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“Distrazioni”, di Cristina Polli. Lettura critica

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Se già la silloge di esordio, “Tutto e ogni singola cosa” (2017), aveva dato la netta sensazione di inaugurare una voce poetica di vaglia, con il terzo libro (dopo il poemetto “Quando fioriscono le tamerici”, 2020) Cristina Polli conferma e anzi migliora quanto di buono realizzato in precedenza, giungendo alle soglie di una prima e robusta maturità espressiva che le consente di precisare meglio i traguardi e gli strumenti del suo percorso. 

Direi che il fulcro di questo “Distrazioni” (EdiLet, 2021, pp. 80, Euro 12) è la soglia sottile che unisce-separa l’Ordine dal Caos, quindi il controllo razionale del mondo (o l’illusione del controllo) e l’abbandono alla sua forza. Come arriva più lontano il volo di un uccello: remigando gagliardo nell’aria o lasciandosi portare dalle correnti? Il principio dell’aereo o dell’aliante? Molte parole-chiave segnalano tale metamorfosi di pensiero e di approccio: dal controllo che aggredisce e disperde, al dono che si coglie nell’abbandono. Resa, attesa, desistenza, caduta, spoliazione. E due verbi emblematici come precipitare e sciogliere. “Il tempo dell’attesa” è, peraltro, il titolo della prima sezione del libro. Leggiamo versi come, ad esempio, «Ho posto l’attesa a governo dell’ora», oppure «l’inquieto trasalire dell’attesa». Attesa di che? Del rivelarsi spontaneo dell’Essere, nel «bagliore dell’attimo» che esplode.

L’ANGELO MI RICONOBBE

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta impari
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi
e nel bagliore dell’attimo mi apparve
il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

Insomma il mistero, se aggredito, si nasconde; se lasciato manifestarsi, si rende disponibile alla rivelazione. È qualcosa che erompe con i suoi tempi (ecco l’importanza dell’attesa) se è giusto e armoniosamente “aperto” l’incontro con l’alterità. Quindi, a ben vedere, è una questione di dialettica tra riduzionismo e complessità. Vogliamo ridurre tutto alla nostra portata per esercitare un controllo sulle cose: un controllo che sa di dominio utilitaristico. Così funziona il pensiero occidentale, il tempo unilineare che guida il progresso della storia. E abbiamo il fegato, per assorbire il veleno di questo incontro continuo con il pugno duro della realtà. Ma l’«innocenza crudele» della Vita è un avvoltoio che scarnifica ogni giorno il fegato (come l’aquila lo divora a Prometeo incatenato sulla roccia) per impedirci di sottrarre la nostra coscienza all’autenticità dell’incontro.

RIPETIZIONE

Si è aperto tra i rami il giorno incerto
ho destinato alle carte la mia poca energia
il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio
che non sa perché mi scarnifica il fegato
ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza
crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

Non dobbiamo opporre difese e resistenze, se vogliamo giungere al cuore della verità. È una specie di principio omeopatico della conoscenza. Qualche esempio? Ci muore una persona cara: rimuovere il dolore non consente di elaborare il lutto. Dante non può arrivare al Paradiso se prima non attraversa la tenebra dell’Inferno. L’alba non sorge senza la notte che la precede. E così l’attenzione: per giungere al frutto supremo ha bisogno di approfondire ciò che la distoglie dall’oggetto. Quindi la vera attenzione nasce dal perfezionamento della distrazione, per abbandono totale all’avventura che apre nel mondo e all’accoglienza dei segreti che libera alla luce. Ecco il titolo del libro! Le “distrazioni” si rivelano il modo migliore, cioè il più poetico, per conoscere l’essenza delle cose. 

Gli animali sono parte del concento universale, sono naturalmente attenti nella distrazione. Mentre ognuno conosce «la sua parte a memoria», l’essere umano è l’unico animale che deve costruirsi un mondo ricavandolo razionalmente dall’universo, derivando cioè il cosmo dal caos. «Ecco che misuro / i miei passi sulla strada» scrive Cristina Polli rievocando il vo mesurando a passi tardi e lenti di Francesco Petrarca (Solo et pensoso, sonetto 35). Ma per giungere alla realtà vera non bisogna misurare i passi! Occorrono «rotte scomposte» che consentano di uscire dai cardini razionali, il deragliare di un «io che si discosta in transito». L’io che si discosta, che cioè si fa da parte, è la derealizzazione del soggetto come centro irradiante di coscienza.

Dispersione è un’altra parola-chiave. Essere in un luogo e contemporaneamente altrove: «svolto angoli come se dovessi / in un istante / comparirmi altrove». Dunque perdersi per ritrovarsi: «mi slaccio / mi tramuto e sperdo». Spogliarsi delle abitudini che ci fossilizzano e ci addormentano.

CHIEDO IN PRESTITO

Chiedo in prestito una veste
da indossare come un gioco sconosciuto
per non essere io per un istante.
Chiedo di dimenticare il gesto appreso
di sorprendermi quando alzo lo sguardo
trasalire e perdere la presa della cima
tra la mano e l’oggetto
la distanza.

Se «il pensiero è sponda dello sguardo», serve uno sguardo diverso «per sorprenderci / veri in questa spoliazione». Essere pronti per una caduta senza appigli a cui afferrarsi: affacciarsi «a un vuoto / di mura sgretolate». Il soggetto come centro irradiante di coscienza non può per definizione cogliere la coscienza irradiante del mondo: è troppo auto-centrico e presuntuoso per riuscirci. Ecco ad esempio la meravigliosa sospensione epifanica de “Le tre del pomeriggio”:

Ringrazio la solitudine delle tre del pomeriggio,
il caffè e le ali d’ombra
tra le nuvole e la mia finestra,
i rumori lontani e la bambina dei vicini
che non piange.
È richiesto uno sforzo di oggettivazione
          − una domanda sul senso dell’agire,
ma siedo inerme, solcata di passaggi
e urla e risa e occhi.
Invasa.

Basta sapersi mettere in ascolto autentico del mondo, oltrepassando lo «sforzo di oggettivazione», ed emerge il suono stesso della realtà, la «nitida madre d’eterno» con la sua «tenue cantilena dell’indugio». Attenzione, però, niente di sovrannaturale: l’epifania emerge dalla realtà più ordinaria, aprendosi al «rendez-vous / di suoni e segni» che ci attende in strada (spesso nella tristezza acida della città, soprattutto d’autunno e d’inverno, ad esempio la «luce di lampione sulle pagine», le «ombre che rincasano», «i fanali in coda», le «luci / riverberate in corsa / sull’asfalto»…) Ma è proprio dentro il quotidiano apparentemente più grigio e trito che si aprono le feritoie rivelatrici, le «magiche finestre». Il varco di montaliana memoria può essere un mutamento impercettibile di luce, o la bellezza che trascende il fato della dissolvenza, o una preghiera che vibra in una «crepa della voce». Basta un lampo di miracolo («il lampo che / fa chiara la parola» nella trasparenza della poesia) e la fermata dell’autobus «si trasforma in un bosco. / Il luogo è lì», il «mistico luogo dell’intesa».

Emerge così, senza averla cercata con l’intelletto, la rete infinita delle connessioni, «le intersezioni dei gesti / e degli eventi», i nodi che legano e trattengono la struttura nascosta del mondo: ecco lacerti come «mi irretisce», «intorno mi trama», «mi intesse rete», nella coscienza complessa del cosmo-labirinto circostante. «Cos’hai visto nella tela del ragno?» si chiede e ci chiede Cristina Polli. Magari scomporsi tra i rami «l’iride del giorno / luce e forma d’intessuta levità». Ovvero fruscii, tremori, rumori lontani, «ogni volo, ogni battito d’ali», insomma, ancora tutto e ogni singola cosa

È il mondo stesso che suona la sua musica, come le «parole» dell’acqua con «accenti che non so». La corrente della Vita «rimesta passaggi» anche sottopelle e squarcia la superficie del tempo, producendo la lacerazione tra centro e periferia, perché forse è in periferia che accade l’essenziale. Immaginiamo di guardare una partita di tennis al contrario di come viaggia la pallina. È così che, al di là dell’abitudine acquisita, scopre l’insolito il poeta: nei dettagli apparentemente insignificanti che racchiudono – e per questo possono svelare – gli accenti più sinceri della verità.  

Il divenire del mondo si manifesta, com’è ovvio, attraverso la dissolvenza delle forme che «mutano» continuamente «sotto il cielo», e quindi non si afferrano perché non trattengono la dispersione, come le «labili tracce» delle orme sul bagnasciuga del mare:

ORME

L’onda a suo piacere
ti disegna un manto
decide a capriccio la curva della luce
sabbia di silice sgranata
traversata da un orlo di marea
che ti compatta lucente sentiero
d’orme
labili tracce velate
da nuova
bianca schiuma
ricordi della rena
che le accolse.

E ancora:

MARE

Balsamo al mio spirito inquieto
è l’onda che torna
s’infrange
riprende
s’adagia ineguale
dilegua il colore
e le orme
e in bianca spuma tramuta
il moto profondo dell’acque
s’accorda coi moti dei mondi
in specchi cangianti d’opale.

La poetessa si vede «come una bambina distratta» che impara a costruire un nido sulla «trama delle crepe», cioè a «trarre di sé i resti» (fra l’allegria del naufrago ungarettiano e il vecchio marinaio di Coleridge) per usare il margine interiore della parola-soglia, nella «stasi silente» del suo canto, dove purificare il fiele e il sale dell’esistenza, oltre tutte le incrostazioni dell’esperienza.

Questo libro è un cammino di conoscenza essenziale: vuole aprire le gabbie della ragione per affidarsi e affidarci alla forza sacra che «scioglie in acqua a scorrere / le cose come sono», fino alla capacità di leggere in modo nuovo il libro del mondo, arrivando a vedere l’invisibile, ed accade per esempio nella splendida “Calligrafia del silenzio”, riportata in quarta di copertina:

È caduta per me
la foglia sull’asfalto.
Non so la foglia
o l’albero esile
da cui si è lasciata prendere
scrivendo un volteggio
senza vento.
Calligrafia del silenzio
che di bellezza muta
mi attraversi.

Marco Onofrio

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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

“Passeggiate romane”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Alla sua città di elezione Dante Maffìa dedica, dieci anni dopo l’arrivo dalla nativa Calabria e cinque dopo la laurea in Lettere, conseguita alla Sapienza presso la cattedra di Gaetano Mariani, Passeggiate romane (Lecce, Capone Editore, 1979, pp. 104), un libro di amore disturbato dove la riconoscenza è mescolata all’inquietudine e la familiarità allo spaesamento. La rappresentazione delle cose vi nasce da uno sguardo “laterale” naturalmente attratto da percorsi desueti: infatti si autodefinisce «viaggiatore curioso / delle cose insignificanti».

A Roma, per esempio,
ho contato i balconi
di ogni strada.

Ne scaturisce una Imago Urbis originale, personale, non oleografica benché, sin dalla composizione di apertura, scriva ammonendo: «Anche tu sei stato ingannato / dai luoghi comuni». In realtà la percezione è mossa, liquida, leggera, come alterata da ebbrezza: obbedisce ai palpiti di una innocente, barbarica vitalità che lo fa scrivere con il polso caldo, seguendo un filo di sensazioni estemporanee e illuminazioni improvvise. Passeggiate romane è appunto il libro di un “barbaro” a Roma, anzi di un greco sibarita: il provinciale inurbato che mostra le “stimmate” della sua permanenza e i tentativi impacciati e disarmati di prendere le misure, adattarsi, ambientarsi, anche se – così scrive a un certo punto, rovesciando l’imbarazzo – «i monumenti sapevano del mio arrivo». L’immensità di Roma è un infinito spazio-tempo che “non cape”. Città già diventata metropoli, di «troppi / poeti, di nenie maliose» che invischiano la chiarezza dello sguardo, corrompendo la purezza originaria. «Qui il tempo dappertutto è un irrisolto / quesito»:

(…) Perciò
resto in disparte, guardo,
e solo a volte avverto il movimento
del mare nelle strade colme.

Roma è così spiazzante che può condurre anche a perdersi, o a perdere la parola. Ma lui tiene stretto un «filo d’Arianna» per tenere botta al labirinto, così durante il lungo cammino per i luoghi romani può ricapitolarsi ungarettianamente dalle origini e, traendola dalla propria stessa innocenza, riabbracciare la «memoria». Un modo per non smarrirsi è privilegiare tendenzialmente il centro, sia pure con sguardo eccentrico, poiché appunto Maffìa viene dalla provincia, dal profondo sud: «… “Ci sono anche le borgate, / la periferia…”. Chi dice di no.» scrive quasi per giustificarsi: «Ma vi pare che uno cerchi / quello che possiede?». Elenchiamoli in ordine sparso, dunque, questi luoghi romani deputati (con relativi particolari): Piazza Navona, Terme di Caracalla, Campo de’ Fiori, EUR, Via Poliziano, Gianicolo, Pincio, Piazzale delle Muse, Via Latina, Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Via Condotti, ecc. Attenzione, non è turismo garbato da borghese, con adesione all’immancabile “cartolina” stereotipata, ma esperienza di vita vissuta da un ragazzo del popolo, per di più meridionale, affidandosi all’avventura senza escludere nulla “a priori” dal quadro d’assieme, neanche i particolari osceni, per esempio i vespasiani puzzolenti o le prostitute intorno ai fuochi «a Tor di Quinto, ai Prati».

   Il motore di queste composizioni è il vagabondaggio, ed è un vagabondaggio libero e picaresco, non di un raffinato flâneur ma di uno spiantato, un provinciale privo di risorse e preda di allucinazioni, talora una specie di santone laico, come quando si inginocchia a Piazza del Popolo per rubare i raggi di luce dei fari dalle automobili in transito, o quando in Piazza San Pietro viene trovato (e già il verbo è indice di percezione alterata, se non di stato confusionale) «a benedire l’alba». Scrive, ricordando i giorni di quella condizione: «Dunque / avevo in corpo un fuoco indescrivibile / inquietudine / che mi portava da una strada all’altra». Trascorreva le «sere in scorribande / per le strade» e poi tutta la notte a camminare per Roma, senza sapere che ne avrebbe tratto versi «a distanza di anni».

Andiamo fino all’alba. Al Tritone
mangio i cornetti appena sfornati
e fumo addossato alla fontana.

È chiaramente una Roma più notturna e antelucana che diurna:

V’erano notti di miracoli, corpi levigati
di donne regine. Le amavo con la morte
negli occhi, sapendo che l’indomani
il tabaccaio avrebbe venduto le solite cose.

Gli piace catturare quanto offre Roma all’alba, allorché in cielo scompaiono le stelle e «aprono i bar sonnolenti / e l’odore, per poco, è quello di casa» mentre «il vento raccoglie / gli ultimi residui della notte / e si adombra nei vicoli». Sono tanti e non sempre scontati i caratteri che della città raccoglie e fissa alla memoria, girandola ininterrottamente: per esempio gli “alt” e gli “avanti” dei semafori, le caldarroste, le «grandi navi d’angurie» lungo i viali delle sere estive (le «allucinate sere / di scirocco romano»), le «donne vestite / di leggeri indumenti di seta», e i capelloni che cantano a Campo de’ Fiori, i manifesti strappati dai muri… E poi gli odori che «si perdono in labirinti di vento», gli odori antichi e solenni della città millenaria mescolati ad altri, più circostanziati e prosaici, come «quell’odore di scale consumate» avvertito in una pensione ad ore di via Marghera, con una ragazza. E la percezione del mare (ad esempio «Un cocciuto riverbero di mare / per via Frattina») che non è solo quello reale, distante trenta chilometri, ma anche e soprattutto il mare della Vita che, in chiave metaforica, il poeta contatta e ascolta come il suono stesso della città: «Un rombo sordo e infinito / m’intorbida il sangue». E ancora, l’estate a Roma che vince trionfalmente, con le «furie carismatiche del sole», sul «poco» della primavera:

Mi sfugge il nesso di questa vittoria,
i legami implacabili, che franano
nelle grandi estati del mare.

Vale a dire il mistero del tempo che muove dall’interno il divenire, l’eterna metamorfosi del mondo, da cui l’uomo trae post factum la sintesi parziale della storia e che a Roma svela più che altrove – Ungaretti docet – il suo “sentimento”. A Roma infatti l’eternità è tradotta a misura d’uomo e s’infila, come un vento dispettoso, negli interstizi tra il silenzio della storia e il banale sventolio della quotidianità:  

Notturno

Il vento ha bussato
ed io l’accompagno al Gianicolo.

Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi!
Roma è questo immenso silenzio,
questi panni che asciugano
sui fili di plastica dei cortili?

Dove, oltre la citazione dalla prima delle Elegie romane di Goethe, è evidente la volontà di scardinare il segreto tetragono che le vestigia di Roma nascondono sotto la loro facies magniloquente e, perciò, inascoltata. In un’altra composizione Maffìa scrive non a caso della necessità di rimboccarsi le maniche per sollevare «le tenebre dai monumenti». È proprio questa volontà di giungere al cuore di Roma che gli concede di coglierne qualcosa di veramente essenziale, in un tratto di viva originalità (benché prossimo a certe atmosfere romane di Alfonso Gatto):

A Roma la pioggia
ha l’umore dei poeti; le donne
hanno il sonno, la vita
delle fontane.

La scansione topografica della città, più o meno attraversabile nelle sue infinite stratificazioni, si mescola a quella temporale, entro il decennio campito dal libro (1969-1979), nel passaggio biografico dalla Roma garbata del «caro» mentore Aldo Palazzeschi («Tutta Roma / adornavi del tuo sorriso; / via dei Redentoristi / com’è mutata all’improvviso.») a quella turbolenta delle lotte studentesche e delle opposte fazioni, che s’indovina nel fervore dei versi, seppur non dichiarata, a quella amorfa del riflusso ideologico e politico («Non c’è più nessuno nelle piazze. / scarseggiano gli scioperi anche all’Università. / I collettivi di Lotta e d’Avanguardia / sono in mano ai figli di papà»).

Fra tutti i motivi racchiusi o operanti nel libro emerge secondo me la solitudine dell’emigrante dinanzi alla metropoli sconosciuta, ovvero «lo strazio, la paura che si prova / a restare soli ogni sera», all’origine della struggente, indimenticabile visione della madre – già inferma e, peraltro, defunta da anni – che sale a trovarlo dalla Calabria ma rischia seriamente di perdersi:

Madrerosina se ne va    
per la città. Dev’essere
proprio lei, ha l’aria smarrita,
va in cerca di me.
A pensarci bene però
lei non conosce dov’è Roma,
né sa dove andare,
tra macchine e filobus,
fino a via del Vantaggio.

La Poesia è la città dei sogni dove tutto resta eternamente possibile; dove cioè Maffìa, con il cuore in gola, attende da un momento all’altro l’arrivo della madre per abbracciarla ancora tra i singhiozzi… dirle che è andato tutto bene e che Roma, dopo tanti anni, non gli fa più paura.     

Marco Onofrio
       

“Ungaretti e Roma” citato ed elogiato dal Prof. Carlo Franza nel blog “Scenari dell’arte – Il Giornale.it” (27 novembre 2020)

11. ungaretti e roma

(…) Il rapporto tra Giuseppe Ungaretti e Roma è stato dei più intensi, visto che Ungaretti lo frequentai nei due anni prima della morte. Voglio aggiungere per chi ha vissuto a Roma (io vi sono stato fino al 1980)  che il legame con la città passa anche attraverso i mezzi pubblici, certe circolari. Basti pensare alla fedeltà del poeta per la Circolare rossa. Istituita nel 1931, è stata il tram cittadino fino al 1975: da ponte Risorgimento saliva verso l’Aventino, scendeva, percorreva Viale Trastevere, passava per Porta Angelica, tornava al punto di partenza. Bene, anche il giovane critico Marco Onofrio nel suo  bel testo “Ungaretti e Roma” (edizioni Edilazio, Premio Carver 2009) racconta di quella schiera di ex studenti del professor Ungaretti, che (“per chiara fama” insegnò alla Sapienza), a fine lezione salivano con lui sulla Circolare, seguitando certo a discutere di Dante e Leopardi, ma fermandosi soltanto in caso di transito di belle ragazze. Leone Piccioni, che di Ungaretti ha curato l’opera poetica, racconta che il professore, alla sua fermata, “tante volte per dimenticanza, tante volte perché preso dal discorso senza aver volontà di interromperlo, altre volte ancora per stare un altro po’ insieme (“Dove scendi? A San Pietro? Ti accompagno”), non scendeva, e si faceva, intero, un altro giro di Roma”. Ma è ancora l’Onofrio a ricostruire di Ungaretti indirizzi e traslochi; cerca materiali  e mette a fuoco il  rapporto poetico con la città dove Ungaretti va a vivere nell’inverno del 1922, dettagli per lasciare scoprire la naturalizzazione di Ungaretti a Roma, romano per ragioni del cuore. Il vero, solenne ingresso nella capitale, a quasi trentacinque anni, coincide con quello di Montaigne: “lungo la Flaminia, dalla Porta del Popolo”. I primi passi sono dunque tra memorie letterarie; quelli fatti prima della guerra, nel ‘12, tra catacombe e monumenti, erano stati troppo incerti per via di “tante cose inconsuete” (…) 

L’articolo in versione integrale:

Il poeta Giuseppe Ungaretti a 50 anni dalla morte (1970-2020). Un innamorato della vita che si illuminava d’immenso.

“Le ombre barocche dell’estate romana”

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Che l’estate sia la “stagione del barocco” (inteso in senso metastorico, alla Eugenio D’Ors), ce ne parla Ungaretti nelle sue Note a “Sentimento del tempo”. Scrive il poeta: «Il barocco è qualche cosa che è saltato in aria, che s’è sbriciolato in mille briciole: è una cosa nuova, rifatta con quelle briciole, che ritrova integrità, il vero. L’estate fa come il barocco: sbriciola e ricostruisce». E Ungaretti lo capisce a Roma: la stagione del barocco di cui si appropria, dunque, è l’estate romana. Stagione di violenza e prepotenza, durante la quale Roma svela, con il barocco che le è congeniale, il suo volto più profondo e veritiero. «È diventata la mia città quando sono arrivato a capire ciò che è il barocco, ciò che ha il barocco, ciò che c’è in fondo al barocco. Perché Roma è in quel fondo, è una città di fondo barocco». È il “prodigio dell’effimero” che si coglie nell’istantanea motilità delle acque e delle luci (il tremare di ciò che vive); è il travertino romano che «si dissecca atroce» con il suo «urlo afono (…) sino a sembrare dissolversi in un acre, polveroso fumo azzurrognolo»; è l’orrore del vuoto che incarna il Colosseo, «enorme tamburo con orbite senz’occhi»; è il sentimento drammatico del tempo, che nasce dalla dialettica tra istante ed eterno, tra rovina e plenitudine armonica, tra essere e nulla. Un “delirio” di clima barocco di cui Ungaretti s’illumina a Roma, aspirandolo da alcuni attributi profondi della città, e che rielabora in una consapevole estetica della tensione, della convulsione, dello spasmo calcinante. Entusiasmo e furore estatici che divampano dal rosso porpora e dal nero, pregni di angoscia, che il poeta apprezza nei dipinti di Scipione. Ma c’è il sole, soprattutto, nella sua potenza implacabile, che si scatena quando l’estate è “in furia”: quel sole che, dopo averlo conosciuto in Brasile, Ungaretti sentirà come un “ruggito”, connotato da questa triade fulminante: «selvoso, accanito, ronzante». Ronzare è verbo a matrice funerea: ronzano ad esempio le mosche sulla carne che va in putrefazione. Proprio in tal senso, peraltro, Ungaretti aveva già usato quel participio: «Avido lutto ronzante nei vivi» – e stava ancora parlando dell’estate.

Ed ecco il raccordo che unisce “estate” e “barocco” in una stretta, definitiva e coerente cerniera simbolica: il senso della morte nella vita. La morte, cioè, che si coglie nel trionfo stesso della vita, nella sua sontuosa, proliferante, lussureggiante degenerazione per eccesso. L’estate è la stagione che spolpa la carne delle cose «sino ad orbite ombrate», che risveglia «ceneri nei colossei», che strugge, beve, macina e splende: «È l’estate e nei secoli / Con i suoi occhi calcinanti / Va della terra spogliando lo scheletro». La luce del solleone, allo stesso modo, è accecante, livida, cupa di troppo fulgore. C’è un cuore di tenebra nel cuore stesso della luce. Anche l’acutissimo Ennio Flaiano osserva che la «luce violenta ha del funereo come il buio. Funerali nella canicola». L’estate è una stagione gonfia di morte sottesa, che procede con passo funebre – pur manifestando i suoi copiosi prodigi vitalistici (magnifica, in questo, e impareggiabile): tutta esposta, fin dall’inizio, a un cammino inesorabile di decadenza, di lento disfacimento. Il suo primo passo è oltre il culmine, sulla linea che già cade nell’autunno. Anche se, come dice ancora Flaiano, «non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno l’invoca, la primavera l’invidia e tenta puerilmente di guastarla». Così come, per altri versi (non troppo lontani), Alberto Savinio afferma non esserci altro pensiero che quello della morte: «Pensare implica un sottinteso che si tace per pudore (…) Quando si dice ‘pensare’, s’intende ‘pensare alla morte».

Si delinea così un sistema incrociato e coerente di significati, fitto di reciproci rimandi. Il barocco, l’estate e Roma. L’estate come stagione del barocco. Roma come città del barocco. L’estate romana, dunque, come amplificazione simbolica “ad infinitum” del barocco: utile per meglio penetrare il mistero, sia del barocco sia di Roma. La luce barocca dell’estate a Roma. Un mistero che si addensa e incenerisce, come il sole plumbeo di un meriggio apocalittico di luglio, quando Roma fuma a mo’ di “callarone” e i suoi contorni si perdono lontani, nell’abbagliante calcinazione del suo bollore implacabile che infuria. La percezione della morte nella massima pienezza della vita. Il brivido d’ombra che sale dall’interno stesso della luce, dalla consunzione macerante del suo spazio interno, del suo abisso di silenzio e infinità.

E poi c’è il Verano… Che c’entra il Verano? Proviamo a chiederlo a un turista spagnolo o ispanico – dunque tendenzialmente incline a capire e condividere la “sensibilità” tipica del barocco, che gli appartiene anzitutto come patrimonio storico e culturale, oltre che per istinto. Proviamo a illuminarci della sua meraviglia nel constatare che “Estate”, per lui, si chiama il cimitero storico di Roma. “Verano”, infatti, è la parola spagnola per “estate”. La combinazione è strana, forse straniante ma non troppo paradossale a livello simbolico, come abbiamo visto, poiché sorretta e accesa da un’unione profonda, da un segreto contatto di vasi comunicanti. È quasi ovvio che l’estate – se e in quanto barocca, nel suo trionfo effimero di vita – si celebri attraverso i secoli (che peraltro racchiude dentro ad ogni istante) quale campo di morte, cimitero di macerie incenerite, sullo sfondo preferenziale di quel sistema sopravvivente di rovine che è Roma, laddove cioè il senso ultimo di tutto questo (il sentimento del tempo, del vuoto, dell’estate, della morte, dell’uomo) è e si dà come infinitamente più avvertibile che altrove. Benché poi la coincidenza, dal punto di vista storico, si produca in termini di assoluta casualità.

Quale risposta attendere? Quella degli “echi fondi” di Roma, barocca e non: la città iniziatica delle rivelazioni, dell’umanismo, dell’eternità: dei “segni” che giungono “quasi divine forme, a splendere / per ascensione di millenni umani”… O quella dei suoi gatti che sbadigliano pigri o miagolano queruli? O quella della cicala, la figlia del sole e dell’estate, “abitatrice delle foglie incendiate / di un troppo lungo giorno” (Sereni), che nel suo ondivago frinire porta alla luce il riflesso delle “morte stagioni”, dei tempi e dei luoghi sepolti, delle cose che non ci sono più? È quest’ultima che sceglie (per rispondere e rispondersi) Vittorio Sereni, in una lirica del luglio 1974 dal titolo emblematico “Verano e solstizio”, che – proprio per la sorprendente consonanza con queste riflessioni – vale la pena riportare per intero:

Perché, tu che sai tutto di Roma,
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate?
(così – non lo dissi – per durare
porta la sua radice nell’estate
la primavera, morendovi).

L’estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.

Ne prendo nota – sorrise – te lo dico la prossima volta.

Risponde stasera per lui l’invisibile
cicala solista dell’ultima ora di luce
l’abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
questo è el verano e il Verano,
s’infervora l’infaticabile,
questa l’estate di Roma di Spagna di dovunque
questa la primavera nell’estate,
rincara l’univoca la vermiglia voce abbuiandosi
in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.

Sono queste, alcune delle rivelazioni che la Caput Mundi è in grado di offrire agli spiriti sensibili in ascolto. Una città-crocevia di luoghi e tempi sovrapposti, carica di ombre incise nella luce, di forme e di figure dentro il vuoto. Dove l’uomo è in grado di fissare la propria immagine tremante, che man mano illimpidisce, sullo specchio di sorgive originarie, di remote acque immemoriali – prefigurate con la frescura delle fontane che, non a caso, abbondano e spumeggiano copiose, giulive di diamanti e di zampilli. È nell’estate, quando la vita dà il meglio di sé, che si tocca il vuoto del suo cuore, il segreto del suo fondo mancamento. Roma produce l’amplificazione massima di tutti questi segni, ascrivibili alla cifra estetica del sentire “barocco”. I poeti ci dicono questo. È nel “senso” dell’estate a Roma che possiamo sfiorare, forse, le radici invisibili della nostra fuggitiva eternità.

Marco Onofrio

“Novecento e oltre” su “Il Caffè dei Castelli romani” del 4 giugno 2020

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Il periodo di quarantena non ha rallentato la vulcanica officina letteraria di Marco Onofrio, che ha anzi approfittato del forzato “riposo” per scrivere nuove opere e portarne a termine altre. Così, appena riaperte le tipografie, ecco la sua ennesima raccolta di saggi: “Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi” (EdiLet). Il faro al tramonto riprodotto nell’immagine della bellissima copertina la dice lunga sullo spartiacque tra due secoli che Onofrio si propone di esplorare. A vent’anni dall’inizio del nuovo millennio c’è ormai la necessaria distanza critica sia per fare un bilancio del secolo scorso, sia per evidenziare i fermenti che ne stanno portando “oltre” l’eredità e l’essenza. Il libro consta di 50 saggi critici, con addentellati europei, che configurano «una vasta e potente analisi del Novecento letterario italiano, e di alcune tra le più significative opere contemporanee». Ad una prima parte di “Preliminari” estetici, dove fra l’altro si parla di un mostro sacro come Benedetto Croce, segue una seconda di “Letture” focalizzata su alcune opere fondamentali, da ”Alcyone” di d’Annunzio a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, da “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti al “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda, da “Gli egoisti” di Bonaventura Tecchi a “La vita agra” di Luciano Bianciardi – ma si parla anche di Pascoli, Campana, Luzi, Calvino, Patti, Tomasi di Lampedusa, Ungaretti, Caproni, Pasolini, etc. Segue un “Intermezzo” dedicato ad autori meno noti o dimenticati (Pitigrilli, Malaparte, Manganelli, Fiorentino, Bajocco, Seccareccia, Dolores Prato), meritevoli di scoperta o riscoperta per la qualità oggettiva della loro scrittura e il valore emblematico delle loro opere. L’ultima parte, “Contemporanei”, procede alla lettura di 14 libri usciti dopo il 2000, soprattutto romanzi, e annovera anche tre autori legati al territorio dei Castelli Romani: Aldo Onorati, con “La speranza e la tenebra”; Paolo Di Paolo, con “Una storia quasi solo d’amore”; Lina Raus, con “Nostra signora Solitudine”. Il libro di Onofrio sarà utile di sicuro agli studenti, ma anche a chi desidera conoscere e approfondire la società italiana del secolo scorso, fino ai giorni nostri, attraverso i suggestivi riflessi della letteratura. E non spaventino le 416 pagine del volume: “Novecento e oltre” si legge tutto d’un fiato, come un romanzo, perché Onofrio è un eccellente saggista divulgatore e sa appassionare come pochi alla materia di cui scrive, proprio perché sincera e viva è anzitutto la sua passione.

M. S.

 

A 50 anni dalla morte: Giuseppe Ungaretti e Roma, tra memoria e innocenza

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Ungaretti e Roma: un incontro problematico ma determinante, senza il quale la sua poesia non sarebbe la stessa. Senza Roma, senza gli anni trascorsi a Roma, senza il contatto con le realtà multiple di Roma – essenza metastorica e vita quotidiana -, ebbene, ci domandiamo: avrebbe mai scritto Sentimento del Tempo o Il Dolore, o La Terra Promessa? E se fosse rimasto per sempre a Parigi, quale corso avrebbe preso l’evoluzione creatrice della sua scrittura?

Roma, scostante e affascinante alterità: richiamo che attrae ma disorienta – nodo da sciogliere, mistero da decifrare, incognita da depotenziare. Il problema è la “presa di possesso” di una città che “deve” fare sua in quanto forestiero. Prova rispetto sacrale per una Storia che inizialmente sente estranea, poiché lo intimidisce e quasi lo paralizza, con la dismisura irriducibile della sua “offerta”. Roma è un infinito che “non cape”, che sfugge da ogni parte, che non si lascia ricondurre ad unità. È proprio questo, infatti, l’ostacolo maggiore che, fin da subito, si frappone alla sua “presa di possesso”. Come scrive nelle “Note” a Sentimento del Tempo: «la difficoltà che avevo da principio era di arrivare a vedere come ci fosse una unità». La Città Eterna, infatti, gli si presenta come un «vasto e fitto agglomerato di memorie storiche», ma anche di vuoti e di salti inquietanti. A Roma ritrova il sentimento del vuoto del deserto e la violenza del sole africano. A Roma coglie le risposte alla sua ansia religiosa, che «si ritrova con un carattere inatteso di iniziazione». A Roma, infine, scopre e vive il sentimento del tempo. Quale luogo più appropriato sulla terra? Roma è la mostra permanente delle sue precedenze, del tempo che divora e che trasforma. È la presenza di tutte le sue assenze: «sede civica», per questo, «del sovrapporsi dei tempi storici, sistema urbano stratificato e sopravvivente del potere delle nazioni (come dice Vico) di distruggere e ricostruire. Quel potere con il quale gli uomini vincono il tempo e lo addomesticano, trasformandolo in memoria, tradizione e civiltà, in patria residenziale dell’eternità terrestre» (Gnisci). Roma è una città di “fondo barocco”; e in fondo al barocco, dunque in fondo a Roma, c’è una macina che mangia e che tritura, che riduce il mondo – sottoposto senza tregua al suo potere – a un abisso apocalittico di vuoto, dove tutto si fa rovina, nient’altro che “terra, fumo, polvere, ombra, niente” (Gongora). È la «pulsante voragine dei tempi che minaccia il pericolo di far scomparire la loro memoria» (Gnisci). Roma è la memoria di tutte le memorie che – con la presenza delle sue rovine – argina il vuoto del tempo, proprio sul bordo della sua voragine. È questa dimensione di confine, di snodo tra presenza e assenza, pieno e vuoto, tutto e nulla, che rende sempre possibile, a Roma, sempre sospesa e come in agguato, la visione rovesciata del classico – quale armonia pacificante di tempo posseduto – in trasfigurazione barocca di tempo dissipato, di residuo combusto, calcinato, allucinato. È la dialettica agonistica fra la “luce nera”, gonfia di angoscia e livido merore, e l’“ombra luminosa” attraverso cui si agguanta il filo d’Arianna dentro il labirinto, vale a dire il bandolo arruffato della sua matassa. Roma allora è un dedalo inorientabile di strade ma, al contempo, la mappa ordinabile delle umane rappresentazioni, e il senso ultimo dei loro infiniti significati – anche al di là della Storia.

Come uscire dunque dall’impasse? È Michelangelo che, a un certo punto, lo soccorre e gli indica la strada. Quel Michelangelo da cui Ungaretti fa derivare il barocco: dallo scontro che in lui si combatte, fra mondo cristiano e mondo antico, e attraverso cui prende corpo, scrive Ungaretti, «la prima voce d’un uomo accortosi che l’incivilimento lo aveva di troppo discostato dalle fonti religiose dell’essere, dal mistero delle cose, e che le forze morali a sua disposizione, a disposizione dell’uomo d’allora, erano troppo piccole per colmare l’abisso. Da qui gli sforzi sbalorditivi che fa il barocco per raggiungere un equilibrio». Un equilibrio tra memoria e innocenza, diremmo traducendo nei termini in cui Ungaretti può riconoscere i corni del suo stesso problema artistico e i margini del percorso che lo informa. Questa evocazione di Michelangelo come padre del barocco è anche un modo ulteriore per appropriarsi di Roma. Ungaretti ci mette anni per farsela amica, per sentirla familiare. Il suo rapporto con Roma procede nel senso di una duplice e simultanea centralizzazione: la città diventa cuore del poeta nella misura in cui egli si appropria del suo (culturale, storico, semantico, simbolico); e viceversa.

Quando arriva a Roma, Ungaretti si “scontra” con una memoria immensa da metabolizzare, e la vive piuttosto come filtro – concrezione opaca e impedimento – tra sé e il segreto eterno della città, che avverte e forse intravede splendere, negli squarci aperti del suo guscio, come un diamante liquido di luce. È una memoria letteralmente incontenibile: un macigno che grava sopra il cuore di Roma, trasformandola in un tortuoso labirinto di stratificazioni che ne ostacolano il passaggio, se non il possesso, e le dinamiche multiformi di una libera, fluente percezione. Roma gli appare come un gigantesco parco archeologico di rovine, cioè di memorie, dove si aggirano visioni di fantasmi, dove prendono corpo epifanie, dove aleggiano misteri e apparizioni. Le passeggiate archeologiche dell’uomo-forestiero che vuole familiarizzare con Roma, e del poeta che aspira a coglierne il segreto, conducono Ungaretti all’incontro con i lacerti condensati di una Storia grandissima, che poi sono i classici memorabilia del turista romano d’ogni tempo e provenienza, ovvero vestigia opache e maestose di una civiltà ormai storicamente tramontata – malgrado i roboanti embateri della propaganda di Regime. Ungaretti riesce a tenersi quasi del tutto immune dal mito fascista di Roma imperiale, che pure è in gran parte contemporaneo al suo processo di assimilazione della città. Il vero “mito di Roma” che lo intriga prescinde da sollecitazioni occasionali, e tanto meno da istanze politiche, ma ha un’origine metastorica e una connotazione principalmente poetica, legata al mistero che Roma nasconde nella sua fibra intima – di spazio e di tempo, di vita quotidiana e di cultura: fin dalle lettere del nome. Sicché, scrive Domenico De Robertis, «quella a cui per le strade e per la campagna romana Ungaretti muove, negli anni Venti, è la scoperta di un paesaggio poetico (…) Roma, i suoi segni, i suoi colori non erano che il luogo d’incontro, ovunque e continuamente col mito (…); non erano, per dirla ancora con Ungaretti, che voci del vocabolario – come Apollo, come Giunone di due poesie ben note – accorse ad evocare i fantasmi che di frequente mi apparivano nella città dove vivevo». Anche la sua poesia, allora, diventa una poesia di “miti”. In Sentimento del Tempo, infatti, Roma trapela sotto apparenze velate e attraverso riferimenti non più che allusivi. È come se il poeta non si sentisse ancora pronto a nominarla direttamente. Roma, piuttosto, è una sostanza reagente che Ungaretti scioglie – a piccole dosi – nel suo liquore poetico, filtrato nei colini del barocco: invisibile, se non per rari granuli di saturazione, ma tale da rendersi avvertibile al sapore. Nota in proposito Emerico Giachery: «Nella prima fase romana, quella che confluisce nelle pagine di Sentimento del Tempo, l’incidenza di Roma nell’opera è certo profonda, ma non esplicita, come potrebbe supporre chi si limitasse a considerare il ripensamento di quegli anni compiuto nelle prose più tarde e nell’autocommento. Nell’edizione definitiva di Sentimento del Tempo i segni espliciti della presenza di Roma sono stati espunti, e come riassorbiti, se così si può dire, entro un’atmosfera diffusa». Fanno deroga: l’allusione ai “colossei” in D’agosto, resa peraltro generica dall’uso del plurale; e l’aggettivo del titolo La pietà romana, che è un rarissimo tributo alla retorica di Regime, all’idea fascista della nuova Roma e dei suoi restauratori.

Il paesaggio romano e laziale – convergenza e sovrapposizione, nell’ordine del “mito”, di “paesaggio naturale” e “paesaggio culturale” – offre a Ungaretti lo scenario ideale per una suggestiva trasfigurazione poetica, che trova nel barocco la sua chiave di volta. L’assimilazione di Roma, infatti, procede in parallelo con quella, tematica e formale, del barocco, rispetto a cui Ungaretti si trova in particolari rapporti di consonanza, di affinità elettiva, di congenialità, e che del resto proprio a Roma celebra i suoi massimi trionfi culturali. Il barocco storico è lo stile artistico e soprattutto architettonico predominante, capace di orientare, in termini diffusi e decisivi, la “facies” attraverso cui la città post rinascimentale si rende percepibile al fruitore. Ma il fatto è che, per Ungaretti, “barocco” è pure il Colosseo: ascrivibile cioè a un’accezione estensiva del concetto, decontestualizzata peraltro dalle sue origini storiche, denaturata delle sue peculiari caratteristiche formali e assunta per alcune vaghe ma potenti suggestioni tematiche, come l’“horror vacui” e il “sentimento del tempo”. Se, anche in tal senso, Roma è una città di “fondo barocco”; se c’è il barocco nel fondo di Roma; se cioè il barocco è per così dire endogeno alla sua essenza: è dunque l’esperienza del barocco, stimolata magari dalla violenza scarnificante della stagione estiva, la strada maestra per raggiungerla all’interno e conquistarne il segreto; la chiave per aprire la sua porta; il “ponte levatoio” per espugnare le mura della sua “fortezza”. La Città Eterna è “speculum mundi”: massima concentrazione stratificata e rappresentazione, anche scenografica, delle umane memorie. L’«intima diacronia» del rapporto con Roma è congeniale e funzionale al cardine poetico ungarettiano: per questo la città – al di là dei fattori biografici – risulta così centrale e importante, ai fini della sua meditazione. Il percorso, infatti, va «dalla memoria all’innocenza, quale lontananza da varcare»: compito del poeta è agevolare il “folle volo” verso la “terra promessa”, abbracciando una nuova ma antichissima dimensione di innocenza e dunque assolvendo il compito prometeico di emancipare l’uomo dal peso del corpo e del tempo. La pagina scritta si realizza come spiaggia mitica di liberazione: come spazio metafisico di resurrezione, di “materia guarita”. È nell’infinito margine del verbo creatore, nell’espansione luminosa del suo alone – riverbero del canto e irradiazione magica del suono -, che la poesia misura ed attua il suo mandato destorificante, traguardandosi come potenza mitopoietica. Scrive Ungaretti in Indefinibile aspirazione (1947-1955): Estrema aspirazione della poesia, è di compiere il miracolo nelle parole, d’un mondo risuscitato nella sua purezza originaria e splendido di felicità. Toccano quasi qualche volta le parole, nelle ore somme dei sommi poeti, quella bellezza perfetta ch’era l’idea divina dell’uomo e del mondo nell’atto d’amore in cui vennero creati.

L’innocenza è il riscatto della memoria, ma senza la memoria l’innocenza non può essere raggiunta. È la memoria, sostanza e materia del viaggio. Il poeta deve raccogliere tutta la memoria, propria e altrui, per oltrepassarla, attraversando le paludi infere prima di salire in paradiso. La memoria del mondo attraverso la propria, e la propria attraverso quella del mondo. Senza paura di infilarsi a capofitto nel buio della sua angosciante e dolorosa vicissitudine. Perché la luce brilla laggiù, in fondo al tunnel, dentro l’opaca oscurità della materia: oltre la fine della sua disperazione. Allora il poeta ha bisogno della memoria, giacché alla memoria stessa chiede di produrre il suo riscatto. L’innocenza nasce dalla combustione della memoria. Occorre “sentire” il tempo per sfondarlo e trapassarlo, per raggiungere il suo “tutto”, il suo cuore di bianca eternità. Ungaretti dunque s’imbatte nella memoria impenetrabile di Roma. E punta al nucleo semantico, al cuore del simbolo, rivendicando spazio ai suoi percorsi: anche una breccia d’obice, tra quelle mura, pur di conquistare un varco al mistero che Roma rappresenta. Ha bisogno di Roma nella misura in cui deve attraversare la memoria, se vuol raggiungere la massima innocenza, in grado di affrancare l’universo. È come una grande trasformazione alchemica. Come un fuoco da accendere – e il comburente è proprio la memoria. Come raggiungere la massima innocenza? Trasformando la massima memoria. Ecco Roma, dunque. L’obiettivo più o meno conscio che anima il percorso ungarettiano è quello di convertire Roma – emblema mondiale della memoria – a parametri equivalenti, opposti ma complementari, sul piano dell’innocenza.

Ed ecco che irrompe l’innocenza dal seno stesso della memoria. È l’opera poetica – percorso di memoria trasfigurata e spazio metafisico ai confini dell’innocenza – l’autentica “terra promessa” che si apre alle umane possibilità? È un poeta, o un lettore di poesia, il “nuovo Ulisse” al quale «pare di ritrovarsi nel momento incontaminato dell’universo, quando non era ancora corrotta la materia?» C’è in effetti, nella Terra Promessa, «quasi inavvertibile, un lentissimo smemoramento in un’ebrietà lucida. Poi è il rinascere ad altro grado della realtà: è per reminiscenza il nascere della realtà di secondo grado, è, esaurita l’esperienza sensuale, il varcare la soglia d’una altra esperienza, è l’inoltrarsi nella nuova esperienza, illusoriamente e non illusoriamente originaria – è il conoscersi essere dal non essere, essere dal nulla». Si entra così «dalla sfera della realtà dei sensi alla sfera della realtà intellettiva». Un cambio di stato mentale prodotto dallo «smemoramento», che presuppone, in quanto oltrepassa, l’opposto ma complementare «rammemoramento»: l’anàmnesis, la reminiscenza. Smemorarsi non significa banalmente dimenticare, cioè escludere la memoria; bensì, ricordare ancor di più: attraversare tutta la memoria per poi uscirne e, finalmente, liberarsene.

Occorre attingere all’innocenza stessa della memoria, che la memoria racchiude dentro sé, come un segreto. La vera innocenza, infatti, non è oblio o beata inconsapevolezza, ma “ebrietà lucida”, cioè supercoscienza. L’ebrietà lucida è lo stato mentale in cui vediamo tutte le cose come sono davvero, iuxta propria principia, aprire la loro scorza opaca e liberare spontaneamente, per epifania, i frutti del loro più intimo significato. È la Terra Promessa, infatti, il luogo poetico «in cui si compie una vera e propria operazione di ribaltamento dello stesso “ermetismo”, ed è allora che Ungaretti raggiunge i massimi risultati, secondo la lettura debenedettiana, quando cioè non essendo più in grado di raggiungere coi sensi “le arcane immagini dell’eterno”, il poeta lascia che siano l’anima, lo spirituale “a fruttare – scrive Debenedetti – immagini che annunciano ermeticamente ma non spiegano il loro significato nel mondo dei sensi”», sicché i riferimenti materiali scompaiono e il poeta arriva a riconoscersi un essere metafisico, fatto di solo pensiero, di puri modi di essere senza materia. Chi è questo alter ego del poeta-viator, del poeta-argonauta? Chi è questo “nuovo Ulisse” in viaggio perenne verso la “nuova Itaca”?
È Enea, l’eroe di Virgilio.

Allora è Roma la “nuova Itaca”, la Terra Promessa dove edificare umanamente l’uomo e realizzare la palingenesi del mondo. Il luogo mitico della grande “trasformazione alchemica” dove convertire la memoria massima nel suo corrispettivo di innocenza. Ungaretti cerca l’“innocenza romana” attraverso tutta la memoria storica, ormai metabolizzata. Il progetto incompiuto del poema nasce da questo gigantesco tentativo di raccogliere e oltrepassare il senso umanistico di Roma, in chiave di liberazione cosmica.

Marco Onofrio
(da Ungaretti e Roma, passim,
Edilazio 2008)

 

Dante Maffìa su “Novecento e oltre”. Recensione in forma di epistola

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Caro Marco, non meravigliarti, c’è sempre una prima volta, ed ecco una recensione in forma di epistola.
Caro, caro Marco, non t’aspettare elogi, sarai subissato da quelli che non appaiono nel tuo libro Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi (EdiLet, 2020, pp. 416, Euro 23), che non sono esclusi, semplicemente non sono stati ancora studiati, forse non lo saranno mai o lo saranno presto, ma la canea si scatenerà e finiranno addirittura col mettere in giro la voce che non è possibile che una sola persona possa avere prodotto e continuare a produrre romanzi, poesia e saggistica in questa quantità e con la qualità che ti appartiene. C’è sicuramente il trucco, hai dei negretti al tuo comando che ti scrivono le opere. E se si fermeranno a questa diceria ti sarà andata anche bene, perché la canea in genere ha mentalità mafiosa e non va oltre il proprio cortile, riconosce solo gli adepti, le ballerine scritturate.

Hai avuto, dopo avere dato alle stampe altri dodici volumi di saggistica (dico dodici! tra cui le monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni), il coraggio di scrivere un libro di oltre quattrocento pagine in cui ragioni (voce del verbo ragionare e dopo avere fatte le letture, sia chiaro), nella prima parte, di quelli che hai chiamato “Preliminari”, cioè parli di Benedetto Croce, di Lessing, di Omero, delle tecnologie linguistiche, per passare alla seconda parte, cioè alle “Letture”, tutte puntuali! Ma davvero sei stato capace di ripercorrere un itinerario così denso, interessante e scelto con cura? Davvero hai avuto modo di leggere Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, il Futurismo, Mario Luzi, Calvino, Gadda, Tecchi, Bianciardi, Patti, Ottieri, Pasolini e Fellini? E poi le “Scoperte” e le “Riscoperte”, andando a pescare in Malaparte, in Manganelli, in Zavattini, in Dino Segre, in Luigi Fiorentino. Sei pazzo? Dovresti imparare che se alcuni autori vengono messi da parte, dimenticati, spesso cancellati, c’è una ragione del Potere, quale che sia, che ha interesse a mettere a tacere quegli scrittori, quei libri. Sei pazzo, come vuoi che il potere ti assecondi e ti batta le mani, ti faccia i complimenti? Le riscoperte si fanno per ragioni politiche, mica per ragioni estetiche o di merito. In letteratura il merito non conta più, ti prego, non dimenticarlo.

I guai grossi comunque li hai combinati nell’occuparti dei “Contemporanei”: Raffaello Utzeri, Sabino Caronia, Paolo Di Paolo, Lina Raus, Paolo Corradini, Francesco Sisinni…Temo che sarai sfidato a duello e se non accadrà, non tornare mai solo a casa a tarda notte, rischi la vita. No, non dire che sono pessimista, perché ho fatto una decina di telefonate oggi pomeriggio dicendo che avevo tra le mani “Novecento e oltre” e la sola domanda che mi è stata fatta, prima ancora che io dicessi della mia gioia di leggere pagine così profonde, criticamente limpide, frutto di letture vere e ponderate, è stata “Ma io ci sono?”. Ho sentito all’altro capo del telefono parole aspre, che non ti ripeto, e la cosa che mi ha fatto e mi fa ridere è che ognuna di queste persone ha perentoriamente detto, quasi con le medesime parole: “Ma come? Un libro sul Novecento non ha senso senza la mia presenza, è sicuramente un aborto”.

Ora, se gli aborti sono creature così ricche, agili e affascinanti come il tuo “Novecento” ben vengano per la felicità dei lettori che sono realmente interessati ai libri belli, che contano, che sanno dare la dimensione del futuro, della bellezza intesa come strumento per rigenerare il senso della vita. Posso dirti comunque che alcune di queste pagine non solo le ho lette, ma anche rilette, perché mi hanno portato a stagioni dei miei studi che mi hanno visto frugare e appassionarmi ai testi di Giuseppe Antonio Borgese, di Emilio Cecchi, di Giuseppe De Robertis, di Enrico Falqui, di Pietro Pancrazi, di Donato Valli, di Giovanni Titta Rosa, di Giacinto Spagnoletti, di Luigi Reina, per fare appena qualche nome, e che mi hanno insegnato a saper entrare con attenzione e passione nelle pagine degli scrittori perché li avevano realmente letti. Come hai fatto tu. Che poi si debba essere sempre d’accordo con quel che hai affermato è altra faccenda, perché nelle letture c’entrano anche il gusto, la formazione, la sensibilità.

Questo tuo “Novecento” potrà essere prezioso per gli studenti e per i professori, anche perché sono illuminanti le affermazioni fatte sulle questioni metodologiche, che non si fermano alle enunciazioni, alla teoria, ma danno esempi probanti sempre tratti direttamente dai testi. Per quel che vale la mia testimonianza ti do atto che hai scritto un libro necessario, importante per entrare a testa alta nel mondo dei libri che, me lo insegni, sono creature straordinarie se saputi trattare con umanità, con intelligenza e con eleganza. Ma torno a ricordarti che, proprio perché hai dimostrato di essere bravo, troverai sul tuo sentiero veleni d’ogni genere. Perché non sei stato un mediocre menestrello che spampina sentenze, e di cani e porci dice “è il più grande scrittore del secolo”. Avresti avuto battimani a non finire.

Hai voluto essere bravo? Peggio per te. Non dimenticare di rincasare presto ogni sera.

Dante Maffìa

“Il tempio del tempo”. Racconto inedito

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IL TEMPIO DEL TEMPO

Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma,
quando cadet Colysaeum cadet et Roma,
quando cadet et Roma cadet et mundus.

Beda il Venerabile (VIII sec.)

“Secondo me è immensurino”, mi dice la ragazza in un sorriso.
Sto raccogliendo materiali sul monumento emblematico di Roma. Pareri, immagini, ricordi, testimonianze. Come cicatrici sovrapposte. Scalfitture, crepe, escoriazioni. Punti di sutura e di cesura, che ne rendano la pelle come nuova. Bucando il cerone dei luoghi comuni. La patina americaneggiante. Le rughe posticce dei peplo-film. L’indifferenza degli stessi romani.
“Che vuol dire immensurino?”
“Che è immenso come lo vedi… ma è pure piccolo, in proporzione, perché fa parte dell’arredo urbano, anzi: ne è parte irrinunciabile. Che sarebbe Roma senza il Colosseo? Questo leone che miagola? Questo gatto che ruggisce? Così, finisce che ti abitui alla sua mole… che se la guardi bene, però, ti stupisce e ti impaurisce ogni volta. Ma lo guarda bene solo il turista, il viandante, quello che a Roma ci sta pochi giorni, o poche ore. Perché lo guarda con occhi speciali: per la prima e, forse, per l’ultima volta. Divorando l’immagine con voglia. Assaporandola, come una delizia. Succhiandone il midollo. Imprimendola bene alla memoria. Per non scordarlo più… Ma se a Roma ci vivi, finisci per non vederlo. Anche se gli passi accanto dieci volte al giorno. Anzi: più gli passi accanto e meno te ne accorgi! Eppure lo sai che c’è, lo “senti”. È parte di te; sei parte di lui – e guai se non ci fosse. Questo legame profondo di affetto e di orgoglio – di orgoglio, sì, per la magnificenza che esprime dinanzi al mondo, che è anche la tua; e per il passato di cui reca traccia, che è anche il tuo – mi porterebbe a definirlo, addirittura, immensuretto… o forse immensurello…”
“E che voi sape’? E che t’o dico a fa’? Sta sempre là, che nu’ lo vedi? Sta là … boh …” mi dice il conducente dell’autobus.
I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti. Queste cose sono consentite al turista, entro la sfera circoscritta del suo soggiorno. Roma può arrivare a conoscerla il forestiero: chi ci viene a vivere da fuori, con gli occhi vergini dinanzi al suo proliferante “oggetto”. Il romano può soltanto sapere Roma, sapere di Roma. Perché Roma per lui è “soggetto”: è lo scenario stesso della sua esistenza. Non ha e non è altro luogo, da sempre. È impastato di Roma, e Roma di lui. Indistinguibili: come il latte e il caffè nel cappuccino. Questa disseminazione dell’identità nel contesto topologico dell’Urbe, complicata dal vissuto personale – fitto come il reticolo di esperienze, di ricordi, di immagini interiorizzate, e anche di fantasie, che fanno esistere “quel” luogo, “quel” vicolo, “quel” monumento per ognuno che lo vive, da sempre, dentro la propria vita, dandone il tono e dipingendone il volto alla facciata, la peculiare “rappresentazione”, talvolta a prescindere dai confini stessi della sua “realtà” –, questa disseminazione, dico, funge da ulteriore ostacolo alla conoscenza. Se ogni luogo della propria Roma, di ciò che Roma è e rappresenta per chi ne vive, risveglia una filiera di echi, di risonanze, di vibrazioni, belle quanto insieme dolorose, conoscerla meglio, allora, significa conoscere meglio se stessi; e non sempre questo è piacevole o possibile, mai semplice. E poi c’è l’eterna disponibilità di Roma che ti aspetta, come un foglio bianco la scrittura. Se inviti il romano ad approfondire la propria città, e gli dici che è uno scandalo se non domina certe storie, o ancora non ha visto certe cose, che pure il milanese e il torinese inurbati stanno messi meglio al riguardo, lui ti risponde che… tanto mica scappa, Roma: e che, abitandoci, ha tutta la vita per porvi rimedio, gli basta quando vuole uscir di casa… e intanto, a forza di rimandare e non pensarci, gli passa davanti tutta la vita e, puntualmente, non lo fa. O forse non ti risponde nemmeno: si limita a guardarti con quell’aria sorniona e indolente, cinica, che non è soltanto un tratto convenzionale del suo carattere. Si sa, del resto: le cose che abbiamo a portata di mano sono proprio le prime che finiamo per perdere, o per non vedere. A parziale scusante, c’è da aggiungere che Roma ci mette anche del suo per nascondersi, per rendersi inafferrabile: è infatti così complessa e “infinita” da atterrire e paralizzare anche il più agguerrito dei ricercatori. E il Colosseo?
“Dovremmo venderlo ai cinesi. Sai i soldi!” propone il netturbino.
“Beh, proprio venderlo no”, rettifica un collega: “piuttosto, smontarlo e rimontarlo in giro per il mondo. Fargli fare un tour – e milioni di euro ad ogni tappa”.
“Dunque sappiatelo: se venisse tolto, in verità, resterebbe un buco nel cielo” ammonisce un sacerdote, segnandosi. Riecheggia, in lui, l’assimilazione cristiana del monumento classico. A chi invocava che fosse abbattuto, perché memoria della Roma pagana, emblema degli dei “falsi e bugiardi” e covo di idoli malefici, si rispose che, anzi, andava santificato come luogo di martirio dei cristiani. La terra dell’arena, già cenere demoniaca, si tramutò in reliquia. Ed ecco, poi, la Via Crucis celebrata dentro il Colosseo, dal papa in persona, in mondovisione!
Ancora il sacerdote: “Ascoltate l’eco nel silenzio delle pietre. Le urla atroci dei martiri sbranati dalle belve. La terra lavata dal sangue degli innocenti. Ricordate, fratelli, meditate”.
“Io me ricordo solo che ce venivo a scopa’ … Era tutto operto… mica co’ le sbare de oggi… De notte era un viavai de pomicioni…” replica un pensionato che cammina col bastone.
“Pensi, dottore, se – sistemandoce drento un campo de carcio: c’entrerebbe? boh – un giorno er derby se giocasse ar Colosseo! Che spettacolo! Forza Roma!”, dice accalorato il tassinaro.
Lo gelo informandolo che sono della Lazio: non mi rivolge più parola fino al termine della corsa.
“Lo hai mai visto il film dei Pink Floyd a Pompei?” trilla la mia amica rockettara. “Immagina che fico un evento rock dentro il Colosseo! Non so: la reunion dei Genesis. O il prossimo concerto degli U2”.
Gianni, un mio amico esperto di “scrittori e Roma”, mi parla della teoria, invero balzana, secondo cui Dante avrebbe desunto lo schema dell’Inferno dopo avere visto il Colosseo. Anzi, per essere precisi: sotto l’effetto della tremenda impressione suscitata in lui dall’interno del gigantesco rudere. E, inoltre, dall’avere saputo della leggenda di Virgilio – il sommo antico da lui scelto come guida per il viaggio oltremondano – quale costruttore del Colosseo: il Virgilio “mago”, prima che poeta, che vi andava a studiare e svolgere le arti negromantiche. E mi parla del Colosseo interpretato dai pittori fiamminghi, dopo il viaggio a Roma, come “torre di Babele”. In particolare, Bruegel il Vecchio. E del topos romantico, tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento, del Colosseo al chiaro di luna: Goethe, Madame de Stäel, Stendhal, Henry James. Pare infatti che il Colosseo si animi di forze magiche particolari, propense all’accadere degli eventi, proprio a mezzanotte e a mezzogiorno di ogni giorno. La corona dei raggi solari e il gioco delle ombre a mezzogiorno; le fioche luminescenze seleniche e, ugualmente, il gioco delle ombre, a mezzanotte.

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E, ancora, lo sguardo barocco di Giuseppe Ungaretti, che lo definisce “enorme tamburo con orbite senz’occhi”… Il Colosseo come un teschio spolpo, combusto, calcinato: un relitto di millenni che riemerge, attimo dopo attimo, dall’oceano del tempo, dalle sue arcane e irraggiungibili profondità.
Samuele, un altro mio amico appassionato di storia, mi parla del Colosseo in epoca medievale quando, durante la feroce lotta per le investiture, i Frangipane lo occuparono come fortezza, come avamposto strategico alle spalle del Laterano. E di quando, per secoli, fu una cava inesauribile di marmi, di travertini, e anche di semplici pietre: venne saccheggiato e smantellato – indebolito fino ad essere pericolante e in qualche punto, addirittura, a crollare – per erigere e decorare chiese e palazzi e architetture varie, ad esempio la scala e la piazza di San Pietro. È suggestiva questa idea di un Colosseo disseminato per la città, di membra sparse, come un corpo che appartiene a tutta Roma. E mi racconta, Samuele, anche della curiosa idea che papa Sisto V, alla fine del Cinquecento, aveva escogitato per arginare l’indigenza del proletariato romano: impiantare una filanda dentro il Colosseo! Al primo piano la fabbrica vera e propria, coi laboratori; al secondo e al terzo le botteghe e le abitazioni degli operai. Ma il progetto, elaborato da Domenico Fontana, naufragò per la sopraggiunta morte del papa.
“E com’era a quei tempi il Colosseo? e la zona circostante? Che cosa vedremmo tornandoci ora?”
“Molti archi erano ciechi, chiusi, murati. La profondità interne stavano ancora sottoterra, ricoperte dalla ruggine dei secoli. Lo si riempiva oltretutto di letame, per ricavarne salnitro. Ogni sera e ogni notte era avvolto dal fumo nauseante dei fuochi. Era un nido di malaria, una selva di esalazioni mefitiche. Dentro c’era un immondo intricato serpaio, un roveto abbandonato senza fondo. Vi allignavano un sacco di piante ed erbacce. Uno studioso inglese, nella seconda metà dell’Ottocento, si divertì a contarle e a catalogarle in un libro oggi rarissimo, dal titolo “Flora of Colosseum”: risultarono ben 420 specie vegetali! Anche tutto intorno c’era campagna incolta, e vigne, e orti, e giardini. Le mandrie pascolavano tra le rovine. La zona del Colosseo era malfamata, pullulava di balordi, di ladroni, di mignotte”.
Ma, ammetto: mi interessa moltissimo la dimensione magica ed esoterica del Colosseo. Quelle strane storie di demoni. Chiedo lumi al Prof. Giano Tantucci, ordinario di antropologia. Mi conferma l’idea del Colosseo come centro magico dell’Impero, in quanto “tempio del sole” e sede di Phebo, “sol invictus”, simbolo della potenza e dell’immortalità di Roma trionfante. Nato per sempre sotto il segno di Giove, vale a dire ruota, cerchio, uovo, palla d’oro. E infatti sferico, tondo, compiuto: ricco di pienezza e di armonia. Emblema incrollabile di Roma Aurea, antica e moderna: eterna. Ispirato alla corona del sole: globo, dominio cosmico, cupola stellata, “totum orbem”. Era la “rotonda mole degli specchi”: pare che vi fosse lo “speculum orbis”, lo specchio del mondo che rifletteva ogni cosa esistente. Questo era Roma, peraltro: lo specchio di tutto mondo allora conosciuto. E il Colosseo era il maggiore di tutti i templi anche per la sua celebre vocazione ermetica, e poi alchemica. Le stesse statue, erette in apparenza ad ornamento, erano disposte secondo i dettami dell’arte negromantica: per difendere Roma dai suoi nemici. Si credeva vi convogliassero e vi sciamassero legioni di demoni. Molti, passando nelle vicinanze, erano atterriti dalla visione irreale di un Colosseo infestato da larve ghignanti, completamente avvolto dalle fiamme. Per questo la zona veniva esorcizzata con l’aspersione della “zaffetica”, una mistura nauseabonda a base di zolfo, che avrebbe dovuto cacciare i demoni dalla loro roccaforte. Mi chiedo come, dato che proprio l’odore di zolfo li avrebbe se non altro fatti sentire più a casa. Tantucci, incalzato dalle mie domande, mi parla in particolare di un idolo del Colosseo, di nome Pantaleo, dentro cui risiedeva il demonio Astaroth. Era il maggiore idolo di Roma. E mi colpisce la leggenda della regina Rosana, che si reca apposta al Colosseo per inginocchiarsi davanti a Pantaleo e pregarlo devotamente di darle un figlio.
Condizionato da tante e tali suggestioni, finisco quella notte per sognarmelo, il caro anfiteatro. E trovo spiegazione al suo mistero: è un castello di sabbia, oggi indurita dal trascorrere del tempo, forgiato da un ciclope di nome Pantarotte per far giocare sua figlia Sorana, e divertirsi lui stesso, quando Roma era tutta una spiaggia lambita dal mare. Ma Sorana scivolò al centro di questa immensa torta, e fu inghiottita dalla sabbia bagnata. Invano Pantarotte tentò di afferrarla. Poi, pazzo di dolore, prima di inabissarsi volutamente nel punto stesso in cui era sparita la figlia, per raggiungerla almeno negli inferi, urlò così forte che il mare indietreggiò, lasciando per sempre Roma, e il cielo si piegò fino a spaccarsi. Dalla fenditura del cielo cadde un timone, che gli eredi del compianto Pantarotte collocarono, avvinghiandolo con un complicato sistema di funi e di argani, al centro esatto del Colosseo, nel cuore più segreto e profondo. Questa ruota di timone cominciò a girare da sé, lentamente, inesorabilmente, su se stessa. Apparve ad ognuno, in breve, come la ruota del tempo. Si diceva che fosse Pantarotte a manovrarla, da sotto, per espiare prima il suo dolore. Il Colosseo venne santificato come il “tempio del tempo”. Si aveva la certezza che, bloccando il giro consueto del timone e spingendolo poi al contrario, si potessero muovere le nuvole, le stelle, le montagne, le città, le cose toccabili e intoccabili. Si sarebbe vista la luce tornare al sole, invece di scendere: e lasciarlo scoperto, una volta per tutte, il volto misterioso della vita. La ruota è ormai coperta da strati e strati di terra. Probabilmente è ferma da secoli. Per questo, forse, non siamo più gli stessi: abbiamo perduto qualcosa di fondamentale (ma non sappiamo che). Se la portassi di nuovo alla luce, liberandola dagli impacci e ripristinandone il giro, si potrebbe tornare alle configurazioni della realtà che si sono dissolte in altro, che non ci sono più.
Dal catino del Colosseo, infatti, vengono proiettate in continuazione, come flash di foto scattate dal tempo, le immagini del mondo verso il cielo, verso l’universo. È uno dei pochi posti dove questo avviene, perché in genere è il cielo che manda le sue foto sulla terra. Non a caso è il tempio del tempo. Vi si apre la bocca di un grande portale, un varco, per infilarsi in questa specie di asola cucita: raggiungere nel passato il proprio futuro, o nel futuro il proprio passato, attraverso un attimo che si allunga infinitamente, uscendo dentro di sé, per sempre, come una goccia che si scioglie in mezzo al mare. Potrei tornare indietro a recuperarle, queste immagini proiettate, divaricando i lembi del tempo e sbarcando nelle forme di Roma che non ci sono più. Le voci che hanno suonato. I colori che hanno brillato. I cieli che sono scorsi. I corpi che si sono mossi in questo spazio, occupandolo. Le scene di vita che si sono condensate, forme dell’eterno divenire. Le estati che sono combuste. Le cicale che hanno frinito, senza più memoria. Miliardi di miliardi di miliardi di identità diverse. Che fine ha fatto tutto questo? Cenere, polvere, nulla. È stato tutto mangiato dal vuoto, che mangerà anche me. Ecco: penetrare nel tempo attraverso il vuoto, l’eternità del luogo medesimo. E già: è sempre stato qui il Colosseo, da quando esiste. L’identità del luogo attraverso il tempo. Strappargliele di nuovo, al vuoto, tutte quelle cose. Tirarle fuori, aprendogli la bocca. Come il domatore col leone. Allora sì che sarebbe “speculum orbis”, e potrei vederci il mondo intero. Il mago illusionista e la sfera magica. È o non è, del resto, il Colosseo, prototipo ancestrale di ogni circo?
Ho sognato che c’è una vecchia megera corpulenta che si aggira al suo interno, come un fantasma dell’Opera. Forse è Sorana stessa, invecchiata dai secoli. Forse è la madre. La chiamano “Mora”, anche se non ha i capelli neri. È casa sua, il Colosseo: ne conosce e domina perfettamente il dedalo di pietre. Pare che, se la incontri, comincia ad urlare con la bava alla bocca e poi ti prende a schiaffi con la forza e l’efficacia di un carrettiere. Dopodiché, ti svegli per sempre.

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Voglio proprio vedere. Scelgo la mattina di Ferragosto. Non c’è praticamente nessuno. Mi aggiro circospetto, ma rischio ugualmente di perdermi, nella selva aspra, arida, quasi lunare, di corridoi, anfratti, cunicoli, angiporti, archi ed ambulacri. È impressionante, la sottostruttura dell’arena, emersa dagli scavi archeologici d’inizio Ottocento. Sono appena le dieci, ma già fa un caldo torrido. Nessuna traccia della megera. Decido allora di provocarla: “Mora?… Morona?” Schiocco le labbra e metto le braccia a croce, improvvisando gesti apotropaici. Niente: solo il frastuono ondivago delle cicale. E i gridi delle rondini che legano fili invisibili di cielo, arando solchi nel cerchio azzurro-fuoco della enorme circonferenza… Poi scorgo come un guizzo di luce, il riverbero di un fulmine tra i ruderi. Mi attraversa un brivido freddo: un abisso di dolcezza e di terrore. Lascio cadere lo sguardo… e me la trovo davanti. Madre che colpo! È una cicciona bassa dal volto vagamente orientale. I capelli rossastri, tutti stoppacciosi e impolverati. Pallidissima. Sudata. Gli occhi completamente bianchi, privi di pupille. La bocca aperta e sdentata, fossa di bava colante. La pappagorgia molle che traballa. Indossa un peplo purpureo che lascia intravedere il corpo massiccio, da gladiatore. Mi guarda vogliosa in direzione del pube, deglutendo saliva. Si avvicina di un passo. Muove le labbra, mormora qualcosa in un sussurro. Mi sfiora con la mano la guancia, per accarezzarmi. È la mano delicata di una bimba, gelida al tatto. Sposta lentamente la mano verso le parti basse. Si inginocchia davanti a me. Si concentra sulla lampo dei pantaloni. Armeggia, ma non riesce ad aprirla. Lo faccio io, per lei. Estrae il mio “caduceo”. Rosso, lucido, scoperchiato: armato già da un po’. Le alzo il volto con la mano e, guardandola negli occhi che non ha, le chiedo: “Colis eum?” (“lo adori?”) E lei, in un sospiro ansimante: “Colo” (“lo adoro”). Quindi se lo abbocca in silenzio, con le labbra piene e verdognole, a ventosa… e comincia a ciucciare di gusto. Poi, dopo un po’, si alza e mi conduce dentro l’ombra di un anfratto. Si sdraia supina e, tirandosi su il peplo, mi offre il frutto delle sue cosce aperte. Ed io, preso da una foia strana e insana, con un gusto di sangue e di fiele tra le labbra, le sono subito sopra, e lì mi do da fare… È come calarsi nelle acque buie e aggrovigliate di un pozzo, dove nessuno saprebbe trovarmi. Tutto si obnubila e scompare. Poi, non ricordo più niente.
Quando riemergo, è mezzogiorno fatto. La luce mi acceca e mi stordisce, ci metto una mezzora per riavermi.
“Lo avrei capito soltanto quel pomeriggio, dopo essere tornato a casa”.
“Che cosa?” mi chiede nella piega di un sorriso Samuele.
“Di avere fatto l’amore con Roma”.

Marco Onofrio
(dal libro inedito Specchio doppio)

Esce “Roma raccontata da venti scrittori italiani del ‘900”, a cura di Marco Onofrio

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Con ampia introduzione critica dello stesso curatore, il volume seleziona e raccoglie brani emblematici del rapporto con Roma che noti autori del Novecento italiano sviluppano in alcune delle loro opere più significative. Un percorso alla scoperta di Roma attraverso lo sguardo degli scrittori.

Elenco degli autori antologizzati: 

Sibilla Aleramo, Gabriele d’Annunzio, Alba De Céspedes, Ennio Flaiano, Carlo Emilio Gadda, Carlo Levi, Giorgio Manganelli, Elsa Morante, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini, Ercole Patti, Luigi Pirandello, Dolores Prato, Enzo Siciliano, Mario Soldati, Bonaventura Tecchi, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Vigolo.