“Appello” (a Dante Alighieri)

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APPELLO (a Dante Alighieri)

…ma non erano da ciò le proprie penne
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne…
(Paradiso – 33, vv. 139-141)

… Inesorabilmente, da quel cielo
nel suo perenne lumine irradiato
atterrò d’un attimo il mio ciglio
ché ancora non ardivo ricercare
la fonte del più nobile consiglio.
E lì si aperse il velo, innominato.

Lui m’induceva a dire come figlio
che domandato al padre si confessi
temendo di non reggere l’acume
nell’acqua trasparente dello specchio
ove polire, a forza di speranza
le brume incatramate degli abissi
e solvere l’enigma dell’andare
eterno che contiene l’esistenza.

Mi rischiarai la voce titubante
che più sottile in punta della gola
il brivido impediva nell’uscire
ghiacciato dall’aguglia che le vene
appinza, e a porgere quel dire
brillava la mia fronte di sudore.
Allora m’ersi, vocai tutto l’ardire
forse l’ultima possanza che restava
e nel silenzio, madido di luce
come appena mormorando
cominciai:

“Dante, i’ vorrei che la tua voce
amara sì non fosse messaggera
di ciò che in questo giorno
mi riserva ad essere la sera.
Ah, saperti pareggiare
nell’eletto idioma che mi degni!
Mi mancano parole, e non poeta
né retore sono, ma giovane confuso
che ha perso la sua strada, se la ebbe
e ritrovar vorrebbe, fin da ora
la più alta dimensione
della vita, quella da cui nacqui
e arriverò passando, come spetta
per corso naturale ad ogni uomo.
Sdegno infatti l’ardimento
di guardarti aperto, ché ritengo
di perdere la vista al tuo splendore
meato dall’interno del diadema
che cinge la tua testa, t’incorona.

La tua sostanza prome d’intelletto
e della mente il seme a un punto tale
che favellar, tacere o contemplare
l’amore ch’arde vivo in chiara amanza
e da se stesso aumenta e si mantiene
non reca giovamento a quel suo male
o passo decisivo alla salute,
ma sì piuttosto danno e non rimane
l’onnipresente danza che l’involve
al divenir del mondo e del suo fare
ché ne basisce il labbro al verbo muto
e impallidisce in volto il colorito
allor che d’esta ardenza colmo il cuore
e intriso il sentimento di tremore
come un cavallo zoppo al dir mi pongo:
troppo parvo sònti nel cospetto
e prego la tua guida pel cammino
che nel destino ignoto s’apparecchia
e chieggo della luce il senso oscuro
che fa sotteso darsi a questo viaggio
dovere universale che c’impelle
assiduamente a scegliere la vita
la grazia e la portata del suo velle.

Che significa lo spazio circostante
dove muore, spegnendosi nel vuoto
la forza palpitante dentro il cuore?
Che cosa ci vuol dire dai primevi
il tremolio silente dei notturni?
Questo cielo inascoltato
che non ha contorni?

Donami un segno, un simbolo del vero
e che una volta la favilla dell’uscita
baluginando sorga dall’oscuro,
non sia fata morgana
la chiave-gibigiana del mistero
caduta da millenni in fondo al mare;
abbracci la tua mente queste spalle
e rampi verso l’anima giocondo
di fulmini al galoppo il palafreno
ed illeonito rugga il mite agnello:
s’incieli nel silenzio del profondo
l’aquila ghermendo la saetta
seguendo tra le stelle l’alta rotta
e insieme negli artigli il ramoscello
argento-verzicante dell’ulivo
e un giglio immacolato come emblema
che nel mio cuore scopro: sono vivo!
perché la vita amo e dono amore
copiosamente attorno, senza tema
come fosse la suprema
verità – sapienza et umiltà
dinanzi al pergamo del mondo
dico – certo tu m’intendi –
di quello spirito sognante che matura
nell’incubo del giorno più importante
e che gravarmi sento nell’esteso
e non evolve l’ombra persistente
questa mostruosa immensa allucinante
di vuoto apocalisse e spazio nero…
deh, sveglialo, bardalo, frustalo se vuoi
o eletto capitano e marescalco
fammi da mossiere alla partenza
spronalo al volo, tornalo al creatore
all’infinita fonte del potere
come il fiume che divalla verso il mare;
siimi padre, consigliere, amico
e solo che lo sforzo non sia vano
all’alba del risveglio, te lo giuro
potrai vedermi ridere nel sole
nella stupenda luce del mattino
alunno fiducioso più che figlio
sul misterioso, semplice cammino
che proprio dal tuo cenno
avrò intrapreso”…

Marco Onofrio

Il sacrificio (si spera non vano) di Willy Monteiro

willy monteiro

Rabbia e sdegno. È ciò che tutte le persone dotate ancora di coscienza umana hanno provato alla notizia del brutale pestaggio di Colleferro. Ora giustizia e, sì, pene semplicemente adeguate, più che esemplari. Evitando – please – ogni tipo di facile strumentalizzazione politica (c’è un morto innocente da rispettare), nonché il balletto consueto dei patteggiamenti, dei depistaggi, degli scaricabarili. E quindi neutralizzando o limitando al massimo le “acrobazie” dialettiche degli avvocati difensori che certamente fanno il loro lavoro, ma non devono avere il potere giuridico – cavilli alla mano – di mistificare o cancellare la verità oggettiva di quanto accaduto.

Che da questa brutta storia emerga, per Willy Monteiro così come a suo tempo per Stefano Cucchi, un messaggio etico fondamentale: in questo Paese chi sbaglia paga, chiunque sia, senza “se” e senza “ma”. È altresì impossibile, bypassando la reazione immediata, non porsi alcune domande che sorgono spontanee, dal cuore stesso dei fatti. 1) il pestaggio è avvenuto a pochi passi dalla caserma dei Carabinieri: perché i militari non sono intervenuti prontamente? perché non si sono accorti di quanto stava accadendo? perché nessuno li ha avvertiti? 2) perché la gente non ha applicato il principio del “pueblo unido”? dove erano e che cosa hanno fatto o, meglio, hanno omesso di fare coloro che hanno visto e che ora stanno testimoniando? i quattro “coatti” avrebbero continuato a infierire su Willy dinanzi al rischio concreto di essere linciati, linciati sì, da una massa compatta di cittadini, donne comprese? (una possibile e probabile risposta: i cittadini evitano di compromettersi per paura delle ripercussioni, perché sanno che ceffi come quelli – già tristemente noti nel circondario per le loro gesta – non vengono arrestati se non fanno qualcosa di grave, come un omicidio, e se anche poi vengono arrestati “rischiano” di tornare liberi, cioè di imperversare e vendicarsi, entro qualche mese; la gente dunque tace, diciamoci la verità, perché è terrorizzata e soprattutto perché non ha fiducia nelle leggi e nelle istituzioni)… 3) i quattro “coatti” erano fanatici di arti marziali, in particolare l’MMA (mixed martial arts). Non sono sotto accusa le arti marziali in se stesse, ma le palestre dove vengono insegnate: con quali principi? secondo quale etica? se le palestre non vogliono essere ricettacolo di violenti e fascisti, come adesso tengono a precisare, perché non individuano e allontanano i soggetti che intendono imparare e praticare le arti marziali per picchiare e sopraffare il prossimo?

L’episodio apre una finestra inquietante sulla sottocultura di estrema destra che alligna sempre più nel degrado delle periferie e delle province, manovrata ad arte dai reclutatori di violenza e dai seminatori di odio. Le deboli menti di tanti ragazzi incolti vengono obnubilate – oltre che dall’uso regolare di sostanze psicotrope – da ideologie fondate sulla discriminazione, sul razzismo, sull’egocentrismo “eroico” e patologico, e dunque sulla conseguente ricerca di capri espiatori su cui sfogare rabbia, frustrazione, alienazione, tutto il plesso di conseguenze psicologiche e sociali prodotte da una società abbandonata a se stessa come una jungla, dove vige la logica omologante e violenta del “branco” sui presunti “deboli”, le vittime designate fin dagli anni della scuola (i colti, gli educati, i timidi, gli inabili, gli omosessuali, i neri, gli extracomunitari: i “diversi” in qualunque forma declinati). Ma, nella fattispecie, chi si è dimostrato debole? Willy, che è intervenuto per difendere un amico, o il branco di arroganti fascistelli che lo hanno massacrato in quattro contro uno? C’è un grande lavoro di recupero da fare, un lavoro di cultura, di educazione civica, di riprogrammazione familiare (dietro ognuno di certi soggetti c’è quasi sempre una famiglia manchevole o deviata, con genitori destrorsi che trasmettono i semi dell’odio, del disprezzo, della violenza). Il sacrificio di Willy non risulti vano.          

Marco Onofrio

12 maggio 1974: la Lazio di Maestrelli e il grande sogno

scudetto

Me lo ricordo come un sogno, il primo scudetto della Lazio. Avevo tre anni. I complimenti di mio fratello che, pur essendo della Roma, provava ammirazione per l’impresa, strameritata (già dall’anno prima). Era contento: in fondo lo scudetto scendeva a Roma. Scoppiò nel cielo soleggiato della città (era quasi estate, quel 12 maggio ’74) come l’eco di un fatto grosso, rimbalzando di zona in zona, e ricadendo nella coscienza pubblica condivisa, nel sentire epidermico della gente (quasi unico individuo), con i connotati di quella cronaca che, già lo sai mentre la vivi, resterà per sempre, sarà storia. Ricordo il mito di Giorgio Chinaglia, che spaccava le difese come un ariete imbufalito (si ingobbiva in progressione, imprendibile) e gonfiava le reti col suo tiro potentissimo. Ma mio fratello mi parlava soprattutto di Tommaso Maestrelli, l’allenatore, il vero artefice del “miracolo”. Ricordo i caroselli strombazzanti delle macchine, le bandiere biancocelesti dai finestrini, i vessilli dai balconi. Troppo bello per crederlo vero, eppure … La Lazio era NEL SOGNO, come avrebbe titolato a caratteri cubitali la prima pagina del Corriere dello Sport il giorno dopo. Si viveva una realtà clamorosa e pazzesca, che nessuno – soltanto due anni prima, quando la squadra era ancora in Serie B – avrebbe mai potuto credere possibile. Superiore addirittura al Cagliari di Riva, cresciuto in modo più costante e progressivo.

corriere

Glielo chiedo a mio padre, che cosa si ricorda di quel giorno. Praticamente nulla.
“Ma nemmeno dei festeggiamenti?”
“A quei tempi non seguivo il calcio. E poi, lo sai, la memoria non è il mio forte”.
Gli parlo di Maestrelli e Re Cecconi, il “maestro” e il “re”: i miti forse più grandi di quell’epopea, anche per come si è poi “conclusa” la loro parabola di gloria. Fu un bagliore che si spense troppo presto, come del resto tutta quella Lazio. L’alba di un mattino che non venne: e fu subito sera. Il maestro e il re appartenevano a quella genia di eroi che pungono dispetto agli dei invidiosi, i quali non tollerano mai, senza conseguenze, una bellezza così fulgida e pura in mano ai destini dell’uomo. E infatti vennero fulminati, a distanza di breve tempo, da uno strale di tragedia, di dolore, di umana disperazione. Re Cecconi dalla morte assurda che lo recise, splendido fiore biondo, nel gennaio ’77, per uno scherzo incauto al cospetto di un gioielliere dai nervi scossi per le troppe aggressioni subite. Il colpo venne dall’esterno: la pallottola cieca, fredda, insensibile, partita e non più richiamabile, dritta come un fuso, verso il compimento di quel fato. L’istante maledetto rimase per sempre congelato nel suo sguardo azzurro che si freddava. Si accorse di ciò che era accaduto, il povero Luciano? Ebbe tempo di rendersi conto, di vedersi morire? Maestrelli, invece, venne colpito dall’interno, da un mostro maligno che si manifestò sotto forma di carcinoma al fegato, e che lo divorò, dopo un’effimera ripresa, nel giro di venti mesi. E non si può dimenticare il giorno dell’aprile ’75 in cui la squadra tricolore, già da un po’ di tempo immalinconita e annaspante (guarda caso proprio in coincidenza coi primi malori del suo amatissimo tecnico), saputa negli spogliatoi la diagnosi della malattia incurabile, crollò in casa 1-5 contro un Torino maramaldo, incurante delle lacrime che piangevano in campo quelli con la maglia biancoceleste. Così come, un anno dopo, con Maestrelli di nuovo in panchina, resterà per sempre la salvezza insperata e nuovamente “miracolosa” di Como, dopo una stagione tribolatissima.

Racconto queste cose a mio padre con la più genuina passione, da tifoso innamorato, e gli faccio vedere le foto dei due “angeli”. Arriva mia madre da un’altra stanza e ci dà uno sguardo pure lei. Noto che è colta da stupore e impallidisce. Dice che li ha visti il giorno prima, quei due, allenarsi su un prato ai bordi dell’ex aeroporto di Centocelle, dove è passata, a piedi, per tornare da un’amica ammalata cui ha fatto visita: “il prato dove andavi a giocare da ragazzino, ricordi?”
Mi si gela il sangue, un tuffo al cuore.
“Ma sei sicura?”
“Ti dico di sì. Due gocce d’acqua, spiccicati a questi. Li ho guardati più volte, camminando. Il biondo correva e l’altro gli tirava il pallone.”
“Guarda che sono morti da più di trent’anni”.
“Ti dico che erano loro. Stavano in una zona molto verde e bella del prato, nei pressi della recinzione militare”.
“Come erano vestiti?”
“Con una tuta azzurra. E c’era scritto S. S. Lazio”.
“Oh Cristo …”, e quasi mi devo reggere per non svenire.

L’indomani mattina, dopo una notte insonne di brividi, raggiungo il punto del prato che dice mia madre. Non c’è anima viva. Solo un cielo basso e plumbeo, che minaccia pioggia. Guardo e riguardo: nessuno in vista. Cammino lì intorno per qualche minuto, con speranza decrescente. Poi, proprio quando starei per rinunciare, brontola un tuono e scende un raggio di sole da uno squarcio di nuvole nere. Si illumina il verde del prato, poco più in là. E vedo! Prima diafani e incerti, come immagini in controluce. Poi più concreti, sotto apparenza di corpo, di materia toccabile e reale. È esattamente la scena che ha descritto mia madre. Ho la pelle d’oca e gli occhi lucidi, preda di mille emozioni. Paura. Stupore. Sgomento. Pena. Nostalgia. Commozione. Enormità. Mi avvicino con cautela, mentre dal raggio di sole emerge un bellissimo accenno di arcobaleno. Eccoli: sono loro … Maestrelli lancia a Cecco il pallone Adidas Telstar, quello a esagoni bianchi e neri (lo stesso del primo scudetto: il vero, classico, unico pallone evergreen – non quelli che usano adesso), e l’angelo biondo, con la sua falcata impetuosa ed elegante, s’invola, stoppa al volo e lo rinvia. Avanti e indietro, destra e sinistra: come un’onda. Sento distintamente il rumore del pallone calciato e quello soffice dei rimbalzi. Maestrelli dà il ritmo con un fischietto. Mi avvicino un po’ di più. Re Cecconi fa un cenno al mister, che si volta dalla mia parte e mi sorride.
“Ciao Marco”, ovviamente sa il mio nome.
“Ciao Mister”, gli dico in un soffio. Le lacrime mi scendono da sole.
Sono ad un passo. La sua chioma d’argento. Il volto sereno che aveva prima della malattia. Lo sguardo profondo e vivo. Gli chiedo in silenzio il permesso di abbracciarlo. Sento che è disposto. Lo stringo forte come un padre, reprimendo i singhiozzi sulla sua tuta azzurra. (Intanto Re Cecconi palleggia per conto suo). E capisco, in un empito infinito di pena, tenerezza e struggimento, che mi afferra come una morsa nello stomaco e nel cuore, quanto è profondamente bello – non esiste aggettivo migliore – tifare per questa squadra. Capisco anche quanto (l’immensità) e perché, io sono della Lazio. Anzitutto per i colori della maglia, meravigliosa, il bianco e il celeste: i colori del cielo, della purezza e della spiritualità, oltre che della Grecia olimpica, associati all’araldica imperiale, l’aquila, cioè il più nobile simbolo di Roma. Come a dire, il senso universale della città eterna, intesa, quale è, come alma mater, fonte del diritto e del cristianesimo, patria fondante dell’apertura umana dei valori, della storia e della civiltà occidentali. Questa è la “nobiltà romana” che la Lazio rappresenta: di spirito e di cuore, di sguardo; non di censo o di sangue. E infatti la Lazio nasce popolare, ma nasce – non a caso – in Piazza della Libertà, a due passi da Porta del Popolo. E com’è, infatti, lo sguardo dei laziali? Libero. Diverso. Profondo. Sobrio. Sfuggente. Orgoglioso. Vero. Come lo sguardo che lampeggia negli occhi dell’aquila.

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E ancora: io sono della Lazio perché la Lazio è poesia, è “pena, tenerezza e struggimento”. Perché è un’idea misteriosa e alta da contemplare, e ancora mai conclusa da pensare. Perché chi indossa quella maglia non può più dimenticarla. Perché la prima partita che ho visto allo stadio (ci portai mio padre: 25 marzo 1984) è, ma non l’ho fatto apposta, la stessa che si disputò tre giorni dopo che ero nato (14 febbraio 1971): Lazio-Torino, entrambe vinte 1-0. Perché la Lazio è la squadra più pazza, più strana, più iellata (quanti pali ha colpito nella sua storia? forse la media di uno a partita …) e più imprevedibile del mondo – quando sei sicuro che vince, perde, e quando sei sicuro che perde, vince. Perché, dopo “mamma”, è stata Lazio (Lacio) la prima parola che ho pronunciato da piccolo. Perché sono nato a Roma, e quindi tifo per la prima, unica, autentica, inimitabile squadra della mia città. Perché sono nato della Lazio, mi ci sono ritrovato per natura, per anima, per destino, come in questa vita, senza sapere perché: come il battito del cuore, come il respiro, come la luce degli occhi. Perché la Lazio è una passione infinita, che si rinnova ogni momento da se stessa, senza limiti di tempo e di pensiero. Perché per la Lazio ho pianto lacrime di amarezza (come nella pessima stagione ’84/85: un sorso di veleno ogni domenica) e di gioia (come per il secondo, rocambolesco scudetto). Perché, a scuola, noi laziali eravamo sempre in minoranza, al massimo tre per classe, fin dalle elementari, in mezzo allo sfottò dei lupacchiotti: ma questo mi rendeva ancora più fiero della nostra stupenda diversità, di quel sembrare (ma non essere) stranieri in casa propria. Perché ho tifato e amato la Lazio più quando era sull’orlo dell’abisso, ai bordi del fallimento e della serie C, che quando è stata, per un certo periodo, la squadra più forte del mondo. Perché non potrò mai dimenticare quel gol di Giuliano Fiorini, a una manciata di minuti dalla Fine, grazie a cui è cominciata la riscossa. Perché essere della Lazio è come essere scozzesi in Inghilterra. Significa guardare alle cose in modo diverso, appartenere a un altro versante del pensiero, vedere più in profondità: scegliere, fin dal nome, la strada meno scontata (troppo facile essere di Roma e chiamarsi, guarda caso, Roma … che sforzo di fantasia! coltivando solo per questo, oltretutto, l’illusione, anzi la convinzione, meglio: la menzogna storica, di essere gli unici, autentici depositari della romanità … come se la Lazio non fosse nata ventisette anni prima e non avesse potuto, se solo lo avesse voluto, scegliere il nome e i colori della sua città). Per tutto questo, e tanto altro ancora, la Lazio è parte importante della mia vita, dei miei giorni, dei miei ricordi più cari: e guai a chi me la tocca!

Vibra così, sull’onda della commozione, lo spettro dei pensieri simultanei, intrecciati in un mirabile arabesco. Questo, Maestrelli mi ha fatto capire, di me, dentro il golfo del suo abbraccio. È stato come guardarmi allo specchio: tutto ciò che sono e sono stato. E ora mi arriva la percezione di ciò che è stata la Lazio per lui. Quanto grande e quanto importante. Si parte dal derby che Pulici, dopo uno splendido gol di Bruno Giordano, vinse da solo, parando l’impossibile, e che gli dedicò via radio a fine gara: il mister si chiuse in bagno tra i singhiozzi, sentendo vicina la fine; e infatti poche ore dopo perse conoscenza e poi morì. Gli dispiaceva di “tradire” i suoi ragazzi, di abbandonarli quando ancora lottavano per lui. Mi prende uno strazio indicibile. Sento tutto il suo dolore nel rimpianto: la dolcezza del ricordo e l’amarezza della nostalgia. Che brutto, che assurdo, che ingiusto, morire di morte prematura, senza aver potuto concludere il lavoro, sciogliere o annodare tutti i lacci di una vita. Quante cose erano rimaste sospese? Tante: troppe. I figli. La moglie Lina. Quella Lazio, che avrebbe potuto vincere di più. E un futuro come CT della Nazionale. Perché la vita non gli dava più tempo? Perché stroncava nel mezzo, sul più bello, quell’insieme così invitante di possibilità? Ed ecco poi, a ritroso, la gioia di Como per la salvezza del ’76; e, un mese prima, la disperazione, con conseguente malore in panchina, per il pareggio in extremis del Torino (proprio su autogol di Re Cecconi – che ora sorride ferito e smette di palleggiare), in quella che fu l’ultima partita di Giorgione con la Lazio; e le prime avvisaglie concrete della malattia, negli spogliatoi di Bologna (marzo ’75); e i Mondiali tedeschi del ’74, con il viaggio diplomatico per cercare di aggiustare i cocci del “vaffa” di Chinaglia a Valcareggi; e poi, finalmente, la luce meravigliosa di quel 12 maggio, l’emozione infinita del fischio finale, l’invasione di campo, lo scudetto portato in alto dai palloncini, e la scritta gigantesca ‘LAZIO campione 1974’ sugli schermi dello Stadio Olimpico. Quante emozioni! E vedo scorrere, come rapidissimi fotogrammi, decine, centinaia di gol: quelli di Chinaglia, di D’Amico, di Giordano, di Ruben Sosa, di Signori, di Gascoigne, di Casiraghi, di Salas, di Mancini, di Nedved, di Inzaghi, di Simeone, di Crespo, di Di Canio, di Rocchi, di Zarate, di Klose, di Immobile … e fra tutti emerge nettissimo quello vincente che Cecco fece al Milan, all’ultimo minuto, nel 1973 (è certamente lui che me lo sta inviando). E ascolto dentro me, ripetuti in sequenza, i diversi boati del pubblico: milioni di spettatori che hanno sofferto, gioito, amato, per questa maglia, squadra dopo squadra, generazione dopo generazione. E sento con orgoglio infinito l’essenza della Lazio, la sua anima, la sua entità storica e simbolica.

Mi sciolgo dall’abbraccio con il mister. Sembra durato ore: sono in realtà trascorsi pochissimi attimi. A questo punto Maestrelli sa: ha intuito, ha avvertito, ha capito, ormai, il mio desiderio più grande. 12 maggio 1974. Tornare a quel giorno. Rivivere, da adulto, quel sogno che mi sfiorò bambino. Non c’è bisogno di parlare: basta il linguaggio degli sguardi. Mi sorride e mi indica Luciano, che nel frattempo ha ripreso a palleggiare. Poi, ad un cenno del mister, Re Cecconi spara un campanile a tutta forza. Fintanto che la palla non ricadrà a terra, avrò il tempo per passare dall’altra parte. Maestrelli alza un lembo d’aria. Mi tuffo con coraggio, non so dove. C’è un muro di nebbia tutto intorno, poi un lampo di luce … E mi ritrovo a guardare il Tevere … dalla spalletta di Ponte Milvio. È una mattina luminosa e serena, l’aria profuma di fiori e palpita di pollini ondeggianti. Chiedo a una signora che passa: “Scusi, oggi che giorno è?”
“Domenica”.
“Sì: dico di numero”.
“Ne abbiamo 12: 12 maggio”.
“Grazie, buongiorno”.
Ci siamo. Sono nel 1974! Ecco, infatti, le macchine di allora. La 127, la 128. La Simca. La Prinz. L’A 112. La 2 Cv. L’Alfasud. La Ford Capri. C’era un bel traffico anche a quei tempi, non c’è che dire. E l’odore dello smog era diverso. Mi avvio verso lo Stadio Olimpico, sono quattro passi. Che strani i vestiti della gente: le camicie a fiori dai colori vivaci, accostati in modo improbabile, e dai colletti a punta spropositati … ed ecco i famosi pantaloni a zampa d’elefante! Molti uomini portano il borsello a tracolla di cuoio e gli occhiali da sole Persol. Qualche bella ragazza sguaina le cosce tornite dagli spacchi dei vestiti lunghi o, direttamente, dall’apertura delle minigonne. Belle rotondità femminili spiccano anche dalla pubblicità del jeans “Jesus” (‘Chi mi ama mi segua’); ma la maggior parte dei manifesti riguardano il referendum per il divorzio, previsto proprio per quel giorno. La folla comincia dal Foro Italico. Centinaia, migliaia di bandiere biancocelesti e tricolori, e stendardi, maglie, cappellini, poster, gagliardetti celebrativi. Tra i gadget più curiosi, il portachiavi a forma di “gobbo” (come i romanisti, schiumando rabbia per i ripetuti gol subiti al derby, chiamano Chinaglia). Mancano quattro ore alla partita e sono già tutti intorno allo stadio. Euforia diffusa da grande evento. I clacson delle macchine. I cori che serpeggiano. I battiti di mani, i tuffi al cuore. Sale la tensione allo stomaco, ogni minuto di più. Molti hanno l’ombrello aperto per proteggersi dal sole che comincia a picchiare. Mi infilo nella calca. C’è gente che è qui dalle cinque di mattina. I quarti d’ora passano lenti come lumache. Man mano che scorre il tempo, la folla ammutolisce – anche per il caldo – e sfuma la voglia di scherzare. Sono preoccupato per il biglietto: non ho soldi in tasca, giusto qualche spicciolo di euro … ma qui si paga in lire. Come farò?
E aprono i cancelli. Migliaia e migliaia di persone si riversano nello stadio. Oltre i controlli si affrettano, corrono verso le scale di accesso alle tribune, per accaparrarsi i posti migliori. C’è chi spinge da dietro: urla e imprecazioni. I celerini intimano di stare calmi, di non accalcarsi. Fermo un inserviente dello stadio e gli chiedo se mi fa entrare senza biglietto, ché so come finisce la partita.
“E che, vieni dal futuro? Chi sei, Mandrake?”, mi chiede con la faccia paragula.
“Beh, in qualche modo …”
“Ma vattene, va”, e si allontana.
Ci resto con un palmo di naso e poi gli urlo di rimando: “… comunque vinciamo 1-0 con gol di Chinaglia su rigore al sessantesimo, per fallo di mano del foggiano Scorsa. Il rigore verrà battuto sotto la curva Sud”.
Qualche tifoso mi sente e quasi vorrebbe aggredirmi (“Se’, senti questo. Solo 1-0! Aho, ma niente niente fossi della Roma?”), mentre qualcun altro interviene in mia difesa (“E perché, 1-0 non basta? Vinciamo e siamo campioni! Campioni! Campioni!”).
Dopo un po’ di appostamenti e tentativi, approfittando di un momento di massima calca, riesco a infilarmi in un varco e a farla franca col biglietto. C’è evidentemente una speciale protezione di fortuna che mi favorisce: dovrò quindi stare più tranquillo. Mi affaccio sul catino dello stadio dai distinti Sud (li ho scelti per vedere meglio il rigore decisivo).

Lo spettacolo dell’Olimpico è a dir poco strabiliante. Gli spalti sono già quasi gremiti. Un oceano di bandiere: lo specchio limpido del cielo. Nel giro di un’ora è tutto pieno in ogni ordine di posti: saranno oltre ottantamila spettatori. L’inizio della partita si avvicina, e sale l’emozione ancor di più. Esce il presidente Lenzini e fa un giro d’onore beneaugurante, salutando e ringraziando il pubblico laziale.

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Poi, ecco – finalmente – l’ingresso delle squadre in campo, mentre lo speaker legge le formazioni di Lazio e Foggia, riprodotte anche sui tabelloni. I giocatori sono annichiliti, guardano increduli le infinite bandiere sventolanti. Ecco Pulici, completo nero alla Jashin, con il suo classico rito prepartita (va a togliere le “ragnatele” dagli incroci della porta). L’arbitro è il Signor Panzino di Catanzaro.
Calcio d’inizio. E via, per sempre, verso il tricolore.

Il gioco appare fin da subito bloccato. Il Foggia si gioca la permanenza in Serie A e dà fondo ad ogni residua energia. La Lazio appare stanca, scarica, sopraffatta dalla tensione. Fa anche molto caldo. La partita è brutta, ma a un certo punto potrebbe sbloccarsi: Vincenzo D’Amico spara un diagonale che centra il palo alla sinistra di Trentini, il portiere del Foggia! Finisce il primo tempo con un logico 0-0, e qualcuno nutre  preoccupazioni. La ripresa, dopo un intervallo che sembra interminabile, inizia con Martini che s’infortuna alla spalla e deve uscire. I tifosi laziali, notoriamente pessimisti, interpretano l’episodio (dopo il palo di D’Amico) come un segnale infausto. Ma si avvicina il quarto d’ora, ed io sono sempre più attento, perché sta per arrivare il momento decisivo. Non voglio perdermi la scena: devo gustarmela fino in fondo. È questa l’azione? … no, ancora no. Forse ora … no, neppure ora. Ma quando arriva? Mi viene a un certo punto il sospetto che la storia possa andare diversamente, modificata magari dalla variabile “impazzita” del mio arrivo dal futur … No, ecco, eccolo: il cross dalla sinistra intercettato con la mano dal difensore del Foggia. È rigore! rigore! La gente urla e si abbraccia isterica, non vedo più niente. Tutto come previsto, dunque. Si placano per rassegnazione le proteste vibranti dei foggiani. Chinaglia sistema con cura il pallone. Sullo stadio cala un silenzio irreale. Molti si voltano per non vedere. Questo rigore, lo so, non verrà certamente ricordato per lo stile di esecuzione: ma per la sua importanza. Ecco la rincorsa di Chinaglia: gooolll!!!

L'ANNUNCIO DEL FIGLIO DI CHINAGLIA, MIO PADRE E' MORTO

Tiro rasoterra, angolato e lento, alla destra del portiere. Boato pazzesco e delirio. Vedo facce in trance e occhi gonfi di lacrime. Un’emozione difficile da contenere. I giocatori corrono ad abbracciare Maestrelli. Il gioco riprende a stento e il Foggia si getta subito all’assalto. Batti e ribatti, le azioni sono confuse. La Lazio ha la lingua di fuori e in qualche frangente rischia pure qualcosa, il pubblico rumoreggia inquieto. Ma la difesa, guidata dal grande capitano Pino Wilson, fa sempre buona guardia. Espulso Garlaschelli: non ci voleva. Gliela facciamo comunque. E il tempo non passa mai. Mancano dieci minuti. Poi cinque. Poi tre. La gente non sta più nella pelle. Aumentano gli applausi, gli incitamenti. Si percepisce che ormai è fatta, che “sta per accadere”. Il pubblico si accalca ai bordi del campo per l’invasione finale. L’arbitro fischia e tutti equivocano, pensando alla conclusione. L’invasione viene respinta con rabbia dai giocatori, si teme una squalifica. Il gioco riprende per qualche attimo ancora, poi è davvero la fine. È un boato immenso e un applauso lunghissimo. La Lazio è campione d’Italia, ecco la scritta sui tabelloni. Uno scudetto gigante sale in cielo trainato da decine di palloncini bianchi e celesti. L’orda festante irrompe in campo, i giocatori fuggono disfatti e felici, ma vengono raggiunti, abbracciati e letteralmente spogliati. Maestrelli è portato in trionfo. Nessuno vorrebbe andarsene, abbandonare gli spalti, lasciare quel momento magico: che possa durare per sempre. C’è una luce bellissima, color oro, di tardo pomeriggio primaverile, che piove obliqua dal cielo sereno di Roma. Guardo con struggimento lo spettacolo, ancora una volta, e poi imbocco le scale. La gente corre, ubriaca di gioia. Ecco i primi caroselli di macchine, con le bandiere al vento.

Non so dove andare. Decido di raggiungermi a casa, prima di tornare nel mio tempo. Ci metto due ore, dallo Stadio Olimpico al quartiere Tuscolano. I mezzi congestionati, il traffico impazzito. Ecco il mitico 85 a due piani, modello “swinging London”! Eccomi, mamma e papà: sto arrivando. Imbocco il portone, aperto fortuitamente da un inquilino che esce. L’ascensore. Il quinto piano. Ecco la porta di casa mia. Mi avvicino e ascolto le voci di dentro. Le percepisco distintamente. Mio padre, mia madre … mio fratello … e la voce di un bambino: io.

quel-piccolo-visionario

Starei per suonare il campanello, ma proprio in quell’istante sento la forza di un gorgo che mi inghiotte in una luce …

E mi ritrovo sul prato. Piove. Il “maestro” e il “re” sono scomparsi.

C’è solo un vecchio pallone sgonfio ai miei piedi, che non rimbalza più.

Marco Onofrio

“L’eco di una goccia”, poesia inedita

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L’ECO DI UNA GOCCIA

Il ghiaccio dell’inverno spacca i sassi.
Dirompe dentro gli alberi il dolore.
Scoppiano suoni. Secchi scricchiolii.
La galaverna traccia i suoi ricami.

Sole grigio-neve a mezzogiorno. Lame di tenebre opache.
Brutto tempo stabile per mesi. Perturbazioni lanciano bufere.
Brecce di lampi nel muro verticale: fumo di tuoni,
piogge minutissime sospese.
Ogni mattina il mondo esce, stentatamente
da un oceano impenetrabile di nebbie.

Poi, dall’eco di una goccia, nasce il disgelo.
Finalmente sgorga, il crepitare liquido del ghiaccio
fratturato che s’annacqua, si scioglie
e ingrossa i torrenti in fiumi, e incede
prevale, trionfa, splende.

Emergono campi, immensi come il mare.
Ondeggia al vento aperto l’erba verde.
L’aria è fresca, è nuova. Soffia dal profondo,
si apre nuovamente la finestra
del cielo dolce azzurro senza fine.
Che voglia di vedere all’orizzonte!

La primavera è arrivata, mi esplode dentro.
Spuntano germogli dappertutto.
Quanti profumi si lasciano afferrare!
Che febbre! Che gioia!
Ho il cuore in tumulto.

E ancora non è nulla:
tempo al tempo
e arriverà l’estate…

Marco Onofrio

“Vita”, poesia inedita

tramonto

VITA

Stupori, soffiano lontane
chiome silenziose di cometa
nell’abbaglio rosso della sera.

Svettano, tra le mani del vento
castelli di nuvole accese
come le stelle che cominciano
a brillare.

Tutto il cielo è un viaggio,
tutto il cielo è in viaggio
per l’eternità.

Non varia di una virgola la vita.
Cade ogni giorno il sole
nel suo buco
mentre riemerge
di attimo in attimo
dalla parte opposta
del pianeta.

Ogni tramonto
è solo la metà della sua alba.

Per questo siamo a pezzi ma
non è mai finita.

Marco Onofrio