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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

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https://lapresenzadierato.com/2021/06/02/giorgio-taffon-azzurro-esiguo-di-marco-onofrio-lettura-critica-in-forma-di-lettera-semi-confidenziale/

Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

“La domanda”, poesia inedita

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LA DOMANDA

«Maestro, che succede dopo
l’ultimo respiro?
Finisce poi davvero
tutto quanto?»

No. Ma nessuno può saperlo;
esattamente come, da vivo,
che cosa eri e in quale mondo
stavi, prima di incarnarti
e singhiozzare.
Succede allora, vengono recisi
i nodi del corpo che avevamo
e si diventa Uno col supremo
dentro il corpo eterico
essenziale.
Coincidi col tuo Cristo naturale
dal guscio della notte che ti apre
lo spirito-sciamano
nell’asterisco della sua scintilla.
Attraversi a piacimento la materia
come fosse aria o gelatina
inavvertita ombra tra la folla.
E poi trascendi il vuoto, e arrivi
al regno della Luce primordiale.
È qualcosa di indescrivibile
ma quando lo abbracci
nell’esatto istante che il tempo
si ferma per sempre
tu riconosci il luogo familiare
che non avevi mai dimenticato,
e sei di nuovo a casa.
Laggiù è stupendo, è la vita vera.
Vi dimora il cardine assoluto
che regge la struttura elementare
e batte dall’interno in ogni cuore.
È l’Essere di Luce, è Padre e Madre
l’ID chiarissimo che È
amore puro irradia e senza fine
immensa lancinante comprensione.
Ti fa sentire quello che sei stato:
una goccia dentro l’oceano
dell’umanità
(ma senza la tua goccia
quell’oceano intero
non sarebbe nato!)
Ti chiama dentro un viaggio autocosciente
dove vedi – come in un filmato –
i giorni che hai passato sulla terra
nella sequenza degli attimi vissuti
(ogni azione, ogni singola emozione):
un nastro proiettato all’incontrario
dalla morte al tuo concepimento
fino alla grande eco dell’inizio,
la musica che il suono nascondeva
e il silenzio non consente di afferrare.
Sei sempre stato parte di ogni cosa,
anche le più ignote e indifferenti
abitavano in te.
Fiorisci e fiorirai nell’universo
non puoi sapere dove
risale dall’interno la creazione
nella radice della sua sorgente.
Intendi tutto senza le parole
il dono di sostanza e di splendore
come una piuma in giri di corrente.
Dovunque estasi, pienezza, eternità.
Nessun peccato, solo una domanda:
“HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”

Marco Onofrio
(da Azzurro esiguo, di prossima pubblicazione)
 

“Il Vangelo secondo Amore”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Se non sbaglio sono ormai sette, numero magico per eccellenza, le opere in versi di Dante Maffia ispirate e consapevolmente dedicate a Matera. E non può essere un caso, considerato il numero, alto anche per un torrente in piena della sua portata, l’ascendenza “lucana” della sua origine sibaritica e la dovizia di sortilegi che la città dei Sassi riversa nei cuori di chi ha genio adeguato per corrisponderle. Inoltre, sapendo che spesso e volentieri Maffìa, sia in poesia sia in narrativa (ma starei per dire anche nelle multiformi attività di critico, e in senso lato di intellettuale) entra ed esce da lunghi e doviziosi affondi nell’esoterismo – raggiunto per le vie “carnali” di una famelica e innocente, benché impudica, terrestrità –, non mi meraviglia che, dopo le calcolate blasfemie e le sfide a Dio di Elegie Materane, adesso abbia scritto addirittura un “Vangelo secondo amore” (La Mongolfiera Ed., 2019, pp. 88, Euro 10), cioè: secondo il bisogno di sentire il fluire della vita attraverso le esigenze del cuore e dell’anima, innestandole a immersioni metafisiche da cui riemergono visioni addirittura apocalittiche, temperate da una musica “mozartiana” che sconfina oltre il dicibile, oltre il risaputo, oltre qualsiasi confine.

Ormai Maffia, dopo decenni di smisurate letture, ha distillato l’essenza della Cultura in lievito di naturalezza, e questo gli consente di parlare del divino con la forza di un fenomeno che accade. La parola distilla momenti di felice inconsapevolezza assimilabili al pentagramma canoro di un uccello, ed è proprio lì che – attingendo scrimoli di Luce – sbocciano i miracoli del dono. La voce si fa mondo e sua metamorfosi onnicomprensiva, con una duttilità che impressiona e spaventa, come se egli stesse scrivendo dai luoghi estremi di un Paradiso che ha paura di perdere e dove invece vorrebbe convogliare l’essenza del suo amore, la donna amata, pur senza farla evaporare di “presenza”, di peso e spessore umano. Siamo dunque al cospetto di una poesia in cui le parole diventano epifanie delle cose, cioè cose esse medesime: lampi che il poeta estrae dal buio, come fili dall’immensa tela dei secoli, con le sue antenne ricettive, quasi fossero anse dove si travasano percezioni spesso ineffabili dell’infinito e dell’imponderabile; e proprio per questa loro qualità egli tenta di captare il divino, facendo dell’oltranza metafisica forma di esperienza quotidiana. Ora non è più in gioco il punto di vista di un evangelista, ma dell’Amore stesso, in prima persona, tradotto come assioma dentro cui vivono, nei segreti dell’essere, le verità profonde e le ragioni interne della vita. «L’Amore è un bambino che aspetta carezze».

È dunque pressoché impossibile condensare le argomentazioni di questo poema, poiché si muove in senso rotatorio e sussultorio, e scava, e si dimena, e s’impenna, e grida cercando nuovi anfratti in cui s’illude di trovare il senso primo e ultimo dell’uomo destinato a vivere sulla terra. Il rutilare dei versi, il loro ritmo, lo scandire incessante di una musica che corteggia le parole, il passo delle sillabe tese a cogliere i palpiti occulti del poeta inchiodato a una specie di mandato ricevuto dal Creatore, fanno sì che il dettato s’abbeveri di una sorta di “unguento” rubato alle stelle. Fuor di metafora, mi pare che questa poesia scaturisca ricca e infuocata da un incontro d’amore che, realizzandosi, si pone a guardia del creato e non intende più rinunciare a una eventuale cancellazione dello stesso, per nessuna ragione. Da qui il tono apocalittico e dolcemente evangelico, che è tipico della espressività di Maffia; e il districarsi del groviglio dei dubbi che trovano piena accoglienza in parole spirituali e illuminanti, divine nella misura in cui autenticamente umane, da aggiungere – mi si consenta l’audacia – a quelle degli altri quattro Vangeli. Perché in quelli manca la leggerezza delle affermazioni sull’amore, inteso come raggiungimento perfetto dell’essere umano. Gli insegnamenti che Maffìa ci propone non sono mai doveri apodittici, ma “approdi” dell’esperienza a cui giungere per riscattarsi dalla cenere dei giorni, dalle tensioni che la banalità crea se non sappiamo percepire l’infibulazione dell’umano nel divino e viceversa. Sarebbe molto interessante soffermarsi su come Maffia ha “adottato” le pagine degli altri Vangeli, come li ha resi ad uso e consumo personale, come ne ha tratto gli stilemi per farci assaporare – non c’è altra parola per meglio intendere la portata della sua scrittura – la castità, la carnalità, la diluviante bellezza di un amore che si svolge a Matera e così, di conseguenza, a Matera fa sorgere la sede del Paradiso. I sottintesi di Maffia sono sparsi a piene mani nella screziatura di ogni suo verso. Le allusioni si dipanano correndo frettolose, mentre le affermazioni si dispongono in guisa di preghiera e comandamento: suggestioni da vivere per aprirsi alla magia di uno sviluppo che soltanto se vissuto con intensità e totalmente, abbandonando le riserve preconcette, può svelare la ragione metafisica di trovarsi a vivere, da protagonisti, il suo miracolo.

Va certamente sottolineata la bravura del poeta, che ha saputo portare al suo modo di essere gli stilemi dei quattro evangelisti senza diventare mai blasfemo o irriverente, ma quasi completando un cammino rimasto, per così dire, al limite della liturgia. Da un punto di vista teologico mi piacerebbe sentire il parere delle autorità ecclesiastiche su una scrittura che da tempo lo vede ormai “scatenato” nel mettere in gioco Dio e l’assetto religioso canonico per affermare la sua verità d’amore. Maffìa ha il coraggio dei grandi poeti, i quali non si accontentano mai delle formule date ma cercano incessantemente di andare verso un oltre che il Mistero chiude a qualsiasi tentativo. Maffìa, peraltro, è una “valanga umana” che bussa alle porte del Mistero, e poi – dato che nessuno apre – le scardina, le butta giù, le attraversa con trasporto e slancio totali per cogliere in tempo una goccia della rugiada sparsavi attorno nel coprire la verità con il velo dell’impossibile, o almeno la scintilla fuggente di quella goccia. Per fare questo il linguaggio diventa fuoco che divampa e si spande con una forza insopprimibile; e così Maffia impasta la sua liricità al passo dei Vangeli, e li spagina, li deteriora, li rimette in funzione in modo che chi legge possa trovare un piccolo sentiero dove appartarsi in silenzio per sentire comunque la voce di Dio che difende l’amore, e lo spande, lo dona, lo rigenera, lo innalza ad essere – qual è – la sola cosa sacra dell’universo.

Tutto ciò, si badi, è solo l’argomento. Ma quel che affascina e rende questo libro davvero un nuovo Vangelo, è la forza del linguaggio che sembra nascere da folate di vento irriverenti, libere e necessarie come la forza stessa della vita, servendosi di un vocabolario ricchissimo e raffinato di cui Maffìa si “arma” per cogliere le essenze e le sfumature della sua spiritualità alta, vivida, fremente, capace di illuminare persino le antiche strade della città dei Sassi, persino la quotidianità di un amore che cerca l’assoluto e lo trova negli immediati dintorni con essenze sempre più illuminanti ed “evangeliche”. «Amore dunque nacque a Matera / all’epoca in cui il grigio spandeva / i suoi gesti d’ira sopra la terra».

Marco Onofrio

“La parola esclusa”, di Giuseppe Bova. Lettura critica

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La poesia di Giuseppe Bova nasce dal bisogno umanissimo di inseguire il Mito ai bordi della sua stessa eternità, facendone echeggiare i riverberi, i riflessi antichi e suggestivi, nella narrazione archetipa dell’esperienza: «Vorrei raccontare» – scrive in limine al libro La parola esclusa (Reggio Calabria, Iiriti Editore, 2003) – «come ho scoperto il mare». Non solo il mare d’acqua salsa che dialoga con gli oceani del mondo, ma anche ovviamente il mare del tempo, dell’amore, della vita. E appunto ai bordi di questa dimensione nascosta ma eternamente presente, deputata a custodire i lacci del mistero a cui siamo e ci troviamo incardinati, si dirama una duplice visione del mondo: quella che si attiene alla natura, abbandonandovisi con dolcezza e commozione; e quella che viceversa cerca di trascendere la natura, resistendole per catturarne l’ultimo segreto. Da una parte l’anima, fluida e femminile; dall’altra lo spirito, tagliente e maschile: a determinare la maggiore o minore fiducia nella dicibilità dell’esperienza, e la consapevolezza che la parola è comunque esclusa dalla verità, non può mai raggiungerla in quanto “parola”, nel limite umano del suo essere relativo (quella parola), poiché la verità appartiene all’assoluto del silenzio che racchiude e origina tutte le parole possibili. Ma è la verità stessa che esclude la parola, per consentire all’uomo la ricerca senza fine attraverso cui intuirla ai confini dello sguardo, oltre l’orizzonte. Scrive Bova: «una risposta è sempre da venire. / Domani sarà ancora un’altra tappa / e andremo sempre avanti per capire», giacché il «mistero dei secoli» è sepolto «sul fondo» del mare, e «il fondo non si tocca / con la mano».

Nella cultura ebraica la parola è centrale rispetto alla cosa, anzi: la parola è la cosa, dal momento che Dio crea il mondo parlando (e Bova scrive «Il suono / avrà sostanza di Creato»). Nella cultura greca, invece, la cosa (cioè la φύσις, ovvero la natura) è centrale rispetto alla parola: “sema” significa “segno” ma anche “tomba”, cioè presenza vicaria di un’assenza, testimonianza imperfetta di ciò che esiste e dunque esclusione dalla pienezza del vivente. La parola come mondo e/o come suo imperfetto riflesso. Bova dà udienza a entrambe le concezioni, incarnandole nelle due pulsioni fondamentali della sua poesia, magistralmente lumeggiate da Antonio Piromalli in prefazione: trascendenza e terrestrità. La trascendenza nasce dal sentirsi esclusi e distonici, la terrestrità dal sentirsi inclusi e sintonici. E Bova le vive con reciproco scambio di attributi, per cui la trascendenza ha sempre accenti di concretezza e la terrestrità non manca mai di essere a suo modo spirituale. C’è un momento in cui le due pulsioni sono percepite in parallelo, sia pure in prevalenza della prima:

Sfuggire alla terra che mi attira
toccare le cime alte del pensiero.

Se da un lato, così, il poeta obbedisce allo slancio metafisico, cioè all’«urgenza di sapere / di toccare / di sfondare la porta del mistero», dall’altro estende la sua coscienza creaturale, centrata sulla forza di gravità, per riconoscersi fibra dell’universo nella misura in cui armonizzato, osmotico, uno con tutte le cose: «La roccia si spacca / ed è il mio sangue che sgorga». Può dunque affermare: «Sono / un albero / che vive sul dirupo / che vede su ogni fondo / la sua fine». Come salvarsi dall’abisso? Allungando le radici. «Stringersi / le mani / sulla terra / per trovare / le parole / d’amore. / Questo è / il segreto / di ogni nostro / resistere / alla morte». Un patto d’amore e resilienza di leopardiana memoria: allearsi e far fronte comune per rubare terreno alla morte, il «resistere estremo / sulla barricata». Le parole lasciano filtrare, come crepe su un muro, le trame della luce perduta, e riescono a recuperarla anche dopo che ha smesso di splendere.

Il mondo, purtroppo, è abitato da «anime nere» che trafficano «parole inutili» senza contezza né rispetto della potenza mitica e storica di cui ogni parola, creando la realtà, si fa intima portatrice. La poesia, ai loro antipodi, è una via di purificazione e chiarificazione («Quello che non capivo ora si fa più vero») grazie alla quale ci si cava «dallo sbattere quotidiano» e dai suoi velenosi frastuoni («a volte mi ritiro in una stanza / a cercare il silenzio»): uno «specchio / d’aria pulita» dove si disvela il «contatto estremo», cioè l’essenza ultima delle cose e del proprio rapporto col mondo: «Leggo carte che scavano cortecce / e vanno fino al cuore di ogni tronco». Occorre l’«ostinato credere» con cui il poeta oltrepassa, usando gli occhi dell’anima, la propria finitezza per tentare di amare «con la pelle di Dio» la Luce della «tremenda oscurità», ossia il Mistero da cui tutto emerge e in cui tutto viene, da ultimo, inghiottito. L’atto poetico, riecheggiando il non omnis moriar di Orazio, è anche uno strumento di ribellione al pensiero «d’esser stato / un decimiliardesimo di occhi / sul corpo inavvertito della terra», una minuscola e risibile «formica tra i mille camminamenti». La poesia ha questo potere perché è una potenza originaria e incontrollabile, un «fiume di corrente seminale»:

Questa è la poesia.
Un fiume di parole
per seminare i sogni.

Ma non si ordina alla parola poetica, altrimenti muore «appena nata». È la parola, anzi, che ordina e “ditta dentro” al poeta, pesando in volo la sua luce: «trascinata è l’idea / che il sangue irrora / per vie d’inquietudini». Non un gioco di prestigio, dunque, ma un mandato di rivelazione. La parola è la chiave che apre lo spazio della sacralità. Senza questo fiato caldo essa «si accorcia»: «suonatore e strumento / vanno insieme». Il poeta, dunque, suona ed è contemporaneamente suonato dal proprio strumento. Il suo sguardo coglie «lo spunto di un’origine / liberato da ogni costruzione», ovvero l’energia orgonica pura, anteriore alle forme dell’intelletto: è lì che si apre lo «slargo d’infinito». E quindi i semi delle cose: della notte, della pietra, del vento, della pioggia, del mare, etc. come granelli setacciati «già luminosi / e privi di ogni scoria». La parola si confronta con l’infinito degli elementi che la rendono «piccola», «esclusa» e «imprigionata», ma proprio per questo capace di afferrare le coscienze e spingerle in alto, sopravvivendo anche a chi muore o viene ucciso nei patiboli. La parola non può essere fermata perché, quando autentica, è incisa nell’ordine cosmico-ciclico del divenire e sale dalle origini del mondo, producendosi come evento creativo che traduce in scrittura «quanto non è scritto»; altrimenti è spenta, è «corpo morto».

Comunque giunta
la mia parola chiude
un grande cerchio
ed io sono materia
di ogni avvolgimento
all’origine degli occhi
nel fulcro della trave.

Così accade quanto non è scritto
e ciò che non riflette
è corpo morto.

La presenza e la sostanza delle cose: mai essere assuefazione di forma vuota, imitazione di voce originale, ripetizione del sentito dire. «Non sarò mai pane / senza essere lievito». La poesia sgorga dalla vita che la nutre e che la impasta: «Non scrivere parola non sentita» ammonisce Bova, ricordandolo anche a se stesso. Il poeta che parla in questo libro lo fa da una condizione di maturità ulissiaca, di inquietudine nella tenebra e nello smarrimento: la sua anima è «alla deriva» ed egli si sente «barca sul mare avvolta dalla notte», ovvero «barca già in disarmo» come «dopo tanta odissea / un corpo inanimato sulla riva». Non solo la polvere bruciata durante i viaggi, ma anche quella «incombusta» delle occasioni mancate, della vita non vissuta. L’incompiutezza ci è connaturale poiché siamo incatenati al principium individuationis, per cui in realtà «siamo dove non siamo». Questo produce e procura un senso vertiginoso di dispersione: «Sono nel gorgo anch’io / portato da correnti disperate / su ondate ascendenti e discendenti», quelle stesse che lo fanno risalire proprio attraverso il punto più basso e buio, dove sente il tempo che demolisce e divora, e la morte come un ingranaggio interno al meccanismo della vita. La memoria profonda si dissolve, qualcosa resta sempre «indecifrato» fino a che «tutto rimane muto / disconoscenza / vuoto» inghiottito da irredimibile oblio. Bova rappresenta la morte come una bambola «regina / in tutti i mondi» che si fa percepire in déjà vu, come appunto «l’impressione di un’immagine già vista» poiché «siamo sempre vissuti / e sempre morti» attraverso i tempi della nostra vita.

Il poeta non edulcora, non seleziona per convenienza, ma ha il coraggio di affrontare integralmente il dolore: «poetare è una ferita sempre aperta / perché toccare il cielo con un dito / è scavare il cuore di ogni angoscia». L’identificazione con la vittima sacrificale lo porta a visualizzare il «costato trafitto» di San Sebastiano: basta guardarlo per sentire Dio «come una lancia». E tuttavia il dolore non ci esime dal dovere di «legare la vita / dentro a un sogno» e, malgrado tutto, non smettere mai di farlo. Il poeta obbedisce alla vita e alla sua volontà insaziabile: egli sta «nel seme che rinnova» e non ha fame né sete «se non di nascite / e porte spalancate / ai grandi abbracci». Il dolore, la sofferenza e il caos attraversati nutrono anzi il desiderio di gioia e positività: «rimuovere il disagio» fugando le ombre e le angosce per trovare «un’altra strada», giacché – scrive il poeta con due versi sentenziosi e memorabili – «il tempo è troppo breve / per essere tristi». Ci sarà infatti «una fontana dove bere / senza più la paura di morire» dissetando «l’anima assetata». Occorre ritrovare sempre la condizione della bellezza dentro il proprio sguardo: «la gioventù del cuore / quel sorriso che spalanca girasoli». Il segreto è proprio il cuore.

Così è la vita:
due rette in parallelo per la gioia
percorse all’incontrario
se ad azionare lo scambio del binario
non è il cuore.

Il sacrificio nel dolore non deve mai bagnare le polveri all’agonismo, al fuoco della vita, alla capacità di risollevarsi dopo le tempeste e di meravigliarsi («stupisco al solo esistere di forma»), vedendo le cose come nel primo mattino del creato. Ecco lo sguardo commosso e “miracoloso” che in ogni albero vede un giardino e nell’unione di un uomo e una donna «tutto il mondo». Uno sguardo che è anche frutto di amore, nella vigile attesa di segnali («Raccolgo come l’occhio di Colombo / i piccoli detriti di altri mondi») e nell’attenzione alle cose invisibili, alle delicate sfumature dell’impercettibile («Sono il solitario origliere / di ciò che dorme»). È come se Bova avesse dinanzi due strade per scalare la montagna del Mistero: una più breve ma più ardua, a parete verticale, della trascendenza metafisica; l’altra meno ripida ma più lunga, a tornanti concentrici, della coincidenza naturale. Nel primo caso la parola è uno «scandaglio» che scava la «caverna dei silenzi» per tradurre in segno, dell’essere, l’indicibile “barriera semantica” (per citare Dante Maffìa) e il segreto principio animatore: «Sono la donna che ha generato i figli. / Creo lo spazio infinito e lì mi annego». Nel secondo caso la parola deve sciogliersi nella natura e acquisire la voce stessa delle cose: essere «liquido sciacquio» ed «eco di musiche nel cuore».

Quando
come l’acqua sarà la mia lingua
ed io nel corpo al canarino
sviterò la mia gola
per non essere parola senza vita
(oh volo d’amore che traffica tra i rami
più lontani e refrattari)
tu parlerai con me da uomo a uomo
(…).
Solo nell’acqua
può schiarire il verso
nel lento gocciolare
è l’oscuro mio processo.

E quindi, anche la bellezza purificatrice del mare, che «è una chiesa / coi suoi fedeli interpreti. / Mai parola è uscita / di una qualche confessione. / Il mare è il mare». E ancora: il mistero del divenire, «lo strano mutare degli avvenimenti», la circolarità dei fenomeni per cui «ogni approdo è un inizio». Entrambe le strade portano a un passo dalla rivelazione, laddove la “porta” potrebbe aprirsi. Giungere «al cuore del principio»: è lì che, recandosi idealmente, il poeta scrive «pagine di un mare sconosciuto / immaginando l’altrove», l’inesauribile varietà del mondo, gli «occhi sconosciuti di ogni approdo». La poesia de La parola esclusa è una finestra aperta tra l’io del poeta e il sé del cielo, tanto che egli chiede di essere chiamato non «per nome» ma in prospettiva eterna, «per l’infinito», cioè nella sua verità di essere cosmico. E così, allo stesso modo, è una finestra aperta tra la sensibilità di Giuseppe Bova e lo sterminato firmamento della poesia mondiale, dai classici antichi ai maggiori contemporanei, di cui il poeta reggino assorbe e rielabora creativamente l’aurea eredità. Egli si sente chiamato dalla voce «che viene da un braccio di cielo», ma il suo sgabello è «insicuro» e non «così alto / da vedere l’oltre», e allora ristagna in un limbo di conoscenza: «Aspettare è ristagno / e le braccia vanno aperte sulle rive / quando ancora le speranze sono vive». Ma, forse, ciò che più gli interessa è mantenersi puro e selvaggio «come il monte oscuro / che conserva il segreto del principio» anche quando il mattino è di là da venire.

Marco Onofrio

“Il corpo del vuoto”

eclissi

IL CORPO DEL VUOTO

Chi ha spostato il masso
dal sepolcro, la gigantesca ombra
che nascondeva il cielo?

L’abisso trasparente senza fondo
scopertamente aperto
si è fatto di un silenzio
così alto
che non trova ancora
la sua fine.

Il corpo invisibile del vuoto, ora
è in ogni luogo:
è la sostanza immateriale
che fa il mondo.

E la morte, da allora, è come morta!
Anche prima d’esserci
è sparita,
è diventata vita.
È solo un lieve
transito apparente.

Il sudario massimo del tempo
tessuto con il filo dei millenni
ha impresso il volto
che nessuno sa.
È quello di ognuno di noi
quando si guarda allo specchio
irrevocabile
dove appaiono soltanto
cose vere.

Il nostro interminabile travaglio
avrà pace, un giorno
tra le braccia apocalittiche
del Padre.

Così, sperimentando il vuoto,
siamo tutti anime in cammino
verso la pienezza
dell’eternità.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto, La Vita Felice 2019)

“Le scene invisibili”, poesia inedita

NURNET - la rete dei Nuraghi
Foto tratta da Nurnet, la rete dei nuraghi

LE SCENE INVISIBILI

In fondo a un pozzo secco dove il cielo
è un occhiolino bianco che vacilla,
c’è una lucertola verde
circondata dal buio che si aggrappa
a una striscia di luce:
palpita immobile
o la segue appena
quando la luce muta
e sparirà
nel muschio delle pietre
coperte dalle foglie
accumulate.

Dio, se c’è,
è nella lucertola

e conosce ogni anfratto
ogni spasimo
della sua carne fredda,
ma è anche nella luce
che la scalda
e nel pulviscolo che brilla
dentro il raggio.

Di tutto questo
nessun altro vede
e non si sa
quando nessuno coglie
ciò che accade
nel silenzio:
il vuoto che diventa
la realtà.

Marco Onofrio

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Giorgio Taffon (dal blog “Poetarum Silva”)

Anatomia

Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

Credo di non sbagliarmi se affermo che la raccolta poetica di Marco Onofrio Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice, 2019) assume un rilievo esemplare per quanti scrivono, leggono, o svolgono attività critica oggi in Italia. Quelli di Onofrio non sono versi che indulgono nel sentimentalismo di eventi privati, o nel minimalismo della vita quotidiana, o nel puro sfogo psicologico, o nel descrittivismo e colorismo della realtà naturale; Onofrio affida alla sua scrittura lirica il compito di indagare le zone più misteriose del nostro vivere; di immaginare la realtà delle cose, dell’universo oltre gli aspetti immediati ed esteriori che possiamo percepire; di esprimere sentimenti religiosi e mistici nel considerare i legami che s’intrecciano fra le vite, e con la Divinità. In diversi componimenti è facile riscontrare un certo mood, e un certo andamento prosodico tipici di alcune originarie modalità espressive di antiche scritture, anch’esse in versi: alcuni Libri biblici; o componimenti della poesia Zen (Hakuin, ad esempio, maestro del XVIII° secolo); e, ancor più lontani nel tempo, brani cosmogonici dei poeti greci e di un Lucrezio. Ad una tale arditezza di ideazione immaginativa, con un linguaggio lessicalmente piuttosto semplice, tra l’altro, non ci si arriva d’emblée, occorrono esercizio, tempi lunghi di riflessione, profondità di letture.

Difatti la raccolta su cui sto scrivendo, è stata immediatamente preceduta dai e preparata coi pensieri e gli aforismi di un prezioso libretto, Nuvole strane, edito nel 2018 (Roma, Ensemble), e da un’altra raccolta poetica, costituita da brevi “poemetti”, Le catene del sole (Roma, Fusibilialibri, 2019; da me, assieme ad altri, presentata a Roma nel giugno dell’anno da poco passato). In queste prove s’individuano immediatamente i tratti decisi e decisivi di una scrittura poetica di carattere filosofico e anche metafisico; e non solo, perché nei pensieri del primo libretto, come nei versi della raccolta si intuisce come implicitamente l’autore è in grado di tener conto delle teorie scientifiche sottese alle immagini di natura cosmologica e astronomica (dalla relatività alla fisica quantistica). Per coerenza intrinseca, per profondità di pensiero e per capacità di passare da una struttura prosastica e riflessiva a un costrutto del discorso in versi, con precisione di ritmo, di sillabazione e di rima, Anatomia del vuoto costituisce un grande risultato creativo e mitopoietico, davvero piuttosto raro nella nostra cultura letteraria. E non ci si lasci ingannare dal titolo, che suona certamente ossimorico, contraddittorio. Il “vuoto” che il poeta vuol notomizzare non è il Nulla tipico dell’ontologia razionalista continentale; il Vuoto è inteso secondo le nuove intuizioni cosmogoniche dei fisici d’oggi, i quali tendono a pensare che il Vuoto cosmico prima del Big Bang abbia generato la Materia; e non solo, direi che Onofrio è anche vicino alle concezioni orientali, in particolare a quella buddista, in cui nulla è assoluto, tutto è relazionale, per cui il Vuoto è contemporaneamente rapportabile al Pieno, e tutte le cose, tendendo al Nirvana, si annullano l’una con l’altra sciogliendo le contraddizioni non solo dal punto di vista ontologico (per cui si dovrebbe parlare di Vacuità, cioè di caratteristiche materialmente date ad ogni aspetto ed ente).

D’altra parte la stessa venuta al mondo della Persona è un provenire da quello che ab initio è il vuoto del seno materno (“il vuoto della madre”). Questo vuoto lo si riscontra a metà circa della raccolta, nel componimento che da il titolo alla silloge, “Anatomia del vuoto”, che, assieme a quello successivo, “Amleto”, costituiscono il centro irraggiante della raccolta stessa. Nel primo è il personaggio di Edipo a tenere la scena, mentre nel secondo appare Amleto: Edipo, ormai cieco, “per non vedere più \ il vuoto orrido del mondo”, si richiude in se stesso, nel “mondo misterioso dentro sé”, per ritrovarsi libero e innocente (p. 36). Poi, e siamo nel secondo componimento, Amleto, il personaggio fatto ormai emblema della Modernità, e mi pare richiamante qui l’Oreste pirandelliano che d’improvviso scopre un buco nel cielo di carta perdendo così il suo carattere tragico, Amleto trova il suo buco, non in alto, ma in basso, ai suoi piedi: “appeso \ ai fili del silenzio, il cielo \ diverso ogni volta che lo guardo \ mi apre un grande buco \ sotto i piedi. E inutilmente \ penso, sono stanco.” (p. 37). Ma inutile non è il pensiero del nostro poeta, che articola le denominazioni e i significati del vuoto, lungo la sua metaforica e non cadaverica dissezione, in svariati modi e accezioni, con visioni, immagini, illuminazioni davvero spettacolari: uno spettacolo della mente del poeta, affidato alla mente del lettore. Allora il vuoto è sì uno spazio, ma in esso “Ascolta il grande suono della vita”: come accennato più sopra è tutt’altro che uno spazio nientificante.

Il vuoto può apparire smisurato, “oceanico”: “Così, ciascuno di noi, dentro l’oceano \ del vuoto che un giorno inghiottirà \ le nostra ossa. In quale pieno \ è già scavata, la fossa \ che ci accoglierà \ per scomparire?” (p. 12; corsivo mio, per ricordare la relazionalità fra vuoto e pieno, succitata). E, lungo la dorsale Schopenhauer-Buddismo, si legga: “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. \ Anche il vuoto. \\ Vuoto che ricade dentro vuoto. Vuoto su vuoto, silenzio su silenzio.” (p. 16). Naturalmente vi sono momenti in cui il pessimismo razionalista ha i suoi cedimenti: “Nulla si perde perché \ tutto per sempre è registrato. \\ E allora dove stanno, ora, le cose \ che non sono più? \\ Tu chiedilo al silenzio, \ chiedilo: la risposta è il vuoto.” (p. 22). E se dal vuoto è sgorgata in un tempo inimmaginabile la materia del cosmo, come i fisici pensano oggi, il poeta può ben affermare che: “La sera, nel cielo sfolgorante, \ sbocciano stupori di bellezza \ come sguardi, dagli occhi del mondo \ spalancati all’intero tempo \ non domato: eternità \ chiusa nello spazio nero \ di un silenzio alto che non muta. \\ Le radici del vuoto sono qui, \ nello spazio trasparente \ in cui mi cerco.” (p. 43; corsivo mio). Sia chiaro, anche i fisici, gli astronomi, viaggiano ai limiti del Mistero, per cui, con immagini straordinarie che ci portano a scomodare il nome stesso di Dante Alighieri, “Atomi di spazio interstellare \ rivelano le saghe dei primevi \ nel bulbo della rosa che si apre. \\ Inquietudine, malinconica gioia \ ombra inafferrabile: mistero \ vuoto che mi divora al centro. \\ Ѐ un fiume che si rovescia dentro \ e inonda la mia inconscia eternità.”.

Afflati religiosi prendono presenza in questa articolazione della semantica del “vuoto”. Ed infatti, consapevole che l’amore è qui e ora, e non va rinviato a un dopo, un dopo-vita, così scrive Onofrio: “un infinito vuoto, ovunque, \ accanto a dove siamo \ ci separerà: per sempre.\\ Abbraccia, dunque, le persone che ami \ finché sei in tempo! Il calore umano \ si disperde rapido nel gelo \ del mistero: lo divora \ la profonda immensità. \\ Il gesto va compiuto sul momento: \ non vergognarti, non lo rimandare. \ Tutta la vita che non traduce amore \ sarà perduta, si rimpiangerà.” (p. 57). Afflato che si fa mistico, tutto espresso dalla visione di un “terzo” occhio, e dalla fede in un compimento finale di tutte le cose: “e mi pare di splendere \ alla foce mistica del cielo \ nell’immensa luce \ del tramonto, \ quando affiorano improvvise \ dal vuoto dove erano scomparse \ le cose care della vita mia \ intatte o finalmente risanate.” (pp. 73-74). E ancora si legga in Il suono del vuoto: “C’è il soffio di una vita superiore \ nell’alleanza mistica e profonda \ che unisce le sorgenti della vita. \\ Quante misteriose verità \ dentro l’altezza! Dalle divine sedi \ il suono che fa il vuoto, il primo canto: \ l’immensa solitudine del cielo. \ Ѐ sacra la scintilla della luce \ eterna e ogni attimo immanente \ riempie tutta l’aria \ di dolcezza.” (p. 54).

E qui, a questo punto, credo di poter lasciare al lettore il gusto, il desiderio ed il piacere di continuare a scoprire e a leggere le tante altre magnifiche declinazioni dei significati cosmici e spirituali che questa raccolta di Marco Onofrio ci regala con gran sapienza di scrittura, ma citando prima gli ultimi e forse ultimativi versi della raccolta: “Così, sperimentando il vuoto, \ siamo tutti anime in cammino \ verso la pienezza \ dell’eternità.” (p. 81).

Giorgio Taffon

“Due”, di Angela Giojelli. Lettura critica

Angela Giojelli COP

Esordio promettente, quello di Angela Giojelli con Due (RP libri, 2019, pp. 40, Euro 10), una silloge che, raccogliendosi in appena 26 liriche, sa condensare – nonostante l’esiguità del percorso – l’impronta originale di uno sguardo e le premesse di un mondo poetico che ipotizziamo ricco di avvenire. Sono parole pazienti, distillate da lunga gestazione e che trapelano, come loro malgrado, dal guscio di silenzio che le ha protette e nutrite per farle crescere, rendendole degne della debordante carica umana di cui sono, a un tempo, tramite e catarsi. La voce della poetessa di Capua trasuda, per così dire, da una ferita primaria dell’esistenza che non si limita alla triste realtà del figlio malato, ma da lì parte per andare “al di là di ciò che si dice / o è” affondando la sostanza autentica della nostra condizione, anche a costo di rintracciare i barlumi del vero “lungo gli argini dell’impossibile”. Cerca, così, di stabilire ponti tra i frammenti che il dolore ha prodotto e separato; la dimensione del passaggio e dello scambio, infatti, è molto importante per Angela Giojelli, da cui il titolo del libro. E non è solo entro la felice pienezza della diade primordiale (madre-figlio) che la grazia si espande in dono di verità, quell’essere “stretti in noi / stretti a noi / nella casa della pace”: è il “duale” tutto che assurge a principio indispensabile di conoscenza. È la “reciprocità silenziosa” dell’abbraccio in cui si vaga e poi ci si trova, nell’oceano spirituale di un’altra persona, della quale – proprio grazie al discorso infinito che quel silenzio può racchiudere – si percepisce l’intima verità. Una condizione di grazia per cui, appunto, “si amplificano i suoni / si moltiplicano le stagioni” tra “oscillazioni primitive / e complesse energie / attivate da ogni cosa che ci tocca”. La diversità “non è un male” ma il segno prezioso di una ricchezza ulteriore che rende colui che sceglie per manifestarsi “più vicino a Dio”: proprio lì occorre amare “forte”, amare “tutto”, perché il male non è la diversità ma la negazione della vita, il “non vivere”. La fusione dell’abbraccio vorrebbe coinvolgere tutta l’umanità, finalmente pacificata nello splendore di una nuova coscienza, e la grandezza sconfinata della vita, percepibile nella concentrazione pura di ogni attimo: ci sono “tutti i rumori del mondo / e i sorrisi negati e donati / ogni colore / è tutto qua: mani nelle mani”. La poetessa, sprofondandosi nell’ascolto più sottile (ad esempio dei “rumori di febbraio”), percepisce molto bene la fragilità estrema del tempo che impregna l’aria “sospesa nell’addio”. Da un lato c’è la “mera materia che ci cambia” con gli inesorabili meccanismi a cui, vivendo, siamo sottoposti; dall’altro la nostra coscienza come “antimateria” che, ribellandosi alla natura e illudendosi di sottrarci ai processi indipendenti della vita, accentua la nostra cognizione del dolore e della finitezza entro cui siamo costretti a galleggiare.

Siamo tutti così soli, seduta sulla sabbia mi domando
a cosa ci serve guardare il mare
se non possiamo stare insieme?

La realtà sembra facilmente leggibile, il grigiore opaco dell’esistenza assume spesso le forme del déjà vu (“qualunque cosa accada è tutto accaduto già”), e tuttavia essa trattiene sempre l’ultimo segreto delle cose, magari attraverso le luci che “si tengono strette / le cose non dette / cresciute in sentieri misteriosi”. Non possiamo vivere che “barcollando”, alla ricerca inutile di un “rifugio” perché “non c’è tregua / né porto sicuro”.

Fluttuo, pendo, mi arrampico
ondeggio e tremo
in questo equilibrio instabile di ombre.

Eppure c’è un ordine profondo che sorregge dall’interno il caos e si manifesta nei fenomeni (ad esempio la “caotica acqua che scende / perfettamente ordinata”), per cui la vita è un “mare calmo fra le tempeste” e l’unico modo per accoglierla integralmente è l’ossimoro, la “lacrima gioiosa” che annoda la rabbia e l’urlo alla dolcezza. E di dolcezza questo libro trabocca, la dolcezza trepidante e dolorosa che ammanta anzitutto il “decimo senso” (decimo, non sesto!) della madre che ovunque abbraccia, comprende, protegge:

sappi che dove avrai porte chiuse
ci sarò io ad aprirle
dove tu non capirai
parlerò per te
e dove tu non saprai amare
io scriverò una poesia.

La cenere dei desideri “sfiniti dalle corse del giorno”, la fatica inenarrabile di risolvere problemi ed imprevisti senza fine, insieme a “tutto il resto che ci gira intorno”, non impediscono la “purezza del dono”, cioè la vita percepita come mitologia del nascente (“germoglio fra le mani / e limpido stupore”) e ripensata con gioia, malgrado tutto, annusando “l’odore di un neonato”. La realtà opaca e sorda delle cose è, infatti, giustificata da quella intoccabile e invisibile che vi è mescolata e dove ci troviamo a camminare, spesso come ciechi o sonnambuli che non vogliono vedere né svegliarsi. C’è una dimensione spirituale dove vola chi muore “nella certezza di arrivare / a casa” e donde parla il bambino mai nato, nella composizione più toccante del libro:

Non ti ho visto
non ho avuto il tempo
ricordo solo la tua voce
ti ho amato da subito
mentre morivo pensavo a te
non ho amato nessuno
e nessuno come te
eri l’altra metà del mio tutto
ci vediamo in paradiso, papà
dove i non nati sono angeli
e io ti terrò per mano
come sto facendo adesso
solo che non mi vedi.

È la purezza altissima e sacra della vita a nutrire la fede che irradia da questa voce poetica, determinandone a sua volta la coscienza. Scrive Angela Giojelli: “io non sono ossa / sono un brivido”. La nostra vita non può ridursi alla materia: c’è qualcosa di infinitamente maggiore in cui risiedono, da sempre e per sempre, le chiavi silenziose del mistero. Brivido è anche il sogno, senza cui saremmo soltanto imbuti, tubi digerenti, macchine insensate; e quindi la voglia sacrosanta di andar via, il bisogno di abbandonare i limiti, la ricerca e l’attesa di “tramonti nuovi” in un mondo libero e fluido, felice, “dove è proibito proibire” e “non esiste la paura / di avere paura”. Tra il dolore e la speranza, vince la speranza. E dunque la risorgente pulsione di abbandonarsi alla forza della vita “come due tronchi millenari / dalle radici prepotentemente / intrecciate nella terra / esplosi nella natura”. E la poesia, infine, ha una fondatezza essenziale che la distingue dall’incertezza ovunque dominante (“Poesia mia, albero in fiore / tu non cadi mai”) e la rende strumento di restituzione amorosa ai debiti del tempo: una specie di fiume che, nel suo involgere sinuoso lungo le strade del mondo, raccoglie detriti di ogni tipo per trascinarli al mare, cioè di nuovo a casa.

Fermi a riposare sul muretto
il nostro cammino non è finito
voci di bimbi d’estate
mentre facciamo pace
se cadi ti darò la mano…
Ti darò la mano verso il mare.

Marco Onofrio