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Mini-tour in Calabria (Laino, Cosenza, Castrovillari, 8-13 maggio 2022): alcune foto delle serate

“L’officina del mondo” a Laino Borgo (8 maggio 2022)
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“Specchio doppio” a Cosenza (10 maggio 2022)
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“Distrazioni”, di Cristina Polli. Lettura critica

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Se già la silloge di esordio, “Tutto e ogni singola cosa” (2017), aveva dato la netta sensazione di inaugurare una voce poetica di vaglia, con il terzo libro (dopo il poemetto “Quando fioriscono le tamerici”, 2020) Cristina Polli conferma e anzi migliora quanto di buono realizzato in precedenza, giungendo alle soglie di una prima e robusta maturità espressiva che le consente di precisare meglio i traguardi e gli strumenti del suo percorso. 

Direi che il fulcro di questo “Distrazioni” (EdiLet, 2021, pp. 80, Euro 12) è la soglia sottile che unisce-separa l’Ordine dal Caos, quindi il controllo razionale del mondo (o l’illusione del controllo) e l’abbandono alla sua forza. Come arriva più lontano il volo di un uccello: remigando gagliardo nell’aria o lasciandosi portare dalle correnti? Il principio dell’aereo o dell’aliante? Molte parole-chiave segnalano tale metamorfosi di pensiero e di approccio: dal controllo che aggredisce e disperde, al dono che si coglie nell’abbandono. Resa, attesa, desistenza, caduta, spoliazione. E due verbi emblematici come precipitare e sciogliere. “Il tempo dell’attesa” è, peraltro, il titolo della prima sezione del libro. Leggiamo versi come, ad esempio, «Ho posto l’attesa a governo dell’ora», oppure «l’inquieto trasalire dell’attesa». Attesa di che? Del rivelarsi spontaneo dell’Essere, nel «bagliore dell’attimo» che esplode.

L’ANGELO MI RICONOBBE

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta impari
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi
e nel bagliore dell’attimo mi apparve
il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

Insomma il mistero, se aggredito, si nasconde; se lasciato manifestarsi, si rende disponibile alla rivelazione. È qualcosa che erompe con i suoi tempi (ecco l’importanza dell’attesa) se è giusto e armoniosamente “aperto” l’incontro con l’alterità. Quindi, a ben vedere, è una questione di dialettica tra riduzionismo e complessità. Vogliamo ridurre tutto alla nostra portata per esercitare un controllo sulle cose: un controllo che sa di dominio utilitaristico. Così funziona il pensiero occidentale, il tempo unilineare che guida il progresso della storia. E abbiamo il fegato, per assorbire il veleno di questo incontro continuo con il pugno duro della realtà. Ma l’«innocenza crudele» della Vita è un avvoltoio che scarnifica ogni giorno il fegato (come l’aquila lo divora a Prometeo incatenato sulla roccia) per impedirci di sottrarre la nostra coscienza all’autenticità dell’incontro.

RIPETIZIONE

Si è aperto tra i rami il giorno incerto
ho destinato alle carte la mia poca energia
il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio
che non sa perché mi scarnifica il fegato
ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza
crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

Non dobbiamo opporre difese e resistenze, se vogliamo giungere al cuore della verità. È una specie di principio omeopatico della conoscenza. Qualche esempio? Ci muore una persona cara: rimuovere il dolore non consente di elaborare il lutto. Dante non può arrivare al Paradiso se prima non attraversa la tenebra dell’Inferno. L’alba non sorge senza la notte che la precede. E così l’attenzione: per giungere al frutto supremo ha bisogno di approfondire ciò che la distoglie dall’oggetto. Quindi la vera attenzione nasce dal perfezionamento della distrazione, per abbandono totale all’avventura che apre nel mondo e all’accoglienza dei segreti che libera alla luce. Ecco il titolo del libro! Le “distrazioni” si rivelano il modo migliore, cioè il più poetico, per conoscere l’essenza delle cose. 

Gli animali sono parte del concento universale, sono naturalmente attenti nella distrazione. Mentre ognuno conosce «la sua parte a memoria», l’essere umano è l’unico animale che deve costruirsi un mondo ricavandolo razionalmente dall’universo, derivando cioè il cosmo dal caos. «Ecco che misuro / i miei passi sulla strada» scrive Cristina Polli rievocando il vo mesurando a passi tardi e lenti di Francesco Petrarca (Solo et pensoso, sonetto 35). Ma per giungere alla realtà vera non bisogna misurare i passi! Occorrono «rotte scomposte» che consentano di uscire dai cardini razionali, il deragliare di un «io che si discosta in transito». L’io che si discosta, che cioè si fa da parte, è la derealizzazione del soggetto come centro irradiante di coscienza.

Dispersione è un’altra parola-chiave. Essere in un luogo e contemporaneamente altrove: «svolto angoli come se dovessi / in un istante / comparirmi altrove». Dunque perdersi per ritrovarsi: «mi slaccio / mi tramuto e sperdo». Spogliarsi delle abitudini che ci fossilizzano e ci addormentano.

CHIEDO IN PRESTITO

Chiedo in prestito una veste
da indossare come un gioco sconosciuto
per non essere io per un istante.
Chiedo di dimenticare il gesto appreso
di sorprendermi quando alzo lo sguardo
trasalire e perdere la presa della cima
tra la mano e l’oggetto
la distanza.

Se «il pensiero è sponda dello sguardo», serve uno sguardo diverso «per sorprenderci / veri in questa spoliazione». Essere pronti per una caduta senza appigli a cui afferrarsi: affacciarsi «a un vuoto / di mura sgretolate». Il soggetto come centro irradiante di coscienza non può per definizione cogliere la coscienza irradiante del mondo: è troppo auto-centrico e presuntuoso per riuscirci. Ecco ad esempio la meravigliosa sospensione epifanica de “Le tre del pomeriggio”:

Ringrazio la solitudine delle tre del pomeriggio,
il caffè e le ali d’ombra
tra le nuvole e la mia finestra,
i rumori lontani e la bambina dei vicini
che non piange.
È richiesto uno sforzo di oggettivazione
          − una domanda sul senso dell’agire,
ma siedo inerme, solcata di passaggi
e urla e risa e occhi.
Invasa.

Basta sapersi mettere in ascolto autentico del mondo, oltrepassando lo «sforzo di oggettivazione», ed emerge il suono stesso della realtà, la «nitida madre d’eterno» con la sua «tenue cantilena dell’indugio». Attenzione, però, niente di sovrannaturale: l’epifania emerge dalla realtà più ordinaria, aprendosi al «rendez-vous / di suoni e segni» che ci attende in strada (spesso nella tristezza acida della città, soprattutto d’autunno e d’inverno, ad esempio la «luce di lampione sulle pagine», le «ombre che rincasano», «i fanali in coda», le «luci / riverberate in corsa / sull’asfalto»…) Ma è proprio dentro il quotidiano apparentemente più grigio e trito che si aprono le feritoie rivelatrici, le «magiche finestre». Il varco di montaliana memoria può essere un mutamento impercettibile di luce, o la bellezza che trascende il fato della dissolvenza, o una preghiera che vibra in una «crepa della voce». Basta un lampo di miracolo («il lampo che / fa chiara la parola» nella trasparenza della poesia) e la fermata dell’autobus «si trasforma in un bosco. / Il luogo è lì», il «mistico luogo dell’intesa».

Emerge così, senza averla cercata con l’intelletto, la rete infinita delle connessioni, «le intersezioni dei gesti / e degli eventi», i nodi che legano e trattengono la struttura nascosta del mondo: ecco lacerti come «mi irretisce», «intorno mi trama», «mi intesse rete», nella coscienza complessa del cosmo-labirinto circostante. «Cos’hai visto nella tela del ragno?» si chiede e ci chiede Cristina Polli. Magari scomporsi tra i rami «l’iride del giorno / luce e forma d’intessuta levità». Ovvero fruscii, tremori, rumori lontani, «ogni volo, ogni battito d’ali», insomma, ancora tutto e ogni singola cosa

È il mondo stesso che suona la sua musica, come le «parole» dell’acqua con «accenti che non so». La corrente della Vita «rimesta passaggi» anche sottopelle e squarcia la superficie del tempo, producendo la lacerazione tra centro e periferia, perché forse è in periferia che accade l’essenziale. Immaginiamo di guardare una partita di tennis al contrario di come viaggia la pallina. È così che, al di là dell’abitudine acquisita, scopre l’insolito il poeta: nei dettagli apparentemente insignificanti che racchiudono – e per questo possono svelare – gli accenti più sinceri della verità.  

Il divenire del mondo si manifesta, com’è ovvio, attraverso la dissolvenza delle forme che «mutano» continuamente «sotto il cielo», e quindi non si afferrano perché non trattengono la dispersione, come le «labili tracce» delle orme sul bagnasciuga del mare:

ORME

L’onda a suo piacere
ti disegna un manto
decide a capriccio la curva della luce
sabbia di silice sgranata
traversata da un orlo di marea
che ti compatta lucente sentiero
d’orme
labili tracce velate
da nuova
bianca schiuma
ricordi della rena
che le accolse.

E ancora:

MARE

Balsamo al mio spirito inquieto
è l’onda che torna
s’infrange
riprende
s’adagia ineguale
dilegua il colore
e le orme
e in bianca spuma tramuta
il moto profondo dell’acque
s’accorda coi moti dei mondi
in specchi cangianti d’opale.

La poetessa si vede «come una bambina distratta» che impara a costruire un nido sulla «trama delle crepe», cioè a «trarre di sé i resti» (fra l’allegria del naufrago ungarettiano e il vecchio marinaio di Coleridge) per usare il margine interiore della parola-soglia, nella «stasi silente» del suo canto, dove purificare il fiele e il sale dell’esistenza, oltre tutte le incrostazioni dell’esperienza.

Questo libro è un cammino di conoscenza essenziale: vuole aprire le gabbie della ragione per affidarsi e affidarci alla forza sacra che «scioglie in acqua a scorrere / le cose come sono», fino alla capacità di leggere in modo nuovo il libro del mondo, arrivando a vedere l’invisibile, ed accade per esempio nella splendida “Calligrafia del silenzio”, riportata in quarta di copertina:

È caduta per me
la foglia sull’asfalto.
Non so la foglia
o l’albero esile
da cui si è lasciata prendere
scrivendo un volteggio
senza vento.
Calligrafia del silenzio
che di bellezza muta
mi attraversi.

Marco Onofrio

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“Specchio doppio”, letto da Maria Teresa Armentano

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Di solito i racconti sfidano il lettore appassionato, non critico di professione, incollandolo alle pagine: si leggono uno dietro l’altro, quasi di corsa, per scoprire un nuovo mondo, una realtà sempre diversa, un personaggio intrigante; in ogni modo si è trascinati dall’ansia della scoperta. Nel libro di Marco Onofrio recentemente pubblicato a Cosenza da Pellegrini Editore, a guidare la lettura è stata invece l’originalità impensata del titolo, “Specchio doppio”, e le sezioni con due coppie di racconti. Se qualcuno si guarda superficialmente in uno specchio vede un altro se stesso identico, ma se lo specchio è doppio anche l’immagine si sdoppia, e si scopre che, dietro la prima, se ne delinea una seconda del tutto nuova in cui i frammenti, come i tasselli di un mosaico, si scompongono e ricompongono in modo inconsueto. Sei un altro che può trasformarsi ancora in un altro se l’immagine si decompone, svanisce, è in primo piano o sfocata.

In questi racconti Onofrio opera un gioco dell’inconscio con una lente che può deformare, avvicinare, ingrandire, abolire le distanze o renderle infinite come ci suggerisce la copertina con l’obiettivo in primo piano. Lo scrittore spazia intersecando vari piani come un regista che sceglie le inquadrature focalizzate sul sogno grottesco o sul paradossale. Per Onofrio è quasi una necessità ancorare il lettore, con suoi dieci racconti doppi, a una parola che sia confronto tra i due specchi, anche se non risulta fondamentale che siano gli avvenimenti, gli oggetti o i personaggi al centro della narrazione per assumere il senso che lo scrittore vuole dare alle coppie poste tipograficamente accanto ma simbolicamente opposte. L’obiettivo è che si riflettano per creare le sfaccettature necessarie a osservare la realtà attraverso una doppia lente, da lontano e da vicino, dal reale al surreale, come quando si ritorna ai ricordi della prima infanzia o si recupera il visionario incanto di un campo di calcio che è metafora dell’esistenza con le sue contraddizioni. Così nella descrizione di Roma e del Colosseo, che nasce da uno sguardo d’amore per trasformarsi nell’illusione incantata di un tempo senza fine, di una eternità che diventa sogno illusorio, anche spinto all’eccesso di un rapporto carnale per rilevare la fusione di se stesso con la città e l’intima essenza di un luogo, il Colosseo, simbolo appunto di specchio del mondo. L’autore ha scelto di accostare nel doppio specchio il contrasto anche nei titoli delle sezioni: “Caos” e “Sentimento” per offrirci ancora un doppio volto del surreale che nasconde e talvolta esalta il reale creato da sguardi e da suoni che si perdono nel vuoto e nel nulla. La realtà si dissolve, s’infrange nello specchio che riesce a restituire solo un pallido riflesso svanendo. Nello smarrimento causato dall’inconscio, Onofrio racconta della nostra non–esistenza, di parvenze di una realtà artificialmente creata e mai pienamente compresa e diventata nostra. Anche la denuncia sociale dei mali del nostro sistema di ipocrisie in cui, forse per suggerimento inconscio, sono accostate le due sezioni dal titolo “La Politica” e “L’Italia”, ritroviamo esemplari macchiette, compendio dei mali di situazioni esacerbate fino all’assurdità e che per questo privano di ogni speranza il futuro e si specchiano nella doppiezza di una realtà frantumata.

La lingua si piega alle esigenze del racconto e del suo ritmo veloce: le frasi brevi, l’aggettivazione ricca, le metafore come ad esempio in “Campare scrivendo” o in “All’opera!”, le parole isolate che si susseguono incalzanti racchiudono una ricerca anche del suono che accompagna la parola, scoprendo così la sostanza dell’essere poeta presente in Onofrio. Di là dall’apparire un difetto, mi sembra, al contrario, un pregio della scrittura dell’autore, una raffinatezza che esalta l’attenzione del lettore che gode anche di questo gusto linguistico come di una novità che appartiene al piacere di leggere, alla gioia stupefatta di chi ha scoperto uno scrittore che ha “reinventato” il modo del raccontare fuori dai paradigmi tradizionali, allontanando e deformando la realtà, pur rispettandone la complessità.

Maria Teresa Armentano

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“Specchio doppio”, letto da Dante Maffìa

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Non ricordo chi ha detto che è più difficile realizzare un racconto perfetto anziché un romanzo. Il racconto deve sintetizzare una storia, focalizzare un problema, darne l’essenza e caratterizzare uno squarcio di vita nella pienezza dello svolgersi. Respiro ampio, dunque, in poco spazio. Marco Onofrio ha al suo attivo un lievito di esperienze importanti e di letture sterminate, e ha guardato, cioè saputo guardare, ai modelli riusciti, agli autori di racconti che sono diventati classici, a cominciare da Gogol e da Gorkij, a Verga, a Pirandello, ecc. Ma in questo “Specchio doppio” (Cosenza, Pellegrini, 2022, pp. 160, Euro 15) si è indirizzato, vista la materia trattata, verso altre sfere, altre fonti, anche se ormai non ha bisogno di seguire i passi di nessuno, essendo arrivato a una maturità espressiva personale che gli consente di entrare e uscire dalle situazioni col suo piglio graffiante e ridanciano, con la padronanza di chi conosce bene i meccanismi del fare. Naturalmente non basterebbe soltanto il possesso della tecnica compositiva a dargli la pienezza che troviamo immergendoci nelle dieci sezioni che compongono il libro, ognuna delle quali composta da due narrazioni che, per la loro invenzione linguistica, per le scene spesso assurde, per le coloriture ironiche e goderecce, fanno pensare alla lezione di Tommaso Landolfi, di Samuel Beckett, di Charles Bukowski. Eppure Onofrio ha preso a piene mani dalla realtà quotidiana, dalla osservazione di ciò che accade accanto a lui e che ai più non desta attenzione. La sua sensibilità invece ne viene coinvolta e così lui snida i lati oscuri, comici, segreti; va oltre le apparenze, ne distorce il cammino e lo ribalta, ne trae implicazioni drammatiche, connubi esilaranti nei quali la dissacrazione di ciò che in genere è vissuto ciecamente diventa soggetto di qualcosa. Reinventa insomma la realtà e ne connota gli sfilacciamenti, i vizi, le ossessioni, i sogni corrotti, le disfunzioni del vivere, gli eccessi.

Il bello è che Onofrio si diverte, soffre, diventa ogni volta il protagonista implicito del racconto, come a voler saggiare carnalmente ciò che fa accadere. Difficile stabilire quale dei venti racconti è il più affascinante. Ho provato a chiedermelo e subito ho cambiato idea, perché in ognuno trovo il godimento dell’invenzione, mai fine a se stessa. Un godimento che apre sui vizi della quotidianità e diventa, alla fine – anche quando è la sessualità a farla da padrona, come in “A porta vuota”, “Le mutandine”, “Il mal della borghese”, “Don Arfio” – analisi serrata e veritiera della filosofia del genere umano, che ha sempre dentro di sé uno specchio doppio, se non triplo. Siamo abituati alle scorribande di Onofrio nella psiche umana e nei meandri che inquietano il senso del vivere, conosciamo la sua irruenza e il suo passo di cavaliere errante che sa cogliere la fuga del bene e del male; ma qui egli ha trovato una misura che non s’arresta alla soglia delle situazioni. Ci scava dentro, le rivolta, le ribalta, ne scerpa l’idiozia e ne fa catarsi di una svolta auspicabile per ridare vigore ai valori, ai sogni, evitando le troppe e sconce interferenze, ormai dissestanti e malevole.

Forse il valore maggiore di “Specchio doppio” è la scrittura, tenuta sul rigore di una classicità che non demorde dal voler cogliere le sfumature della psiche e non si arrende allo sfacelo in atto portato dai minimalisti, dalla canea degli arrivisti e dei “banalisti”, oggi purtroppo difesi a spada tratta (personalmente mi fanno rimpiangere le Luciane Peverelli e i Salvatore Farina!). Ma torniamo ad Onofrio, almeno per dire che quando poi parla di Roma la sua pagina emana profumo di scrittura, e tutto diventa magico per offrire il senso nuovo di un approccio alla Caput Mundi. Leggiamo appena due righe: «I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti». Ecco, è questo il racconto preferito: “Il tempio del tempo”, dedicato da Onofrio alle stratificazioni storiche, antropologiche e anche esoteriche del Colosseo. Ma è scelta di un momento, perché come si fa a non seguire nel suo “camaleontismo”, sono parole di Paolo Di Paolo in quarta di copertina, il “Poeta aereo e iperconsapevole” che risponde al nome di Marco Onofrio?

La fluidità della scrittura, tra l’altro, incolla alla lettura e così i suoi voli surreali, le sue impennate, le sue giravolte non sono giochi d’artificio, ma ancora una volta espressione di quella condizione umana che ha sete di misurarsi col mondo. Insomma, “Specchio doppio” ha saputo fare il ritratto efficace e consistente del nostro tempo, abitato per lo più da scimmie ammaestrate alla banalità e all’insipienza. Onofrio ha giocato e giocando, questa è pedagogia della letteratura alta, ha gettato in bocca al lettore il seme per aprire gli occhi, la scomoda verità dell’inconsapevolezza additando la strada, l’altra faccia dello specchio.

Dante Maffìa