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“Asciugami gli occhi”, di Roberto Pallocca. Lettura critica

Bello ed estremamente ricco di significati, il nuovo romanzo di Roberto Pallocca (Asciugami gli occhi, Lurago d’Erba – Como, Il Ciliegio edizioni, 2021, pp. 176, Euro 12). Il protagonista del libro, Paolo Magri – questo l’antefatto – viene investito da un’auto mentre attraversa la strada. Batte violentemente la testa, riporta un grave trauma cranico che lo costringe a 12 giorni di coma; poi si riprende, ma il suo cervello non è più lo stesso.

Ecco quindi, anzitutto, la potenza schiacciante della realtà, la pazzesca concatenazione del divenire, la precisa costruzione del destino da cui non ci si ripara, e difatti “i giorni qualsiasi non esistono”: tutto può cambiare per sempre da un momento all’altro. “Sarebbe bastato un misero dettaglio” così comincia il romanzo. Anche il ritardo di un gesto nella maledetta sequenza di quei minuti, e a Paolo non sarebbe accaduto nulla. Ma il senno di poi è inutile, il rewind è impossibile perché la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione. La vita che ci capita, al di là di ciò che vogliamo e per cui lottiamo, giorno dopo giorno. Che poi “Quale vita?” si chiede Anna, la moglie di Paolo: “Quale vita? E perché una e non un’altra?”

Pallocca è italianissimo, ma quando scrive ha un’anima portoghese che si manifesta nella capacità di sentire l’esistenza e analizzarne le molteplici sfumature, nel sentimento oceanico del tempo, nella sensibilità poetica per le sfumature. Penso naturalmente a Pessoa e Saramago, ma anche a un giovane (suo coetaneo) come Pedro Chagas Freitas. La narrativa di Pallocca, come ho più volte notato, non è mai “pura” ma tende al saggio, alla riflessione filosofica, all’aforisma. C’è un poeta nascosto tra le pieghe del narratore – finora in 6 libri pubblicati è stato sempre così: un poeta a cui non interessa soltanto “intrattenere“ e “raccontare una storia”, ma chiarire dall’interno l’esistenza. Il suo tipico tema dei “momenti performanti” (quelli che decidono il futuro degli anni a venire) qui evolve nella complessità dei “bivi” che poi in realtà sono “veri e propri crocevia. Dove s’intersecano chissà quante strade. E tu non sai mai che fare, perché le mete non sono mai indicate”. E così, fra tante strade, qual è quella giusta? Impossibile saperlo, anche quando si è più o meno sicuri.

Paolo Magri, dopo l’incidente, ha passato 10 anni di “diversità”, “lontano da se stesso”, “più distratto, infinitamente più calmo”, ostaggio di una strana apatia sospesa che gli ha consentito di vedere le cose in modo diverso da prima. Vive di contributo statale e tutte le mattine prende i mezzi pubblici per incontrarsi, al centro di Roma, dalle parti di Campo de’ fiori, col suo “alter ego” Giovannino, un omone di cui è diventato amico e con cui passa ore a parlare dell’universo-mondo, seduti entrambi al tavolino di un bar, di fronte ai soliti succhi di frutta. Da quel tavolino Paolo osserva il mondo che scorre intorno, un turbine lento fatto di passanti frettolosi, di scene estemporanee, di canzoni che danno alla radio. E il suo sguardo annega nella precisione lucida e chirurgica dei particolari, ad esempio quando descrive la pioggia ed insegue i suoi effetti sulla città:

L’acqua si aggrappa alle grondaie con una forza incredibile, e riga i vetri delle finestre, gocciola dalle persiane aperte, forma rigagnoli impazziti che seguono la lieve discesa della strada. È buttata via da tergicristalli impazziti, e cola dai cappotti dei passanti, rimbalza lungo i marciapiedi, finisce dove lo sguardo non può più seguirla. I sampietrini più alti spuntano come isole di atolli inesplorati, i più bassi sono sommersi come tante piccole atlantidi dimenticate. 

La triste risultanza delle osservazioni quotidiane è che sono tutti presi dalla “rincorsa al niente”, “tutti infelici. Tutti già morti, forse”. Qui ha modo di emergere una potente radiografia dell’uomo contemporaneo, ad esempio questa:

Vedo gente sudata rincorrere i propri desideri finti, che qualcun altro ha deciso per loro, e star male se non possono permettersi la settimana bianca, la Sardegna, la Station Wagon. E indebitarsi fino al collo per pagare lo svago, che è un’incongruenza per definizione. Vedo alla tv persone accoltellarsi per una squadra di calcio, innamorarsi solo se l’altro le corteggia in un certo modo, tradirsi, perdonarsi, giocare, uccidersi. Sento continuamente dire: “Non ho tempo”.

Ebbene, “cosa ce ne facciamo di una vita così distante dai nostri sogni?” Perché i sogni sono splendidi? si chiede e ci chiede Paolo. Perché “nei sogni sei sincero. Nella realtà no, non sempre, solo a metà”. Stiamo male perché passiamo gran parte del tempo a fingere per essere accettati, a dare ragione agli altri, ad assecondare l’ipocrisia del mondo. Da tutti i dialoghi monologanti con Giovannino emerge il macro-tema del libro: la felicità. Che non dovrebbe essere, come purtroppo è, una battaglia all’ultimo sangue con il destino, ma una “dote” per ciascuno di noi.   

Paolo pensa cose “strane” che in realtà “sono normali” o almeno dovrebbero. Ma forse, in un mondo amorfo di automi, lo strano è proprio che Paolo pensi. Il suo cervello ha smesso di funzionare come prima, ora passeggia nei pensieri. Sente profondamente il tempo, fatto di sogni e di ricordi, di foto che contengono il futuro. E si chiede: “perché non possiamo scegliere cosa ricordare e cosa no?” E avverte la differenza tra assenza e mancanza. E riflette sull’impredicibilità delle “ultime volte”. E nota l’essere, sì, ma anche il non essere, anche ciò che non accade:

Mi chiedo dove vanno a finire i gesti d’affetto che tratteniamo, quelli che non facciamo per viltà o per imbarazzo, gli abbracci frenati, i baci che restano ad appassirci sulle labbra, le carezze che si asciugano sulle mani, e i sorrisi che non segnano il viso. 

Paolo crede di avere una figlia che in realtà non ha. E immagina inoltre di lasciare Anna per fuggire con Giada, una ragazza che pare gli abbia spedito una lettera d’amore. Decide di aprire un blog e comincia a scrivere le sue esperienze. Emerge insomma dall’oblio, comincia a fare i conti con ciò che sa, vuole, desidera, sogna. Invertire rotta: “iniziare a vivere come vorremmo. Da adesso”. Poi – ed ecco il passaggio fondamentale – una mattina prima di uscire incrocia “la sua immagine allo specchio” e, come il Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila (L. Pirandello), “si accorge anche di una ruga piccolissima, alla base dell’occhio sinistro”. Da quel momento cambia davvero tutto. Sappiamo da Jacques Lacan, il grande psicanalista francese, che lo specchio è un elemento dissociativo funzionale alla costruzione psichica del soggetto: guardarsi allo specchio significa riconoscersi ma anche “essere un altro”, vedersi fuori dall’interno: ah, dunque io sono quello! E viceversa (da fuori a dentro): quello, dunque, sono io! Paolo ci torna poche ore dopo, davanti allo specchio, per guardarsi gli occhi e vederli “dentro. Dietro”. Ecco la sua reazione: “Mi sono perso. Lo stesso specchio che stamattina mi spaventava, mi ha chiamato per nome. E ho compreso che il vero dramma dell’uomo non è invecchiare, ma (…) guardarsi gli occhi e non trovarsi più”. E così improvvisamente Paolo avverte un “bisogno incredibile di esistere”, un “bisogno di ricordi nuovi”. Si sente “più vivo, più acceso”: comincia a trattare la vita normalmente, come conferma ad Anna il medico che lo segue. Eppure, prima di cedere alla normalizzazione, Paolo rivendica per un attimo la sua “diversità”: “Lasciatemi alla mia ‘follia’, vivete nella vostra genuina buona salute”. 

L’itinerario si conclude fatalmente “col pazzo che torna normale e si tiene la sua donna”. Giada eclissa nell’oblio, Paolo si fa di nuovo bastare la vita che ha. “Oggi Paolo è normale”. Infatti si alza la mattina più stanco della sera precedente. “Ha voglia di fare un sacco di cose e tempo per non fare niente. Ha desideri da vendere e nostalgie da regalare. Si porta dietro un senso di insoddisfazione come un trolley”. Torna ad essere, come tutti, malato di tempo. Infatti non ne ha più “per gli hobby. Il tempo che gli lascia il lavoro deve usarlo per riposare”. È rientrato nella gabbia, a inseguire la ruota del criceto. Fa carriera in una grande azienda, miete successi. Così può scrivere sul blog: “Oggi mi sono completamente ripreso, sto bene. Sono felice, sai. Felice come dice chiunque. (…) tu mi credi, vero?”.

Non gli crediamo, no, e intanto ci chiediamo qual è il confine tra “normalità” e “follia”. Qual è la normalità? Qual è la salute? E se la salute pubblicamente riconosciuta è in realtà malata, la cosiddetta “malattia” è forse la salute? “Penso” e “mi chiedo”: per 10 anni Paolo non ha fatto altro, e forse, agli occhi degli altri, è stato “malato” soltanto di questo. Se, come si legge a un certo punto, “l’oblio è importante come la memoria”, è “il vuoto che le consente di funzionare”, allora Paolo durante quei 10 anni passati nel vuoto a percepire la totalità strana e meravigliosa della vita era in realtà guarito dalla malattia che distrugge le persone cosiddette “normali”, vuote pur con tutta la loro inutile pienezza. Non sono stati anni perduti perché “il tempo non si perde mai quando si è vissuto come si desiderava”. Sembrava anestetizzato, ma era sveglio come non mai; ora che invece si è svegliato, è di nuovo sotto anestesia. Si resta senza fiato quando alla fine del libro si scopre chi era, anzi chi non era, Giovannino; e tuttavia non è difficile credere che – oscillando fra le tre prospettive che scandiscono i capitoli del romanzo (“fuori”, “dentro” “accanto”) – Paolo sia stato più autenticamente felice allora di adesso, dopo che ha scelto l’accanto finale, ma forse non definitivo, entro cui tornare ad essere l’ingranaggio di un meccanismo spietato, superiore alla vita di ciascuno di noi. Ma è proprio nel divario incolmabile tra “essere” e “non essere”, già dilemma amletico, che la scrittura (quella fittizia di Paolo Magri così come quella reale di Roberto Pallocca) può scoccare la sua scintilla di rivelazione. Come in uno specchio dove perdersi un po’ per riconoscersi come siamo, o vorremmo o potremmo diventare, nonostante tutto.      

Marco Onofrio

“Silvanaya Football Club”, racconto inedito

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Estadio Bombonera “Oscar Mendoza”: leggo a fatica la scritta, sbiadita e mezza cancellata, su una targa di marmo annerito, apposta al muro di cinta. Vi giocava una squadra che qualche anno fa arrivò a militare in massima divisione, per poi decadere miseramente. Colori sociali: rosa e blu. Maglia a strisce verticali; pantaloncini bianchi; calzettoni neri con bordo rosa-blu. Il presidente-fondatore, tale Gabriel Jimenez Parisi, l’aveva chiamata così in onore di sua figlia, Silvanaya Anita Marisol Jimenez Parisi, morta in circostanze tragiche (investita da un’auto) all’età di soli cinque anni. Era un uomo grasso e triste, dal volto placido, ma aveva l’eruzione incorporata, ovvero fuoco – più che sangue – nelle vene, pronto a divampare ogni momento: vulcanico, caliente, generoso… il collo taurino, la camicia che, d’estate, gli si incollava addosso di sudore, sbottonata sul petto villoso… orologio e catene d’oro massiccio, ventre prominente, pantaloni beige a rischio di scoppiare. Quando si incazzava con gli arbitri – e non c’era niente di più facile – dava uno spettacolo pirotecnico che da solo valeva il biglietto: bisognava tenerlo in quattro, e nerboruti, per impedirgli di scendere in campo, dalla tribuna d’onore, a picchiare il bastardissimo “hijo de puta” (così gridava, furente, con la schiuma alla bocca, mentre i tifosi intorno fischiavano a spaccatimpano, o ululavano, come selvaggi sul piede di guerra). Più e più volte, per motivi di intemperanza disciplinare e ordine pubblico, avevano squalificato il campo o penalizzato in classifica la squadra, dandole partite perse a tavolino… senza contare, poi, le inibizioni, i deferimenti, le multe, le sospensioni varie e multiformi che si era beccato (non sempre meritandole, però) lui, “El Presidente”, col suo modo di fare e di esternare.

La recinzione dello stadio è divelta. Sui muri, lungo le tribune, variopinti Tazebao anni Settanta, che inneggiano al “Che”, con la bandiera del Cile e scritte del tipo “Hasta la victoria” o “El pueblo unido”. Lo stadio è dismesso e abbandonato all’incuria: cade letteralmente a pezzi. Qualche striscione scolorito che penzola dall’alto, qualche straccio di bandiera rosa-blu. Entro in campo. L’erba è incolta e spelacchiata. Numerose le buche e le gibbosità. Gli spalti sono vuoti e, ciononostante, odo urla sparute, qua e là, echi di fantasmi e di riflessi, attimi passati. Scrosci di applausi, non so se di scherno o di giubilo. Forse mi riconoscono: forse mi hanno confuso per uno dei vecchi e pugnaci “silvanaydi”… Ecco, ho raggiunto il cerchio del centrocampo, all’altezza del disco di battuta. Qui cominciavano, le epiche partite. Qui i capitani, mormorando in mezzo ai denti cortesissimi improperi, promettendosi battaglia, si stringevano la mano e si scambiavano sorrisi e gagliardetti… Qui, infine, passarono le migliori squadre del tempo. Corro verso una delle porte. È infissa nel muro di cinta che delimita il campo: sembra l’accesso di un garage o di un’autofficina. I pali e la traversa sono fatti di muro che sporge. Tigrati di strisce giallo-nere. Dentro, il pavimento d’erba. La rete molle che pende, quasi del tutto strappata. È una grotta delimitata di pieno. Dietro la rete, la “stanza” della porta si perde nell’oscurità, baluginante di cunicoli interni, di plessi, di anfratti, di angiporti, di atri e padiglioni a non finire… Gli spogliatoi, forse? Dal muro della traversa, all’altezza degli incroci, due lampade incastonate, protette con una piccola gabbia metallica verniciata di rosso: forse le boe di avvistamento, o luci di segnalazione (a indicar di sagoma il bersaglio), per le doti balistiche dei cannonieri in campo?

Contemplo la linea di gesso della porta. Scrostata, sbiadita, consumata. Fin qui: pugno di mosche. Da qui in poi: gol, verità, ragione, dimostrazione, gaudio, estasi, trionfo. Potenza e atto: Aristotele docet. Come far che non sia stato, un gol subìto? E come fare che poi sia, un gol mancato? Il triplice fischio invera e inchioda per sempre, archiviandone le risultanze effettive, tutte le faccende potenziali, ancora fluide e aperte al divenire, sino a quel momento. Ma poi è fatta, qualunque sia l’esito: ci sarà sempre un’altra partita, certo, per rifarsi della sconfitta o rendere conferma alla vittoria… ma quella ormai è andata, non si può cambiare. Come strappare gli acini dal vino in cui, ormai, son stati tramutati? Come tornare all’uva? L’infinito aperto del divenire è un nulla che è tutto, in potenza; il finito chiuso del divenuto, ovvero la realtà, è – specularmente – un tutto che si rivela nulla, fintanto che non s’apre al divenire: ma allora cambia, si trasforma altro da sé, continua poi a finirsi in qualcos’altro. Mi volto verso il campo, per guardarlo dalla prospettiva del portiere. Mi accorgo solo adesso che è un campo rovesciato (ma come è possibile?)… le due porte, cioè, si dirimpettano al centro della larghezza. È un rettangolo che si sfruttava al contrario: un campo larghissimo e cortissimo? Ma forse… adesso ricordo, sì… l’ho letto da qualche parte: cambiarono il posto delle porte! Una notte, in modo inaspettato: a mo’ di avvertimento, di intimidazione. In coincidenza, guarda caso, con il progressivo e inesorabile declino della squadra. Oscar Jimenez, stanco di essere il presidente “barricadero”, votato alle battaglie col Palazzo, finì per lasciarsi travolgere dagli eventi. Già da tempo in grosse difficoltà economiche, cedette infine alle lusinghe del calcioscommesse, alle cifre spaventose offerte dai narcotrafficanti. La squadra arrancava sempre più, e in campo accadevano cose strane, incredibili, sospette. Ma la cosa più strana e assurda era che lui, proprio lui, sì, non s’incazzava più con gli arbitri – e tutti lo notavano meravigliati… Assisteva inerte alle partite, con lo sguardo spento, fisso nel vuoto: un’espressione da bue spacciato, prima del mattatoio.

Fino al patatrac. Fu quando la squadra, ormai retrocessa, ebbe un colpo di coda letale, un estremo impeto d’orgoglio, andando a rovinare la festa di chi avrebbe dovuto laurearsi Campeon proprio all’ultima giornata, e proprio sul campo della derelitta e inoffensiva Silvanaya. Jimenez era stato invitato, più e più volte, a farsi da parte, a non rompere i coglioni, insomma: ad agevolare, sino al compimento degli eventi, gli interessi plurimiliardari del sistema. Cifre a nove zeri, di cui qualcosa sarebbe infine toccato anche a lui, se tutto fosse andato come previsto, senza intoppi: briciole, certo, ma pur sempre qualcosa. Jimenez aveva dato la sua parola d’onore. Figurarsi così lo stupore quando, la mattina del grande e triste giorno, alle prime luci dell’alba, lo svegliò la telefonata del custode del campo che, con voce trafelata, lo avvertiva dell’avvenuto sabotaggio: dell’incursione da parte di ignoti che, nottetempo, avevano spostato le porte nel senso della larghezza del campo… ed erano certo segnali funesti, da non starci per niente tranquilli. “Hijos de puta” – esclamò come ai bei tempi il Presidente. Dunque lo minacciavano, nonostante tutte le assicurazioni. Cos’altro si voleva da lui, ancora? Ma forse – comprese di lì a poco (a mente più fredda) – si trattava di un’altra parrocchia di scommettitori; e questi lo invitavano a farli trottare anzichenò, i giocatori… che la Silvanaya facesse risultato, quel giorno, cosicché la squadra seconda in classifica, a ridosso di un punto, potesse compiere il sorpasso decisivo… Altrimenti… Jimenez capì di essere tra due fuochi, vittima predestinata. Maledisse di cuore il calendario, che gli aveva destinato una partita del genere all’ultima giornata, e si diresse di corsa allo stadio. Lì, smoccolando copiosamente, aiutò il custode a rimettere le porte al proprio posto. Bisognava fare in fretta: nessuno doveva accorgersi di nulla. Nel giro di un’ora tutto fu come prima.

La partita, quel pomeriggio, scivolò lungo i binari di uno scialbo e a dir poco scandaloso 0-0, fatto di finte baruffe a centrocampo (giusto per dare l’impressione, e non farsi richiamare all’ordine dall’arbitro), alternate a fasi di “melina”. Si capì ben presto che le carte erano state ulteriormente truccate: spareggio doveva essere, altro che no! Tra la capolista, ad impattare con la Silvanaya, e la seconda, a vincer facile – già 4-0 alla fine del primo tempo… Era quella la soluzione più comoda per tutti, in grado di far raddoppiare la posta delle scommesse e il volume dei soldi in gioco. Figurarsi cosa dovette succedere quando al 90’ Perfumo, la guizzante ala destra della Silvanaya, stufo delle ripetute e gratuite provocazioni da parte del marcatore avversario (“checca senza palle” e pippa al sugo lo aveva sbeffeggiato sin dai primi minuti), decise di inventarsi un’azione strepitosa che, dopo uno slalom fra cinque stupefatti “birilli” (stavano a guardarlo con l’aria di dire “Ma che fa: è impazzito?” – e tuttavia non riuscivano a prenderlo sul serio; cominciarono a preoccuparsi solo al penultimo dribbling), concluse con una saetta imparabile alle spalle del portiere! L’arbitro, costernato, proprio non poté annullare (il gol era pulitissimo, oltre che splendido), e la Silvanaya finì col vincerla, quella dannata, stramaledetta partita: l’ultima della sua storia. Il titolo – per la cronaca – andò agli ex secondi in classifica; i quali, avendo totalizzato un tennistico 6-1, si ritrovarono loro malgrado, grazie alla prodezza di Perfumo, protagonisti di un inatteso e importuno sorpasso al fotofinish!

Ne venne un tatanai, un’iradiddio. Non subito, però. Al punto che, i primi tempi, Jimenez arrivò a pensare di averla fatta franca. Ma era la classica quiete anzi la tempesta. Il primo a rimetterci fu Perfumo: gli sabotarono i freni della macchina, andò a fracassarsi contro un muro, uscendone vivo per miracolo, sì, ma con la spina dorsale spezzata, destinato a vita sulla carrozzella. Quello stesso giorno, quasi in contemporanea, Jimenez venne circondato da quattro sicari e imbottito di piombo. La Silvanaya, emanazione fisica e legale del suo vulcanico presidente, cessò di esistere in quel preciso attimo, per sempre. Fallimento e radiazione vennero da sé, in modo conseguente e naturale. Rimase in piedi solo lo stadio; dove peraltro, da allora, più nessun incontro si giocò: abbandonato all’incuria del tempo, che tutto corrode e mangia e cancella: alle sue mani invisibili di formidabile demolitore. Ma prima i narcotrafficanti spostarono di nuovo le porte, a eterna memoria del loro incalcolabile potere e della fine riservata ad ogni sprovveduto oppositore. Un monumento alla malavita, insomma: alla radice maligna che alligna e serpe silenziosa, al cuore umano.

Così va il mondo…

Marco Onofrio
(dalla raccolta inedita Specchio doppio)

“Frequenti improbabilità”, di Alessandro Chiometti. Lettura critica

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“Frequenti improbabilità” (Tempesta Editore, 2018, pp. 162, Euro 15, 2° classificato al Premio “Sciotti” 2020), di Alessandro Chiometti, è un libro che incuriosisce e sorprende anzitutto per la sua “macchina” narrativa, così versatile da intercettare, nella unitaria multipolarità – per così dire – dei 13 racconti da cui è composto, altrettanti snodi nevralgici dell’esistenza tout court, esplorati alla luce del mondo contemporaneo e del suo delicato contesto. Definirei Chiometti un realista aperto alle eccezioni, teso com’è ad affrontare la rude potenza delle cose senza perdere la scintilla dei loro palpiti più segreti, ma anche a seguirne le tracce, le fratture e gli anfratti profondi senza ricomporre le dissonanze a posteriori, mistificando quanto trovato. È un narratore onesto, con se stesso e con il lettore: ha una volontà di scavo e, se possibile, di sabotaggio che gli impedisce di anteporre soluzioni di comodo, o edulcorate, alla ricerca etica della verità. L’oggetto primario delle sue pagine è l’alterità di ciò che esiste, la sua irriducibile presenza, il suo ingombro, il suo pugno nello stomaco. La scrittura nasce dalla vita e la vita insegue, nelle innumerevoli stratificazioni dello spazio-tempo, allargando ad ampio raggio i suoi vettori. Chiometti è anche fotografo, sa bene perciò che la scrittura, come la fotografia, dà «esistenza concreta all’attimo effimero» che altrimenti si perderebbe per sempre. Ecco dunque il quotidiano, o meglio l’ordinario, con le feritoie da cui si affaccia lo “straordinario” (ovvero l’ordinario stesso nel suo volto più autentico).

Ma che cos’è, poi, “la” realtà? «Cosa ne sappiamo noi della realtà?» si chiede nell’Introduzione filosofica che funge da apripista alle successive narrazioni. Lo scrittore ternano ha per vocazione e formazione un imprinting scientista e materialista (incompatibile con l’oscurantismo e le ipocrisie delle religioni), ma – ed è qui il punto – non freddamente razionalista, poiché disponibile alle intuizioni del senso e dell’istinto, agli sconfinamenti microfisici e metafisici, addirittura alle epifanie del paranormale. «Non sappiamo niente», risponde dopo aver posto la domanda. E ancora: la realtà esiste di per sé o è una continua costruzione del nostro intelletto? Realismo o idealismo? Altrimenti detto: la luna smette di esistere se non la guardiamo? Chiometti propende per il realismo: la luna esiste anche se non la guardiamo. Però la cosiddetta “realtà” non è riducibile al suo aspetto grossolano e materiale, generalmente sopravvalutato o, peggio, unicamente considerato. Chiunque ragioni con l’accetta del manicheo viene sistematicamente smentito dall’esperienza. La realtà “non cape” ed è quindi molto più complessa degli schemi univoci in cui vorremmo imprigionarla. Si prenda ad esempio la visione aristotelica del mondo, in particolare il “principio di non contraddizione”. Ebbene, l’esperienza dimostra continuamente che «a un oggetto si possono associare più attributi spesso in contraddizione fra loro e allo stesso tempo negare questi attributi». Già gli antichi, del resto, sapevano che «la stessa cosa che ti dà la vita può darti anche la morte». La meccanica quantistica nel ’900 ha dimostrato che «il fotone è onda ed è particella», cioè che «una cosa può essere anche un’altra» per cui lo sguardo deve vedere le cose con una “profondità di campo” ben più ampia di quella superficiale e riduttiva che normalmente utilizziamo. Le stesse leggi naturali non conducono – W. K. Heisenberg docet – a una “completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo”. La realtà obbedisce a funzioni probabilistiche dove tutto fluttua ed è quindi instabile, incerto, imponderabile, pieno appunto di frequenti improbabilità. È questa la Weltanshauung, prima ancora della poetica, a cui si sintonizzano i racconti, e da qui nasce la spinta propulsiva che ne accende il motore e ne governa il meccanismo. Gli spazi risultano spesso sfaccettati e ricomposti come in un quadro cubista o astratto, e così i tempi, che si possono sovrapporre o mescolare contro ogni logica di tipo lineare. I confini tra vita e morte, o veglia e sogno, o natura e surrealtà sono molto più fluidi di una visione razionalistica e riduzionistica della complessità perlopiù inconoscibile da cui originano. Ci si può ritrovare, per esempio, a contemplare un panorama generato dal cervello in coma, o vivere anni come fossero istanti, mentre il corpo fisico vegeta in un letto d’ospedale e qualcuno si prepara a staccare la spina (“La scogliera”).

Pur essendo spesso ambientati a Terni, i racconti di questo libro sembrano dialogare con il mondo intero o, per meglio dire, con le dimensioni ampie e parallele della molteplicità. «Qui», infatti, «è una parola che non ha senso», perché in ciò che viviamo entrano potentemente i «filtri della vita cosciente» e «neanche la più straordinaria delle menti può garantirci che quello che stiamo facendo, leggendo o guardando in questo momento sia la realtà o piuttosto un’illusione dovuta a qualche strano gioco dei nostri neuroni». Il passato quindi può riaffiorare attraverso sogni rivelatori (“Le streghe dell’est”) o visioni e allucinazioni (“El fantasma”, “Il vero nome del gatto”), oltre che, più normalmente, per via mnemonica, attraverso ricordi ad esempio storici (“Sana e robusta”) o sentimentali (“Il capitano del mio cuore”). Le paratie dello spazio-tempo sono mobili, assomigliano piuttosto a porte girevoli, varchi e incroci che consentono transiti. Chiometti non nasconde la ferocia della vita e lo squallore della società in cui viviamo, «un mondo di stronzi» con sintesi efficace e lapidaria. Emblematica è la vicissitudine “fantozziana” di Emanuele, il ragazzo ternano che va a Roma per assistere al concerto di Manu Chao e viene più volte derubato, anche per la sua ingenuità ma soprattutto per la jungla da homini lupus che lo “accoglie” fin dall’arrivo nella Capitale e che lo porta al punto di venire obnubilato, mediante una birra drogata offertagli da un gruppo di coetanei malintenzionati (“Ciao Manu!”). Chiometti prova una particolare ebbrezza nello scoperchiare le botole segrete del palcoscenico, svelando ad esempio la contrapposizione dialettica tra i giochetti sporchi del Potere e la «vita di merda» dei signor nessuno, il popolo, la gente comune. Da cui la ribellione: o innocua e privata come quella del barista che sputa «nelle tazzine degli stronzi», cioè la manager disumana, l’onorevole colluso e il sindaco compiacente, giunti a festeggiare nel suo locale (“Soddisfazioni”); o dirompente e pubblica come quella “totale” di Cutter, alias Aureliano De Longhi, il protagonista del bellissimo “Dimenticare Aureliano”. «Quando aveva cominciato a girare storto il mondo?». Con la società tecnocratica globalizzata hanno creato un futuro soltanto per resilienti, cioè sudditi disposti a tollerare qualunque sopruso: «bisognava essere pronti a tutto». Cutter viene chiamato così perché è colui che «con questa storia di sfruttamenti e vessazioni ci ha dato un taglio», un prometeo che ha acceso fuochi in tutto il mondo. «Lei è un pazzo criminale» gli dice in diretta televisiva Donna Alfa, la falsissima e ipocrita intervistatrice. «Io ero pazzo» le risponde Cutter. «Ora sono guarito. Io ero pazzo ad accettare senza fiatare che per anni abbiate distrutto le nostre vite senza neanche lasciarci il minimo necessario per sopravvivere».     

«E quindi lei pensa di aver cambiato il sistema!»
«No, io credo di aver detto “diamoci un taglio”, poi qualcuno mi è venuto dietro»
«Qualcuno? Circa duecento emulatori solo in Italia, quasi quattromila nel mondo. Ha scatenato una guerra!»
«La guerra l’avete scatenata voi quando avete creato gli esodati, quando avete legalizzato il caporalato, quando avete tolto ogni diritto ai lavoratori, quando il semplice stipendio di un onesto lavoratore non solo non è stato più garantito ma, quando c’era, non riusciva neanche a pagare il dentista del figlio. Beh, mia cara, sa cosa dice Lao Tze della guerra?»
«Cosa dice?»
«Di non iniziarne mai una se non sei sicuro di vincerla!»


A un certo punto si legge che Cutter inarca la bocca «in un ghigno degno del Joker», e Joker della scrittura è anche un autore versatile ed eversivo come Chiometti. Il Joker è legibus solutus, è colui che scompiglia le carte e fa saltare gli schemi, mandando all’aria l’ordine ingiustamente stabilito da coloro che ne traggono vantaggi. Attenzione però, questa carica di impegno sociale e politico non assume mai i toni enfatici o populistici del “comizio”: il narratore cioè non smette mai di fare il suo mestiere. E lo fa con il dono naturale di farsi leggere, raccontando storie fluide, segnanti, talora iconiche, sempre ricche di vita e di esperienza. Chiometti ha un’ottima capacità di affabulazione, con cui cattura lo sguardo del lettore mentre attraversa in modo sempre interessante i livelli tendenzialmente inafferrabili del mondo contemporaneo. Non riduce la complessità delle cose, ma anzi ne estrae tutta la ricchezza, le molteplici dimensioni. Ciò gli consente di fare narrativa parlando di politica, scienza, tecnica, storia, ecc. immergendosi con esatta e puntuale documentazione, e conseguente proprietà lessicale (ad esempio i dialetti regionali e i gerghi professionali), in semiosfere diverse da quelle tipiche del letterato puro. C’è una impronta mimetica che spinge le cose ad emergere dalla pagina, vive e concrete: è la scrittura che diventa mondo adattandosi – con trasformazioni metamorfiche “a vista” – alla materia che di volta in volta vuole incarnare. E infatti non è vero che (come osserva nella sua “Nota d’autore” conclusiva, riportando il parere di alcuni lettori) si tratta di racconti che «non sembrano scritti tutti dalla stessa mano»; è vero semmai che rappresentano le tante anime dello stesso autore, e questo si riconosce appunto dalla “mano”, dall’impronta originale, dalla coerenza dello stile pur nell’eterogeneità delle direzioni intraprese.        

Marco Onofrio

La “pagliata” di Mario Soldati

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Nel racconto “La pagliata”, contenuto nel volume La messa dei villeggianti (Mondadori, 1959), il celebre piatto romanesco funge per Mario Soldati da catalizzatore di autenticità: una sorta di strumento per meglio accordarsi alla percezione delle profondità simboliche della Città Eterna. È una Roma al colmo dell’estate, in cui lo scrittore e cineasta torinese si trova suo malgrado, anziché – come vorrebbe – tra i paesaggi freschi e silvestri del suo Piemonte, trattenuto dal lavoro e solo, senza i familiari che invece sono partiti per le vacanze. Il giorno scorre veloce e quasi anonimo ma la sera, conclusi gli impegni professionali, la Città scioglie i sigilli delle sue dimensioni stratificate, consentendo all’occhio sopracuto dell’artista la percezione di dettagli spaziotemporali altrimenti confusi, se non preclusi. Lo sguardo penetra nella polpa di questo dedalo semantico di segni interconnessi, raggiungendo le stanze segrete di un “incanto” che trasfigura case, vie, vicoli, slarghi e piazze in “quinte” teatrali, e gli astanti in attori inconsapevoli di un dramma in corso, un dramma che coincide con lo scorrere stesso dell’esistenza.

Ma ecco il golfo della sera, ecco la voragine della notte estiva romana, calida, ventilata, sconfinata di ore e di secoli; gli strati confusi delle antiche civiltà sembrano riaffiorare, rifermentare, chiuderci con misteriosa naturalezza in questa giungla di case rosse e di monumenti giallastri, sotto un cielo violaceo: lunghe vie storte, vicoli fetidi e bui, quasi cunicoli, fessure tra palazzi enormi; e improvvisi slarghi in cui, sbucando, ci si ferma a guardare incantati; piazze vaste, sbilenche, in pendio, dove gorgoglia una fontanella tranquillissima, e le case di qua e di là sono come le quinte di una scena, e tutto è come una scena: i tre giovinastri all’angolo, con le magliette chiare e le motorette, il prete che passa lento, le tavolate di gente fuori dell’osteria con i boccali luminosi di topazio.

Roma è, dunque, uno spettacolo inesauribile che svela – a mo’ di prisma caleidoscopico – sempre nuove scene o, al limite, nuovi aspetti della scena in corso. Specialmente le notti d’estate, quando la dolcezza mediterranea del clima induce i sensi a deragliare, cedendo a un’ebbrezza di curiosità vaga, a un’erranza ondivaga di sensazioni, pensieri sconfinati, abbrivi fantastici.     

Vivo a Roma da trent’anni; eppure non v’è notte d’estate, se esco in giro per i vecchi quartieri, che non scopra una di queste strane piazze: voglio dire, una che non avevo mai visto, dove non avevo mai messo piede.

È una continua, sorprendente scoperta di luoghi e particolari, ignorati in precedenza malgrado la durata e l’assiduità della frequentazione. In quanto omogenea, più di altre metropoli, alla fluida complessità della vita di chi ne osserva l’evoluzione, grazie ad uno sguardo che ha a sua volta le sue stratificazioni di esperienza e di cultura, e che evolve insieme a ciò che vede, Roma è praticamente impossibile da conoscere e soprattutto da “dominare”, poiché appunto è un infinito che “non cape”. Quale Roma, però? La città di una volta è assediata dalla “corruzione livellatrice” della modernità, e i caratteri tipici dei rioni tendono a sfumare. Soldati sa bene che il processo di modernizzazione è irreversibile e per molti versi foriero di benefici, ma non si esime – qui come in altri libri – dal rimpiangere quanto del passato (tradizioni, usanze, autenticità, buonsenso, genuinità di cibi e vini, ecc.) viene in questo modo adulterato o cancellato. Trastevere, ad esempio: meglio il rione Monti, se si è in cerca della vecchia Roma.

Trastevere? Trastevere, oramai, non c’è più. La voga, le insegne al neon, le masse ogni anno crescenti dei turisti, ma soprattutto gli americani e il costume americano hanno profondamente guasto Trastevere, che si atteggia e semplifica sempre più quale gli americani possono pensarlo. No, per ritrovare il Trastevere di prima della guerra, bisogna battere altri quartieri: il rione Monti per esempio, quei solenni e squallidi vicoli cinquecenteschi, rammemoranti addirittura le fazioni medievali dei Frangipane e degli Annibaldi, e che tuttavia la fronte umbertina e piemontese dei palazzi di via Cavour maschera e sottrae alla curiosità dei turisti, preservando così dalla corruzione livellatrice, semplificatrice, utilitaria del nostro secolo lo spettacolo di ben altra corruzione, antichissima, tragica, funebre e sublime.

Proprio a Monti, precisamente «in via del Cardello angolo via Frangipane», Soldati ricorda una sera dell’estate precedente, presso la trattoria “Al Cardello” dove era stato invitato, da Nino Rota e dal professor Verginelli, a gustare la pagliata. Ora ci ritorna da solo e ritrova «tutto uguale: identiche luci solitarie e spaziate, identiche immense ombre su per le fiancate dei palazzoni». Riconosce un «balconcino barocco» sospeso «in cima alla quinta della casa d’angolo». Riconosce l’ostessa, padrona e cuoca, e i figli che la aiutano come camerieri. Riconosce le «tre sorelle» che con passo lentissimo (una, la più vecchia, è quasi paralitica) rincasano «dopo aver chiuso il loro negozio di merceria a via dei Serpenti». Riconosce una «ragazza bruna, nervosa, vestita di rosso», probabilmente sordomuta dalla nascita, che accorre alla fontanella con un fiasco, lo riempie d’acqua e se ne va, sempre di corsa. Riconosce due preti che salgono adagio «il lungo piano inclinato verso via degli Annibaldi, la stradina che fiancheggia il palazzo del Collegio internazionale degli Oblati, difesa da un muretto a picco su via Frangipane». È passato un anno esatto dalla serata gastronomica con i due amici, ma nulla è cambiato: le stesse figure, puntuali alla stessa ora, come i personaggi inconsapevoli di una commedia dal copione scritto che va in scena, con ritmo circadiano, nell’atmosfera suggestiva di «quella prospettiva colossale e deserta, di un tempo fuori dal tempo comune». Questa è la vera Roma che piace a Soldati, e in tale contesto propizio giunge, perfettamente invocato, il rito augurale del piatto ristoratore, come un frammento autentico di ciò che gli occhi e il cuore stanno gioiosamente rivivendo.

Ed ecco, sul tavolo rustico e comodo, accanto al vino di Grottaferrata, secco quanto un vino romano può esserlo, ecco finalmente la famosa pagliata. La pagliata è un piatto tradizionale, antichissimo, della cucina romana. È l’intestino tenue secondo del manzo, detto la digiuna o il digiuno perché sempre vuoto se non del chimo, e cioè di quella pasta omogenea, viscosa, lattiginosa, che è come il sugo ultimo della digestione, il vero e puro elemento nutritivo. La pagliata va mangiata soltanto il giovedì sera, e cioè soltanto la sera dello stesso giorno in cui si macella. Va accuratamente liberata dal grasso in cui è immersa, e dalla sottile pelle che l’avvolge. Poi tagliata a ciambelle, e legata da un capo e dall’altro, così che, cuocendo, il chimo non esca. Può essere cucinata in vari modi. Ma soprattutto in umido o al forno. Meglio al forno, o sulla gratella, con brace di carbone di legna. È un sapore straordinario: come se un formaggio, invece di esservi sparso sopra per condimento, fosse naturalmente racchiuso nel cibo stesso: quel chimo gustato di sorpresa, nella sua vita fermentante. Sale, pepe, olio e un goccio di vino completano la preparazione della pagliata arrosto: che, se freschissima, è tenera, croccante, profumata: un piatto prelibato, una delicatezza, o, per dirla con Apicio, una polytéleia, una sontuosità, un lusso.

Non si tratta, com’è evidente, della versione tipica da primo piatto, accompagnata con rigatoni al sugo, ma della pagliata integrale, più raramente intesa come secondo piatto. Soldati la gusta da par suo, cioè con gli strumenti del gourmet internazionale – sia pure attento alle genuinità locali, di cui andava sempre in cerca nei suoi viaggi – e, più in genere, del bon vivant, del raffinato intellettuale che affronta il piatto come un testo di cultura da “leggere” con acume e sensibilità. Non a caso chiude gli occhi, per concentrarsi meglio sulle sfumature infinitesime, ed evoca il grande filologo classico Ettore Stampini:   

Chiudo gli occhi mentre assaporo, e penso al mio vecchio maestro Ettore Stampini, alle lezioni su Persio, al calidum sumen, mammella di scrofa ripiena del suo latte.

Il sapore della pagliata non solo risveglia, attraverso un filo invisibile che si chiama tradizione, la ricchezza perduta del mondo antico, ma si candida a coincidere – per consentanea affinità – col sapore stesso di Roma, anzi: col sapore stesso della vita.

Riapro gli occhi: ciò che vedo, il colore rosso delle mura, questo scenario di pietra e di mattoni, si accorda perfettamente con ciò che assaporo: qualcosa di fermentato, di forte, di bruciante e tuttavia piacevolissimo: come una eccitante eppure ferma familiarità con le potenze infernali della corruzione e del fermento, della morte e della vita, un sorriso pio verso ogni male, anche il proprio.

Marco Onofrio

     

         

“La rivincita” (da “Energie. Frammenti e racconti”, 2016)

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LA RIVINCITA

Per ogni buona impressione che si produce ci si fa un nemico.
Per godere della popolarità bisogna essere mediocri.

O. Wilde

«Non sei degno di partecipare a questa mensa» mi sibila in tralice Sauro Zangrilli. E il suo fedele scudiero, Oscar Paolucci, annuisce radioso, coi suoi occhi gialli da basilisco. Io, per tutta risposta, alzo il dito medio verso entrambi. 

È un reading poetico collettivo. C’è tutto il sottobosco letterario. Un piccolo inferno di conventicole, in guerra permanente fra di loro. Il trionfo della mediocrità. Anche per questo mi sento, e mi fanno sentire, ospite non gradito. Non vogliono che io legga le mie poesie. Sono tutti gelosi della mia potenza: solidali contro dissociato. Troppo libero per i loro gusti: incapace di scendere a compromessi, come viceversa regola impone. Pubblico troppo e non mi faccio mai vedere. Che cosa vorrei dimostrare, con il mio incedere da ariete: che sono più bravo di loro? E se anche fosse? La bravura non si accetta di per sé: va casomai fatta accettare, a furia di inchini, di maneggi, di scambi sottobanco. Non è il merito, la via maestra. E, peraltro: come dimostrarlo in modo oggettivo? A quali parametri attenersi? Chi può dire che un’opera è sicuramente e infallibilmente valida? 

Dunque, non ci si può imporre tout court. Occorre insinuarsi con la vasellina, gatton gattoni, senza mai mettere in dubbio la premessa-base del mondo letterario: che ognuno pensa di essere la colonna portante della Storia, il genio attorno a cui ruotano i destini dell’Universo. E ritiene di poterlo sostenere senza l’onere della prova, come una specie di dogma. La prova, dico io, dovrebbero poterla fornire i libri scritti, e il valore effettivo delle “sudate carte”. Ognuno guarda il collega scrittore con l’aria di dire: “Sì, sì, sarai pur bravo: MA non c’è nessuno al mondo come me! IO sono un’altra cosa”. E lo pensano tutti, anche i mediocri, anzi: soprattutto loro. Pure le pulci tengono la tosse. E così ci s’incula a vicenda, con mosse silenti e furtive, senza mai smettere il sorriso in pieno viso, come un’impronta sulla maschera buccale. È una jungla intricata di egocentrici in competizione: pur quando si fa finta di andare d’accordo, d’essere sodali. E le più grandi amicizie si guastano, quando – prima o poi, immancabilmente – emerge il conflitto sottinteso che covava. “Ma perché, davvero pensavi d’essere migliore? E non avevi ancora capito che ti piscio in testa?” – se lo dicono finalmente in faccia (con sovrapposizione simultanea di parole, sorde monadi alienate) dopo averlo pensato per anni.

C’è una trafila di gesti simbolici – in un gioco perenne di rapporti di forza, di scontri sulfurei e silenziosi – che presiede a una gerarchia invisibile e segreta: è questo il sottobosco che funghisce, all’ombra puzzolente del Potere. La regola è: consociarsi. Ovvero presenziare, reggere il sacco, farsi conoscere. E giurare vendette, e ordire congiure. Non conta ciò che scrivi ma a quale gruppo appartieni: perché a un gruppo devi per forza appartenere. Più che a scrivere, i poeti (o sedicenti tali) sono impegnati in una cocciuta e martellante opera di autopromozione. Anche senza pagine da promuovere. Anziché scrivere (serve a poco o niente) costoro passano le giornate a parlare, anzi a sparlare, l’uno contro l’altro. Ché forse, in fondo, non hanno niente da dirsi, e meno ancora da dire. È una specie di ritorno alla letteratura orale. Uno scrive per dirsi tutto nella pagina, per rendersi superfluo e inessenziale rispetto a quanto scritto. Il libro dovrebbe parlare e scagionarsi da sé. Oggi invece contano più le parole di contorno, i salamelecchi, le genuflessioni. Il rumore che si solleva, ad arte, intorno al nulla. Guai al creativo solitario che produce in silenzio! Giacché li rende, al confronto, visibilmente mediocri: proprio quali sono. E allora viene temuto, quindi deriso, osteggiato, ostracizzato. Come fanno con me. Sono contento di essere odiato, considerato antipatico e arrogante. Detti da loro, sono complimenti! Continuino pure nel loro ridicolo e inutile gioco dell’oca: a me piacciono gli scacchi, e soprattutto la mossa del cavallo, che scarta, che salta, che spiazza. Sì: sono un cavallo pazzo. Ombroso, selvaggio, indomabile.

Ma allora – se questo è vero, come è vero – che ci sto a fare qui, tra questo siparietto di imbecilli? Sono venuto per dispetto: proprio perché non mi vogliono. Ora è il turno di Alba Tramonto, che sorge/declina sul palco con aria fatale da diva. I soliti versi sentimentali: perché le donne non sanno fare altro? Dorian Palese mastica insofferenza e freme per conquistare il centro della scena: si crede il nuovo Petrarca. Lele Torpedo muove le sue beffe contro tutti (è solito affermare che la Poesia al mondo l’ha portata lui, anzi: la Poesia è lui). Sharm’el Shek (pseudonimo di Giuda Gesuelli) inietta pulci – una dopo l’altra – nell’orecchio acconcio di Zangrilli, con la sua aria da ebete incallito. Serpeggia una risata sussultoria. Poi è il turno di Vanda Anatroccolo, che si sporge da un cubo scenico, melodrammatica, per diventare il cigno che non è. Paolucci applaude frenetico. Qualcuno ghigna “evviva”. Io e la mia musa inquietante – dolce compagna di voli poetici – cerchiamo affannosamente la copia di un mio libro. Non ricordo i miei versi a memoria: solo leggendoli potrei recitarli. Cerchiamo e cerchiamo (ci sono volumi ammonticchiati dappertutto) e tuttavia, guarda caso, non esce fuori niente di mio. Ci sembra più volte di averlo trovato, per la grafica del titolo o l’immagine di copertina, e ogni volta è una delusione. La mia rabbia cresce a dismisura, perché non voglio dargliela vinta a questi cialtroni, alla loro preconcetta ostilità. Tanto più che Poldo Cacace, con la sua aria da solone imparruccato, mi ha ruttato all’orecchio che potrò esibirmi se e solo se ci sarà tempo. Ergo, non potrò esibirmi: restano ancora 21 poetesse e 16 poeti in lista d’attesa. E alle mie legittime rimostranze, mi ha invitato a non rompere i coglioni: sono più critico che poeta, del resto. Che è un modo come un altro per significare che i poeti sono loro, che perciò devo farmi da parte e – al limite – scrivere saggi sulla loro produzione, se proprio aspiro a figurare.

Quand’ecco che, mentre sono al colmo dell’angoscia, qualcuno mi porta una busta da lettera: la apro, come in trance, e dentro, su un foglio in fregi liberty, c’è scritto che ho vinto dodicimila euro a un premio internazionale di poesia! Io e la mia musa trasaliamo di gioia, ebbri di rivincita, e – sventolando la lettera come un vessillo – cominciamo a diffonderne la voce. Serpeggia in un baleno il mormorio, e cresce, e cresce, proprio mentre si esibisce Gilda D’oro. Ci restano tutti di princisbecco.                   

Impallidiscono. Trasecolano. Boccheggiano. Stramazzano. Che bello vederli crepare d’invidia!

Io e la mia musa usciamo trionfanti all’aria aperta. E finalmente si respira! Ora vogliate scusarmi, ma nei prossimi tempi avrò un bel po’ di cose da fare e festeggiare. La vita, qui fuori, è senza dubbio mooolto più interessante di certa “letteratura”…

Marco Onofrio  

 

“Il tempio del tempo”. Racconto inedito

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IL TEMPIO DEL TEMPO

Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma,
quando cadet Colysaeum cadet et Roma,
quando cadet et Roma cadet et mundus.

Beda il Venerabile (VIII sec.)

“Secondo me è immensurino”, mi dice la ragazza in un sorriso.
Sto raccogliendo materiali sul monumento emblematico di Roma. Pareri, immagini, ricordi, testimonianze. Come cicatrici sovrapposte. Scalfitture, crepe, escoriazioni. Punti di sutura e di cesura, che ne rendano la pelle come nuova. Bucando il cerone dei luoghi comuni. La patina americaneggiante. Le rughe posticce dei peplo-film. L’indifferenza degli stessi romani.
“Che vuol dire immensurino?”
“Che è immenso come lo vedi… ma è pure piccolo, in proporzione, perché fa parte dell’arredo urbano, anzi: ne è parte irrinunciabile. Che sarebbe Roma senza il Colosseo? Questo leone che miagola? Questo gatto che ruggisce? Così, finisce che ti abitui alla sua mole… che se la guardi bene, però, ti stupisce e ti impaurisce ogni volta. Ma lo guarda bene solo il turista, il viandante, quello che a Roma ci sta pochi giorni, o poche ore. Perché lo guarda con occhi speciali: per la prima e, forse, per l’ultima volta. Divorando l’immagine con voglia. Assaporandola, come una delizia. Succhiandone il midollo. Imprimendola bene alla memoria. Per non scordarlo più… Ma se a Roma ci vivi, finisci per non vederlo. Anche se gli passi accanto dieci volte al giorno. Anzi: più gli passi accanto e meno te ne accorgi! Eppure lo sai che c’è, lo “senti”. È parte di te; sei parte di lui – e guai se non ci fosse. Questo legame profondo di affetto e di orgoglio – di orgoglio, sì, per la magnificenza che esprime dinanzi al mondo, che è anche la tua; e per il passato di cui reca traccia, che è anche il tuo – mi porterebbe a definirlo, addirittura, immensuretto… o forse immensurello…”
“E che voi sape’? E che t’o dico a fa’? Sta sempre là, che nu’ lo vedi? Sta là … boh …” mi dice il conducente dell’autobus.
I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti. Queste cose sono consentite al turista, entro la sfera circoscritta del suo soggiorno. Roma può arrivare a conoscerla il forestiero: chi ci viene a vivere da fuori, con gli occhi vergini dinanzi al suo proliferante “oggetto”. Il romano può soltanto sapere Roma, sapere di Roma. Perché Roma per lui è “soggetto”: è lo scenario stesso della sua esistenza. Non ha e non è altro luogo, da sempre. È impastato di Roma, e Roma di lui. Indistinguibili: come il latte e il caffè nel cappuccino. Questa disseminazione dell’identità nel contesto topologico dell’Urbe, complicata dal vissuto personale – fitto come il reticolo di esperienze, di ricordi, di immagini interiorizzate, e anche di fantasie, che fanno esistere “quel” luogo, “quel” vicolo, “quel” monumento per ognuno che lo vive, da sempre, dentro la propria vita, dandone il tono e dipingendone il volto alla facciata, la peculiare “rappresentazione”, talvolta a prescindere dai confini stessi della sua “realtà” –, questa disseminazione, dico, funge da ulteriore ostacolo alla conoscenza. Se ogni luogo della propria Roma, di ciò che Roma è e rappresenta per chi ne vive, risveglia una filiera di echi, di risonanze, di vibrazioni, belle quanto insieme dolorose, conoscerla meglio, allora, significa conoscere meglio se stessi; e non sempre questo è piacevole o possibile, mai semplice. E poi c’è l’eterna disponibilità di Roma che ti aspetta, come un foglio bianco la scrittura. Se inviti il romano ad approfondire la propria città, e gli dici che è uno scandalo se non domina certe storie, o ancora non ha visto certe cose, che pure il milanese e il torinese inurbati stanno messi meglio al riguardo, lui ti risponde che… tanto mica scappa, Roma: e che, abitandoci, ha tutta la vita per porvi rimedio, gli basta quando vuole uscir di casa… e intanto, a forza di rimandare e non pensarci, gli passa davanti tutta la vita e, puntualmente, non lo fa. O forse non ti risponde nemmeno: si limita a guardarti con quell’aria sorniona e indolente, cinica, che non è soltanto un tratto convenzionale del suo carattere. Si sa, del resto: le cose che abbiamo a portata di mano sono proprio le prime che finiamo per perdere, o per non vedere. A parziale scusante, c’è da aggiungere che Roma ci mette anche del suo per nascondersi, per rendersi inafferrabile: è infatti così complessa e “infinita” da atterrire e paralizzare anche il più agguerrito dei ricercatori. E il Colosseo?
“Dovremmo venderlo ai cinesi. Sai i soldi!” propone il netturbino.
“Beh, proprio venderlo no”, rettifica un collega: “piuttosto, smontarlo e rimontarlo in giro per il mondo. Fargli fare un tour – e milioni di euro ad ogni tappa”.
“Dunque sappiatelo: se venisse tolto, in verità, resterebbe un buco nel cielo” ammonisce un sacerdote, segnandosi. Riecheggia, in lui, l’assimilazione cristiana del monumento classico. A chi invocava che fosse abbattuto, perché memoria della Roma pagana, emblema degli dei “falsi e bugiardi” e covo di idoli malefici, si rispose che, anzi, andava santificato come luogo di martirio dei cristiani. La terra dell’arena, già cenere demoniaca, si tramutò in reliquia. Ed ecco, poi, la Via Crucis celebrata dentro il Colosseo, dal papa in persona, in mondovisione!
Ancora il sacerdote: “Ascoltate l’eco nel silenzio delle pietre. Le urla atroci dei martiri sbranati dalle belve. La terra lavata dal sangue degli innocenti. Ricordate, fratelli, meditate”.
“Io me ricordo solo che ce venivo a scopa’ … Era tutto operto… mica co’ le sbare de oggi… De notte era un viavai de pomicioni…” replica un pensionato che cammina col bastone.
“Pensi, dottore, se – sistemandoce drento un campo de carcio: c’entrerebbe? boh – un giorno er derby se giocasse ar Colosseo! Che spettacolo! Forza Roma!”, dice accalorato il tassinaro.
Lo gelo informandolo che sono della Lazio: non mi rivolge più parola fino al termine della corsa.
“Lo hai mai visto il film dei Pink Floyd a Pompei?” trilla la mia amica rockettara. “Immagina che fico un evento rock dentro il Colosseo! Non so: la reunion dei Genesis. O il prossimo concerto degli U2”.
Gianni, un mio amico esperto di “scrittori e Roma”, mi parla della teoria, invero balzana, secondo cui Dante avrebbe desunto lo schema dell’Inferno dopo avere visto il Colosseo. Anzi, per essere precisi: sotto l’effetto della tremenda impressione suscitata in lui dall’interno del gigantesco rudere. E, inoltre, dall’avere saputo della leggenda di Virgilio – il sommo antico da lui scelto come guida per il viaggio oltremondano – quale costruttore del Colosseo: il Virgilio “mago”, prima che poeta, che vi andava a studiare e svolgere le arti negromantiche. E mi parla del Colosseo interpretato dai pittori fiamminghi, dopo il viaggio a Roma, come “torre di Babele”. In particolare, Bruegel il Vecchio. E del topos romantico, tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento, del Colosseo al chiaro di luna: Goethe, Madame de Stäel, Stendhal, Henry James. Pare infatti che il Colosseo si animi di forze magiche particolari, propense all’accadere degli eventi, proprio a mezzanotte e a mezzogiorno di ogni giorno. La corona dei raggi solari e il gioco delle ombre a mezzogiorno; le fioche luminescenze seleniche e, ugualmente, il gioco delle ombre, a mezzanotte.

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E, ancora, lo sguardo barocco di Giuseppe Ungaretti, che lo definisce “enorme tamburo con orbite senz’occhi”… Il Colosseo come un teschio spolpo, combusto, calcinato: un relitto di millenni che riemerge, attimo dopo attimo, dall’oceano del tempo, dalle sue arcane e irraggiungibili profondità.
Samuele, un altro mio amico appassionato di storia, mi parla del Colosseo in epoca medievale quando, durante la feroce lotta per le investiture, i Frangipane lo occuparono come fortezza, come avamposto strategico alle spalle del Laterano. E di quando, per secoli, fu una cava inesauribile di marmi, di travertini, e anche di semplici pietre: venne saccheggiato e smantellato – indebolito fino ad essere pericolante e in qualche punto, addirittura, a crollare – per erigere e decorare chiese e palazzi e architetture varie, ad esempio la scala e la piazza di San Pietro. È suggestiva questa idea di un Colosseo disseminato per la città, di membra sparse, come un corpo che appartiene a tutta Roma. E mi racconta, Samuele, anche della curiosa idea che papa Sisto V, alla fine del Cinquecento, aveva escogitato per arginare l’indigenza del proletariato romano: impiantare una filanda dentro il Colosseo! Al primo piano la fabbrica vera e propria, coi laboratori; al secondo e al terzo le botteghe e le abitazioni degli operai. Ma il progetto, elaborato da Domenico Fontana, naufragò per la sopraggiunta morte del papa.
“E com’era a quei tempi il Colosseo? e la zona circostante? Che cosa vedremmo tornandoci ora?”
“Molti archi erano ciechi, chiusi, murati. La profondità interne stavano ancora sottoterra, ricoperte dalla ruggine dei secoli. Lo si riempiva oltretutto di letame, per ricavarne salnitro. Ogni sera e ogni notte era avvolto dal fumo nauseante dei fuochi. Era un nido di malaria, una selva di esalazioni mefitiche. Dentro c’era un immondo intricato serpaio, un roveto abbandonato senza fondo. Vi allignavano un sacco di piante ed erbacce. Uno studioso inglese, nella seconda metà dell’Ottocento, si divertì a contarle e a catalogarle in un libro oggi rarissimo, dal titolo “Flora of Colosseum”: risultarono ben 420 specie vegetali! Anche tutto intorno c’era campagna incolta, e vigne, e orti, e giardini. Le mandrie pascolavano tra le rovine. La zona del Colosseo era malfamata, pullulava di balordi, di ladroni, di mignotte”.
Ma, ammetto: mi interessa moltissimo la dimensione magica ed esoterica del Colosseo. Quelle strane storie di demoni. Chiedo lumi al Prof. Giano Tantucci, ordinario di antropologia. Mi conferma l’idea del Colosseo come centro magico dell’Impero, in quanto “tempio del sole” e sede di Phebo, “sol invictus”, simbolo della potenza e dell’immortalità di Roma trionfante. Nato per sempre sotto il segno di Giove, vale a dire ruota, cerchio, uovo, palla d’oro. E infatti sferico, tondo, compiuto: ricco di pienezza e di armonia. Emblema incrollabile di Roma Aurea, antica e moderna: eterna. Ispirato alla corona del sole: globo, dominio cosmico, cupola stellata, “totum orbem”. Era la “rotonda mole degli specchi”: pare che vi fosse lo “speculum orbis”, lo specchio del mondo che rifletteva ogni cosa esistente. Questo era Roma, peraltro: lo specchio di tutto mondo allora conosciuto. E il Colosseo era il maggiore di tutti i templi anche per la sua celebre vocazione ermetica, e poi alchemica. Le stesse statue, erette in apparenza ad ornamento, erano disposte secondo i dettami dell’arte negromantica: per difendere Roma dai suoi nemici. Si credeva vi convogliassero e vi sciamassero legioni di demoni. Molti, passando nelle vicinanze, erano atterriti dalla visione irreale di un Colosseo infestato da larve ghignanti, completamente avvolto dalle fiamme. Per questo la zona veniva esorcizzata con l’aspersione della “zaffetica”, una mistura nauseabonda a base di zolfo, che avrebbe dovuto cacciare i demoni dalla loro roccaforte. Mi chiedo come, dato che proprio l’odore di zolfo li avrebbe se non altro fatti sentire più a casa. Tantucci, incalzato dalle mie domande, mi parla in particolare di un idolo del Colosseo, di nome Pantaleo, dentro cui risiedeva il demonio Astaroth. Era il maggiore idolo di Roma. E mi colpisce la leggenda della regina Rosana, che si reca apposta al Colosseo per inginocchiarsi davanti a Pantaleo e pregarlo devotamente di darle un figlio.
Condizionato da tante e tali suggestioni, finisco quella notte per sognarmelo, il caro anfiteatro. E trovo spiegazione al suo mistero: è un castello di sabbia, oggi indurita dal trascorrere del tempo, forgiato da un ciclope di nome Pantarotte per far giocare sua figlia Sorana, e divertirsi lui stesso, quando Roma era tutta una spiaggia lambita dal mare. Ma Sorana scivolò al centro di questa immensa torta, e fu inghiottita dalla sabbia bagnata. Invano Pantarotte tentò di afferrarla. Poi, pazzo di dolore, prima di inabissarsi volutamente nel punto stesso in cui era sparita la figlia, per raggiungerla almeno negli inferi, urlò così forte che il mare indietreggiò, lasciando per sempre Roma, e il cielo si piegò fino a spaccarsi. Dalla fenditura del cielo cadde un timone, che gli eredi del compianto Pantarotte collocarono, avvinghiandolo con un complicato sistema di funi e di argani, al centro esatto del Colosseo, nel cuore più segreto e profondo. Questa ruota di timone cominciò a girare da sé, lentamente, inesorabilmente, su se stessa. Apparve ad ognuno, in breve, come la ruota del tempo. Si diceva che fosse Pantarotte a manovrarla, da sotto, per espiare prima il suo dolore. Il Colosseo venne santificato come il “tempio del tempo”. Si aveva la certezza che, bloccando il giro consueto del timone e spingendolo poi al contrario, si potessero muovere le nuvole, le stelle, le montagne, le città, le cose toccabili e intoccabili. Si sarebbe vista la luce tornare al sole, invece di scendere: e lasciarlo scoperto, una volta per tutte, il volto misterioso della vita. La ruota è ormai coperta da strati e strati di terra. Probabilmente è ferma da secoli. Per questo, forse, non siamo più gli stessi: abbiamo perduto qualcosa di fondamentale (ma non sappiamo che). Se la portassi di nuovo alla luce, liberandola dagli impacci e ripristinandone il giro, si potrebbe tornare alle configurazioni della realtà che si sono dissolte in altro, che non ci sono più.
Dal catino del Colosseo, infatti, vengono proiettate in continuazione, come flash di foto scattate dal tempo, le immagini del mondo verso il cielo, verso l’universo. È uno dei pochi posti dove questo avviene, perché in genere è il cielo che manda le sue foto sulla terra. Non a caso è il tempio del tempo. Vi si apre la bocca di un grande portale, un varco, per infilarsi in questa specie di asola cucita: raggiungere nel passato il proprio futuro, o nel futuro il proprio passato, attraverso un attimo che si allunga infinitamente, uscendo dentro di sé, per sempre, come una goccia che si scioglie in mezzo al mare. Potrei tornare indietro a recuperarle, queste immagini proiettate, divaricando i lembi del tempo e sbarcando nelle forme di Roma che non ci sono più. Le voci che hanno suonato. I colori che hanno brillato. I cieli che sono scorsi. I corpi che si sono mossi in questo spazio, occupandolo. Le scene di vita che si sono condensate, forme dell’eterno divenire. Le estati che sono combuste. Le cicale che hanno frinito, senza più memoria. Miliardi di miliardi di miliardi di identità diverse. Che fine ha fatto tutto questo? Cenere, polvere, nulla. È stato tutto mangiato dal vuoto, che mangerà anche me. Ecco: penetrare nel tempo attraverso il vuoto, l’eternità del luogo medesimo. E già: è sempre stato qui il Colosseo, da quando esiste. L’identità del luogo attraverso il tempo. Strappargliele di nuovo, al vuoto, tutte quelle cose. Tirarle fuori, aprendogli la bocca. Come il domatore col leone. Allora sì che sarebbe “speculum orbis”, e potrei vederci il mondo intero. Il mago illusionista e la sfera magica. È o non è, del resto, il Colosseo, prototipo ancestrale di ogni circo?
Ho sognato che c’è una vecchia megera corpulenta che si aggira al suo interno, come un fantasma dell’Opera. Forse è Sorana stessa, invecchiata dai secoli. Forse è la madre. La chiamano “Mora”, anche se non ha i capelli neri. È casa sua, il Colosseo: ne conosce e domina perfettamente il dedalo di pietre. Pare che, se la incontri, comincia ad urlare con la bava alla bocca e poi ti prende a schiaffi con la forza e l’efficacia di un carrettiere. Dopodiché, ti svegli per sempre.

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Voglio proprio vedere. Scelgo la mattina di Ferragosto. Non c’è praticamente nessuno. Mi aggiro circospetto, ma rischio ugualmente di perdermi, nella selva aspra, arida, quasi lunare, di corridoi, anfratti, cunicoli, angiporti, archi ed ambulacri. È impressionante, la sottostruttura dell’arena, emersa dagli scavi archeologici d’inizio Ottocento. Sono appena le dieci, ma già fa un caldo torrido. Nessuna traccia della megera. Decido allora di provocarla: “Mora?… Morona?” Schiocco le labbra e metto le braccia a croce, improvvisando gesti apotropaici. Niente: solo il frastuono ondivago delle cicale. E i gridi delle rondini che legano fili invisibili di cielo, arando solchi nel cerchio azzurro-fuoco della enorme circonferenza… Poi scorgo come un guizzo di luce, il riverbero di un fulmine tra i ruderi. Mi attraversa un brivido freddo: un abisso di dolcezza e di terrore. Lascio cadere lo sguardo… e me la trovo davanti. Madre che colpo! È una cicciona bassa dal volto vagamente orientale. I capelli rossastri, tutti stoppacciosi e impolverati. Pallidissima. Sudata. Gli occhi completamente bianchi, privi di pupille. La bocca aperta e sdentata, fossa di bava colante. La pappagorgia molle che traballa. Indossa un peplo purpureo che lascia intravedere il corpo massiccio, da gladiatore. Mi guarda vogliosa in direzione del pube, deglutendo saliva. Si avvicina di un passo. Muove le labbra, mormora qualcosa in un sussurro. Mi sfiora con la mano la guancia, per accarezzarmi. È la mano delicata di una bimba, gelida al tatto. Sposta lentamente la mano verso le parti basse. Si inginocchia davanti a me. Si concentra sulla lampo dei pantaloni. Armeggia, ma non riesce ad aprirla. Lo faccio io, per lei. Estrae il mio “caduceo”. Rosso, lucido, scoperchiato: armato già da un po’. Le alzo il volto con la mano e, guardandola negli occhi che non ha, le chiedo: “Colis eum?” (“lo adori?”) E lei, in un sospiro ansimante: “Colo” (“lo adoro”). Quindi se lo abbocca in silenzio, con le labbra piene e verdognole, a ventosa… e comincia a ciucciare di gusto. Poi, dopo un po’, si alza e mi conduce dentro l’ombra di un anfratto. Si sdraia supina e, tirandosi su il peplo, mi offre il frutto delle sue cosce aperte. Ed io, preso da una foia strana e insana, con un gusto di sangue e di fiele tra le labbra, le sono subito sopra, e lì mi do da fare… È come calarsi nelle acque buie e aggrovigliate di un pozzo, dove nessuno saprebbe trovarmi. Tutto si obnubila e scompare. Poi, non ricordo più niente.
Quando riemergo, è mezzogiorno fatto. La luce mi acceca e mi stordisce, ci metto una mezzora per riavermi.
“Lo avrei capito soltanto quel pomeriggio, dopo essere tornato a casa”.
“Che cosa?” mi chiede nella piega di un sorriso Samuele.
“Di avere fatto l’amore con Roma”.

Marco Onofrio
(dal libro inedito Specchio doppio)

12 maggio 1974: la Lazio di Maestrelli e il grande sogno

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Me lo ricordo come un sogno, il primo scudetto della Lazio. Avevo tre anni. I complimenti di mio fratello che, pur essendo della Roma, provava ammirazione per l’impresa, strameritata (già dall’anno prima). Era contento: in fondo lo scudetto scendeva a Roma. Scoppiò nel cielo soleggiato della città (era quasi estate, quel 12 maggio ’74) come l’eco di un fatto grosso, rimbalzando di zona in zona, e ricadendo nella coscienza pubblica condivisa, nel sentire epidermico della gente (quasi unico individuo), con i connotati di quella cronaca che, già lo sai mentre la vivi, resterà per sempre, sarà storia. Ricordo il mito di Giorgio Chinaglia, che spaccava le difese come un ariete imbufalito (si ingobbiva in progressione, imprendibile) e gonfiava le reti col suo tiro potentissimo. Ma mio fratello mi parlava soprattutto di Tommaso Maestrelli, l’allenatore, il vero artefice del “miracolo”. Ricordo i caroselli strombazzanti delle macchine, le bandiere biancocelesti dai finestrini, i vessilli dai balconi. Troppo bello per crederlo vero, eppure … La Lazio era NEL SOGNO, come avrebbe titolato a caratteri cubitali la prima pagina del Corriere dello Sport il giorno dopo. Si viveva una realtà clamorosa e pazzesca, che nessuno – soltanto due anni prima, quando la squadra era ancora in Serie B – avrebbe mai potuto credere possibile. Superiore addirittura al Cagliari di Riva, cresciuto in modo più costante e progressivo.

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Glielo chiedo a mio padre, che cosa si ricorda di quel giorno. Praticamente nulla.
“Ma nemmeno dei festeggiamenti?”
“A quei tempi non seguivo il calcio. E poi, lo sai, la memoria non è il mio forte”.
Gli parlo di Maestrelli e Re Cecconi, il “maestro” e il “re”: i miti forse più grandi di quell’epopea, anche per come si è poi “conclusa” la loro parabola di gloria. Fu un bagliore che si spense troppo presto, come del resto tutta quella Lazio. L’alba di un mattino che non venne: e fu subito sera. Il maestro e il re appartenevano a quella genia di eroi che pungono dispetto agli dei invidiosi, i quali non tollerano mai, senza conseguenze, una bellezza così fulgida e pura in mano ai destini dell’uomo. E infatti vennero fulminati, a distanza di breve tempo, da uno strale di tragedia, di dolore, di umana disperazione. Re Cecconi dalla morte assurda che lo recise, splendido fiore biondo, nel gennaio ’77, per uno scherzo incauto al cospetto di un gioielliere dai nervi scossi per le troppe aggressioni subite. Il colpo venne dall’esterno: la pallottola cieca, fredda, insensibile, partita e non più richiamabile, dritta come un fuso, verso il compimento di quel fato. L’istante maledetto rimase per sempre congelato nel suo sguardo azzurro che si freddava. Si accorse di ciò che era accaduto, il povero Luciano? Ebbe tempo di rendersi conto, di vedersi morire? Maestrelli, invece, venne colpito dall’interno, da un mostro maligno che si manifestò sotto forma di carcinoma al fegato, e che lo divorò, dopo un’effimera ripresa, nel giro di venti mesi. E non si può dimenticare il giorno dell’aprile ’75 in cui la squadra tricolore, già da un po’ di tempo immalinconita e annaspante (guarda caso proprio in coincidenza coi primi malori del suo amatissimo tecnico), saputa negli spogliatoi la diagnosi della malattia incurabile, crollò in casa 1-5 contro un Torino maramaldo, incurante delle lacrime che piangevano in campo quelli con la maglia biancoceleste. Così come, un anno dopo, con Maestrelli di nuovo in panchina, resterà per sempre la salvezza insperata e nuovamente “miracolosa” di Como, dopo una stagione tribolatissima.

Racconto queste cose a mio padre con la più genuina passione, da tifoso innamorato, e gli faccio vedere le foto dei due “angeli”. Arriva mia madre da un’altra stanza e ci dà uno sguardo pure lei. Noto che è colta da stupore e impallidisce. Dice che li ha visti il giorno prima, quei due, allenarsi su un prato ai bordi dell’ex aeroporto di Centocelle, dove è passata, a piedi, per tornare da un’amica ammalata cui ha fatto visita: “il prato dove andavi a giocare da ragazzino, ricordi?”
Mi si gela il sangue, un tuffo al cuore.
“Ma sei sicura?”
“Ti dico di sì. Due gocce d’acqua, spiccicati a questi. Li ho guardati più volte, camminando. Il biondo correva e l’altro gli tirava il pallone.”
“Guarda che sono morti da più di trent’anni”.
“Ti dico che erano loro. Stavano in una zona molto verde e bella del prato, nei pressi della recinzione militare”.
“Come erano vestiti?”
“Con una tuta azzurra. E c’era scritto S. S. Lazio”.
“Oh Cristo …”, e quasi mi devo reggere per non svenire.

L’indomani mattina, dopo una notte insonne di brividi, raggiungo il punto del prato che dice mia madre. Non c’è anima viva. Solo un cielo basso e plumbeo, che minaccia pioggia. Guardo e riguardo: nessuno in vista. Cammino lì intorno per qualche minuto, con speranza decrescente. Poi, proprio quando starei per rinunciare, brontola un tuono e scende un raggio di sole da uno squarcio di nuvole nere. Si illumina il verde del prato, poco più in là. E vedo! Prima diafani e incerti, come immagini in controluce. Poi più concreti, sotto apparenza di corpo, di materia toccabile e reale. È esattamente la scena che ha descritto mia madre. Ho la pelle d’oca e gli occhi lucidi, preda di mille emozioni. Paura. Stupore. Sgomento. Pena. Nostalgia. Commozione. Enormità. Mi avvicino con cautela, mentre dal raggio di sole emerge un bellissimo accenno di arcobaleno. Eccoli: sono loro … Maestrelli lancia a Cecco il pallone Adidas Telstar, quello a esagoni bianchi e neri (lo stesso del primo scudetto: il vero, classico, unico pallone evergreen – non quelli che usano adesso), e l’angelo biondo, con la sua falcata impetuosa ed elegante, s’invola, stoppa al volo e lo rinvia. Avanti e indietro, destra e sinistra: come un’onda. Sento distintamente il rumore del pallone calciato e quello soffice dei rimbalzi. Maestrelli dà il ritmo con un fischietto. Mi avvicino un po’ di più. Re Cecconi fa un cenno al mister, che si volta dalla mia parte e mi sorride.
“Ciao Marco”, ovviamente sa il mio nome.
“Ciao Mister”, gli dico in un soffio. Le lacrime mi scendono da sole.
Sono ad un passo. La sua chioma d’argento. Il volto sereno che aveva prima della malattia. Lo sguardo profondo e vivo. Gli chiedo in silenzio il permesso di abbracciarlo. Sento che è disposto. Lo stringo forte come un padre, reprimendo i singhiozzi sulla sua tuta azzurra. (Intanto Re Cecconi palleggia per conto suo). E capisco, in un empito infinito di pena, tenerezza e struggimento, che mi afferra come una morsa nello stomaco e nel cuore, quanto è profondamente bello – non esiste aggettivo migliore – tifare per questa squadra. Capisco anche quanto (l’immensità) e perché, io sono della Lazio. Anzitutto per i colori della maglia, meravigliosa, il bianco e il celeste: i colori del cielo, della purezza e della spiritualità, oltre che della Grecia olimpica, associati all’araldica imperiale, l’aquila, cioè il più nobile simbolo di Roma. Come a dire, il senso universale della città eterna, intesa, quale è, come alma mater, fonte del diritto e del cristianesimo, patria fondante dell’apertura umana dei valori, della storia e della civiltà occidentali. Questa è la “nobiltà romana” che la Lazio rappresenta: di spirito e di cuore, di sguardo; non di censo o di sangue. E infatti la Lazio nasce popolare, ma nasce – non a caso – in Piazza della Libertà, a due passi da Porta del Popolo. E com’è, infatti, lo sguardo dei laziali? Libero. Diverso. Profondo. Sobrio. Sfuggente. Orgoglioso. Vero. Come lo sguardo che lampeggia negli occhi dell’aquila.

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E ancora: io sono della Lazio perché la Lazio è poesia, è “pena, tenerezza e struggimento”. Perché è un’idea misteriosa e alta da contemplare, e ancora mai conclusa da pensare. Perché chi indossa quella maglia non può più dimenticarla. Perché la prima partita che ho visto allo stadio (ci portai mio padre: 25 marzo 1984) è, ma non l’ho fatto apposta, la stessa che si disputò tre giorni dopo che ero nato (14 febbraio 1971): Lazio-Torino, entrambe vinte 1-0. Perché la Lazio è la squadra più pazza, più strana, più iellata (quanti pali ha colpito nella sua storia? forse la media di uno a partita …) e più imprevedibile del mondo – quando sei sicuro che vince, perde, e quando sei sicuro che perde, vince. Perché, dopo “mamma”, è stata Lazio (Lacio) la prima parola che ho pronunciato da piccolo. Perché sono nato a Roma, e quindi tifo per la prima, unica, autentica, inimitabile squadra della mia città. Perché sono nato della Lazio, mi ci sono ritrovato per natura, per anima, per destino, come in questa vita, senza sapere perché: come il battito del cuore, come il respiro, come la luce degli occhi. Perché la Lazio è una passione infinita, che si rinnova ogni momento da se stessa, senza limiti di tempo e di pensiero. Perché per la Lazio ho pianto lacrime di amarezza (come nella pessima stagione ’84/85: un sorso di veleno ogni domenica) e di gioia (come per il secondo, rocambolesco scudetto). Perché, a scuola, noi laziali eravamo sempre in minoranza, al massimo tre per classe, fin dalle elementari, in mezzo allo sfottò dei lupacchiotti: ma questo mi rendeva ancora più fiero della nostra stupenda diversità, di quel sembrare (ma non essere) stranieri in casa propria. Perché ho tifato e amato la Lazio più quando era sull’orlo dell’abisso, ai bordi del fallimento e della serie C, che quando è stata, per un certo periodo, la squadra più forte del mondo. Perché non potrò mai dimenticare quel gol di Giuliano Fiorini, a una manciata di minuti dalla Fine, grazie a cui è cominciata la riscossa. Perché essere della Lazio è come essere scozzesi in Inghilterra. Significa guardare alle cose in modo diverso, appartenere a un altro versante del pensiero, vedere più in profondità: scegliere, fin dal nome, la strada meno scontata (troppo facile essere di Roma e chiamarsi, guarda caso, Roma … che sforzo di fantasia! coltivando solo per questo, oltretutto, l’illusione, anzi la convinzione, meglio: la menzogna storica, di essere gli unici, autentici depositari della romanità … come se la Lazio non fosse nata ventisette anni prima e non avesse potuto, se solo lo avesse voluto, scegliere il nome e i colori della sua città). Per tutto questo, e tanto altro ancora, la Lazio è parte importante della mia vita, dei miei giorni, dei miei ricordi più cari: e guai a chi me la tocca!

Vibra così, sull’onda della commozione, lo spettro dei pensieri simultanei, intrecciati in un mirabile arabesco. Questo, Maestrelli mi ha fatto capire, di me, dentro il golfo del suo abbraccio. È stato come guardarmi allo specchio: tutto ciò che sono e sono stato. E ora mi arriva la percezione di ciò che è stata la Lazio per lui. Quanto grande e quanto importante. Si parte dal derby che Pulici, dopo uno splendido gol di Bruno Giordano, vinse da solo, parando l’impossibile, e che gli dedicò via radio a fine gara: il mister si chiuse in bagno tra i singhiozzi, sentendo vicina la fine; e infatti poche ore dopo perse conoscenza e poi morì. Gli dispiaceva di “tradire” i suoi ragazzi, di abbandonarli quando ancora lottavano per lui. Mi prende uno strazio indicibile. Sento tutto il suo dolore nel rimpianto: la dolcezza del ricordo e l’amarezza della nostalgia. Che brutto, che assurdo, che ingiusto, morire di morte prematura, senza aver potuto concludere il lavoro, sciogliere o annodare tutti i lacci di una vita. Quante cose erano rimaste sospese? Tante: troppe. I figli. La moglie Lina. Quella Lazio, che avrebbe potuto vincere di più. E un futuro come CT della Nazionale. Perché la vita non gli dava più tempo? Perché stroncava nel mezzo, sul più bello, quell’insieme così invitante di possibilità? Ed ecco poi, a ritroso, la gioia di Como per la salvezza del ’76; e, un mese prima, la disperazione, con conseguente malore in panchina, per il pareggio in extremis del Torino (proprio su autogol di Re Cecconi – che ora sorride ferito e smette di palleggiare), in quella che fu l’ultima partita di Giorgione con la Lazio; e le prime avvisaglie concrete della malattia, negli spogliatoi di Bologna (marzo ’75); e i Mondiali tedeschi del ’74, con il viaggio diplomatico per cercare di aggiustare i cocci del “vaffa” di Chinaglia a Valcareggi; e poi, finalmente, la luce meravigliosa di quel 12 maggio, l’emozione infinita del fischio finale, l’invasione di campo, lo scudetto portato in alto dai palloncini, e la scritta gigantesca ‘LAZIO campione 1974’ sugli schermi dello Stadio Olimpico. Quante emozioni! E vedo scorrere, come rapidissimi fotogrammi, decine, centinaia di gol: quelli di Chinaglia, di D’Amico, di Giordano, di Ruben Sosa, di Signori, di Gascoigne, di Casiraghi, di Salas, di Mancini, di Nedved, di Inzaghi, di Simeone, di Crespo, di Di Canio, di Rocchi, di Zarate, di Klose, di Immobile … e fra tutti emerge nettissimo quello vincente che Cecco fece al Milan, all’ultimo minuto, nel 1973 (è certamente lui che me lo sta inviando). E ascolto dentro me, ripetuti in sequenza, i diversi boati del pubblico: milioni di spettatori che hanno sofferto, gioito, amato, per questa maglia, squadra dopo squadra, generazione dopo generazione. E sento con orgoglio infinito l’essenza della Lazio, la sua anima, la sua entità storica e simbolica.

Mi sciolgo dall’abbraccio con il mister. Sembra durato ore: sono in realtà trascorsi pochissimi attimi. A questo punto Maestrelli sa: ha intuito, ha avvertito, ha capito, ormai, il mio desiderio più grande. 12 maggio 1974. Tornare a quel giorno. Rivivere, da adulto, quel sogno che mi sfiorò bambino. Non c’è bisogno di parlare: basta il linguaggio degli sguardi. Mi sorride e mi indica Luciano, che nel frattempo ha ripreso a palleggiare. Poi, ad un cenno del mister, Re Cecconi spara un campanile a tutta forza. Fintanto che la palla non ricadrà a terra, avrò il tempo per passare dall’altra parte. Maestrelli alza un lembo d’aria. Mi tuffo con coraggio, non so dove. C’è un muro di nebbia tutto intorno, poi un lampo di luce … E mi ritrovo a guardare il Tevere … dalla spalletta di Ponte Milvio. È una mattina luminosa e serena, l’aria profuma di fiori e palpita di pollini ondeggianti. Chiedo a una signora che passa: “Scusi, oggi che giorno è?”
“Domenica”.
“Sì: dico di numero”.
“Ne abbiamo 12: 12 maggio”.
“Grazie, buongiorno”.
Ci siamo. Sono nel 1974! Ecco, infatti, le macchine di allora. La 127, la 128. La Simca. La Prinz. L’A 112. La 2 Cv. L’Alfasud. La Ford Capri. C’era un bel traffico anche a quei tempi, non c’è che dire. E l’odore dello smog era diverso. Mi avvio verso lo Stadio Olimpico, sono quattro passi. Che strani i vestiti della gente: le camicie a fiori dai colori vivaci, accostati in modo improbabile, e dai colletti a punta spropositati … ed ecco i famosi pantaloni a zampa d’elefante! Molti uomini portano il borsello a tracolla di cuoio e gli occhiali da sole Persol. Qualche bella ragazza sguaina le cosce tornite dagli spacchi dei vestiti lunghi o, direttamente, dall’apertura delle minigonne. Belle rotondità femminili spiccano anche dalla pubblicità del jeans “Jesus” (‘Chi mi ama mi segua’); ma la maggior parte dei manifesti riguardano il referendum per il divorzio, previsto proprio per quel giorno. La folla comincia dal Foro Italico. Centinaia, migliaia di bandiere biancocelesti e tricolori, e stendardi, maglie, cappellini, poster, gagliardetti celebrativi. Tra i gadget più curiosi, il portachiavi a forma di “gobbo” (come i romanisti, schiumando rabbia per i ripetuti gol subiti al derby, chiamano Chinaglia). Mancano quattro ore alla partita e sono già tutti intorno allo stadio. Euforia diffusa da grande evento. I clacson delle macchine. I cori che serpeggiano. I battiti di mani, i tuffi al cuore. Sale la tensione allo stomaco, ogni minuto di più. Molti hanno l’ombrello aperto per proteggersi dal sole che comincia a picchiare. Mi infilo nella calca. C’è gente che è qui dalle cinque di mattina. I quarti d’ora passano lenti come lumache. Man mano che scorre il tempo, la folla ammutolisce – anche per il caldo – e sfuma la voglia di scherzare. Sono preoccupato per il biglietto: non ho soldi in tasca, giusto qualche spicciolo di euro … ma qui si paga in lire. Come farò?
E aprono i cancelli. Migliaia e migliaia di persone si riversano nello stadio. Oltre i controlli si affrettano, corrono verso le scale di accesso alle tribune, per accaparrarsi i posti migliori. C’è chi spinge da dietro: urla e imprecazioni. I celerini intimano di stare calmi, di non accalcarsi. Fermo un inserviente dello stadio e gli chiedo se mi fa entrare senza biglietto, ché so come finisce la partita.
“E che, vieni dal futuro? Chi sei, Mandrake?”, mi chiede con la faccia paragula.
“Beh, in qualche modo …”
“Ma vattene, va”, e si allontana.
Ci resto con un palmo di naso e poi gli urlo di rimando: “… comunque vinciamo 1-0 con gol di Chinaglia su rigore al sessantesimo, per fallo di mano del foggiano Scorsa. Il rigore verrà battuto sotto la curva Sud”.
Qualche tifoso mi sente e quasi vorrebbe aggredirmi (“Se’, senti questo. Solo 1-0! Aho, ma niente niente fossi della Roma?”), mentre qualcun altro interviene in mia difesa (“E perché, 1-0 non basta? Vinciamo e siamo campioni! Campioni! Campioni!”).
Dopo un po’ di appostamenti e tentativi, approfittando di un momento di massima calca, riesco a infilarmi in un varco e a farla franca col biglietto. C’è evidentemente una speciale protezione di fortuna che mi favorisce: dovrò quindi stare più tranquillo. Mi affaccio sul catino dello stadio dai distinti Sud (li ho scelti per vedere meglio il rigore decisivo).

Lo spettacolo dell’Olimpico è a dir poco strabiliante. Gli spalti sono già quasi gremiti. Un oceano di bandiere: lo specchio limpido del cielo. Nel giro di un’ora è tutto pieno in ogni ordine di posti: saranno oltre ottantamila spettatori. L’inizio della partita si avvicina, e sale l’emozione ancor di più. Esce il presidente Lenzini e fa un giro d’onore beneaugurante, salutando e ringraziando il pubblico laziale.

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Poi, ecco – finalmente – l’ingresso delle squadre in campo, mentre lo speaker legge le formazioni di Lazio e Foggia, riprodotte anche sui tabelloni. I giocatori sono annichiliti, guardano increduli le infinite bandiere sventolanti. Ecco Pulici, completo nero alla Jashin, con il suo classico rito prepartita (va a togliere le “ragnatele” dagli incroci della porta). L’arbitro è il Signor Panzino di Catanzaro.
Calcio d’inizio. E via, per sempre, verso il tricolore.

Il gioco appare fin da subito bloccato. Il Foggia si gioca la permanenza in Serie A e dà fondo ad ogni residua energia. La Lazio appare stanca, scarica, sopraffatta dalla tensione. Fa anche molto caldo. La partita è brutta, ma a un certo punto potrebbe sbloccarsi: Vincenzo D’Amico spara un diagonale che centra il palo alla sinistra di Trentini, il portiere del Foggia! Finisce il primo tempo con un logico 0-0, e qualcuno nutre  preoccupazioni. La ripresa, dopo un intervallo che sembra interminabile, inizia con Martini che s’infortuna alla spalla e deve uscire. I tifosi laziali, notoriamente pessimisti, interpretano l’episodio (dopo il palo di D’Amico) come un segnale infausto. Ma si avvicina il quarto d’ora, ed io sono sempre più attento, perché sta per arrivare il momento decisivo. Non voglio perdermi la scena: devo gustarmela fino in fondo. È questa l’azione? … no, ancora no. Forse ora … no, neppure ora. Ma quando arriva? Mi viene a un certo punto il sospetto che la storia possa andare diversamente, modificata magari dalla variabile “impazzita” del mio arrivo dal futur … No, ecco, eccolo: il cross dalla sinistra intercettato con la mano dal difensore del Foggia. È rigore! rigore! La gente urla e si abbraccia isterica, non vedo più niente. Tutto come previsto, dunque. Si placano per rassegnazione le proteste vibranti dei foggiani. Chinaglia sistema con cura il pallone. Sullo stadio cala un silenzio irreale. Molti si voltano per non vedere. Questo rigore, lo so, non verrà certamente ricordato per lo stile di esecuzione: ma per la sua importanza. Ecco la rincorsa di Chinaglia: gooolll!!!

L'ANNUNCIO DEL FIGLIO DI CHINAGLIA, MIO PADRE E' MORTO

Tiro rasoterra, angolato e lento, alla destra del portiere. Boato pazzesco e delirio. Vedo facce in trance e occhi gonfi di lacrime. Un’emozione difficile da contenere. I giocatori corrono ad abbracciare Maestrelli. Il gioco riprende a stento e il Foggia si getta subito all’assalto. Batti e ribatti, le azioni sono confuse. La Lazio ha la lingua di fuori e in qualche frangente rischia pure qualcosa, il pubblico rumoreggia inquieto. Ma la difesa, guidata dal grande capitano Pino Wilson, fa sempre buona guardia. Espulso Garlaschelli: non ci voleva. Gliela facciamo comunque. E il tempo non passa mai. Mancano dieci minuti. Poi cinque. Poi tre. La gente non sta più nella pelle. Aumentano gli applausi, gli incitamenti. Si percepisce che ormai è fatta, che “sta per accadere”. Il pubblico si accalca ai bordi del campo per l’invasione finale. L’arbitro fischia e tutti equivocano, pensando alla conclusione. L’invasione viene respinta con rabbia dai giocatori, si teme una squalifica. Il gioco riprende per qualche attimo ancora, poi è davvero la fine. È un boato immenso e un applauso lunghissimo. La Lazio è campione d’Italia, ecco la scritta sui tabelloni. Uno scudetto gigante sale in cielo trainato da decine di palloncini bianchi e celesti. L’orda festante irrompe in campo, i giocatori fuggono disfatti e felici, ma vengono raggiunti, abbracciati e letteralmente spogliati. Maestrelli è portato in trionfo. Nessuno vorrebbe andarsene, abbandonare gli spalti, lasciare quel momento magico: che possa durare per sempre. C’è una luce bellissima, color oro, di tardo pomeriggio primaverile, che piove obliqua dal cielo sereno di Roma. Guardo con struggimento lo spettacolo, ancora una volta, e poi imbocco le scale. La gente corre, ubriaca di gioia. Ecco i primi caroselli di macchine, con le bandiere al vento.

Non so dove andare. Decido di raggiungermi a casa, prima di tornare nel mio tempo. Ci metto due ore, dallo Stadio Olimpico al quartiere Tuscolano. I mezzi congestionati, il traffico impazzito. Ecco il mitico 85 a due piani, modello “swinging London”! Eccomi, mamma e papà: sto arrivando. Imbocco il portone, aperto fortuitamente da un inquilino che esce. L’ascensore. Il quinto piano. Ecco la porta di casa mia. Mi avvicino e ascolto le voci di dentro. Le percepisco distintamente. Mio padre, mia madre … mio fratello … e la voce di un bambino: io.

quel-piccolo-visionario

Starei per suonare il campanello, ma proprio in quell’istante sento la forza di un gorgo che mi inghiotte in una luce …

E mi ritrovo sul prato. Piove. Il “maestro” e il “re” sono scomparsi.

C’è solo un vecchio pallone sgonfio ai miei piedi, che non rimbalza più.

Marco Onofrio

“L’ombra delle stagioni”, di Fulvia Strano. Lettura critica

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“L’ombra delle stagioni” (EdiLet, 2012, pp. 120, illustr. a colori, Euro 12), di Fulvia Strano, è – fin dal titolo – un libro intriso di essere e tempo, cioè di riflessione filosofica asistematica, radicata in chiave estetica, attraverso gli strumenti di rivelazione umana offerti dalla lettura impregiudicata delle opere d’arte. “Ombra” è parola densa e diafana al contempo, proiettata com’è da un impedimento materico al percorso della luce e, quindi, segnaletica di creaturale corporeità: non hanno e non fanno ombra i defunti, i fantasmi, gli angeli, tutto ciò che non è (o non è più) di questo mondo. L’ombra, dunque, racchiude la quintessenza del nostro esserci: in quanto proiezione della materia che ci manifesta al mondo delle cose toccabili, si oppone alla luce della chiara conoscenza, al raggio diretto che la propaga dentro il vuoto dello spazio. Senza l’ombra, la luce non ha rilievo e non ha senso: non potrebbe esercitare tutto il suo splendore. Ma l’ombra stessa ha per molti versi la sua luce: il buio stesso splende della sua luce, una luce “altra” da quella che le cose opache ci rivelano, ed è questo che da sempre gli artisti insegnano a vedere. L’ombra è intensamente umana perché legata al tempo e al suo sentimento, cioè alla dissolvenza, allo sbriciolarsi della materia nel vuoto divoratore, al silenzio che contiene ogni verità. Le stagioni scorrono intorno al nostro “cono d’ombra”. L’ombra delle stagioni ricorda quella delle nuvole in viaggio, e quindi le immagini del tempo, della realtà in continua evoluzione. Quante immagini si annidano in fondo ai nostri occhi per salvarsi dalla bocca vorace del tempo e ramificarsi dentro il cuore? Alcune più diafane, altre più dense, altre ancora diafane e dense come le ombre, immateriali e materiali al contempo, irreali e reali: le immagini dell’arte. Epifanie di una luce profonda che, dal cuore eterno della storia umana, si manifesta come ombra dell’ignoto e dell’assoluto che ci sfugge, e a cui idealmente riconducono, come i raggi del sole.

Il rapporto di Fulvia Strano con l’arte è istintivo e totale, di pancia e insieme di intelletto: è una sintesi di sguardo e respiro che coincide con la sostanza stessa dei suoi giorni, con il suo modo autentico di essere e vivere le cose. Parla di «passione vera, quella che ogni volta mi fa commuovere davanti a un’opera d’arte». Un essere umano può piangere dinanzi alla bellezza? Sì: di gioia inesprimibile, di amore, di brivido religioso, di nostalgia. Verso la bellezza si prova un senso di infinita carità, ci si sente uniti al mondo, anelli della grande catena dell’essere: riconciliati, recuperati, accolti. Il critico d’arte (come e più dell’artista) deve servire umilmente la bellezza, esserne guida nonché veicolo di comprensione e divulgazione. Chi vede la bellezza è anzitutto perché sa guardarla: la bellezza è la luce che conduce alla beatitudine, ed è anche la beatitudine che ci attende alla fine di quella luce. L’arte è dunque una via terrena-metafisica alla beatitudine: non solo come elevazione spirituale alle dimensioni dell’invisibile e alle sfere superne della divinità, ma anche come risorsa di benessere quotidiano e percorso di crescita evolutiva. Occorre dunque imparare a vedere. Per questo l’educazione allo sguardo è fondamentale. Il progetto culturale di Fulvia Strano prevede di abbattere i muri preconcetti che separano le persone comuni dal mondo dell’arte. L’arte appartiene a tutti, perché è un linguaggio più forte di qualunque confine o pregiudizio, abbracciando un «livello di comunicazione universale e al tempo stesso capace di toccare le corde del personale e del privato, tanto da suscitare emozioni ed evocare ricordi anche molto remoti e intimi in persone diverse e tra loro sconosciute». Il confronto con l’arte rappresenta un’occasione di crescita, nella misura in cui produce sradicamento, messa in crisi, apertura, trasformazione. L’arte è un lievito creativo in grado di catalizzare le migliori energie, le più floride potenzialità. Occorre però un approccio antiaccademico e creativo, libero dalle ingessate corsie che predeterminano la fruizione e la storicizzazione delle opere.

Ma perché, dico io, bisogna annoiare per forza il telespettatore quando gli si propone qualcosa di diverso da un quiz, un cartone animato o una sitcom americana? Quale oltraggio alla dignità del mondo si ritiene di perpetrare se invece di utilizzare uno spartito del Cinquecento, si decida di accompagnare le immagini artistiche con un pezzo dei Pink Floyd o dei Dire Straits?

E certamente non convenzionale è l’approccio con cui Fulvia Strano realizza questo polittico antologico e autologico in cui “suona” i quadri e le opere d’arte come un pianista i tasti bianchi e neri del suo strumento. Li fa entrare in risonanza per dar voce agli stati d’animo fondamentali dell’essere e del sentirsi umani. Una filiera intrecciata e complessa di echi, suggestioni, emozioni, basata sull’equilibrio incerto, sull’ambiguità, anzi: sull’ambivalenza. Ci vuole l’occhio del poeta che guarda attraverso le superfici, che penetra in fondo ai cuori. Il poeta interrompe la continuità del tempo incatenato: estrae un tempo verticale dal corso del tempo orizzontale. La verticalità può estendersi in profondità o in altezza. Nel rapimento suggestivo indotto dal momento poetico si produce una dimensione metafisica, sub specie aeternitatis, di armonia dei contrari in cui le antitesi si rovesciano in ambivalenze. L’arte oppone la complessità del simultaneo alla linearità del successivo tipica dell’esistenza e della storia. Le opere d’arte “trasportano l’essere al di là della comune durata” (G. Bachelard) verso l’estasi della vita, oltre tutti i suoi orrori. Occorre penetrare l’ombra delle stagioni: entrare nei quadri, trascinati da un “gancio visivo” che apra lo spazio del pensiero e il respiro dell’anima, larger than life. Le storie celate in un quadro sono infinite: come le onde del mare, come le vie del vento in un campo di grano, come le stagioni dell’anima e le sfumature delle cose. Fulvia Strano insegna ad ascoltare i racconti sottesi al quadro, a leggerlo sottotraccia. Ogni quadro è una selva fitta e intricata di sentieri ermeneutici, un labirinto di complessità. Ed è la soglia d’accesso ad una dimensione spaziotemporale diversa dalla nostra. Sicché, una volta entrati, il tempo si dilata e lo spazio si fa altro. «Lentamente, dentro la scena dipinta cominciano a fare capolino una serie di oggetti fuori contesto»… Le opere d’arte diventano, così, cartine al tornasole della Vita, e quindi anche della vita di chi le guarda e ne fruisce, del suo vissuto personale e storico. Ecco perché questo saggio di arte e di estetica ex lege si produce anche come storia di un’anima in evoluzione, e quindi come romanzo autobiografico e generazionale sulla ragazza che Fulvia Strano era negli anni  ’70, e così le sue coetanee, con tutto il potere di rievocazione atmosferica di quegli anni che riesce a sprigionare tra le pagine:

Le mie amicizie giovanili non rispondevano ad un numero di cellulare, perché non esisteva la telefonia mobile allora. Ed era una meraviglia sapere di non poter essere rintracciati, a meno che non fossimo noi a chiamare utilizzando il gettone finto oro con la sezione al centro e quei buffi telefoni a muro nei bar, dove potevi spingere il bottoncino al “pronto” dall’altra parte della cornetta per essere ascoltato; oppure riattaccare e risparmiare così soldi e gettone, da utilizzare un’altra volta. Eravamo tutti meno controllati e al tempo stesso più responsabili delle nostre azioni: si tornava a casa alle sette e mezza la sera, non un minuto di più. In caso contrario scattava il gettone e il bottoncino premuto, per giustificare e tranquillizzare. Salvo poi subire il cazziatone di prammatica a casa, tornando.

L’arte riattiva il tempo interiore e spinge a dire la sostanza dei giorni attraversati, le pieghe del tempo e dell’anima, le dimensioni sottili fatte di ombre, contorni, sfumature. Inevitabile un certo riverbero di malinconia, per cui – a forza di rievocare – «prima o poi, ci ritroviamo tutti a rimpiangere qualcosa dei nostri diciassette o vent’anni. Magari tirando un sospiro di sollievo, come capita con l’esame di Maturità, al pensiero di averli già superati». Ecco l’ombra dell’essere, il rovescio del tempo, la faccia nascosta dei ricordi: e quindi le occasioni mancate, le possibilità irrealizzate, le vite non vissute, le parole non dette (che continuano a risuonare – e sono le più difficili da dimenticare, anche a distanza di decenni), e gli sguardi perduti nel nulla, le domande senza risposta, gli oggetti smarriti, i rapporti interrotti, i numeri cancellati, i progetti abbandonati, etc. Sono i dettagli a decidere le epifanie del tempo che riemerge, evocato da un suono, una voce, un volto, un colore, un profumo (ad esempio il «Brut Fabergé che usava Claudio, primo fidanzatino semi-ufficiale, al quale mi stringevo forte, in sella sulla sua Yamaha 125»). Insomma, la scrittura impossibile del tempo perduto (il racconto non scritto e taciuto di noi) che si ritrova attraverso le potenzialità equilibratrici e riparatrici dell’arte. In una difficile ricerca di equilibrio che riflette l’autentica «immagine del nostro essere al mondo, grumi di materia in caduta libera che il nostro sforzo costante mantiene in equilibrio per non rovinare a terra, tenuti su a fatica». Possiamo infatti identificarci, a ragion veduta, con «quella moltitudine di ignudi che si arrampicano sugli scranni» nel “Giudizio Universale” di Michelangelo «come acrobati esistenziali pervasi dal disagio e dalla sottile inquietudine di una umanità in perenne ricerca di equilibrio». Anche la scrittura è un gioco di equilibri sottili tra ragione e cuore, umorismo e intelligenza, serio e faceto, dritto e rovescio, io e mondo. Fulvia Strano ha imparato a «scrivere al buio» durante le lezioni universitarie di arte, che al buio appunto si tenevano per proiettare le diapositive delle opere. Con questo libro, assai bello e ricco di umanità, si prende la giusta e lecita confidenza di sperimentare, esplorando l’ombra dentro e oltre le parole, e distillando la quintessenza delle stagioni che l’arte può rivelare alla sensibilità di tutti, se solo si impara a leggerla e soprattutto a farne vita della propria vita.

Marco Onofrio

Ottiero Ottieri, “I divini mondani”. Lettura critica

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Cast del programma TV “Riccanza 3” (2018)

C’è un sottile fil rouge che lega – pur attraverso epoche e circostanze diverse – la satira degli aristocratici incarnata ne I divini mondani (1968), di Ottiero Ottieri, al grande modello del “giovin signore” di Giuseppe Parini (1763); richiamando com’è ovvio echi novecenteschi, dalla dissacrazione anticonformistica e antiborghese di Aldo Palazzeschi (Il codice di Perelà, 1911) e di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore, 1963 – pubblicato in frammenti sin dal 1938), alla disinvolta immersione nei vezzi nazionali e internazionali dei giovani rampanti, elettrizzati dal clima del “boom” in Fratelli d’Italia (1963), di Alberto Arbasino. Il racconto di Ottieri è in realtà un pamphlet satirico sulla mondanità di cabotaggio internazionale, “animata” (si fa per dire) dalla noiosa e annoiata ripetizione di situazioni e scene in cui i dominatori della cronaca rosa conducono stancamente la loro brillantissima ma insulsa esistenza. Una sarabanda caricaturale di particolari (cose e persone) intercambiabili, che inseguono la loro reiterata distensione senza stacchi, come note di un’unica, monocorde sinfonia, tra “gruppi”, cocktails, cacce, gare di tiro al piattello, viaggi transoceanici e ricevimenti continui presso i salotti delle famiglie-bene. «Non c’è trama,» notava Vittorio Spinazzola all’uscita del libro «solo un succedersi di cocktails, pranzi in piedi, pranzi seduti, pranzi in piedi seduti, defilès, “cacciate” al fagiano o al cinghiale e tanti tanti brancicamenti con donne. Non ci sono protagonisti o meglio sono tutti interscambiabili». C’è per la verità un personaggio che risalta sugli altri, spesso citati e descritti solo di sfuggita, ma anche lui è un simulacro vuoto, una specie di ologramma utile a “funzione narrativa”, per condensare le voci e cucire i frammenti dispersi, catturandoli nel magma dello sguardo, cioè nella scrittura. È Orazio, un fabbricante di bidet, anzi: il «re del bidet». Imprenditore sì, ma ama (o crede di amare) l’arte, tanto che vorrebbe «porre sul fondo dei bidet il ritratto di Rodolfo Valentino a occhi spalancati», per la gioia delle donne; oppure in alternativa, per quella degli uomini, la Venere di Cranach. «Il fatto è» continua Spinazzola «che in questo mondo fasullo non possono esserci vere individualità perché ogni persona, pur liberissima di sé, è in realtà schiava di un codice di comportamento (…). Così il racconto assume l’andamento di un balletto sincopato, eseguito da maschere senza volto e senza interiora». Proprio così: un balletto meccanico di “marionette sociali” che, con approccio più ilare e disinvolto, ma non per questo meno corrosivo, ricordano i “manichini ossibuchivori” di Gadda, impietosamente ridicolizzati nei “restaurants” frequentati dalla borghesia fascista, in una Milano travestita per l’occasione da Sud America (l’immaginario Maradagàl) nella già citata Cognizione. Anche il linguaggio di queste marionette è schiavo della serialità gergale che le ingessa e le imprigiona in una melassa di nonsenso e banalità, perfettamente in linea con la “fuffa” delle loro forme vuote. Eccone un saggio particolarmente compulsivo e reiterato, al limite dell’idiozia:

«Pronto». «Ci vediamo al Bum Bum». «Prima andiamo a bere una cosa al cocktail dei Lanza». «Al pranzo dei Crispi». «Al cocktail dei Lanza». «Ci vediamo tutti al Bum Bum». «Al Bum Bum». «Al cocktail dei Lanza». «Pronto». «Che cosa fai stasera?» «Ci vediamo tutti al Bum Bum». «Che cosa fai stasera?»

Lo snobismo cosmopolita impone l’utilizzo continuo di parole inglesi e francesi: sexy, social, image, esprit, allure, etc. Ci sono “categorie” predeterminate per ogni discorso, e anche quelle hanno confini fragilissimi che le rendono variabili e intercambiabili: «spesso il social non è sexy e il sexy non è social. Si intende che ciò che è augurabile è il social sexy e il sexy social». Ottieri lavora di spada e fioretto pur di deridere i colloqui fatui e insensati dei personaggi, utilizzando tutti gli espedienti possibili per fare in modo che il lettore, perdendo il filo della logica, possa a un certo punto chiedersi: che diamine stanno dicendo? Ecco dunque il montaggio incongruente dei pensieri, volutamente appiccicati senza ordine logico. Ad esempio:

L’intelligenza di Alì Khan è acutissima. È sontuoso e ha il senso del business; non si può più fare lo shopping a Parigi. Preferisco Zurigo.

L’insipienza delle loro forme vuote contagia anche il quanto di erotia (per citare ancora Gadda) che circola come un pulviscolo ossidante fra le pagine del libro:

Correvano sui centonovanta, la sera tardi, nella Bizzarrini di Orazio verso Roma. «Ti sei divertita?» Hata rispose: «Sì». «La prossima volta devi tirare anche tu». «No». Egli tolse una mano dal volante e le carezzò una gamba, prima sul ginocchio, poi sotto la minigonna. Hata strinse le cosce imprigionando quella mano e allungandosi all’indietro nel basso sedile concavo della Bizzarrini.

Il modus percipiendi imperante nel libro determina una visione distorta, frantumata e schizomorfa della realtà, che si innesta su un fondo liquido, fluido, “alcolico” e blasé, cioè indifferente di sentimenti futili e brillante chiacchiericcio. Ma, come i “manichini ossibuchivori” di Gadda, anche questi pretenziosi e sfarfallanti cialtroni attraversano momenti di apparente gravità, di retorica “dannunziana” solennità: «Pietro rimaneva in silenzio, teso a uno scopo indicibile». I “divini mondani” coltivano una visione esclusiva e oligarchica della società, e mostrano una spiccata tendenza a teorizzare (blaterando senza tema di smentita le loro arbitrarie semplificazioni). Ecco un paio di esempi: «Bisogna assimilare nella mente» esclamò Orazio «che esistono solo i pochi. Questi pochi sono i migliori»; «Le leve sono in mano al management. E il management comanda lo State, che si illude». Ogni rappresentante di questa classe privilegiata è, ça va sans dire, un essere straordinario, dotato di virtù eccezionali. Qui, poi, sembra di udire qualche eco del “Gastone” di Ettore Petrolini: «Nessuno sport» disse Orazio disteso, parlando verso il soffitto con voce di striscio «mi è sconosciuto. Batto il crawl come mi produco nel drive. Sono perfettamente ginnastico. Sapete che non mi fermo al massaggio, forma passiva di mettersi in forma. Ma lo sport da me preferito è sempre il social climbing». Questi indolenti arrampicatori sociali passano dunque di festa in festa e bevono continuamente champagne. Sono sempre in giro per il mondo, senza limiti di distanze e viaggi (possiedono aerei ed elicotteri personali).

«Orazzino, dove fai colazione domani?» «A Parigi, dal nostro brillantissimo Harry». «Ci sono anch’io, sono felice, vieni a prendermi, voliamo insieme». «Nel pomeriggio dà una battuta». «Ma io riparto subito, Orazio. Non vieni domani sera alla cena dei Del Doge a Venezia?»

(…)

«Pronto» disse Orazio. «La principessa è tornata?» Ascoltò. «Ma è riandata di nuovo a Giacarta?»

Credono di essere «quelli che ridono più sulla terra» anche se in realtà hanno poco di cui divertirsi, prostrati come sono da un permanente «fumo di noia», il tipico spleen decadente degli uomini di mondo. L’unica loro «grave preoccupazione» è «come spendere tutto il denaro», e questo li rende nullafacenti perdigiorno che vivono solo per uscire la sera, tutte le sere, e frequentare club esclusivi. Passano ore al telefono per invitarsi ai ricevimenti. Parlano spessissimo di astrologia, a cui danno un’importanza spropositata. Non sopportano le banalità ordinarie del quotidiano, la prosa del vivere, il grigiore delle masse: si sentono «superiori alle abitudini del mondo, alle code». Si ergono «sopra il mediocre livello della gente comune» con i loro colli lunghi, aristocratici, razziali. Anche i nomi peregrini ed esotici delle donne dimostrano che si tratta di altra cosa, di altra vita: Aldobrandina, Selvaggia, Rezzonica, Diamante, Annette, Violante, Hata, Mildred. E ancora (anche come imponenza proterva del suono, nomi più cognomi): Giada Anguissola d’Altor, oppure Maria Teresa Tranquilli Liberati, etc. Tutto in loro dice che non sopportano «il ritmo banale». Il lavoro è cosa che non li riguarda, per filosofia, non solo per mancanza di necessità:

Io odio qualsiasi lavoro. Se lavoro divento pazzo. Se lavoro perdo il mondo. Non adoro che la bellezza, il gioco.

La loro esistenza e la loro cultura sono fatte di allucinanti «forme assolute staccate dal loro eventuale impiego». Orazio è «straordinariamente snob» anche nel suo membro virile, infatti esso «non produce il suo sprint che con la nata bene». Fanno talvolta i conti con il vuoto che devono continuamente esorcizzare, la «duna dell’irrealtà», ma in genere abitano con apparente disinvoltura una dimensione fluida del vivere, basata su una tesi di fondo: «frequentare ogni possibilità e non concentrarsi su una sola». Dice a un certo punto Pamela:

Mi ricordo sempre che un maestro a scuola mi ha insegnato che una foresta si può guardare in due modi: fissando un albero da vicino e allora non si vede che quel solo albero, al posto della foresta. Oppure guardare da lontano, allora la foresta è composta da migliaia di alberi, uno non se ne può scegliere. (…) Per noi la possibilità è migliore della realtà.

E infine:

«È questo» insiste Pamela «il simbolo della nostra vita. Rimbalzare sempre, non andare mai in fondo».

Ottieri è magistrale nel riprenderli dal vivo, infilandosi nei meccanismi dei loro sguardi e nelle dinamiche dei loro “pensieri” a mo’ di etologo, anzi di entomologo al microscopio: «da presso, come ingranditi attraverso una lente». L’autore non commenta e non aggiunge nulla di suo, se non la sana ferocia con cui affonda il coltello nella rappresentazione parodistica. Ma la sua presa di posizione è già in questa ferocia e nel grottesco che ne consegue, per cui la riprovazione morale risulta implicita al discorso: l’esosa tracotanza di chi non sa come spendere il denaro ha il necessario contraltare nello scandalo di chi non riesce nemmeno a sopravvivere. In tal senso I divini mondani è opera di impegno assolutamente complementare ai libri in cui Ottieri affronta e analizza il mondo delle fabbriche e delle lotte operaie, per i quali è meglio conosciuto al vasto pubblico.

Marco Onofrio