Esce “Le ali della Terra. Altre poetesse italiane fuori dal “coro” (2009-2019)”

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Quattro anni dopo Il graffio della piuma. Poetesse italiane fuori dal coro (2006-2016), è in corso di stampa, con il nuovo libro di Marco Onofrio, Le ali della Terra. Altre poetesse fuori dal “coro” (2009-2019), l’ideale prosecuzione di quella ricerca, sulla poesia femminile italiana contemporanea rintracciata in esiti di qualità al di fuori dei circuiti “ufficiali”.    

Si parla delle opere in versi di:

Antonella Antonelli, Anna Maria Curci, Maria Antonella D’Agostino, Carla De Angelis, Cinzia Demi, Stefania Di Lino, Angela Giojelli, Sonia Giovannetti, Fausta Genziana Le Piane, Tiziana Marini, Chiara Mutti, Patrizia Pallotta, Cristina Polli, Antonella Radogna, Virginia Rescigno, Marzia Spinelli.

Le 16 letture critiche sono corredate di una sezione antologica finale costituita da 48 poesie (3 per ogni opera in questione). Note tecniche del volume: brossura, cm. 14 x 21, pp. 190, Euro 15, ISBN: 979-12-80435-02-6.

“Le segrete del Parnaso” letto da Anna Maria Curci (dal blog “Poetarum Silva”, 2 marzo 2021)

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Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia di Marco Onofrio, che inaugura la collana di saggi da lui curata, “Angelus Novus”, è un libro che si caratterizza attraverso tre predicati: denuncia, sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore, costruisce. Tutti e tre i predicati chiedono di essere presi in considerazione con peso eguale e con pari capacità di collegarsi agli altri due, chiedono, soprattutto, di accedere a quella che l’autore chiama “l’officina del fare”, inteso, questo fare, come “leggere, scrivere, studiare”, fare emancipato dall’atteggiamento di mero consumo, che etichetta sbrigativamente, liquida, accantona.

Le segrete del Parnaso denuncia, dunque, ovvero espone alla conoscenza, enunciandone esempi e manifestazioni, uno spostamento dall’attenzione all’opera letteraria come frutto, dinamico e in dialogo con altre opere, di quella “officina” del “leggere, scrivere, studiare”, a ‘emissione’ della catena di montaggio dell’industria culturale, a prodotto che deve essere vendibile, smerciabile; un prodotto che sia, preferibilmente, di facile consumo, da promuovere e lanciare, per poi, inevitabilmente, dimenticare in modo da lasciare il posto alla miriade di altri simili ‘beni’ che, in un meccanismo oliato al fine di una incessante riproducibilità, premono per essere promossi, lanciati, scambiati con altri favori, e infine, a loro volta, dimenticati. La vis polemica di Marco Onofrio non è nascosta, giacché fin dalla frase conclusiva della sua Introduzione egli afferma: «Io sono qui: la battaglia è appena cominciata…». I guasti provocati da quel passaggio dall’attenzione autentica al consumo distratto sono illustrati con esempi che provengono dall’esperienza diretta dell’autore, ma che a quell’esperienza non si fermano. Sbaglierebbe chi interpretasse Le segrete del Parnaso come mero sfogo del cuore o semplice cahier de doléances. I fatti sono esposti, sì, e alla coscienza di colui che scrive il ricordo è senz’altro ‘bruciante’ – si pensi all’Epilogo in forma di racconto, Dottorato di ricerca. Tuttavia, ritengo riduttivo fermarsi – quale che sia lo spirito con il quale si accede a questo libro – a una lettura di questo libro come ‘scottante’ smascheramento di uno scandalo, di un singolo caso, al quale ci si accosta magari con curiosità morbosa, voyeuristica.

La disamina operata da Marco Onofrio ha una portata ampia e si muove nei territori dell’analisi di fenomeni e processi storici, va, insomma, come recita il titolo del terzo capitolo, al “cuore del problema”. Onofrio si chiede infatti, ad esempio, quali siano i criteri per una storicizzazione della letteratura, almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quali strumenti abbiamo a disposizione – e possiamo condividere – per identificare il “valore letterario” di un’opera, di quali bussole e di quali sestanti abbiamo bisogno per muoverci nel «vuoto provocato dai linguaggi mercificati e massificati», per interrompere il circolo vizioso di accumulo logorroico e di incombente afasia. L’analisi di Onofrio si estende a fenomeni e processi sociologici: dopo le speranze, negli anni della ricostruzione postbellica e in quelli del ‘boom’ economico, di una «nuova frontiera democratica», quella in cui viviamo si è trasformata in una «società immobile» (definizione di Mario Alberto Marchi), nella quale il “sistema Italia” si distingue tristemente per la chiusura e per il blocco dell’ascensore sociale. Onofrio individua storicamente il problema, ma ne sa individuare le origini risalendo indietro nella storia del nostro paese. Cita infatti Ignazio Silone di Vino e pane, un romanzo scritto già tra il 1936 e il 1937 e che è nella mia vita di lettrice da quasi mezzo secolo, libro per lo più ignorato – e le ragioni sono ben comprensibili ai miei occhi come agli occhi di Marco Onofrio – da molti: «per un intellettuale non c’è scampo. Egli deve piegarsi, entrare nel clero dominante, oppure rassegnarsi a essere affamato e, alla prima occasione, eliminato».

È il momento di volgere lo sguardo, ora, al secondo predicato, da me esposto in apertura, allorché ho affermato che Le segrete del Parnaso sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore. Chi ha letto, ad esempio, Emporium. Poemetto di civile indignazione, del 2008, o Le catene del sole. Poemetti, del 2019, trova sviluppati qui pensieri e considerazioni che emergevano dai versi di quelle opere. Lo ricorda lo stesso autore, Marco Onofrio, in questo libro, riportando passaggi da Emporium – «È il classismo il nepotismo delle logge/ sono i muri invalicabili di gomma/ il “dimmi chi ti manda, non chi sei”/ da cui le camarille, le consorterie/ i privilegi ereditari della casta/ e la rabbia conseguente di chi urla/ “Adesso basta”» e il poemetto Disperatamente Italia da Le catene del sole. Le segrete del Parnaso è dunque un’opera che testimonia la continuità della passione operosa e della chiarezza del dire, passione e chiarezza che si manifestano, d’altro canto, anche nei numerosi studi monografici pubblicati da Onofrio: tra gli altri su Ungaretti (2008), Campana (2010), Antonio Debenedetti (2011), Caproni (2015). Lungi dall’essere soltanto un pamphlet, vivace e argomentato, ma limitato al suo genere, Le segrete del Parnaso – e giungo qui al terzo predicato dell’opera – è libro che costruisce. Che cosa? Una via comune dall’impasse, una via percorribile, per quanto essa sia ardua e ostacolata dalle «caste letterarie» e dalla «cultura mercificata e massificata». Questa via passa per il riconoscimento della sacralità della poesia. Il secondo dei cinque capitoli (più l’Epilogo) che compongono il libro si intitola significativamente Il mandato “sacro” della poesia, tra Potere, Potenza e sciocche fole. Nulla di fumoso, di rituale, di piegato a un “clero dominante”, bensì un poiein fiero e consapevole della propria gratuità: «Ora, il punto cruciale è che molti poeti cercano il Potere, anziché la Potenza a cui attingere il sacro della propria arte. […] Il poeta ricco di Potenza ma privo di Potere rischia di essere surclassato dal suo antagonistico dirimpettaio, il poeta ricco di Potere e privo di Potenza. È sempre stato così, certo, ma – ed è questa la novità – oggi più che mai e in misura determinante. La colpa è anche e anzitutto della pigrizia mentale dei fruitori che  […] tacciono il valore nascosto e viceversa amplificano il giubilo riconosciuto, ripetendo a pappagallo ciò che viene propinato dai mass media». La costruzione, in una visione di consapevolmente caparbio ottimismo – «Nutro malgrado tutto la convinzione fideistica che la poesia possa rivendicare, oggi ancor di più, un ruolo energetico di compensazione agli squilibri prodotti dai sistemi ordinatori del mondo» – necessita di tre condizioni, tutte chiaramente delineate da Onofrio: la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità; la restituzione di significato alla parola poetica; il recupero del “valore” specifico della letteratura. In che cosa consiste questo peso specifico? Marco Onofrio fornisce una risposta che ritengo illuminante proprio in vista di una progressiva, dinamica, condivisa costruzione del sapere come forma di resistenza al consumo manovrato dalle caste in una società che, sotto l’apparente e sedata illusione di uguaglianza e pari opportunità, si fa di giorno in giorno più classista. La poesia è, afferma Onofrio, modello epistemologico di coscienza, di armonia, di “anima creatrice” vivificante, formidabile connessione tra ambiti apparentemente inconciliabili.

Anna Maria Curci

“Nei giorni per versi”, di Anna Maria Curci. Lettura critica

curci

“Nei giorni per versi” (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019, pp. 108, Euro 13.50), di Anna Maria Curci, è un libro delizioso e sorprendente, fin dal titolo ancipite; un libro soprattutto necessario, che incuriosisce per vie sottili con la misura del suo respiro e poi coinvolge, entro e oltre i limiti che si dà per realizzarsi, con la potenza sommersa delle energie che smuove. Molte delle centosettantatre quartine di endecasillabi che vi sono raccolte sono “ordigni atomici” dall’apparenza innocua, malgrado cioè siano calati nell’habitus convenzionale del “diario di viaggio”, inteso il viaggio come percorso «di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto» (parole introduttive della stessa autrice) articolato nei giorni “per versi” – attraverso cioè lo strumento conoscitivo della poesia – ma anche nella poesia stessa, esplorata e utilizzata in un momento storico particolare, traviato appunto da giorni “perversi” come quelli che stiamo ultimamente vivendo. Anna Maria Curci dice cose potentissime e terribili con il sorriso sulle labbra, un sorriso che a ben vedere è “fratturato” dalla consapevolezza e dalla pena. Gli occhi sono «dilaniati» dall’orrore e obbligati alla visione delle cose vere, nel loro volto più autentico. Il paradiso è perduto, il disincanto ne ha chiuso le porte per tramutarsi in presupposizione stessa del pensiero:

Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.

L’inerzia apparente delle congiunture non impedisce all’udito sopracuto della poetessa di avvertire, dentro il grigio rumore dei fatti insignificanti, lo strazio che dirompe l’emergenza (nel doppio senso di avviso e di emersione):

Lo so che questo è il tempo dell’attesa,
ma sento sempre urlare la sirena.
Non è nel gorgo d’acque favolose,
è l’allarme perpetuo e ignorato.


Ed è ignorato perché anzitutto a molti fa comodo che lo sia, ma anche perché la maggior parte delle intelligenze è obnubilata, e assuefatta a una sorta di narcosi collettiva che impedisce loro di percepirlo. Il mondo è «sinistrato» da una infinità di squilibri reciprocamente collegati che lo sta rendendo sempre più ostile e problematico. Il centro dove potrebbe insistere un equilibrio è oggi più che mai «traballante»: ogni giorno accade impunemente la «sincronizzazione del nefando», cioè la complicità delle infamie che regge il sacco ai ladri della nostra umanità. Stiamo infatti tentando di sopravvivere a un’epoca post-umana che – malgrado gli appelli a un presunto “nuovo umanesimo”, lanciati a vuoto da più parti – ha ormai liquidato i valori fondanti della cultura e della civiltà. Il tempo è triturato e scansionato dalla nevrosi centrifuga delle metropoli tecnocratiche globalizzate. Che fine ha fatto il tempo giusto e “centrato” in cui respirava, con i suoi ritmi ancora organici, l’uomo del ’900?

Quel tempo regalato in sospensione
furono i viaggi in treno a rivelarlo.
Rapidi, littorine e scartamento
ridotto per riflettere e sostare.

Tanto da arrivare a chiedersi l’origine prima del danno, la stortura originaria che ci ha portato – tradimento dopo tradimento – a questa condizione di asfissia, per soffocamento progressivo:

Quand’è che principiammo a destinare
la fragranza del pane a chi latrava,
quand’è che dismettemmo madre e padre
che chiamammo sorgente il cherosene?

L’onestà brechtiana con cui la poetessa, germanista e raffinata traduttrice, affila l’«arma bianca» della sua penna per sviscerare, «sull’orlo tra missione e sabotaggio», il cuore più profondo delle questioni e, seminando inquietudine, sobillare al risveglio e alla rivolta, evoca per converso il destino degli ideali in un contesto di «voci inquadrate e ammansite» dove non è più «il tempo del bastian contrario». Dov’è ora il «cartoccio» di speranza colmo di «baldanze» e «pie intenzioni» alla luce delle quali il futuro sembrava una «bottega di sogni a cielo aperto»? Dove sono gli entusiasmi e gli entusiasti? Chi crede davvero che il mondo possa ancora cambiare? Siamo «come quegli impettiti soldatini / spezzati dentro e fuori sorridenti»: tutti postulanti «pratiche inevase» e ottenebrati in un appannamento da cui, se ne usciremo, «sarà per sdilinquirci» in «remote elegie rassicuranti». Sdegno e ribellione, quando poi residualmente emersi o formulati, vengono poi subito normalizzati dal «sofisma / finto-bonario minimizzatore / a silenziare», tipico del conformismo dominante, e a quel punto il gioco è fatto. Proprio per questo Anna Maria Curci vuole che «sia ciascuno persona di pace, / non in pace», e che gli occhi tornino a splendere di una luce non ingenua ma consapevole, e quindi capace di incanto benché generata dal disincanto: «luce che sa del buio e dell’orrore, / mantello di serena irrequietezza». D’altra parte veniamo al mondo «lacerando» il buio caldo del sacco amniotico per aprirci al trauma della luce, dell’aria e del tempo; così, all’improvviso, uno squarcio nel “muro della terra”, di dantesca e caproniana memoria, potrebbe aprirci gli occhi e, rivelandoci la verità, farci nascere di nuovo, o nascere davvero. Tutto è confuso, caotico, ambiguo. Le segnaletiche di ieri non valgono più, devono essere continuamente aggiornate per inseguire una realtà che evolve in modo sempre più rapido e inafferrabile.

L’erba è cresciuta sopra gli ideali
(va’ a separare, adesso, la sterpaglia).
Non sai se è soffocata o rigogliosa,
se è sovversivo o prono il fiore giallo.

L’unica opzione percorribile è «resistere ogni giorno»; l’unica speranza è che i signori del male organizzato sottovalutino, com’è nelle corde della loro oltracotanza, la «forza del mite» quand’anche non tradotta in ira, cioè il lavorio paziente e quotidiano per scalfire i muri della prigione. È necessario sentirsi, come si è, dalla parte del giusto, e dunque illudersi di avere, ancora e sempre, «verità e bellezza» e soprattutto speranza da opporre allo squallore dei carnefici, con cui stringere il nodo delle loro pregiatissime cravatte fino a soffocarli. Per questo resta importantissimo l’esempio dei poeti capaci di esercitare ad ogni costo il dissenso e di conservare la mossa spiazzante del cavallo, «il salto a lato, la disobbedienza». Non, perciò, dei sempre più frequenti poeti narcisisti a caccia di applausi, che assumono pose e da cui la poesia, abusata e consumata, può salvarsi continuando a praticare la sua “cura”; come ad esempio certe poetesse…

Le lupe travestite da vestali
schiamazzano l’amore per la musa.
Opponi studio e pazienza, tu lisa
palandrana da troppi rivoltata.

I problemi grandi, anzi immensi, sono due: da un lato la storia, ovvero la socialità; dall’altro la natura, ovvero l’esistenza. Sono entrambi irrisolvibili, per definizione e per, come non bastasse, sopraggiunte complicanze estemporanee. La storia partorisce sequenze innumerevoli di menzogne, poiché è la manifestazione quantitativa e qualitativa della socialità che ingabbia e determina il percorso umano sulla Terra. Socialità è sinonimo di intrigo e di inganno. Un coacervo putrido di «circo-stanze» in cui si aggirano tragicomici pagliacci per soffiare nelle orecchie maldicenze tra «creduli» a loro volta maligni, vogliosi e ansiosi  di credere, e quindi «baruffe bassotte flatulente», «codici tribali affantoccianti», e ancora ipocrisie, cannibalismo affettivo, vampirismo psicologico, «maniere e manierismi» per malcelate intenzioni, «solipsismi in posa da autoscatto» (i cosiddetti “selfies”), e ovunque il rumore di fondo di quel «chiacchiericcio» insulso ma dannosissimo che purtroppo conosciamo molto bene. La natura d’altro canto è spietata perché soggetta a inderogabili leggi evolutive e all’imperio tirannico del tempo, con la sua «carta vetrata che sfalda ogni giorno» per cui l’esistenza è fatta da «rovine di frammenti» e «vestigia ammonticchiate» dove, talvolta, può splendere qualche epifania (gli «scarti», difatti, approntano «festoni a intermittenza») mentre la «dignità volteggia con cartacce». Quella di Anna Maria Curci è, per auto-definizione consapevole di poetica, «l’arte dei brandelli», cioè la vocazione etica a lavorare con le «frattaglie», raccogliere le «spoglie abbandonate», aggirarsi tra «piaghe» e «macerie» per abbracciare l’«intangibile» e puntellare le crepe dal crollo imminente che le allarga. La condizione umana è di per sé risibile, vana e ingannatrice:

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
e invece e a malapena se ne avvede.

E ancora:

Canticchiare con le gambe conserte,
mettere i saldi per non stare soli
indaffararsi con stridio di specchi.
La pietra sa che ci prendiamo in giro.

Non siamo affatto il centro dell’universo, né la misura delle cose che ci sfuggono e delle quali restiamo in balia, a guisa di naufraghi; sensazione mirabilmente espressa dalla straordinaria metafora epistemica incarnata nella quartina CXII:

Non un’isola, nemmeno una boa,
solo un turacciolo usato e disperso,
gettato a caso ad assorbire sabbia
che si rotola goffo in cerca d’acqua.

Il mistero che soggiace all’intrico dei segni e all’ambiguo confliggere dei casi resta più che mai inconoscibile e «a noi precluso», anzi: si affaccia soltanto «per essere incompreso», come sa bene Orfeo, «il reduce dall’eterna penombra»:

Quando accediamo, gli occhi dilaniati,
alla stanza che ripara il mistero,
è già tutto perduto. (…)

Ciò, tuttavia, non esime l’uomo, e anzitutto il poeta, dal dovere di ricerca e conoscenza, dato che camminano «allacciate, una pensosa, / l’altra poppante intrepida o vecchina / sdentata, la ricerca e l’esistenza». È una «lama di dentro» che spinge a risalire «il corso dei nomi» per decifrare e sciogliere gli enigmi, ed è anche un modo di cercare «rifugio dall’orrore» che si annida nel vuoto dell’universo, dove appunto la verità ama nascondersi come la bellezza quando «gioca a nascondino». La verità non si raggiunge e non si costruisce a forza di «proclami» o di «trionfi» (e infatti questi sono “mottetti” privi di sentenze) ma umilmente, con pazienza di attitudine e abnegazione, soprattutto come dono spontaneo della natura stessa, allorché «le frontiere diventano ponti» e allora «si allarga breccia», «lo squarcio all’improvviso rivelato» per cui il «deserto ostile e familiare» che brucia nella “terra desolata” svela, tra «l’opaco e il brillante», tutte le «gradazioni minute» della ricchezza che normalmente cela. Ogni tentativo di conoscere il mistero, o di resistere alla forza del mondo, è destinato a scacco, a fallimento, a inanità. La forma che estraiamo dalla vita è «fragilissima», pur quando «tenace», e il baluardo provvisoriamente elevato crolla sotto i colpi di un’erosione continua e costante, come un castello di sabbia in riva al mare. «Appronti con fervore il fortilizio, / scavi fossati, piombi fenditure» per poi scoprirti «tenente Drogo dei refusi» che presidia una «fortezza smantellata». Il cammino della conoscenza è punteggiato di false cime («si profila e si sgretola la meta»), fino a quando capisci che

Non puoi vuotare il mare col secchiello,
neanche il tentativo può salvarti, (…)

Il problema della forma rispetto alla vita, cioè della sua resistenza agli eventi critici che la consumano e infine la aprono e la dissolvono, è uno degli snodi tematici più importanti del libro. Tanto da improntare la struttura chiusa e al tempo stesso aperta di queste quartine, come cuciture che schiudono «spazi estesi e contorni inaspettati» componendo una specie di “romanza” non solo, come si è visto, del desolante scenario contemporaneo, ma anche della terra senza luogo e senza tempo dove suona l’«antico adagio dello smarrimento». Strumento affascinante la quartina, da Omar Khayam a Eugenio Montale (“Mottetti”) ad Anna Maria Curci, poiché chiude l’universo in una forma che, data la brevità dello slancio, costringe la poesia ad essere precisa e determinata, e insieme a cercare lo scarto del nuovo e il respiro aperto dell’infinito.

Decostruzione e ricomposizione, come per la tela di Penelope: è il metodo creativo messo in atto dall’autrice in questo libro, come si capisce anche dalla caratteristiche della sua voce poetica e, nella fattispecie, della sua scrittura. È una voce «claudicante» che accoglie lo sgambetto delle «vocine» divergenti, quelle che contrastano il bordone. Sa che la parola non è mai innocua, è una compagna fedele e rabbiosa che può fungere da paracadute e, soprattutto, da piccone demolitore. Smontare, spezzettare e poi ricomporre il mondo – è questa l’impronta caratteristica – articolando la dinamica ondivaga di una scrittura “contro”, che procede appunto in controtempo e cerca il controcanto «terza o quinta sotto» per fare il contropelo, cioè scuotere, svegliare e fustigare. Ha bisogno per questo della dissonanza, che già appartiene alla natura stessa delle cose (dal punto di vista dell’uomo contemporaneo); tanto che può dire, pur utilizzando la “musica” degli endecasillabi, variati nelle diverse accentuazioni toniche e ritmiche: «Io non ti ho mai incontrata, melodia».

È una poesia ispida e ruvida, talvolta anche petrosa, benché provvista delle sue dolcezze e di una certa particolare grazia naturale. Cammina in modo sghembo tra buche, sobbalzi, pensieri, visioni che emergono “a schiaffo” dalle associazioni eidetiche e cognitive, ma soprattutto non è mai in cerca di facili consolazioni: quand’anche giungesse ad una trasfigurazione, sarebbe «maculata» di ombre e di esperienza. L’unica vera distensione affettiva si ha quando le epifanie della memoria involontaria liberano, come lampi, i ricordi dell’infanzia, e quindi il gioco della campana e del nascondino, le serpi nella marana, il tranvetto della Stefer, i versi a memoria («infeconda tortura» scolastica), il rapimento di Aldo Moro appreso ai banchi del liceo, ecc. Anna Maria Curci usa il setaccio analitico ma conosce anche «l’ingordigia del lupo» e l’arte beata del consumo, della dissipazione, tanto da potersi definire «metà e metà, formica e poi cicala, / un ibrido che ascolta, stipa e canta». Tuttavia, per concludere, il migliore autoritratto poetico è offerto dalla quartina CXXII, in cui sembra riassumersi tutto l’arco evolutivo del libro e il suo profondo significato storico e umano:

In volo su mottetti e ditirambi,
simbolo, segno, grido, invocazione,
scava un pertugio, accedi alla speranza,
tra cielo e terra parla al sottosuolo.

 Marco Onofrio 

Nota critica di Anna Maria Curci su “La cenere dei Sogni”

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Un incontro felicissimo tra poesia, composizione, canzone, arrangiamento: questo è La cenere dei Sogni, 23 tracce tra brani da Emporium. Poema di civile indignazione, letti da Marco Onofrio, che ne è l’autore, brani strumentali composti da Marco Onofrio, arrangiati ed eseguiti da Valerio Mattei, canzoni scritte, arrangiate ed eseguite da Valerio Mattei e, ancora, canzoni con musica di Marco Onofrio, arrangiate ed eseguite da Valerio Mattei. Le tracce si danno la mano e compongono un filo tenace, che le corde dell’espressione artistico fanno vibrare dando voce a note diverse. È così che l’indignazione civile si allaccia alla malinconia, i toni elegiaci trascolorano per lasciare il passo all’ironia leggera eppure incisiva, lo strappo al velo pietoso fa intravedere il cielo della speranza nell’uomo nuovo, l’atto di accusa, senza edulcorazioni e veemente, volge lo sguardo, con incanto struggente, a quella «cenere dei sogni» che è il Leitmotiv di un’opera che abbraccia intenzionalmente stili diversi, senza mai logorare il filo del dire schietto, con passione e maestria. 

Anna Maria Curci

“Emporium. Poemetto di civile indignazione” letto da Anna Maria Curci, sul blog poetarumsilva.com (25 gennaio 2019)

copertina emporium

https://poetarumsilva.com/2019/01/25/marco-onofrio-emporium/

Il fagocitante magazzino della sopravvivenza – vivere sopra, vivere sopraffacendo – elevato a immenso e smodato mercimonio, spaccio di un “Westworld” che, come nella serie televisiva statunitense, mutila, fraziona, smonta e rimonta rigurgiti di esotico per rivenderli a caro prezzo a benestanti in cerca di emozioni forti e bramosi di pagare per pratiche incontrollate (ma davvero incontrollate?) di vizi capitali, spelonca di miasmi e bottega-fogna a cielo aperto, spalanca porte, vetrine e fauci maleodoranti e insaziabili, affonda artigli sempre unti, pronta a stritolare qualsiasi volontà (velleità?) di umana emancipazione: benvenuti, mesdames et messieurs, nell’EMPORIUM di Marco Onofrio. Dalla «civile indignazione» dell’autore scaturisce un’opera che coniuga il pungolo di un Morality Play nella disputa drammatica tra profitto e valore, calcolo e gratuità, con la precisione complessa di una poesia che colpisce a ritmo serrato il bersaglio.

Del Morality Play ha il vigore del colpo sferrato ai vizi (il Vice del Morality Play) nelle loro multiformi, sformate e deformate apparizioni, così come la vertiginosa commistione di registri. Oltre alle variazioni nei registri, tra elevazioni ardite e altrettanto arditi abbassamenti, Emporium palesa una commistione di scelte lessicali, non disgiunte dalle fonti letterarie (che spaziano nei secoli e nelle latitudini) e riferimenti di varia provenienza, che affiancano ambiti spesso molto distanti tra loro.

Boom. È il ritmo. Dentro.
È bello e orrendo al tempo stesso.
Tintinnante, petulante, puntinato:
catapletto, ridondante, rumoroso:
strascicante di ferraglia arroventata
come un raid di stuka in volo, persuasi
allo sterminio su Guernica
lo stormo più compatto ed uncinato
che ulula e forsenna giù in picchiata.
Buca! Eureka! Centro!
La cassiera, muta e indaffarata.
Come l’inizio di “Money”
dei Pink Floyd
(The dark side of the moon)
mixato con il coro del Nabucco
concorde, modulato, progrediente –
mentre sono i Lloyd, loro
che fanno ogni minuto affari d’oro

L’incipit del poemetto è un esempio magistrale delle scelte che Marco Onofrio adotta in Emporium: onomatopee, esclamazioni che mettono insieme poesia futurista e vociare di folla negli stadi, neologismi, titoli di canzoni, allusioni a eventi storici e a quadri famosi, un medley musicale che accosta Verdi ai Pink Floyd, Floyd che, quattro versi più avanti, fa rima con Lloyd, mentre, non citato eppur presente, il XLV dei Cantos di Ezra Pound (“Contro l’usura”) duetta con l’attacco rutilante e tintinnante di Money dei Pink Floyd. Anche le scelte metriche rivestono un ruolo importante, perché orchestrano in misure equilibrate il fuoco d’artificio delle espressioni; tra le misure scelte, sono gli endecasillabi a far tintinnare con maggiore frequenza il ‘registratore di cassa sonora’ di Emporium.

Discendono dal vitello d’oro nella versione contemporanea, dall’idolo denaro, dagli zecchini «sciorinati» e «sventagliati» in apertura, i successivi ‘fenomeni’, le apparizioni e i personaggi di questa rappresentazione: l’aspirante magnate, ovvero il magnaccia grassatore e voltagabbana, il «retore supremo», «istrione mattatore e mangiafuoco», il «pifferaio direttore», il «My Tycoon». Con il corredo di ingranaggi pronti a stritolare si presenta il precariato, apparentato, nelle movenze, alla catena di montaggio di Tempi moderni di Charlie Chaplin. A fronteggiare apparizioni e personaggi, moltiplicazioni dei vizi, c’è un «tu» che si fa conoscere, per proseguire il paragone proposto all’inizio di questa lettura, come Everyman del più famoso Morality Play. Un Tu, un Ognuno minacciato costantemente e costantemente, come ogni umano, alla ricerca della felicità, un Tu che si offre a chi legge come possibilità di identificazione e che assume, allo stesso tempo, i connotati letterari del “piccolo uomo”, per esempio Belluca da Il treno ha fischiato di Pirandello: «Ma un giorno all’improvviso ti risvegli/ come Belluca al fischio del vapore./ Capisci che ogni giorno lavori/ praticamente solo per…/ mantenere la macchina!/ che ti serve per…/ andare ogni giorno a lavorare! La macchina! Ah!/ L’ipostasi emblema del sistema!».

E così Tu-Belluca-Everyman viene rappresentato in un dialogo ritmato non, come nell’opera di Hofmannsthal che riprende un Morality Play, con uno dei sette peccati capitali, bensì, con una versione da iperbole comica e neoespressionista, tra Fantozzi e un film a tecnica mista come Chi ha incastrato Roger Rabbit?, con il megadirettore, «My Tycoon». Da questo dialogo, centro del poemetto, chi legge sa che partirà il tragitto per l’epilogo, un tragitto di ulteriori constatazioni, scoperte, smascheramenti.

Un incontro sembra portare un poco di luce, ed è l’incontro con un Virgilio che ha una precisa collocazione storica e generazionale. Il Virgilio di Emporium è Raffaello Utzeri, i cui versi tratti da Orme Forme introducono un elemento di riflessione e la possibilità di una scelta, di una svolta:

Godi, cervello insofferente
di copiatrici e inchiostro in nastri
e di cartacarbone
e di cartassorbente
e di cartelle, tagliacarte
schede, registri, modulari
così scriveva anonimo il poeta
disimpiegato, libero, cosciente
col riso da guascone e da profeta:
dalla sua Isola a tutto il Continente.

Oggi ancora mi sente parlare
con questa rabbia sorda ed impotente
che non raggiunge niente:
un agitarsi vano e inconcludente.
È forte e inestricato d’esperienza
e di sapienza generazionale
ché di strada ne ha fatta tanta –
certe cose le ha vissute
sulla pelle, bene o male
nei lontani anni Settanta:
ha gli strumenti giusti per lottare
per dirmi come fare.
Così, m’invita a stare calmo
a usare questa rabbia non da sfogo
canalizzandola in forme più creative
strutture razionali e operative.

“Non devi contrapporti frontalmente:
i tuoi nemici non vogliono altro
che prenderti isolato Don Chisciotte
menare alla rinfusa le tue botte
perché ogni colpo, che tu dài da solo
come l’urlo disperato di un perdente
è un pugno che si spacca contro un muro
e non fa niente
ché il muro resta fermo e sempre uguale
mentre addosso ti ritorna ché in realtà
lo dai a te stesso, il pugno
e ti fai male”.

“Ma allora cosa fare?”

“Il sistema si combatte dall’interno
come l’antibiotico sul male.
Devi smontare tutto il meccanismo
pezzo dopo pezzo, lentamente
componente dopo componente
come fecero con Hal in Odissea
come fanno loro stessi su di te.
Ripagali con la tua moneta:
lo sentano che costa e che non paga.
A brigante, brigante e mezzo
usa dire nella terra mia.
Non credere di essere perduto.
Hai sempre un certo margine di scelta,
la forza di un arbitrio personale,
la voce dentro un po’ di autonomia.
Scegli, dunque, esercita il diritto
legittimo di non partecipare
ai riti collettivi del consumo
o di disobbedire ai loro “inviti”,
gli ordini sottili e mascherati.
Fatti irresponsabile laddove
vogliono tu sia, e viceversa.
Spiazzali, mandali in bolletta
fai le mosse strane
che loro non si aspettano da te.
Coltiva una visione alternativa
della vita, del mondo, del futuro.
Spingi la maniglia che conduce
a un’altra stanza.
Abbi il coraggio di vivere il tuo sogno
di aprire i confini del tuo sguardo
alla meraviglia
di sciogliere pian piano il tuo respiro.
Dentro il vuoto oscuro c’è un passaggio:
di luce un varco, un filo
di speranza.

Davvero è possibile quella svolta, quella scelta additata? Con tutta probabilità, no. Resta, infatti, una consapevolezza – anch’essa filo conduttore, o, per essere più precisi, asse portante del poemetto – che la contemporaneità ha dato luogo ad altri, inauditi, inusitati fenomeni storici, che in alcun modo possono essere affrontati con le categorie di pensiero degli anni Settanta dello scorso secolo, per quanto lucidi strumenti della “astuzia della ragione” esse possano tuttora apparire:

Perché è una forza grande,
grande e immemoriale:
la rete è occulta e non si vede, ma
tutto, tutto in sé coinvolge
ottusa, disperante e senza dove,
ci impone di aspettare
(il turno che ci spetta ad ubbidire),
e non la puoi fermare – né ignorarla,
né tanto meno conoscerla, poi…
Bah, dobbiamo integrarci!
Augurarci la lunga, scistosa, ingrata
carriera del consumatore
del bravo scolaretto che rosicchia,
tutto, di quel che si produce,
e impara bene bene la lezione
del pessimo maestro che lo picchia
ripete a parrocchetto le guagnele
a bassa voce – e poche lamentele!
Insomma: devo proprio cacare
tutto quel che mangio,
per rimangiare, poi,
tutto quel che caco
e viceversa, senza soluzione…
Scegliere la marca per sentirsi realizzati,
per indossar modelli esistenziali,
per aspirare a sguardi superiori.
Una vita che non ci appartiene,
che non vive, e infatti non esiste
– vive di finzione, plop:
è solo questa bolla di sapone.
Solo se tu appari tu consisti:
è questa la concordia universale.
Ma resisti, e in fondo sopravvivi
solo perché è grande, o pressappoco
il potere dell’adattamento.
Tutto falso, surrogato, predisposto,
e approntato, manomesso, artificiale:
tutto sembra uguale – ma non è?
Il Progetto coinvolge e mobilita
migliaia e migliaia di persone,
pardon, di reperti umani
come te.
C’è un grande cielo dentro
in fondo al mare
dove cadono i sogni
che non abbiamo più
persi per strada
quelli che il mondo ha
cercato e sùbito
trovato rapito catturato
malmenato incatenato sottomesso
bestemmiato crocifisso violentato
dileggiato accoltellato e fatto a pezzi
ma non apposta,
preso com’era a barattare
l’esistenza
rumorosa e sopravvivente
dando prezzi al valore
di ciò che non si compra e non si ha
nel suo smanioso traffico di mani
incurante di sogni
quelli che noi stessi – a furia di batoste
giorno dopo giorno, piano piano
abbiamo ormai imparato a rinnegare.

Che cosa attende allora l’io-Tu? Non solo il riferimento al Morality Play, ma la nozione stessa di esistenza può aiutare a sciogliere il quesito. Quali decisioni prenderà, se prenderà decisioni? Domanda interessante, alla quale la lettura di Emporium dà risposta.
A dieci anni pieni di distanza dalla sua composizione, l’ulteriore sorpresa, tra le tante riservate dal poemetto di Marco Onofrio, è la bruciante attualità delle sue “considerazioni inattuali” e la ragion d’essere – aspro dolore constatarlo – di una sempre più adirata «civile indignazione».

Anna Maria Curci