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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

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1 dicembre 2021: esce a Reggio Calabria, per Città del Sole Edizioni, il nuovo saggio monografico di Marco Onofrio: “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”

Può, la critica della poesia, farsi poesia essa medesima (per densità di sguardo, evocazione di contenuti, proprietà di stile)? Sì, se il critico è poeta a sua volta, e sa leggere i testi – frequentati di prima mano e affrontati in una sorta di erotico e salvifico “corpo a corpo” – con strumenti particolari, sottili e quasi medianici d’interpretazione, raggiungendo quel mirabile equilibrio tra sensibilità, erudizione e carica umana entro cui si diffonde il lievito più alto e durevole della cultura. È quanto accade in questa magistrale, poderosa e per certi versi “definitiva” monografia che il poeta Marco Onofrio, sfoderando le armi migliori del suo riconosciuto talento saggistico, dedica – 7 anni dopo essersi occupato della sua narrativa – alla straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, il più grande poeta italiano del secondo Novecento.    

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Marco Onofrio Premio Mondiale “Tulliola-Filippelli” 2021: le foto della premiazione e la motivazione della Giuria

«Il poeta si interroga sul vuoto esistenziale e sui suoi silenzi/misteri. Sperimenta linguaggio e cammino con occhio di eterno viaggiatore. Seziona i tessuti del dubbio e delle assenze, talvolta prossimi al nulla. Sutura le ferite lacere e sanguinanti dello smarrimento e degli interrogativi con bisturi di parole, che causticano e anestetizzano. La sua scrittura/poesia – rimanendo nel campo della medicina – si apprezza come salutare fisiopatologia, che sa trarre dalle resistenze di cuore e mente la forza rigenerativa e le risorse attrattive dell’amore, sempre possibili di nuova umanità e futuro. Un travaso dall’intimo per altri echi». 

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Roma, 19 novembre 2021: Marco Onofrio riceve il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, alla Sala Zuccari del Senato, per “Anatomia del vuoto” (I° classificato Sezione Poesia)

La cerimonia di premiazione si terrà a Roma, Sala Zuccari del Senato (Via Dogana Vecchia, 29), venerdì 19 novembre 2021, ore 15.30-19.30. Accesso riservato agli invitati e consentito solo con Green Pass e mascherina.

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“Azzurro esiguo” di Marco Onofrio: la poesia dell’invisibile. Nota critica di Ginevra Amadio (sulla newsletter «Prisma»)  

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Azzurro esiguo: già dal titolo una figura di senso, un gioco ossimorico che richiama alte vette, riferimenti-chiave del nostro passato poetico. Tutto, nell’ultima raccolta di Marco Onofrio (Passigli, 2021, prefazione di Dante Maffìa), rivela un debito importante, la traccia di lezioni assimilate e riproposte, come a tentare un canone dei suoi personalissimi ‘miti’. Così intessuta di reminiscenze, l’opera di Onofrio traccia fitti reticoli, legami stilistico-tematici che saldano assieme Zanzotto e T. S. Eliot, Leonardo Sinisgalli e Corrado Costa. I testi qui proposti ruotano attorno ad alcune costanti: il rapporto uomo-natura, le sollecitazioni sensoriali dell’io, il topos dell’ambiente come pratica di riscoperta. Per registrare i mutamenti dell’essere il poeta oscilla tra veglia e sogno, in una zona a tratti innominabile e dunque prossima ai recessi dell’animo, a un desiderio di comunicazione che si esplicita nei riferimenti al mito (Lettera a Demetra; Gli occhi di Orfeo) o nell’equivalenza fra notte e accecamento mentale. Un solo esempio: «In fondo a un pozzo secco dove il cielo / è un occhiolino bianco che vacilla, / c’è una lucertola verde / circondata dal buio che si aggrappa / a una striscia di luce: / palpita immobile / o la segue appena / quando la luce muta / e sparirà / nel muschio delle pietre / coperta dalle foglie accumulate» (Le scene invisibili). La metafora dell’oscurità e della tenebra (che ha anche una forte ascendenza biblica, come già dimostra il verso successivo: «Dio, se c’è, / è nella lucertola») chiamate a evocare una situazione di oppressione, di ottundimento mentale, si accompagna a un’idea di luce che fissa i contorni di un discorso intermittente, in cui convivono il lato oscuro della non accettazione e la riscoperta di sé. La poesia di Onofrio sta tutta nella convivenza di esperienze separate, della «vita che cerca la vita» (Il volto) al di là delle storture del mondo.

                                                                                      Ginevra Amadio
                                                  («Prisma», n. 408, 13 novembre 2021, p. 3)

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“Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021: le foto e la motivazione della Giuria

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premio
diploma

Nella splendida cornice del Teatro Vittoria (via Gramsci, 4), si è svolta a Torino – domenica scorsa 31 ottobre 2021, a partire dalle ore 16 – la cerimonia di premiazione del “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, dove Marco Onofrio si è classificato 2° per la sezione “Poesia edita” con il volume Azzurro esiguo (Passigli Editore). Ecco la motivazione elaborata dalla giuria: «Una poesia per viaggiatori instancabili, quella di Onofrio. Lui ci vuole attenti, pionieri nelle remote miniere del sentimento, poi ci accompagna nel profondo stimolando intuizioni sempre nuove. Fino ad accendere con cura, ora quella pietra preziosa, ora un cielo di stelle blu cobalto. Ci invita ad essere gocce tra i sassi del suo personale percorso tra i versi. Tutti dovremmo leggerlo perché parla d’amore, mai banalmente: è un flusso liquido che conquista e apre al mondo l’esistenza positiva. Siamo certamente d’accordo con lui, quando scrive del delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo». 

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Marco Onofrio 2° classificato al “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021, con “Azzurro esiguo”

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Per la sezione VOLUME POESIE Azzurro esiguo è risultato meritevole del 2° Premio. La cerimonia di premiazione, alla presenza della giuria e delle autorità cittadine, avrà luogo domenica 31 ottobre 2021, dalle ore 16, presso il Teatro Vittoria, via Gramsci, 4 – TORINO. 

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“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

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“Nient’altro che la verità”, di Michele Santoro. Lettura critica

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Eccellente per concezione, tenuta e qualità di scrittura, il nuovo libro di Michele Santoro, “Nient’altro che la verità” (Marsilio, 2021, pp. 400, Euro 19), si legge tutto d’un fiato sia perché ha la verve del grande giornalismo d’inchiesta, sia perché si distende nel suo arco di sviluppo come un vero e proprio romanzo di formazione. A che cosa? Alla coscienza e alla conoscenza profonda delle cose apparenti, all’inseguimento di «segreti importanti», allo sguardo necessario per sostenere «la fatica di cercare la verità», soprattutto quella nascosta. La parola di Santoro è precisa, affilata, “chirurgica”: aderisce ai mille risvolti di ogni realtà che affronta, sviscerandone senza paura i «fatti nudi e crudi». Consente al lettore, così, di scendere nei gironi infernali della mafia: una catena vischiosa e insanguinata di riti iniziatici, santini bruciati, giuramenti, baci; un esercito di soldati che “sistemano” le cose e obbediscono agli ordini senza discutere, disciplinati da “manuali non scritti” di regole vincolanti; un sistema praticamente perfetto di omertà condivisa; un imbuto di domande che non si possono neppure pensare – basta una parola scappata per caso e si viene imbottiti di piombo. Ma il mafioso è temuto e ha l’onore e il rispetto, fondamentali per ogni ragazzo del Meridione ancor più dei soldi, tanti soldi, che a tale “status” conseguono per via naturale (cioè la bella vita, il lusso, le macchine, le donne, ecc.). Tutti specchietti per allodole destinati ad infrangersi tragicamente. 

Con i suoi ripetuti e progressivi affondi nella materia aggrovigliata che intende sdipanare, questo libro articola il suo “viaggio” nella mente di un serial killer, il catanese Maurizio Avola: glaciale, impassibile, «nato per uccidere», e infatti ha assassinato 80 persone. Attraverso l’intervista-fiume ad Avola non solo emergono di prima mano i meccanismi occulti di Cosa Nostra, ma si scrive e si riscrive la storia degli ultimi sessant’anni, dal caso Mattei (1962) ad oggi, passando per le clamorose stragi degli anni ’90. Però, attenzione: niente semplificazioni o facili sensazionalismi. La verità della storia può trapelare proprio nella complessità estrema del suo tessuto: le pieghe, le stratificazioni, gli intrecci, gli snodi, i livelli interni. Quindi non è un libro riduzionistico, e infatti le domande sono più numerose delle risposte.

C’è, anzitutto, l’esplorazione dello sconosciuto e del perturbante che presiede alla scrittura. Il libro non esisterebbe se Santoro avesse assecondato la pulsione a «rimuovere il criminale» e a non riconoscere «i legami tra la sua vita e la nostra». Egli non solo non rimuove ma si apre a un confronto autentico, che lo coinvolge in prima persona: «Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei». Prima di incontrarlo, riteneva di non aver niente in comune: «Invece le sue parole maldestre stanno superando una dopo l’altra le barriere che ho costruito per difendermi dal mostro e inizio a seguirlo in un labirinto di specchi». È un work in progress dove Santoro registra anche l’evolversi fenomenologico delle proprie reazioni rispetto alla realtà osservata, e gli echi inaspettati che essa suscita a livello di memoria emotiva, per cui l’intervistatore diventa “attore” che si immedesima nel personaggio intervistato, dimodoché la biografia assume anche il doppio fondo dell’autobiografia. Santoro accetta di lasciarsi immergere nel passato mettendo in gioco la propria identità, che definisce «in frantumi» per via dell’attuale esilio da tutte le TV, l’amaro disincanto degli anni, l’insipienza e l’inconsistenza del presente. La scrittura procede ad uno scavo dell’identità altrui e propria, in parallelo: come un tunnel da entrambe le direzioni, fino all’incontro che vede cadere l’ultimo diaframma. Scrive infatti: «I nostri colloqui mi hanno sradicato da certe sicurezze spingendomi a scavare nella verità della storia e nella mia».   

Il fatto è che il bene e il male «non sono semplicemente contrapposti» ma appaiono «concatenati in un unico disegno»: «il confine tra il bene e il male non è facile da distinguere (…) l’inferno e il paradiso sono vasi comunicanti». E insomma, pare incredibile ma «Avola avrebbe potuto abbracciare una professione (…) e io avrei potuto anche uccidere»: serial killer e giornalista-contro sono le due facce della stessa medaglia? E allora che cos’è che determina un destino? «(…) dipende da noi che cosa diventare e che cosa no?» Avola è un fatalista, «quello che deve succedere è già scritto, non ci possiamo fare niente»; per Santoro invece il destino è condizionato sì da innumerevoli fattori, ma sostanzialmente aperto perché «(…) esistono qualità e sentimenti che non sono destinati a un unico scopo, ma potrebbero essere declinati in diverse direzioni, più nobili o più atroci, se la sorte o un maestro o uno Stato offrissero opportunità che non si sono presentate». In che cosa può identificarsi con il serial killer? La natura indomabile e un titanismo ribelle, non disgiunti dall’origine meridionale. L’insofferenza e l’irriducibilità a una vita senza alternative, la vita agra dei «sacrifici che non finiscono mai». La sete di giustizia. La volontà di avere tutto e subito. O la parola o la vita. La sua pistola da “rapinatore” è stata la libertà, e la banca da assaltare la TV. «Nessuno vuole parlare di qualcosa? Ne parlo io!». Santoro e Avola sono due “vulcani” nati con «la rabbia dentro». Nota il giornalista, mentre osserva e studia il mafioso: «Per questo mi viene da accomunare le nostre due esistenze, apparentemente imparagonabili: quella di un mafioso e quella di un giornalista che si sono combattuti su fronti contrapposti. Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto a esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista che sarebbe potuto diventare un terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto. Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra Patria».    

Se Avola si è trovato invischiato nella mafia, lo Stato ha certamente le sue colpe. Lo Stato che, a un certo punto, in Sicilia si chiamava Totò Riina, il “capo dei capi” tra le cinque grandi famiglie di Cosa Nostra. Sappiamo come “funziona”: se la giustizia dello Stato è – come spesso, purtroppo, è – ingiusta, lenta o inefficace, si ricorre alla mafia: il mafioso ti risolve subito il problema, ma poi pretende qualcosa in cambio. E quindi l’assenza dello Stato, anzi: la connivenza dello Stato, gli accordi tra mafiosi e politici, e i supporti massonici che fanno arrivare le “soffiate” preventive e aiutano i mafiosi a investire capitali. La mafia si incardina alla storia della questione meridionale: si è fatta garante dello scambio impari che ha ingrassato la borghesia del Nord. Scrive Santoro: «Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente». Un Paese «senza familismo, ricatti, sudditanza al più prepotente. Il merito, i diritti, la libertà di pensare». E invece è fondato sul privilegio, la sottomissione di chi non ha voce, lo sfruttamento, la corruzione che «pesa sulle spalle della povera gente». Gli abusi e i soprusi che ogni giorno offendono i diritti fondamentali del cittadino, portano a due reazioni: o rassegnazione, o ribellione. Avola si è ribellato diventando mafioso; Santoro combattendo il potere da giornalista scomodo. Lo spietato serial killer dei Santapaola e il giornalista italiano “simbolo dell’antimafia” finiscono paradossalmente per assomigliarsi!

Di Cosa Nostra si ripercorre l’evoluzione nel corso dei decenni: evoluzione anzitutto economica, perché fino agli anni ’70 i mafiosi fanno affari di “provincia” con l’agricoltura e la conversione di terreni agricoli in terreni edificabili, poi dagli anni ’80 subentra il traffico di droga, gli scenari diventano internazionali, il gioco si fa duro e sanguinoso; quindi antropologica, perché una volta i buoni e i cattivi «si potevano ancora distinguere» mentre oggi, come sostiene Avola, «non esiste più niente, non ci sono regole da far rispettare, Sicilia, onore, tutto finito (…). Esiste la convenienza, non la famiglia, come nella politica che non ci sono i partiti ma solo interessi personali»; infine politica, perché se prima la mafia camminava al lato dello Stato, poi diventa “antistato” dichiarando guerra aperta alle istituzioni, e oggi invece «è come se avesse deciso di sciogliersi», la guerra sembra finita. Che cosa è accaduto? Cosa Nostra si è dissolta nello Stato? È diventata semplicemente invisibile? Una risposta può forse venire dalla ricognizione della stagione terroristica e stragistica dei primi anni ’90, come reazione all’inasprimento delle leggi antimafia, ai processi che non si “aggiustavano” più, ai pentiti che, grazie al “teorema Buscetta”, diventavano autorità indiscusse dello Stato. La mattanza dei magistrati integerrimi, dopo i casi prodromici di Rosario Livatino e, a seguire, di Antonio Scopelliti, assume dimensioni iperboliche e clamorose con le stragi di Capaci e via D’Amelio, mediante cui Cosa Nostra intende gonfiare i muscoli dinanzi al mondo. Dopo i martiri di Stato (Falcone e Borsellino) è la volta di don Pino Puglisi «per dare un segnale alla Chiesa» che ha preso posizione con le tonanti parole di papa Wojtyla ad Agrigento. E poi gli attentati punitivi conseguenti alla trasmissione televisiva “Staffetta per Libero Grassi”: Maurizio Costanzo miracolosamente scampato alla bomba di via Fauro, e la villa di Pippo Baudo ad Acireale rasa al suolo. Lo stesso Santoro, dopo quella storica diretta tra il Teatro Parioli a Roma e il Teatro Biondo a Palermo, viene condannato a morte dalla mafia. E ancora, gli ordigni esplosi a Firenze (via dei Georgofili), Roma (San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano) e Milano (via Palestro). Giunge così a segno la linea dura decisa dai capimafia, riunitisi nell’estate del ’91 a Castelvetrano, per indurre lo Stato a più miti consigli. Un’altra terribile strage dovrebbe accadere all’uscita dello Stadio Olimpico di Roma, dov’è in corso la partita Roma-Udinese, il 23 gennaio 1994, ma per fortuna il telecomando della bomba fa cilecca. Tre giorni dopo, le bombe della mafia vengono disinnescate da una bomba mediatica e politica: Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”. Da quel momento Cosa Nostra, evidentemente contenta del governo Berlusconi, non spara più e non schiaccia più telecomandi: la piovra torna negli abissi. Un caso, oppure lo Stato ha trovato l’accordo? Impossibile non farsi la domanda. Così come è impossibile non dirsi che basterebbe uno Stato normale: «Il nostro Paese non ha mai conosciuto la normalità che deriva dal buon funzionamento dello Stato». E invece oggi, omissione dopo omissione, l’educazione civica si è abbassata a tal punto che gli onesti vengono emarginati e quasi costretti a vergognarsi!

Per battere definitivamente la criminalità organizzata, lo Stato dovrebbe smettere di somigliarle. «In questo modo potremo mostrare ai tanti ragazzi tentati dal seguire le orme di Maurizio Avola che esiste una strada diversa per conquistare il rispetto di tutti». Ma soprattutto occorre continuare a parlarne, non smettere mai di farlo. La luce della verità come antidoto alla mafia. I mafiosi sono vampiri, hanno bisogno di ombra. «Se la illumini, Cosa Nostra perde forza e potenza». Ecco il valore umanistico, oltre che civile, di un giornalista libero come Michele Santoro, rinvenibile attraverso uno dei tanti meriti di questo suo libro bellissimo, autentico, necessario.

Marco Onofrio