“Novecento e oltre” su “Il Caffè dei Castelli romani” del 4 giugno 2020

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Il periodo di quarantena non ha rallentato la vulcanica officina letteraria di Marco Onofrio, che ha anzi approfittato del forzato “riposo” per scrivere nuove opere e portarne a termine altre. Così, appena riaperte le tipografie, ecco la sua ennesima raccolta di saggi: “Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi” (EdiLet). Il faro al tramonto riprodotto nell’immagine della bellissima copertina la dice lunga sullo spartiacque tra due secoli che Onofrio si propone di esplorare. A vent’anni dall’inizio del nuovo millennio c’è ormai la necessaria distanza critica sia per fare un bilancio del secolo scorso, sia per evidenziare i fermenti che ne stanno portando “oltre” l’eredità e l’essenza. Il libro consta di 50 saggi critici, con addentellati europei, che configurano «una vasta e potente analisi del Novecento letterario italiano, e di alcune tra le più significative opere contemporanee». Ad una prima parte di “Preliminari” estetici, dove fra l’altro si parla di un mostro sacro come Benedetto Croce, segue una seconda di “Letture” focalizzata su alcune opere fondamentali, da ”Alcyone” di d’Annunzio a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, da “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti al “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda, da “Gli egoisti” di Bonaventura Tecchi a “La vita agra” di Luciano Bianciardi – ma si parla anche di Pascoli, Campana, Luzi, Calvino, Patti, Tomasi di Lampedusa, Ungaretti, Caproni, Pasolini, etc. Segue un “Intermezzo” dedicato ad autori meno noti o dimenticati (Pitigrilli, Malaparte, Manganelli, Fiorentino, Bajocco, Seccareccia, Dolores Prato), meritevoli di scoperta o riscoperta per la qualità oggettiva della loro scrittura e il valore emblematico delle loro opere. L’ultima parte, “Contemporanei”, procede alla lettura di 14 libri usciti dopo il 2000, soprattutto romanzi, e annovera anche tre autori legati al territorio dei Castelli Romani: Aldo Onorati, con “La speranza e la tenebra”; Paolo Di Paolo, con “Una storia quasi solo d’amore”; Lina Raus, con “Nostra signora Solitudine”. Il libro di Onofrio sarà utile di sicuro agli studenti, ma anche a chi desidera conoscere e approfondire la società italiana del secolo scorso, fino ai giorni nostri, attraverso i suggestivi riflessi della letteratura. E non spaventino le 416 pagine del volume: “Novecento e oltre” si legge tutto d’un fiato, come un romanzo, perché Onofrio è un eccellente saggista divulgatore e sa appassionare come pochi alla materia di cui scrive, proprio perché sincera e viva è anzitutto la sua passione.

M. S.

 

Dante Maffìa su “Novecento e oltre”. Recensione in forma di epistola

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Caro Marco, non meravigliarti, c’è sempre una prima volta, ed ecco una recensione in forma di epistola.
Caro, caro Marco, non t’aspettare elogi, sarai subissato da quelli che non appaiono nel tuo libro Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi (EdiLet, 2020, pp. 416, Euro 23), che non sono esclusi, semplicemente non sono stati ancora studiati, forse non lo saranno mai o lo saranno presto, ma la canea si scatenerà e finiranno addirittura col mettere in giro la voce che non è possibile che una sola persona possa avere prodotto e continuare a produrre romanzi, poesia e saggistica in questa quantità e con la qualità che ti appartiene. C’è sicuramente il trucco, hai dei negretti al tuo comando che ti scrivono le opere. E se si fermeranno a questa diceria ti sarà andata anche bene, perché la canea in genere ha mentalità mafiosa e non va oltre il proprio cortile, riconosce solo gli adepti, le ballerine scritturate.

Hai avuto, dopo avere dato alle stampe altri dodici volumi di saggistica (dico dodici! tra cui le monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni), il coraggio di scrivere un libro di oltre quattrocento pagine in cui ragioni (voce del verbo ragionare e dopo avere fatte le letture, sia chiaro), nella prima parte, di quelli che hai chiamato “Preliminari”, cioè parli di Benedetto Croce, di Lessing, di Omero, delle tecnologie linguistiche, per passare alla seconda parte, cioè alle “Letture”, tutte puntuali! Ma davvero sei stato capace di ripercorrere un itinerario così denso, interessante e scelto con cura? Davvero hai avuto modo di leggere Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, il Futurismo, Mario Luzi, Calvino, Gadda, Tecchi, Bianciardi, Patti, Ottieri, Pasolini e Fellini? E poi le “Scoperte” e le “Riscoperte”, andando a pescare in Malaparte, in Manganelli, in Zavattini, in Dino Segre, in Luigi Fiorentino. Sei pazzo? Dovresti imparare che se alcuni autori vengono messi da parte, dimenticati, spesso cancellati, c’è una ragione del Potere, quale che sia, che ha interesse a mettere a tacere quegli scrittori, quei libri. Sei pazzo, come vuoi che il potere ti assecondi e ti batta le mani, ti faccia i complimenti? Le riscoperte si fanno per ragioni politiche, mica per ragioni estetiche o di merito. In letteratura il merito non conta più, ti prego, non dimenticarlo.

I guai grossi comunque li hai combinati nell’occuparti dei “Contemporanei”: Raffaello Utzeri, Sabino Caronia, Paolo Di Paolo, Lina Raus, Paolo Corradini, Francesco Sisinni…Temo che sarai sfidato a duello e se non accadrà, non tornare mai solo a casa a tarda notte, rischi la vita. No, non dire che sono pessimista, perché ho fatto una decina di telefonate oggi pomeriggio dicendo che avevo tra le mani “Novecento e oltre” e la sola domanda che mi è stata fatta, prima ancora che io dicessi della mia gioia di leggere pagine così profonde, criticamente limpide, frutto di letture vere e ponderate, è stata “Ma io ci sono?”. Ho sentito all’altro capo del telefono parole aspre, che non ti ripeto, e la cosa che mi ha fatto e mi fa ridere è che ognuna di queste persone ha perentoriamente detto, quasi con le medesime parole: “Ma come? Un libro sul Novecento non ha senso senza la mia presenza, è sicuramente un aborto”.

Ora, se gli aborti sono creature così ricche, agili e affascinanti come il tuo “Novecento” ben vengano per la felicità dei lettori che sono realmente interessati ai libri belli, che contano, che sanno dare la dimensione del futuro, della bellezza intesa come strumento per rigenerare il senso della vita. Posso dirti comunque che alcune di queste pagine non solo le ho lette, ma anche rilette, perché mi hanno portato a stagioni dei miei studi che mi hanno visto frugare e appassionarmi ai testi di Giuseppe Antonio Borgese, di Emilio Cecchi, di Giuseppe De Robertis, di Enrico Falqui, di Pietro Pancrazi, di Donato Valli, di Giovanni Titta Rosa, di Giacinto Spagnoletti, di Luigi Reina, per fare appena qualche nome, e che mi hanno insegnato a saper entrare con attenzione e passione nelle pagine degli scrittori perché li avevano realmente letti. Come hai fatto tu. Che poi si debba essere sempre d’accordo con quel che hai affermato è altra faccenda, perché nelle letture c’entrano anche il gusto, la formazione, la sensibilità.

Questo tuo “Novecento” potrà essere prezioso per gli studenti e per i professori, anche perché sono illuminanti le affermazioni fatte sulle questioni metodologiche, che non si fermano alle enunciazioni, alla teoria, ma danno esempi probanti sempre tratti direttamente dai testi. Per quel che vale la mia testimonianza ti do atto che hai scritto un libro necessario, importante per entrare a testa alta nel mondo dei libri che, me lo insegni, sono creature straordinarie se saputi trattare con umanità, con intelligenza e con eleganza. Ma torno a ricordarti che, proprio perché hai dimostrato di essere bravo, troverai sul tuo sentiero veleni d’ogni genere. Perché non sei stato un mediocre menestrello che spampina sentenze, e di cani e porci dice “è il più grande scrittore del secolo”. Avresti avuto battimani a non finire.

Hai voluto essere bravo? Peggio per te. Non dimenticare di rincasare presto ogni sera.

Dante Maffìa

“La Trilogia di Lina Raus” recensito da Luca Priori sul free-press «Il Caffè dei Castelli Romani» del 19 dicembre 2019

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Sono ormai tanti anni che Marco Onofrio, il noto scrittore di adozione marinese, promuove la cultura ai Castelli Romani: non solo con i libri che scrive e i riconoscimenti che ottiene in Italia e all’estero, ma anche con gli autori del territorio che ha o ha avuto modo di valorizzare – in primis Aldo Onorati, di cui fra l’altro dieci anni or sono curò una importante antologia poetica. Ora si è spinto più in là: per Lina Raus, psicoterapeuta e scrittrice che vive e lavora a Grottaferrata, ha scritto e appena pubblicato una monografia, “La Trilogia di Lina Raus. Dalla psiche al benessere sociale” (Edilazio). Si tratta di un saggio critico di quasi 150 pagine dedicato alla narrativa della Raus, autrice di tre validi e fortunati romanzi (“Cara domestica follia” del 2012; “Il figlio femmina” del 2014; “Nostra signora Solitudine” del 2018) con cui ha coraggiosamente affrontato temi delicati e universali come la nevrosi, l’identità di genere, il pregiudizio sessuale, la famiglia, l’amore, l’amicizia, l’abbandono, il lutto, l’angoscia, la solitudine, etc. Lina Raus attinge alla sua grande esperienza umana, maturata ascoltando giorno dopo giorno le storie dei pazienti, per nutrire quello che lei stessa definisce “realismo possibile”, dove il verosimile diventa più credibile del vero poiché sa mettere in dialogo realtà e fantasia, ragione e sentimento, scienza e arte. La psicanalisi viene utilizzata come uno strumento potente per conoscersi dall’interno e svelare i segreti di una realtà che il mondo contemporaneo sta rendendo inafferrabile. Ecco la natura terapeutica di questi romanzi: storie di guarigione attraverso cui è possibile sciogliere qualche nodo, se non uscire dal disagio psichico sempre più diffuso. L’autrice, infatti, vuole contribuire al benessere sociale, cioè aiutare la gente ad affrontare il dolore e a sentirsi meglio. Scrive Marco Onofrio in un tratto illuminante del suo saggio: «L’uomo (sembra dirci Lina Raus) nasce buono e predisposto al bene: è il “disagio della civiltà” a deviarlo e a corromperne l’animo. Occorre depurare le persone da queste scorie velenose, liberando le loro energie represse e rieducandole all’etica della vita. Curarle fino a che, sufficientemente guarite, sappiano rapportarsi a se stesse, agli altri e alla realtà circostante con equilibrata e umanistica consapevolezza del tutto in cui si iscrive ogni decisione ed entro cui ricadono le conseguenze di ogni gesto».

Luca Priori

 

18 novembre 2019: Luca Priori intervista Marco Onofrio su “Anatomia del vuoto” (ilmamilio.it)

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/20055-marino,-esce-%E2%80%9Canatomia-del-vuoto%E2%80%9D-di-onofrio.html?fbclid=IwAR3CZWDEWWyHOWM5ITHTWaVL48g2CrSbxPq9i-wqiW_O0Ofal1cZjf3Na4Y

Marco Onofrio ha pubblicato a Milano, con le edizioni La Vita Felice, il suo nuovo libro di poesie: “Anatomia del vuoto”. Neanche il tempo di presentarlo e già subito un exploit: l’opera è finalista al prestigioso Premio “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, sezione poesia edita. L’ennesimo riconoscimento di uno scrittore che è ormai vanto della nostra regione, e non solo. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive con moglie e figlia.

Marco, sei nato a Roma nel 1971 ma vivi da diversi anni a Marino. Ti senti più romano o marinese?

Entrambe le cose, e per molti versi sono identità complementari. A Marino vivo dal 2006; prima stavo a Grottaferrata dove mi sono trasferito, salendo da Roma, nell’ormai lontano 1988. Ho dunque passato più tempo della mia vita ai Castelli che a Roma. Ai Castelli ho scritto tutti i miei libri, ed è indubbio che qualcosa della loro atmosfera sia stato determinante nell’ispirarmi le pagine che ho pubblicato, a partire dal 1993. I Castelli hanno liberato e nutrito la mia creatività. Mi sento romano e, diciamo così, marinese-castellano “di adozione”.

Come nasce “Anatomia del vuoto”?

È un libro a cui ho lavorato per almeno quindici anni, attraverso molte stesure e innumerevoli revisioni. Credo sia la mia opera poetica più intensa e impegnativa, tutta incentrata sul tema cardine del vuoto e sul tentativo di definirlo, rappresentandolo in senso metafisico. Il vuoto non solo come materia connettiva del cosmo, fino agli estremi limiti delle sue incommensurabili distanze, ma anche come “condicio sine qua non” della umana significazione, ovvero del processo che ci consente di riempirlo con le “vicende” che ci rappresentano, a partire dalle esperienze fondamentali della nostra vita, l’amore, la solitudine, il dolore, la morte.

Discorsi alti e difficili, per palati fini…

Detto così, sembrerebbe: è la poesia stessa, come genere letterario, che punta ad esprimere le cose grandi, cioè le verità nascoste al di sotto dell’apparenza. Anche per questo, forse, ha così pochi lettori: pochi ma buoni. Ho sempre apprezzato le potenzialità di svelamento metafisico che le competono, anzitutto come intensità dello sguardo e della parola. La poesia secondo me deve rendere visibile l’invisibile, cioè darci uno specchio in cui venga riflessa la realtà autentica che sta oltre gli inganni del quotidiano. È uno strumento fondamentale di comprensione del mondo. Ed è proprio la volontà “ostinata e contraria” di capire il mondo, cioè il mistero della vita e della storia, a nutrire da decenni il mio percorso di ricerca.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alle opere precedenti?

La precisazione dello scavo. E una semplificazione dello sguardo mai così attenta e piena di significati, tutta concentrata in direzione dell’essenza. È una poesia che finalmente brucia le scorie della letteratura e che cerca di coincidere con la voce stessa della vita.

Questo è il tuo tredicesimo libro di poesia e il trentaduesimo di sempre. Perché scrivi così tanto?

Perché ho molte cose da dire, e la vita è troppo breve per dirle tutte. Scrivere per me è vivere, anzi: “scrivivere”.

Un conto scrivere, un conto pubblicare…

Solo pubblicato un libro appartiene al mondo, cioè alla gente che lo legge e può farsene trasformare. Il numero delle pubblicazioni dipende dal fatto che scrivo su più tavoli, occupandomi in contemporanea di poesia, critica letteraria e narrativa.

Ti senti più poeta, più critico letterario o più narratore?

Ho uno sguardo da poeta, che tende a trasfigurare il particolare in senso universale. Questa visione analitica e al contempo globale mi porta ad essere, come dicono, un buon critico letterario. Il narratore è sottomesso alle briglie del poeta, nel senso che mi interessa approfondire i dettagli in una luce fantastica e visionaria, piuttosto che raccontare storie: infatti prediligo il racconto breve al romanzo tradizionale. Anche se la prosa mi fa sentire infinitamente più libero del verso: ed è da questa intima contraddizione che nasce la spinta propulsiva della mia scrittura…

Insomma, dai l’impressione di un fiume in piena: un libro segue l’altro e la tua officina creativa sforna opere a ripetizione.

In realtà ogni libro esce coi tempi suoi, come scegliendo autonomamente le strade che lo portano ad esser pubblicato. Ma devo dire che il meglio, forse, è ancora inedito: ci sono opere già finite che ritengo importanti e che attendono la loro opportunità.

Ma così dedichi poco tempo alla promozione…

Lo so. Ci sono autori che presentano lo stesso libro per anni. Io dopo la terza-quarta presentazione comincio a vergognarmi di ripetere le stesse cose. Sono più concentrato sul versante della produzione, mi diverte di più.

Ehm, dicci la verità: non è che per caso sta per uscire un nuovo libro? Malgrado “Anatomia del vuoto” sia stato pubblicato da appena un mese?

Ehm, sì. È un libro di critica letteraria, sulla narrativa di Lina Raus: una scrittrice psicoterapeuta che vive e lavora, fra l’altro, a Grottaferrata. Il libro uscirà in tempo per la prossima Fiera “Più libri più liberi”, dove sarà esposto in anteprima.

Lo sospettavo…

Ed è appunto con questa “anteprima” che salutiamo l’instancabile scrittore di Marino, dandogli appuntamento a breve per gli sviluppi ulteriori del suo percorso.

(a cura di Luca Priori)

 

“Cara domestica follia”, di Lina Raus. Lettura critica

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Leggendo Cara domestica follia (EdiLet, 2012, pp. 108, Euro 12), mi sono divertito a trovare alcuni punti di contatto con un suo illustre antecedente – almeno (e non solo) come modello di genere letterario: La coscienza di Zeno di Italo Svevo.
E quindi:
– la struttura di autobiografia “aperta” sotto forma di diario psicanalitico. Francesca riceve l’incarico da Lina, la psicoterapeuta (come già Zeno Cosini dal dott. S.), di ripercorrere per iscritto il proprio passato, in funzione della cura. L’iniziativa di pubblicare queste memorie si deve realmente a Lina. Il dott. S. le pubblica per fare un dispetto a Zeno;
– l’oscillazione continua tra salute e malattia, narrazione e interpretazione, desiderio e aridità sentimentale, bisogno degli altri e incapacità di rapportarsi;
– i tortuosi, labirintici percorsi attraversati: entrambe le narrazioni si producono come scavo negli abissi della psiche, analisi delle pieghe del tempo, tentato scioglimento di nodi e gangli del pensiero;
– la malattia come occasione di autenticità e strumento di conoscenza, anche se risulta impossibile il raggiungimento di una verità ultima dell’io e di una pacificazione delle forze (data la condizione di perpetuo squilibrio, suscettiva di equilibri soltanto provvisori);
– la scrittura pensata e utilizzata come ricerca delle ragioni segrete, come forza critica che fa emergere le contraddizioni della realtà. Scrittura – nel caso di Cara domestica follia – non dichiaratamente “letteraria”, e quindi estranea alle menzogne e alle artificiose falsificazioni della Letteratura istituzionale.

Lina Raus è molto abile a ricostruire la mimesi “dal basso” di una donna semplice, illetterata, nel suo peculiare idioletto (banalità, imprecisioni e luoghi comuni inclusi): il linguaggio reale con cui pensa ed esprime il suo rapporto con le cose. Non c’è filtro o rielaborazione. La condizione iniziale di Francesca riecheggia il titolo di un celebre romanzo di Federigo Tozzi: «Vorrei restare con gli occhi chiusi, per cercare di pensare meno; ma purtroppo così si pensa di più». La chiusura al mondo, peraltro, è solo apparente: chiudere il mondo fuori di sé non impedisce al mondo di continuare ad esserci. Anzi, più lo esorcizzi e lo eviti, più ingigantisce: come i problemi. Il grado zero della distanza, che si raggiunge chiudendo gli occhi, apre lo spazio dell’interiorità. Lì comincia il buio e il silenzio da esplorare. La caverna dell’anima, senza limiti e confini.

Gli occhi tracciano la soglia di interscambio fra interno e esterno, io e mondo, visibile e invisibile. Francesca desidera chiuderli per sfuggire alla propria condizione di dolore e disagio: quando li apre, infatti, vede grigio. Confessa: «mi sento sola, disperata, confusa, amorfa». Analizziamo questi aggettivi. Sola: denota anzitutto la solitudine esistenziale di ogni individuo, aggravata dalle circostanze particolari del suo caso; disperata, non riesce cioè a scorgere una luce salvifica in fondo al tunnel; confusa: la nevrosi aggroviglia ulteriormente la complessità e l’ambivalenza che già appartengono alla vita; amorfa: Francesca si lascia andare, si trascura. Avverte il richiamo oscuro del cupio dissolvi a cui vorrebbe cedere per perdersi finalmente nell’essere, sfumando i confini doloranti del suo io nell’oceano nirvanico dell’indistinto. La dimensione amorfa è prenatale e postuma (bambini e vecchi, difatti, si assomigliano). Ma ecco emergere i sintomi della nevrosi e della sua coazione patologica a ripetere: «mi rivolto nel mio solito pensiero, senza riuscire a trovare una soluzione».

Francesca è preda di un’ossessività labirintica che, nei momenti più insostenibili, la porta a sfiorare tentazioni suicide. La sua psiche deve corrispondere a un buco d’amore originario. Ha motivi per ritenersi in credito di attenzione, di comprensione, di solidarietà: ha urgente bisogno «che qualcuno si accorga del mio dolore e mi coccoli un po’». Alcuni traumi infantili hanno prodotto in lei una trama nociva di complessi e insicurezze. Ha sempre sofferto di scarsa considerazione e di mancanza di ascolto autentico (tranne che dai nonni), e inoltre di gelosia per la sorella “prediletta” dalla madre. Si precisa a questo punto la sorgente delle acque limacciose da cui Francesca è costretta a districarsi, l’inquinamento primo che le ha ingolfato i processi esistenziali, la causa delle tante cause impedienti. La ferita narcisistica di cui soffre le perenni conseguenze è stata inferta anzitutto dal destino di una madre problematica e negativa – se non malvagia – che lei ha avvertito e visto costantemente rigida, dura, critica, risentita, col viso sempre triste, serio, stanco: mai un momento in cui riuscisse a lasciarsi andare, mai una risata liberatoria. «Era come se mi sentissi sempre lo sguardo accusatorio di mia madre addosso».

Francesca interiorizza in gabbie mentali l’ambiente bigotto e repressivo della famiglia, dove non regna neppure l’accordo fra i genitori (li sente litigare di continuo). Qui è la radice del percepirsi inadeguata, sempre nel posto e nel momento sbagliato. Si vedeva brutta: ha vissuto male la scoperta del corpo e della sessualità. La mancanza di fiducia di cui è stata oggetto fin da bambina le ha indotto uno stato permanente di insicurezza e di scarsa autostima. Con gli inevitabili riflessi psicosomatici: ecco gli attacchi di panico, descritti minuziosamente (ansia spaventosa, vertigini, sudorazione, tachicardia) dalla prospettiva interna e autologica di chi li ha vissuti e li vive o li rivive in sede di analisi. «Perché, perché? Non facevo che ripetermi questa domanda». Il perché più grande e doloroso se lo chiede quando, per “colpa” della madre, è costretta a vivere il trauma del padre cacciato di casa che, con in mano le valigie della separazione, la saluta con mestizia infinita mentre lei assiste al dramma da dietro i vetri di una finestra. Ciò che le viene tolto non è soltanto un padre, ma un alleato insostituibile nelle dinamiche conflittuali di una famiglia dove lei ormai è sola e ridotta in minoranza, accerchiata dalla odiosa complicità che lega la sorella e la madre a suo discapito. E infatti scrive: «Non ho mai perdonato a mia madre il fatto di aver cacciato di casa mio padre ormai anziano».

Francesca da quel momento si lascia vivere, si guarda vivere. Vede Roma accendersi la sera, dall’alto dei Colli Albani, incollata ai vetri della finestra: dietro ogni luce c’è una casa, una famiglia. Contraltare metaforico della sua libertà rinchiusa e lontana. Dell’impossibile comunicazione con il mondo. Delle infinite possibilità di vita che le sono precluse. Ma la vita fa comunque il suo corso, con caparbietà: estorce a Francesca dei “sì”, quasi involontari. Si innamora (ogni volta che prova e riceve amore comincia a stare meglio), poi addirittura si sposa, e vive felicemente la sessualità, scoprendola come “una delle cose più belle della vita”. E tuttavia, ogni conquista di guarigione è sempre provvisoria e solo apparente. Francesca torna ogni volta a chiudersi in se stessa, a fissare il nulla. Comincia le terapie psicanalitiche, tra miglioramenti e ricadute. È preda di depressione ciclica e disturbo della personalità: Francesca viene inquadrata come “soggetto borderline”. Lina la prende “in carico”, le permette di “vomitare” tutto il male e piangere tutte le lacrime. Il resto lo fa la terapia farmacologica somministrata da uno psichiatra, che a un certo punto però disinnesca e blocca il processo di guarigione, sino al fallimento: Francesca cade di nuovo nel suo buco di depressione e, per contro, si intossica di medicine ad ogni ora, avvitandosi in una spirale molto pericolosa di dipendenza. Da qui il conflitto psichiatra-psicologo, con le reciproche accuse di “metodo”. In realtà non di medicine avrebbe bisogno Francesca, ma di amore, di calore umano, di comprensione. Ogni giorno ricomincia ad essere uguale all’altro: degno di nessun interesse. Tutto ridiventa vano e inutile: perché vivere? Francesca torna al suo “niente” fatto di “mostri paurosi e di pensieri che aggrovigliano la mente di incubi”. E questo accade tante volte nel corso del libro: cade, risale, ricade… Ma sempre resistendo e rafforzandosi di ciò che non la uccide. Come recita un adagio popolare: “Così è la vita. Cadere sette volte. E rialzarsi otto”.

È un’esperienza di catabasi infera (intramezzata da anabasi illusorie) assimilabile alla notte dionisiaca che iniziava gli adepti della religione orfica. L’armonia interiore scaturiva solo al termine del viaggio attraverso la notte. Il mystes doveva scendere negli abissi della propria anima, attraversare l’ombra del “non essere”, aprirsi all’angoscia della privazione, morire a se stesso per poi nascere a nuova vita. E quindi “anzitutto i vagabondaggi, i rigiri logoranti, e certi cammini senza fine e inquietanti attraverso le tenebre. In seguito, proprio prima della fine, tutte quelle cose terribili, i brividi e i tremiti e i sudori e gli sbigottimenti. Ma dopo ciò, ecco viene incontro una luce mirabile”. Così, dopo le circonvoluzioni disperanti della tenebra attraversata, è la tenebra stessa a partorire l’aurora della sua catarsi. Francesca, in attesa della pace, impara a convivere con la sua condizione di precarietà. E poi, grazie all’aiuto di Lina, prende consapevolezza di sé come PERSONA, cioè del suo diritto legittimo ad essere felice: «comincio a sentirMI». La tenace opera dell’analista che, con fermezza e a un tempo con delicatezza, ha dipanato la matassa e sciolto i nodi da cui le energie erano sin dall’infanzia bloccate, ha prodotto infine un risultato tangibile: Francesca si accorge davvero, per la prima volta, di ciò che la circonda, e acquista la completa dignità spirituale della propria coscienza. Capisce dunque di essere acqua viva di sorgente, chiamata a scrosciare per il mondo; non più e non soltanto acqua ferma di cisterna, racchiusa nello spazio claustrofobico dello stesso immutabile ricetto. Si può dire per certi versi che tutto il libro è il percorso accidentato e controverso per arrivare alla “corona umana” dell’ultima frase, non a caso riprodotta in quarta di copertina: “Il giorno in cui siete nati, avete cominciato a morire: non perdete più neanche un istante”.

Cara domestica follia è un libro bello e socialmente utile: un itinerario esemplare di liberazione in cui moltissime persone potrebbero riconoscersi, considerato che il disturbo depressivo è, oggi, quanto mai diffuso. Un romanzo toccante e sincero, fondato sui sentimenti elementari e universali: l’amore, la morte, la solitudine, la comunicazione, la voglia di vita, i desideri, i sogni, le delusioni, l’abbandono, il dolore… C’è tutto, in appena cento pagine, e detto sempre in modo comprensibile e semplice, con leggera, sintomatica profondità. È un romanzo che potremmo definire classico, per la scansione ieratica di certi elementi eterni dell’esperienza umana, e in quanto tali perennemente validi e attuali; ma al tempo stesso originale, nuovo e modernissimo, al punto da sconfinare nel postmoderno, sia per l’impianto vitalistico e gli esiti aprogrammatici di una percezione fluida, mobile, pulsante, aperta alle linee ondivaghe dell’esistenza, sia perché (come un’opera d’arte informale) delega anzitutto alla sua struttura, spiralica e iterativa, il compito di “rappresentare” – al di là delle singole parole utilizzate – l’essenza più persuasiva dei significati che vuole esprimere. La forma è non solo funzionale al contenuto, ma è – per certi versi – essa stessa “il” contenuto. Entrambe le dimensioni sono così strettamente legate, e tra loro organiche e coerenti, che è raro trovare altrettanto nella narrativa contemporanea. Ha certamente giovato a questo interessante aspetto l’origine “ancillare” della scrittura, ad uso terapeutico e non primariamente letterario; ma occorre ascriverne il merito anche a Lina Raus, alla sua abilità di scrittrice, qui corroborata dall’immediatezza e dalla fresca “ingenuità” dell’esordio, ben oltre le efficaci strategie della finzione che il romanzo riesce come suo malgrado a costruire.

Marco Onofrio

 

Venerdì 16 novembre 2018: Marco Onofrio presenta “Nostra signora Solitudine”, di Lina Raus, al Teatro “Duse” di Roma

Presentazione del romanzo

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NOSTRA SIGNORA SOLITUDINE

di Lina Raus

Interventi di:
Maria Serena Felici
Marco Onofrio
Raffaello Utzeri

Letture a cura di:
Laura Colombo

Modera l’incontro:
Mariarita Pocino

venerdì 16 novembre 2018, ore 18
Teatro “Duse”, via Crema, 8 – ROMA