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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

“Le segrete del Parnaso” letto da Anna Maria Curci (dal blog “Poetarum Silva”, 2 marzo 2021)

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Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia di Marco Onofrio, che inaugura la collana di saggi da lui curata, “Angelus Novus”, è un libro che si caratterizza attraverso tre predicati: denuncia, sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore, costruisce. Tutti e tre i predicati chiedono di essere presi in considerazione con peso eguale e con pari capacità di collegarsi agli altri due, chiedono, soprattutto, di accedere a quella che l’autore chiama “l’officina del fare”, inteso, questo fare, come “leggere, scrivere, studiare”, fare emancipato dall’atteggiamento di mero consumo, che etichetta sbrigativamente, liquida, accantona.

Le segrete del Parnaso denuncia, dunque, ovvero espone alla conoscenza, enunciandone esempi e manifestazioni, uno spostamento dall’attenzione all’opera letteraria come frutto, dinamico e in dialogo con altre opere, di quella “officina” del “leggere, scrivere, studiare”, a ‘emissione’ della catena di montaggio dell’industria culturale, a prodotto che deve essere vendibile, smerciabile; un prodotto che sia, preferibilmente, di facile consumo, da promuovere e lanciare, per poi, inevitabilmente, dimenticare in modo da lasciare il posto alla miriade di altri simili ‘beni’ che, in un meccanismo oliato al fine di una incessante riproducibilità, premono per essere promossi, lanciati, scambiati con altri favori, e infine, a loro volta, dimenticati. La vis polemica di Marco Onofrio non è nascosta, giacché fin dalla frase conclusiva della sua Introduzione egli afferma: «Io sono qui: la battaglia è appena cominciata…». I guasti provocati da quel passaggio dall’attenzione autentica al consumo distratto sono illustrati con esempi che provengono dall’esperienza diretta dell’autore, ma che a quell’esperienza non si fermano. Sbaglierebbe chi interpretasse Le segrete del Parnaso come mero sfogo del cuore o semplice cahier de doléances. I fatti sono esposti, sì, e alla coscienza di colui che scrive il ricordo è senz’altro ‘bruciante’ – si pensi all’Epilogo in forma di racconto, Dottorato di ricerca. Tuttavia, ritengo riduttivo fermarsi – quale che sia lo spirito con il quale si accede a questo libro – a una lettura di questo libro come ‘scottante’ smascheramento di uno scandalo, di un singolo caso, al quale ci si accosta magari con curiosità morbosa, voyeuristica.

La disamina operata da Marco Onofrio ha una portata ampia e si muove nei territori dell’analisi di fenomeni e processi storici, va, insomma, come recita il titolo del terzo capitolo, al “cuore del problema”. Onofrio si chiede infatti, ad esempio, quali siano i criteri per una storicizzazione della letteratura, almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quali strumenti abbiamo a disposizione – e possiamo condividere – per identificare il “valore letterario” di un’opera, di quali bussole e di quali sestanti abbiamo bisogno per muoverci nel «vuoto provocato dai linguaggi mercificati e massificati», per interrompere il circolo vizioso di accumulo logorroico e di incombente afasia. L’analisi di Onofrio si estende a fenomeni e processi sociologici: dopo le speranze, negli anni della ricostruzione postbellica e in quelli del ‘boom’ economico, di una «nuova frontiera democratica», quella in cui viviamo si è trasformata in una «società immobile» (definizione di Mario Alberto Marchi), nella quale il “sistema Italia” si distingue tristemente per la chiusura e per il blocco dell’ascensore sociale. Onofrio individua storicamente il problema, ma ne sa individuare le origini risalendo indietro nella storia del nostro paese. Cita infatti Ignazio Silone di Vino e pane, un romanzo scritto già tra il 1936 e il 1937 e che è nella mia vita di lettrice da quasi mezzo secolo, libro per lo più ignorato – e le ragioni sono ben comprensibili ai miei occhi come agli occhi di Marco Onofrio – da molti: «per un intellettuale non c’è scampo. Egli deve piegarsi, entrare nel clero dominante, oppure rassegnarsi a essere affamato e, alla prima occasione, eliminato».

È il momento di volgere lo sguardo, ora, al secondo predicato, da me esposto in apertura, allorché ho affermato che Le segrete del Parnaso sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore. Chi ha letto, ad esempio, Emporium. Poemetto di civile indignazione, del 2008, o Le catene del sole. Poemetti, del 2019, trova sviluppati qui pensieri e considerazioni che emergevano dai versi di quelle opere. Lo ricorda lo stesso autore, Marco Onofrio, in questo libro, riportando passaggi da Emporium – «È il classismo il nepotismo delle logge/ sono i muri invalicabili di gomma/ il “dimmi chi ti manda, non chi sei”/ da cui le camarille, le consorterie/ i privilegi ereditari della casta/ e la rabbia conseguente di chi urla/ “Adesso basta”» e il poemetto Disperatamente Italia da Le catene del sole. Le segrete del Parnaso è dunque un’opera che testimonia la continuità della passione operosa e della chiarezza del dire, passione e chiarezza che si manifestano, d’altro canto, anche nei numerosi studi monografici pubblicati da Onofrio: tra gli altri su Ungaretti (2008), Campana (2010), Antonio Debenedetti (2011), Caproni (2015). Lungi dall’essere soltanto un pamphlet, vivace e argomentato, ma limitato al suo genere, Le segrete del Parnaso – e giungo qui al terzo predicato dell’opera – è libro che costruisce. Che cosa? Una via comune dall’impasse, una via percorribile, per quanto essa sia ardua e ostacolata dalle «caste letterarie» e dalla «cultura mercificata e massificata». Questa via passa per il riconoscimento della sacralità della poesia. Il secondo dei cinque capitoli (più l’Epilogo) che compongono il libro si intitola significativamente Il mandato “sacro” della poesia, tra Potere, Potenza e sciocche fole. Nulla di fumoso, di rituale, di piegato a un “clero dominante”, bensì un poiein fiero e consapevole della propria gratuità: «Ora, il punto cruciale è che molti poeti cercano il Potere, anziché la Potenza a cui attingere il sacro della propria arte. […] Il poeta ricco di Potenza ma privo di Potere rischia di essere surclassato dal suo antagonistico dirimpettaio, il poeta ricco di Potere e privo di Potenza. È sempre stato così, certo, ma – ed è questa la novità – oggi più che mai e in misura determinante. La colpa è anche e anzitutto della pigrizia mentale dei fruitori che  […] tacciono il valore nascosto e viceversa amplificano il giubilo riconosciuto, ripetendo a pappagallo ciò che viene propinato dai mass media». La costruzione, in una visione di consapevolmente caparbio ottimismo – «Nutro malgrado tutto la convinzione fideistica che la poesia possa rivendicare, oggi ancor di più, un ruolo energetico di compensazione agli squilibri prodotti dai sistemi ordinatori del mondo» – necessita di tre condizioni, tutte chiaramente delineate da Onofrio: la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità; la restituzione di significato alla parola poetica; il recupero del “valore” specifico della letteratura. In che cosa consiste questo peso specifico? Marco Onofrio fornisce una risposta che ritengo illuminante proprio in vista di una progressiva, dinamica, condivisa costruzione del sapere come forma di resistenza al consumo manovrato dalle caste in una società che, sotto l’apparente e sedata illusione di uguaglianza e pari opportunità, si fa di giorno in giorno più classista. La poesia è, afferma Onofrio, modello epistemologico di coscienza, di armonia, di “anima creatrice” vivificante, formidabile connessione tra ambiti apparentemente inconciliabili.

Anna Maria Curci

«Non mi credevo, ero»… “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Fausta Genziana Le Piane

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“I poeti non capiscono quello che dicono,
ma dicono prima di capire,
e quella è la verità”        

Corrado Alvaro, L’età breve
 

Essere diversi, questo è il dilemma. Essere dei disadattati, dico io. Forse. Diversi nell’anima, quell’anima che, indomita, non si sottomette a nessuna legge che non sia la sua: “Già, chi mi credevo di essere? Non mi credevo, ero. Abitato da una presenza interiore che già da allora mi faceva avere le “visioni”, inviandomi suoni e parole che neppure conoscevo. Quando, così, lo stigma della vocazione artistica ebbe modo di manifestarsi, canalizzandosi attraverso una notte di lucidità medianica che altrove ho già descritto, scelsi infine la strada della letteratura, preferendola a quella della pittura e della musica (che pure mi erano assai congeniali), non solo per obbedire alla mia più prepotente e inevitabile vocazione espressiva, ma anche perché ero convinto che, rispetto alle altre, meglio si adattasse alla natura libera, introversa e tendenzialmente asociale della mia indole, tra “orso” e “leone”, pur avendo proprio per questo il culto della buona amicizia.” Chi scrive così è Marco Onofrio che nel suo saggio dal titolo “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, 2020), fa il punto sulla situazione attuale del mondo letterario in Italia. “E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche.” (op. cit., p. 64).

Spietato e lucido, Marco Onofrio affonda il bisturi nelle piaghe infette delle caste letterarie attuali, indagandone  in profondità gli aspetti e dandone talora anche le motivazioni. Lo scrittore incalza: denuncia tutti gli altarini, tutte le responsabilità a cominciare da quella degli editori fermi nelle loro proposte editoriali; constata il venir meno dei criteri di storicizzazione della letteratura e l’oggettivo dominio della tecnica; analizza il fraintendimento che si nasconde dietro la confusione tra il mondo degli scrittori veri e l’inganno dell’appartenenza allo star system: “Lo scrittore non sarà mai un cantante o un attore¸ non può neppure  assimilarsi al loro connaturale bisogno di popolarità. Sono nati per fare cose diverse.” (op. cit., p. 19); indaga il ruolo giocato dai piccoli editori, attenti ancora alla qualità degli scritti, unico baluardo verso la corsa alla mediocrità; sottolinea il ruolo del poeta (“Il poeta compie un rito di fondazione ancestrale, anticipando la propria morte nella forma lapidaria della parola scritta e poi stampata, che estrae da se stesso, dal mistero della propria verità”, op. cit., p. 24), e della poesia, che è “forte del suo essere diversa, appartata, irriducibile, e deve appunto difendere la specificità del proprio spazio di resistenza umana, senza coprirsi di ridicolo imitando ambiti che non le pertengono e non le appartengono.” (op. cit. p. 27); parla di meccanismi della industria culturale; denuncia “la pigrizia mentale dei fruitori che tacciono, confondendo il valore nascosto e viceversa amplificando il giubilo riconosciuto, ripetendo a pappagallo ciò che viene propinato dai mass media” (op. cit., pp. 25-26); sottolinea il fatto che tutti scrivono e quasi nessuno legge; addita il dilagare degli editori a pagamento; la volontà di preservare lo status quo da ogni spinta eversiva e/o sovvertitrice; l’invasione dei linguaggi medianici. E tanto altro ancora. Aggiungerei che molti critici sono compiacenti e danno la patente di poeta e di scrittore a chi non lo è, scrivendo recensioni osannanti: “Accade così, al critico ancora in buona fede, di trasecolare continuamente sia per la mediocrità degli autori acclamati sia per l’eccellenza degli autori negletti.” (op. cit., p. 66). Ma non è sempre così…

È possibile interrompere questo circolo vizioso? Marco Onofrio propone concretamente come cercare di contrastare questo stato di cose: “con l’arma della verità, seppure indigesta e scomoda” (op. cit., p. 37). “Condividere le esperienze, unire le voci, intrecciare le singole, inutili ribellioni (inutili fintanto che singole). Creare, come diceva Gramsci, una contro-egemonia culturale “dal basso”. Tre cose servirebbero con urgenza: la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità; la restituzione di significato alla parola poetica e letteraria: darle nuova linfa, nuova energia, nuova capacità di presa e di rappresentazione. Che la parola torni a scavare dentro se stessa e a dare lievito al mondo; il recupero del “valore” specifico della letteratura.” (op. cit., p. 53).

Nel leggere questo pamphlet mi sono ritrovata in ogni singola parola dello scrittore, riconoscendo tutte le caratteristiche di quel mondo letterario fasullo descritto e molto ben conosciuto da me: confermo tutto. E non si tratta di invidia, livore, recriminazione personale. Non è così: “voglio dire, non è il disprezzo della volpe che non arriva all’uva” (op. cit., p. 72). Confermo: non può esserci gelosia perché ogni artista ha il proprio campo di indagine e la propria personalità. Al di là di tutte le verità da Marco Onofrio enunciate, le sue parole riportate all’inizio di questo scritto esprimono ciò che manca abissalmente al mondo letterario in Italia in questo momento: la vocazione e il talento, due espressioni dell’individuo che non si possono comprare e che non possono essere copiate. Tutto il resto, le relazioni sociali, stare nel giro, parlare con i giornalisti, con i critici, con l’assessore alla cultura, ecc. non fanno altro che coprire questa carenza o vuoto del sistema.

Se la battaglia come dici tu è appena cominciata, ecco sono dalla tua parte, caro Marco, con la mia “tigna calabrese”, asociale, solitaria, libera e intemperante, che, come te, dà importanza alla riflessione, alla concentrazione e allo studio. Spadaccino, guascone che porta il vessillo degli spiriti liberi, di coloro che non si saziano di rospi, sei.

CYRANO: “Lo so bene che alla fine mi vincerete; non importa: io mi batto! Mi batto! Tetragono a ogni ricatto!” (Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac).

Fausta Genziana Le Piane

“Le segrete del Parnaso” recensito da Palmira De Angelis su «Voce Romana»

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Nel suo ultimo libro “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi edizioni, 2020), Marco Onofrio descrive i meccanismi di selezione nell’industria culturale italiana. Ci spiega come gli editori scelgono i manoscritti per la pubblicazione, come il testo stampato arriva nelle librerie e come gli scrittori riescono a farsi pubblicità sui quotidiani nazionali e in Tv, rilasciando interviste e aggiudicandosi premi. Parallelamente, attingendo alla propria esperienza, apre una finestra sul mondo universitario, il luogo per eccellenza dove la ricerca ha lo scopo di far avanzare il sapere e permettere che venga condiviso. Non si dovrà però credere che il testo sia un manuale informativo. Tutt’altro: si tratta a tutti gli effetti di un libro politico, nel senso originario e proprio del termine, perché rappresenta ambiti che appartengono alla dimensione più alta della vita civile indicandone impietosamente i vizi.

L’autore si augura di raggiungere un pubblico di lettori ampio, che includa anche quella “gente comune” generalmente disinformata e spesso indifferente alle modalità di produzione e diffusione della cultura per la convinzione che tali argomenti interessino solo gli addetti ai lavori. C’è una motivazione etica che lo spinge: vuole mettere nero su bianco quanto avviene nella realtà italiana perché, ci ricorda, la cultura è linfa vitale nell’esistenza di ogni individuo per come viene fruita, assorbita e ricreata in ogni atteggiamento e in ogni decisione; quindi, ciò che risulta disfunzionale nella fase di produzione e diffusione, nell’editoria come nell’accademia, non può che danneggiare ognuno di noi.

Scrittore prolifico egli stesso, consulente editoriale, recensore, ideatore di eventi culturali, Onofrio ha la possibilità di osservare quanto descrive da un punto di vista ravvicinato, tanto da poter affermare senza velature che molti e gravi sono i problemi e i danni.  Manca la meritocrazia, il coraggio, la lungimiranza, proprio in un settore che non dovrebbe volere altro per alimentarsi. Al loro posto abbiamo cooptazione e baronaggio. Da tanto tempo ormai siamo in una condizione di stagnazione, se non di propria regressione, perché non si promuove chi più vale, avendo come obiettivo il rinnovamento e l’avanzamento culturale e scientifico. Si preferisce, al contrario, ignorare il talento e la preparazione, per accogliere i soliti figli e figli di amici e amici di potenti che restituiranno il favore. E ciò su larga, larghissima scala.

Storia vecchia? Annosa questione? Assolutamente sì, se è vero che gli scrittori che hanno mantenuto l’integrità morale, i ricercatori che faticano a farsi riconoscere, gli insegnanti più impegnati intellettualmente ne parlano, eccome, ma ormai quasi sempre sottovoce, con la rassegnazione che arriva dopo anni di battaglie perdute, oppure con la rabbia degli esclusi. Da tempo si è smesso di denunciare e di informare. E di sperare. Sono lontani quegli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, gli ultimi in cui ancora si voleva credere alla possibilità di un cambiamento e di una rigenerazione. Nei decenni successivi, fino ai nostri giorni, i metodi di cooptazione si sono progressivamente affinati, rafforzandosi e invadendo ogni ramificazione dell’industria culturale.

Cosa c’è dunque di nuovo?

C’è anzitutto che la situazione si è incancrenita: ormai le storture sono diventate sistema, non c’è nemmeno più camuffamento, forse nemmeno più consapevolezza del danno che si provoca. La rassegnazione e lo scoraggiamento di chi viene tenuto fuori dalle “segrete del Parnaso” è tale che più spesso si rinuncia, con una perdita per il paese nemmeno immaginabile, perché il genio e l’unicità non si possono immaginare.

Avviene, inoltre, che il ruolo stesso dello scrittore sia ormai cambiato drasticamente. Non è più maestro del pensiero, ma giullare dei media e dei social, tanto che, scrive Onofrio, «la letteratura ormai si fonda più sul presenzialismo, le pubbliche relazioni e l’uso spregiudicato delle virtù sociali, che non su ciò che davvero si scrive, pagine alla mano». Lungi dal dissociarsi da tale asservimento, molti sono caduti nella trappola: «Amano più se stessi e il proprio successo, appunto, che la propria arte». Del resto anche i lettori li stimano solo se li vedono in Tv, magari invitati ai talk show per parlare di tutto fuorché del loro lavoro.

Ciò è la prima conseguenza del fatto che non ci viene offerto alla lettura il meglio che potremmo avere, ma per lo più opere mediocri e non originali, «la fotocopia di una fotocopia, che a furia d’esser riprodotta si sbiadisce sempre più». Se il valore del prodotto culturale è sempre più basso – la diffusa sciatteria nell’uso della lingua accompagna la superficialità della visione – anche il gusto del pubblico si degrada e non riconosce più il letterario. Ci si diletta del libro come fenomeno effimero, accessorio patinato e semplice passatempo.

In questo panorama desolante sta a noi fare qualcosa di nuovo: abbandonare l’acquiescenza e la rassegnazione opponendoci apertamente a questo sistema. Da qui l’importanza di informare quanti non sanno. Onofrio ci prova nella speranza che il suo j’accuse renda «edotti anche e soprattutto gli autori, esordienti e non, che ingenuamente credono ancora nelle favole, quelle partorite dalla loro immaginazione e quelle propinate dallo stesso sistema corrotto». Non perché si scoraggino, ma perché affrontino con più strumenti la loro personale battaglia. Nel contempo, ci dice, l’obiettivo potrà e dovrà essere più ampio, e sarà quello di far comprendere come la cultura, la sua produzione e il suo uso, siano aspetti essenziali nella vita del paese perché toccano «ambiti da cui sono coinvolti i problemi della libertà, della democrazia, della vita civile, della storia».

                                                                                             Palmira De Angelis

“Le segrete del Parnaso”, letto da Patrizia Pallotta




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Armato di un coraggio non comune, che peraltro è da sempre tra le sue prerogative, Marco Onofrio ha da poco pubblicato il pamphlet “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, 2020), dove disquisisce sulle problematiche occulte del mondo letterario, affrontandone i relativi, scomodi argomenti.

L’analisi dettagliata che lo scrittore conduce è una “sfida aperta” che ha sapore di “denuncia”. Si tratta di verità non conciliabili per molti e quasi sempre taciute o vagamente sottintese, malgrado la consapevolezza della loro esistenza. Il riferimento al monte Parnaso, scelto non a caso per il titolo, richiama il concetto di “ierogamia”, atto a significare le nozze fra una divinità e una persona umana. Secondo la mitologia greca il Parnaso era dedicato al dio Apollo, protettore delle arti e sede delle nove muse. Il testo di Onofrio implica a mio dire questa metafora di alto discernimento, che reca quasi sottotraccia qualche nostalgia per la pienezza di un mito ormai impossibile da riportare ai giorni nostri. La parola ha perso la sua dimensione ontologica, cioè «lo statuto “alto” di credibilità e sensibilità che la rappresentava su un piano di consistenza e riconoscibilità dei valori, dei contenuti, degli stili». Ora il mondo letterario tenta di funzionare come una specie di “star system”. Gli autori, cioè, invece di lavorare seriamente, cercano solo di farsi notare, auto-promuovendosi e sgomitando per inseguire le chimere del “successo”.

Qual è il fulcro del problema, esposto con lucidità intellettuale ed eleganza stilistica dall’autore? I giochi “truccati”, la corruzione, la scarsa trasparenza che si annidano dietro le quinte (appunto le “segrete”) delle istituzioni letterarie, dove tutto sembra regolare ma non è. Onofrio parla in realtà di meritocrazia e, più a largo raggio, di civiltà democratica. Ma anche di diseducazione del pubblico, ormai obnubilato dalle mode più effimere e come incapace di autentico giudizio critico. Annotazioni illuminanti di stampo storico, sociologico e politico vengono via via evocate a supporto del discorso fondamentale che impegna Onofrio, e non solo in questo libro, in un “corpo a corpo” direi psicanalitico con il Potere, da cui si sente escluso – e di ciò sembra lamentarsi – ma al quale non potrebbe comunque appartenere, incapace com’è di accettarne gli usi, gli abusi e i soprusi, ovvero i compromessi e i bassi traffici continui. Da qui, l’apparente contraddizione.

Però forse Onofrio non disdegna il potere in se stesso, bensì quello deviato dal buon governo, cioè dalla sua destinazione comunitaria. E infatti oggi, secondo lui, l’Italia è in mano alle massonerie che l’hanno trasformata in oligarchia, cioè in dittatura strisciante sotto vesti democratiche, dove tutto in realtà viene deciso a tavolino e a prescindere dal merito dei candidati. I premi letterari, per esempio, sui quali Onofrio scrive: «Ho visto di persona come si svolgono i lavori all’interno delle giurie. O tutto è deciso “a priori”; o, se non è deciso, vi prevalgono logiche indipendenti da una analisi seria e profonda dei testi a concorso. I giurati spesso neppure li sfogliano. Sono altri gli oggetti di discussione. E quindi ci si chiede quale autore ci conviene premiare?» Le logiche di convenienza presiedono ai meccanismi di “cooptazione” che impongono i “raccomandati” e bloccano chi invece – per incompatibilità sociale o estraneità politica – “deve” essere ostacolato poiché pericoloso concorrente. Onofrio sente e dimostra di appartenere a questa seconda categoria (quella degli esclusi, degli invisibili), nonostante – o proprio per? – l’enorme lavoro svolto e maturato, senza dipendere da nessuno, in quasi 30 anni di carriera letteraria. Indipendenza e libertà, evidentemente, sono peccati originali che in Italia si pagano caro.

La sua denuncia, lanciata anche a nome della stragrande maggioranza degli autori (i privilegiati sono pochi, giacché la casta è per definizione elitaria), merita di essere ascoltata e discussa oltre i “muri di gomma” di un sistema che proprio nel silenzio omertoso confida per sopravvivere e riprodursi. 

Patrizia Pallotta

“Le segrete del Parnaso”: l’intervista su Metamagazine

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http://www.metamagazine.it/marino-onofrio-a-360-sulla-cultura-fra-fuga-di-cervelli-e-meritocrazia/?fbclid=IwAR1IO6wd0KPxHCU14eA7-7Yk_K0evt50axTxuDudM7qItd3eaR_bAwGDvKI

Marco Onofrio ha sempre dimostrato di essere uno scrittore coraggioso, diretto, senza peli sulla lingua. Ora ne dà l’ennesima, dirompente prova con un pamphlet di un centinaio di pagine dedicato allo svelamento dei meccanismi nascosti dietro le quinte e le facciate della cultura nostrana. Il volume, tascabile e di gradevole aspetto, si intitola emblematicamente “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, settembre 2020), e procede ad una analisi meticolosa delle ragioni storiche e sociali che presiedono alla condizione attuale degli scrittori e degli intellettuali, da quelli sommersi a quelli affermati. Onofrio vuota il sacco e dice veramente tutto sulle storture che impediscono la meritocrazia, in letteratura come in altri settori del Paese. E lo fa con sincerità assoluta, unendo al “vulcanismo” solito della sua verve polemica una lucidità di sguardo così limpida e affilata da ricordare gli illuministi francesi del ‘700 o, in tempi a noi più vicini, le pagine “corsare” di Pasolini. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive dal 2006, per rivolgergli qualche domanda sul nuovo lavoro, il trentacinquesimo libro della sua prolifica carriera letteraria.   

Onofrio, ci risiamo. Dopo i versi tambureggianti di “Emporium”, il suo poemetto civile recentemente tradotto e pubblicato in Spagna, e dopo le fiammeggianti denunce contenute nei racconti visionari di “Energie”, ora questo pamphlet che ha la forza esplosiva di un ordigno atomico. Quando si esaurirà la carica della sua indignazione?

Quando vedrò un mondo più giusto intorno a me, intorno a noi: cioè, mai. La mia sete di giustizia e verità è irriducibile, finirà solo col mio ultimo respiro. Più vado avanti negli anni e meno riesco a rassegnarmi.

Che cos’è che non funziona nel mondo letterario italiano?

Mi chieda, piuttosto, che cosa funziona. I giochi sono truccati, le faccende “ufficiali” decise a tavolino: chi ambisce a livelli importanti deve maneggiare delle garanzie di tipo politico o familiare, pena l’ostracismo. Il talento e il lavoro non bastano, se non a raggiungere l’aurea mediocrità di un’eco limitata; se si punta alle vette, cui legittimamente dovrebbero portare i meriti acquisiti con le “sudate carte”, ci si imbatte negli infiniti ostacoli frapposti dal Potere per bloccare l’ascesa ai “non autorizzati”. Oltre un certo punto non si va, ci sono i muri di gomma. E chi “sgarra” viene punito. La punizione è simbolica solo perché la letteratura conta infinitamente meno della politica o del malaffare, dove circolano interessi economici enormi, ma il principio è lo stesso: le persone scomode vengono “eliminate”.

Dinamiche e terminologie di stampo mafioso…

E che cos’è, la massoneria, se non una forma di mafia? La gestione occulta di ciò che invece dovrebbe essere trasparente e democratico determina la selezione dei candidati in liste “dorate” (privilegiati, raccomandati, predestinati) e “nere” (coloro che viceversa sono da escludere, soprattutto se meritevoli). A chi si ostina a rompere le uova nel paniere si crea il vuoto attorno. Isolamento, Esclusione. Maldicenze. La speranza è che il pericoloso “outsider”, stanco di non ottenere i risultati che merita, si scoraggi e a un certo punto molli la presa. Ma con me hanno fatto male i conti: io sono fatto in modo tale che più ostacoli trovo, più mi diverto a insistere.

Le maldicenze sono tipiche di ogni ambiente professionale, non crede?

Certo! Un conto però quelle messe in giro dai colleghi gelosi, un altro quelle decretate come sentenze punitive dai vertici di chi governa nelle “segrete” del sistema. Se non possono colpirti sul piano del merito, cercano di farlo sul piano umano: per esempio, diffondendo la voce che hai un “brutto carattere”. Nella maggior parte dei casi significa che sei una persona integra e non malleabile, cioè poco disposta a recedere dai suoi principi etici. E questo per il Potere è un difetto intollerabile.  

Perché, secondo lei, la cultura italiana oggi “funziona” così?

Perché è lo specchio di un Paese che “funziona” tutto così. Non conta tanto il curriculum o il lavoro svolto, quanto bensì i contatti, le amicizie, le entrature, e insomma i sistemi di convenienze che ti vengono cuciti addosso dalla famiglia o dalla politica. Se non sei caldeggiato da una struttura di potere in grado di garantire su chi sei e ciò che ha fatto o potrai fare, non avrai mai l’autorevolezza di ottenere gli incarichi ufficiali che, per quanto dimostrato, già meriteresti. Ecco la cosiddetta “fuga dei cervelli”: le tante, troppe eccellenze soffocate dal sistema-Italia, che trovano in altri Paesi una degna o più adeguata corrispondenza al merito. La cultura italiana è, da ultimo, un meccanismo non di promozione sociale ed evoluzione civile, ma di riproduzione dei rapporti di potere, funzionale al consenso e al privilegio. La chiusura oligarchica riflette quella di un Paese dove l’ascensore sociale è fermo da almeno vent’anni, fossilizzato sullo “status quo” e governato per vie occulte dalle massonerie.

Quindi, Onofrio, lei parla di un problema trasversale a tutti gli ambiti professionali?

Assolutamente sì, il sistema riproduce ovunque le sue metastasi. Io ho parlato per il mondo che mi compete come scrittore professionista, ma praticamente le stesse denunce potrebbero – e, anzi, dovrebbero – farle gli esponenti di ogni settore (università, giornalismo, avvocatura, medicina, spettacolo, ecc.). Anche il calcio, che pure per natura dovrebbe essere meritocratico, soffre delle medesime storture. Si legga per esempio il recente sfogo di Claudio Gentile, indimenticato campione del mondo 1982, la cui brillante carriera da allenatore è stata “bloccata” solo perché incompatibile con la mediocrità e l’ipocrisia indispensabili a fare carriera e ad essere cooptati.

E lei non prevede conseguenze personali?

No, poiché sono già oggetto di ostracismo (il sistema ha rilevato da anni le mie “intemperanze”, decretando pollice verso) e non ho niente da perdere, né incarichi ufficiali né posizioni di potere; proprio per questo sono nelle condizioni di dire che il re è nudo.  

Quali reazioni prevede al suo pamphlet?

Mi piacerebbe che spingesse al coraggio di vuotare il sacco anche altri professionisti; sarebbe interessante, poi, confrontare le rispettive esperienze per dare vita a un movimento di liberazione democratica fondato sulla rivendicazione del merito in ogni ambito della società italiana. Quanto al mondo letterario, si potrebbero ipotizzare reazioni di scandalo e biasimo, se è vero che – come scrive Cicerone – “l’ossequio partorisce amici, la verità odio”. In realtà mi aspetto esiti di indifferenza e silenzio assoluto, dall’alto e dal basso. Quelle dall’alto le capisco, quelle dal basso no. Ho dato voce al malcontento di centinaia di colleghi che ogni giorno inciampano sugli stessi ostacoli da me descritti, ma ora (ne sono quasi certo) si guarderanno bene dal condividere ciò che ho denunciato per me e per loro, o dal dimostrarsi partecipi e solidali, forse per il terrore di compromettersi agli occhi del Potere o per il timore che il mio libro possa avere successo. L’ipocrisia regna sovrana nel mondo letterario, e non solo. Sta di fatto che una voce isolata, per quanto dirompente, ha un impatto risibile e pressoché nullo; solo dal confronto degli sguardi e dall’unione delle esperienze può scaturire una forza autentica di cambiamento.

F. G.

“Le segrete del Parnaso” su “Il Caffè dei Castelli romani” dell’8 ottobre 2020

Ha sempre ricercato e perseguito la verità: è una delle caratteristiche peculiari di Marco Onofrio, il noto scrittore romano naturalizzato marinese. Ora, nelle vesti congeniali di polemista, pubblica con una casa editrice coraggiosa e volitiva quanto lui, “Terra d’ulivi” di Lecce, un pamphlet dedicato allo svelamento dei meccanismi nascosti dietro le quinte e le facciate della cultura nostrana. Il libro, breve e intenso, si intitola emblematicamente “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia”, e procede ad una analisi meticolosa delle ragioni storiche e sociali che presiedono alla condizione attuale degli scrittori e degli intellettuali, da quelli sommersi a quelli affermati. «Malgrado i successi nazionali e internazionali, dopo quasi trent’anni di carriera d’autore e trentacinque libri editi», afferma Onofrio, «ho sentito la necessità etica di demistificare la “realtà vera” del mondo letterario italiano, scorporandola dalle favole speciose e analizzandone lucidamente le dinamiche alla luce del sistema-Italia. La letteratura è una jungla di ipocrisie, invidie, maldicenze, opportunismi, caste e congreghe in perenne lotta tra di loro. Ma è soprattutto una valigia con il doppio fondo, piena di giochi truccati, dove oggi contano sempre meno il merito, il lavoro serio, l’appartato e fruttuoso raccoglimento, ovvero il riscontro oggettivo delle “sudate carte”, e sempre più – purtroppo – l’abilità sociale di vendersi, presenziando, sgomitando e scavalcando, o la condizione aprioristica di chi con le prebende e i privilegi ci si ritrova fin da bambino, a prescindere dal merito, grazie alle entrature familiari. Il libro diventa così, in filigrana, un itinerario di approfondimento sulla democrazia in Italia, sui diritti costituzionali, sulle trasformazioni storiche che stanno riportando in auge le formule del più vieto e deteriore classismo. Ho “semplicemente” detto ciò che molti sanno ma che, per timore e opportunità, preferiscono fingere di non sapere. Il libro vorrebbe aprire gli occhi agli autori, esordienti e non, ancora illusi che il campo sia libero e aperto onestamente al merito. Auspico infine che questa operazione smuova altri professionisti a parlare fuori dai denti, denunciando l’inquinamento massonico da qualche anno in atto nei rispettivi settori. L’Italia deve tornare ad essere un Paese a base meritocratica, o è destinata a non avere un futuro».   

F. S. 

“Le segrete del Parnaso”: la recensione di Dante Maffìa

Per la prima volta ho pensato che come recensione andrebbe offerto l’intero libro, perché le argomentazioni sono infinite e Marco Onofrio ha saputo sintetizzarle da par suo, senza dimenticare una sola delle tesi che gli stanno a cuore sull’argomento. Argomento scottante al punto che si accettano scommesse sul fatto che oltre la mia Onofrio non riceverà nessun’altra recensione. Certe cose si tacciono, perfino il polverone confuso creerebbe problemi ai leccapiedi, ai ruffiani, alle puttanelle di turno.

Onofrio è stato capace di focalizzare la situazione attuale dell’editoria in Italia con una lucidità che mi ha messo angoscia. Perché la prima reazione è l’incredulità. Poi però lo sguardo serenamente si posa sui comportamenti dei “lettori di professione” che, se trovano un libro importante di un principiante o un libro interessante di un vecchio scrittore sempre tenuto in disparte, lo indirizzano al piccolo editore o addirittura a un libraio.

Sì, purtroppo ormai “la confezione vale indipendentemente dal contenuto”, e “il vassallaggio è condicio sine qua non per fare carriera”, come sono veri e verificabili gli esempi portati pagina dopo pagina da Onofrio e la cosa non dispiace perché ha toccato lui, me e altri, ma dispiace perché il metro e la misura di tutto sono affidati a personaggi ambigui, manutengoli che eseguono ordini tassativi e riverberano le situazioni su ogni campo del vivere, su ogni rapporto, forse anche in quello amoroso. Viviamo ormai, sembra dirci Marco Onofrio, dentro un processo di rapporti che puzzano e che non sono poggiati sulle valenze del valore, ma semplicemente sulle amicizie, sui compromessi, sugli intrallazzi. Intendiamoci, il famoso “presente” che un tempo si faceva al signore, al potente, era un segno di stima; perfino Pitagora, andando in Grecia portò con sé delle anfore da regalare. Ma il significato era molto diverso, allora erano stima e non vassallaggio, non servilismo.

Nel libro troviamo esempi a catena del malcostume editoriale, ma Onofrio non risparmia poi nessuna istituzione e narra addirittura fatti accaduti personalmente a lui, per esempio, nei concorsi universitari. Insomma, siamo nella melma profonda, e ciò significa che spesso viene alzato un muro alto dinanzi al valore, costringendo chi ha grandi qualità ed è portato a realizzare buoni libri, a maratone infinite, a sfide e controsfide, a rivendicazioni che qualche volta sfociano in malo modo.

La domanda è: ci sarà una svolta? Ritorneremo a riconoscere il valore in chi lo possiede, daremo a Cesare quel che appartiene a Cesare? O cadremo sempre più in basso con rischio di rendere tutto un appassito campo di mediocrità che ci porterà, a lungo andare, allo sfacelo, alla perdita di ogni valore? Onofrio ricorda, tra mille altre cose, i comportamenti di Libero Bigiaretti nei confronti di Giorgio Caproni e di Eugenio Montale nei confronti di Lucio Piccolo. E il cuore si riempie di gioia, perché vedere che uno scrittore porge la mano al più giovane, a quello periferico, dà il senso di una continuità e di uno sviluppo culturale che fa sentire il progetto, le intenzioni di un proseguimento che va alla ricerca di crescere e di entrare nella pienezza del cammino umano. Già, ma chi si preoccupa più oggi di umanità? I princìpi sono spariti, le occasioni bisogna cancellarle altrimenti l’amico e l’amico dell’amico poi non trovano spazio e soprattutto vengono mortificati dalla bravura di chi li ha preceduti…

Sia chiaro, questo di Onofrio è un grido più che di allarme, di guerra, di vera e propria guerra, ma i versi di Leopardi mi chiudono occhi e cuore, perché, come ho detto all’inizio, “qua l’armi, io solo combatterà, procomberò sol io”. Il rischio è che Marco Onofrio neanche “Un giorno, forse non troppo lontano” capirà a chi ha dato fastidio. Marco! Hai dato e dai fastidio al Potere, qualsiasi machera indossi, e figuriamoci con questo libro così acceso, veritiero, libero. Ma non preoccuparti, non ti leggeranno, non ti denunceranno, altrimenti avresti visibilità e bisogna che tu non ce l’abbia. E sai perché? Perché la meriti.

Dante Maffìa

“Novecento e oltre” su “Il Caffè dei Castelli romani” del 4 giugno 2020

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Il periodo di quarantena non ha rallentato la vulcanica officina letteraria di Marco Onofrio, che ha anzi approfittato del forzato “riposo” per scrivere nuove opere e portarne a termine altre. Così, appena riaperte le tipografie, ecco la sua ennesima raccolta di saggi: “Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi” (EdiLet). Il faro al tramonto riprodotto nell’immagine della bellissima copertina la dice lunga sullo spartiacque tra due secoli che Onofrio si propone di esplorare. A vent’anni dall’inizio del nuovo millennio c’è ormai la necessaria distanza critica sia per fare un bilancio del secolo scorso, sia per evidenziare i fermenti che ne stanno portando “oltre” l’eredità e l’essenza. Il libro consta di 50 saggi critici, con addentellati europei, che configurano «una vasta e potente analisi del Novecento letterario italiano, e di alcune tra le più significative opere contemporanee». Ad una prima parte di “Preliminari” estetici, dove fra l’altro si parla di un mostro sacro come Benedetto Croce, segue una seconda di “Letture” focalizzata su alcune opere fondamentali, da ”Alcyone” di d’Annunzio a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, da “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti al “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda, da “Gli egoisti” di Bonaventura Tecchi a “La vita agra” di Luciano Bianciardi – ma si parla anche di Pascoli, Campana, Luzi, Calvino, Patti, Tomasi di Lampedusa, Ungaretti, Caproni, Pasolini, etc. Segue un “Intermezzo” dedicato ad autori meno noti o dimenticati (Pitigrilli, Malaparte, Manganelli, Fiorentino, Bajocco, Seccareccia, Dolores Prato), meritevoli di scoperta o riscoperta per la qualità oggettiva della loro scrittura e il valore emblematico delle loro opere. L’ultima parte, “Contemporanei”, procede alla lettura di 14 libri usciti dopo il 2000, soprattutto romanzi, e annovera anche tre autori legati al territorio dei Castelli Romani: Aldo Onorati, con “La speranza e la tenebra”; Paolo Di Paolo, con “Una storia quasi solo d’amore”; Lina Raus, con “Nostra signora Solitudine”. Il libro di Onofrio sarà utile di sicuro agli studenti, ma anche a chi desidera conoscere e approfondire la società italiana del secolo scorso, fino ai giorni nostri, attraverso i suggestivi riflessi della letteratura. E non spaventino le 416 pagine del volume: “Novecento e oltre” si legge tutto d’un fiato, come un romanzo, perché Onofrio è un eccellente saggista divulgatore e sa appassionare come pochi alla materia di cui scrive, proprio perché sincera e viva è anzitutto la sua passione.

M. S.