In evidenza

“(H)ombre(s) migranti”, di Andrea Cantaluppi. Lettura critica

Onesto e intenso, multiforme e sfaccettato, leggibile e coinvolgente, (H)ombre(s) migranti (Ediesse, 2009), di Andrea Cantaluppi, è un libro all’incrocio tra narrativa e saggistica: racconto, diario di viaggio, reportage giornalistico, referto di indagine antropologica, sociologia, geografia umana. E ancora: regesto di urgenti riflessioni sul nostro tempo. È infatti la problematica complessità del mondo contemporaneo, la sostanza che emerge in controluce dal tessuto di un’intensa, coraggiosa e sofferta esperienza personale. (H)ombre(s) migranti racchiude fin dal titolo il passaggio da “ombre” a “uomini” (hombres) che, evocando indirettamente il mito platonico della caverna, traguarda la possibilità di ridare dignità e forza ai reietti, ai “vinti” della storia. Il libro traccia dunque un percorso di autocoscienza, etica e sociale, che per rapporto antinomico parte da un contesto di sottocultura consumistica, di globalizzazione indiscriminata, di consumismo massificato. Un «clima di diffidenza e di violenza istituzionalizzata» dal quale Furio, il protagonista autobiografico, sente il bisogno interiore di staccarsi definitivamente. Il mondo di plastica. La realtà e la rappresentazione. La cosa concreta e l’immagine-simulacro. Il valore della persona umana non apprezzato a prescindere: oggi esisti e vali se appari, se si parla di te. Si dà importanza e attenzione solo a chi emana sentore di successo e potere. A nessuno viene voglia di approfondire, di andare a verificare per capire meglio. Anche a poche centinaia di metri dall’accaduto, la notizia viene vissuta come riflesso evanescente del solito TG. La televisione è satellitare ma impedisce di vedersi: ci fa vedere il mondo, ma ci rende invisibili a noi stessi. La comprensione autentica del mondo, invece, non può prescindere da una ricerca più seria e minuziosa di se stessi. Costa sofferenza, ma è indifferibile.

Sono convinto che più sarò bravo e sincero nello scavare entro di me, più potrò essere utile agli altri.

Furio è un uomo alla ricerca di se stesso. Ha voglia di bere alle sorgenti della vita. Per rinnovarsi e ritrovarsi: per vedere se è ancora capace di «legare i propositi con i fatti». È al mare, d’estate, e legge Confesso che ho vissuto di Neruda. A un certo punto, staccando gli occhi dalla pagina, assiste per caso allo sbarco di una carretta del mare carica di disperati. È proprio in questo incrocio tra pagina e mondo che si disegna lo spazio della possibilità, cioè della politica. Sognare la realtà per realizzare il sogno. Ma ci si scontra con la maggioranza silenziosa degli “idioti” (in senso etimologico). Penso alla distinzione aristotelica tra “polìtes” (chi si interessa alle questioni pubbliche e conosce i problemi politici) e “idiòtes” (da “idios”, cioè proprio, personale: chi si interessa solo alle proprie faccende private). Certamente non “idiota”, Pablo Neruda ha svelato l’anima poetica alla povera gente, dando voce all’anima poetica della povera gente. La libertà dei popoli si fonda sul nutrimento dello spirito garantito dalla cultura. I libri aprono gli occhi e accendono la mente. Fondamentale è la consapevolezza.

Quanti sentieri si possono tracciare se si è convinti di ciò che si fa.

Il mondo, dunque, si può cambiare. Dipende da ognuno di noi. Resistere. Pre-occuparsi. Impegnarsi. E soprattutto: «non smettere mai di indagare, con attente osservazioni, dentro di sé, ponendosi domande». Come quelle che Furio si fa continuamente, roso da un tarlo interiore, da un bisogno di analisi, di profondità, di comprensione. Capisce così che occorre distaccarsi dall’eurocentrismo, perseguendo l’idea di un’Europa non come club esclusivo di ricchezza e privilegi, ma come grande opportunità storica di unificazione dei popoli. Avvicinare mantenendo le differenze. La globalizzazione tende invece a uniformarle, ma così le accentua ancor di più. Ecco la recrudescenza dell’odio, del razzismo, della xenofobia. Che può la cultura al cospetto della vita? La realtà vera «è più dura e vigliacca di quello che ci piace immaginare. Bisogna sporcarsi le mani e provarla per poi cambiare, e non soltanto opinione ma atteggiamento, e poi forse capire cosa fare e quanto costa».

Ed ecco il “secondo tempo” del libro: dalla premessa analitica alla conseguenza pragmatica. Furio adesso parla in prima persona per raccontarci – con scansioni da “diario di bordo” – questo suo “grande salto”: già, perché parte per il Messico! Dove va a fare il volontario in una missione cattolica gestita da religiosi scalabriniani, che sostiene i migranti di tutti i Paesi del Centro America: uomini, donne e bambini che tentano di attraversare il Rio Bravo per entrare negli USA, in Texas. La missione si trova a Nuevo Laredo: un luogo di transito, di pericolo, di sofferenza, in un territorio gestito dai narcotrafficanti. È nel divario di questa frontiera/frattura che Furio scopre le radici delle sovrastrutture, del condizionamento culturale per cui si formano certi pregiudizi, certe categorie.

Lì c’è il Texas, il Primo Mondo. Di qua e di là, cosa significa? Nulla! Questa differenza va combattuta culturalmente ed è uno dei motivi che mi ha portato sin qui.

Bisognerebbe imparare a guardare il mondo come si vede dall’alto, dall’aereo: la «geografia naturale senza ostacoli visivi, mentali, istituzionali». Il cielo non conosce muri. Come le aquile che Furio vede varcare in volo il confine.

L’aquila è andata “di là” senza nessun controllo burocratico: lei è libera, l’uomo no. L’aquila va e viene quando vuole, l’uomo è riuscito a farsi prigioniero da solo in nome di un egoismo contro natura e far apparire folli coloro che rimettono in discussione lo stato delle cose in nome dell’amore e della libertà.

In Messico Furio incontra tanti casi umani (letti come libri viventi nel “terzo tempo” ideale del volume) con cui si confronta “alla pari”, sia pur da straniero, da europeo. Laggiù tocca con mano che «la giustizia è uguale per tutti, ma per i ricchi è un po’ più uguale». E capisce una volta di più che il prezzo della Storia lo pagano i poveri, i deboli, gli emarginati: perché la Storia la scrivono i ricchi e i vincitori. Anche per colpa del tradimento perpetrato dai garanti (o presunti tali) delle istituzioni etiche. L’adulterio tra il potere e il clero: la croce confusa con la spada. La Chiesa in America Latina, ad esempio, è sempre stata collusa con le destre reazionarie appoggiate dalla CIA, diffondendo oscurantismo e osteggiando la “teologia della liberazione” promossa dalle sette pentecostali ed evangeliche a favore degli emarginati, per la giustizia autentica. È il sentirsi «appartenenti all’umanità» che «ci rende solidali», pronti cioè a «crescere verso una comprensione reale dell’uomo così come realmente è, e non come ci è stato dipinto». Il mondo globalizzato sembra andare da un’altra parte: verso il baratro. Il prevalere del profitto come unico criterio. L’individualismo esasperato. La frammentazione delle comunità. La solitudine seriale.

Il dollaro è il primo valore nella scala sociale e l’uomo è stato relegato all’ultimo posto.

E invece «occorre mettere l’uomo al centro, questo è il punto. Davanti all’uomo, nessuno si può tirare indietro, non ci dovrà essere più spazio per grandi pensatori che, all’interno delle loro torri d’avorio, indicano la rotta da seguire: o si sta tutti insieme a tirare la barca, o questa si avvita in un girotondo fatale». Andrea Cantaluppi e il suo alter ego Furio ci ricordano che occorre un’etica umana globale, umanistica, post-ideologica. Capire una volta per tutte che ogni persona è unica, irripetibile, insostituibile: e da lì far discendere tutto. Risvegliare i veri valori oltre i miti narcotizzanti del consumismo di ennesima generazione. Dignità, appartenenza, identità, spiritualità, cultura, solidarietà: ecco le parole d’ordine del nuovo mondo da edificare, senza rinunciare alla speranza. 

Porto con me la certezza che l’uomo ha ancora la possibilità di guardarsi allo specchio e ritrovarvi un essere gioioso e speranzoso, se è cosciente di chi è e che cosa deve fare insieme agli altri.

Un invito e un monito per ognuno di noi.    

Marco Onofrio

In evidenza

“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Antonio Miniaci

Layout 1

L’“officina del mondo”, cioè un posto dove si lavora ininterrottamente e si aggiusta la macchina che muove l’universo? E dov’è situata? Chi è il meccanico che riesce a far funzionare gli argani, a mettere in moto, spegnere, far girare le ruote sull’asfalto dell’anima? È Dante Maffìa, lo dice Marco Onofrio in questo libro (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che ho trovato edificante, necessario, scritto con l’anima e con l’intelligenza, cioè col cuore e con la mente; un libro che ha saputo entrare nella pienezza della poesia del poeta calabrese e ricavarne indicazioni alle quali gli uomini di cultura, quelli veri e non venduti al potere, dovrebbero porre attenzione, perché Maffìa ha toccato si può dire ogni argomento, da poeta, cioè da uomo che si è servito della sensibilità per cogliere ciò che si muove dietro le quinte del quotidiano.

Dante Maffìa ha scritto a valanga, senza posa, spinto dal demone dell’ispirazione, ma non lo ha fatto, almeno così dimostra Onofrio, per presenzialismo o per essere riconosciuto fautore di qualcosa; lo ha fatto per scavare nei meandri del mistero, nei risvolti delle azioni umane, ma soprattutto nei sentimenti e nelle emozioni. Le sorprese non mancano, si parla d’amore, innanzi tutto, ma anche di follia, del patrimonio culturale che spesso va in fumo, della sostanza sociale che viene distorta e camuffata in vesti inadeguate, di politica, di economia, di filosofia, di metafisica, di storia, di emigranti, e si parla anche di riproposte di versi antichi che in Maffìa assumono una valenza nuova e si trasformano nella voce della verità. Incredibile il lavoro fatto da Onofrio: non ha lasciato nulla al caso, non ha sorvolato sulle connessioni che il poeta ha sempre compiuto con la realtà, anche quando gioca col surrealismo più sfrenato, con la liricità, con la classicità.

Un libro come questo vale non solo per scoprire una personalità illustre come Maffìa, ma anche per il metodo con cui è stato concepito e scritto. Finalmente non assistiamo allo sciorinamento di una serie di “ragioni” generiche. Quel che afferma Onofrio è misurato e valutato sul campo, cioè dopo avere letto e riletto all’infinito i testi, dopo averli spremuti per vedere se davvero grondano di bellezza, di “provocazioni”, di “passeggiate” che fanno conoscere il senso vero dell’uomo, dell’esistere, del morire e del rinascere. Dopo l’ondata malefica – come altrimenti chiamarla? – delle ossessioni linguistiche, che di avanguardia avevano soltanto la crosta, finalmente un critico agguerrito e paziente che ha saputo tessere la filigrana del fuoco impastato da Maffìa e darcene conto, facendoci intendere la portata universale del suo “messaggio”, grazie a cui è stato da tempo proposto per il Nobel ed è da sempre apprezzato, in Italia e all’estero, come uno dei maggiori poeti contemporanei.

Antonio Miniaci

In evidenza

“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

In evidenza

“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu