“Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani” (2ª ed.), di Maria Pia Santangeli. Lettura critica

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Sono finalmente crollati, come muri pericolanti, i silenzi della Storia sulla vita quotidiana. Prova ulteriore ne è “Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani”, di Maria Pia Santangeli (scrittrice originaria della Toscana ma da anni residente e operante a Rocca di Papa), recentemente uscito in seconda edizione per i tipi di Edilazio. È ormai acquisita alla ricerca storica contemporanea la consapevolezza che un’eventuale penuria o assenza di documenti non significhi, con ciò stesso, assenza di storia. Anche perché – è noto – i documenti della Grande Storia sono spesso monumenti (ovvero prodotti intenzionati e/o falsificati): la vita quotidiana, così, non solo non è assenza di storia, ma di essa costituisce e può rappresentare addirittura l’essenza. Altrimenti detto: la storia siamo noi. “Non si sa nulla della vera storia degli uomini” scrive Céline nel Voyage au bout de la nuit: una frase che la Santangeli riporta, non a caso, in epigrafe al libro. Così, nel sentire e sapere che “quando un giorno finisce non esiste più” (I. B. Singer: altra epigrafe), viene spontaneo chiedersi quale minuta realtà esistenziale abbia segnato, sostanziato e attraversato il passaggio terreno delle generazioni. Se ogni uomo è un mondo dentro il mondo, mentre il silenzio inghiotte il suono della voce; se nell’oblio sfumano i pensieri, insieme a tutto il resto: quali sentimenti e sogni hanno acceso il suo cuore? Quali dilemmi ne hanno reso le notti insonni? Quali dolori lo hanno trafitto? Quali immagini si sono impresse sulle sue pupille? Quali parole hanno preso il volo come farfalle dalle sue labbra? La vita stessa è un perenne scomparire nell’oblio: ogni istante il mondo muore, crolla, dilegua, entra nell’invisibile. Tutto è caduco e trema sul bordo del vuoto. È per questo che, secondo il filosofo tedesco Wilhem Dilthey, spetta alla storiografia manifestare il senso dell’esistenza umana: che non può essere colto immediatamente. Lo scrittore di storia intesse le testimonianze del passato in una narrazione organica e partecipante dalla quale emerge il senso profondo: la più alta forma dell’intendere, infatti, è proprio l’Erlebnis, l’esperienza ri-vissuta. Compito dello storico è sottrarre il tempo all’oblio, ricostruendolo e ripensandolo sulla base di connessioni strutturali ignote a coloro stessi che lo hanno vissuto. Sono i poeti e gli storici a far rivivere gli antenati, anzi: a farli vivere davvero, giacché la loro esistenza – come la nostra – non era che un costante dileguare.

Scorrendo su tali coordinate epistemologiche e metodologiche si muove il libro, accuratissimo, della Santangeli. Lei stessa dichiara programmaticamente, all’inizio del libro, l’intenzione di «raccontare le giornate di lavoro di boscaioli, mulattieri, carbonai, di donne che scorzavano nel tentativo di non lasciarli nell’ombra». La grande Storia si trova spesso costretta ad ignorare, per limiti di campo, le “piccole storie”: «eppure un’accetta dal manico consumato conserva l’odore della vita», è satura di vita vissuta. Questo libro è splendido anche per l’autenticità umana che veicola, come valore aggiunto, alla verità storica dei documenti; ed è autentico perché nasce da una forte urgenza espressiva, quella di uomini e donne che «non hanno fatto altro che brontolare» dentro l’autrice, chiamata a dar loro un corpo di parole, a farli risuscitare dalla pagina, pur nella consapevolezza di poter restituire solo «frammenti dell’infinita molteplicità della vita, della sua misteriosa complessità». Un viaggio nel tempo, dunque, vissuto e attraversato su più piani contemporanei. Ci sono almeno tre prospettive diacroniche che la Santangeli indaga, da par suo: il piano quotidiano (la giornata di lavoro dall’alba al tramonto); quello stagionale (da novembre alla primavera); quello epocale (sino alla fine di quel mondo, cancellato dalla trasformazione tecnologica e dal diffuso benessere economico). Marchigiani (soprattutto di Sarnano) e cappadociani (cioè abruzzesi) davano vita a una migrazione stagionale che lasciava spopolati i paesi d’origine: si trasferivano nei boschi del Lazio, per avere sei mesi di lavoro assicurato. I proprietari dei boschi convocavano i “capoccia” boscaioli: ciascuno, trovato l’accordo economico, procedeva all’ingaggio di uomini per formare la “propria” compagnia. C’era quindi la fase di preparazione: si arrotavano le accette e si ingrassavano gli scarponi con la sugna. Poi, il giorno e il luogo dell’appuntamento. La marcia di avvicinamento al bosco. Il silenzio profondo e vasto. Ciascuno immerso nei propri pensieri. L’arrivo. L’alba. Cominciava il picchiare delle accette, i colpi sordi che si accavallavano. La giornata lavorativa era divisa in tre parti e segnata da due pause: quella per la colazione (intorno alle 9) e quella per la “merenda” (verso le 13.30). La giornata finiva all’imbrunire. Nelle baracche fumose si respirava l’amaro della lontananza e della nostalgia. Ci si risvegliava l’indomani, al canto del gallo.  

Di questo mondo l’autrice si impegna a darci ogni dettaglio (sia corposo grumo di esistenza, sia piuma di labile riflesso), con un “dono” totale di presenza, richiamo, enumerazione, acciocché nulla resti escluso dal tocco vivificante della sua penna, guidata da un non comune afflato di passione e ispirazione poetica, che accendono il rigore scientifico della ricerca e, nel perseguimento della verità, i frutti di una limpida onestà intellettuale. Scrivere storia è un po’ come saldare il “debito” con l’esistenza di ogni uomo che, in quanto tale, rivendica memoria. Ed ecco allora, passati in rassegna (puntualmente descritti e approfonditi, uno ad uno), i diversi mestieri del bosco: facciatori, segatori, scorzine, manicari, forcinari, fascettari, spinaroli, rogaroli, carbonai… Ed ecco, ancora, i canti di lavoro. Scopriamo così che quella gente cantava di tutto: dalle canzoni trasmesse in radio agli antichi canti popolari d’amore e morte, con gli epiloghi quasi sempre dolorosi. La melodia si confondeva col respiro, col sangue, col ritmo cardiaco: «era un tempo in cui la rima e il canto vivevano dentro la vita di ciascuno». E il canto era corale perché esisteva un patrimonio condiviso di storie: Pia dei Tolomei, la Sepolta viva, Genoveffa di Brabante, i Reali di Francia, i Paladini, il Guerrin Meschino, ma anche brani spesso lunghissimi (recitati a memoria) dalla Divina Commedia, dall’Orlando Furioso, dalla Gerusalemme Liberata. Le letture e i racconti eleggevano il proprio scenario ideale nelle veglie d’inverno accanto al focolare. C’era un gusto dell’ascolto diverso da oggi: più ingenuo e integro, non “saturo”. Le parole del narratore cadevano direttamente nell’anima: «gli occhi degli ascoltatori vedevano tutto, proprio tutto, al di là della parete di tavole». I poeti frequentavano le osterie – molti dei quali a braccio, da cui la tradizione dei “contrasti” (in rime cantate e improvvisate). La vita, insomma, camminava in modo semplice, obbedendo a ritmi precisi, antichi, tramandati intatti dal passato. Il tempo storico del lavoro si conformava al tempo biologico, operando organicamente, collaborando coi processi naturali. A livello umano, non c’era spazio che non fosse la solidarietà della fatica comune: «giornate piene di lavoro, di fatica, e le sere di fumo e di storie». L’esistenza quotidiana si componeva intorno a un fulcro stabile di valori, di punti cardinali: l’orgoglio di essere utili alla famiglia, il desiderio intenso di faticare, il piacere limpido e profondo del lavoro fatto a regola d’arte. E poi finalmente, giorno dopo giorno, ecco l’arrivo della dolce primavera, col sospirato conguaglio finale (“lu staiu”) e il ritorno a casa.

“Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani” è un libro di grande importanza storica e di squisita fattura letteraria. Si giova infatti di una scrittura “prensile”: vivida, acuta, multisensoriale. Un magnete che la Santangeli passa sulle cose per carpirne l’anima, l’essenza, il cuore profondo: suoni, odori, voci, parole, pensieri, sentimenti, usi e costumi di un mondo che non esiste più. Particolarmente gustose le descrizioni del cibo: il «caldo saporoso odore di minestra», il rituale quotidiano della polenta, il pane che scrocchiava sotto i denti. Poca materia e, conseguentemente, molta anima, molta luce d’uomo. Il vero poetico ritaglia le proprie zone di trasparenza in mirabili squarci di lirismo, ai margini stessi del vero storico (i documenti e le preziose testimonianze orali) su cui basa la propria fondatezza. Un affresco storico e umano che ci ricorda e dimostra come – nel portare alla luce l’onnipresenza umile e solenne della vita – la storia possa anche farsi opera d’arte, e lo scrittore di storia (ma questo va ascritto a merito di Maria Pia Santangeli) essere poeta.

Marco Onofrio

“Roma insorse per Pablo Neruda”, articolo pubblicato sul quadrimestrale «Menabò» (qui in anteprima)

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A distanza di oltre vent’anni, chi non ricorda con affetto il film Il postino (1994), del regista scozzese Michael Radford? Anche e soprattutto per la toccante recitazione di Massimo Troisi, che appare quasi irriconoscibile, col volto scavato e gli occhi accesi, trasfigurati, alle prese con la sua ultima prova (gravemente malato di cuore, morì alla fine delle riprese), o per lo struggente tema musicale di Luis Bacalov, più che per il personaggio di Pablo Neruda, interpretato da Philippe Noiret, su cui si incentra l’impianto narrativo del film, liberamente ispirato al romanzo Ardente paciencia (1986) di Antonio Skarmeta. Non tutti sanno, però, che la storia che il film rielabora, riadattando ambienti e particolari, nasce dalle conseguenze di un episodio di cronaca romana che vide protagonista, suo malgrado, il grande poeta cileno nel gennaio del 1952.
Facciamo un passo indietro. Neruda arriva a Roma nel dicembre 1950, come esule perseguitato dal dittatore Jorge Rafael Videla. Impara presto ad amare l’Italia, ad apprezzarne il calore umano, la passione, la generosità. Viene subito accolto nelle case degli intellettuali: anzitutto da Giacomo Debenedetti e Renata Orengo, a via San’Anselmo sull’Aventino, dove il tredicenne e futuro scrittore Antonio gli riserva per dispetto un «teppistico lancio di ciabatte» ; poi presso gli studi di Renato Guttuso e Carlo Levi, che ne dipingono il ritratto. Proprio Guttuso, insieme con Mario Mafai, realizza le illustrazioni delle prime opere nerudiane tradotte e pubblicate in Italia. Lo stesso Neruda dedica a Linuccia Saba, figlia del poeta triestino e compagna di Carlo Levi, il disegno di una margherita dal lungo stelo.

Per Neruda il soggiorno romano è un diporto itinerante di incontri e abbracci, un rendez-vous continuo, leggero e felice. Antonello Trombadori lo accompagna per le strade della città: Neruda trova Roma troppo rumorosa ma umana, aperta, gentile. Si spinge anche in qualche osteria dei Castelli Romani (quasi sicuramente a Frascati, e forse anche a Marino) dove gusta «l’olio, il pane e il vino della naturalezza». La gita fuoriporta ha luogo probabilmente nella primavera del ’51 e desta in Neruda un’impressione tanto viva da ispirargli una poesia, “I frutti”, poi raccolta nel volume L’uva e il vento (1954): «Dolci olive verdi di Frascati / nitide come puri capezzoli / fresche come gocce di oceano, / concentrata essenza terrestre! / (…) Quel giorno l’oliva, / il vino nuovo, / la canzone, / la canzone del mio amico, / il mio amore lontano, / la terra bagnata, tutto così semplice, / così eterno»…

Quando parte da Roma, alla volta di Nuova Delhi, Neruda avvolge le sue scarpe in una pagina tutta sgualcita dell’«Osservatore Romano» che trova nella stanza dell’albergo. Due anni dopo torna in Italia, e lo invitano ovunque a leggere le sue poesie. Neruda è accolto con entusiasmo nelle università, negli anfiteatri, nei porti, a Genova, Venezia, Torino, Milano, Firenze, Napoli. Alcide De Gasperi storce il naso e mette in allerta il ministro dell’Interno Scelba. Neruda è, di fatto, un senatore comunista fuggito dal suo paese; ma anche come poeta va tenuto a bada, per il valore civile e popolare dei suoi versi, pericolosamente acclamati dalle folle. Occorre un pretesto per disfarsi dell’ingombrante ospite. L’occasione giunge propizia a Napoli. I poliziotti si presentano all’albergo dove alloggia il poeta. È Neruda stesso a ricordare come andarono le cose:

Con la scusa di un errore sul passaporto mi pregarono di seguirli in questura. Lì mi offrirono un caffè espresso e mi notificarono che dovevo lasciare il territorio italiano il giorno stesso.

Neruda parte in treno quel pomeriggio, scortato da alcuni poliziotti gentilissimi, che gli sistemano le valigie, gli comprano «l’Unità» e gli chiedono autografi. Poi accade l’incredibile.

Ormai nella stazione di Roma, dove dovevo scendere per cambiare treno e continuare il mio viaggio fino alla frontiera, intravidi dal mio finestrino una grande folla. Udii gridare. Osservai movimenti confusi e violenti. Grossi fasci di fiori avanzavano verso il treno sollevati sopra un fiume di teste.
‒ Pablo! Pablo!
Sceso dal predellino del vagone, dove ero stato elegantemente custodito, mi trovai immediatamente al centro di una poderosa battaglia. Scrittori e scrittrici, giornalisti, deputati, circa un migliaio di persone, mi strapparono in pochi secondi dalle mani della polizia. La polizia avanzò a sua volta e mi riscattò dalle braccia dei miei amici. In quei momenti drammatici distinsi alcune facce famose. Alberto Moravia e sua moglie Elsa Morante, scrittrice anche lei. Il famoso pittore Renato Guttuso. Altri poeti. Altri pittori. Carlo Levi, il celebre autore di Cristo si è fermato a Eboli, mi allungò un mazzo di rose. In mezzo al trambusto i fiori caddero per terra. Volavano cappelli e ombrelli, risuonavano i cazzotti come esplosioni. La polizia stava avendo la peggio e fui di nuovo recuperato dai miei amici. Nella mischia potei vedere la dolcissima Elsa Morante colpire con il suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto. D’un tratto passarono i carrelli dei portabagagli e vidi uno di loro, un facchino corpulento, scaricare una randellata sulle spalle della forza pubblica. Era la simpatia del popolo romano. La contesa divenne così complicata che i poliziotti mi sussurrarono:
‒ Parli ai suoi amici. Dica loro di calmarsi…
La folla gridava:
‒ Neruda rimane a Roma! Neruda non se ne va dall’Italia! Rimanga il poeta! Rimanga il cileno! Fuori l’austriaco!
(L’ «austriaco» era De Gasperi, primo ministro italiano)
A capo di mezz’ora di pugilato arrivò un ordine superiore grazie al quale mi veniva concesso il permesso di rimanere in Italia. I miei amici mi abbracciarono e mi baciarono e io mi allontanai da quella stazione calpestando con dispiacere i fiori rovinati dalla battaglia.

Guttuso lo conduce a casa di un senatore comunista, dove potrà trascorrere la notte al riparo da irruzioni e azioni governative di ripensamento. L’indomani Neruda è raggiunto dal telegramma dello storico Erwin Cero, che gli offre di passare alcuni mesi a Capri. Neruda accetta e si trasferisce nell’isola, con Matilde Urrutia. Lì, tra lo splendore della natura e il nido d’amore in cui trasforma la villa messagli a disposizione, il poeta cileno completa Los versos del capitàn, un libro «appassionato e doloroso» che poi i compagni italiani contribuiranno a far stampare, anonimo, a Napoli, in 50 copie. Così descrive la selvaggia bellezza caprese: «La vigna sulla roccia, le fenditure del muschio, i muri che / impigliano / i rampicanti, i plinti di fiore e di pietra: / l’isola è la cetra che fu collocata sull’alto sonoro / e corda per corda la luce provò dal giorno remoto / la sua voce, il colore delle lettere del giorno, / e dal suo recinto fragrante volava l’aurora / abbattendo la rugiada e aprendo gli occhi d’Europa» .

A Capri Neruda vive giorni indimenticabili, di delirio amoroso e straordinario impeto creativo. Poi tornerà a Roma diverse volte ancora, sino alla fine dei suoi giorni, fors’anche per un debito segreto di riconoscenza: il buen retiro isolano – che nel film di Radford viene traslato da Capri a Salina (una delle Eolie) – non si sarebbe infatti aperto alla vita e all’opera di Neruda senza il coraggioso intervento dei suoi ammiratori romani.

Marco Onofrio

18 novembre 2019: Luca Priori intervista Marco Onofrio su “Anatomia del vuoto” (ilmamilio.it)

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/20055-marino,-esce-%E2%80%9Canatomia-del-vuoto%E2%80%9D-di-onofrio.html?fbclid=IwAR3CZWDEWWyHOWM5ITHTWaVL48g2CrSbxPq9i-wqiW_O0Ofal1cZjf3Na4Y

Marco Onofrio ha pubblicato a Milano, con le edizioni La Vita Felice, il suo nuovo libro di poesie: “Anatomia del vuoto”. Neanche il tempo di presentarlo e già subito un exploit: l’opera è finalista al prestigioso Premio “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, sezione poesia edita. L’ennesimo riconoscimento di uno scrittore che è ormai vanto della nostra regione, e non solo. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive con moglie e figlia.

Marco, sei nato a Roma nel 1971 ma vivi da diversi anni a Marino. Ti senti più romano o marinese?

Entrambe le cose, e per molti versi sono identità complementari. A Marino vivo dal 2006; prima stavo a Grottaferrata dove mi sono trasferito, salendo da Roma, nell’ormai lontano 1988. Ho dunque passato più tempo della mia vita ai Castelli che a Roma. Ai Castelli ho scritto tutti i miei libri, ed è indubbio che qualcosa della loro atmosfera sia stato determinante nell’ispirarmi le pagine che ho pubblicato, a partire dal 1993. I Castelli hanno liberato e nutrito la mia creatività. Mi sento romano e, diciamo così, marinese-castellano “di adozione”.

Come nasce “Anatomia del vuoto”?

È un libro a cui ho lavorato per almeno quindici anni, attraverso molte stesure e innumerevoli revisioni. Credo sia la mia opera poetica più intensa e impegnativa, tutta incentrata sul tema cardine del vuoto e sul tentativo di definirlo, rappresentandolo in senso metafisico. Il vuoto non solo come materia connettiva del cosmo, fino agli estremi limiti delle sue incommensurabili distanze, ma anche come “condicio sine qua non” della umana significazione, ovvero del processo che ci consente di riempirlo con le “vicende” che ci rappresentano, a partire dalle esperienze fondamentali della nostra vita, l’amore, la solitudine, il dolore, la morte.

Discorsi alti e difficili, per palati fini…

Detto così, sembrerebbe: è la poesia stessa, come genere letterario, che punta ad esprimere le cose grandi, cioè le verità nascoste al di sotto dell’apparenza. Anche per questo, forse, ha così pochi lettori: pochi ma buoni. Ho sempre apprezzato le potenzialità di svelamento metafisico che le competono, anzitutto come intensità dello sguardo e della parola. La poesia secondo me deve rendere visibile l’invisibile, cioè darci uno specchio in cui venga riflessa la realtà autentica che sta oltre gli inganni del quotidiano. È uno strumento fondamentale di comprensione del mondo. Ed è proprio la volontà “ostinata e contraria” di capire il mondo, cioè il mistero della vita e della storia, a nutrire da decenni il mio percorso di ricerca.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alle opere precedenti?

La precisazione dello scavo. E una semplificazione dello sguardo mai così attenta e piena di significati, tutta concentrata in direzione dell’essenza. È una poesia che finalmente brucia le scorie della letteratura e che cerca di coincidere con la voce stessa della vita.

Questo è il tuo tredicesimo libro di poesia e il trentaduesimo di sempre. Perché scrivi così tanto?

Perché ho molte cose da dire, e la vita è troppo breve per dirle tutte. Scrivere per me è vivere, anzi: “scrivivere”.

Un conto scrivere, un conto pubblicare…

Solo pubblicato un libro appartiene al mondo, cioè alla gente che lo legge e può farsene trasformare. Il numero delle pubblicazioni dipende dal fatto che scrivo su più tavoli, occupandomi in contemporanea di poesia, critica letteraria e narrativa.

Ti senti più poeta, più critico letterario o più narratore?

Ho uno sguardo da poeta, che tende a trasfigurare il particolare in senso universale. Questa visione analitica e al contempo globale mi porta ad essere, come dicono, un buon critico letterario. Il narratore è sottomesso alle briglie del poeta, nel senso che mi interessa approfondire i dettagli in una luce fantastica e visionaria, piuttosto che raccontare storie: infatti prediligo il racconto breve al romanzo tradizionale. Anche se la prosa mi fa sentire infinitamente più libero del verso: ed è da questa intima contraddizione che nasce la spinta propulsiva della mia scrittura…

Insomma, dai l’impressione di un fiume in piena: un libro segue l’altro e la tua officina creativa sforna opere a ripetizione.

In realtà ogni libro esce coi tempi suoi, come scegliendo autonomamente le strade che lo portano ad esser pubblicato. Ma devo dire che il meglio, forse, è ancora inedito: ci sono opere già finite che ritengo importanti e che attendono la loro opportunità.

Ma così dedichi poco tempo alla promozione…

Lo so. Ci sono autori che presentano lo stesso libro per anni. Io dopo la terza-quarta presentazione comincio a vergognarmi di ripetere le stesse cose. Sono più concentrato sul versante della produzione, mi diverte di più.

Ehm, dicci la verità: non è che per caso sta per uscire un nuovo libro? Malgrado “Anatomia del vuoto” sia stato pubblicato da appena un mese?

Ehm, sì. È un libro di critica letteraria, sulla narrativa di Lina Raus: una scrittrice psicoterapeuta che vive e lavora, fra l’altro, a Grottaferrata. Il libro uscirà in tempo per la prossima Fiera “Più libri più liberi”, dove sarà esposto in anteprima.

Lo sospettavo…

Ed è appunto con questa “anteprima” che salutiamo l’instancabile scrittore di Marino, dandogli appuntamento a breve per gli sviluppi ulteriori del suo percorso.

(a cura di Luca Priori)