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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

“Passeggiate romane”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Alla sua città di elezione Dante Maffìa dedica, dieci anni dopo l’arrivo dalla nativa Calabria e cinque dopo la laurea in Lettere, conseguita alla Sapienza presso la cattedra di Gaetano Mariani, Passeggiate romane (Lecce, Capone Editore, 1979, pp. 104), un libro di amore disturbato dove la riconoscenza è mescolata all’inquietudine e la familiarità allo spaesamento. La rappresentazione delle cose vi nasce da uno sguardo “laterale” naturalmente attratto da percorsi desueti: infatti si autodefinisce «viaggiatore curioso / delle cose insignificanti».

A Roma, per esempio,
ho contato i balconi
di ogni strada.

Ne scaturisce una Imago Urbis originale, personale, non oleografica benché, sin dalla composizione di apertura, scriva ammonendo: «Anche tu sei stato ingannato / dai luoghi comuni». In realtà la percezione è mossa, liquida, leggera, come alterata da ebbrezza: obbedisce ai palpiti di una innocente, barbarica vitalità che lo fa scrivere con il polso caldo, seguendo un filo di sensazioni estemporanee e illuminazioni improvvise. Passeggiate romane è appunto il libro di un “barbaro” a Roma, anzi di un greco sibarita: il provinciale inurbato che mostra le “stimmate” della sua permanenza e i tentativi impacciati e disarmati di prendere le misure, adattarsi, ambientarsi, anche se – così scrive a un certo punto, rovesciando l’imbarazzo – «i monumenti sapevano del mio arrivo». L’immensità di Roma è un infinito spazio-tempo che “non cape”. Città già diventata metropoli, di «troppi / poeti, di nenie maliose» che invischiano la chiarezza dello sguardo, corrompendo la purezza originaria. «Qui il tempo dappertutto è un irrisolto / quesito»:

(…) Perciò
resto in disparte, guardo,
e solo a volte avverto il movimento
del mare nelle strade colme.

Roma è così spiazzante che può condurre anche a perdersi, o a perdere la parola. Ma lui tiene stretto un «filo d’Arianna» per tenere botta al labirinto, così durante il lungo cammino per i luoghi romani può ricapitolarsi ungarettianamente dalle origini e, traendola dalla propria stessa innocenza, riabbracciare la «memoria». Un modo per non smarrirsi è privilegiare tendenzialmente il centro, sia pure con sguardo eccentrico, poiché appunto Maffìa viene dalla provincia, dal profondo sud: «… “Ci sono anche le borgate, / la periferia…”. Chi dice di no.» scrive quasi per giustificarsi: «Ma vi pare che uno cerchi / quello che possiede?». Elenchiamoli in ordine sparso, dunque, questi luoghi romani deputati (con relativi particolari): Piazza Navona, Terme di Caracalla, Campo de’ Fiori, EUR, Via Poliziano, Gianicolo, Pincio, Piazzale delle Muse, Via Latina, Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Via Condotti, ecc. Attenzione, non è turismo garbato da borghese, con adesione all’immancabile “cartolina” stereotipata, ma esperienza di vita vissuta da un ragazzo del popolo, per di più meridionale, affidandosi all’avventura senza escludere nulla “a priori” dal quadro d’assieme, neanche i particolari osceni, per esempio i vespasiani puzzolenti o le prostitute intorno ai fuochi «a Tor di Quinto, ai Prati».

   Il motore di queste composizioni è il vagabondaggio, ed è un vagabondaggio libero e picaresco, non di un raffinato flâneur ma di uno spiantato, un provinciale privo di risorse e preda di allucinazioni, talora una specie di santone laico, come quando si inginocchia a Piazza del Popolo per rubare i raggi di luce dei fari dalle automobili in transito, o quando in Piazza San Pietro viene trovato (e già il verbo è indice di percezione alterata, se non di stato confusionale) «a benedire l’alba». Scrive, ricordando i giorni di quella condizione: «Dunque / avevo in corpo un fuoco indescrivibile / inquietudine / che mi portava da una strada all’altra». Trascorreva le «sere in scorribande / per le strade» e poi tutta la notte a camminare per Roma, senza sapere che ne avrebbe tratto versi «a distanza di anni».

Andiamo fino all’alba. Al Tritone
mangio i cornetti appena sfornati
e fumo addossato alla fontana.

È chiaramente una Roma più notturna e antelucana che diurna:

V’erano notti di miracoli, corpi levigati
di donne regine. Le amavo con la morte
negli occhi, sapendo che l’indomani
il tabaccaio avrebbe venduto le solite cose.

Gli piace catturare quanto offre Roma all’alba, allorché in cielo scompaiono le stelle e «aprono i bar sonnolenti / e l’odore, per poco, è quello di casa» mentre «il vento raccoglie / gli ultimi residui della notte / e si adombra nei vicoli». Sono tanti e non sempre scontati i caratteri che della città raccoglie e fissa alla memoria, girandola ininterrottamente: per esempio gli “alt” e gli “avanti” dei semafori, le caldarroste, le «grandi navi d’angurie» lungo i viali delle sere estive (le «allucinate sere / di scirocco romano»), le «donne vestite / di leggeri indumenti di seta», e i capelloni che cantano a Campo de’ Fiori, i manifesti strappati dai muri… E poi gli odori che «si perdono in labirinti di vento», gli odori antichi e solenni della città millenaria mescolati ad altri, più circostanziati e prosaici, come «quell’odore di scale consumate» avvertito in una pensione ad ore di via Marghera, con una ragazza. E la percezione del mare (ad esempio «Un cocciuto riverbero di mare / per via Frattina») che non è solo quello reale, distante trenta chilometri, ma anche e soprattutto il mare della Vita che, in chiave metaforica, il poeta contatta e ascolta come il suono stesso della città: «Un rombo sordo e infinito / m’intorbida il sangue». E ancora, l’estate a Roma che vince trionfalmente, con le «furie carismatiche del sole», sul «poco» della primavera:

Mi sfugge il nesso di questa vittoria,
i legami implacabili, che franano
nelle grandi estati del mare.

Vale a dire il mistero del tempo che muove dall’interno il divenire, l’eterna metamorfosi del mondo, da cui l’uomo trae post factum la sintesi parziale della storia e che a Roma svela più che altrove – Ungaretti docet – il suo “sentimento”. A Roma infatti l’eternità è tradotta a misura d’uomo e s’infila, come un vento dispettoso, negli interstizi tra il silenzio della storia e il banale sventolio della quotidianità:  

Notturno

Il vento ha bussato
ed io l’accompagno al Gianicolo.

Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi!
Roma è questo immenso silenzio,
questi panni che asciugano
sui fili di plastica dei cortili?

Dove, oltre la citazione dalla prima delle Elegie romane di Goethe, è evidente la volontà di scardinare il segreto tetragono che le vestigia di Roma nascondono sotto la loro facies magniloquente e, perciò, inascoltata. In un’altra composizione Maffìa scrive non a caso della necessità di rimboccarsi le maniche per sollevare «le tenebre dai monumenti». È proprio questa volontà di giungere al cuore di Roma che gli concede di coglierne qualcosa di veramente essenziale, in un tratto di viva originalità (benché prossimo a certe atmosfere romane di Alfonso Gatto):

A Roma la pioggia
ha l’umore dei poeti; le donne
hanno il sonno, la vita
delle fontane.

La scansione topografica della città, più o meno attraversabile nelle sue infinite stratificazioni, si mescola a quella temporale, entro il decennio campito dal libro (1969-1979), nel passaggio biografico dalla Roma garbata del «caro» mentore Aldo Palazzeschi («Tutta Roma / adornavi del tuo sorriso; / via dei Redentoristi / com’è mutata all’improvviso.») a quella turbolenta delle lotte studentesche e delle opposte fazioni, che s’indovina nel fervore dei versi, seppur non dichiarata, a quella amorfa del riflusso ideologico e politico («Non c’è più nessuno nelle piazze. / scarseggiano gli scioperi anche all’Università. / I collettivi di Lotta e d’Avanguardia / sono in mano ai figli di papà»).

Fra tutti i motivi racchiusi o operanti nel libro emerge secondo me la solitudine dell’emigrante dinanzi alla metropoli sconosciuta, ovvero «lo strazio, la paura che si prova / a restare soli ogni sera», all’origine della struggente, indimenticabile visione della madre – già inferma e, peraltro, defunta da anni – che sale a trovarlo dalla Calabria ma rischia seriamente di perdersi:

Madrerosina se ne va    
per la città. Dev’essere
proprio lei, ha l’aria smarrita,
va in cerca di me.
A pensarci bene però
lei non conosce dov’è Roma,
né sa dove andare,
tra macchine e filobus,
fino a via del Vantaggio.

La Poesia è la città dei sogni dove tutto resta eternamente possibile; dove cioè Maffìa, con il cuore in gola, attende da un momento all’altro l’arrivo della madre per abbracciarla ancora tra i singhiozzi… dirle che è andato tutto bene e che Roma, dopo tanti anni, non gli fa più paura.     

Marco Onofrio
       

Ottiero Ottieri, “I divini mondani”. Lettura critica

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Cast del programma TV “Riccanza 3” (2018)

C’è un sottile fil rouge che lega – pur attraverso epoche e circostanze diverse – la satira degli aristocratici incarnata ne I divini mondani (1968), di Ottiero Ottieri, al grande modello del “giovin signore” di Giuseppe Parini (1763); richiamando com’è ovvio echi novecenteschi, dalla dissacrazione anticonformistica e antiborghese di Aldo Palazzeschi (Il codice di Perelà, 1911) e di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore, 1963 – pubblicato in frammenti sin dal 1938), alla disinvolta immersione nei vezzi nazionali e internazionali dei giovani rampanti, elettrizzati dal clima del “boom” in Fratelli d’Italia (1963), di Alberto Arbasino. Il racconto di Ottieri è in realtà un pamphlet satirico sulla mondanità di cabotaggio internazionale, “animata” (si fa per dire) dalla noiosa e annoiata ripetizione di situazioni e scene in cui i dominatori della cronaca rosa conducono stancamente la loro brillantissima ma insulsa esistenza. Una sarabanda caricaturale di particolari (cose e persone) intercambiabili, che inseguono la loro reiterata distensione senza stacchi, come note di un’unica, monocorde sinfonia, tra “gruppi”, cocktails, cacce, gare di tiro al piattello, viaggi transoceanici e ricevimenti continui presso i salotti delle famiglie-bene. «Non c’è trama,» notava Vittorio Spinazzola all’uscita del libro «solo un succedersi di cocktails, pranzi in piedi, pranzi seduti, pranzi in piedi seduti, defilès, “cacciate” al fagiano o al cinghiale e tanti tanti brancicamenti con donne. Non ci sono protagonisti o meglio sono tutti interscambiabili». C’è per la verità un personaggio che risalta sugli altri, spesso citati e descritti solo di sfuggita, ma anche lui è un simulacro vuoto, una specie di ologramma utile a “funzione narrativa”, per condensare le voci e cucire i frammenti dispersi, catturandoli nel magma dello sguardo, cioè nella scrittura. È Orazio, un fabbricante di bidet, anzi: il «re del bidet». Imprenditore sì, ma ama (o crede di amare) l’arte, tanto che vorrebbe «porre sul fondo dei bidet il ritratto di Rodolfo Valentino a occhi spalancati», per la gioia delle donne; oppure in alternativa, per quella degli uomini, la Venere di Cranach. «Il fatto è» continua Spinazzola «che in questo mondo fasullo non possono esserci vere individualità perché ogni persona, pur liberissima di sé, è in realtà schiava di un codice di comportamento (…). Così il racconto assume l’andamento di un balletto sincopato, eseguito da maschere senza volto e senza interiora». Proprio così: un balletto meccanico di “marionette sociali” che, con approccio più ilare e disinvolto, ma non per questo meno corrosivo, ricordano i “manichini ossibuchivori” di Gadda, impietosamente ridicolizzati nei “restaurants” frequentati dalla borghesia fascista, in una Milano travestita per l’occasione da Sud America (l’immaginario Maradagàl) nella già citata Cognizione. Anche il linguaggio di queste marionette è schiavo della serialità gergale che le ingessa e le imprigiona in una melassa di nonsenso e banalità, perfettamente in linea con la “fuffa” delle loro forme vuote. Eccone un saggio particolarmente compulsivo e reiterato, al limite dell’idiozia:

«Pronto». «Ci vediamo al Bum Bum». «Prima andiamo a bere una cosa al cocktail dei Lanza». «Al pranzo dei Crispi». «Al cocktail dei Lanza». «Ci vediamo tutti al Bum Bum». «Al Bum Bum». «Al cocktail dei Lanza». «Pronto». «Che cosa fai stasera?» «Ci vediamo tutti al Bum Bum». «Che cosa fai stasera?»

Lo snobismo cosmopolita impone l’utilizzo continuo di parole inglesi e francesi: sexy, social, image, esprit, allure, etc. Ci sono “categorie” predeterminate per ogni discorso, e anche quelle hanno confini fragilissimi che le rendono variabili e intercambiabili: «spesso il social non è sexy e il sexy non è social. Si intende che ciò che è augurabile è il social sexy e il sexy social». Ottieri lavora di spada e fioretto pur di deridere i colloqui fatui e insensati dei personaggi, utilizzando tutti gli espedienti possibili per fare in modo che il lettore, perdendo il filo della logica, possa a un certo punto chiedersi: che diamine stanno dicendo? Ecco dunque il montaggio incongruente dei pensieri, volutamente appiccicati senza ordine logico. Ad esempio:

L’intelligenza di Alì Khan è acutissima. È sontuoso e ha il senso del business; non si può più fare lo shopping a Parigi. Preferisco Zurigo.

L’insipienza delle loro forme vuote contagia anche il quanto di erotia (per citare ancora Gadda) che circola come un pulviscolo ossidante fra le pagine del libro:

Correvano sui centonovanta, la sera tardi, nella Bizzarrini di Orazio verso Roma. «Ti sei divertita?» Hata rispose: «Sì». «La prossima volta devi tirare anche tu». «No». Egli tolse una mano dal volante e le carezzò una gamba, prima sul ginocchio, poi sotto la minigonna. Hata strinse le cosce imprigionando quella mano e allungandosi all’indietro nel basso sedile concavo della Bizzarrini.

Il modus percipiendi imperante nel libro determina una visione distorta, frantumata e schizomorfa della realtà, che si innesta su un fondo liquido, fluido, “alcolico” e blasé, cioè indifferente di sentimenti futili e brillante chiacchiericcio. Ma, come i “manichini ossibuchivori” di Gadda, anche questi pretenziosi e sfarfallanti cialtroni attraversano momenti di apparente gravità, di retorica “dannunziana” solennità: «Pietro rimaneva in silenzio, teso a uno scopo indicibile». I “divini mondani” coltivano una visione esclusiva e oligarchica della società, e mostrano una spiccata tendenza a teorizzare (blaterando senza tema di smentita le loro arbitrarie semplificazioni). Ecco un paio di esempi: «Bisogna assimilare nella mente» esclamò Orazio «che esistono solo i pochi. Questi pochi sono i migliori»; «Le leve sono in mano al management. E il management comanda lo State, che si illude». Ogni rappresentante di questa classe privilegiata è, ça va sans dire, un essere straordinario, dotato di virtù eccezionali. Qui, poi, sembra di udire qualche eco del “Gastone” di Ettore Petrolini: «Nessuno sport» disse Orazio disteso, parlando verso il soffitto con voce di striscio «mi è sconosciuto. Batto il crawl come mi produco nel drive. Sono perfettamente ginnastico. Sapete che non mi fermo al massaggio, forma passiva di mettersi in forma. Ma lo sport da me preferito è sempre il social climbing». Questi indolenti arrampicatori sociali passano dunque di festa in festa e bevono continuamente champagne. Sono sempre in giro per il mondo, senza limiti di distanze e viaggi (possiedono aerei ed elicotteri personali).

«Orazzino, dove fai colazione domani?» «A Parigi, dal nostro brillantissimo Harry». «Ci sono anch’io, sono felice, vieni a prendermi, voliamo insieme». «Nel pomeriggio dà una battuta». «Ma io riparto subito, Orazio. Non vieni domani sera alla cena dei Del Doge a Venezia?»

(…)

«Pronto» disse Orazio. «La principessa è tornata?» Ascoltò. «Ma è riandata di nuovo a Giacarta?»

Credono di essere «quelli che ridono più sulla terra» anche se in realtà hanno poco di cui divertirsi, prostrati come sono da un permanente «fumo di noia», il tipico spleen decadente degli uomini di mondo. L’unica loro «grave preoccupazione» è «come spendere tutto il denaro», e questo li rende nullafacenti perdigiorno che vivono solo per uscire la sera, tutte le sere, e frequentare club esclusivi. Passano ore al telefono per invitarsi ai ricevimenti. Parlano spessissimo di astrologia, a cui danno un’importanza spropositata. Non sopportano le banalità ordinarie del quotidiano, la prosa del vivere, il grigiore delle masse: si sentono «superiori alle abitudini del mondo, alle code». Si ergono «sopra il mediocre livello della gente comune» con i loro colli lunghi, aristocratici, razziali. Anche i nomi peregrini ed esotici delle donne dimostrano che si tratta di altra cosa, di altra vita: Aldobrandina, Selvaggia, Rezzonica, Diamante, Annette, Violante, Hata, Mildred. E ancora (anche come imponenza proterva del suono, nomi più cognomi): Giada Anguissola d’Altor, oppure Maria Teresa Tranquilli Liberati, etc. Tutto in loro dice che non sopportano «il ritmo banale». Il lavoro è cosa che non li riguarda, per filosofia, non solo per mancanza di necessità:

Io odio qualsiasi lavoro. Se lavoro divento pazzo. Se lavoro perdo il mondo. Non adoro che la bellezza, il gioco.

La loro esistenza e la loro cultura sono fatte di allucinanti «forme assolute staccate dal loro eventuale impiego». Orazio è «straordinariamente snob» anche nel suo membro virile, infatti esso «non produce il suo sprint che con la nata bene». Fanno talvolta i conti con il vuoto che devono continuamente esorcizzare, la «duna dell’irrealtà», ma in genere abitano con apparente disinvoltura una dimensione fluida del vivere, basata su una tesi di fondo: «frequentare ogni possibilità e non concentrarsi su una sola». Dice a un certo punto Pamela:

Mi ricordo sempre che un maestro a scuola mi ha insegnato che una foresta si può guardare in due modi: fissando un albero da vicino e allora non si vede che quel solo albero, al posto della foresta. Oppure guardare da lontano, allora la foresta è composta da migliaia di alberi, uno non se ne può scegliere. (…) Per noi la possibilità è migliore della realtà.

E infine:

«È questo» insiste Pamela «il simbolo della nostra vita. Rimbalzare sempre, non andare mai in fondo».

Ottieri è magistrale nel riprenderli dal vivo, infilandosi nei meccanismi dei loro sguardi e nelle dinamiche dei loro “pensieri” a mo’ di etologo, anzi di entomologo al microscopio: «da presso, come ingranditi attraverso una lente». L’autore non commenta e non aggiunge nulla di suo, se non la sana ferocia con cui affonda il coltello nella rappresentazione parodistica. Ma la sua presa di posizione è già in questa ferocia e nel grottesco che ne consegue, per cui la riprovazione morale risulta implicita al discorso: l’esosa tracotanza di chi non sa come spendere il denaro ha il necessario contraltare nello scandalo di chi non riesce nemmeno a sopravvivere. In tal senso I divini mondani è opera di impegno assolutamente complementare ai libri in cui Ottieri affronta e analizza il mondo delle fabbriche e delle lotte operaie, per i quali è meglio conosciuto al vasto pubblico.

Marco Onofrio

Esce “Roma raccontata da venti scrittori italiani del ‘900”, a cura di Marco Onofrio

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Con ampia introduzione critica dello stesso curatore, il volume seleziona e raccoglie brani emblematici del rapporto con Roma che noti autori del Novecento italiano sviluppano in alcune delle loro opere più significative. Un percorso alla scoperta di Roma attraverso lo sguardo degli scrittori.

Elenco degli autori antologizzati: 

Sibilla Aleramo, Gabriele d’Annunzio, Alba De Céspedes, Ennio Flaiano, Carlo Emilio Gadda, Carlo Levi, Giorgio Manganelli, Elsa Morante, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini, Ercole Patti, Luigi Pirandello, Dolores Prato, Enzo Siciliano, Mario Soldati, Bonaventura Tecchi, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Vigolo.