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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu

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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

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Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

“Novecento e oltre” recensito da Gianni Maritati su “Leggere:tutti” (dicembre 2020)

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Torniamo alla letteratura. Marco Onofrio ha raccolto nel volume Novecento e oltre ben 50 saggi critici dedicati ad importanti autori italiani del secolo scorso. Troviamo molti classici come Calvino, Campana, D’Annunzio, Luzi, ma anche molte firme poco note al grande pubblico o addirittura dimenticate, che meritano invece apprezzamento. Agganciato ad una visione europea dell’estetica novecentesca, l’autore dedica poi una speciale attenzione agli autori viventi, facendoci riscoprire la passione della critica militante e la sua inesauribile curiosità per il nuovo che porta il novecento “oltre”. Fra questi autori ricordiamo Dante Maffia, Paolo Di Paolo, Luciano Luisi.

Gianni Maritati

“Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri” (Puntoacapo, 2015), di Cinzia Demi. Nota critica

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Beato Angelico, “Annunciazione”

Il libro, ripercorrendo l’evento evangelico dell’Annunciazione, cattura il farsi tempo dell’eternità, che entra nella Storia attraverso la creta di una «semplice donna» raggiunta in «quell’ultima periferia del mondo» (Nazaret). La poesia, come un’«oasi d’ascolto», è il gesto di aprire l’insenatura, il golfo rivelatore dei significati, e consente che il silenzio nel suo mistero si faccia ordito: «compiuto è il passaggio», in un divenire «scritto con i gesti». La «potenza del destino» può realizzarsi e incarnarsi grazie al dono di una donna che offre la sua vita, cioè il bene profondo che rimargina le fratture e la forza critica dell’esistenza in un «vagito di sutura / la cura per la primavera / rinchiusa serrata nei bocci / nei cocci di vetro e calce». Le madri insegnano l’ascolto, l’attesa, l’accoglienza, l’«umiltà fatta mistero». Maria si fida della parola dell’angelo, e si affida alla Luce che la trasforma: la porta della sua casa è sempre aperta. È così grande e così alto il significato di quanto accade, che la scrittura può raccogliere soltanto «messaggi d’amore» come «graffiti veloci di scriba»: ma sono ombre dietro cui palpita il fuoco. E lo fa orchestrando una struttura dialogica di quartine polimetriche che giustappongono il punto di vista e le reazioni di Maria e quelli di Gabriele, l’arcangelo sceso sulla terra, planato nel «grembo giardino» di una «casa di periferia», povera ma «piena d’amore» e «aperta sull’infinito». Entrambi tremano per ciò che sta accadendo, come un incontro altissimo d’amore «tra la fede e l’umano».

La prospettiva dialogica del testo evoca nomi altissimi del ’900, come Mario Luzi e Giovanni Testori, ma anche il Rilke dell’Annunciazione citato in exergo. Le parole di questa sacra rappresentazione edificano una dimensione ieratica entro cui figure e gesti si ritagliano in un «ancestrale non-tempo» da intendersi come quintessenza, più che assenza di realtà. Infatti c’è sempre la lezione dantesca che lievita dentro la parola di Cinzia Demi, anche e soprattutto quando accoglie lo splendore «nudo e sorgivo» che modula la potenza creatrice del vuoto, dove si percepiscono «le trame / che non si potranno tessere», cioè tutto l’infinito del possibile. Ma questo può filtrare e apparire nella filigrana della parola solo se chi scrive le dà il tempo giusto e necessario, cioè naturalezza di evento, profondità di cultura e, al tempo stesso, spessore umano di esperienza. Il corpo di Maria è stato scelto come «cantiere / per costruire salvezza», e lo sarà dopo che lei si arrende al canto di Dio accettando di essere «attesa» paziente e mite: «eccomi Gabriele / (…) eccomi al Suo volere / canna piegata al maestrale». Cristo sarà la «colonna / del mondo e del tempo», però Maria è già assaltata dalla visione della corona di spine e del sangue. Ecco la pulsione ambivalente che la incardina, e con Lei la poesia stessa di Cinzia Demi, tra «vertigine e radice», cioè abbandono e controllo, apertura e conservazione, disordine e ordine, spinte centrifughe e centripete. Maria e la Poesia diventano strumenti per «rincantare» la vita «con lo stupore / di un nuovo sguardo».

Anche chi è immerso in un «sudicio anfratto» può raggiungere la sua resurrezione «come fonte amorosa / di gioia e di canto». Ma occorre servire umilmente il «disegno del prodigio», farsi lanterna per insegnare ad «abitare la terra». Così come ha fatto Maria, che ha coltivato accoglienza e ha detto di sì prima di andare incontro al mondo e di entrare nella Storia: «partita sono uscita / dalla mia casa natale / verso lo spazio del mondo / verso chi posso amare (…) / case e case dove entrare / dove portare la canzone / la liberazione». Da cui l’invocazione umanissima a Maria, che ci accolga e tutti ci protegga: «appoggia il tuo capo / sul nostro cuscino». 

Marco Onofrio

“Novecento e oltre” su “Il Caffè dei Castelli romani” del 4 giugno 2020

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Il periodo di quarantena non ha rallentato la vulcanica officina letteraria di Marco Onofrio, che ha anzi approfittato del forzato “riposo” per scrivere nuove opere e portarne a termine altre. Così, appena riaperte le tipografie, ecco la sua ennesima raccolta di saggi: “Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi” (EdiLet). Il faro al tramonto riprodotto nell’immagine della bellissima copertina la dice lunga sullo spartiacque tra due secoli che Onofrio si propone di esplorare. A vent’anni dall’inizio del nuovo millennio c’è ormai la necessaria distanza critica sia per fare un bilancio del secolo scorso, sia per evidenziare i fermenti che ne stanno portando “oltre” l’eredità e l’essenza. Il libro consta di 50 saggi critici, con addentellati europei, che configurano «una vasta e potente analisi del Novecento letterario italiano, e di alcune tra le più significative opere contemporanee». Ad una prima parte di “Preliminari” estetici, dove fra l’altro si parla di un mostro sacro come Benedetto Croce, segue una seconda di “Letture” focalizzata su alcune opere fondamentali, da ”Alcyone” di d’Annunzio a “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, da “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti al “Pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda, da “Gli egoisti” di Bonaventura Tecchi a “La vita agra” di Luciano Bianciardi – ma si parla anche di Pascoli, Campana, Luzi, Calvino, Patti, Tomasi di Lampedusa, Ungaretti, Caproni, Pasolini, etc. Segue un “Intermezzo” dedicato ad autori meno noti o dimenticati (Pitigrilli, Malaparte, Manganelli, Fiorentino, Bajocco, Seccareccia, Dolores Prato), meritevoli di scoperta o riscoperta per la qualità oggettiva della loro scrittura e il valore emblematico delle loro opere. L’ultima parte, “Contemporanei”, procede alla lettura di 14 libri usciti dopo il 2000, soprattutto romanzi, e annovera anche tre autori legati al territorio dei Castelli Romani: Aldo Onorati, con “La speranza e la tenebra”; Paolo Di Paolo, con “Una storia quasi solo d’amore”; Lina Raus, con “Nostra signora Solitudine”. Il libro di Onofrio sarà utile di sicuro agli studenti, ma anche a chi desidera conoscere e approfondire la società italiana del secolo scorso, fino ai giorni nostri, attraverso i suggestivi riflessi della letteratura. E non spaventino le 416 pagine del volume: “Novecento e oltre” si legge tutto d’un fiato, come un romanzo, perché Onofrio è un eccellente saggista divulgatore e sa appassionare come pochi alla materia di cui scrive, proprio perché sincera e viva è anzitutto la sua passione.

M. S.

 

Dante Maffìa su “Novecento e oltre”. Recensione in forma di epistola

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Caro Marco, non meravigliarti, c’è sempre una prima volta, ed ecco una recensione in forma di epistola.
Caro, caro Marco, non t’aspettare elogi, sarai subissato da quelli che non appaiono nel tuo libro Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi (EdiLet, 2020, pp. 416, Euro 23), che non sono esclusi, semplicemente non sono stati ancora studiati, forse non lo saranno mai o lo saranno presto, ma la canea si scatenerà e finiranno addirittura col mettere in giro la voce che non è possibile che una sola persona possa avere prodotto e continuare a produrre romanzi, poesia e saggistica in questa quantità e con la qualità che ti appartiene. C’è sicuramente il trucco, hai dei negretti al tuo comando che ti scrivono le opere. E se si fermeranno a questa diceria ti sarà andata anche bene, perché la canea in genere ha mentalità mafiosa e non va oltre il proprio cortile, riconosce solo gli adepti, le ballerine scritturate.

Hai avuto, dopo avere dato alle stampe altri dodici volumi di saggistica (dico dodici! tra cui le monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni), il coraggio di scrivere un libro di oltre quattrocento pagine in cui ragioni (voce del verbo ragionare e dopo avere fatte le letture, sia chiaro), nella prima parte, di quelli che hai chiamato “Preliminari”, cioè parli di Benedetto Croce, di Lessing, di Omero, delle tecnologie linguistiche, per passare alla seconda parte, cioè alle “Letture”, tutte puntuali! Ma davvero sei stato capace di ripercorrere un itinerario così denso, interessante e scelto con cura? Davvero hai avuto modo di leggere Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, il Futurismo, Mario Luzi, Calvino, Gadda, Tecchi, Bianciardi, Patti, Ottieri, Pasolini e Fellini? E poi le “Scoperte” e le “Riscoperte”, andando a pescare in Malaparte, in Manganelli, in Zavattini, in Dino Segre, in Luigi Fiorentino. Sei pazzo? Dovresti imparare che se alcuni autori vengono messi da parte, dimenticati, spesso cancellati, c’è una ragione del Potere, quale che sia, che ha interesse a mettere a tacere quegli scrittori, quei libri. Sei pazzo, come vuoi che il potere ti assecondi e ti batta le mani, ti faccia i complimenti? Le riscoperte si fanno per ragioni politiche, mica per ragioni estetiche o di merito. In letteratura il merito non conta più, ti prego, non dimenticarlo.

I guai grossi comunque li hai combinati nell’occuparti dei “Contemporanei”: Raffaello Utzeri, Sabino Caronia, Paolo Di Paolo, Lina Raus, Paolo Corradini, Francesco Sisinni…Temo che sarai sfidato a duello e se non accadrà, non tornare mai solo a casa a tarda notte, rischi la vita. No, non dire che sono pessimista, perché ho fatto una decina di telefonate oggi pomeriggio dicendo che avevo tra le mani “Novecento e oltre” e la sola domanda che mi è stata fatta, prima ancora che io dicessi della mia gioia di leggere pagine così profonde, criticamente limpide, frutto di letture vere e ponderate, è stata “Ma io ci sono?”. Ho sentito all’altro capo del telefono parole aspre, che non ti ripeto, e la cosa che mi ha fatto e mi fa ridere è che ognuna di queste persone ha perentoriamente detto, quasi con le medesime parole: “Ma come? Un libro sul Novecento non ha senso senza la mia presenza, è sicuramente un aborto”.

Ora, se gli aborti sono creature così ricche, agili e affascinanti come il tuo “Novecento” ben vengano per la felicità dei lettori che sono realmente interessati ai libri belli, che contano, che sanno dare la dimensione del futuro, della bellezza intesa come strumento per rigenerare il senso della vita. Posso dirti comunque che alcune di queste pagine non solo le ho lette, ma anche rilette, perché mi hanno portato a stagioni dei miei studi che mi hanno visto frugare e appassionarmi ai testi di Giuseppe Antonio Borgese, di Emilio Cecchi, di Giuseppe De Robertis, di Enrico Falqui, di Pietro Pancrazi, di Donato Valli, di Giovanni Titta Rosa, di Giacinto Spagnoletti, di Luigi Reina, per fare appena qualche nome, e che mi hanno insegnato a saper entrare con attenzione e passione nelle pagine degli scrittori perché li avevano realmente letti. Come hai fatto tu. Che poi si debba essere sempre d’accordo con quel che hai affermato è altra faccenda, perché nelle letture c’entrano anche il gusto, la formazione, la sensibilità.

Questo tuo “Novecento” potrà essere prezioso per gli studenti e per i professori, anche perché sono illuminanti le affermazioni fatte sulle questioni metodologiche, che non si fermano alle enunciazioni, alla teoria, ma danno esempi probanti sempre tratti direttamente dai testi. Per quel che vale la mia testimonianza ti do atto che hai scritto un libro necessario, importante per entrare a testa alta nel mondo dei libri che, me lo insegni, sono creature straordinarie se saputi trattare con umanità, con intelligenza e con eleganza. Ma torno a ricordarti che, proprio perché hai dimostrato di essere bravo, troverai sul tuo sentiero veleni d’ogni genere. Perché non sei stato un mediocre menestrello che spampina sentenze, e di cani e porci dice “è il più grande scrittore del secolo”. Avresti avuto battimani a non finire.

Hai voluto essere bravo? Peggio per te. Non dimenticare di rincasare presto ogni sera.

Dante Maffìa

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Dante Maffìa

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Non ci sono dubbi ormai sulla bravura poetica di Marco Onofrio, sulla sua tenuta. C’è ancora qualcuno che, forse in malafede, vorrebbe relegarlo appena nel recinto della critica, e con aria di sufficienza in quello della narrativa; occorre invece fare i conti seriamente con un poeta che, anno dopo anno (mi pare che questo sia il suo tredicesimo libro in versi), si è conquistato un posto di prestigio non solo nel panorama poetico italiano, ma anche in quello internazionale, viste le recenti traduzioni in romeno, in spagnolo, in albanese.

“Anatomia del vuoto” (Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 80, Euro 13) credo sia la sua opera più densa e più impegnata, una sorta di summa del suo pensare in poesia, un riepilogo di esperienze che, partendo dal dato personale, attraversano le istanze di Eliot, di Pound e di Luzi, con un piglio metafisico di molta sostanza, tanto da far dire, in modo impeccabile a Gianni Maritati, che “Le poesie di Marco Onofrio, intense e pure, ci invitano a un processo di consapevolezza, a una riappropriazione non banale e superficiale di noi stessi, della nostra identità e del nostro futuro”. Giudizio che illumina da dentro la poesia di Onofrio, che ci porta a considerazioni non sospette per assegnare un posto di privilegio a un poeta che scava e distilla, accende lumi dove sembrerebbe che ci sia la miseria del vuoto, e dirama le essenze verso le ascensioni della parola che così perde il suo peso ancestrale per diventare messaggera di istanze nuove.

Credo che soltanto a sfogliare l’indice e leggere i titoli delle composizioni si riesca a percepire il “peso” di una condizione umana, filosofica e sociale che questa poesia scevera e porta ad esiti impareggiabili. Sì, impareggiabili, perché Onofrio non cincischia, non adopera stratagemmi oscuri per penetrare nel mistero del tempo e della fisica, ma entra con sicurezza e caparbietà nel magma oscuro delle ipotesi per renderle plausibili o addirittura verità inconfutabili. Il vuoto è un argomento scottante e pericoloso, molti poeti si sono cimentati in appropriazioni lecite e illecite per decifrarne il cammino, l’essenza e le funzioni, due nomi di poeti e due nomi di narratori per tutti (Lorenzo Calogero, Margherita Guidacci, Emil M. Cioran, Roberto Walser), ma in Onofrio il vuoto diventa pienezza di approdo, risorsa per poter respirare e comprendere e, soprattutto, porre domande:

“In quale luogo irraggiungibile le forme
si sono trasformate? O, sciolte
dalla loro identità, oltre la soglia,
sono rientrate in utero a sognare
destini dal possibile infinito?”

Potrei proporre molti esempi dell’assillo che Marco Onofrio sente nei riguardi della dissoluzione del vivere e del morire, delle identità che si sfaldano, dei processi che arrancano in disfatte prive di appigli con la realtà, ma basti dire che il poeta non teme, dopo le analisi e le scorribande nel vuoto, di affermare:

“Così, sperimentando il vuoto,
siamo tutti anime in cammino
verso la pienezza
dell’eternità”.

“Il suono del vuoto” e “L’officina del vuoto” mi hanno catturato in maniera totale non solo per le tesi messe sul tappeto, ma soprattutto per la maniera elegante, forbita e intensa con cui vengono posti i quesiti e raffigurate le immagini, fino a giungere ad esiti come “l’immensa solitudine del cielo” , “L’officina del vuoto / crea lo spazio trasparente / che ci fa muovere”, che sono vere e proprie perle liriche foggiate però sul calco della fisicità. Operazione che sostenta tutto il libro e ne dà l’ammaliante repertorio di cui Onofrio ci fa dono.

Dunque “Anatomia del vuoto” non è lo sfogo occasionale di un poeta che di tanto in tanto entra ed esce da questa problematica. C’è qui una ossessione che traduce le ansie del tempo e della storia, del visibile e dell’invisibile, fino alla constatazione che “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. / Anche il vuoto”.

Dante Maffìa

“Dalla parte del tempo”, di Sonia Giovannetti. Lettura critica

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La silloge “Dalla parte del tempo” (Torino, Genesi Editrice, 2018, pp. 100, Euro 11) consente di percepire la poesia di Sonia Giovannetti, come è, “giovane e pur ricca di memoria”, fresca come la primavera e malinconica come l’autunno, ricca di nutrimenti sorgivi e stratificata di lontane eredità. La sua poetica, qui imperniata sul tema-cardine del tempo, demanda la scrittura a un compito di soglia metafisica, dove si svela “l’essenza / della scena” nel punto esatto in cui “s’alza / la polvere soffiata dal vento”, cioè la materia si scorpora, nella sua perenne trasmutazione, per toccare le radici del vuoto universale da cui sorge. La poesia viene appunto dall’insorgenza dell’essere che fiorisce dentro il divenire.

Il tempo divora e consuma; la poesia cerca ciò che resta, dando voce a quel “niente che è tutto”, come lo chiama Montale, in cui siamo immersi e reclusi, come tra sbarre invisibili. È il tempo interiore “a definirci nella sofferenza” perché non c’è “rimedio al disordine”, e tuttavia è la memoria “a restituirci, nel tempo, la vita nella sua interezza”.

Dunque “vivere è ricordare”. Scrive la poetessa:

Dov’è il tempo se non nella memoria
che tutto lega al cerchio del durante
e l’essere fa eterno, e fin la storia
acconcia a tratto immoto del pensante.

Il tono è alto e aulico (altrove troveremo anche arcaismi come “seco” o “alfin”) ma non inficia la chiarezza del dettato. È la memoria il nucleo che unisce i piani temporali, una sorta di piattaforma girevole da cui possiamo concepire, pur nell’incessante metamorfosi del pensiero, l’eternità come essere oltre il divenire e – continua la poesia – oltre la “ria illusione / del viver somigliante a un proseguire” (cioè la linea cronologica dei fenomeni) perché è nel tempo che “ha dimora il vero / che non trasmuta né conosce mete” e intanto si manifesta nell’infinito ciclo delle cose che appaiono e scompaiono, come il mare “che tutto smuove e acquieta”. Il nucleo durevole dell’essere emerge anche dal confronto dialettico tra le nuvole e le stelle:

Si mostrano le stelle, nell’angolo di cielo
dove impalpabili dimorano le nuvole.

La stessa essenza delle nuvole è sospesa tra la forma visibile del loro fenomeno e la fumigante dinamica che le plasma e le fa scomparire. L’essere del soggetto, sopravvissuto a tutte le morti che lo hanno fatto crescere nel tempo, si svela nell’invariabile essenza delle sue trasformazioni:

Sono ciò che fui sempre,
futuro di una memoria.

E ancora:

Ero e ancora sono
ma trapassa la forza
nel gomitolo degli anni
che si srotola senza fragore.

Il silenzio “vibra” di “echi lontani” a cui l’animo s’impiglia, attardandosi in “rimembranze lontane”. Un po’ giungono involontari, i ricordi, “imbastiti dall’affanno del respiro e del rimpianto”; un po’ vengono stanati dall’intento consapevole della poetessa, che non dimentica e non vuole dimenticare, e li dipana “uno ad uno” pure mentre ripercorre i luoghi del suo e del nostro tempo.

Ricordo e rivivo la bambina
che ero. Toccavo il mare.
Improsciugabile l’acqua
nel primo giorno d’estate.

E invece poi (anche se pareva impossibile) l’acqua si prosciuga, e l’estate finisce, e le cose più belle rovinano – a dispetto del loro splendore. Siamo il futuro del nostro passato e il passato del nostro futuro, ma la realtà vera che ci è possibile vivere – S. Agostino docet – è soltanto il presente a cui siamo costantemente agganciati (anche quando pensiamo il passato e il futuro): “Nessun confine al presente”, scrive Sonia Giovanetti.

Le poesie di “Dalla parte del tempo” riescono a manifestare l’eterno “presente muto” che sostanzia il nostro “meraviglioso, esecrabile, sfavillante nulla” da cui esce l’“antico, sottile dolore / che permea il riposo del mare”. E quindi il colore del vuoto, il silenzio dei suoni, e il suono misterioso dei pensieri. Ecco la foto metafisica che Sonia scatta della nostra condizione: siamo “eroi senza battaglia” che continuano a “tessere filo spinato” mentre declina nell’ombra “anche la speranza”:

È così che moriamo,
ignari – quasi – del nostro addio.

Le parole essudano come unguenti medicamentosi dai bagliori perduti di una indimenticabile felicità, “quell’Uno che fummo, / che mai più siamo stati”, quel tempo senza tempo solo “nostro”: l’infanzia, i rari attimi perfetti, le grandi gioie e le rivelazioni: “vaga memoria, e balenante / dell’apice ch’arrise al tuo percorso”. Ora, invece, “solo il dolore mi ricorda che sono viva”, e di tanta dolcezza sono rimaste “solo un po’ di stelle in tasca”: “ammarati i sogni / (…) anch’io ho gettato l’ancora”. Il presente che si contrappone a “quel” passato assomiglia alla condizione di sradicamento e alienazione dello straniero:

Sembra che nessun posto sia il mio posto.

Il pane “non lievita” più, i giorni sono “incerti” e tocca affrontare il “lungo esilio” di un “autunno infinito” in cui sospiro si somma a sospiro, come i fogli strappati dal calendario.

Si dà insomma voce al “nostro testardo tentativo di vivere”, perché la vita è sforzo e inesausta fatica: “trascinare / la mia valigia, con il suo carico di attese / e di speranze, verso un tempo che non so” guardando la vita “scorrere sui binari” e contando le occasioni perse, “tutti i miei gesti incompiuti”:

Quanti convogli non presi
e quanti silenzi hanno conosciuto
i binari della mia immobile esistenza.

Ma “prima o poi s’aprirà il varco” che renderà non inutile l’attesa di cui abbiamo colme le mani: un “bagliore”, qualcosa che “accenda una fontana di luce”. Non a caso viene evocato un grande faro della poesia del ‘900 come Mario Luzi, per la densità esistenziale annodata alla forte tensione metafisica. La poesia deve “ritrovare il cielo” – il suo e il nostro – perché il “sentiero della parola” tende naturalmente a inerpicarsi “altrove”, cerca “ali di luce”, apre a mondi per cui “il linguaggio resta vano”: “altra luce”… “altro sole”… “altri occhi”…

La poesia vuole rimuovere “l’ingiuria del tempo”, anche l’“usura” a cui il tempo “condanna le parole”, dando udienza alla identità – unica e preziosa – di ogni singola esistenza. Ad esempio le conchiglie: “ciascuna diversa, ciascuna con la propria storia”. Ma tutte, grazie all’aquilone della poesia che può sollevarle, “parleranno d’amore, della terra, del mare, / del sole e dei tanti granelli di vita”. La poetessa vuole abbracciare tutto l’universo per afferrare “l’infinito in un attimo”, e quindi “la creazione, il mistero, la voce / inconosciuta di tutte le cose”, anche se poi torna dai suoi ambiziosi viaggi astrali con solo “un poco di vita / frantumata” nella mano. Briciole di sogno e di splendore: di più non ci è concesso.

Il tempo non è solo quello che ci segna la pelle di rughe o quello psicologico interiore degli anni attraversati, ma anche la dimensione fisica della materia entro cui avanza l’evoluzione biologica dell’esistenza: “il tempo nascosto della vita” che va per conto suo, coi semi che nel silenzio “abitano la terra”. Tutto si manifesta per natura: “nessuna vita sta a sé muta”. E le cose suonano il mondo: ad esempio le onde che a Sabaudia interpretano la melodia di Circe, o le ore che trascorrono in “sinfonie smarrite”, o il “lento sciabordare delle barche, ancorate / al molo” che “esegue la sinfonia del distacco”. La vera bellezza è nascosta, “si vede poco” e porta con sé la grazia, un “anelito d’apertura al mondo” che “si fa pane sul tavolo e canto d’amore della terra”.

La poesia, come scrive Antonia Pozzi, è una catarsi del dolore “trasfigurato nella suprema calma dell’arte”. Non solo consola dai frangenti della vita, inquadrandoli sub specie aeternitatis, ma comunica la dolce nostalgia di ciò che non è più, nel confronto lancinante con l’assenza:

Stringo la parte di te
che manca a questo giorno.
T’indovino in ogni ombra.

Amo perfino la tua assenza
se così vuoi tenermi vicina.

La poesia indica la strada per guardare e andare oltre, liberandoci dentro quel “qualcosa di chiaro” che abbiamo dentro, grazie a cui il cuore “s’immerge dentro un mare / dove si nuota insieme sulla stessa onda / nella stessa corrente. // Solo lì, finalmente, diventiamo una cosa sola”.

Occorre riscoprire “l’intima gioia di vivere / ancora felici, come i fanciulli spettinati / che oggi correvano al sole”, traguardando per questa via il sogno mai realizzato della pace dal “profumo antico”: ritrovarsi per incanto – come accadde per la “tregua di Natale” nella grande guerra (era il 1915) – “fuori dalle trincee”, forti di “tutta l’umanità dell’uomo / senza più odio per l’altro” e di una “comune memoria” da condividere. La poesia è quello sguardo di speranza che va oltre ogni tragedia, e schiarisce il lutto con il sogno.

Il libro si conclude con il tempo dei luoghi, quelli personali di Sonia (Roma, Castelnuovo di Porto, Norcia, Sabaudia) e quelli di tutti, giacché siamo sempre in un “dove” che ci contiene e nutre la nostra memoria.

Stare dalla parte del tempo significa, da ultimo, assumere la prospettiva di Giano bifronte che ci fa abbracciare, senza ridurla arbitrariamente, la complessità della vita nei suoi opposti complementari. Si legga infatti la poesia eponima, dove il tempo (che nel primo verso evoca per antitesi il “T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra” ungarettiano, anche in quel caso dalla poesia eponima di “Sentimento del tempo”) emerge potentemente, raccogliendo i temi del libro, come veicolo di ambivalenza fondamentale e sostanza stessa della nostra creaturale identità:

Dalla parte del tempo

Non avere fretta, tempo.
So già dove mi condurrai
so che devo seguirti
ma non avere fretta, ti prego.
Ti temo perché sei morte
ti godo perché sei vita.
Mi avvolgi, eppure mi sfuggi.
Sei certezza e illusione.
Sei generoso e avaro
accomodante e inesorabile.
Molto mi hai dato
molto mi hai sottratto.
Ma dimmi: cosa sarei io
dove sarei, senza di te?
E tu, senza di me
cosa saresti, quando saresti?
Non posso prenderti, non posso sfuggirti
ma posso odiarti o posso amarti.

Perché sei me.

Marco Onofrio

“In campo lungo”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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“In campo lungo” (Schena Editore, 2019, pp. 144, Euro 15) è un romanzo meno intenso del precedente “La consolazione della sera”, ma appunto più disteso e aperto di scenari prospettici, e annodato di implicazioni e deduzioni tipiche del mondo di Sabino Caronia, del suo modo insieme narrativo e saggistico di intendere la scrittura.

Qui lo spunto narrativo è labile, quasi pretestuoso: il viaggio in Israele dalla figlia (che si è convertita all’Ebraismo e vive da anni a Tel Aviv) diventa in realtà un viaggio di rammemorazione e conoscenza alla ricerca di sé stesso, verso la propria “Gerusalemme” – anche se (come dicono gli ebrei) a Gerusalemme non si arriva, perché non si smette mai di tendere alla “terra promessa”. Il nastro trasportatore di questo presente narrativo (le varie tappe del viaggio, fin dal volo sull’aereo che si predispone ad atterrare) scivola en abyme attraverso flashback e sprofondamenti continui, che talvolta hanno e danno l’impressione leggera della divagazione, trasformando la materia del libro in una sinfonia plenaria dei temi cari alla scrittura di Caronia, chiamati a raccolta (con autocitazioni) in una sorta di “bilancio” che raccoglie tutto il patrimonio umano del suo sguardo sulle cose.

È forse arrivato, con la maturità, il momento di contemplare le cose dall’alto; dall’aereo che atterra, infatti, gli sembra di “scorgere, in campo lungo, tutte le vicende, tristi e liete” della sua vita.

Ma al di sopra dell’ordine del creato, c’è Dio.
“Abbiamo posto la kippah sul punto più alto del nostro essere – la nostra testa, il vascello dell’intelletto – per ricordare che esiste Qualcosa che è al di sopra dell’intelletto umano, la Sapienza infinita di Dio”.
La vita dell’uomo, come un vascello, trascorre sulle acque del tempo.
Al di là dell’incostanza della realtà c’è la costanza del cielo.
Più dei disegni degli uomini conta la volontà di Dio.
Come mi piace contemplare le cose dall’alto!
In aereo mi sento come un Dio.
È bello starsene lassù, comodamente seduto in poltrona, e vedere i cieli che si aprono davanti a noi come cosce che invitano all’avventura.

Per la genesi del titolo, occorre citare anche il colophon da C. Chaplin: “La vita non è una tragedia in primo piano ma una commedia in campo lungo”. Con il trascorrere degli anni, avanzando l’età e l’esperienza di una persona, la prospettiva sulle cose e la loro stessa ombra tendono ad allungarsi, come alla luce del tramonto. Ecco lo scorcio “ad infinitum” della memoria, che è anche un modo nuovo di misurare e aggiornare le speranze: coincide con la visione “sub specie aeternitatis”, cioè con l’infinito temporale dell’eternità che ci rende tutti pellegrini verso il nulla o, se si crede in un dopo, verso la “Luce che non ha mai fine”.

È lo sguardo del poeta, che conosce le vie misteriose per risollevarsi dopo aver attraversato la tenebra più nera. Come il Vate di Terracina, il poeta e drammaturgo Gigi Nofi, citato e ricordato nelle prime pagine del libro, che avvertiva il “sentimento angoscioso di un baratro aperto sotto di lui come una bocca spalancata” ma sapeva uscirne grazie al mare, da sempre amato “di un amore che si confondeva con l’amore stesso della vita”. Ecco dunque il vuoto che ci mangia il respiro, e ogni attimo come porta dell’Ade che può improvvisamente spalancarsi, inghiottendoci all’interno. E la “precarietà della nostra sorte che è come quella delle foglie”. “Fugit irreparabile tempus”, per cui troppo presto viene la morte (la “cosa distinta” come la chiamava H. James) che – da sempre sottesa – infila la porta dell’attimo, quell’attimo tanto temuto, e si manifesta per portarci via.

La nostra esistenza è una finestra sul nulla: viviamo o tentiamo di esorcizzare la “condizione del fanciullo abbandonato e smarrito in luoghi immensi” come il protagonista di “America” di Kafka. Occorre però lottare contro “quel tormentoso senso di inconsistenza” che appunto provava il grande scrittore praghese, la nullità dell’io, la consapevolezza che “il mondo può benissimo fare a meno di noi”. Da cui il richiamo della casa, di un posto sicuro dentro l’ordine dell’universo: un limite protetto dove smettere di annaspare e ancorare finalmente i piedi, recintando uno spazio di serenità. Sogno vano, forse, ma significativo della tenace e irriducibile “volontà di vita” dello spirito ebraico: combattere la tristezza disperata e coltivare l’allegria senza ragione, trasformando il funerale in una danza.

Un efficace antidoto alla morte è la bellezza, ad esempio il “richiamo materno” del mare che distrae l’animo dall’angoscia: “Era l’immagine della speranza, delle sue speranze. Soprattutto era affascinato dallo spettacolo del mare forte, da quelle criniere fatte di schiuma bianca e vaporosa, da quella voce lunga e fresca, che sembrava venire fuori misteriosamente chissà da dove”. Ecco dunque, attraverso gli occhi e il cuore di Gigi Nofi, la stupenda e verdazzurra Terracina che “come Circe, affascina gli uomini e se li tiene, inebriati e felici, tra le sue diafane braccia”, e che Caronia non tralascia occasione per celebrare di amore vivido e sincero. Il Pisco Montano, la Chiesa del Purgatorio, il Tempio di Giove Anxur, le memorie storiche di Pio VI… Terracina è un regno di vita dove la morte, affascinata da tanta bellezza, entra in punta di piedi, quasi a chiedere permesso.

Ci sono luoghi e momenti dove è possibile sollevarsi dal fango del dolore per traguardare la “pace immobile di un tempo senza tempo”. Lì è possibile ristorarsi e finalmente abbracciare la dolcezza benigna del mondo. Scrive Caronia: “La luce, l’aria, le ore si seguivano e rivelavano la calma. La profonda voluttà del tempo”. Nella evocazione di questo incanto, sempre distillabile dal cuore velenoso delle tempeste, Caronia convoca alla sua scrivania una personale collezione/costellazione di sorgenti mitiche, persone e luoghi che nutrono da sempre l’inesauribilità del pensiero che la scrittura cerca, con affondi circolari e progressivi, di raggiungere e consumare.

E quindi, tra le persone: Aldo Moro, G. D’Annunzio, F. Kafka, M. Luzi, Jim Morrison, Lady D., G. Tomasi di Lampedusa, H. James e, soprattutto in questo libro, F. S. Fitzgerald (a proposito del quale giunge opportuno un mirabile passo di Pietro Citati, da “La morte della farfalla” – “Chi scrive poesie e racconti cerca le luci che si spostano, gli sfavillii, i riflessi: mentre ascolta con attenzione sempre maggiore un suono sullo sfondo, la grande o minima musica tragica delle cose perdute. Se la coltiviamo interiormente, la letteratura ci dà questo privilegio: Le cose perdute diventano sempre più dolci”–, mentre Caronia, sulla stessa tonalità, scrive: “Orfeo non riporta nel mondo la viva Euridice, riporta vivo invece il racconto di come la ha perduta, e la bellezza del proprio pianto”.

E ancora, tra i luoghi: Terracina, Capri (dove Caronia venne concepito), l’Irpinia dei suoi avi, la Sardegna e l’isola nell’isola (La Maddalena) dove cominciò a insegnare, Parigi che lo fece rinascere dopo una grave malattia… Persone e luoghi che i lettori di Caronia conoscono assai bene, poiché ricorrono nelle sue pagine.

La prospettiva in campo lungo si traduce anche nello sguardo all’indietro, che spinge l’autore alle origini della propria famiglia, verso gli antenati dispersi in guerra e nel ricordo tangibile dei luoghi “mitici” dell’infanzia, come la “cupa dell’acqua chiara” in Irpinia: “Il fiume scorreva lento e tranquillo, tra salici e pioppi, nell’ora meridiana. L’acqua mormorava dolcemente lambendo l’erba delle rive. Non era possibile resistere al suo richiamo”. L’infinità sognante di questa rêverie chiama in gioco l’“infinita possibilità musicale” della scrittura critica del grande Giacomo Debenedetti, evocata da Leonardo Sciascia nella prima pagina di “Todo modo” quando parla di “certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza: quando nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente”. E Caronia (citando a un certo punto testualmente): “Nessuno meglio di me conosce quella infinita possibilità musicale, quel vagheggiamento narcisistico di una libertà tutta confinata nella zona del prima che mi riporta indietro, a certi radiosi pomeriggi d’estate quando, subito dopo pranzo, mi appartavo tra le balze verdi dell’Appennino pistoiese, all’ombra di un gran pino solitario, in un luogo che mi fingevo remoto e inaccessibile, e restavo lì per ore ad ascoltare il canto delle cicale, quel suono monotono, persistente, ostinato, che era come la cifra musicale delle mie giornate sempre uguali”. Così funziona la scrittura di Caronia: natura maturata dall’esperienza e nutrita fino all’osso di cultura, con un citazionismo scattante e vitale che nasce appunto dalla rielaborazione creativa della cultura lungamente assimilata e fatta carne.

Il riferimento a Sciascia si adatta quanto mai a Caronia, sia per questa concezione postmoderna della scrittura come riscrittura (dato che tutto è, o pare, ormai detto), sia per la duplice vocazione narrativa e saggistica (il saggio come piacevole racconto critico e il racconto continuamente deviato dal puro intreccio verso la deduzione razionale del saggio, con le idee estratte l’una dall’altra a mo’ di scatole cinesi), sia infine per la concezione sacrale della letteratura come fatto di civiltà e come valore, nel deserto di valori che ci attornia. Caronia però non è scettico come Sciascia, ha e coltiva una fiducia maggiore nella dicibilità del mondo e nelle possibilità di comprenderlo, seppure ingarbugliato, attraverso lo slancio della fede – se e quando non basti l’intelligenza. Uno Sciascia, starei per dire, travestito da Luigi Santucci; o viceversa.

Caronia abita come in una casa la potente esiguità della scrittura, rispetto all’infinito della realtà e dell’esperienza praticabile. Con le parole del grande Tommaso d’Aquino: “Tutto quello che scrissi mi sembra paglia rispetto alle cose che vidi e che mi sono state rivelate”. Per questo Caronia conferisce un’importanza decisiva ai dettagli, attraverso cui fa capolino “l’altra dimensione”, come quando descrive – con iperrealismo borgesiano, da occhio interiore – gli ultimi minuti della vita di Lady D. a Parigi, nella casa di Dodi Al Fajed: “Ecco la porta, l’entrata con i suoi pavimenti a disegni geometrici di marmo rosa, bianco e nero e i lampadari di cristallo, il piccolo salone a sinistra dell’entrata e fuori il grande balcone con ringhiere di ferro da cui si vede a destra l’Arc de Triomphe (…) il salotto verde dove Diana si era vestita per la cena, etc.”… quasi in una sfida all’infinito del dicibile, acciocché la parola coincida con la cosa reale così come è.

È tipica di Caronia questa visibilità translucida del reale, ovvero la tangibilità concreta della visione che emerge e appare dall’invisibile: “Come un fantasma nato dal mio sogno ecco lo vedo”. La scrittura è un ponte girevole che mette in comunicazione passato e futuro: uno strumento acuminato e perscrutante, utile a “leggere chiaro” dentro se stessi e le cose, ma anche oltre, verso “quel punto in cui l’oscurità che precede la nascita sfiora da vicino l’oscurità che accompagna la morte”. Caronia condivide con Italo Alighiero Chiusano il cosiddetto “vizio del gambero”, cioè la regressione salvifica alla beatitudine prenatale o alla felicità indicibile del tempo sicuro, fermo, praticabile (l’infanzia), che mettono nostalgia ma fanno anche paura: dell’ignoto da cui si proviene e della stessa felicità (da cui “il no che viene detto alla sirena” in “Lighea” di Tomasi di Lampedusa). Da una parte l’infanzia, la “triste magia di quella luce che mi ha stretto il cuore e incatenato l’anima per sempre”; dall’altra, ancora più a ritroso, “il richiamo della dolce foresta. La sensazione di un beato smarrirsi e affidarsi con fiducia all’infinito. Un senso di infinita sicurezza che ci fa sentire finalmente in armonia con le cose”. Ecco il mito di quella “condizione di acronicità che è simile alla inabitazione fetale”, l’eden favoloso che precede la nostra coscienza, il paradiso perduto che ci sembra di recuperare quando l’estate al suo culmine promette una felicità che in realtà non può dare. Sono i “giorni della sirena” tanto cari a Caronia, grande studioso e ammiratore di Lampedusa, i giorni che ogni anno appartengono per sempre alla stella Sirio, “divina abitatrice degli agosti inesauribili, di quelle giornate sospese fuori del tempo in cui gli dei talvolta soggiornano ancora”. E il “vin de la paresse” di rimbaudiana memoria cola nel fuoco del tramonto estivo, che intenerisce il cuore ai naviganti, richiamando col suo struggimento nostalgico la leggenda di Connla il rosso (ripresa da Jim Morrison in “The crystal ship”), che si allontana con la fanciulla fatata sull’oceano, remando nella luce del tramonto, e con lei sparisce per sempre.

Se, Jim Morrison a parte, dovessimo evocare una canzone-manifesto per il mondo artistico e il modo letterario di Caronia, non potrebbe essere che “Mi ritorni in mente” di Lucio Battisti/Mogol. La sua scrittura si articola in un gioco di specchi dove pensiero richiama pensiero e ricordo accende ricordo, attraverso verbi-motore e lacerti espressivi come “Rifletto”, “Guardo e ricordo”, “Il mio pensiero torna”, “Nel ricordo rivedo”, sino ad una frase emblematica, che recita: “Come sfogliando un album di famiglia tornano a rivivere i ricordi lontani”.

È una continua esperienza di attualizzazione rammemorante, di esperienza rivissuta (ma D’Annunzio parla di rimemorare come “vivere nel vivere”), finalizzata alla comprensione autentica della realtà, poiché è solo a distanza dal suo accadere che se ne afferra il senso, e procede sotto forma di autobiografismo dissimulato, per cui Caronia, essendo in definitiva “uno scrittore che sovrappone i suoi stati d’animo a quelli immaginati dal suo personaggio”, sussume cose e persone come specchi per vedere e capire meglio sé stesso: “Pensavo a D’Annunzio ed insieme pensavo a me. Mi sembrava che attraverso di lui avessi proceduto a una lettura di me stesso”.

Gli aspetti più apprezzabili di questo libro sono, a mio parere, la riaffermazione potente della bellezza come verità e della letteratura come ricerca della verità attraverso la bellezza e la memoria, oltre le miserie e i compromessi ipocriti del quotidiano; e la capacità di dare voce all’“inesprimibile nulla” che permea di decisiva e inafferrabile insensatezza la sostanza profonda delle nostre esistenze, con quella sottile, inquietante “sensazione che nel mondo stia accadendo qualcosa a nostra insaputa” proprio mentre ci stiamo impegnando per edificare la speranza, senza tuttavia smettere neppure un attimo di credere e di fare.

Caronia fa suo lo sforzo titanico dell’uomo contro il vuoto divoratore attraverso la lotta eroica e disperata che da sempre ci oppone al tempo, suo mortifero alleato. Non a caso cita l’Orazio dell’«Exègi monumentum aere perennius” per esprimere questa fiducia di resistenza e di sfida all’impossibile, propria della natura autentica dell’uomo. Crede ancora nell’arte come baluardo contro l’ombra minacciosa della barbarie, proprio grazie alla sua imprescindibile funzione civile: “annunziare il mondo dell’uomo sempre rinascente dalla selva” perché appunto questo è il compito dell’uomo, “riconoscere dietro una generale rovina il disegno di una quale provvidenza”. Lo scrittore, infine, è come Shammàs, il nono lume del candelabro ebraico: “posto al centro, un poco più in alto, ed è chiamato il servitore della luce perché serve per accendere gli altri otto”.

Marco Onofrio