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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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“Passeggiate romane”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Alla sua città di elezione Dante Maffìa dedica, dieci anni dopo l’arrivo dalla nativa Calabria e cinque dopo la laurea in Lettere, conseguita alla Sapienza presso la cattedra di Gaetano Mariani, Passeggiate romane (Lecce, Capone Editore, 1979, pp. 104), un libro di amore disturbato dove la riconoscenza è mescolata all’inquietudine e la familiarità allo spaesamento. La rappresentazione delle cose vi nasce da uno sguardo “laterale” naturalmente attratto da percorsi desueti: infatti si autodefinisce «viaggiatore curioso / delle cose insignificanti».

A Roma, per esempio,
ho contato i balconi
di ogni strada.

Ne scaturisce una Imago Urbis originale, personale, non oleografica benché, sin dalla composizione di apertura, scriva ammonendo: «Anche tu sei stato ingannato / dai luoghi comuni». In realtà la percezione è mossa, liquida, leggera, come alterata da ebbrezza: obbedisce ai palpiti di una innocente, barbarica vitalità che lo fa scrivere con il polso caldo, seguendo un filo di sensazioni estemporanee e illuminazioni improvvise. Passeggiate romane è appunto il libro di un “barbaro” a Roma, anzi di un greco sibarita: il provinciale inurbato che mostra le “stimmate” della sua permanenza e i tentativi impacciati e disarmati di prendere le misure, adattarsi, ambientarsi, anche se – così scrive a un certo punto, rovesciando l’imbarazzo – «i monumenti sapevano del mio arrivo». L’immensità di Roma è un infinito spazio-tempo che “non cape”. Città già diventata metropoli, di «troppi / poeti, di nenie maliose» che invischiano la chiarezza dello sguardo, corrompendo la purezza originaria. «Qui il tempo dappertutto è un irrisolto / quesito»:

(…) Perciò
resto in disparte, guardo,
e solo a volte avverto il movimento
del mare nelle strade colme.

Roma è così spiazzante che può condurre anche a perdersi, o a perdere la parola. Ma lui tiene stretto un «filo d’Arianna» per tenere botta al labirinto, così durante il lungo cammino per i luoghi romani può ricapitolarsi ungarettianamente dalle origini e, traendola dalla propria stessa innocenza, riabbracciare la «memoria». Un modo per non smarrirsi è privilegiare tendenzialmente il centro, sia pure con sguardo eccentrico, poiché appunto Maffìa viene dalla provincia, dal profondo sud: «… “Ci sono anche le borgate, / la periferia…”. Chi dice di no.» scrive quasi per giustificarsi: «Ma vi pare che uno cerchi / quello che possiede?». Elenchiamoli in ordine sparso, dunque, questi luoghi romani deputati (con relativi particolari): Piazza Navona, Terme di Caracalla, Campo de’ Fiori, EUR, Via Poliziano, Gianicolo, Pincio, Piazzale delle Muse, Via Latina, Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Via Condotti, ecc. Attenzione, non è turismo garbato da borghese, con adesione all’immancabile “cartolina” stereotipata, ma esperienza di vita vissuta da un ragazzo del popolo, per di più meridionale, affidandosi all’avventura senza escludere nulla “a priori” dal quadro d’assieme, neanche i particolari osceni, per esempio i vespasiani puzzolenti o le prostitute intorno ai fuochi «a Tor di Quinto, ai Prati».

   Il motore di queste composizioni è il vagabondaggio, ed è un vagabondaggio libero e picaresco, non di un raffinato flâneur ma di uno spiantato, un provinciale privo di risorse e preda di allucinazioni, talora una specie di santone laico, come quando si inginocchia a Piazza del Popolo per rubare i raggi di luce dei fari dalle automobili in transito, o quando in Piazza San Pietro viene trovato (e già il verbo è indice di percezione alterata, se non di stato confusionale) «a benedire l’alba». Scrive, ricordando i giorni di quella condizione: «Dunque / avevo in corpo un fuoco indescrivibile / inquietudine / che mi portava da una strada all’altra». Trascorreva le «sere in scorribande / per le strade» e poi tutta la notte a camminare per Roma, senza sapere che ne avrebbe tratto versi «a distanza di anni».

Andiamo fino all’alba. Al Tritone
mangio i cornetti appena sfornati
e fumo addossato alla fontana.

È chiaramente una Roma più notturna e antelucana che diurna:

V’erano notti di miracoli, corpi levigati
di donne regine. Le amavo con la morte
negli occhi, sapendo che l’indomani
il tabaccaio avrebbe venduto le solite cose.

Gli piace catturare quanto offre Roma all’alba, allorché in cielo scompaiono le stelle e «aprono i bar sonnolenti / e l’odore, per poco, è quello di casa» mentre «il vento raccoglie / gli ultimi residui della notte / e si adombra nei vicoli». Sono tanti e non sempre scontati i caratteri che della città raccoglie e fissa alla memoria, girandola ininterrottamente: per esempio gli “alt” e gli “avanti” dei semafori, le caldarroste, le «grandi navi d’angurie» lungo i viali delle sere estive (le «allucinate sere / di scirocco romano»), le «donne vestite / di leggeri indumenti di seta», e i capelloni che cantano a Campo de’ Fiori, i manifesti strappati dai muri… E poi gli odori che «si perdono in labirinti di vento», gli odori antichi e solenni della città millenaria mescolati ad altri, più circostanziati e prosaici, come «quell’odore di scale consumate» avvertito in una pensione ad ore di via Marghera, con una ragazza. E la percezione del mare (ad esempio «Un cocciuto riverbero di mare / per via Frattina») che non è solo quello reale, distante trenta chilometri, ma anche e soprattutto il mare della Vita che, in chiave metaforica, il poeta contatta e ascolta come il suono stesso della città: «Un rombo sordo e infinito / m’intorbida il sangue». E ancora, l’estate a Roma che vince trionfalmente, con le «furie carismatiche del sole», sul «poco» della primavera:

Mi sfugge il nesso di questa vittoria,
i legami implacabili, che franano
nelle grandi estati del mare.

Vale a dire il mistero del tempo che muove dall’interno il divenire, l’eterna metamorfosi del mondo, da cui l’uomo trae post factum la sintesi parziale della storia e che a Roma svela più che altrove – Ungaretti docet – il suo “sentimento”. A Roma infatti l’eternità è tradotta a misura d’uomo e s’infila, come un vento dispettoso, negli interstizi tra il silenzio della storia e il banale sventolio della quotidianità:  

Notturno

Il vento ha bussato
ed io l’accompagno al Gianicolo.

Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi!
Roma è questo immenso silenzio,
questi panni che asciugano
sui fili di plastica dei cortili?

Dove, oltre la citazione dalla prima delle Elegie romane di Goethe, è evidente la volontà di scardinare il segreto tetragono che le vestigia di Roma nascondono sotto la loro facies magniloquente e, perciò, inascoltata. In un’altra composizione Maffìa scrive non a caso della necessità di rimboccarsi le maniche per sollevare «le tenebre dai monumenti». È proprio questa volontà di giungere al cuore di Roma che gli concede di coglierne qualcosa di veramente essenziale, in un tratto di viva originalità (benché prossimo a certe atmosfere romane di Alfonso Gatto):

A Roma la pioggia
ha l’umore dei poeti; le donne
hanno il sonno, la vita
delle fontane.

La scansione topografica della città, più o meno attraversabile nelle sue infinite stratificazioni, si mescola a quella temporale, entro il decennio campito dal libro (1969-1979), nel passaggio biografico dalla Roma garbata del «caro» mentore Aldo Palazzeschi («Tutta Roma / adornavi del tuo sorriso; / via dei Redentoristi / com’è mutata all’improvviso.») a quella turbolenta delle lotte studentesche e delle opposte fazioni, che s’indovina nel fervore dei versi, seppur non dichiarata, a quella amorfa del riflusso ideologico e politico («Non c’è più nessuno nelle piazze. / scarseggiano gli scioperi anche all’Università. / I collettivi di Lotta e d’Avanguardia / sono in mano ai figli di papà»).

Fra tutti i motivi racchiusi o operanti nel libro emerge secondo me la solitudine dell’emigrante dinanzi alla metropoli sconosciuta, ovvero «lo strazio, la paura che si prova / a restare soli ogni sera», all’origine della struggente, indimenticabile visione della madre – già inferma e, peraltro, defunta da anni – che sale a trovarlo dalla Calabria ma rischia seriamente di perdersi:

Madrerosina se ne va    
per la città. Dev’essere
proprio lei, ha l’aria smarrita,
va in cerca di me.
A pensarci bene però
lei non conosce dov’è Roma,
né sa dove andare,
tra macchine e filobus,
fino a via del Vantaggio.

La Poesia è la città dei sogni dove tutto resta eternamente possibile; dove cioè Maffìa, con il cuore in gola, attende da un momento all’altro l’arrivo della madre per abbracciarla ancora tra i singhiozzi… dirle che è andato tutto bene e che Roma, dopo tanti anni, non gli fa più paura.     

Marco Onofrio
       

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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

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https://lapresenzadierato.com/2021/06/02/giorgio-taffon-azzurro-esiguo-di-marco-onofrio-lettura-critica-in-forma-di-lettera-semi-confidenziale/

Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

“Azzurro esiguo”: intervista su «Il mamilio» (21 marzo 2021)

 

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/36522-il-poeta-di-marino-marco-onofrio-spiega-la-sua-ultima-opera-azzurro-esiguo.html

Con il suo nuovo libro di poesie, “Azzurro esiguo”, Marco Onofrio giunge alla sua quattordicesima opera in versi e al trentaseiesimo libro complessivo: una produzione ormai vastissima per il neo-cinquantenne autore romano naturalizzato marinese (oltre 6000 pagine pubblicate grazie a cui, in quasi trent’anni di carriera letteraria, egli ha ottenuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti, in Italia e all’estero). “Azzurro esiguo” esce con un editore tra i più importanti per la poesia, Passigli di Firenze. Il volume, di 112 pagine, racchiude 59 composizioni ed è stato avallato e prefato da Dante Maffìa, che lo definisce «libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori». Abbiamo raggiunto telefonicamente Onofrio a Marino per rivolgergli alcune domande.

Marco Onofrio, la pandemia non sta affatto rallentando il ritmo delle tue pubblicazioni…

In realtà ho qualche remora, perché questi nuovi libri sono destinati a patire delle mancate presentazioni e non tutto si potrà recuperare a fine pandemia, speriamo presto. Molti mi chiedono di presentarli sulle piattaforme on line, in videoconferenza, ma a me non convincono, la linea è spesso disturbata, le voci metalliche, è un continuo rincorrersi di “mi sentite?” e “non si sente bene”, e insomma la vera presentazione di un libro è, da sempre e per sempre, un evento che vive con la presenza fisica degli interlocutori: preferisco aspettare tempi migliori. D’altra parte la cultura non può e non deve fermarsi, dunque è indispensabile non farsi condizionare più di tanto dal doloroso incubo che stiamo vivendo, e anzi usare i libri come scialuppe di salvataggio cui affidarsi, ora più che mai, per resistere e sperare.

Come nasce “Azzurro esiguo”?

Il libro raccoglie materiali eterogenei, molte poesie scritte negli ultimi anni e altre recuperate da quaderni “antichi” di appunti, risalenti addirittura alla mia adolescenza. Spesso le cose dormono al buio per decenni e poi d’improvviso reclamano spazio poiché il tempo è finalmente maturo: è uno dei misteri della scrittura, così come della vita. Questo mix di “ere geologiche” stratificate contribuisce forse all’equilibrio di toni che “Azzurro esiguo”, più delle opere in versi precedenti, sembra riuscire a realizzare.   

In che senso “equilibrio di toni”?

Il poeta è un equilibrista sospeso su un filo sottile tra “vita” e “cultura”: se si abbandona completamente alla vita, la poesia è ingenua e inefficace; se dà troppa udienza alla cultura, la poesia si spegne nell’intelletto e scade in “letteratura”. In entrambi i casi il poeta cade e fallisce il proprio obiettivo, che è appunto questo equilibrio difficilissimo da raggiungere.

Perché il titolo “Azzurro esiguo”?

È il titolo della poesia che conclude il libro. Dice fra l’altro: «Come riuscire a dire l’azzurro esiguo / dentro l’universo tutto nero? // Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. // La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola». L’azzurro è “esiguo” perché infinitesima ma infinitamente significativa è la goccia della vita su scala cosmica, cioè il prodigio di questo pianeta rispetto al buio e gelido orrore del vuoto senza fine in cui rotoliamo, e l’apertura brevissima della nostra esperienza tra gli abissi del “prima” e del “dopo”. L’azzurro è “esiguo” anche perché nell’esistenza di ognuno i dolori sono in genere più numerosi e frequenti delle gioie, e per ogni fuggevole gioia c’è da pagare un prezzo salatissimo. Come l’estate: 9 mesi per prepararla, poi finalmente arriva e… dura un soffio.     

Quali sono i temi principali del libro?

C’è un macro-tema di fondo, ed è quello tipico di ogni mia scrittura letteraria: l’interrogazione continua, insistita e direi anche cocciuta sul mistero e il senso dell’essere, l’incredibile meccanismo di cui facciamo parte. Entro questa cornice di conoscenza (im)possibile vanno poi a collocarsi temi universali come il vuoto, il tempo, la morte, la vita, il dolore, l’amore, la paternità, la speranza, la nostalgia, il ricordo, ecc. E poi, naturalmente, motivi “classici” della mia poesia come il cielo, la forma delle nuvole, il mare, il silenzio, la luce, l’ombra, l’ascolto delle stagioni… Cose di sempre (da cui il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti), ma che qui brillano di un nuovo riflesso grazie appunto all’equilibrio di cui parlavo, tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani, probabilmente favorito dalla prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti.       

Quanto c’è di personale?

Tutto, se si considera che ogni poesia di qualsiasi autore nasce da uno sguardo e che ogni sguardo – sia come “modo” di guardare alle cose, sia come “momento” diverso di questo guardare – è per definizione unico e inimitabile. L’importante è che le “impronte digitali” personalissime siano condivisibili, permettendo un riconoscimento universale di quanto visto e percepito. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e, appunto, l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato il libro.

D. C.

“Azzurro esiguo” letto da Fausta Genziana Le Piane

Azzurro esiguo cop-2

Riflettendo sul titolo dell’ultima raccolta poetica di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021) e sulla dedica personale che trovo all’interno – per un azzurro tutt’altro che esiguo – resto perplessa: ma insomma questo azzurro è esiguo o no? Calma, procediamo per gradi. La parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

Non è un caso che sia Mallarmé e sia Onofrio parlino di voce e di suono: Il suono, padre della terra / si incarna dentro un guscio / di splendore (…) (Il compito, p. 15)… Trionfo della creazione, dunque azzurro – lontano anche – che vince e supera la materia. Azzurro come dire Ideale, Bellezza, bellezza del mondo, bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo gettato qui sulla terra, dopo aver attraversato silenzio, spazio, tempo, è dilaniato tra la materia di cui è fatto e il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere, è combattuto tra la vita, che fa nascere e la morte che fredda nel mistero. Come dire le Città del Sogno / dove tutto è luce di pensiero (Il varco, p. 17). Tutto ciò scaturisce e prende forma dal tempo e dallo spazio e nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi, fatti di carne, di materia e di spirito, anime inquiete, intrise di mistero. Si resta colpiti dalla capacità dell’io del Poeta di sfaldarsi, allargarsi, perdersi dissolversi nello splendore dell’eternità, nell’universo, dilatato che inghiotte nella sua vastità:

Rinasco, ora, tra le braccia
del vento
che mi porta lontano
laggiù… laggiù…
sulle ali del tempo
dentro le vie dei colori
oltre l’orizzonte
in fondo al mare
ascolto la sinfonia dei giorni (…)

(So da sempre, p. 30)

Uscire dalla stanza.
Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

(Trascendenza, p. 33)

Risuona spessissimo la parola vuoto – una delle più presenti della silloge , vuoto incolmabile, vuoto che divora dove ci si spaventa senza che il turbamento diventi mai angoscia pura: è il centro ove tutto accade e si forma. È vuoto il silenzio, il silenzio / dei misteri?

L’universo è un grande buco
dentro il vuoto
pieno del nulla che ci ingoia…

(Ingranaggio nascosto, p. 20)

Anzi il vuoto non è indeterminato ma ha fattezze fisiche ben precise: Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di uomo, p. 80). Abisso, fondo, silenzio (più volte ripetuto), questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto. Fare il vuoto in se stessi, nel senso simbolico che danno a questa espressione poeti e mistici, è liberarsi del turbine delle immagini, dei desideri e delle emozioni; è scappare dalla ruota delle esistenze effimere, per provare solo la sete di assoluto. È, secondo Novalis, il cammino che va verso l’interno, la via della vera vita… “Il profumo dolce del silenzio / inchiavardato al vuoto” (Grato, p. 27). Il vuoto è vertigine che si attorciglia su se stesso in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore. Io interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del cerchio magico: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). C’è una corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo si specchia nel cuore,

Velati, gli occhi, e semichiusi
insensibili ormai a qualunque cenno
guardavano dentro
scorrere visioni trascendenti
come in un film
eccelso di indicibile grandezza
che qualcuno proiettasse dal cielo
dritto sullo schermo del suo cuore
proprio mentre stava per fermarsi.

(L’oasi, p. 38)

Anzitutto si specchia, anche il cielo nel mare: Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli) (Sale sacro, p. 62), il cielo nel pozzo, un occhiolino bianco che vacilla… Guardarsi dentro e trovarvi il firmamento, l’infinito… Sono tutto l’universo / l’infinito. L’Azzurro allora è esiguo rispetto alle aspettative umane, rispetto all’anelito, al desiderio di elevarsi ma, nell’essere inarrivabile, diventa vasto (azzurro senza fine):

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;
sali a purificarti nell’aere superiore,
e bevi come un puro e divino liquore,
Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.
Alto sui tedi e sui pesanti affanni
che gravano quaggiù l’esistenza brumosa,
beato chi potrà con ala vigorosa
lanciarsi verso i campi luminosi e sereni:
quell’uomo i cui pensieri, lieti come le allodole
si involano al mattino verso il cielo – colui
che plana sulla vita. ascolta e sa comprendere
il linguaggio dei fiori, e delle cose mute!

(Chales Baudelaire, Les fleurs du mal, Mursia, traduzione di Mario Bonfantini, 1980, Élévation, p. 35).

L’Azzurro – il cielo – coincide con la trascendenza, con l’eterno, la divinità, il desiderio di assoluto, di bellezza superiore ed implica la ricerca di un’entità spirituale superiore, perché il Poeta vuole vedere l’esistenza con gli occhi /stessi della divinità (9 passi, p. 28):

Chi disegna il mondo intorno a noi?
Chi sospinge il vento che trascorre?
Chi prepara i segni del futuro
quando noi emergiamo e si fanno
vivi, nel silenzio, catturare?
Chi decide i corsi e i mutamenti? (…).

(Chi è, p. 22)

La grande Luce irradia amore nel silenzio: il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione; ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio avvolge i grandi avvenimenti, dando alle cose grandezza e maestà. Il silenzio, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Lassù c’è un silenzio così pieno / che rende inutile parlare (Inutile parlare, p. 79). Al poeta è dato di sognare, di lasciarsi andare al sogno, senza opporvi fuga o resistenza (9 passi, p. 28) e di arrivare un giorno al centro inabitabile del cielo… Attenzione! Dobbiamo avere cura dell’Azzurro, in un attimo sparisce, in un attimo cade, precipita e poi non resta che sprofondare nella palude. Lassù, con l’Azzurro, ci sono le stelle, ci sono i baci:

(…) quella bocca dolce da baciare
che ora sto baciando,
non è un sogno!
Gusto tra le stelle il tuo sapore
di sorgente alpestre
e di marina fresca da annusare:
è un’acqua che non basta e non finisce
la gioia senza tempo che fa male
e spande una carezza in fondo al cuore
mentre ringrazio e benedico il mondo
per il miracolo che sei
viva tra le mie braccia
in questo spazio sacro,
e tutto attorno ciò che non sei te
l’impenetrabile ignoto
dell’insensato niente.

(Il bacio, p. 71)

Mi piace concludere con queste bellissime parole d’amore del Poeta, amore che coinvolge tutti i sensi (assaporare, gustare, annusare, ecc.). La donna idealizzata, Madonna degna dei più famosi Trovatori, è essere angelicato che rientra nella benedizione del mondo:

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Da qui la metafora della spazio sacro: è il luogo dove Madonna passeggia dispensando baci e gioia e frescura, qui si riuniscono gli amanti e il resto è l’insensato niente.

Fausta Genziana Le Piane

“Azzurro esiguo” su “Il Caffè dei Castelli Romani” dell’11 marzo 2021

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La produzione letteraria di Marco Onofrio non conosce soste: un mese fa le prestigiose edizioni Passigli hanno pubblicato a Firenze la sua nuova silloge poetica, dal titolo “Azzurro esiguo”, con l’avallo di Dante Maffìa che parla in Prefazione di “libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori”. Il volume, di 112 pagine per 59 testi (fra liriche e poemetti in prosa), è la quattordicesima opera di poesia dell’autore romano, nonché la sua trentaseiesima di sempre, in quasi trent’anni di carriera culturale a tutto campo. Raggiunto telefonicamente a Marino, dove vive dal 2006, Onofrio si è detto felice di questa nuova pubblicazione, che una «strana e straordinaria casualità» – parole sue – ha visto coincidere con il giorno del 50° compleanno (11 febbraio 2021). «Una bella soddisfazione» ha dichiarato Onofrio «non solo per l’importanza della casa editrice, tra le più rinomate e ricercate in Italia per la poesia, e della collana in cui il libro è stato inserito, fondata e diretta a suo tempo dal grande Mario Luzi; ma anche e soprattutto per il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti, dove appunto la prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti ha consentito un equilibrio che mi dicono molto bello tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato questo libro».

D. C.

Tre pensieri sulla Donna (da “Nuvole strane”, 2018)

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Si riproduce sempre e in ogni luogo. L’eterno femminino, che manifesta la grazia del mondo. La bellezza irresistibile delle donne. Il potere della loro seduzione. La malia del loro sorriso enigmatico, che guarisce il male e blocca la mano alla morte. La luce vellutata e calda che splende nei loro occhi, sorgenti di un’acqua che rinfresca la gioia di essere e di amare. L’anfora generosa del loro corpo: spandono la vita tutta attorno (quando arriva una donna, un luogo si riempie di anima). La tenerezza calda del loro seno, porto di dolcissimi sospiri. Il profumo delizioso del loro collo. Il miele speziato delle loro bocche. La loro pelle liscia, lucida, ambrata, tutta da baciare e da abbracciare. Le ginocchia tonde, le forme che ricordano la terra. Il mistero sacro delle cosce che – da sole – bastano a dimostrare l’esistenza di Dio. Donne: intuitive, curiose, sensibili; languide, sensuali, appassionate; morbide, liquide, burrose. Donne, semplicemente donne, meravigliose donne!   

Se ami la vita, non puoi non amare le donne. Solo loro che ci mettono (e ci rimettono) al mondo. Le donne sono sacre. Chi le odia e le maltratta, firma con ciò stesso la propria condanna: è amico della morte, e la vita prima o poi lo punirà.

Il mistero sacro di ogni donna. Tra il seno, le spalle, il cuore. Bere la vita, gustando il sapore del mondo, dalla sorgente della sua bocca dolcissima. Accarezzarle il viso. Accendere la luce dei suoi occhi. Palpare i fianchi dell’anfora divina. Abbracciare la terra intera abbracciando lei. Passione struggente, languida sensualità. Ogni donna è un universo a parte: ha un fascino diverso da scoprire. Ciascuna, unica. Offerta ambulante di delizie. Scrigno segreto di gioie. Incrocio labirintico di possibilità. Fermarsi a una, d’accordo. Ma come rinunciare al dono delle altre? Amarle tutte: perché tutte esistono per essere amate. E l’uomo per amarle.

Marco Onofrio

“Azzurro esiguo” letto da Maria Teresa Armentano

Azzurro esiguo cop-2

Lo stesso titolo del nuovo testo poetico di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021, pp. 112, Euro 14, Prefazione di Dante Maffìa) pone al centro le contraddizioni che animano il cuore del poeta. L’azzurro non può essere esiguo; nel definirlo con questo aggettivo l’azzurro a cui pensiamo, quello del cielo e del mare, rievoca immagini di lontananza. E appare irraggiungibile, nebuloso e vago, e riporta alla dimensione interiore di una vastità che ha le sue radici nell’anima e che trabocca nei versi.

…La verità più vera / è il cuore buio / che incista in fondo all’incubo sublime /nel dolore del suo volto /ancipite: /da un lato la vita / che ci fa nascere; / dall’altro la morte che ci fredda /nel mistero. (“La verità più vera”)

…Miliardi di universi sfuggono / allo sguardo /e come polverume di foschie / si lasciano intuire / dentro il buio gelido / dell’inghiottitoio. (“Scritture incomprensibili”)

…L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia / dove entrano-escono le cose… (“Ingranaggio nascosto”).

Già in questi versi tratti dalle prime poesie del testo, Onofrio s’immerge nella dimensione dell’universalità in cui il buio e la morte non sono intesi come elementi di un pensiero negativo, bensì come l’altra faccia del nostro vivere, nella grandezza e sublimità di un mistero che la poesia tenta di decifrare, offrendo la possibilità di scorgere oltre l’umano. E nella poesia intitolata “Chi è” il poeta propone al lettore una sequela di domande che sa già essere senza risposta e che, proprio in questa mancanza, assumono senso. Nel libro intercala ai versi pagine di prosa poetica, quasi non trovasse che in prosa lo spiraglio necessario per esprimere l’arcano che avvicina al Mistero. Nella “Favola”, ad esempio, i tre tempi dell’umano sono scanditi come in una partitura: la rinuncia prima, poi il volo senza più barriere per raggiungere spazi infiniti e infine il mutare e il trasformarsi nel cuore di ogni cosa.  Scrive il poeta: «tutto è Amore, di sempre e di mai»: ecco, il segreto alfine assume un senso che è significato del mondo in sintonia con il proprio essere. In questo sogno il poeta ritrova sé stesso, percepisce l’universo che ora appare raggiungibile, perlomeno nella visione poetica. Percorrendo il cammino iniziato da Onofrio, il lettore avverte una leggerezza che si colora di speranza dove la primavera, rinascita del cuore, annuncia l’inizio di un nuovo disgelo, anche quello dei sentimenti: l’amore per la vita e la natura e l’invisibile pensiero sono un grido dolce, non più la voce stridula di chi emerge dal pozzo senza fondo ma di chi risalito guarda dall’orlo del burrone, ormai conscio delle infinite possibilità che la poesia apre al sé stesso sconosciuto e  celato nel profondo del cuore che ne svela i segreti.

Si avverte una grande umanità in questi versi e nei seguenti in cui il ricordo della figura paterna assume contorni tra il reale e l’immagine evanescente, sfumata, che riporta al buio profondo della perdita e della distanza non avvertite nell’evocazione poetica. I dubbi sul viaggio, dal luogo da cui nessuno ritorna, si moltiplicano insistenti e si concretano nell’unica Domanda finale: «Finisce poi davvero tutto quanto?»  E questa volta la risposta del poeta è senza esitazioni. Il luogo-non luogo, che fa di noi una goccia nel mare immenso dell’Universo, è dove fiorisce la radice dell’amore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’indecifrabile svelato che viene da lontano. E il miracolo è compiuto dal poeta mentre crea versi che suonano e risuonano come note di uno spartito ampliato dal riecheggiare di nuove sensazioni, visive e uditive insieme: dai sensi che percepiscono la bellezza del mare e del cielo alla luce delle stelle lontanissime che rivelano l’Assoluto. La verità –scrive il poeta – è nel cuore, piccolo e immenso perché è uno dei due estremi (l’altro è la luce delle stelle di cui percepiamo appena lo splendore) del filo invisibile che ci unisce all’Eterno. Sbalordisce questa capacità di Onofrio di infondere nelle parole, attraverso le metafore e le sonorità, la complessità di una natura di sogno, mitica, che allude al mistero di cui le cose e noi stessi siamo pervasi.

Guidami, Spirito, tienimi per mano / quando la notte illumina il cammino / mentre oscura, il sole / la verità segreta / delle cose / come se il mondo fosse / quello che vediamo / con gli occhi di carne, / e non soltanto l’ombra / la parvenza / del sogno che vorremmo / ricordare. (“Adorcismo”)

Il sogno che permea questi versi, nucleo di un segreto celato in ogni cosa, rende affascinante la scoperta rivissuta nell’immagine poetica della natura, come se ogni elemento trovasse posto in un’armonia irradiata da una infinita sorgente di luce. La perfetta felicità appartiene all’Eterno, la sete immensa di felicità del poeta non sarà mai placata. Non c’è in queste ultime poesie del testo, impropriamente conclusive se non graficamente, un prima e un dopo ma un filo sottile che è da ricercare esplorando la profondità dei versi,  ed è la meraviglia e lo stupore di fronte al Mistero della natura che il poeta riscopre nel sogno quando si scioglie nella ricchezza di un bacio, nella sofferenza del disagio e del dolore per ciò che muta senza ragione, nella discontinuità del sentimento che vivifica e nello stesso tempo sussurra che la vita è passata. Non resta che abbandonarsi alla natura che saprà darci l’ultimo abbraccio, quello che ci riporta al luogo a cui apparteniamo e che la Poesia rende eterno.

Nella complessità di questo libro, da lettrice, ho ritrovato nella sua interezza la bellezza di versi che non si dissolvono e non si perdono nel vuoto che si crea dentro e intorno a noi. E nonostante incomba il Gigantesco del vuoto, richiamato nel testo “Gigante di vuoto”, il poeta rasserena sé stesso, quando offre il proprio cuore alle Parole («Le Parole sono tracce di sogni perduti», da “Parole dalle cose”), e così ritrova l’azzurro esiguo dentro il suo universo, non più tutto nero, ma rischiarato dalla luce della Poesia.

Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola. (“Azzurro esiguo”).

Maria Teresa Armentano

“Io accado”, di Antonella Radogna. Lettura critica

io accado

La terza silloge di Antonella Radogna, “Io accado” (Lepisma Edizioni, 2018, pp. 70, Euro 12), apre – fin dal titolo – suggestioni filosofiche di grande portata e di eccezionale rilevanza per la vitalità e l’efficacia della ricerca poetica messa in opera attraverso e oltre le cinquanta composizioni raccolte nel libro. La vocazione ontologica della talentuosa poetessa materana ha modo di estrinsecarsi con la continua modulazione dell’essere nella parola, che sale alla parola per manifestarsi come “evento”. Impossibile non pensare a Martin Heidegger, che nel saggio “Sull’origine dell’opera d’arte” (1935) introduce la formulazione del concetto di essere, appunto, come “evento” (Ereignis). L’essere si appropria dell’uomo consegnandosi a lui, in quanto ne ha bisogno per accadere: e questo accadere è l’essere stesso. D’altra parte anche l’uomo, per essere e non esistere soltanto, ha bisogno dell’avvento e dell’evento dell’essere. L’uomo e l’essere si co-appartengono, nella misura in cui accadono insieme. L’essere non è più pensato come un “in sé” nascosto nell’ente, a mo’ di perla dentro l’ostrica, ma come l’evento di un’illuminazione che accade solo nell’uomo e per l’uomo, il quale però non ne dispone poiché in questo evento, come scrive Antonella Radogna, «l’imponderabile accade / e l’insondabile / sfiora le sue profondità eterne». Non possiamo estrarre la radice del divenire al punto di conoscerne le profonde ragioni metafisiche: «Noi fioriamo perché fioriamo». E ancora:

Non si sa quando,
ma un giorno accade.
Tutto crolla inaspettatamente.

Le rappresentazioni soggettivistiche della conoscenza sono come strutture fatiscenti che esplodono contro lo tsunami incontrollabile del divenire. La poesia è l’orizzonte dove la verità è “alétheia”, cioè “non nascondimento dell’essere” che si svela come evento in divenire, per cui l’oggetto da conoscere e il soggetto che conosce vengono ad implicarsi in modo reciproco, uscendone trasformati. Ecco dunque il mistero che si dischiude, colto nel baluginio dell’ente che – aiutato a fiorire dal poeta – sale allo sbocciare linguistico dell’essere come una sorta di dono di trasformazione e di rivelazione. La poesia dunque è il luogo metafisico dove «tutto accade come un miraggio / che si fa carne e sangue / di desiderio». Nell’evento di illuminazione dell’essere, per Heidegger verità e bellezza fanno corpo unico. La verità è la presenza misteriosa dell’essere che accade, e la bellezza è l’apparire stesso di quella verità. Una delle chiavi estetiche del libro di Antonella Radogna è proprio la coincidenza di bellezza e verità, tanto che la bellezza, scrive, «se non bacia la verità / è meglio che non nasca affatto / o si lasci morire».

Un’altra evidente traccia filosofica è l’esistenza bruta dell’essere nella “accecante evidenza” del suo prodigio, e della sorpresa infinita che produce in chi lo osservi fenomenologicamente, al di fuori degli schemi consueti. Ricordate Antoine Roquentin, il protagonista de “La nausea” (1938), di Jean-Paul Sartre? A un certo punto perviene all’autocoscienza assoluta dell’esistente, e la esprime con questa formula pregnante: “ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste”. E poi, al giardino pubblico, oltre-vedendo la radice del castagno che affonda nella terra proprio sotto la panchina dove siede, ha modo di scrivere: “Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa dura e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura”. Questo angelo düreriano che si interroga sulla massa bruta dell’essere (“bruta”, cioè non riducibile e non ordinabile in schemi acquisiti di rappresentazione), aggiornando in “nausea” novecentesca la melancolia rinascimentale, indica la strada anche allo sguardo pensante di Antonella Radogna allorché, parlando del suo amore, scrive – come incapace di capacitarsi: «Dunque esisti? / Non sei l’illusione-allucinazione / della mia mente folle. / Esisti, / non sei l’eco delle mie parole / che m’ingannano / come fossi un amante fantasma, / (…). Ti ho incontrato finalmente / nei meandri dell’anima e del sangue, / ti ho accolto in me, / vero, pulsante». L’essere amato è la carnale rivelazione di un «miracolo giunto sino a me / per darmi una nuova nascita / e fresca linfa nelle vene», ovvero l’evento dell’essere che accade, nella bellezza della sua stessa verità. Ed è un miracolo perché obbedisce a leggi imperscrutabili come quelle che, sotto la traccia “divina” dell’apparente casualità, producono gli eventi decisivi:

Una strada imboccata
alla fine di una giornata
per intuizione divina
cambia la vita.
Tutto muta in un istante
(…).

Quando poi la scorza dell’ente si apre per svelare la potenza del suo essere che accade – trasformando sia l’oggetto, sia il soggetto che lo osserva –, erompe lo splendore di una vera e propria epifania, come la «luce accecante» da cui la poetessa è investita se s’immerge nello sguardo dell’essere che ama. Tutto il movimento della sua poesia tende alla ricerca e alla conoscenza del profondo che soggiace alla “crosta” della realtà ordinaria:

Gli occhi scrutano in profondità.
L’anima si immerge per esplorare
movimenti sommersi di sabbia
e resti di conchiglie
di tempi e luoghi remoti.


È dotata di un vulcanismo innato della parola che la spinge verso una trasfigurazione antropologica del vissuto e una dimensione tellurica e ancestrale delle realtà molteplici, comprensibili o ignote, per cui scrive di «viscere / profonde / di conoscenza», di «magma, / sostanza primordiale», di «arcaici crateri / di misteri inesplorati», di «perduta Atlantide» che «non è mai stata / così vicina», di «viscere della terra» da esplorare «sempre più a fondo / fino a che non saremo disciolti / nel suo nucleo», ecc. Si tratta ovviamente di metafore alchemiche: la catabasi non è materiale ma simbolica, spirituale, soggettiva. L’io sviluppa ad ampio raggio le sue «trame di ricerche» per coincidere con «il più profondo sé» laddove il pensiero poetante sgorga come acqua pura da un’unità spirituale denominata «mente-cuore», fatta di ragione e sentimento, in cui appunto l’intelligenza del cuore coincide con l’anima stessa della conoscenza rivelatrice. Naturalmente questo induce alla coscienza della complessità che informa di sé il mondo, tra oceani interiori, abissi impenetrabili, misteri di senso e nonsenso dove coesistono «vivi ossimori» per la legge cosmica che rende armonici i contrari. C’è un esprit de finesse congeniale alla “microfisica” delle emozioni e delle percezioni, per cui Antonella Radogna scrive, distillando le esperienze, di «tacite vibrazioni», «sieri preziosi dell’anima», «rarefatte gocce di tremori» fino alla materia elementare che ci rende «polvere primordiale di luce, / stelle remote perse nel tempo» destinate a brillare un attimo come lucciole nel vuoto del buio e del silenzio. Il che, tuttavia, non impedisce il “registro pieno” di una vita verso cui prova, nei momenti di grazia, «desiderio incolmabile» e «occhi avidi». La differenza la fa l’amore, combustibile sacro del processo di trasfigurazione con cui lo sguardo aderisce, più o meno, al mondo. L’amore è una voce che indica il «ritorno a casa» fino all’«oasi dell’anima», ed è – soprattutto – un miracolo (una «folgore in cielo» che apre l’orizzonte) grazie a cui si produce una fulminante liberazione («tutto quel dolore annientato dall’incontro / col tuo sguardo») e una decisiva ri-nascita:

con te
vengo alla luce
ancora una volta
o forse posso dire
per la prima volta.

Dammi una nuova data di nascita,
quella del nostro incontro
(…).

La scrittura, come l’amore, è un’avventura della conoscenza che «moltiplica le dimensioni / dell’essere», ovvero la percezione delle cose nella loro autentica complessità: i significati «si dilatano e amplificano / e moltiplicano / come cicli eterni di maree / e venti sommersi». Si tratta, sulla scorta di Hölderlin (poeta non a caso prediletto da Heidegger), di «abitare poeticamente il mondo», cioè «in ogni sguardo / percepire il respiro delle foglie, / l’anima dei gechi, / la voce delle ombre», e insomma «l’indicibile dell’evidenza / l’invisibile del visibile» ovvero l’infinito dell’infinitesimo. La poesia è un esorcismo dell’ombra, o meglio un adorcismo della luce («Ogni verso / un urlo / che espande la vita / e allontana la morte») grazie a cui si individua e si traccia il «cammino sacro / verso lo scrigno della vita». La parola è «prisma di infiniti mondi» così che, per meglio articolarne la rifrazione, Antonella Radogna mette in evidenza le radici etimologiche, com’è del resto tipico del linguaggio filosofico: ad esempio «com-baciare», «dis-chiudendo», «co-esistenza», «l’in-visibile», ecc. (anche come gioco anfibologico: «poetica-mente»). A un motivo simile risponde la scelta insolita di apporre i titoli delle poesie alla fine delle stesse, anziché all’inizio, proprio per non condizionarne il percorso di interpretazione e darne invece una possibile sintesi “aperta”.

La «carta geografica delle parole» coincide con la «mappa dell’anima» e configura l’altrove di una «landa metafisica» che evoca paesaggi culturali di ben nota ascendenza primonovecentesca: Breton, Aragon, Soupault, Max Ernst, Mirò, Dalì, e in Italia Papini e Bontempelli (la poesia “Giocando a scacchi con il destino” ricorda da vicino il racconto La scacchiera davanti allo specchio, 1922, dello scrittore comasco), oltre naturalmente a Giorgio De Chirico e a suo fratello Savinio. L’istante diventa infinito perché la coscienza smemora verso «l’assenza di memoria / e di identità», in uno stato di amnesia che coincide con la «perfetta felicità del nulla». Si tratta com’è ovvio di andare oltre il «filo spinato della realtà» e la «gabbia della ragione» (la ragione infatti «sbanda, / inciampa, / deraglia / come un fiume folle che percorre / il suo tragitto / al contrario / verso la sua origine») per abbracciare la dimensione surreale dell’«anima rapita», che non riserva soltanto delizie atarassiche o estatiche, ma anche raccapricci medusei e caligini sublimi (laddove scrive ad esempio di «bellezza terrificante», di «perturbante gravità», di «tempesta limpida», ecc.). Tutto questo senza mai abdicare alla «consapevolezza / del limite umano / di fronte al mistero», e quindi di trovarsi «sull’orlo d’un precipizio», confinati «a pochi passi dal salto nel vuoto». C’è una metafora splendida che Antonella Radogna utilizza per condensare questo senso di provvisorietà: «Noi ancorati al fischio / di un treno in corsa». Ma la provvisorietà, anziché disancorare, determina uno stato di maggiore e anche migliore appartenenza («Qui è profondamente il mio luogo») in una sorta di orgoglioso radicamento al confine che ci tiene e ci trattiene («siamo rose d’inverno. / Le più profumate, / fragili e delicate, / ma caparbiamente vive / e preziose»). Uno dei compiti fondamentali della poesia è di raccogliere e ricomporre i relitti dei naufragi per «costruire una dimora» da cui guardare il mondo a nuove condizioni. È proprio in questa casa costruita sulla cima delle immondizie che potrà accadere – nel “realismo magico” della percezione amplificata – l’inveramento del sogno con l’«eterno che accoglie la terrestrità». Qui sta il punto supremo della ricerca: unire il soffio del cielo al fiato delle cose più semplici o, con le parole di Umberto Saba, trovare “l’infinito nell’umiltà”. È già così, in fondo, che la poetessa vede e pensa ciò che esiste:

In compagnia di una foglia di basilico,
sfoglio versi d’immenso.
Cerco una vena d’acqua
nel fiume incessante del tempo
che inganna perché non esiste,
eppure detta ogni rintocco
dell’orologio appeso ai rami
e alle zagare profumate
dell’albero di limone.    

Marco Onofrio