cose ci conducono allo snodo filosofico fondamentale che i versi della composizione vanno a sollecitare: la divergenza tra “spazio” e “ambiente” in cui e di cui può, volta a volta, connotarsi il mondo ai nostri occhi. Il poeta è un “archeologo della memoria” che cerca nel mondo, a nome di ciascuno, un ambiente riconoscibile e abitabile, cioè uno specchio rassicurante dove confermare tutto il buono e il bello dell’esperienza, anche se deve purtroppo fare i conti con lo spazio infinito del «mondo alla deriva» che ogni cosa cancella e divora nella sua “macchina impastatrice”. Tentiamo disperatamente di inquadrare e contenere il mistero inarrivabile, che ci illudiamo di comprendere ma che in realtà “non cape”: non solo l’infinito dello spazio ma quello, ad esso interrelato, del tempo.

I quattro «ancora» di cui il testo è disseminato sottendono un contraltare innominato che coincide con la tonalità musicale stessa dell’elegia: il “non più”. Eppure la memoria ha la capacità di «perpetuare» le cose che non sono più, anche gli «incanti miei perduti» di cui il tempo saetta «visioni affievolite» e il vento reca «qualche sillaba», sparuta come «un’eco» dei giorni che furono. La memoria immaginativa, ovvero il patrimonio di miti infantili a cui attinge fascinosamente ogni scrittore, è ciò che consente di salvare il tempo perduto dentro l’arca delle parole dacché, come scrive la giapponese Banana Yoshimoto (lo so: cultura diversissima da Emanuela Dalla Libera, ma il sentire umano è universale quanto più profondo), “i ricordi veramente belli continuano a vivere e a splendere per sempre, pulsando dolorosamente insieme al tempo che passa”, ed è proprio “il cristallo scintillante dei tempi felici, riaffiorando all’improvviso dal sonno della memoria”, che ci aiuta ad “andare avanti”.

Marco Onofrio  

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“Il bianco”, poesia inedita

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IL BIANCO

I muri non proteggono dal cielo.
Lo sento che mi chiama tutto attorno
per catturarmi nella sua prigione
fino alla demenza, alla pazzia
della tua illusione.

La camera mi balla sotto i piedi,
ho il mal di mare stanco come il volto
coperto dalle maschere che indosso
per farmi un po’ più amare
le giornate di questa vita mia.

Tu che mi guardi dallo specchio
e fingi scioccamente la speranza
se il sogno esulcerato vola via:
dammi una prova concreta
della mia importanza!
Osserva bene il gioco e infine scegli:
casella rossa o casella nera?

Ma tu non dici niente, sei poeta
perché hai già scelto il bianco
dell’abitudine – l’infelicità. 

L’aurora si intuisce dalla sera.

Marco Onofrio

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“Piccole cose”, poesia inedita

PICCOLE COSE

La sera, fredda nebbia che s’oscura
senza vie d’uscita
scende all’anima dal cuore
nel rosso del suo invaso
e lo fa grave: annaspa,
rischia di affogare
ma s’aggrappa
come un naufrago alla boa
di quelle luci fievoli
nel caldo delle case
che tornano a brillare
come le stelle tra le nuvole nere
appena si rischiara a fondovalle.

Sono le piccole cose preziose
che salvano la vita!

Marco Onofrio

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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Emanuela Dalla Libera legge “Anatomia del vuoto”

Anatomia

Una poesia per chi viaggia nella vita, quella di Marco Onofrio, nella vita e nell’universo, nella totalità dello spazio e del tempo che il poeta riconduce alla muta essenza del vuoto dove si forma ogni cosa. Un vuoto originario e costante in cui confluisce una molteplicità di significati e di forme. Forse il vuoto è lo spazio in cui temiamo di smarrirci dal momento che troppi enigmi rimangono insoluti, o la rappresentazione di una angosciosa ricerca di senso, mai perfettamente compiuta, sempre “in fieri”, perché il vuoto si configura come ricerca, vita, intensità di sentire. Il vuoto è lo spazio primigenio in cui ha origine il nostro esistere, il venir fuori, il prorompere improvviso per inserirci in una realtà data, modificarla e nel contempo esserne modificati. È, questo vuoto, spazio infinito di osservazione, riflessione, indagine che coinvolge ogni realtà vivente, ogni cosa costituisca l’universo, da quelle note e minuscole (la cicala, il ramarro) a quelle misteriose e gigantesche (le cefeidi, le comete), tutte abbracciate insieme a costituire un unicum negli arcipelaghi del tempo in cui tutto cambia, / tutto finirà, di cui anche noi siamo parte e al quale non possiamo sfuggire. Ma allora cercare un senso è doveroso a giustificare la divinità della nostra natura umana perché l’imperfezione è sacra, e a comprendere la nostra continua ricerca di un centro in cui rappresentarci, in cui credere di essere mentre continuamente ci sfugge (tu che ti credi il centro del mondo / e invece sei un relitto in mezzo al mare).

Il vuoto è quindi lo spazio in cui cercare, è l’infinito che non si esaurisce perché il divenire è perenne e ogni forma esiste solo perché è in perenne mutazione nella forza assoluta e tremenda / che spinge la ruota del cielo / l’eterna metamorfosi dei giorni. Il vuoto ci è necessario quindi, è l’humus in cui prendiamo forma la prima volta, in cui esistiamo e continuiamo a vivere. È vita, movimento, dialettica necessaria a comporre ogni nuova tessera di un mosaico in continua espansione al cui compimento cerchiamo costantemente di sfuggire, attratti da un irresistibile desiderio di vita, di amore, alimentati da una speranza che è intrinseca al nostro essere perché è possibilità, occasione, imposta chiusa su cui batte il giorno per svelare il segreto dell’amore. La compiutezza, il pieno finiscono per configurarsi come fine, soluzione ultima di ogni nostro gesto (In quale pieno / è già scavata, la fossa / che ci accoglierà / per scomparire?) e il nostro interminabile travaglio / avrà pace, un giorno, / tra le braccia apocalittiche / del Padre.

La scrittura di Marco Onofrio è ricca, coinvolgente, fortemente capace di muovere emozioni e far nascere pensieri, le parole sono intense, intrise di profondo spessore, calamitano la nostra sensibilità con immediatezza, proiettandoci in dimensioni sfuggenti, spesso trascurate, ad aprirci varchi in cui il vuoto si riempie di visioni cosmiche ma anche di visioni dell’anima in cui perderci e bearci (Così si dovrebbe morire / – pensavo: non di consunzione / o triste inedia, / ma nella pienezza irripetibile / della felicità). E naufragare in questo vuoto, mare inarrivabile / del mondo, è dolce, esattamente come nel mare leopardiano, perché solo questo vuoto ci può, almeno nel pensiero,  restituire, dopo tanto, amate / persone e oggetti che non ritroviamo / come i relitti del mare dopo anni: / riportare immagini del tempo / la vita che abbiamo attraversato in un tempo che non c’è più, perché quel tempo ha cessato di esistere e il silenzio a cui chiederemo risposte ci risponderà che le cose che non sono più stanno nel vuoto. Un vuoto che dobbiamo riempire con le nostre tracce, per dire: siamo stati vivi, siamo esistiti.

Emanuela Dalla Libera

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“Pioggia di premi per Marco Onofrio” su «Il Caffè dei Castelli Romani» del 2 dicembre 2021

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Marco Onofrio si conferma eccellenza della Cultura e orgoglio dei Castelli Romani, di cui tiene alto il nome a livello nazionale e internazionale. Il noto scrittore romano, naturalizzato marinese, ha recentemente incrementato il suo già nutrito palmarès di trionfi letterari con tre ulteriori, prestigiosi riconoscimenti al talento e alla qualità della sua produzione, che si avvia a raggiungere i quaranta libri pubblicati. Lo scorso 17 ottobre ha ricevuto, presso il Teatro Comunale di Lanuvio, il Premio Internazionale “Antica Pyrgos” per il volume di poesie “Azzurro esiguo” (Passigli Editore), classificatosi al 1° posto per la sezione “Poesia edita”. Lo stesso volume è stato poi premiato anche a Torino, il 31 ottobre presso il Teatro Vittoria, come 2° classificato al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Metropoli di Torino”, sezione “Volume poesie”. Inoltre – dulcis in fundo – qualche giorno fa, il 19 novembre, ha ricevuto a Roma, presso la magnifica Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Presidenza del Senato della Repubblica, il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, per il volume “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Editore), risultato vincitore assoluto per la sezione “Poesia”. Giusto onore al merito, dunque; e tuttavia Onofrio non è solito cullarsi sugli allori. «Ringrazio le giurie per queste bellissime soddisfazioni» ha infatti dichiarato lo scrittore «che non mi distolgono, se non il tempo di brindare, dai tanti progetti in corso: come ad esempio il nuovo libro di critica letteraria, di imminente pubblicazione, e la traduzione francese di una mia antologia poetica, che uscirà nel secondo semestre del 2022. Le gratificazioni dei premi sono senza dubbio importanti, ma ciò che conta davvero è l’impegno, cioè il lavoro che si riesce giorno per giorno ad esprimere. A me interessa più scrivere che promuovere ciò che scrivo». Il che, peraltro, rende ancora più ragguardevoli e meritori i traguardi ottenuti da Onofrio. Chapeau!  («Il Caffè dei Castelli Romani», 2 dicembre 2021, p. 15)

F. T.