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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

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“Azzurro esiguo” letto da Emanuela Dalla Libera

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Ci sono il finito e l’infinito, l’immenso e il circoscritto, il cielo e la terra, la vita e la morte, “l’azzurro esiguo e l’universo tutto nero”, c’è insomma la vita in tutte le sue sfaccettature in questa nuova raccolta poetica di Marco Onofrio, Azzurro esiguo. C’è un viaggio nel vivere, orizzontale e verticale insieme, un viaggio della coscienza cui è sotteso un già compiuto viaggio nella conoscenza, quella acquisita nel tempo vissuto che diventa luogo di partenza e di ritorno in un circolare movimento che parte dalla nascita di sé e dell’universo e approda alla morte, di sé, attraverso il padre (“io sono in te un’unica persona”, “abiti ogni mio respiro”) e, ancora, dell’universo. Da tutto questo emerge costante un “resistere e sperare” in cui si sostanziano lo sguardo, il canto, l’amore. L’amore soprattutto perché “il tuo amore è un’arca” e nella precarietà e talora insensatezza del vivere compare a caratteri cubitali “solo una domanda: HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”. E una risposta “È soltanto per amare / che abbiamo avuto un corpo, / che esistiamo”. E ancora: “Abbiamo bisogno di amore”. E se l’amore è l’àncora del nostro vivere, non mancano nella poesia di Onofrio momenti di dichiarata incertezza in cui il vivere è percepito con una precarietà costante, con una incolpevole incapacità di comprendere (“la bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato”) e l’universo viene sentito come “un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia” e “ogni mattina il mondo esce, stentatamente / da un oceano impenetrabile di nebbie”. Il dolore finisce per essere l’unica certezza che appartiene all’umanità e all’intero universo (“dirompe dentro gli alberi il dolore”), un dato inconfutabile che permea l’esistenza intera e sembra approdare a un pessimismo cosmico di leopardiana memoria (“Ecco la storia del mondo! / È il cimitero dei sogni / questa montagna altissima / di cenere / a cui ci aggiungeremo dopo morti”), lenito appena da una fievole bellezza (“La galaverna traccia i suoi ricami”). Al dolore conduce necessariamente anche il carattere effimero dell’esistenza (“Neanche il tempo di aprirsi / e si inceneriscono le rose”), la frammentarietà delle realtà e il loro inesorabile finire (“Il guscio trasparente dello spazio / si rompe nel polverio dei giorni”). Da qui il nascere di una forte tensione spirituale, l’ansia di possedere la verità del mondo (palese in CHI È?), la ricerca di un varco (Varco, appunto è il titolo di una delle poesie) che porti al superamento della materia, a possedere l’irraggiungibile (“Che voglia di vedere all’orizzonte!”), tensione spirituale che si scioglie in un atteggiamento estatico perché “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura” e “il sangue () / riempie di ringraziamento / il canto senza tempo / del mio amore”. Il superamento della condizione terrena si materializza nel sogno perché solo nel sogno si può arrivare “al centro inabitabile del cielo”: solo lì sarà possibile possedere il delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo” e “vedere l’esistenza con gli occhi / stessi della divinità”. C’è ancora, nella poesia di Onofrio, una sorta di religiosità, di sentimento del sacro, che si sostanzia nella certezza che “l’anima non va dispersa”, nella fede nella bellezza, bellezza che è anche della stessa poesia perché “la poesia ci consola / delle parti di noi / che non tocchiamo più”, e l’amore per la vita diventa “sconfinato”. Bellezza è la felicità che sta “nelle cose minime essenziali”, e che non sempre riusciamo a cogliere (“Troppo spesso siamo già felici / e non lo sappiamo”), ribadendo ancora con questo il nostro angusto e imperfetto vivere. Nella precarietà e indefinitezza del tutto, nel carattere ingannevole di ogni cosa, (“È tutto illusorio, / tutto perdutamente vero/ ciò che esiste”), c’è infine l’anelito all’eternità, al pensiero, che diventa bisogno, che tutto si ricomponga in un altrove, se non di questo mondo, almeno del nostro sentire, perché è nel nostro sentire che le cose sfuggono alla tirannia del tempo e alla loro caducità. L’eterno esiste e ha una porta a cui bussare, esiste nei sospiri d’amore che nella memoria si ricompongono e cessano di essere separati, esiste nella foto del padre, struggente modo per dichiarare che nulla finisce davvero se anche solo un’immagine riesce a perpetuare negli altri un tratto del nostro cammino in terra.

Emanuela Dalla Libera

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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

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“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

Azzurro esiguo cop-2

https://poetarumsilva.com/2021/05/25/marco-onofrio-azzurro-esiguo/

Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




Tre pensieri sulla Donna (da “Nuvole strane”, 2018)

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Si riproduce sempre e in ogni luogo. L’eterno femminino, che manifesta la grazia del mondo. La bellezza irresistibile delle donne. Il potere della loro seduzione. La malia del loro sorriso enigmatico, che guarisce il male e blocca la mano alla morte. La luce vellutata e calda che splende nei loro occhi, sorgenti di un’acqua che rinfresca la gioia di essere e di amare. L’anfora generosa del loro corpo: spandono la vita tutta attorno (quando arriva una donna, un luogo si riempie di anima). La tenerezza calda del loro seno, porto di dolcissimi sospiri. Il profumo delizioso del loro collo. Il miele speziato delle loro bocche. La loro pelle liscia, lucida, ambrata, tutta da baciare e da abbracciare. Le ginocchia tonde, le forme che ricordano la terra. Il mistero sacro delle cosce che – da sole – bastano a dimostrare l’esistenza di Dio. Donne: intuitive, curiose, sensibili; languide, sensuali, appassionate; morbide, liquide, burrose. Donne, semplicemente donne, meravigliose donne!   

Se ami la vita, non puoi non amare le donne. Solo loro che ci mettono (e ci rimettono) al mondo. Le donne sono sacre. Chi le odia e le maltratta, firma con ciò stesso la propria condanna: è amico della morte, e la vita prima o poi lo punirà.

Il mistero sacro di ogni donna. Tra il seno, le spalle, il cuore. Bere la vita, gustando il sapore del mondo, dalla sorgente della sua bocca dolcissima. Accarezzarle il viso. Accendere la luce dei suoi occhi. Palpare i fianchi dell’anfora divina. Abbracciare la terra intera abbracciando lei. Passione struggente, languida sensualità. Ogni donna è un universo a parte: ha un fascino diverso da scoprire. Ciascuna, unica. Offerta ambulante di delizie. Scrigno segreto di gioie. Incrocio labirintico di possibilità. Fermarsi a una, d’accordo. Ma come rinunciare al dono delle altre? Amarle tutte: perché tutte esistono per essere amate. E l’uomo per amarle.

Marco Onofrio

“Azzurro esiguo” letto da Maria Teresa Armentano

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Lo stesso titolo del nuovo testo poetico di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021, pp. 112, Euro 14, Prefazione di Dante Maffìa) pone al centro le contraddizioni che animano il cuore del poeta. L’azzurro non può essere esiguo; nel definirlo con questo aggettivo l’azzurro a cui pensiamo, quello del cielo e del mare, rievoca immagini di lontananza. E appare irraggiungibile, nebuloso e vago, e riporta alla dimensione interiore di una vastità che ha le sue radici nell’anima e che trabocca nei versi.

…La verità più vera / è il cuore buio / che incista in fondo all’incubo sublime /nel dolore del suo volto /ancipite: /da un lato la vita / che ci fa nascere; / dall’altro la morte che ci fredda /nel mistero. (“La verità più vera”)

…Miliardi di universi sfuggono / allo sguardo /e come polverume di foschie / si lasciano intuire / dentro il buio gelido / dell’inghiottitoio. (“Scritture incomprensibili”)

…L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia / dove entrano-escono le cose… (“Ingranaggio nascosto”).

Già in questi versi tratti dalle prime poesie del testo, Onofrio s’immerge nella dimensione dell’universalità in cui il buio e la morte non sono intesi come elementi di un pensiero negativo, bensì come l’altra faccia del nostro vivere, nella grandezza e sublimità di un mistero che la poesia tenta di decifrare, offrendo la possibilità di scorgere oltre l’umano. E nella poesia intitolata “Chi è” il poeta propone al lettore una sequela di domande che sa già essere senza risposta e che, proprio in questa mancanza, assumono senso. Nel libro intercala ai versi pagine di prosa poetica, quasi non trovasse che in prosa lo spiraglio necessario per esprimere l’arcano che avvicina al Mistero. Nella “Favola”, ad esempio, i tre tempi dell’umano sono scanditi come in una partitura: la rinuncia prima, poi il volo senza più barriere per raggiungere spazi infiniti e infine il mutare e il trasformarsi nel cuore di ogni cosa.  Scrive il poeta: «tutto è Amore, di sempre e di mai»: ecco, il segreto alfine assume un senso che è significato del mondo in sintonia con il proprio essere. In questo sogno il poeta ritrova sé stesso, percepisce l’universo che ora appare raggiungibile, perlomeno nella visione poetica. Percorrendo il cammino iniziato da Onofrio, il lettore avverte una leggerezza che si colora di speranza dove la primavera, rinascita del cuore, annuncia l’inizio di un nuovo disgelo, anche quello dei sentimenti: l’amore per la vita e la natura e l’invisibile pensiero sono un grido dolce, non più la voce stridula di chi emerge dal pozzo senza fondo ma di chi risalito guarda dall’orlo del burrone, ormai conscio delle infinite possibilità che la poesia apre al sé stesso sconosciuto e  celato nel profondo del cuore che ne svela i segreti.

Si avverte una grande umanità in questi versi e nei seguenti in cui il ricordo della figura paterna assume contorni tra il reale e l’immagine evanescente, sfumata, che riporta al buio profondo della perdita e della distanza non avvertite nell’evocazione poetica. I dubbi sul viaggio, dal luogo da cui nessuno ritorna, si moltiplicano insistenti e si concretano nell’unica Domanda finale: «Finisce poi davvero tutto quanto?»  E questa volta la risposta del poeta è senza esitazioni. Il luogo-non luogo, che fa di noi una goccia nel mare immenso dell’Universo, è dove fiorisce la radice dell’amore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’indecifrabile svelato che viene da lontano. E il miracolo è compiuto dal poeta mentre crea versi che suonano e risuonano come note di uno spartito ampliato dal riecheggiare di nuove sensazioni, visive e uditive insieme: dai sensi che percepiscono la bellezza del mare e del cielo alla luce delle stelle lontanissime che rivelano l’Assoluto. La verità –scrive il poeta – è nel cuore, piccolo e immenso perché è uno dei due estremi (l’altro è la luce delle stelle di cui percepiamo appena lo splendore) del filo invisibile che ci unisce all’Eterno. Sbalordisce questa capacità di Onofrio di infondere nelle parole, attraverso le metafore e le sonorità, la complessità di una natura di sogno, mitica, che allude al mistero di cui le cose e noi stessi siamo pervasi.

Guidami, Spirito, tienimi per mano / quando la notte illumina il cammino / mentre oscura, il sole / la verità segreta / delle cose / come se il mondo fosse / quello che vediamo / con gli occhi di carne, / e non soltanto l’ombra / la parvenza / del sogno che vorremmo / ricordare. (“Adorcismo”)

Il sogno che permea questi versi, nucleo di un segreto celato in ogni cosa, rende affascinante la scoperta rivissuta nell’immagine poetica della natura, come se ogni elemento trovasse posto in un’armonia irradiata da una infinita sorgente di luce. La perfetta felicità appartiene all’Eterno, la sete immensa di felicità del poeta non sarà mai placata. Non c’è in queste ultime poesie del testo, impropriamente conclusive se non graficamente, un prima e un dopo ma un filo sottile che è da ricercare esplorando la profondità dei versi,  ed è la meraviglia e lo stupore di fronte al Mistero della natura che il poeta riscopre nel sogno quando si scioglie nella ricchezza di un bacio, nella sofferenza del disagio e del dolore per ciò che muta senza ragione, nella discontinuità del sentimento che vivifica e nello stesso tempo sussurra che la vita è passata. Non resta che abbandonarsi alla natura che saprà darci l’ultimo abbraccio, quello che ci riporta al luogo a cui apparteniamo e che la Poesia rende eterno.

Nella complessità di questo libro, da lettrice, ho ritrovato nella sua interezza la bellezza di versi che non si dissolvono e non si perdono nel vuoto che si crea dentro e intorno a noi. E nonostante incomba il Gigantesco del vuoto, richiamato nel testo “Gigante di vuoto”, il poeta rasserena sé stesso, quando offre il proprio cuore alle Parole («Le Parole sono tracce di sogni perduti», da “Parole dalle cose”), e così ritrova l’azzurro esiguo dentro il suo universo, non più tutto nero, ma rischiarato dalla luce della Poesia.

Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola. (“Azzurro esiguo”).

Maria Teresa Armentano

“Io accado”, di Antonella Radogna. Lettura critica

io accado

La terza silloge di Antonella Radogna, “Io accado” (Lepisma Edizioni, 2018, pp. 70, Euro 12), apre – fin dal titolo – suggestioni filosofiche di grande portata e di eccezionale rilevanza per la vitalità e l’efficacia della ricerca poetica messa in opera attraverso e oltre le cinquanta composizioni raccolte nel libro. La vocazione ontologica della talentuosa poetessa materana ha modo di estrinsecarsi con la continua modulazione dell’essere nella parola, che sale alla parola per manifestarsi come “evento”. Impossibile non pensare a Martin Heidegger, che nel saggio “Sull’origine dell’opera d’arte” (1935) introduce la formulazione del concetto di essere, appunto, come “evento” (Ereignis). L’essere si appropria dell’uomo consegnandosi a lui, in quanto ne ha bisogno per accadere: e questo accadere è l’essere stesso. D’altra parte anche l’uomo, per essere e non esistere soltanto, ha bisogno dell’avvento e dell’evento dell’essere. L’uomo e l’essere si co-appartengono, nella misura in cui accadono insieme. L’essere non è più pensato come un “in sé” nascosto nell’ente, a mo’ di perla dentro l’ostrica, ma come l’evento di un’illuminazione che accade solo nell’uomo e per l’uomo, il quale però non ne dispone poiché in questo evento, come scrive Antonella Radogna, «l’imponderabile accade / e l’insondabile / sfiora le sue profondità eterne». Non possiamo estrarre la radice del divenire al punto di conoscerne le profonde ragioni metafisiche: «Noi fioriamo perché fioriamo». E ancora:

Non si sa quando,
ma un giorno accade.
Tutto crolla inaspettatamente.

Le rappresentazioni soggettivistiche della conoscenza sono come strutture fatiscenti che esplodono contro lo tsunami incontrollabile del divenire. La poesia è l’orizzonte dove la verità è “alétheia”, cioè “non nascondimento dell’essere” che si svela come evento in divenire, per cui l’oggetto da conoscere e il soggetto che conosce vengono ad implicarsi in modo reciproco, uscendone trasformati. Ecco dunque il mistero che si dischiude, colto nel baluginio dell’ente che – aiutato a fiorire dal poeta – sale allo sbocciare linguistico dell’essere come una sorta di dono di trasformazione e di rivelazione. La poesia dunque è il luogo metafisico dove «tutto accade come un miraggio / che si fa carne e sangue / di desiderio». Nell’evento di illuminazione dell’essere, per Heidegger verità e bellezza fanno corpo unico. La verità è la presenza misteriosa dell’essere che accade, e la bellezza è l’apparire stesso di quella verità. Una delle chiavi estetiche del libro di Antonella Radogna è proprio la coincidenza di bellezza e verità, tanto che la bellezza, scrive, «se non bacia la verità / è meglio che non nasca affatto / o si lasci morire».

Un’altra evidente traccia filosofica è l’esistenza bruta dell’essere nella “accecante evidenza” del suo prodigio, e della sorpresa infinita che produce in chi lo osservi fenomenologicamente, al di fuori degli schemi consueti. Ricordate Antoine Roquentin, il protagonista de “La nausea” (1938), di Jean-Paul Sartre? A un certo punto perviene all’autocoscienza assoluta dell’esistente, e la esprime con questa formula pregnante: “ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste”. E poi, al giardino pubblico, oltre-vedendo la radice del castagno che affonda nella terra proprio sotto la panchina dove siede, ha modo di scrivere: “Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa dura e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura”. Questo angelo düreriano che si interroga sulla massa bruta dell’essere (“bruta”, cioè non riducibile e non ordinabile in schemi acquisiti di rappresentazione), aggiornando in “nausea” novecentesca la melancolia rinascimentale, indica la strada anche allo sguardo pensante di Antonella Radogna allorché, parlando del suo amore, scrive – come incapace di capacitarsi: «Dunque esisti? / Non sei l’illusione-allucinazione / della mia mente folle. / Esisti, / non sei l’eco delle mie parole / che m’ingannano / come fossi un amante fantasma, / (…). Ti ho incontrato finalmente / nei meandri dell’anima e del sangue, / ti ho accolto in me, / vero, pulsante». L’essere amato è la carnale rivelazione di un «miracolo giunto sino a me / per darmi una nuova nascita / e fresca linfa nelle vene», ovvero l’evento dell’essere che accade, nella bellezza della sua stessa verità. Ed è un miracolo perché obbedisce a leggi imperscrutabili come quelle che, sotto la traccia “divina” dell’apparente casualità, producono gli eventi decisivi:

Una strada imboccata
alla fine di una giornata
per intuizione divina
cambia la vita.
Tutto muta in un istante
(…).

Quando poi la scorza dell’ente si apre per svelare la potenza del suo essere che accade – trasformando sia l’oggetto, sia il soggetto che lo osserva –, erompe lo splendore di una vera e propria epifania, come la «luce accecante» da cui la poetessa è investita se s’immerge nello sguardo dell’essere che ama. Tutto il movimento della sua poesia tende alla ricerca e alla conoscenza del profondo che soggiace alla “crosta” della realtà ordinaria:

Gli occhi scrutano in profondità.
L’anima si immerge per esplorare
movimenti sommersi di sabbia
e resti di conchiglie
di tempi e luoghi remoti.


È dotata di un vulcanismo innato della parola che la spinge verso una trasfigurazione antropologica del vissuto e una dimensione tellurica e ancestrale delle realtà molteplici, comprensibili o ignote, per cui scrive di «viscere / profonde / di conoscenza», di «magma, / sostanza primordiale», di «arcaici crateri / di misteri inesplorati», di «perduta Atlantide» che «non è mai stata / così vicina», di «viscere della terra» da esplorare «sempre più a fondo / fino a che non saremo disciolti / nel suo nucleo», ecc. Si tratta ovviamente di metafore alchemiche: la catabasi non è materiale ma simbolica, spirituale, soggettiva. L’io sviluppa ad ampio raggio le sue «trame di ricerche» per coincidere con «il più profondo sé» laddove il pensiero poetante sgorga come acqua pura da un’unità spirituale denominata «mente-cuore», fatta di ragione e sentimento, in cui appunto l’intelligenza del cuore coincide con l’anima stessa della conoscenza rivelatrice. Naturalmente questo induce alla coscienza della complessità che informa di sé il mondo, tra oceani interiori, abissi impenetrabili, misteri di senso e nonsenso dove coesistono «vivi ossimori» per la legge cosmica che rende armonici i contrari. C’è un esprit de finesse congeniale alla “microfisica” delle emozioni e delle percezioni, per cui Antonella Radogna scrive, distillando le esperienze, di «tacite vibrazioni», «sieri preziosi dell’anima», «rarefatte gocce di tremori» fino alla materia elementare che ci rende «polvere primordiale di luce, / stelle remote perse nel tempo» destinate a brillare un attimo come lucciole nel vuoto del buio e del silenzio. Il che, tuttavia, non impedisce il “registro pieno” di una vita verso cui prova, nei momenti di grazia, «desiderio incolmabile» e «occhi avidi». La differenza la fa l’amore, combustibile sacro del processo di trasfigurazione con cui lo sguardo aderisce, più o meno, al mondo. L’amore è una voce che indica il «ritorno a casa» fino all’«oasi dell’anima», ed è – soprattutto – un miracolo (una «folgore in cielo» che apre l’orizzonte) grazie a cui si produce una fulminante liberazione («tutto quel dolore annientato dall’incontro / col tuo sguardo») e una decisiva ri-nascita:

con te
vengo alla luce
ancora una volta
o forse posso dire
per la prima volta.

Dammi una nuova data di nascita,
quella del nostro incontro
(…).

La scrittura, come l’amore, è un’avventura della conoscenza che «moltiplica le dimensioni / dell’essere», ovvero la percezione delle cose nella loro autentica complessità: i significati «si dilatano e amplificano / e moltiplicano / come cicli eterni di maree / e venti sommersi». Si tratta, sulla scorta di Hölderlin (poeta non a caso prediletto da Heidegger), di «abitare poeticamente il mondo», cioè «in ogni sguardo / percepire il respiro delle foglie, / l’anima dei gechi, / la voce delle ombre», e insomma «l’indicibile dell’evidenza / l’invisibile del visibile» ovvero l’infinito dell’infinitesimo. La poesia è un esorcismo dell’ombra, o meglio un adorcismo della luce («Ogni verso / un urlo / che espande la vita / e allontana la morte») grazie a cui si individua e si traccia il «cammino sacro / verso lo scrigno della vita». La parola è «prisma di infiniti mondi» così che, per meglio articolarne la rifrazione, Antonella Radogna mette in evidenza le radici etimologiche, com’è del resto tipico del linguaggio filosofico: ad esempio «com-baciare», «dis-chiudendo», «co-esistenza», «l’in-visibile», ecc. (anche come gioco anfibologico: «poetica-mente»). A un motivo simile risponde la scelta insolita di apporre i titoli delle poesie alla fine delle stesse, anziché all’inizio, proprio per non condizionarne il percorso di interpretazione e darne invece una possibile sintesi “aperta”.

La «carta geografica delle parole» coincide con la «mappa dell’anima» e configura l’altrove di una «landa metafisica» che evoca paesaggi culturali di ben nota ascendenza primonovecentesca: Breton, Aragon, Soupault, Max Ernst, Mirò, Dalì, e in Italia Papini e Bontempelli (la poesia “Giocando a scacchi con il destino” ricorda da vicino il racconto La scacchiera davanti allo specchio, 1922, dello scrittore comasco), oltre naturalmente a Giorgio De Chirico e a suo fratello Savinio. L’istante diventa infinito perché la coscienza smemora verso «l’assenza di memoria / e di identità», in uno stato di amnesia che coincide con la «perfetta felicità del nulla». Si tratta com’è ovvio di andare oltre il «filo spinato della realtà» e la «gabbia della ragione» (la ragione infatti «sbanda, / inciampa, / deraglia / come un fiume folle che percorre / il suo tragitto / al contrario / verso la sua origine») per abbracciare la dimensione surreale dell’«anima rapita», che non riserva soltanto delizie atarassiche o estatiche, ma anche raccapricci medusei e caligini sublimi (laddove scrive ad esempio di «bellezza terrificante», di «perturbante gravità», di «tempesta limpida», ecc.). Tutto questo senza mai abdicare alla «consapevolezza / del limite umano / di fronte al mistero», e quindi di trovarsi «sull’orlo d’un precipizio», confinati «a pochi passi dal salto nel vuoto». C’è una metafora splendida che Antonella Radogna utilizza per condensare questo senso di provvisorietà: «Noi ancorati al fischio / di un treno in corsa». Ma la provvisorietà, anziché disancorare, determina uno stato di maggiore e anche migliore appartenenza («Qui è profondamente il mio luogo») in una sorta di orgoglioso radicamento al confine che ci tiene e ci trattiene («siamo rose d’inverno. / Le più profumate, / fragili e delicate, / ma caparbiamente vive / e preziose»). Uno dei compiti fondamentali della poesia è di raccogliere e ricomporre i relitti dei naufragi per «costruire una dimora» da cui guardare il mondo a nuove condizioni. È proprio in questa casa costruita sulla cima delle immondizie che potrà accadere – nel “realismo magico” della percezione amplificata – l’inveramento del sogno con l’«eterno che accoglie la terrestrità». Qui sta il punto supremo della ricerca: unire il soffio del cielo al fiato delle cose più semplici o, con le parole di Umberto Saba, trovare “l’infinito nell’umiltà”. È già così, in fondo, che la poetessa vede e pensa ciò che esiste:

In compagnia di una foglia di basilico,
sfoglio versi d’immenso.
Cerco una vena d’acqua
nel fiume incessante del tempo
che inganna perché non esiste,
eppure detta ogni rintocco
dell’orologio appeso ai rami
e alle zagare profumate
dell’albero di limone.    

Marco Onofrio          

“Raggiungere il cielo e raccontarlo”, di Virginia Rescigno. Lettura critica

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Protetta e, in parte, come “ingabbiata” da un impianto formale di stampo classicistico (ad esempio nel retaggio volutamente démodé delle frequenti apocopi: «tramontar», «scorrer», «rassenerar», «temporal», «tintinnar», ecc.), benché distesa in versi liberi e affidata a una scansione metro-ritmica efficace poiché idonea al tracciato emotivo dei contenuti, la poesia di Virginia Rescigno in “Raggiungere il cielo e raccontarlo” (Lilit Books, 2017, pp. 102, Euro 12) nasce da un grumo di consapevolezza che si addensa attorno a una delle più spietate verità metafisiche dell’esistenza:

(…)
non serve scavare viscere ai mari,
se l’Ombra raccoglie la vita
e prosciuga speranze
e scarnifica menti,

come scalpello mortale
flagellerà
i nostri piccoli giorni
e cancellerà
le nostre splendide storie.

Ovvero l’infinita vanità del tutto, come diceva Dino Campana. Ogni cosa è destinata ad essere inghiottita da quell’Ombra per cui la Dissolvenza, ovunque, domina sovrana. Se la ricerca è inutile, come tutto il resto, è lecito «scrivere e domandarsi / se serve ancora / con le parole / andare oltre». E tuttavia siamo nati per “disturbare l’universo” (Eliot) e sviscerare il Logos: appartiene alla natura dell’esistere (ex-sistere: uscire, stare fuori, appunto andare oltre) che ci impedisce di cedere all’inedia e ci rende “sporgenza ontologica” dell’universo di cui facciamo parte e a cui, simultaneamente, ci contrapponiamo. La rivolta continua che, se non diventiamo accidiosi, è connaturale al nostro sguardo, osa opporre all’Ombra incombente e al «freddo respiro del mondo» il fiato caldo della presenza, il lievito dell’anima, la forza originaria della luce, e insomma la fatica, la gioia e la gloria delle opere e dei giorni, ancorché deputati a scomparire fin dal loro inizio. L’eterno scacco dell’uomo è oggi accentuato da una condizione di grave crisi storica: l’umanità è «ferita» non solo dagli squilibri, dai virus, dai conflitti, ma anche da una perversa «civiltà dell’effimero» che intorpidisce le menti e spegne la scintilla negli sguardi. Spetta al poeta – a nome di tutti – scalare il cielo per raggiungerlo e “raccontarlo”, come fece per sempre Dante Alighieri. E scalare il cielo significa scavare dentro l’anima «nel profondo» per fare in modo che le parole non rimangano vuote e inutili.

La poesia di Virginia Rescigno percorre il discrimine sottile tra Natura e Cultura, e impara dalla Natura per rigenerare la Cultura a nuova vita, in un potente empito di palingenesi spirituale, di trasformazione esterna ed interiore:

(…)
cancello parole,
annullo i miei battiti
e m’inebrio di cielo,
di mare di terra.

La poesia non è, evidentemente, fumisteria “a freddo”, arzigogolo ingannevole o gioco intellettualistico per scettici sfaccendati, e neppure coincide con la cronaca o con il giornalismo, ma con la voce eterna dell’uomo e delle cose. Ricorda la semplicità nutriente del pane, e infatti scrive: «pane-poesia il mio nutrimento». E poi, dichiarando e precisando una forma congeniale di poetica: «Non canterò più / se non da siepi / a primavera». Quindi la freschezza del nascente, ciò che sta per sorgere e sbocciare. Quella di Virginia Rescigno è una musica che dipinge le cose lasciandole emergere nel contesto panoramico e atmosferico del loro ambiente con le «mille crepe segrete» che le caratterizzano, cioè ammantate di infinito ma al tempo stesso nette, precise, ricche di insostituibile peculiarità: ad esempio il «formicolare d’erba» diverso e unico per ogni singolo stelo. Ha un’anima «ladra» e «testarda» che ruba speranza alla disperazione e un «soffio di primavera» alle nubi tempestose dell’inverno. I suoi occhi nascondono il bacio che abita nei sogni: lo nascondono per difenderlo e mantenerlo vivo.

È una parola che vive intensamente nel tempo ma che anela a schiudersi oltre, nelle «eterne stagioni» che vibrano in parallelo a quelle in cui la natura sgrana e orchestra la sua evoluzione. La sinfonia già vivaldiana delle quattro stagioni viene perciò superata da continue allusioni a una dimensione metafisica cui giungere dal cuore stesso dei fenomeni percepiti. L’identificazione è totale («Sarò il respiro dell’erba, / il brulicare della terra, / aggrappata ad un raggio di sole / disegnerò i tramonti») ma continuamente disturbata dalle interferenze e dai limiti del nostro significato. Gli esseri umani inquinano tutto e sono incorreggibili. La società è un covo infernale di storture e infinite aberrazioni: «Noi / esistenze mortali, / assassini, violenti,  / ambiziosi, potenti / ubriachi di luci e di applausi». E ancora: «Troppo rumore, / non riesco a sentire / il vento / che sgrana le nuvole, / il ruscello / che saltella sui ciottoli / e le voci sommerse / (…) Troppo rumore, / rumore di guerre, / di tempeste razziali, / umanità tarlata / da soldi e potere, / da fatue apparenze, / da un Dio assente…» Un «universo di anime dolenti» da cui la poetessa vorrebbe liberarsi per fluttuare leggera e felice «in una bolla di sapone» con i riflessi dell’arcobaleno. La poesia è appunto un arcobaleno che ridà colore al «bianco e nero» del mondo falso e artificiale creato dagli umani. Ma solo che si oltrepassino «i recinti dell’uomo» si può abbracciare l’eternità, e allora «scompare del vivere la greve asprezza»:

Tra le fronde ridenti
al gioco del sole
e al trastullo del vento,
galleggia il non-tempo
(…).

E così

lo sguardo s’innalza,
un sussulto vibra nell’aria,
è vita che scorre
come un’onda nel cielo.

Lieve è la carezza dell’aria e dolce è la purezza degli elementi. Basta percorrere un sentiero di campagna per inazzurrarsi di vita e sentire la linfa che scorre nel «silenzio primordiale», laddove si rifugiano le stelle «non più offuscate / dalle fatue luci dell’uomo / che spengono i sogni / nelle città rumorose / e affollate di niente». La vita resta, malgrado l’uomo, «cristallo prezioso» e «fragile trasparenza». E l’uomo dovrebbe imparare dalla natura, dalla lezione di un «piccolo fiore selvatico / (…) abbagliato dall’istante / (…) felice così, / d’esser vivo e basta». Il creato è lì, fuori di noi che gli siamo innanzi (separati dalla nostra autocoscienza): il «sorriso del mondo sereno» non aspetta altro che d’essere raccolto. È tutta questione di sguardo: «All’improvviso / ho guardato il cielo / e il volo di una rondine, / e sono felice». La natura è «amica», non matrigna: offre un rifugio di medicamenti e consolazioni alle spine che rendono «aspra» l’esistenza. Gli elementi naturali sono proclivi a caricarsi di significati umani, e quindi vengono spesso antropomorfizzati. Per esempio le nuvole al tramonto che sospendono «relitti di speranze» e «frammenti di malinconie». La smisurata complessità che il silenzio trattiene in fondo al vuoto rende auspicabile, se non indispensabile, una lettura stratificata e polisemantica dei fenomeni. Il silenzio stesso viene esplorato nei suoi diversi colori, che appunto dipendono dallo stato d’animo di chi lo ascolta: può essere «giallo-oro» o «grigio-argento» o «bianco» o «nero-fumo». Le stelle sono «domande sospese / al cielo notturno» in cui riconosciamo al tempo stesso «speranze ridotte in frantumi», «occhi di un Dio lontano», «sogni appesi alla notte», «bagliori di pianeti distanti», anime dei trapassati, ecc. Le stelle sono anche «luci di case, / di respiri alle finestre accese» come quelle dei nostri occhi, abitate dall’anima. Delle cose c’è sempre un versante metafisico che oltrepassa dall’interno la dimensione del percetto fenomenico. Per esempio le onde del mare che «dal più remoto inizio del tempo / ascoltano e raccontano» le nostre storie… ma nel loro «rimescolio arcano e perpetuo» lasciano avvertire anche i «sussulti dell’anima mundi» e l’«eco misteriosa e lontana» della voce di Dio.

L’estate è la stagione dello splendore che incendia l’anima. La poetessa rimira questo spettacolo, cioè guarda con l’intensità di una «gran meraviglia» la «Bellezza Infinita» che si sprigiona dalla natura portata all’apoteosi della sua maturazione, che si vorrebbe eterna.

Vorrei morire
abbracciata all’estate,
al canto delle cicale.

Ma anche l’estate è destinata a passare, come ogni altra cosa immersa nei cicli del tempo: la foglia «presto s’accartoccerà», le cicale e i grilli verranno ammutoliti dalle brume di ottobre. Ogni stagione, però, ha le sue bellezze. Ecco ad esempio l’autunno, il suo dolce richiudersi dopo la grande espansione estiva: «S’addormentano i boschi / e le nebbie sfumano / i contorni fugaci del mondo»; «Raggomitolarmi / e star qui in un angolo / con le parole / compagne / del mio silenzio»; «Quando è notte / mi piace sentire / la pioggia scrosciante / scivolare sui vetri piangenti»… Questo nido di gioie sicure rappresenta il cantuccio in cui riappropriarsi della propria limpidezza e da cui immaginare le grandi scalate spirituali, quelle che associano profondità e altezza scandagliando gli abissi del mare mentre bramano l’alto dei cieli. L’Infinito «chimerico», pur quando irraggiungibile, è utile tuttavia come sprone di ricerca per «andare oltre il silenzio, / andare oltre il dolore». C’è una via «arcana» nel cielo, «che percorre l’attimo / e l’abbandona»; e di quella il cuore si appropria per migrare nell’assoluto del «più sublime canto», verso un giorno sottratto al tempo («senza albe né tramonti») dove «esuli vagare finalmente liberi». La poesia auspica una risolutiva emancipazione delle energie, peraltro senza negare la pesantezza delle ombre che le incatenano. Solitudine, dolore, malinconia, «morire intorno»… eppure la speranza resta chiusa nelle mani che, se davvero vogliamo, possono «afferrare l’orizzonte»:

Allarga le ali e vola

è il monito, l’incitamento che Virginia Rescigno rivolge all’Uomo vitruviano narcotizzato dentro ognuno di noi. Il mondo oggi è pieno di rumore: occorre «tornare al silenzio» e innalzarsi all’amore come unica percorribile «strada di vita». E il merito storicamente più apprezzabile di questo libro è di raccontare il disincanto, o meglio l’incanto devastato dalla Storia, oltre gli steccati del “pensiero debole” e le pose blasé di molti intellettualoidi e pseudo poeti contemporanei: senza ricomporre semplicisticamente le fratture dello sguardo ma senza perdere altresì la capacità sincera dell’emozione, il senso della bellezza, l’integrità della meraviglia.         

Marco Onofrio

“L’ombra delle stagioni”, di Fulvia Strano. Lettura critica

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“L’ombra delle stagioni” (EdiLet, 2012, pp. 120, illustr. a colori, Euro 12), di Fulvia Strano, è – fin dal titolo – un libro intriso di essere e tempo, cioè di riflessione filosofica asistematica, radicata in chiave estetica, attraverso gli strumenti di rivelazione umana offerti dalla lettura impregiudicata delle opere d’arte. “Ombra” è parola densa e diafana al contempo, proiettata com’è da un impedimento materico al percorso della luce e, quindi, segnaletica di creaturale corporeità: non hanno e non fanno ombra i defunti, i fantasmi, gli angeli, tutto ciò che non è (o non è più) di questo mondo. L’ombra, dunque, racchiude la quintessenza del nostro esserci: in quanto proiezione della materia che ci manifesta al mondo delle cose toccabili, si oppone alla luce della chiara conoscenza, al raggio diretto che la propaga dentro il vuoto dello spazio. Senza l’ombra, la luce non ha rilievo e non ha senso: non potrebbe esercitare tutto il suo splendore. Ma l’ombra stessa ha per molti versi la sua luce: il buio stesso splende della sua luce, una luce “altra” da quella che le cose opache ci rivelano, ed è questo che da sempre gli artisti insegnano a vedere. L’ombra è intensamente umana perché legata al tempo e al suo sentimento, cioè alla dissolvenza, allo sbriciolarsi della materia nel vuoto divoratore, al silenzio che contiene ogni verità. Le stagioni scorrono intorno al nostro “cono d’ombra”. L’ombra delle stagioni ricorda quella delle nuvole in viaggio, e quindi le immagini del tempo, della realtà in continua evoluzione. Quante immagini si annidano in fondo ai nostri occhi per salvarsi dalla bocca vorace del tempo e ramificarsi dentro il cuore? Alcune più diafane, altre più dense, altre ancora diafane e dense come le ombre, immateriali e materiali al contempo, irreali e reali: le immagini dell’arte. Epifanie di una luce profonda che, dal cuore eterno della storia umana, si manifesta come ombra dell’ignoto e dell’assoluto che ci sfugge, e a cui idealmente riconducono, come i raggi del sole.

Il rapporto di Fulvia Strano con l’arte è istintivo e totale, di pancia e insieme di intelletto: è una sintesi di sguardo e respiro che coincide con la sostanza stessa dei suoi giorni, con il suo modo autentico di essere e vivere le cose. Parla di «passione vera, quella che ogni volta mi fa commuovere davanti a un’opera d’arte». Un essere umano può piangere dinanzi alla bellezza? Sì: di gioia inesprimibile, di amore, di brivido religioso, di nostalgia. Verso la bellezza si prova un senso di infinita carità, ci si sente uniti al mondo, anelli della grande catena dell’essere: riconciliati, recuperati, accolti. Il critico d’arte (come e più dell’artista) deve servire umilmente la bellezza, esserne guida nonché veicolo di comprensione e divulgazione. Chi vede la bellezza è anzitutto perché sa guardarla: la bellezza è la luce che conduce alla beatitudine, ed è anche la beatitudine che ci attende alla fine di quella luce. L’arte è dunque una via terrena-metafisica alla beatitudine: non solo come elevazione spirituale alle dimensioni dell’invisibile e alle sfere superne della divinità, ma anche come risorsa di benessere quotidiano e percorso di crescita evolutiva. Occorre dunque imparare a vedere. Per questo l’educazione allo sguardo è fondamentale. Il progetto culturale di Fulvia Strano prevede di abbattere i muri preconcetti che separano le persone comuni dal mondo dell’arte. L’arte appartiene a tutti, perché è un linguaggio più forte di qualunque confine o pregiudizio, abbracciando un «livello di comunicazione universale e al tempo stesso capace di toccare le corde del personale e del privato, tanto da suscitare emozioni ed evocare ricordi anche molto remoti e intimi in persone diverse e tra loro sconosciute». Il confronto con l’arte rappresenta un’occasione di crescita, nella misura in cui produce sradicamento, messa in crisi, apertura, trasformazione. L’arte è un lievito creativo in grado di catalizzare le migliori energie, le più floride potenzialità. Occorre però un approccio antiaccademico e creativo, libero dalle ingessate corsie che predeterminano la fruizione e la storicizzazione delle opere.

Ma perché, dico io, bisogna annoiare per forza il telespettatore quando gli si propone qualcosa di diverso da un quiz, un cartone animato o una sitcom americana? Quale oltraggio alla dignità del mondo si ritiene di perpetrare se invece di utilizzare uno spartito del Cinquecento, si decida di accompagnare le immagini artistiche con un pezzo dei Pink Floyd o dei Dire Straits?

E certamente non convenzionale è l’approccio con cui Fulvia Strano realizza questo polittico antologico e autologico in cui “suona” i quadri e le opere d’arte come un pianista i tasti bianchi e neri del suo strumento. Li fa entrare in risonanza per dar voce agli stati d’animo fondamentali dell’essere e del sentirsi umani. Una filiera intrecciata e complessa di echi, suggestioni, emozioni, basata sull’equilibrio incerto, sull’ambiguità, anzi: sull’ambivalenza. Ci vuole l’occhio del poeta che guarda attraverso le superfici, che penetra in fondo ai cuori. Il poeta interrompe la continuità del tempo incatenato: estrae un tempo verticale dal corso del tempo orizzontale. La verticalità può estendersi in profondità o in altezza. Nel rapimento suggestivo indotto dal momento poetico si produce una dimensione metafisica, sub specie aeternitatis, di armonia dei contrari in cui le antitesi si rovesciano in ambivalenze. L’arte oppone la complessità del simultaneo alla linearità del successivo tipica dell’esistenza e della storia. Le opere d’arte “trasportano l’essere al di là della comune durata” (G. Bachelard) verso l’estasi della vita, oltre tutti i suoi orrori. Occorre penetrare l’ombra delle stagioni: entrare nei quadri, trascinati da un “gancio visivo” che apra lo spazio del pensiero e il respiro dell’anima, larger than life. Le storie celate in un quadro sono infinite: come le onde del mare, come le vie del vento in un campo di grano, come le stagioni dell’anima e le sfumature delle cose. Fulvia Strano insegna ad ascoltare i racconti sottesi al quadro, a leggerlo sottotraccia. Ogni quadro è una selva fitta e intricata di sentieri ermeneutici, un labirinto di complessità. Ed è la soglia d’accesso ad una dimensione spaziotemporale diversa dalla nostra. Sicché, una volta entrati, il tempo si dilata e lo spazio si fa altro. «Lentamente, dentro la scena dipinta cominciano a fare capolino una serie di oggetti fuori contesto»… Le opere d’arte diventano, così, cartine al tornasole della Vita, e quindi anche della vita di chi le guarda e ne fruisce, del suo vissuto personale e storico. Ecco perché questo saggio di arte e di estetica ex lege si produce anche come storia di un’anima in evoluzione, e quindi come romanzo autobiografico e generazionale sulla ragazza che Fulvia Strano era negli anni  ’70, e così le sue coetanee, con tutto il potere di rievocazione atmosferica di quegli anni che riesce a sprigionare tra le pagine:

Le mie amicizie giovanili non rispondevano ad un numero di cellulare, perché non esisteva la telefonia mobile allora. Ed era una meraviglia sapere di non poter essere rintracciati, a meno che non fossimo noi a chiamare utilizzando il gettone finto oro con la sezione al centro e quei buffi telefoni a muro nei bar, dove potevi spingere il bottoncino al “pronto” dall’altra parte della cornetta per essere ascoltato; oppure riattaccare e risparmiare così soldi e gettone, da utilizzare un’altra volta. Eravamo tutti meno controllati e al tempo stesso più responsabili delle nostre azioni: si tornava a casa alle sette e mezza la sera, non un minuto di più. In caso contrario scattava il gettone e il bottoncino premuto, per giustificare e tranquillizzare. Salvo poi subire il cazziatone di prammatica a casa, tornando.

L’arte riattiva il tempo interiore e spinge a dire la sostanza dei giorni attraversati, le pieghe del tempo e dell’anima, le dimensioni sottili fatte di ombre, contorni, sfumature. Inevitabile un certo riverbero di malinconia, per cui – a forza di rievocare – «prima o poi, ci ritroviamo tutti a rimpiangere qualcosa dei nostri diciassette o vent’anni. Magari tirando un sospiro di sollievo, come capita con l’esame di Maturità, al pensiero di averli già superati». Ecco l’ombra dell’essere, il rovescio del tempo, la faccia nascosta dei ricordi: e quindi le occasioni mancate, le possibilità irrealizzate, le vite non vissute, le parole non dette (che continuano a risuonare – e sono le più difficili da dimenticare, anche a distanza di decenni), e gli sguardi perduti nel nulla, le domande senza risposta, gli oggetti smarriti, i rapporti interrotti, i numeri cancellati, i progetti abbandonati, etc. Sono i dettagli a decidere le epifanie del tempo che riemerge, evocato da un suono, una voce, un volto, un colore, un profumo (ad esempio il «Brut Fabergé che usava Claudio, primo fidanzatino semi-ufficiale, al quale mi stringevo forte, in sella sulla sua Yamaha 125»). Insomma, la scrittura impossibile del tempo perduto (il racconto non scritto e taciuto di noi) che si ritrova attraverso le potenzialità equilibratrici e riparatrici dell’arte. In una difficile ricerca di equilibrio che riflette l’autentica «immagine del nostro essere al mondo, grumi di materia in caduta libera che il nostro sforzo costante mantiene in equilibrio per non rovinare a terra, tenuti su a fatica». Possiamo infatti identificarci, a ragion veduta, con «quella moltitudine di ignudi che si arrampicano sugli scranni» nel “Giudizio Universale” di Michelangelo «come acrobati esistenziali pervasi dal disagio e dalla sottile inquietudine di una umanità in perenne ricerca di equilibrio». Anche la scrittura è un gioco di equilibri sottili tra ragione e cuore, umorismo e intelligenza, serio e faceto, dritto e rovescio, io e mondo. Fulvia Strano ha imparato a «scrivere al buio» durante le lezioni universitarie di arte, che al buio appunto si tenevano per proiettare le diapositive delle opere. Con questo libro, assai bello e ricco di umanità, si prende la giusta e lecita confidenza di sperimentare, esplorando l’ombra dentro e oltre le parole, e distillando la quintessenza delle stagioni che l’arte può rivelare alla sensibilità di tutti, se solo si impara a leggerla e soprattutto a farne vita della propria vita.

Marco Onofrio

“Katapètasma”, di Paolo Corradini. Lettura critica

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La poesia di Paolo Corradini è permeata da un retroterra culturale classico, soprattutto di matrice greca. L’Ellade intesa come patria metafisica, oltre che cifra di un mondo e di un modo di “sentire” e guardare alle cose. Ecco dunque il titolo del suo nuovo libro (Lepisma, 2019, pp. 38, Euro 10): Katapètasma, ossia “velo”. Nei Vangeli indica il Velo del Tempio squarciatosi alla morte di Cristo. Con questo nome viene anche indicata la tenda che tradizionalmente chiude un santuario. Corre subito alla mente il Baudelaire di “Corrispondenze”: “È un tempio la Natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / mandano fuori”. E le parole sono confuse perché velano ma insieme svelano il mistero racchiuso nel tempio dell’universo. Come una tenda diafana, semitrasparente, che anzitutto attrae lo sforzo di inseguire la visione e la conoscenza chiara dell’infinito. E quindi la ricerca inappagabile della Bellezza. Riverberi lontani, echi di una patria perduta in interiore homine, cioè di una condizione dello spirito forse ancora recuperabile grazie alla fede nella poesia come veicolo di conoscenza e verità. La parola è, infatti, uno strumento scardinante che avvicina alla verità nel momento stesso in cui ce ne tiene separati. Come la conchiglia che, se l’accosti all’orecchio, sussurra interminatamente la nostalgia del mare che ha perduto, così da qualche parte della nostra oceanica profondità – se riusciamo a trovare il varco per intercettarla – potremo recuperare i “discorsi” che ascoltammo prima di nascere, la loro sapienza indicibile, la melodia di quella musica ancestrale. 

Leggendo queste composizioni se ne avverte subito l’intensità e l’altezza diremmo “liturgica” (però di un sacro laico, non determinato in senso “confessionale”, cui l’autore accede per sensibilità innata e cultura acquisita): ognuna è un mondo a sé di sensi abissali e quasi inattingibili, per la loro sconfinata suggestione, per le connessioni simboliche e mitopoietiche, per le ambivalenze evocate dalla limpida chiarezza dello stile. Più che di poesie, si tratta di 16 poemi – o meglio di un unico poema orchestrato in 16 momenti – capaci di concentrare l’oceano in poche gocce di parole dove (come scrive Dante Maffìa in Prefazione) “tutto è tenuto alto, dal tono espressivo al pensiero agli argomenti”, per cui alla fine della plaquette ci sembra di aver letto (per intensità espressiva e ampiezza evocativa) molto più della sua effettiva consistenza. La parola è insomma un frammento di quella totalità primigenia di infinito e assoluto verso cui si anela nostalgicamente. Corradini comincia il libro con “E poi”, sottintendendo un discorso o, meglio, un mondo che precede la parola. Di là (lassù, laggiù, oltre) splende la Luce-madre del mistero: “E poi c’è questa solitudine / densa ed oscura”, quella di essere nati, di essersi incarnati, di essere apparsi alla luce imperfetta che sorge e tramonta di qua: soli, isolati, finiti, determinati, mortali: esuli. Siamo reclusi nel principum individuationis che ci limita ad un corpo, a uno spazio, a un tempo. Ma proprio per questo nasciamo già cercatori di senso e mistero.

Il poeta si sente inabile sia al cielo sia alla terra: “incapace io d’essere uomo fra gli uomini, / incapace la mia preghiera di penetrare il cielo”. Ma non riesce a sfuggire la vertigine dell’assoluto che glielo fa scorgere in ogni volto, udire nel silenzio, intuire nel dolore delle creature. Corradini evoca la forma senza forma della vita e il suo mistero indicibile: la “forma / che non ha mai fine” e che guida “al sovrumano atto / del nascere”. E invece la forma finta e mutevole delle cose che ci attorniano “è un tormento / orfana dell’invisibile splendore”. Ecco però i due grandi poteri dell’uomo: l’amore e l’immaginazione. L’amore è l’antidoto contro la morte e l’eterna dissolvenza, per cui l’assenza rende paradossalmente più forte e viva la presenza: “più lucente / il tuo volto mi appare / di quanto non l’abbia mai veduto / (…) Anche se chiudo gli occhi / ti rivedo”. L’amore rende incancellabili le cose. Leggiamo: “Nelle forme / che si sono disfatte / ho raccolto qualcosa dell’infinito. / Nulla è perduto / nell’anima / che vuole tornare all’origine”. E poi, l’immaginazione. Immaginare: inseguire l’imago, cioè la visione profonda, dentro sé. Una etimologia vulgata e forse meno corretta recita la locuzione: in me mago agere, cioè farsi mago, evocare il mago che noi siamo. Corradini scrive: “Reco in me / molte magie”. “Reco in me” è il bagaglio del guerriero “trafitto da lance invisibili” e impegnato nella “battaglia del vivere”. Questo patrimonio umano raccolto e intriso di coscienza lo rende pronto a donarlo per amore: “Tutto consegno. / Tutto di me consegno / sulle tue labbra”. Occorre fare il vuoto, perdere ogni cosa di sé per sentire che “ogni cosa fuori” misteriosamente ci appartiene. Emergerà così la nostalgia della purezza perduta, giacché l’esistenza corrode l’anima “come fa la salsedine sugli scogli”, anche se l’angelo “a tratti mi illumina ancora”.

Corradini è perfettamente consapevole della nostra complessità di contrasti e ragioni ambivalenti, considerando “quanto mistero, / quanta gloria, / quanta violenza vi sia / nell’essere un uomo”. È poeta autentico perché anzitutto a colloquio con la sua “parte oscura”, necessario contraltare di quella “luminosa”. Un angelo e una belva albergano in noi (penso al “De hominis dignitate” di Giovanni Pico della Mirandola): “Sono stato strappato / alla mia angelicità” scrive Corradini “per diventare una bestia. / Alla mia bestialità / sono stato rapito / per diventare un angelo”. Allora la bellezza di cui il poeta si dichiara “prigioniero” e a cui chiede “tregua” ha una duplice valenza: può essere tempesta che schiaccia in basso e passione che abbrutisce, ma anche “turbinio / che solleva / nell’estasi del divino”. Si cade e si risale continuamente: “Diviso fra visione e cecità / mi sono elevato e smarrito”. Ma noi possiamo tornare alla nostra dimensione superna perché siamo abitati da un “senso d’eternità” che non ci abbandona, per quanto possiamo offuscarlo, poiché “tutto / sul nostro fondo è grazia” e “le stelle / non sono poi così lontane”. “L’Eden è remoto / ma un ricordo è rimasto / di quell’antica grazia”: è una luce purissima che “brilla da lontano / sulle nostre armature”. La tenebra stessa ha un cuore luminoso, il poeta lo sa, e sente la notte che combatte in lui “per diventare luce”. Nel sublime dimora la teologia laica dove la verità appare “velata / da penombra tremula” ora come “evanescenza” ora come “chiarore”. Ma è la grazia in cui il poeta vuole credere a condurlo oltre, “più in alto / nell’estasi” del sacro abbandono. Basta incantarsi a guardare ad esempio il volo di un airone per essere ricondotti “all’Immacolato / quando la bellezza / splendeva lassù come Essere / e la grazia illuminava il mondo”.

Corradini ha il coraggio di riaffermare il valore della bellezza come verità ontologica – purché non smarrisca la grazia, senza cui è “falsità” –, e può farlo perché sa che la bellezza “non solo è grazia, / ma anche enigma”, labirinto in cui possiamo perderci. Direi che è proprio la coscienza della nostra creaturale fragilità a rendere – da ultimo – questi magnifici “inni al sacro” di Paolo Corradini così umani, credibili, toccanti.

Marco Onofrio