“La Trilogia di Lina Raus” recensito da Luca Priori sul free-press «Il Caffè dei Castelli Romani» del 19 dicembre 2019

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Sono ormai tanti anni che Marco Onofrio, il noto scrittore di adozione marinese, promuove la cultura ai Castelli Romani: non solo con i libri che scrive e i riconoscimenti che ottiene in Italia e all’estero, ma anche con gli autori del territorio che ha o ha avuto modo di valorizzare – in primis Aldo Onorati, di cui fra l’altro dieci anni or sono curò una importante antologia poetica. Ora si è spinto più in là: per Lina Raus, psicoterapeuta e scrittrice che vive e lavora a Grottaferrata, ha scritto e appena pubblicato una monografia, “La Trilogia di Lina Raus. Dalla psiche al benessere sociale” (Edilazio). Si tratta di un saggio critico di quasi 150 pagine dedicato alla narrativa della Raus, autrice di tre validi e fortunati romanzi (“Cara domestica follia” del 2012; “Il figlio femmina” del 2014; “Nostra signora Solitudine” del 2018) con cui ha coraggiosamente affrontato temi delicati e universali come la nevrosi, l’identità di genere, il pregiudizio sessuale, la famiglia, l’amore, l’amicizia, l’abbandono, il lutto, l’angoscia, la solitudine, etc. Lina Raus attinge alla sua grande esperienza umana, maturata ascoltando giorno dopo giorno le storie dei pazienti, per nutrire quello che lei stessa definisce “realismo possibile”, dove il verosimile diventa più credibile del vero poiché sa mettere in dialogo realtà e fantasia, ragione e sentimento, scienza e arte. La psicanalisi viene utilizzata come uno strumento potente per conoscersi dall’interno e svelare i segreti di una realtà che il mondo contemporaneo sta rendendo inafferrabile. Ecco la natura terapeutica di questi romanzi: storie di guarigione attraverso cui è possibile sciogliere qualche nodo, se non uscire dal disagio psichico sempre più diffuso. L’autrice, infatti, vuole contribuire al benessere sociale, cioè aiutare la gente ad affrontare il dolore e a sentirsi meglio. Scrive Marco Onofrio in un tratto illuminante del suo saggio: «L’uomo (sembra dirci Lina Raus) nasce buono e predisposto al bene: è il “disagio della civiltà” a deviarlo e a corromperne l’animo. Occorre depurare le persone da queste scorie velenose, liberando le loro energie represse e rieducandole all’etica della vita. Curarle fino a che, sufficientemente guarite, sappiano rapportarsi a se stesse, agli altri e alla realtà circostante con equilibrata e umanistica consapevolezza del tutto in cui si iscrive ogni decisione ed entro cui ricadono le conseguenze di ogni gesto».

Luca Priori

 

18 novembre 2019: Luca Priori intervista Marco Onofrio su “Anatomia del vuoto” (ilmamilio.it)

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/20055-marino,-esce-%E2%80%9Canatomia-del-vuoto%E2%80%9D-di-onofrio.html?fbclid=IwAR3CZWDEWWyHOWM5ITHTWaVL48g2CrSbxPq9i-wqiW_O0Ofal1cZjf3Na4Y

Marco Onofrio ha pubblicato a Milano, con le edizioni La Vita Felice, il suo nuovo libro di poesie: “Anatomia del vuoto”. Neanche il tempo di presentarlo e già subito un exploit: l’opera è finalista al prestigioso Premio “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, sezione poesia edita. L’ennesimo riconoscimento di uno scrittore che è ormai vanto della nostra regione, e non solo. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive con moglie e figlia.

Marco, sei nato a Roma nel 1971 ma vivi da diversi anni a Marino. Ti senti più romano o marinese?

Entrambe le cose, e per molti versi sono identità complementari. A Marino vivo dal 2006; prima stavo a Grottaferrata dove mi sono trasferito, salendo da Roma, nell’ormai lontano 1988. Ho dunque passato più tempo della mia vita ai Castelli che a Roma. Ai Castelli ho scritto tutti i miei libri, ed è indubbio che qualcosa della loro atmosfera sia stato determinante nell’ispirarmi le pagine che ho pubblicato, a partire dal 1993. I Castelli hanno liberato e nutrito la mia creatività. Mi sento romano e, diciamo così, marinese-castellano “di adozione”.

Come nasce “Anatomia del vuoto”?

È un libro a cui ho lavorato per almeno quindici anni, attraverso molte stesure e innumerevoli revisioni. Credo sia la mia opera poetica più intensa e impegnativa, tutta incentrata sul tema cardine del vuoto e sul tentativo di definirlo, rappresentandolo in senso metafisico. Il vuoto non solo come materia connettiva del cosmo, fino agli estremi limiti delle sue incommensurabili distanze, ma anche come “condicio sine qua non” della umana significazione, ovvero del processo che ci consente di riempirlo con le “vicende” che ci rappresentano, a partire dalle esperienze fondamentali della nostra vita, l’amore, la solitudine, il dolore, la morte.

Discorsi alti e difficili, per palati fini…

Detto così, sembrerebbe: è la poesia stessa, come genere letterario, che punta ad esprimere le cose grandi, cioè le verità nascoste al di sotto dell’apparenza. Anche per questo, forse, ha così pochi lettori: pochi ma buoni. Ho sempre apprezzato le potenzialità di svelamento metafisico che le competono, anzitutto come intensità dello sguardo e della parola. La poesia secondo me deve rendere visibile l’invisibile, cioè darci uno specchio in cui venga riflessa la realtà autentica che sta oltre gli inganni del quotidiano. È uno strumento fondamentale di comprensione del mondo. Ed è proprio la volontà “ostinata e contraria” di capire il mondo, cioè il mistero della vita e della storia, a nutrire da decenni il mio percorso di ricerca.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alle opere precedenti?

La precisazione dello scavo. E una semplificazione dello sguardo mai così attenta e piena di significati, tutta concentrata in direzione dell’essenza. È una poesia che finalmente brucia le scorie della letteratura e che cerca di coincidere con la voce stessa della vita.

Questo è il tuo tredicesimo libro di poesia e il trentaduesimo di sempre. Perché scrivi così tanto?

Perché ho molte cose da dire, e la vita è troppo breve per dirle tutte. Scrivere per me è vivere, anzi: “scrivivere”.

Un conto scrivere, un conto pubblicare…

Solo pubblicato un libro appartiene al mondo, cioè alla gente che lo legge e può farsene trasformare. Il numero delle pubblicazioni dipende dal fatto che scrivo su più tavoli, occupandomi in contemporanea di poesia, critica letteraria e narrativa.

Ti senti più poeta, più critico letterario o più narratore?

Ho uno sguardo da poeta, che tende a trasfigurare il particolare in senso universale. Questa visione analitica e al contempo globale mi porta ad essere, come dicono, un buon critico letterario. Il narratore è sottomesso alle briglie del poeta, nel senso che mi interessa approfondire i dettagli in una luce fantastica e visionaria, piuttosto che raccontare storie: infatti prediligo il racconto breve al romanzo tradizionale. Anche se la prosa mi fa sentire infinitamente più libero del verso: ed è da questa intima contraddizione che nasce la spinta propulsiva della mia scrittura…

Insomma, dai l’impressione di un fiume in piena: un libro segue l’altro e la tua officina creativa sforna opere a ripetizione.

In realtà ogni libro esce coi tempi suoi, come scegliendo autonomamente le strade che lo portano ad esser pubblicato. Ma devo dire che il meglio, forse, è ancora inedito: ci sono opere già finite che ritengo importanti e che attendono la loro opportunità.

Ma così dedichi poco tempo alla promozione…

Lo so. Ci sono autori che presentano lo stesso libro per anni. Io dopo la terza-quarta presentazione comincio a vergognarmi di ripetere le stesse cose. Sono più concentrato sul versante della produzione, mi diverte di più.

Ehm, dicci la verità: non è che per caso sta per uscire un nuovo libro? Malgrado “Anatomia del vuoto” sia stato pubblicato da appena un mese?

Ehm, sì. È un libro di critica letteraria, sulla narrativa di Lina Raus: una scrittrice psicoterapeuta che vive e lavora, fra l’altro, a Grottaferrata. Il libro uscirà in tempo per la prossima Fiera “Più libri più liberi”, dove sarà esposto in anteprima.

Lo sospettavo…

Ed è appunto con questa “anteprima” che salutiamo l’instancabile scrittore di Marino, dandogli appuntamento a breve per gli sviluppi ulteriori del suo percorso.

(a cura di Luca Priori)

 

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Luca Priori, sul free-press “Il Caffè dei Castelli Romani” del 7 novembre 2019

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È appena uscita a Milano, per le edizioni La Vita Felice, la nuova raccolta poetica di Marco Onofrio, la sua tredicesima di sempre, dal titolo “Anatomia del vuoto”. Un libro a cui l’autore romano, naturalizzato marinese, ha lavorato per almeno 15 anni e che, come si intuisce dal titolo, spinge la sua poesia a toccare livelli inauditi di profondità. Questo, tuttavia, non impedisce alle liriche di risultare sempre umane, concrete, prossime alla comprensione del lettore. «È stato lo sforzo maggiore» ha dichiarato Onofrio «proprio nella ricerca della poesia oltre la letteratura: scarnificare i pensieri e i versi fino ad una essenza semplice e insieme spaventosamente ricca di significato, come la vita». Le 53 composizioni abbracciano uno spettro molto ampio di tematiche, ma attraverso l’argomento cardine su cui tutto il libro si incentra: il mistero del vuoto e dello stare al mondo. «Il vuoto» ha precisato Onofrio «funge da specchio che fa emergere le visioni rivelatrici dell’esistenza: esplorarlo fino a tentare di comporne l’“anatomia” significa dare voce alle cose guardandole dal loro retroterra metafisico, come dal rovescio invisibile della realtà imperfetta che percepiamo». Questo viaggio di conoscenza umana negli abissi anche microscopici del vuoto (“Il cielo al microscopio” è il titolo di una delle poesie) non è però venato di orrore o disperazione, ma intriso di luce e gioia interiore di scoperta. Come infatti nota l’autore della prefazione al libro, il giornalista RAI TV Gianni Maritati, l’anatomia del vuoto diventa “fisiologia della speranza”. «È quanto accade» scrive Maritati «in questa bellissima silloge di Marco Onofrio. Prima di tutto, il vuoto è percepito come assenza: vertigine del vuoto e del non-essere, perdita del passato e dell’essenziale che si fa nostalgia di una presenza, claustrofobico spazio interplanetario, buio e silenzio e malinconia… Ma il poeta ha una facoltà non comune: scava nel vuoto mentre lo riempie di senso, volti, esperienze, storie. Il poeta riscatta il vuoto dal suo nulla e lo riempie di domande, anche assillanti, dilanianti, ultimative. Fino a un Incontro che può cambiare per sempre la nostra vita e la vita dell’universo… »

Luca Priori

Luca Priori annuncia “Le catene del sole” sul free-press «Il Caffè dei Castelli Romani» (6 giugno 2019)

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Marco Onofrio è un caterpillar della letteratura, la sua produzione avanza inarrestabile. Ancora impegnato nel tour di presentazioni della sua Guida Letteraria dedicata ai Castelli Romani, il prolifico autore romano, naturalizzato marinese, pubblica con Fusibilia Edizioni il suo trentunesimo libro, dal suggestivo titolo “Le catene del sole”. Si tratta di un’antologia di 15 poemetti (tra cui 7 inediti) raccolti per l’occasione e incentrati sul tema dell’alienazione contemporanea, con conseguente invito – a volte sfumato e indiretto, altre perentorio e diretto – alla liberazione rivoluzionaria delle energie autentiche, in chiave sociale e individuale. «Le catene del sole» chiarisce Onofrio «sono le infinite pastoie e i condizionamenti che la “civiltà”, apportatrice di un “disagio” sempre più palpabile, tende a tesserci intorno fin da bambini. Il poeta, oggi più che mai, è chiamato a farsi “incendiario” per dare voce ai sogni repressi delle persone e levare con forza la parola come baluardo di resistenza alle ingiustizie e ai soprusi che tolleriamo, ormai, con un senso di assuefazione. Questo libro, con i suoi ritmi tambureggianti, affonda il coltello nella carne infetta delle piaghe per scuotere le coscienze addormentate e fomentare semi di ribellione, da coltivare e portare a frutto giorno dopo giorno. Guai a rassegnarsi! Occorre nutrire la speranza con la consapevolezza che il futuro del mondo comincia, anzi ricomincia, ogni mattino».

Luca Priori

La recensione di Luca Priori a “I Castelli Romani nella penna degli scrittori”: sul free-press “Il Caffè dei Castelli Romani” del 24 gennaio 2019

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Marco Onofrio è romano ma vive ai Castelli da trent’anni; una felice coincidenza vuole che il suo trentesimo libro, fresco di stampa, sia dedicato al territorio di adozione, appunto i Castelli Romani, dove ha trascorso ormai più tempo che a Roma. “I Castelli Romani nella penna degli scrittori” (Edilazio) è un saggio di “geografia letteraria” dove Onofrio – unendo da par suo l’accuratezza del critico alla verve del divulgatore – orchestra la narrazione “polifonica” del tema dichiarato nel titolo. Il libro, un gioiellino tascabile di 188 pagine, illustrato a colori, riporta e studia le testimonianze lasciateci, a proposito dei Castelli, da ben 66 autori italiani e stranieri, dal Quattrocento alla seconda metà del Novecento. Consente perciò a qualsiasi lettore, non solo quello colto, di scoprire come i Castelli sono stati visti, percepiti e descritti dagli scrittori – quelli ad oggi non più in vita – nel corso della Storia. Si parte da Enea Silvio Piccolomini (1463) e si arriva a Italo Alighiero Chiusano (1987); e, tra i due “capolinea”, stazioni di eccezionale importanza targate Goethe, Byron, Stendhal, Andersen, Gogol, Carducci, Zola, d’Annunzio, Pirandello, Ungaretti, Frazer, Gadda, Neruda, Moravia, Pasolini, tanto per citarne qualcuno. Trentanove italiani e ventisette stranieri, tra cui quattro Premi Nobel: Carducci, Heyse, Pirandello e Neruda. Onofrio “dialoga” idealmente con tutti questi autori, attivando la fluida naturalezza di un processo di comprensione che si estende a cerchi concentrici e che permette di riportare alla luce, raccogliendole in un unico discorso critico, le “perle castellane” contenute nella valva di pagine memorabili. Il libro si fa leggere come un piacevole itinerario spaziotemporale da cui è possibile estrarre, consultando l’Indice dei luoghi, gli sguardi sempre nuovi e originali che la Letteratura ha posato su ognuno dei quattordici Castelli, comprese alcune zone limitrofe. Lo stesso Onofrio definisce il libro una «Guida Letteraria dei Castelli, che attivando la consapevolezza culturale del paesaggio vuole fungere anche da sprone alla sua salvaguardia. Gli abitanti dei Castelli devono riscoprire la propria identità storica e dunque sapere che il loro è un territorio straordinario, ricchissimo di eccellenze; proprio la Letteratura è in grado di restituircelo nel suo più autentico valore. Indigeni e visitatori dei Castelli Romani potrebbero servirsi delle pagine degli scrittori per imparare o tornare a conoscere i segreti delle pietre dove poggiano i piedi, e dunque riacutizzare lo sguardo sulle risorse di uno dei territori più belli e interessanti d’Italia».

Luca Priori

Marco Onofrio intervistato sulla prima edizione del Premio “Sciotti”, a cura di Luca Priori (da ilmamilio.it)

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Dal quotidiano on line IL MAMILIO:

https://www.ilmamilio.it/c/comuni/12424-marino,-lo-scrittore-onofrio-fa-il-bilancio-del-primo-premio-sandro-sciotti.html

Il testo dell’intervista: 

1 – Si è conclusa la I edizione del Premio “Sandro Sciotti – Città di Marino”. Esperimento riuscito in termini di partecipazione e qualità degli scritti pervenuti?

Direi di sì. Nutrita e geograficamente estesa la partecipazione (dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, molte le regioni rappresentate) e nel complesso buona la qualità degli scritti pervenuti. Esperimento riuscito, dunque, tenendo conto che si trattava della prima edizione (una specie di “numero zero”) e che la notizia e la diffusione del Premio – continuando ad organizzarlo con lo stesso impegno profuso, anzi aumentandolo – sono destinate inevitabilmente a crescere. 

2 – Ci racconta la sua personale esperienza del Premio?

L’assessore alla cultura – nonché Vicesindaco – di Marino, Paola Tiberi, mi ha chiesto di aiutare il Comune a organizzare questa prima edizione. Ho cercato di mettere a disposizione la mia esperienza di scrittore e giurato in altri premi nazionali, sia per la stesura del  Disciplinare del Premio, dando consigli laddove necessario, sia nell’organizzazione della Giuria, coinvolgendo amici e colleghi scrittori come il Presidente Dante Maffìa, candidato al Premio Nobel per la Letteratura, e Gianni Maritati, capostruttura Rai del TG1. Ai quali, oltre me, si sono aggiunti: il M° Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri; Patrizia Manoni, educatrice e dirigente scolastico delll’Istituto “Maestre Pie Venerini” di Marino, dove mia figlia Valentina frequenta la quarta elementare; e la criminologa Angela Tibullo, noto volto televisivo della Rai. Poi però, ai primi di luglio, la Tibullo è stata inopinatamente arrestata (è tuttora ai domiciliari) per una brutta storia di presunto coinvolgimento mafioso. C’è stato subito chi, scioccamente, ha colto l’occasione per una strumentalizzazione politica della notizia, ma a nulla sono valsi i tentativi di gettare fango sul Premio. La Tibullo, che – sia pur presunta innocente – a quel punto si rendeva incompatibile con un Premio dedicato alla Legalità, è stata degnamente sostituita dalla psicologa e criminologa Nicolina Cianci. La Giuria si è riunita il 4 dicembre u. s. e, su base di votazione decimale, ha stabilito vincitori e finalisti per le due categorie dell’Edito e dell’Inedito. La Cerimonia di Premiazione si è svolta dieci giorni fa, in un clima di cordialità e di emozione, presso la Sala Consiliare del Comune di Marino.     

3 – Un commento sui vincitori delle diverse categorie?

La categoria dell’Edito è stata vinta da Sabino Caronia, scrittore e critico letterario romano, con l’intenso romanzo “La consolazione della sera” (Schena Editore), dove in poco più di 100 pagine si condensano – attraverso una lettura originale della vita e dell’opera di Franz Kafka – significati essenziali non solo per la scrittura letteraria, ma per la Cultura in genere e l’etica profonda di ogni civiltà. La categoria dell’Inedito è stata vinta da Marco Prati di Cesena (la città natale di Sandro Sciotti!) con il racconto “Gli occhi di Hans”, per cui ho avuto l’onore e il piacere di scrivere la seguente “Motivazione del Premio”, da me letta durante la Premiazione:     

«La vita quotidiana di una ragazzina ebrea di Roma esce sconvolta dall’incontro con la Storia: Teresa viene deportata ad Auschwitz dopo la retata del 16 ottobre ’43. Da quel momento è l’Orrore, da cui Teresa riesce lungamente a salvarsi grazie all’amore per un ragazzo olandese incontrato nel lager: Hans è “alto e bello, con in testa una cascata di riccioli biondi” ma soprattutto con gli occhi azzurri come un mare d’agosto dai riflessi dorati. Quello sguardo indimenticabile diventa, agli occhi innamorati di Teresa, l’unico faro per sopravvivere all’inferno. I due ragazzi si proteggono teneramente. Teresa sfida la falsa legalità statuita dai regolamenti disumani del lager e ruba del cibo dal magazzino delle vettovaglie, rischiando la vita per salvare Hans dal deperimento. Hans, a sua volta, offre la propria per salvare Teresa da morte certa, dopo che la scoperta degli ammanchi esige un colpevole e una pena. Racconto splendido per capacità evocativa di mondi e atmosfere storiche, dalla cui filigrana emergono emozioni e valori universali, di abissale profondità, “Gli occhi di Hans” si legge come un romanzo: pur magistralmente intessuto nella misura breve del racconto, ha del romanzo la capacità di incastonare i destini ad una trama superiore che li ingloba ma che sa raggrumare in sintesi emblematiche, prossime alla poesia, da cui l’anima del lettore è sorpresa proprio mentre la narrazione lo avvince ai fatti, consentendogli già di “vedere” il film bellissimo e struggente che se ne potrebbe ricavare».

4 – Andando oltre l’aspetto prettamente letterario, fra gli obiettivi principali del Premio c’era quello di far vivere il ricordo del Vicebrigadiere Sciotti. Pensa che questo nobilissimo obiettivo sia stato raggiunto?

Penso proprio di sì. Il gesto eroico di Sandro Sciotti potrà non solo eternarsi in tutti coloro che, venendo a conoscenza del Premio, vorranno parteciparvi e divulgarlo a loro volta, ma anche e soprattutto chiamare a raccolta – fungendo da esempio e da stimolo – le forze sane di questo Paese intorno a un discorso intergenerazionale di Etica e di Legalità. Devo dire che tutta la Giuria è rimasta colpita e commossa dalla passione civile che, rivelando il volto poco strombazzato dell’Italia, quello ancora pulito, i partecipanti hanno infuso nei loro racconti, al di là dell’oggettivo valore letterario.   

5 In un panorama letterario dove di fatto regna sovrana la stagnazione, i premi letterari quanto possono indurre persone nuove ad avvicinarsi alla letteratura?

Molto! Non solo perché per partecipare a un Premio spesso ci si ritrova a scrivere ex novo, qualcosa che magari senza quell’invito non avrebbe mai visto la luce, ma anche perché un Premio – purché onesto e non legato a logiche di potere, come è nel caso del Premio “Sciotti” – può servire agli autori per mettersi alla prova, uscire dall’anonimato, ottenere giuste gratificazioni al proprio impegno.  

6 Secondo Lei ci sarà un futuro per il Premio Sciotti?

Il Sindaco di Marino, Carlo Colizza, ha ufficialmente annunciato il proseguo dell’avventura. Ma anche senza la sua comunicazione, espressa nel corso della Cerimonia del 15 dicembre u. s., è il successo globalmente ottenuto dalla prima edizione a convalidare ottimi auspici per il futuro del Premio. Ad maiora!  

(a cura di Luca Priori)