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“Distrazioni”, di Cristina Polli. Lettura critica

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Se già la silloge di esordio, “Tutto e ogni singola cosa” (2017), aveva dato la netta sensazione di inaugurare una voce poetica di vaglia, con il terzo libro (dopo il poemetto “Quando fioriscono le tamerici”, 2020) Cristina Polli conferma e anzi migliora quanto di buono realizzato in precedenza, giungendo alle soglie di una prima e robusta maturità espressiva che le consente di precisare meglio i traguardi e gli strumenti del suo percorso. 

Direi che il fulcro di questo “Distrazioni” (EdiLet, 2021, pp. 80, Euro 12) è la soglia sottile che unisce-separa l’Ordine dal Caos, quindi il controllo razionale del mondo (o l’illusione del controllo) e l’abbandono alla sua forza. Come arriva più lontano il volo di un uccello: remigando gagliardo nell’aria o lasciandosi portare dalle correnti? Il principio dell’aereo o dell’aliante? Molte parole-chiave segnalano tale metamorfosi di pensiero e di approccio: dal controllo che aggredisce e disperde, al dono che si coglie nell’abbandono. Resa, attesa, desistenza, caduta, spoliazione. E due verbi emblematici come precipitare e sciogliere. “Il tempo dell’attesa” è, peraltro, il titolo della prima sezione del libro. Leggiamo versi come, ad esempio, «Ho posto l’attesa a governo dell’ora», oppure «l’inquieto trasalire dell’attesa». Attesa di che? Del rivelarsi spontaneo dell’Essere, nel «bagliore dell’attimo» che esplode.

L’ANGELO MI RICONOBBE

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta impari
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi
e nel bagliore dell’attimo mi apparve
il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

Insomma il mistero, se aggredito, si nasconde; se lasciato manifestarsi, si rende disponibile alla rivelazione. È qualcosa che erompe con i suoi tempi (ecco l’importanza dell’attesa) se è giusto e armoniosamente “aperto” l’incontro con l’alterità. Quindi, a ben vedere, è una questione di dialettica tra riduzionismo e complessità. Vogliamo ridurre tutto alla nostra portata per esercitare un controllo sulle cose: un controllo che sa di dominio utilitaristico. Così funziona il pensiero occidentale, il tempo unilineare che guida il progresso della storia. E abbiamo il fegato, per assorbire il veleno di questo incontro continuo con il pugno duro della realtà. Ma l’«innocenza crudele» della Vita è un avvoltoio che scarnifica ogni giorno il fegato (come l’aquila lo divora a Prometeo incatenato sulla roccia) per impedirci di sottrarre la nostra coscienza all’autenticità dell’incontro.

RIPETIZIONE

Si è aperto tra i rami il giorno incerto
ho destinato alle carte la mia poca energia
il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio
che non sa perché mi scarnifica il fegato
ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza
crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

Non dobbiamo opporre difese e resistenze, se vogliamo giungere al cuore della verità. È una specie di principio omeopatico della conoscenza. Qualche esempio? Ci muore una persona cara: rimuovere il dolore non consente di elaborare il lutto. Dante non può arrivare al Paradiso se prima non attraversa la tenebra dell’Inferno. L’alba non sorge senza la notte che la precede. E così l’attenzione: per giungere al frutto supremo ha bisogno di approfondire ciò che la distoglie dall’oggetto. Quindi la vera attenzione nasce dal perfezionamento della distrazione, per abbandono totale all’avventura che apre nel mondo e all’accoglienza dei segreti che libera alla luce. Ecco il titolo del libro! Le “distrazioni” si rivelano il modo migliore, cioè il più poetico, per conoscere l’essenza delle cose. 

Gli animali sono parte del concento universale, sono naturalmente attenti nella distrazione. Mentre ognuno conosce «la sua parte a memoria», l’essere umano è l’unico animale che deve costruirsi un mondo ricavandolo razionalmente dall’universo, derivando cioè il cosmo dal caos. «Ecco che misuro / i miei passi sulla strada» scrive Cristina Polli rievocando il vo mesurando a passi tardi e lenti di Francesco Petrarca (Solo et pensoso, sonetto 35). Ma per giungere alla realtà vera non bisogna misurare i passi! Occorrono «rotte scomposte» che consentano di uscire dai cardini razionali, il deragliare di un «io che si discosta in transito». L’io che si discosta, che cioè si fa da parte, è la derealizzazione del soggetto come centro irradiante di coscienza.

Dispersione è un’altra parola-chiave. Essere in un luogo e contemporaneamente altrove: «svolto angoli come se dovessi / in un istante / comparirmi altrove». Dunque perdersi per ritrovarsi: «mi slaccio / mi tramuto e sperdo». Spogliarsi delle abitudini che ci fossilizzano e ci addormentano.

CHIEDO IN PRESTITO

Chiedo in prestito una veste
da indossare come un gioco sconosciuto
per non essere io per un istante.
Chiedo di dimenticare il gesto appreso
di sorprendermi quando alzo lo sguardo
trasalire e perdere la presa della cima
tra la mano e l’oggetto
la distanza.

Se «il pensiero è sponda dello sguardo», serve uno sguardo diverso «per sorprenderci / veri in questa spoliazione». Essere pronti per una caduta senza appigli a cui afferrarsi: affacciarsi «a un vuoto / di mura sgretolate». Il soggetto come centro irradiante di coscienza non può per definizione cogliere la coscienza irradiante del mondo: è troppo auto-centrico e presuntuoso per riuscirci. Ecco ad esempio la meravigliosa sospensione epifanica de “Le tre del pomeriggio”:

Ringrazio la solitudine delle tre del pomeriggio,
il caffè e le ali d’ombra
tra le nuvole e la mia finestra,
i rumori lontani e la bambina dei vicini
che non piange.
È richiesto uno sforzo di oggettivazione
          − una domanda sul senso dell’agire,
ma siedo inerme, solcata di passaggi
e urla e risa e occhi.
Invasa.

Basta sapersi mettere in ascolto autentico del mondo, oltrepassando lo «sforzo di oggettivazione», ed emerge il suono stesso della realtà, la «nitida madre d’eterno» con la sua «tenue cantilena dell’indugio». Attenzione, però, niente di sovrannaturale: l’epifania emerge dalla realtà più ordinaria, aprendosi al «rendez-vous / di suoni e segni» che ci attende in strada (spesso nella tristezza acida della città, soprattutto d’autunno e d’inverno, ad esempio la «luce di lampione sulle pagine», le «ombre che rincasano», «i fanali in coda», le «luci / riverberate in corsa / sull’asfalto»…) Ma è proprio dentro il quotidiano apparentemente più grigio e trito che si aprono le feritoie rivelatrici, le «magiche finestre». Il varco di montaliana memoria può essere un mutamento impercettibile di luce, o la bellezza che trascende il fato della dissolvenza, o una preghiera che vibra in una «crepa della voce». Basta un lampo di miracolo («il lampo che / fa chiara la parola» nella trasparenza della poesia) e la fermata dell’autobus «si trasforma in un bosco. / Il luogo è lì», il «mistico luogo dell’intesa».

Emerge così, senza averla cercata con l’intelletto, la rete infinita delle connessioni, «le intersezioni dei gesti / e degli eventi», i nodi che legano e trattengono la struttura nascosta del mondo: ecco lacerti come «mi irretisce», «intorno mi trama», «mi intesse rete», nella coscienza complessa del cosmo-labirinto circostante. «Cos’hai visto nella tela del ragno?» si chiede e ci chiede Cristina Polli. Magari scomporsi tra i rami «l’iride del giorno / luce e forma d’intessuta levità». Ovvero fruscii, tremori, rumori lontani, «ogni volo, ogni battito d’ali», insomma, ancora tutto e ogni singola cosa

È il mondo stesso che suona la sua musica, come le «parole» dell’acqua con «accenti che non so». La corrente della Vita «rimesta passaggi» anche sottopelle e squarcia la superficie del tempo, producendo la lacerazione tra centro e periferia, perché forse è in periferia che accade l’essenziale. Immaginiamo di guardare una partita di tennis al contrario di come viaggia la pallina. È così che, al di là dell’abitudine acquisita, scopre l’insolito il poeta: nei dettagli apparentemente insignificanti che racchiudono – e per questo possono svelare – gli accenti più sinceri della verità.  

Il divenire del mondo si manifesta, com’è ovvio, attraverso la dissolvenza delle forme che «mutano» continuamente «sotto il cielo», e quindi non si afferrano perché non trattengono la dispersione, come le «labili tracce» delle orme sul bagnasciuga del mare:

ORME

L’onda a suo piacere
ti disegna un manto
decide a capriccio la curva della luce
sabbia di silice sgranata
traversata da un orlo di marea
che ti compatta lucente sentiero
d’orme
labili tracce velate
da nuova
bianca schiuma
ricordi della rena
che le accolse.

E ancora:

MARE

Balsamo al mio spirito inquieto
è l’onda che torna
s’infrange
riprende
s’adagia ineguale
dilegua il colore
e le orme
e in bianca spuma tramuta
il moto profondo dell’acque
s’accorda coi moti dei mondi
in specchi cangianti d’opale.

La poetessa si vede «come una bambina distratta» che impara a costruire un nido sulla «trama delle crepe», cioè a «trarre di sé i resti» (fra l’allegria del naufrago ungarettiano e il vecchio marinaio di Coleridge) per usare il margine interiore della parola-soglia, nella «stasi silente» del suo canto, dove purificare il fiele e il sale dell’esistenza, oltre tutte le incrostazioni dell’esperienza.

Questo libro è un cammino di conoscenza essenziale: vuole aprire le gabbie della ragione per affidarsi e affidarci alla forza sacra che «scioglie in acqua a scorrere / le cose come sono», fino alla capacità di leggere in modo nuovo il libro del mondo, arrivando a vedere l’invisibile, ed accade per esempio nella splendida “Calligrafia del silenzio”, riportata in quarta di copertina:

È caduta per me
la foglia sull’asfalto.
Non so la foglia
o l’albero esile
da cui si è lasciata prendere
scrivendo un volteggio
senza vento.
Calligrafia del silenzio
che di bellezza muta
mi attraversi.

Marco Onofrio

“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

Azzurro esiguo cop-2

https://poetarumsilva.com/2021/05/25/marco-onofrio-azzurro-esiguo/

Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




“Nei giorni per versi”, di Anna Maria Curci. Lettura critica

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“Nei giorni per versi” (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019, pp. 108, Euro 13.50), di Anna Maria Curci, è un libro delizioso e sorprendente, fin dal titolo ancipite; un libro soprattutto necessario, che incuriosisce per vie sottili con la misura del suo respiro e poi coinvolge, entro e oltre i limiti che si dà per realizzarsi, con la potenza sommersa delle energie che smuove. Molte delle centosettantatre quartine di endecasillabi che vi sono raccolte sono “ordigni atomici” dall’apparenza innocua, malgrado cioè siano calati nell’habitus convenzionale del “diario di viaggio”, inteso il viaggio come percorso «di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto» (parole introduttive della stessa autrice) articolato nei giorni “per versi” – attraverso cioè lo strumento conoscitivo della poesia – ma anche nella poesia stessa, esplorata e utilizzata in un momento storico particolare, traviato appunto da giorni “perversi” come quelli che stiamo ultimamente vivendo. Anna Maria Curci dice cose potentissime e terribili con il sorriso sulle labbra, un sorriso che a ben vedere è “fratturato” dalla consapevolezza e dalla pena. Gli occhi sono «dilaniati» dall’orrore e obbligati alla visione delle cose vere, nel loro volto più autentico. Il paradiso è perduto, il disincanto ne ha chiuso le porte per tramutarsi in presupposizione stessa del pensiero:

Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.

L’inerzia apparente delle congiunture non impedisce all’udito sopracuto della poetessa di avvertire, dentro il grigio rumore dei fatti insignificanti, lo strazio che dirompe l’emergenza (nel doppio senso di avviso e di emersione):

Lo so che questo è il tempo dell’attesa,
ma sento sempre urlare la sirena.
Non è nel gorgo d’acque favolose,
è l’allarme perpetuo e ignorato.


Ed è ignorato perché anzitutto a molti fa comodo che lo sia, ma anche perché la maggior parte delle intelligenze è obnubilata, e assuefatta a una sorta di narcosi collettiva che impedisce loro di percepirlo. Il mondo è «sinistrato» da una infinità di squilibri reciprocamente collegati che lo sta rendendo sempre più ostile e problematico. Il centro dove potrebbe insistere un equilibrio è oggi più che mai «traballante»: ogni giorno accade impunemente la «sincronizzazione del nefando», cioè la complicità delle infamie che regge il sacco ai ladri della nostra umanità. Stiamo infatti tentando di sopravvivere a un’epoca post-umana che – malgrado gli appelli a un presunto “nuovo umanesimo”, lanciati a vuoto da più parti – ha ormai liquidato i valori fondanti della cultura e della civiltà. Il tempo è triturato e scansionato dalla nevrosi centrifuga delle metropoli tecnocratiche globalizzate. Che fine ha fatto il tempo giusto e “centrato” in cui respirava, con i suoi ritmi ancora organici, l’uomo del ’900?

Quel tempo regalato in sospensione
furono i viaggi in treno a rivelarlo.
Rapidi, littorine e scartamento
ridotto per riflettere e sostare.

Tanto da arrivare a chiedersi l’origine prima del danno, la stortura originaria che ci ha portato – tradimento dopo tradimento – a questa condizione di asfissia, per soffocamento progressivo:

Quand’è che principiammo a destinare
la fragranza del pane a chi latrava,
quand’è che dismettemmo madre e padre
che chiamammo sorgente il cherosene?

L’onestà brechtiana con cui la poetessa, germanista e raffinata traduttrice, affila l’«arma bianca» della sua penna per sviscerare, «sull’orlo tra missione e sabotaggio», il cuore più profondo delle questioni e, seminando inquietudine, sobillare al risveglio e alla rivolta, evoca per converso il destino degli ideali in un contesto di «voci inquadrate e ammansite» dove non è più «il tempo del bastian contrario». Dov’è ora il «cartoccio» di speranza colmo di «baldanze» e «pie intenzioni» alla luce delle quali il futuro sembrava una «bottega di sogni a cielo aperto»? Dove sono gli entusiasmi e gli entusiasti? Chi crede davvero che il mondo possa ancora cambiare? Siamo «come quegli impettiti soldatini / spezzati dentro e fuori sorridenti»: tutti postulanti «pratiche inevase» e ottenebrati in un appannamento da cui, se ne usciremo, «sarà per sdilinquirci» in «remote elegie rassicuranti». Sdegno e ribellione, quando poi residualmente emersi o formulati, vengono poi subito normalizzati dal «sofisma / finto-bonario minimizzatore / a silenziare», tipico del conformismo dominante, e a quel punto il gioco è fatto. Proprio per questo Anna Maria Curci vuole che «sia ciascuno persona di pace, / non in pace», e che gli occhi tornino a splendere di una luce non ingenua ma consapevole, e quindi capace di incanto benché generata dal disincanto: «luce che sa del buio e dell’orrore, / mantello di serena irrequietezza». D’altra parte veniamo al mondo «lacerando» il buio caldo del sacco amniotico per aprirci al trauma della luce, dell’aria e del tempo; così, all’improvviso, uno squarcio nel “muro della terra”, di dantesca e caproniana memoria, potrebbe aprirci gli occhi e, rivelandoci la verità, farci nascere di nuovo, o nascere davvero. Tutto è confuso, caotico, ambiguo. Le segnaletiche di ieri non valgono più, devono essere continuamente aggiornate per inseguire una realtà che evolve in modo sempre più rapido e inafferrabile.

L’erba è cresciuta sopra gli ideali
(va’ a separare, adesso, la sterpaglia).
Non sai se è soffocata o rigogliosa,
se è sovversivo o prono il fiore giallo.

L’unica opzione percorribile è «resistere ogni giorno»; l’unica speranza è che i signori del male organizzato sottovalutino, com’è nelle corde della loro oltracotanza, la «forza del mite» quand’anche non tradotta in ira, cioè il lavorio paziente e quotidiano per scalfire i muri della prigione. È necessario sentirsi, come si è, dalla parte del giusto, e dunque illudersi di avere, ancora e sempre, «verità e bellezza» e soprattutto speranza da opporre allo squallore dei carnefici, con cui stringere il nodo delle loro pregiatissime cravatte fino a soffocarli. Per questo resta importantissimo l’esempio dei poeti capaci di esercitare ad ogni costo il dissenso e di conservare la mossa spiazzante del cavallo, «il salto a lato, la disobbedienza». Non, perciò, dei sempre più frequenti poeti narcisisti a caccia di applausi, che assumono pose e da cui la poesia, abusata e consumata, può salvarsi continuando a praticare la sua “cura”; come ad esempio certe poetesse…

Le lupe travestite da vestali
schiamazzano l’amore per la musa.
Opponi studio e pazienza, tu lisa
palandrana da troppi rivoltata.

I problemi grandi, anzi immensi, sono due: da un lato la storia, ovvero la socialità; dall’altro la natura, ovvero l’esistenza. Sono entrambi irrisolvibili, per definizione e per, come non bastasse, sopraggiunte complicanze estemporanee. La storia partorisce sequenze innumerevoli di menzogne, poiché è la manifestazione quantitativa e qualitativa della socialità che ingabbia e determina il percorso umano sulla Terra. Socialità è sinonimo di intrigo e di inganno. Un coacervo putrido di «circo-stanze» in cui si aggirano tragicomici pagliacci per soffiare nelle orecchie maldicenze tra «creduli» a loro volta maligni, vogliosi e ansiosi  di credere, e quindi «baruffe bassotte flatulente», «codici tribali affantoccianti», e ancora ipocrisie, cannibalismo affettivo, vampirismo psicologico, «maniere e manierismi» per malcelate intenzioni, «solipsismi in posa da autoscatto» (i cosiddetti “selfies”), e ovunque il rumore di fondo di quel «chiacchiericcio» insulso ma dannosissimo che purtroppo conosciamo molto bene. La natura d’altro canto è spietata perché soggetta a inderogabili leggi evolutive e all’imperio tirannico del tempo, con la sua «carta vetrata che sfalda ogni giorno» per cui l’esistenza è fatta da «rovine di frammenti» e «vestigia ammonticchiate» dove, talvolta, può splendere qualche epifania (gli «scarti», difatti, approntano «festoni a intermittenza») mentre la «dignità volteggia con cartacce». Quella di Anna Maria Curci è, per auto-definizione consapevole di poetica, «l’arte dei brandelli», cioè la vocazione etica a lavorare con le «frattaglie», raccogliere le «spoglie abbandonate», aggirarsi tra «piaghe» e «macerie» per abbracciare l’«intangibile» e puntellare le crepe dal crollo imminente che le allarga. La condizione umana è di per sé risibile, vana e ingannatrice:

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
e invece e a malapena se ne avvede.

E ancora:

Canticchiare con le gambe conserte,
mettere i saldi per non stare soli
indaffararsi con stridio di specchi.
La pietra sa che ci prendiamo in giro.

Non siamo affatto il centro dell’universo, né la misura delle cose che ci sfuggono e delle quali restiamo in balia, a guisa di naufraghi; sensazione mirabilmente espressa dalla straordinaria metafora epistemica incarnata nella quartina CXII:

Non un’isola, nemmeno una boa,
solo un turacciolo usato e disperso,
gettato a caso ad assorbire sabbia
che si rotola goffo in cerca d’acqua.

Il mistero che soggiace all’intrico dei segni e all’ambiguo confliggere dei casi resta più che mai inconoscibile e «a noi precluso», anzi: si affaccia soltanto «per essere incompreso», come sa bene Orfeo, «il reduce dall’eterna penombra»:

Quando accediamo, gli occhi dilaniati,
alla stanza che ripara il mistero,
è già tutto perduto. (…)

Ciò, tuttavia, non esime l’uomo, e anzitutto il poeta, dal dovere di ricerca e conoscenza, dato che camminano «allacciate, una pensosa, / l’altra poppante intrepida o vecchina / sdentata, la ricerca e l’esistenza». È una «lama di dentro» che spinge a risalire «il corso dei nomi» per decifrare e sciogliere gli enigmi, ed è anche un modo di cercare «rifugio dall’orrore» che si annida nel vuoto dell’universo, dove appunto la verità ama nascondersi come la bellezza quando «gioca a nascondino». La verità non si raggiunge e non si costruisce a forza di «proclami» o di «trionfi» (e infatti questi sono “mottetti” privi di sentenze) ma umilmente, con pazienza di attitudine e abnegazione, soprattutto come dono spontaneo della natura stessa, allorché «le frontiere diventano ponti» e allora «si allarga breccia», «lo squarcio all’improvviso rivelato» per cui il «deserto ostile e familiare» che brucia nella “terra desolata” svela, tra «l’opaco e il brillante», tutte le «gradazioni minute» della ricchezza che normalmente cela. Ogni tentativo di conoscere il mistero, o di resistere alla forza del mondo, è destinato a scacco, a fallimento, a inanità. La forma che estraiamo dalla vita è «fragilissima», pur quando «tenace», e il baluardo provvisoriamente elevato crolla sotto i colpi di un’erosione continua e costante, come un castello di sabbia in riva al mare. «Appronti con fervore il fortilizio, / scavi fossati, piombi fenditure» per poi scoprirti «tenente Drogo dei refusi» che presidia una «fortezza smantellata». Il cammino della conoscenza è punteggiato di false cime («si profila e si sgretola la meta»), fino a quando capisci che

Non puoi vuotare il mare col secchiello,
neanche il tentativo può salvarti, (…)

Il problema della forma rispetto alla vita, cioè della sua resistenza agli eventi critici che la consumano e infine la aprono e la dissolvono, è uno degli snodi tematici più importanti del libro. Tanto da improntare la struttura chiusa e al tempo stesso aperta di queste quartine, come cuciture che schiudono «spazi estesi e contorni inaspettati» componendo una specie di “romanza” non solo, come si è visto, del desolante scenario contemporaneo, ma anche della terra senza luogo e senza tempo dove suona l’«antico adagio dello smarrimento». Strumento affascinante la quartina, da Omar Khayam a Eugenio Montale (“Mottetti”) ad Anna Maria Curci, poiché chiude l’universo in una forma che, data la brevità dello slancio, costringe la poesia ad essere precisa e determinata, e insieme a cercare lo scarto del nuovo e il respiro aperto dell’infinito.

Decostruzione e ricomposizione, come per la tela di Penelope: è il metodo creativo messo in atto dall’autrice in questo libro, come si capisce anche dalla caratteristiche della sua voce poetica e, nella fattispecie, della sua scrittura. È una voce «claudicante» che accoglie lo sgambetto delle «vocine» divergenti, quelle che contrastano il bordone. Sa che la parola non è mai innocua, è una compagna fedele e rabbiosa che può fungere da paracadute e, soprattutto, da piccone demolitore. Smontare, spezzettare e poi ricomporre il mondo – è questa l’impronta caratteristica – articolando la dinamica ondivaga di una scrittura “contro”, che procede appunto in controtempo e cerca il controcanto «terza o quinta sotto» per fare il contropelo, cioè scuotere, svegliare e fustigare. Ha bisogno per questo della dissonanza, che già appartiene alla natura stessa delle cose (dal punto di vista dell’uomo contemporaneo); tanto che può dire, pur utilizzando la “musica” degli endecasillabi, variati nelle diverse accentuazioni toniche e ritmiche: «Io non ti ho mai incontrata, melodia».

È una poesia ispida e ruvida, talvolta anche petrosa, benché provvista delle sue dolcezze e di una certa particolare grazia naturale. Cammina in modo sghembo tra buche, sobbalzi, pensieri, visioni che emergono “a schiaffo” dalle associazioni eidetiche e cognitive, ma soprattutto non è mai in cerca di facili consolazioni: quand’anche giungesse ad una trasfigurazione, sarebbe «maculata» di ombre e di esperienza. L’unica vera distensione affettiva si ha quando le epifanie della memoria involontaria liberano, come lampi, i ricordi dell’infanzia, e quindi il gioco della campana e del nascondino, le serpi nella marana, il tranvetto della Stefer, i versi a memoria («infeconda tortura» scolastica), il rapimento di Aldo Moro appreso ai banchi del liceo, ecc. Anna Maria Curci usa il setaccio analitico ma conosce anche «l’ingordigia del lupo» e l’arte beata del consumo, della dissipazione, tanto da potersi definire «metà e metà, formica e poi cicala, / un ibrido che ascolta, stipa e canta». Tuttavia, per concludere, il migliore autoritratto poetico è offerto dalla quartina CXXII, in cui sembra riassumersi tutto l’arco evolutivo del libro e il suo profondo significato storico e umano:

In volo su mottetti e ditirambi,
simbolo, segno, grido, invocazione,
scava un pertugio, accedi alla speranza,
tra cielo e terra parla al sottosuolo.

 Marco Onofrio 

“Le segrete del Parnaso”: la recensione di Dante Maffìa

Per la prima volta ho pensato che come recensione andrebbe offerto l’intero libro, perché le argomentazioni sono infinite e Marco Onofrio ha saputo sintetizzarle da par suo, senza dimenticare una sola delle tesi che gli stanno a cuore sull’argomento. Argomento scottante al punto che si accettano scommesse sul fatto che oltre la mia Onofrio non riceverà nessun’altra recensione. Certe cose si tacciono, perfino il polverone confuso creerebbe problemi ai leccapiedi, ai ruffiani, alle puttanelle di turno.

Onofrio è stato capace di focalizzare la situazione attuale dell’editoria in Italia con una lucidità che mi ha messo angoscia. Perché la prima reazione è l’incredulità. Poi però lo sguardo serenamente si posa sui comportamenti dei “lettori di professione” che, se trovano un libro importante di un principiante o un libro interessante di un vecchio scrittore sempre tenuto in disparte, lo indirizzano al piccolo editore o addirittura a un libraio.

Sì, purtroppo ormai “la confezione vale indipendentemente dal contenuto”, e “il vassallaggio è condicio sine qua non per fare carriera”, come sono veri e verificabili gli esempi portati pagina dopo pagina da Onofrio e la cosa non dispiace perché ha toccato lui, me e altri, ma dispiace perché il metro e la misura di tutto sono affidati a personaggi ambigui, manutengoli che eseguono ordini tassativi e riverberano le situazioni su ogni campo del vivere, su ogni rapporto, forse anche in quello amoroso. Viviamo ormai, sembra dirci Marco Onofrio, dentro un processo di rapporti che puzzano e che non sono poggiati sulle valenze del valore, ma semplicemente sulle amicizie, sui compromessi, sugli intrallazzi. Intendiamoci, il famoso “presente” che un tempo si faceva al signore, al potente, era un segno di stima; perfino Pitagora, andando in Grecia portò con sé delle anfore da regalare. Ma il significato era molto diverso, allora erano stima e non vassallaggio, non servilismo.

Nel libro troviamo esempi a catena del malcostume editoriale, ma Onofrio non risparmia poi nessuna istituzione e narra addirittura fatti accaduti personalmente a lui, per esempio, nei concorsi universitari. Insomma, siamo nella melma profonda, e ciò significa che spesso viene alzato un muro alto dinanzi al valore, costringendo chi ha grandi qualità ed è portato a realizzare buoni libri, a maratone infinite, a sfide e controsfide, a rivendicazioni che qualche volta sfociano in malo modo.

La domanda è: ci sarà una svolta? Ritorneremo a riconoscere il valore in chi lo possiede, daremo a Cesare quel che appartiene a Cesare? O cadremo sempre più in basso con rischio di rendere tutto un appassito campo di mediocrità che ci porterà, a lungo andare, allo sfacelo, alla perdita di ogni valore? Onofrio ricorda, tra mille altre cose, i comportamenti di Libero Bigiaretti nei confronti di Giorgio Caproni e di Eugenio Montale nei confronti di Lucio Piccolo. E il cuore si riempie di gioia, perché vedere che uno scrittore porge la mano al più giovane, a quello periferico, dà il senso di una continuità e di uno sviluppo culturale che fa sentire il progetto, le intenzioni di un proseguimento che va alla ricerca di crescere e di entrare nella pienezza del cammino umano. Già, ma chi si preoccupa più oggi di umanità? I princìpi sono spariti, le occasioni bisogna cancellarle altrimenti l’amico e l’amico dell’amico poi non trovano spazio e soprattutto vengono mortificati dalla bravura di chi li ha preceduti…

Sia chiaro, questo di Onofrio è un grido più che di allarme, di guerra, di vera e propria guerra, ma i versi di Leopardi mi chiudono occhi e cuore, perché, come ho detto all’inizio, “qua l’armi, io solo combatterà, procomberò sol io”. Il rischio è che Marco Onofrio neanche “Un giorno, forse non troppo lontano” capirà a chi ha dato fastidio. Marco! Hai dato e dai fastidio al Potere, qualsiasi machera indossi, e figuriamoci con questo libro così acceso, veritiero, libero. Ma non preoccuparti, non ti leggeranno, non ti denunceranno, altrimenti avresti visibilità e bisogna che tu non ce l’abbia. E sai perché? Perché la meriti.

Dante Maffìa

“Dalla parte del tempo”, di Sonia Giovannetti. Lettura critica

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La silloge “Dalla parte del tempo” (Torino, Genesi Editrice, 2018, pp. 100, Euro 11) consente di percepire la poesia di Sonia Giovannetti, come è, “giovane e pur ricca di memoria”, fresca come la primavera e malinconica come l’autunno, ricca di nutrimenti sorgivi e stratificata di lontane eredità. La sua poetica, qui imperniata sul tema-cardine del tempo, demanda la scrittura a un compito di soglia metafisica, dove si svela “l’essenza / della scena” nel punto esatto in cui “s’alza / la polvere soffiata dal vento”, cioè la materia si scorpora, nella sua perenne trasmutazione, per toccare le radici del vuoto universale da cui sorge. La poesia viene appunto dall’insorgenza dell’essere che fiorisce dentro il divenire.

Il tempo divora e consuma; la poesia cerca ciò che resta, dando voce a quel “niente che è tutto”, come lo chiama Montale, in cui siamo immersi e reclusi, come tra sbarre invisibili. È il tempo interiore “a definirci nella sofferenza” perché non c’è “rimedio al disordine”, e tuttavia è la memoria “a restituirci, nel tempo, la vita nella sua interezza”.

Dunque “vivere è ricordare”. Scrive la poetessa:

Dov’è il tempo se non nella memoria
che tutto lega al cerchio del durante
e l’essere fa eterno, e fin la storia
acconcia a tratto immoto del pensante.

Il tono è alto e aulico (altrove troveremo anche arcaismi come “seco” o “alfin”) ma non inficia la chiarezza del dettato. È la memoria il nucleo che unisce i piani temporali, una sorta di piattaforma girevole da cui possiamo concepire, pur nell’incessante metamorfosi del pensiero, l’eternità come essere oltre il divenire e – continua la poesia – oltre la “ria illusione / del viver somigliante a un proseguire” (cioè la linea cronologica dei fenomeni) perché è nel tempo che “ha dimora il vero / che non trasmuta né conosce mete” e intanto si manifesta nell’infinito ciclo delle cose che appaiono e scompaiono, come il mare “che tutto smuove e acquieta”. Il nucleo durevole dell’essere emerge anche dal confronto dialettico tra le nuvole e le stelle:

Si mostrano le stelle, nell’angolo di cielo
dove impalpabili dimorano le nuvole.

La stessa essenza delle nuvole è sospesa tra la forma visibile del loro fenomeno e la fumigante dinamica che le plasma e le fa scomparire. L’essere del soggetto, sopravvissuto a tutte le morti che lo hanno fatto crescere nel tempo, si svela nell’invariabile essenza delle sue trasformazioni:

Sono ciò che fui sempre,
futuro di una memoria.

E ancora:

Ero e ancora sono
ma trapassa la forza
nel gomitolo degli anni
che si srotola senza fragore.

Il silenzio “vibra” di “echi lontani” a cui l’animo s’impiglia, attardandosi in “rimembranze lontane”. Un po’ giungono involontari, i ricordi, “imbastiti dall’affanno del respiro e del rimpianto”; un po’ vengono stanati dall’intento consapevole della poetessa, che non dimentica e non vuole dimenticare, e li dipana “uno ad uno” pure mentre ripercorre i luoghi del suo e del nostro tempo.

Ricordo e rivivo la bambina
che ero. Toccavo il mare.
Improsciugabile l’acqua
nel primo giorno d’estate.

E invece poi (anche se pareva impossibile) l’acqua si prosciuga, e l’estate finisce, e le cose più belle rovinano – a dispetto del loro splendore. Siamo il futuro del nostro passato e il passato del nostro futuro, ma la realtà vera che ci è possibile vivere – S. Agostino docet – è soltanto il presente a cui siamo costantemente agganciati (anche quando pensiamo il passato e il futuro): “Nessun confine al presente”, scrive Sonia Giovanetti.

Le poesie di “Dalla parte del tempo” riescono a manifestare l’eterno “presente muto” che sostanzia il nostro “meraviglioso, esecrabile, sfavillante nulla” da cui esce l’“antico, sottile dolore / che permea il riposo del mare”. E quindi il colore del vuoto, il silenzio dei suoni, e il suono misterioso dei pensieri. Ecco la foto metafisica che Sonia scatta della nostra condizione: siamo “eroi senza battaglia” che continuano a “tessere filo spinato” mentre declina nell’ombra “anche la speranza”:

È così che moriamo,
ignari – quasi – del nostro addio.

Le parole essudano come unguenti medicamentosi dai bagliori perduti di una indimenticabile felicità, “quell’Uno che fummo, / che mai più siamo stati”, quel tempo senza tempo solo “nostro”: l’infanzia, i rari attimi perfetti, le grandi gioie e le rivelazioni: “vaga memoria, e balenante / dell’apice ch’arrise al tuo percorso”. Ora, invece, “solo il dolore mi ricorda che sono viva”, e di tanta dolcezza sono rimaste “solo un po’ di stelle in tasca”: “ammarati i sogni / (…) anch’io ho gettato l’ancora”. Il presente che si contrappone a “quel” passato assomiglia alla condizione di sradicamento e alienazione dello straniero:

Sembra che nessun posto sia il mio posto.

Il pane “non lievita” più, i giorni sono “incerti” e tocca affrontare il “lungo esilio” di un “autunno infinito” in cui sospiro si somma a sospiro, come i fogli strappati dal calendario.

Si dà insomma voce al “nostro testardo tentativo di vivere”, perché la vita è sforzo e inesausta fatica: “trascinare / la mia valigia, con il suo carico di attese / e di speranze, verso un tempo che non so” guardando la vita “scorrere sui binari” e contando le occasioni perse, “tutti i miei gesti incompiuti”:

Quanti convogli non presi
e quanti silenzi hanno conosciuto
i binari della mia immobile esistenza.

Ma “prima o poi s’aprirà il varco” che renderà non inutile l’attesa di cui abbiamo colme le mani: un “bagliore”, qualcosa che “accenda una fontana di luce”. Non a caso viene evocato un grande faro della poesia del ‘900 come Mario Luzi, per la densità esistenziale annodata alla forte tensione metafisica. La poesia deve “ritrovare il cielo” – il suo e il nostro – perché il “sentiero della parola” tende naturalmente a inerpicarsi “altrove”, cerca “ali di luce”, apre a mondi per cui “il linguaggio resta vano”: “altra luce”… “altro sole”… “altri occhi”…

La poesia vuole rimuovere “l’ingiuria del tempo”, anche l’“usura” a cui il tempo “condanna le parole”, dando udienza alla identità – unica e preziosa – di ogni singola esistenza. Ad esempio le conchiglie: “ciascuna diversa, ciascuna con la propria storia”. Ma tutte, grazie all’aquilone della poesia che può sollevarle, “parleranno d’amore, della terra, del mare, / del sole e dei tanti granelli di vita”. La poetessa vuole abbracciare tutto l’universo per afferrare “l’infinito in un attimo”, e quindi “la creazione, il mistero, la voce / inconosciuta di tutte le cose”, anche se poi torna dai suoi ambiziosi viaggi astrali con solo “un poco di vita / frantumata” nella mano. Briciole di sogno e di splendore: di più non ci è concesso.

Il tempo non è solo quello che ci segna la pelle di rughe o quello psicologico interiore degli anni attraversati, ma anche la dimensione fisica della materia entro cui avanza l’evoluzione biologica dell’esistenza: “il tempo nascosto della vita” che va per conto suo, coi semi che nel silenzio “abitano la terra”. Tutto si manifesta per natura: “nessuna vita sta a sé muta”. E le cose suonano il mondo: ad esempio le onde che a Sabaudia interpretano la melodia di Circe, o le ore che trascorrono in “sinfonie smarrite”, o il “lento sciabordare delle barche, ancorate / al molo” che “esegue la sinfonia del distacco”. La vera bellezza è nascosta, “si vede poco” e porta con sé la grazia, un “anelito d’apertura al mondo” che “si fa pane sul tavolo e canto d’amore della terra”.

La poesia, come scrive Antonia Pozzi, è una catarsi del dolore “trasfigurato nella suprema calma dell’arte”. Non solo consola dai frangenti della vita, inquadrandoli sub specie aeternitatis, ma comunica la dolce nostalgia di ciò che non è più, nel confronto lancinante con l’assenza:

Stringo la parte di te
che manca a questo giorno.
T’indovino in ogni ombra.

Amo perfino la tua assenza
se così vuoi tenermi vicina.

La poesia indica la strada per guardare e andare oltre, liberandoci dentro quel “qualcosa di chiaro” che abbiamo dentro, grazie a cui il cuore “s’immerge dentro un mare / dove si nuota insieme sulla stessa onda / nella stessa corrente. // Solo lì, finalmente, diventiamo una cosa sola”.

Occorre riscoprire “l’intima gioia di vivere / ancora felici, come i fanciulli spettinati / che oggi correvano al sole”, traguardando per questa via il sogno mai realizzato della pace dal “profumo antico”: ritrovarsi per incanto – come accadde per la “tregua di Natale” nella grande guerra (era il 1915) – “fuori dalle trincee”, forti di “tutta l’umanità dell’uomo / senza più odio per l’altro” e di una “comune memoria” da condividere. La poesia è quello sguardo di speranza che va oltre ogni tragedia, e schiarisce il lutto con il sogno.

Il libro si conclude con il tempo dei luoghi, quelli personali di Sonia (Roma, Castelnuovo di Porto, Norcia, Sabaudia) e quelli di tutti, giacché siamo sempre in un “dove” che ci contiene e nutre la nostra memoria.

Stare dalla parte del tempo significa, da ultimo, assumere la prospettiva di Giano bifronte che ci fa abbracciare, senza ridurla arbitrariamente, la complessità della vita nei suoi opposti complementari. Si legga infatti la poesia eponima, dove il tempo (che nel primo verso evoca per antitesi il “T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra” ungarettiano, anche in quel caso dalla poesia eponima di “Sentimento del tempo”) emerge potentemente, raccogliendo i temi del libro, come veicolo di ambivalenza fondamentale e sostanza stessa della nostra creaturale identità:

Dalla parte del tempo

Non avere fretta, tempo.
So già dove mi condurrai
so che devo seguirti
ma non avere fretta, ti prego.
Ti temo perché sei morte
ti godo perché sei vita.
Mi avvolgi, eppure mi sfuggi.
Sei certezza e illusione.
Sei generoso e avaro
accomodante e inesorabile.
Molto mi hai dato
molto mi hai sottratto.
Ma dimmi: cosa sarei io
dove sarei, senza di te?
E tu, senza di me
cosa saresti, quando saresti?
Non posso prenderti, non posso sfuggirti
ma posso odiarti o posso amarti.

Perché sei me.

Marco Onofrio

“Casa di morti”, di Francesca Farina. Lettura critica

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Francesca Farina ha scritto un romanzo torrenziale e bellissimo (Casa di morti, Bertoni Editore, 2018, pp. 484, Euro 18), dove le cose si traducono in parole e le parole sono così forti, evocative, palpitanti di energia poetica, da trasformarsi in “cose” più reali e vere delle cose stesse. Ci troviamo dinanzi a un’opera a forma di “Mondo”, che procede con mano sicura e vista lungimirante nella ricostruzione antropologica, eziologica e filologica di una cultura, quella della Sardegna pastorale dell’entroterra nuorese, tanto profondamente da portarsi alle radici della Storia, sarda e non solo, esplorando il “silenzio di una lunga eternità” auscultata con strumenti di grande captazione, “come inseguendo una città perduta”.

Lo snodo tematico fondamentale del libro è il rapporto dialettico tra il “patrimonio incommensurabile” della Memoria, di cui l’autrice si autoproclama devota “vestale”, e il tremendo inghiottitoio dell’Oblio, cioè il “vento della dimenticanza” che soffia l’orrore della verità, oltre il velo delle illusioni squarciato dalle “unghie di un tempo distruggitore e feroce”, per cui il tumulto dei giorni (persone, vicende, cose) è destinato inesorabilmente a incenerirsi, a diventare polvere, ombra, silenzio. La Storia è una “macina” che schiaccia i suoi nati “come semi di grano”: l’esistenza degli uomini passa come “sabbia attraverso un crivello” senza lasciare tracce se non c’è chi, come lo scrittore, spende tanto ammirevole impegno per darle significato, voce, parola. Alla forza “invisibile e potente” della Storia si contrappone la disperata resistenza del Borgo, con la sua “immobile trama” scolpita dentro il cuore dei millenni.

Francesca Farina parte dalle origini mitiche (dal Sardus Pater alla stirpe eroica degli Iliensi) per poi chiamare in causa gli invasori, spesso persecutori del popolo sardo (Fenici, Punici, Romani, Bizantini, Saraceni), fino alle soglie della modernità, quando i Piemontesi chiamano a combattere le truppe dei coscritti isolani, come l’antenato impegnato in Crimea nel lungo assedio di Sebastopoli o, qualche anno più tardi, nella battaglia di Palestro. E costui, come tutti gli altri, “non sa bene cosa stia facendo, perché porta quello zaino di venti chili” che lo ha strappato, per decisione altrui, alla vita agreste del Borgo. L’insensatezza della guerra, certo, ma anche l’orrore della carneficina: spaventose mutilazioni, squarci sanguinanti, petti dilaniati, capi mozzati e ovunque terribile fetore di putrefazione: il campo verde di grano trasformato entro poche ore in campo di morte. L’autrice ci fa percepire la tensione insostenibile dei soldati “vedendo cadere i compagni e scansando la morte ogni momento”. E poi, su tutto sovrastante, il Caso-tiranno con le sue circostanze imponderabili: “chi si crede al sicuro in seconda linea è stanato come una lepre, mentre colui che presta il fianco alle pallottole è risparmiato da una misteriosa coincidenza di fatti”.

La forza del passato, dunque, con la sua potenza schiacciante: poiché il presente e il futuro sono inesistenti per quella cultura dove “il passato era presente e futuro insieme, era la Storia”. Ecco pazientemente ricostruito il tessuto organico e sociale di una terra plasmata dalle “dita dei secoli” e abitata da “spiriti indomabili”, dove alla tracotanza dei maggiorenti (come la stirpe mitica dei Barones) si contrappone la fierezza di pastori e contadini dalla tempra forte e selvaggia, dotati di qualità “leonine”, virtù “ferine” e “smisurato orgoglio”. Vivono, sopravvivono anzi, sempre sull’orlo dell’abisso: l’incognita della natura in perenne agguato (alluvioni, siccità, epidemie) li costringe a “mordere la vita coi denti” per consumare stentatamente il “pane di dolore”, l’“acqua di sangue” e il “latte di morte”.

La società chiusa, crudele e implacabile rende il Borgo un “paese dell’eterno lutto” dove regna il silenzio dei millenni, un silenzio “forte, sonoro, abbagliante”, sempre prossimo a una rivelazione. La pagina a questo punto traluce della dimensione ancestrale che sostanzia l’anima autentica della Sardegna, coi Nuraghes maestosi e inquietanti “simili a giganti muti e fermi”, e le figure ieratiche degli indigeni dai volti che “parevano scolpiti nel granito delle montagne” e le usanze ataviche protette dai vincoli sacri del sortilegio, e le donne “simili a bibliche eroine” con la loro attitudine millenaria “ereditata dalle ave più lontane” che avevano la stessa posa anche centomila anni addietro… Prima del traumatico arrivo della modernità che ha bruscamente accelerato la Storia, la continuità del mondo procedeva intatta e ininterrotta: i tempi erano sostanzialmente uguali a quelli dei secoli precedenti. Il rapporto coi fenomeni era contrassegnato da una forma di animismo primordiale che spingeva ad “adorare le querce e le fonti” sgorganti dai pozzi della dea Acqua (ad esempio il pozzo sacro di Santa Cristina). Nei tempi più remoti, infatti, “tutto era sacro per gli uomini, la terra, i fili d’erba, la pioggia, l’acqua e la neve”. Incessantemente si invocavano gli dei che “sembravano essere dappertutto, perfino nella corbella del cibo, nel pane e nel sale”. Il silenzio impenetrabile delle case era affollato da strane “presenze” di cui parlavano gli scricchiolii, le travi di legno impegnate da inquietanti e invisibili passaggi: per le scale transitavano di continuo le anime dei trapassati, i morti si aggiravano per le stanze e sorvegliavano i gesti dei vivi. I vivi e i morti erano uniti indissolubilmente, per cui non si contavano le “visite” dall’universo parallelo dell’altra dimensione, e “la paura di un incontro era pari al desiderio dell’incontro stesso”. Brividi di repulsione e attrazione connaturali all’eterna crosta della humana conditio. Così scrive Francesca Farina: “Che cosa tremenda, questa, che ogni giorno poteva essere l’ultimo e perfino ogni ora, ed ogni attimo potevano essere gli ultimi! E che cosa c’era, dopo? Perché era così inevitabile e pauroso quel passo? Perché era tanto tenacemente radicato in ogni creatura vivente l’istinto di morte? E perché tutti ne avevano desiderio ed orrore?” Il silenzio era dunque carico di presagi, e il buio nascondeva presenze sovrannaturali. La soffitta e il fòndaco, da questo punto di vista, erano i luoghi più misteriosi e paurosi della casa. La consuetudine con la morte “rientrava nella vita normalmente”. I morti preannunciavano gli eventi, quasi sempre luttuosi, attraverso un sogno, il verso di un rapace o un qualsiasi segno manifestantesi tra le pieghe più ordinarie del quotidiano.

La società era repressiva, i divieti soffocanti, il Borgo occhiuto come un Argo preposto a sorvegliare incessantemente per spegnere sul nascere il libero sviluppo delle energie. Ogni singola Casa, come la cella dell’unico alveare, era “luogo di oblio, di dolore e di morte”: tenebrosa, opprimente, con le camere perennemente chiuse, abitate da un silenzio luttuoso, così profondo “da far male” come presagendo una sciagura. La vita era dominata da un dolore primario che nasceva dalla negazione assoluta del piacere e della vita stessa. L’amore era parola inconcepibile e impronunziabile, “quasi una bestemmia”. L’educazione barbara dei fanciulli li teneva per “oggetti, piuttosto che per soggetti pensanti (…) ad essi tutto veniva negato, perfino lo sguardo, la parola, nonché il cibo, il vestiario: ogni cosa era ridotta a poco, all’essenziale”. Un unico vestito doveva bastare per anni, ma soprattutto non c’era spazio per i sentimenti: venivano negati e condannati, “l’unico valore approvato era il silenzio”. Sguardi, carezze e baci erano “sepolti in bare di granito” e tali “mancati gesti” e “tenerezze non date” generavano una “supplica perenne negli occhi”, una “spaventosa immotivata tristezza” e l’incapacità di manifestare sentimenti: chi non ha avuto mai amore, mai potrà darne. Dopo una simile amarissima infanzia, lo “straniamento, la disperazione, la nevrosi emergevano inesorabili”. Ecco ad esempio Juanne Maccus, il matto del villaggio, con gli occhi e i modi da cane, così bisognoso di amore e di riconoscimento da dimostrare “folle fedeltà a chiunque gli mostrasse un poco di attenzione”. Infatti, precisa Francesca Farina, “le violenze subite dai bambini di quelle ferali case di morti avrebbero fatto un nido di terrore nelle più intime fibre del loro essere”.

I sardi, così, emergono dalle pagine come un popolo “triste ed austero” divorato da un “tetro rovello di morte e di dolore, di lutto incessante”. E il “dolore di esistere” come una “malattia sopportata senza mai farsene avvedere”. Una vita di “lavoro inenarrabile e di stenti, di divieti, di odio e di massacro”: fame, fatica, dolore, disperazione, miseria, solitudine, emarginazione. Il romanzo, perciò, è come un “arazzo variegato” mirabilmente ordito da Francesca Farina, “instancabile tessitrice” delle proprie origini, ovvero “racconto ininterrotto” (novella Sherazade) per sopravvivere al tempo e farlo sopravvivere, ma anche come restituzione del maltolto ai “vinti” e loro postumo riscatto per le ingiustizie patite dalla Storia. Da questa fonda oscurità sorgeva poi, con l’istruzione obbligatoria, la “luce della scrittura”. Ma a scuola c’era un “maestro indimenticabile, che insegnava picchiando e urlando senza posa, terrorizzando gli alunni che nulla apprendevano se non la paura”. Naturalmente, dati i tempi di cui si parla, è quasi superfluo accennare alla inveterata subordinazione femminile (sin da fanciulle erano “sepolte vive” nel “carcere della Casa”, chiuse nelle stanze, assoggettate al “capestro della famiglia” e legate alla “ferrea catena stretta intorno al focolare”), da cui osavano emergere le donne-tigre dal temperamento ribelle, spesso tempestose e devastatrici come Erinni, e poi, forse, le donne liquide, le dee d’acqua, calme in apparenza ma bruciate dal fuoco di un “furore frenetico”. Anche se, a dire il vero, la Sardegna si distingueva da altre terre per una stabile tendenza al matriarcato, derivante dalla necessità delle donne di governare casa e prole durante i periodi di assenza – anche mesi – degli uomini, impegnati nella pastorizia. E così gli guardi erano offuscati da una “millenaria abiezione” ma talvolta, per contrasto, invasi dalla “straordinaria forza vitale” che li faceva resistere al male, al dolore, all’insensatezza, con le pupille accese da una “folle speranza, una forza oscura e segreta, la vita insomma”.

Poi ecco, con l’arrivo distruttivo della modernità, la fine di un mondo, sepolto dalle colate di asfalto e cemento, e ingannato dalla falsa felicità della chimica: “tutto, ad un tratto, divenne di plastica, perfino le sedie, i mobili, i soprammobili, le rose, le statue, i vestiti” (di nylon terribilmente infiammabile) e insomma tanti oggetti scadenti e inutili che annunciavano l’effimera civiltà del consumismo. Con la conseguente e progressiva devastazione della natura: alberi abbattuti, siepi divelte, sorgenti prosciugate, sentieri cancellati, raganelle scomparse, al posto dei “miti orti paesani” i “pretenziosi giardini” dei borghesi neocapitalisti, etc.

Ma la Sardegna autentica vive per sempre nel sangue, nella “radice del cervello”, nel “fiocco dell’anima”. La panoramica d’assieme si precisa ulteriormente con gli “affondo” della seconda parte, dedicata ai ritratti di figure della Famiglia, come le tre indimenticabili zie Enne, Nenne e Memme, quest’ultima specialmente, la “Tigre ircana” simile a Medea “ma incorruttibile, Medusa e Maga ammaliatrice” e quasi sempre “urlante e rabbiosa”, con un “diavolo per capello”. Luoghi, oggetti e volti, sepolti nella memoria, restano “come sedimentati nel fondo della coscienza, quasi fatti coscienza essi stessi”. Il “mal di Sardegna”, che ben conosce anche il turista quando abbandona l’isola, colma gli occhi e il cuore di nostalgia della terra edenica intravista fra gli scenari di quella reale: una specie di amore struggente, quasi desiderio carnale, di quelle piante, quelle rocce, quelle creature. Il paesaggio esterno si traduce in paesaggio interiore: “di ogni albero” leggiamo “portava nel sangue la visione fremente, instillatavi da un milione di anni, dacché un essere tanto simile e tanto diverso, ignoto a lui, ma fratello, aveva colto per primo quei fruttici, quelle bacche”. È la continua coscienza di essere, ciascuno di noi, l’anello di una catena infinita – e dunque il senso vivo della Storia di cui siamo parte e che di noi si compone – a conferire alla scrittura di Francesca Farina la sua tipica, particolare e universale profondità, per cui dietro le parole si avverte “un universo intero, di stelle e di abissi”, mentre la linea esteriore corrisponde “a una linea interiore (…) a volte sinuosa e spiraliforme, sfrecciante e sfuggente”.

Nel mondo e nel “modo” epistemico di questo romanzo ogni cosa ha un nome e, viceversa, ogni nome “è” una cosa (nomina sunt res, diceva Giustiniano). In quella Sardegna “ogni collina, ogni sentiero, ogni roccia portava, come le persone, un nome” e quindi la scrittura cerca idealmente di dare udienza e voce ad “ogni macchia, ogni arbusto, ogni foglia e ciascun fiore screziato”, “evocando la estrema ricchezza della natura”, nella sua inesauribile fenomenologia, e “osservando come il più acuto e sottile entomologo ogni insetto, ogni sepalo, ogni bacca, ogni goccia di rugiada”. L’autrice è talvolta presa dal demone dell’enumerazione, come quando descrive i gioielli tradizionali delle donne sarde o nomina, nello spazio di mezza pagina, oltre 30 tipi di piante diverse, anche quelle “dai nomi poco usati” (per citare Montale) come l’iperico, l’ononis, il colchico e l’euforbia. È una scrittura che sa unire le matrici opposte di Verga (la concretezza icastica di una parola che è pietra e carne) e D’Annunzio (la musica della prosodia) in pagine di grande equilibrio compositivo ed efficacia lirica, come nel passo seguente: “il mistero del futuro era grande e indefinito come quello della luna che, sporgendosi da una foresta di nubi, guardava con occhi cupi nel fondo dell’universo”.

La composizione poietica in prosa di “Casa di morti” riporta in auge la questione pluri-millenaria della Mimesis, che per Platone (X libro della “Repubblica”) è mendace in quando copia della copia della verità. Per Dante il realismo cosiddetto “figurale” annunzia e manifesta la realtà vera, quella trascendente. Quello di Francesca Farina è un realismo simbolico e fenomenologico, che vuole definire senza finire, cioè senza limitare la ricchezza dell’esistente negli schemi riduzionistici dove “non cape”, per inseguire l’irraggiungibile e inconcepibile realtà delle cose così come sono, evocando – quasi oltre le parole – quel “linguaggio privo di mediazione” a cui Hofmannsthal dedica, all’inizio del ‘900, la sua “Lettera di Lord Chandos”: la bellezza si rivela alla mente e “in ogni piega del cuore” come “perfezione di forme”, “beata opulenza di colori”, “memoria indelebile per i giorni venturi, ricchezza inesauribile, gioia perenne”.

Nelle opere la critica stilistica tende a esaminare anche la struttura dello spazio letterario. Ad esempio la “Divina Commedia” predilige lo spazio verticale, adeguato alla visione trascendente e medievale di Dante; l’“Orlando Furioso” lo spazio orizzontale, adeguato alla visione laica e rinascimentale dell’Ariosto; la “Gerusalemme liberata” mescola allo spazio verticale del cristianesimo quello orizzontale del paganesimo, etc. Qui lo spazio è, piuttosto, circolare, giacché asseconda la ruota del tempo e la dinamica ciclica delle incessanti trasformazioni. Non a caso le due parti di cui il libro si compone sono intitolate “Nel cerchio delle colline” e “Nel cerchio della famiglia”, e gli stessi personaggi emblematici della narrazione (come le tre zie) sono come magneti attorno a cui ruotano i satelliti degli altri, in una coralità che incide a propria volta la sua spirale dentro il cerchio misterioso della vita.

“Casa di morti” è un romanzo straordinario, non solo a livello storico e antropologico, ma anche a livello ontologico, di scrittura del mondo, di presa della realtà ad ogni livello della materia. La sua scrittura ricchissima e multisensoriale ripristina la dicibilità totale dell’esperienza, e dunque la perduta centralità umanistica come cardine e misura delle cose, ma con un senso “postmoderno” di apertura universale, di nuova umiltà e devozione all’essere. Ma è soprattutto il tema della Memoria a rendere il libro degno della massima attenzione. La scrittura come esorcismo dell’oblio e arca di salvezza delle cose, altrimenti destinate a scomparire. “Di ogni cosa, alberi e visi, mani e foglie, parole e fruscii del vento, tutto si portarono via gli anni”, così è scritto nell’ultima pagina; e tutto il ponderoso e poderoso romanzo che si è letto fino a quel momento non è altro, in definitiva, che il tentativo – riuscito – di opporre una misura di resistenza umana a questa sparizione.

Il libro è importante, da ultimo, anche per la sua magnifica inattualità, che lo pone in controtendenza alle mode letterarie oggi imperanti, stabilizzate sul “mordi e fuggi” di un facile e preconfezionato “intrattenimento”. Un punto fermo da cui muovere per riportare la narrativa italiana ai fasti dell’arte che un tempo, neanche troppo lontano, usavamo chiamare “Letteratura”.

Marco Onofrio