“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

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Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




“Il Vangelo secondo Amore”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Se non sbaglio sono ormai sette, numero magico per eccellenza, le opere in versi di Dante Maffia ispirate e consapevolmente dedicate a Matera. E non può essere un caso, considerato il numero, alto anche per un torrente in piena della sua portata, l’ascendenza “lucana” della sua origine sibaritica e la dovizia di sortilegi che la città dei Sassi riversa nei cuori di chi ha genio adeguato per corrisponderle. Inoltre, sapendo che spesso e volentieri Maffìa, sia in poesia sia in narrativa (ma starei per dire anche nelle multiformi attività di critico, e in senso lato di intellettuale) entra ed esce da lunghi e doviziosi affondi nell’esoterismo – raggiunto per le vie “carnali” di una famelica e innocente, benché impudica, terrestrità –, non mi meraviglia che, dopo le calcolate blasfemie e le sfide a Dio di Elegie Materane, adesso abbia scritto addirittura un “Vangelo secondo amore” (La Mongolfiera Ed., 2019, pp. 88, Euro 10), cioè: secondo il bisogno di sentire il fluire della vita attraverso le esigenze del cuore e dell’anima, innestandole a immersioni metafisiche da cui riemergono visioni addirittura apocalittiche, temperate da una musica “mozartiana” che sconfina oltre il dicibile, oltre il risaputo, oltre qualsiasi confine.

Ormai Maffia, dopo decenni di smisurate letture, ha distillato l’essenza della Cultura in lievito di naturalezza, e questo gli consente di parlare del divino con la forza di un fenomeno che accade. La parola distilla momenti di felice inconsapevolezza assimilabili al pentagramma canoro di un uccello, ed è proprio lì che – attingendo scrimoli di Luce – sbocciano i miracoli del dono. La voce si fa mondo e sua metamorfosi onnicomprensiva, con una duttilità che impressiona e spaventa, come se egli stesse scrivendo dai luoghi estremi di un Paradiso che ha paura di perdere e dove invece vorrebbe convogliare l’essenza del suo amore, la donna amata, pur senza farla evaporare di “presenza”, di peso e spessore umano. Siamo dunque al cospetto di una poesia in cui le parole diventano epifanie delle cose, cioè cose esse medesime: lampi che il poeta estrae dal buio, come fili dall’immensa tela dei secoli, con le sue antenne ricettive, quasi fossero anse dove si travasano percezioni spesso ineffabili dell’infinito e dell’imponderabile; e proprio per questa loro qualità egli tenta di captare il divino, facendo dell’oltranza metafisica forma di esperienza quotidiana. Ora non è più in gioco il punto di vista di un evangelista, ma dell’Amore stesso, in prima persona, tradotto come assioma dentro cui vivono, nei segreti dell’essere, le verità profonde e le ragioni interne della vita. «L’Amore è un bambino che aspetta carezze».

È dunque pressoché impossibile condensare le argomentazioni di questo poema, poiché si muove in senso rotatorio e sussultorio, e scava, e si dimena, e s’impenna, e grida cercando nuovi anfratti in cui s’illude di trovare il senso primo e ultimo dell’uomo destinato a vivere sulla terra. Il rutilare dei versi, il loro ritmo, lo scandire incessante di una musica che corteggia le parole, il passo delle sillabe tese a cogliere i palpiti occulti del poeta inchiodato a una specie di mandato ricevuto dal Creatore, fanno sì che il dettato s’abbeveri di una sorta di “unguento” rubato alle stelle. Fuor di metafora, mi pare che questa poesia scaturisca ricca e infuocata da un incontro d’amore che, realizzandosi, si pone a guardia del creato e non intende più rinunciare a una eventuale cancellazione dello stesso, per nessuna ragione. Da qui il tono apocalittico e dolcemente evangelico, che è tipico della espressività di Maffia; e il districarsi del groviglio dei dubbi che trovano piena accoglienza in parole spirituali e illuminanti, divine nella misura in cui autenticamente umane, da aggiungere – mi si consenta l’audacia – a quelle degli altri quattro Vangeli. Perché in quelli manca la leggerezza delle affermazioni sull’amore, inteso come raggiungimento perfetto dell’essere umano. Gli insegnamenti che Maffìa ci propone non sono mai doveri apodittici, ma “approdi” dell’esperienza a cui giungere per riscattarsi dalla cenere dei giorni, dalle tensioni che la banalità crea se non sappiamo percepire l’infibulazione dell’umano nel divino e viceversa. Sarebbe molto interessante soffermarsi su come Maffia ha “adottato” le pagine degli altri Vangeli, come li ha resi ad uso e consumo personale, come ne ha tratto gli stilemi per farci assaporare – non c’è altra parola per meglio intendere la portata della sua scrittura – la castità, la carnalità, la diluviante bellezza di un amore che si svolge a Matera e così, di conseguenza, a Matera fa sorgere la sede del Paradiso. I sottintesi di Maffia sono sparsi a piene mani nella screziatura di ogni suo verso. Le allusioni si dipanano correndo frettolose, mentre le affermazioni si dispongono in guisa di preghiera e comandamento: suggestioni da vivere per aprirsi alla magia di uno sviluppo che soltanto se vissuto con intensità e totalmente, abbandonando le riserve preconcette, può svelare la ragione metafisica di trovarsi a vivere, da protagonisti, il suo miracolo.

Va certamente sottolineata la bravura del poeta, che ha saputo portare al suo modo di essere gli stilemi dei quattro evangelisti senza diventare mai blasfemo o irriverente, ma quasi completando un cammino rimasto, per così dire, al limite della liturgia. Da un punto di vista teologico mi piacerebbe sentire il parere delle autorità ecclesiastiche su una scrittura che da tempo lo vede ormai “scatenato” nel mettere in gioco Dio e l’assetto religioso canonico per affermare la sua verità d’amore. Maffìa ha il coraggio dei grandi poeti, i quali non si accontentano mai delle formule date ma cercano incessantemente di andare verso un oltre che il Mistero chiude a qualsiasi tentativo. Maffìa, peraltro, è una “valanga umana” che bussa alle porte del Mistero, e poi – dato che nessuno apre – le scardina, le butta giù, le attraversa con trasporto e slancio totali per cogliere in tempo una goccia della rugiada sparsavi attorno nel coprire la verità con il velo dell’impossibile, o almeno la scintilla fuggente di quella goccia. Per fare questo il linguaggio diventa fuoco che divampa e si spande con una forza insopprimibile; e così Maffia impasta la sua liricità al passo dei Vangeli, e li spagina, li deteriora, li rimette in funzione in modo che chi legge possa trovare un piccolo sentiero dove appartarsi in silenzio per sentire comunque la voce di Dio che difende l’amore, e lo spande, lo dona, lo rigenera, lo innalza ad essere – qual è – la sola cosa sacra dell’universo.

Tutto ciò, si badi, è solo l’argomento. Ma quel che affascina e rende questo libro davvero un nuovo Vangelo, è la forza del linguaggio che sembra nascere da folate di vento irriverenti, libere e necessarie come la forza stessa della vita, servendosi di un vocabolario ricchissimo e raffinato di cui Maffìa si “arma” per cogliere le essenze e le sfumature della sua spiritualità alta, vivida, fremente, capace di illuminare persino le antiche strade della città dei Sassi, persino la quotidianità di un amore che cerca l’assoluto e lo trova negli immediati dintorni con essenze sempre più illuminanti ed “evangeliche”. «Amore dunque nacque a Matera / all’epoca in cui il grigio spandeva / i suoi gesti d’ira sopra la terra».

Marco Onofrio

26 novembre 2019: Marco Onofrio presenta a Bologna “Matera e una donna”, di Dante Maffìa

Le Associazioni Culturali EstroVersi e Amici delle Muse
nell’àmbito della Festa Internazionale della Storia

invitano alla presentazione
del libro di poesie

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MATERA E UNA DONNA

di Dante Maffìa

Intervengono: Cinzia Demi, Marco Onofrio

Sarà presente Elio Scarciglia, editore del libro e autore delle foto

martedì 26 novembre 2019, ore 16,45

Museo Civico Archeologico, Sala Risorgimento
Via dell’Archiginnasio, 2 – BOLOGNA