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“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

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“Asciugami gli occhi”, di Roberto Pallocca. Lettura critica

Bello ed estremamente ricco di significati, il nuovo romanzo di Roberto Pallocca (Asciugami gli occhi, Lurago d’Erba – Como, Il Ciliegio edizioni, 2021, pp. 176, Euro 12). Il protagonista del libro, Paolo Magri – questo l’antefatto – viene investito da un’auto mentre attraversa la strada. Batte violentemente la testa, riporta un grave trauma cranico che lo costringe a 12 giorni di coma; poi si riprende, ma il suo cervello non è più lo stesso.

Ecco quindi, anzitutto, la potenza schiacciante della realtà, la pazzesca concatenazione del divenire, la precisa costruzione del destino da cui non ci si ripara, e difatti “i giorni qualsiasi non esistono”: tutto può cambiare per sempre da un momento all’altro. “Sarebbe bastato un misero dettaglio” così comincia il romanzo. Anche il ritardo di un gesto nella maledetta sequenza di quei minuti, e a Paolo non sarebbe accaduto nulla. Ma il senno di poi è inutile, il rewind è impossibile perché la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione. La vita che ci capita, al di là di ciò che vogliamo e per cui lottiamo, giorno dopo giorno. Che poi “Quale vita?” si chiede Anna, la moglie di Paolo: “Quale vita? E perché una e non un’altra?”

Pallocca è italianissimo, ma quando scrive ha un’anima portoghese che si manifesta nella capacità di sentire l’esistenza e analizzarne le molteplici sfumature, nel sentimento oceanico del tempo, nella sensibilità poetica per le sfumature. Penso naturalmente a Pessoa e Saramago, ma anche a un giovane (suo coetaneo) come Pedro Chagas Freitas. La narrativa di Pallocca, come ho più volte notato, non è mai “pura” ma tende al saggio, alla riflessione filosofica, all’aforisma. C’è un poeta nascosto tra le pieghe del narratore – finora in 6 libri pubblicati è stato sempre così: un poeta a cui non interessa soltanto “intrattenere“ e “raccontare una storia”, ma chiarire dall’interno l’esistenza. Il suo tipico tema dei “momenti performanti” (quelli che decidono il futuro degli anni a venire) qui evolve nella complessità dei “bivi” che poi in realtà sono “veri e propri crocevia. Dove s’intersecano chissà quante strade. E tu non sai mai che fare, perché le mete non sono mai indicate”. E così, fra tante strade, qual è quella giusta? Impossibile saperlo, anche quando si è più o meno sicuri.

Paolo Magri, dopo l’incidente, ha passato 10 anni di “diversità”, “lontano da se stesso”, “più distratto, infinitamente più calmo”, ostaggio di una strana apatia sospesa che gli ha consentito di vedere le cose in modo diverso da prima. Vive di contributo statale e tutte le mattine prende i mezzi pubblici per incontrarsi, al centro di Roma, dalle parti di Campo de’ fiori, col suo “alter ego” Giovannino, un omone di cui è diventato amico e con cui passa ore a parlare dell’universo-mondo, seduti entrambi al tavolino di un bar, di fronte ai soliti succhi di frutta. Da quel tavolino Paolo osserva il mondo che scorre intorno, un turbine lento fatto di passanti frettolosi, di scene estemporanee, di canzoni che danno alla radio. E il suo sguardo annega nella precisione lucida e chirurgica dei particolari, ad esempio quando descrive la pioggia ed insegue i suoi effetti sulla città:

L’acqua si aggrappa alle grondaie con una forza incredibile, e riga i vetri delle finestre, gocciola dalle persiane aperte, forma rigagnoli impazziti che seguono la lieve discesa della strada. È buttata via da tergicristalli impazziti, e cola dai cappotti dei passanti, rimbalza lungo i marciapiedi, finisce dove lo sguardo non può più seguirla. I sampietrini più alti spuntano come isole di atolli inesplorati, i più bassi sono sommersi come tante piccole atlantidi dimenticate. 

La triste risultanza delle osservazioni quotidiane è che sono tutti presi dalla “rincorsa al niente”, “tutti infelici. Tutti già morti, forse”. Qui ha modo di emergere una potente radiografia dell’uomo contemporaneo, ad esempio questa:

Vedo gente sudata rincorrere i propri desideri finti, che qualcun altro ha deciso per loro, e star male se non possono permettersi la settimana bianca, la Sardegna, la Station Wagon. E indebitarsi fino al collo per pagare lo svago, che è un’incongruenza per definizione. Vedo alla tv persone accoltellarsi per una squadra di calcio, innamorarsi solo se l’altro le corteggia in un certo modo, tradirsi, perdonarsi, giocare, uccidersi. Sento continuamente dire: “Non ho tempo”.

Ebbene, “cosa ce ne facciamo di una vita così distante dai nostri sogni?” Perché i sogni sono splendidi? si chiede e ci chiede Paolo. Perché “nei sogni sei sincero. Nella realtà no, non sempre, solo a metà”. Stiamo male perché passiamo gran parte del tempo a fingere per essere accettati, a dare ragione agli altri, ad assecondare l’ipocrisia del mondo. Da tutti i dialoghi monologanti con Giovannino emerge il macro-tema del libro: la felicità. Che non dovrebbe essere, come purtroppo è, una battaglia all’ultimo sangue con il destino, ma una “dote” per ciascuno di noi.   

Paolo pensa cose “strane” che in realtà “sono normali” o almeno dovrebbero. Ma forse, in un mondo amorfo di automi, lo strano è proprio che Paolo pensi. Il suo cervello ha smesso di funzionare come prima, ora passeggia nei pensieri. Sente profondamente il tempo, fatto di sogni e di ricordi, di foto che contengono il futuro. E si chiede: “perché non possiamo scegliere cosa ricordare e cosa no?” E avverte la differenza tra assenza e mancanza. E riflette sull’impredicibilità delle “ultime volte”. E nota l’essere, sì, ma anche il non essere, anche ciò che non accade:

Mi chiedo dove vanno a finire i gesti d’affetto che tratteniamo, quelli che non facciamo per viltà o per imbarazzo, gli abbracci frenati, i baci che restano ad appassirci sulle labbra, le carezze che si asciugano sulle mani, e i sorrisi che non segnano il viso. 

Paolo crede di avere una figlia che in realtà non ha. E immagina inoltre di lasciare Anna per fuggire con Giada, una ragazza che pare gli abbia spedito una lettera d’amore. Decide di aprire un blog e comincia a scrivere le sue esperienze. Emerge insomma dall’oblio, comincia a fare i conti con ciò che sa, vuole, desidera, sogna. Invertire rotta: “iniziare a vivere come vorremmo. Da adesso”. Poi – ed ecco il passaggio fondamentale – una mattina prima di uscire incrocia “la sua immagine allo specchio” e, come il Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila (L. Pirandello), “si accorge anche di una ruga piccolissima, alla base dell’occhio sinistro”. Da quel momento cambia davvero tutto. Sappiamo da Jacques Lacan, il grande psicanalista francese, che lo specchio è un elemento dissociativo funzionale alla costruzione psichica del soggetto: guardarsi allo specchio significa riconoscersi ma anche “essere un altro”, vedersi fuori dall’interno: ah, dunque io sono quello! E viceversa (da fuori a dentro): quello, dunque, sono io! Paolo ci torna poche ore dopo, davanti allo specchio, per guardarsi gli occhi e vederli “dentro. Dietro”. Ecco la sua reazione: “Mi sono perso. Lo stesso specchio che stamattina mi spaventava, mi ha chiamato per nome. E ho compreso che il vero dramma dell’uomo non è invecchiare, ma (…) guardarsi gli occhi e non trovarsi più”. E così improvvisamente Paolo avverte un “bisogno incredibile di esistere”, un “bisogno di ricordi nuovi”. Si sente “più vivo, più acceso”: comincia a trattare la vita normalmente, come conferma ad Anna il medico che lo segue. Eppure, prima di cedere alla normalizzazione, Paolo rivendica per un attimo la sua “diversità”: “Lasciatemi alla mia ‘follia’, vivete nella vostra genuina buona salute”. 

L’itinerario si conclude fatalmente “col pazzo che torna normale e si tiene la sua donna”. Giada eclissa nell’oblio, Paolo si fa di nuovo bastare la vita che ha. “Oggi Paolo è normale”. Infatti si alza la mattina più stanco della sera precedente. “Ha voglia di fare un sacco di cose e tempo per non fare niente. Ha desideri da vendere e nostalgie da regalare. Si porta dietro un senso di insoddisfazione come un trolley”. Torna ad essere, come tutti, malato di tempo. Infatti non ne ha più “per gli hobby. Il tempo che gli lascia il lavoro deve usarlo per riposare”. È rientrato nella gabbia, a inseguire la ruota del criceto. Fa carriera in una grande azienda, miete successi. Così può scrivere sul blog: “Oggi mi sono completamente ripreso, sto bene. Sono felice, sai. Felice come dice chiunque. (…) tu mi credi, vero?”.

Non gli crediamo, no, e intanto ci chiediamo qual è il confine tra “normalità” e “follia”. Qual è la normalità? Qual è la salute? E se la salute pubblicamente riconosciuta è in realtà malata, la cosiddetta “malattia” è forse la salute? “Penso” e “mi chiedo”: per 10 anni Paolo non ha fatto altro, e forse, agli occhi degli altri, è stato “malato” soltanto di questo. Se, come si legge a un certo punto, “l’oblio è importante come la memoria”, è “il vuoto che le consente di funzionare”, allora Paolo durante quei 10 anni passati nel vuoto a percepire la totalità strana e meravigliosa della vita era in realtà guarito dalla malattia che distrugge le persone cosiddette “normali”, vuote pur con tutta la loro inutile pienezza. Non sono stati anni perduti perché “il tempo non si perde mai quando si è vissuto come si desiderava”. Sembrava anestetizzato, ma era sveglio come non mai; ora che invece si è svegliato, è di nuovo sotto anestesia. Si resta senza fiato quando alla fine del libro si scopre chi era, anzi chi non era, Giovannino; e tuttavia non è difficile credere che – oscillando fra le tre prospettive che scandiscono i capitoli del romanzo (“fuori”, “dentro” “accanto”) – Paolo sia stato più autenticamente felice allora di adesso, dopo che ha scelto l’accanto finale, ma forse non definitivo, entro cui tornare ad essere l’ingranaggio di un meccanismo spietato, superiore alla vita di ciascuno di noi. Ma è proprio nel divario incolmabile tra “essere” e “non essere”, già dilemma amletico, che la scrittura (quella fittizia di Paolo Magri così come quella reale di Roberto Pallocca) può scoccare la sua scintilla di rivelazione. Come in uno specchio dove perdersi un po’ per riconoscersi come siamo, o vorremmo o potremmo diventare, nonostante tutto.      

Marco Onofrio

“Silvanaya Football Club”, racconto inedito

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Estadio Bombonera “Oscar Mendoza”: leggo a fatica la scritta, sbiadita e mezza cancellata, su una targa di marmo annerito, apposta al muro di cinta. Vi giocava una squadra che qualche anno fa arrivò a militare in massima divisione, per poi decadere miseramente. Colori sociali: rosa e blu. Maglia a strisce verticali; pantaloncini bianchi; calzettoni neri con bordo rosa-blu. Il presidente-fondatore, tale Gabriel Jimenez Parisi, l’aveva chiamata così in onore di sua figlia, Silvanaya Anita Marisol Jimenez Parisi, morta in circostanze tragiche (investita da un’auto) all’età di soli cinque anni. Era un uomo grasso e triste, dal volto placido, ma aveva l’eruzione incorporata, ovvero fuoco – più che sangue – nelle vene, pronto a divampare ogni momento: vulcanico, caliente, generoso… il collo taurino, la camicia che, d’estate, gli si incollava addosso di sudore, sbottonata sul petto villoso… orologio e catene d’oro massiccio, ventre prominente, pantaloni beige a rischio di scoppiare. Quando si incazzava con gli arbitri – e non c’era niente di più facile – dava uno spettacolo pirotecnico che da solo valeva il biglietto: bisognava tenerlo in quattro, e nerboruti, per impedirgli di scendere in campo, dalla tribuna d’onore, a picchiare il bastardissimo “hijo de puta” (così gridava, furente, con la schiuma alla bocca, mentre i tifosi intorno fischiavano a spaccatimpano, o ululavano, come selvaggi sul piede di guerra). Più e più volte, per motivi di intemperanza disciplinare e ordine pubblico, avevano squalificato il campo o penalizzato in classifica la squadra, dandole partite perse a tavolino… senza contare, poi, le inibizioni, i deferimenti, le multe, le sospensioni varie e multiformi che si era beccato (non sempre meritandole, però) lui, “El Presidente”, col suo modo di fare e di esternare.

La recinzione dello stadio è divelta. Sui muri, lungo le tribune, variopinti Tazebao anni Settanta, che inneggiano al “Che”, con la bandiera del Cile e scritte del tipo “Hasta la victoria” o “El pueblo unido”. Lo stadio è dismesso e abbandonato all’incuria: cade letteralmente a pezzi. Qualche striscione scolorito che penzola dall’alto, qualche straccio di bandiera rosa-blu. Entro in campo. L’erba è incolta e spelacchiata. Numerose le buche e le gibbosità. Gli spalti sono vuoti e, ciononostante, odo urla sparute, qua e là, echi di fantasmi e di riflessi, attimi passati. Scrosci di applausi, non so se di scherno o di giubilo. Forse mi riconoscono: forse mi hanno confuso per uno dei vecchi e pugnaci “silvanaydi”… Ecco, ho raggiunto il cerchio del centrocampo, all’altezza del disco di battuta. Qui cominciavano, le epiche partite. Qui i capitani, mormorando in mezzo ai denti cortesissimi improperi, promettendosi battaglia, si stringevano la mano e si scambiavano sorrisi e gagliardetti… Qui, infine, passarono le migliori squadre del tempo. Corro verso una delle porte. È infissa nel muro di cinta che delimita il campo: sembra l’accesso di un garage o di un’autofficina. I pali e la traversa sono fatti di muro che sporge. Tigrati di strisce giallo-nere. Dentro, il pavimento d’erba. La rete molle che pende, quasi del tutto strappata. È una grotta delimitata di pieno. Dietro la rete, la “stanza” della porta si perde nell’oscurità, baluginante di cunicoli interni, di plessi, di anfratti, di angiporti, di atri e padiglioni a non finire… Gli spogliatoi, forse? Dal muro della traversa, all’altezza degli incroci, due lampade incastonate, protette con una piccola gabbia metallica verniciata di rosso: forse le boe di avvistamento, o luci di segnalazione (a indicar di sagoma il bersaglio), per le doti balistiche dei cannonieri in campo?

Contemplo la linea di gesso della porta. Scrostata, sbiadita, consumata. Fin qui: pugno di mosche. Da qui in poi: gol, verità, ragione, dimostrazione, gaudio, estasi, trionfo. Potenza e atto: Aristotele docet. Come far che non sia stato, un gol subìto? E come fare che poi sia, un gol mancato? Il triplice fischio invera e inchioda per sempre, archiviandone le risultanze effettive, tutte le faccende potenziali, ancora fluide e aperte al divenire, sino a quel momento. Ma poi è fatta, qualunque sia l’esito: ci sarà sempre un’altra partita, certo, per rifarsi della sconfitta o rendere conferma alla vittoria… ma quella ormai è andata, non si può cambiare. Come strappare gli acini dal vino in cui, ormai, son stati tramutati? Come tornare all’uva? L’infinito aperto del divenire è un nulla che è tutto, in potenza; il finito chiuso del divenuto, ovvero la realtà, è – specularmente – un tutto che si rivela nulla, fintanto che non s’apre al divenire: ma allora cambia, si trasforma altro da sé, continua poi a finirsi in qualcos’altro. Mi volto verso il campo, per guardarlo dalla prospettiva del portiere. Mi accorgo solo adesso che è un campo rovesciato (ma come è possibile?)… le due porte, cioè, si dirimpettano al centro della larghezza. È un rettangolo che si sfruttava al contrario: un campo larghissimo e cortissimo? Ma forse… adesso ricordo, sì… l’ho letto da qualche parte: cambiarono il posto delle porte! Una notte, in modo inaspettato: a mo’ di avvertimento, di intimidazione. In coincidenza, guarda caso, con il progressivo e inesorabile declino della squadra. Oscar Jimenez, stanco di essere il presidente “barricadero”, votato alle battaglie col Palazzo, finì per lasciarsi travolgere dagli eventi. Già da tempo in grosse difficoltà economiche, cedette infine alle lusinghe del calcioscommesse, alle cifre spaventose offerte dai narcotrafficanti. La squadra arrancava sempre più, e in campo accadevano cose strane, incredibili, sospette. Ma la cosa più strana e assurda era che lui, proprio lui, sì, non s’incazzava più con gli arbitri – e tutti lo notavano meravigliati… Assisteva inerte alle partite, con lo sguardo spento, fisso nel vuoto: un’espressione da bue spacciato, prima del mattatoio.

Fino al patatrac. Fu quando la squadra, ormai retrocessa, ebbe un colpo di coda letale, un estremo impeto d’orgoglio, andando a rovinare la festa di chi avrebbe dovuto laurearsi Campeon proprio all’ultima giornata, e proprio sul campo della derelitta e inoffensiva Silvanaya. Jimenez era stato invitato, più e più volte, a farsi da parte, a non rompere i coglioni, insomma: ad agevolare, sino al compimento degli eventi, gli interessi plurimiliardari del sistema. Cifre a nove zeri, di cui qualcosa sarebbe infine toccato anche a lui, se tutto fosse andato come previsto, senza intoppi: briciole, certo, ma pur sempre qualcosa. Jimenez aveva dato la sua parola d’onore. Figurarsi così lo stupore quando, la mattina del grande e triste giorno, alle prime luci dell’alba, lo svegliò la telefonata del custode del campo che, con voce trafelata, lo avvertiva dell’avvenuto sabotaggio: dell’incursione da parte di ignoti che, nottetempo, avevano spostato le porte nel senso della larghezza del campo… ed erano certo segnali funesti, da non starci per niente tranquilli. “Hijos de puta” – esclamò come ai bei tempi il Presidente. Dunque lo minacciavano, nonostante tutte le assicurazioni. Cos’altro si voleva da lui, ancora? Ma forse – comprese di lì a poco (a mente più fredda) – si trattava di un’altra parrocchia di scommettitori; e questi lo invitavano a farli trottare anzichenò, i giocatori… che la Silvanaya facesse risultato, quel giorno, cosicché la squadra seconda in classifica, a ridosso di un punto, potesse compiere il sorpasso decisivo… Altrimenti… Jimenez capì di essere tra due fuochi, vittima predestinata. Maledisse di cuore il calendario, che gli aveva destinato una partita del genere all’ultima giornata, e si diresse di corsa allo stadio. Lì, smoccolando copiosamente, aiutò il custode a rimettere le porte al proprio posto. Bisognava fare in fretta: nessuno doveva accorgersi di nulla. Nel giro di un’ora tutto fu come prima.

La partita, quel pomeriggio, scivolò lungo i binari di uno scialbo e a dir poco scandaloso 0-0, fatto di finte baruffe a centrocampo (giusto per dare l’impressione, e non farsi richiamare all’ordine dall’arbitro), alternate a fasi di “melina”. Si capì ben presto che le carte erano state ulteriormente truccate: spareggio doveva essere, altro che no! Tra la capolista, ad impattare con la Silvanaya, e la seconda, a vincer facile – già 4-0 alla fine del primo tempo… Era quella la soluzione più comoda per tutti, in grado di far raddoppiare la posta delle scommesse e il volume dei soldi in gioco. Figurarsi cosa dovette succedere quando al 90’ Perfumo, la guizzante ala destra della Silvanaya, stufo delle ripetute e gratuite provocazioni da parte del marcatore avversario (“checca senza palle” e pippa al sugo lo aveva sbeffeggiato sin dai primi minuti), decise di inventarsi un’azione strepitosa che, dopo uno slalom fra cinque stupefatti “birilli” (stavano a guardarlo con l’aria di dire “Ma che fa: è impazzito?” – e tuttavia non riuscivano a prenderlo sul serio; cominciarono a preoccuparsi solo al penultimo dribbling), concluse con una saetta imparabile alle spalle del portiere! L’arbitro, costernato, proprio non poté annullare (il gol era pulitissimo, oltre che splendido), e la Silvanaya finì col vincerla, quella dannata, stramaledetta partita: l’ultima della sua storia. Il titolo – per la cronaca – andò agli ex secondi in classifica; i quali, avendo totalizzato un tennistico 6-1, si ritrovarono loro malgrado, grazie alla prodezza di Perfumo, protagonisti di un inatteso e importuno sorpasso al fotofinish!

Ne venne un tatanai, un’iradiddio. Non subito, però. Al punto che, i primi tempi, Jimenez arrivò a pensare di averla fatta franca. Ma era la classica quiete anzi la tempesta. Il primo a rimetterci fu Perfumo: gli sabotarono i freni della macchina, andò a fracassarsi contro un muro, uscendone vivo per miracolo, sì, ma con la spina dorsale spezzata, destinato a vita sulla carrozzella. Quello stesso giorno, quasi in contemporanea, Jimenez venne circondato da quattro sicari e imbottito di piombo. La Silvanaya, emanazione fisica e legale del suo vulcanico presidente, cessò di esistere in quel preciso attimo, per sempre. Fallimento e radiazione vennero da sé, in modo conseguente e naturale. Rimase in piedi solo lo stadio; dove peraltro, da allora, più nessun incontro si giocò: abbandonato all’incuria del tempo, che tutto corrode e mangia e cancella: alle sue mani invisibili di formidabile demolitore. Ma prima i narcotrafficanti spostarono di nuovo le porte, a eterna memoria del loro incalcolabile potere e della fine riservata ad ogni sprovveduto oppositore. Un monumento alla malavita, insomma: alla radice maligna che alligna e serpe silenziosa, al cuore umano.

Così va il mondo…

Marco Onofrio
(dalla raccolta inedita Specchio doppio)

“Frequenti improbabilità”, di Alessandro Chiometti. Lettura critica

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“Frequenti improbabilità” (Tempesta Editore, 2018, pp. 162, Euro 15, 2° classificato al Premio “Sciotti” 2020), di Alessandro Chiometti, è un libro che incuriosisce e sorprende anzitutto per la sua “macchina” narrativa, così versatile da intercettare, nella unitaria multipolarità – per così dire – dei 13 racconti da cui è composto, altrettanti snodi nevralgici dell’esistenza tout court, esplorati alla luce del mondo contemporaneo e del suo delicato contesto. Definirei Chiometti un realista aperto alle eccezioni, teso com’è ad affrontare la rude potenza delle cose senza perdere la scintilla dei loro palpiti più segreti, ma anche a seguirne le tracce, le fratture e gli anfratti profondi senza ricomporre le dissonanze a posteriori, mistificando quanto trovato. È un narratore onesto, con se stesso e con il lettore: ha una volontà di scavo e, se possibile, di sabotaggio che gli impedisce di anteporre soluzioni di comodo, o edulcorate, alla ricerca etica della verità. L’oggetto primario delle sue pagine è l’alterità di ciò che esiste, la sua irriducibile presenza, il suo ingombro, il suo pugno nello stomaco. La scrittura nasce dalla vita e la vita insegue, nelle innumerevoli stratificazioni dello spazio-tempo, allargando ad ampio raggio i suoi vettori. Chiometti è anche fotografo, sa bene perciò che la scrittura, come la fotografia, dà «esistenza concreta all’attimo effimero» che altrimenti si perderebbe per sempre. Ecco dunque il quotidiano, o meglio l’ordinario, con le feritoie da cui si affaccia lo “straordinario” (ovvero l’ordinario stesso nel suo volto più autentico).

Ma che cos’è, poi, “la” realtà? «Cosa ne sappiamo noi della realtà?» si chiede nell’Introduzione filosofica che funge da apripista alle successive narrazioni. Lo scrittore ternano ha per vocazione e formazione un imprinting scientista e materialista (incompatibile con l’oscurantismo e le ipocrisie delle religioni), ma – ed è qui il punto – non freddamente razionalista, poiché disponibile alle intuizioni del senso e dell’istinto, agli sconfinamenti microfisici e metafisici, addirittura alle epifanie del paranormale. «Non sappiamo niente», risponde dopo aver posto la domanda. E ancora: la realtà esiste di per sé o è una continua costruzione del nostro intelletto? Realismo o idealismo? Altrimenti detto: la luna smette di esistere se non la guardiamo? Chiometti propende per il realismo: la luna esiste anche se non la guardiamo. Però la cosiddetta “realtà” non è riducibile al suo aspetto grossolano e materiale, generalmente sopravvalutato o, peggio, unicamente considerato. Chiunque ragioni con l’accetta del manicheo viene sistematicamente smentito dall’esperienza. La realtà “non cape” ed è quindi molto più complessa degli schemi univoci in cui vorremmo imprigionarla. Si prenda ad esempio la visione aristotelica del mondo, in particolare il “principio di non contraddizione”. Ebbene, l’esperienza dimostra continuamente che «a un oggetto si possono associare più attributi spesso in contraddizione fra loro e allo stesso tempo negare questi attributi». Già gli antichi, del resto, sapevano che «la stessa cosa che ti dà la vita può darti anche la morte». La meccanica quantistica nel ’900 ha dimostrato che «il fotone è onda ed è particella», cioè che «una cosa può essere anche un’altra» per cui lo sguardo deve vedere le cose con una “profondità di campo” ben più ampia di quella superficiale e riduttiva che normalmente utilizziamo. Le stesse leggi naturali non conducono – W. K. Heisenberg docet – a una “completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo”. La realtà obbedisce a funzioni probabilistiche dove tutto fluttua ed è quindi instabile, incerto, imponderabile, pieno appunto di frequenti improbabilità. È questa la Weltanshauung, prima ancora della poetica, a cui si sintonizzano i racconti, e da qui nasce la spinta propulsiva che ne accende il motore e ne governa il meccanismo. Gli spazi risultano spesso sfaccettati e ricomposti come in un quadro cubista o astratto, e così i tempi, che si possono sovrapporre o mescolare contro ogni logica di tipo lineare. I confini tra vita e morte, o veglia e sogno, o natura e surrealtà sono molto più fluidi di una visione razionalistica e riduzionistica della complessità perlopiù inconoscibile da cui originano. Ci si può ritrovare, per esempio, a contemplare un panorama generato dal cervello in coma, o vivere anni come fossero istanti, mentre il corpo fisico vegeta in un letto d’ospedale e qualcuno si prepara a staccare la spina (“La scogliera”).

Pur essendo spesso ambientati a Terni, i racconti di questo libro sembrano dialogare con il mondo intero o, per meglio dire, con le dimensioni ampie e parallele della molteplicità. «Qui», infatti, «è una parola che non ha senso», perché in ciò che viviamo entrano potentemente i «filtri della vita cosciente» e «neanche la più straordinaria delle menti può garantirci che quello che stiamo facendo, leggendo o guardando in questo momento sia la realtà o piuttosto un’illusione dovuta a qualche strano gioco dei nostri neuroni». Il passato quindi può riaffiorare attraverso sogni rivelatori (“Le streghe dell’est”) o visioni e allucinazioni (“El fantasma”, “Il vero nome del gatto”), oltre che, più normalmente, per via mnemonica, attraverso ricordi ad esempio storici (“Sana e robusta”) o sentimentali (“Il capitano del mio cuore”). Le paratie dello spazio-tempo sono mobili, assomigliano piuttosto a porte girevoli, varchi e incroci che consentono transiti. Chiometti non nasconde la ferocia della vita e lo squallore della società in cui viviamo, «un mondo di stronzi» con sintesi efficace e lapidaria. Emblematica è la vicissitudine “fantozziana” di Emanuele, il ragazzo ternano che va a Roma per assistere al concerto di Manu Chao e viene più volte derubato, anche per la sua ingenuità ma soprattutto per la jungla da homini lupus che lo “accoglie” fin dall’arrivo nella Capitale e che lo porta al punto di venire obnubilato, mediante una birra drogata offertagli da un gruppo di coetanei malintenzionati (“Ciao Manu!”). Chiometti prova una particolare ebbrezza nello scoperchiare le botole segrete del palcoscenico, svelando ad esempio la contrapposizione dialettica tra i giochetti sporchi del Potere e la «vita di merda» dei signor nessuno, il popolo, la gente comune. Da cui la ribellione: o innocua e privata come quella del barista che sputa «nelle tazzine degli stronzi», cioè la manager disumana, l’onorevole colluso e il sindaco compiacente, giunti a festeggiare nel suo locale (“Soddisfazioni”); o dirompente e pubblica come quella “totale” di Cutter, alias Aureliano De Longhi, il protagonista del bellissimo “Dimenticare Aureliano”. «Quando aveva cominciato a girare storto il mondo?». Con la società tecnocratica globalizzata hanno creato un futuro soltanto per resilienti, cioè sudditi disposti a tollerare qualunque sopruso: «bisognava essere pronti a tutto». Cutter viene chiamato così perché è colui che «con questa storia di sfruttamenti e vessazioni ci ha dato un taglio», un prometeo che ha acceso fuochi in tutto il mondo. «Lei è un pazzo criminale» gli dice in diretta televisiva Donna Alfa, la falsissima e ipocrita intervistatrice. «Io ero pazzo» le risponde Cutter. «Ora sono guarito. Io ero pazzo ad accettare senza fiatare che per anni abbiate distrutto le nostre vite senza neanche lasciarci il minimo necessario per sopravvivere».     

«E quindi lei pensa di aver cambiato il sistema!»
«No, io credo di aver detto “diamoci un taglio”, poi qualcuno mi è venuto dietro»
«Qualcuno? Circa duecento emulatori solo in Italia, quasi quattromila nel mondo. Ha scatenato una guerra!»
«La guerra l’avete scatenata voi quando avete creato gli esodati, quando avete legalizzato il caporalato, quando avete tolto ogni diritto ai lavoratori, quando il semplice stipendio di un onesto lavoratore non solo non è stato più garantito ma, quando c’era, non riusciva neanche a pagare il dentista del figlio. Beh, mia cara, sa cosa dice Lao Tze della guerra?»
«Cosa dice?»
«Di non iniziarne mai una se non sei sicuro di vincerla!»


A un certo punto si legge che Cutter inarca la bocca «in un ghigno degno del Joker», e Joker della scrittura è anche un autore versatile ed eversivo come Chiometti. Il Joker è legibus solutus, è colui che scompiglia le carte e fa saltare gli schemi, mandando all’aria l’ordine ingiustamente stabilito da coloro che ne traggono vantaggi. Attenzione però, questa carica di impegno sociale e politico non assume mai i toni enfatici o populistici del “comizio”: il narratore cioè non smette mai di fare il suo mestiere. E lo fa con il dono naturale di farsi leggere, raccontando storie fluide, segnanti, talora iconiche, sempre ricche di vita e di esperienza. Chiometti ha un’ottima capacità di affabulazione, con cui cattura lo sguardo del lettore mentre attraversa in modo sempre interessante i livelli tendenzialmente inafferrabili del mondo contemporaneo. Non riduce la complessità delle cose, ma anzi ne estrae tutta la ricchezza, le molteplici dimensioni. Ciò gli consente di fare narrativa parlando di politica, scienza, tecnica, storia, ecc. immergendosi con esatta e puntuale documentazione, e conseguente proprietà lessicale (ad esempio i dialetti regionali e i gerghi professionali), in semiosfere diverse da quelle tipiche del letterato puro. C’è una impronta mimetica che spinge le cose ad emergere dalla pagina, vive e concrete: è la scrittura che diventa mondo adattandosi – con trasformazioni metamorfiche “a vista” – alla materia che di volta in volta vuole incarnare. E infatti non è vero che (come osserva nella sua “Nota d’autore” conclusiva, riportando il parere di alcuni lettori) si tratta di racconti che «non sembrano scritti tutti dalla stessa mano»; è vero semmai che rappresentano le tante anime dello stesso autore, e questo si riconosce appunto dalla “mano”, dall’impronta originale, dalla coerenza dello stile pur nell’eterogeneità delle direzioni intraprese.        

Marco Onofrio

La “pagliata” di Mario Soldati

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Nel racconto “La pagliata”, contenuto nel volume La messa dei villeggianti (Mondadori, 1959), il celebre piatto romanesco funge per Mario Soldati da catalizzatore di autenticità: una sorta di strumento per meglio accordarsi alla percezione delle profondità simboliche della Città Eterna. È una Roma al colmo dell’estate, in cui lo scrittore e cineasta torinese si trova suo malgrado, anziché – come vorrebbe – tra i paesaggi freschi e silvestri del suo Piemonte, trattenuto dal lavoro e solo, senza i familiari che invece sono partiti per le vacanze. Il giorno scorre veloce e quasi anonimo ma la sera, conclusi gli impegni professionali, la Città scioglie i sigilli delle sue dimensioni stratificate, consentendo all’occhio sopracuto dell’artista la percezione di dettagli spaziotemporali altrimenti confusi, se non preclusi. Lo sguardo penetra nella polpa di questo dedalo semantico di segni interconnessi, raggiungendo le stanze segrete di un “incanto” che trasfigura case, vie, vicoli, slarghi e piazze in “quinte” teatrali, e gli astanti in attori inconsapevoli di un dramma in corso, un dramma che coincide con lo scorrere stesso dell’esistenza.

Ma ecco il golfo della sera, ecco la voragine della notte estiva romana, calida, ventilata, sconfinata di ore e di secoli; gli strati confusi delle antiche civiltà sembrano riaffiorare, rifermentare, chiuderci con misteriosa naturalezza in questa giungla di case rosse e di monumenti giallastri, sotto un cielo violaceo: lunghe vie storte, vicoli fetidi e bui, quasi cunicoli, fessure tra palazzi enormi; e improvvisi slarghi in cui, sbucando, ci si ferma a guardare incantati; piazze vaste, sbilenche, in pendio, dove gorgoglia una fontanella tranquillissima, e le case di qua e di là sono come le quinte di una scena, e tutto è come una scena: i tre giovinastri all’angolo, con le magliette chiare e le motorette, il prete che passa lento, le tavolate di gente fuori dell’osteria con i boccali luminosi di topazio.

Roma è, dunque, uno spettacolo inesauribile che svela – a mo’ di prisma caleidoscopico – sempre nuove scene o, al limite, nuovi aspetti della scena in corso. Specialmente le notti d’estate, quando la dolcezza mediterranea del clima induce i sensi a deragliare, cedendo a un’ebbrezza di curiosità vaga, a un’erranza ondivaga di sensazioni, pensieri sconfinati, abbrivi fantastici.     

Vivo a Roma da trent’anni; eppure non v’è notte d’estate, se esco in giro per i vecchi quartieri, che non scopra una di queste strane piazze: voglio dire, una che non avevo mai visto, dove non avevo mai messo piede.

È una continua, sorprendente scoperta di luoghi e particolari, ignorati in precedenza malgrado la durata e l’assiduità della frequentazione. In quanto omogenea, più di altre metropoli, alla fluida complessità della vita di chi ne osserva l’evoluzione, grazie ad uno sguardo che ha a sua volta le sue stratificazioni di esperienza e di cultura, e che evolve insieme a ciò che vede, Roma è praticamente impossibile da conoscere e soprattutto da “dominare”, poiché appunto è un infinito che “non cape”. Quale Roma, però? La città di una volta è assediata dalla “corruzione livellatrice” della modernità, e i caratteri tipici dei rioni tendono a sfumare. Soldati sa bene che il processo di modernizzazione è irreversibile e per molti versi foriero di benefici, ma non si esime – qui come in altri libri – dal rimpiangere quanto del passato (tradizioni, usanze, autenticità, buonsenso, genuinità di cibi e vini, ecc.) viene in questo modo adulterato o cancellato. Trastevere, ad esempio: meglio il rione Monti, se si è in cerca della vecchia Roma.

Trastevere? Trastevere, oramai, non c’è più. La voga, le insegne al neon, le masse ogni anno crescenti dei turisti, ma soprattutto gli americani e il costume americano hanno profondamente guasto Trastevere, che si atteggia e semplifica sempre più quale gli americani possono pensarlo. No, per ritrovare il Trastevere di prima della guerra, bisogna battere altri quartieri: il rione Monti per esempio, quei solenni e squallidi vicoli cinquecenteschi, rammemoranti addirittura le fazioni medievali dei Frangipane e degli Annibaldi, e che tuttavia la fronte umbertina e piemontese dei palazzi di via Cavour maschera e sottrae alla curiosità dei turisti, preservando così dalla corruzione livellatrice, semplificatrice, utilitaria del nostro secolo lo spettacolo di ben altra corruzione, antichissima, tragica, funebre e sublime.

Proprio a Monti, precisamente «in via del Cardello angolo via Frangipane», Soldati ricorda una sera dell’estate precedente, presso la trattoria “Al Cardello” dove era stato invitato, da Nino Rota e dal professor Verginelli, a gustare la pagliata. Ora ci ritorna da solo e ritrova «tutto uguale: identiche luci solitarie e spaziate, identiche immense ombre su per le fiancate dei palazzoni». Riconosce un «balconcino barocco» sospeso «in cima alla quinta della casa d’angolo». Riconosce l’ostessa, padrona e cuoca, e i figli che la aiutano come camerieri. Riconosce le «tre sorelle» che con passo lentissimo (una, la più vecchia, è quasi paralitica) rincasano «dopo aver chiuso il loro negozio di merceria a via dei Serpenti». Riconosce una «ragazza bruna, nervosa, vestita di rosso», probabilmente sordomuta dalla nascita, che accorre alla fontanella con un fiasco, lo riempie d’acqua e se ne va, sempre di corsa. Riconosce due preti che salgono adagio «il lungo piano inclinato verso via degli Annibaldi, la stradina che fiancheggia il palazzo del Collegio internazionale degli Oblati, difesa da un muretto a picco su via Frangipane». È passato un anno esatto dalla serata gastronomica con i due amici, ma nulla è cambiato: le stesse figure, puntuali alla stessa ora, come i personaggi inconsapevoli di una commedia dal copione scritto che va in scena, con ritmo circadiano, nell’atmosfera suggestiva di «quella prospettiva colossale e deserta, di un tempo fuori dal tempo comune». Questa è la vera Roma che piace a Soldati, e in tale contesto propizio giunge, perfettamente invocato, il rito augurale del piatto ristoratore, come un frammento autentico di ciò che gli occhi e il cuore stanno gioiosamente rivivendo.

Ed ecco, sul tavolo rustico e comodo, accanto al vino di Grottaferrata, secco quanto un vino romano può esserlo, ecco finalmente la famosa pagliata. La pagliata è un piatto tradizionale, antichissimo, della cucina romana. È l’intestino tenue secondo del manzo, detto la digiuna o il digiuno perché sempre vuoto se non del chimo, e cioè di quella pasta omogenea, viscosa, lattiginosa, che è come il sugo ultimo della digestione, il vero e puro elemento nutritivo. La pagliata va mangiata soltanto il giovedì sera, e cioè soltanto la sera dello stesso giorno in cui si macella. Va accuratamente liberata dal grasso in cui è immersa, e dalla sottile pelle che l’avvolge. Poi tagliata a ciambelle, e legata da un capo e dall’altro, così che, cuocendo, il chimo non esca. Può essere cucinata in vari modi. Ma soprattutto in umido o al forno. Meglio al forno, o sulla gratella, con brace di carbone di legna. È un sapore straordinario: come se un formaggio, invece di esservi sparso sopra per condimento, fosse naturalmente racchiuso nel cibo stesso: quel chimo gustato di sorpresa, nella sua vita fermentante. Sale, pepe, olio e un goccio di vino completano la preparazione della pagliata arrosto: che, se freschissima, è tenera, croccante, profumata: un piatto prelibato, una delicatezza, o, per dirla con Apicio, una polytéleia, una sontuosità, un lusso.

Non si tratta, com’è evidente, della versione tipica da primo piatto, accompagnata con rigatoni al sugo, ma della pagliata integrale, più raramente intesa come secondo piatto. Soldati la gusta da par suo, cioè con gli strumenti del gourmet internazionale – sia pure attento alle genuinità locali, di cui andava sempre in cerca nei suoi viaggi – e, più in genere, del bon vivant, del raffinato intellettuale che affronta il piatto come un testo di cultura da “leggere” con acume e sensibilità. Non a caso chiude gli occhi, per concentrarsi meglio sulle sfumature infinitesime, ed evoca il grande filologo classico Ettore Stampini:   

Chiudo gli occhi mentre assaporo, e penso al mio vecchio maestro Ettore Stampini, alle lezioni su Persio, al calidum sumen, mammella di scrofa ripiena del suo latte.

Il sapore della pagliata non solo risveglia, attraverso un filo invisibile che si chiama tradizione, la ricchezza perduta del mondo antico, ma si candida a coincidere – per consentanea affinità – col sapore stesso di Roma, anzi: col sapore stesso della vita.

Riapro gli occhi: ciò che vedo, il colore rosso delle mura, questo scenario di pietra e di mattoni, si accorda perfettamente con ciò che assaporo: qualcosa di fermentato, di forte, di bruciante e tuttavia piacevolissimo: come una eccitante eppure ferma familiarità con le potenze infernali della corruzione e del fermento, della morte e della vita, un sorriso pio verso ogni male, anche il proprio.

Marco Onofrio

     

         

“La rivincita” (da “Energie. Frammenti e racconti”, 2016)

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LA RIVINCITA

Per ogni buona impressione che si produce ci si fa un nemico.
Per godere della popolarità bisogna essere mediocri.

O. Wilde

«Non sei degno di partecipare a questa mensa» mi sibila in tralice Sauro Zangrilli. E il suo fedele scudiero, Oscar Paolucci, annuisce radioso, coi suoi occhi gialli da basilisco. Io, per tutta risposta, alzo il dito medio verso entrambi. 

È un reading poetico collettivo. C’è tutto il sottobosco letterario. Un piccolo inferno di conventicole, in guerra permanente fra di loro. Il trionfo della mediocrità. Anche per questo mi sento, e mi fanno sentire, ospite non gradito. Non vogliono che io legga le mie poesie. Sono tutti gelosi della mia potenza: solidali contro dissociato. Troppo libero per i loro gusti: incapace di scendere a compromessi, come viceversa regola impone. Pubblico troppo e non mi faccio mai vedere. Che cosa vorrei dimostrare, con il mio incedere da ariete: che sono più bravo di loro? E se anche fosse? La bravura non si accetta di per sé: va casomai fatta accettare, a furia di inchini, di maneggi, di scambi sottobanco. Non è il merito, la via maestra. E, peraltro: come dimostrarlo in modo oggettivo? A quali parametri attenersi? Chi può dire che un’opera è sicuramente e infallibilmente valida? 

Dunque, non ci si può imporre tout court. Occorre insinuarsi con la vasellina, gatton gattoni, senza mai mettere in dubbio la premessa-base del mondo letterario: che ognuno pensa di essere la colonna portante della Storia, il genio attorno a cui ruotano i destini dell’Universo. E ritiene di poterlo sostenere senza l’onere della prova, come una specie di dogma. La prova, dico io, dovrebbero poterla fornire i libri scritti, e il valore effettivo delle “sudate carte”. Ognuno guarda il collega scrittore con l’aria di dire: “Sì, sì, sarai pur bravo: MA non c’è nessuno al mondo come me! IO sono un’altra cosa”. E lo pensano tutti, anche i mediocri, anzi: soprattutto loro. Pure le pulci tengono la tosse. E così ci s’incula a vicenda, con mosse silenti e furtive, senza mai smettere il sorriso in pieno viso, come un’impronta sulla maschera buccale. È una jungla intricata di egocentrici in competizione: pur quando si fa finta di andare d’accordo, d’essere sodali. E le più grandi amicizie si guastano, quando – prima o poi, immancabilmente – emerge il conflitto sottinteso che covava. “Ma perché, davvero pensavi d’essere migliore? E non avevi ancora capito che ti piscio in testa?” – se lo dicono finalmente in faccia (con sovrapposizione simultanea di parole, sorde monadi alienate) dopo averlo pensato per anni.

C’è una trafila di gesti simbolici – in un gioco perenne di rapporti di forza, di scontri sulfurei e silenziosi – che presiede a una gerarchia invisibile e segreta: è questo il sottobosco che funghisce, all’ombra puzzolente del Potere. La regola è: consociarsi. Ovvero presenziare, reggere il sacco, farsi conoscere. E giurare vendette, e ordire congiure. Non conta ciò che scrivi ma a quale gruppo appartieni: perché a un gruppo devi per forza appartenere. Più che a scrivere, i poeti (o sedicenti tali) sono impegnati in una cocciuta e martellante opera di autopromozione. Anche senza pagine da promuovere. Anziché scrivere (serve a poco o niente) costoro passano le giornate a parlare, anzi a sparlare, l’uno contro l’altro. Ché forse, in fondo, non hanno niente da dirsi, e meno ancora da dire. È una specie di ritorno alla letteratura orale. Uno scrive per dirsi tutto nella pagina, per rendersi superfluo e inessenziale rispetto a quanto scritto. Il libro dovrebbe parlare e scagionarsi da sé. Oggi invece contano più le parole di contorno, i salamelecchi, le genuflessioni. Il rumore che si solleva, ad arte, intorno al nulla. Guai al creativo solitario che produce in silenzio! Giacché li rende, al confronto, visibilmente mediocri: proprio quali sono. E allora viene temuto, quindi deriso, osteggiato, ostracizzato. Come fanno con me. Sono contento di essere odiato, considerato antipatico e arrogante. Detti da loro, sono complimenti! Continuino pure nel loro ridicolo e inutile gioco dell’oca: a me piacciono gli scacchi, e soprattutto la mossa del cavallo, che scarta, che salta, che spiazza. Sì: sono un cavallo pazzo. Ombroso, selvaggio, indomabile.

Ma allora – se questo è vero, come è vero – che ci sto a fare qui, tra questo siparietto di imbecilli? Sono venuto per dispetto: proprio perché non mi vogliono. Ora è il turno di Alba Tramonto, che sorge/declina sul palco con aria fatale da diva. I soliti versi sentimentali: perché le donne non sanno fare altro? Dorian Palese mastica insofferenza e freme per conquistare il centro della scena: si crede il nuovo Petrarca. Lele Torpedo muove le sue beffe contro tutti (è solito affermare che la Poesia al mondo l’ha portata lui, anzi: la Poesia è lui). Sharm’el Shek (pseudonimo di Giuda Gesuelli) inietta pulci – una dopo l’altra – nell’orecchio acconcio di Zangrilli, con la sua aria da ebete incallito. Serpeggia una risata sussultoria. Poi è il turno di Vanda Anatroccolo, che si sporge da un cubo scenico, melodrammatica, per diventare il cigno che non è. Paolucci applaude frenetico. Qualcuno ghigna “evviva”. Io e la mia musa inquietante – dolce compagna di voli poetici – cerchiamo affannosamente la copia di un mio libro. Non ricordo i miei versi a memoria: solo leggendoli potrei recitarli. Cerchiamo e cerchiamo (ci sono volumi ammonticchiati dappertutto) e tuttavia, guarda caso, non esce fuori niente di mio. Ci sembra più volte di averlo trovato, per la grafica del titolo o l’immagine di copertina, e ogni volta è una delusione. La mia rabbia cresce a dismisura, perché non voglio dargliela vinta a questi cialtroni, alla loro preconcetta ostilità. Tanto più che Poldo Cacace, con la sua aria da solone imparruccato, mi ha ruttato all’orecchio che potrò esibirmi se e solo se ci sarà tempo. Ergo, non potrò esibirmi: restano ancora 21 poetesse e 16 poeti in lista d’attesa. E alle mie legittime rimostranze, mi ha invitato a non rompere i coglioni: sono più critico che poeta, del resto. Che è un modo come un altro per significare che i poeti sono loro, che perciò devo farmi da parte e – al limite – scrivere saggi sulla loro produzione, se proprio aspiro a figurare.

Quand’ecco che, mentre sono al colmo dell’angoscia, qualcuno mi porta una busta da lettera: la apro, come in trance, e dentro, su un foglio in fregi liberty, c’è scritto che ho vinto dodicimila euro a un premio internazionale di poesia! Io e la mia musa trasaliamo di gioia, ebbri di rivincita, e – sventolando la lettera come un vessillo – cominciamo a diffonderne la voce. Serpeggia in un baleno il mormorio, e cresce, e cresce, proprio mentre si esibisce Gilda D’oro. Ci restano tutti di princisbecco.                   

Impallidiscono. Trasecolano. Boccheggiano. Stramazzano. Che bello vederli crepare d’invidia!

Io e la mia musa usciamo trionfanti all’aria aperta. E finalmente si respira! Ora vogliate scusarmi, ma nei prossimi tempi avrò un bel po’ di cose da fare e festeggiare. La vita, qui fuori, è senza dubbio mooolto più interessante di certa “letteratura”…

Marco Onofrio  

 

“Il dannunziano”, racconto inedito (2002)

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Riemergo all’improvviso dall’abbiocco, a uno sbalzo del treno che si ferma. Dove siamo? C’è il cartello azzurro, là fuori, proprio all’altezza del finestrino, e recita: SULMONA. Ho un mal di testa feroce e la bocca impastata. Devo aver dormito molto, la testa ciondoloni al poggiacapo… spero solo di non aver russato. Che poi forse – di che mi preoccupo? – neanche mi avrebbero sentito, i compagni di viaggio. Lo scompartimento, infatti, è animato da una bella discussione. Chiacchiere da treno, si sa, ma orientate sul “profondo”, l’“impegnato”. Siamo in cinque, me compreso. Tiene banco un esile e soave signorino in completo grigio-azzurro, con gli occhialetti da prete in seminario. La sua vocina petulante di zanzara. Il suo modo cavilloso di affrontare le questioni più minute, di analizzar le cose, di vagliare e sezionare ulteriormente. L’eloquio affettato e forzoso. Si compiace di spaccare il capello. La grazia ingessata, la fredda innaturale gentilezza. Si dichiara, e in parte si dimostra, “dannunziano” – infatti, non a caso, è di Pescara. Ha estratto, chissà da quanto, un suo smilzo libercolo di poesie, stampato in proprio, e deve averne già lette parecchie, nei modi e nei tempi opportuni: forse per meglio avvalorare le proprie tesi, e dare maggior sfoggio di sé, della propria eloquentissima persona (e, insomma, parliamoci chiaro: anche per far colpo sulla ragazza belloccia che sta qui, al sedile numero 15, e lo ascolta assente, o assorta, misteriosa, senza emettere parola, se non – quando interpellata – rari e strascicati monosillabi).
L’arrivo a Sulmona gli ha porto il destro per “deliziarci” con alcune dotte citazioni del poeta latino Ovidio, che di qui era originario: tratte dalle Heroides e – mentre guarda di sottecchi la belloccia – dall’Ars amatoria (il lumacone!). La vecchietta del 18, col collarino di pizzo e il collo rugoso da tartaruga, chiosa la flautata recitazione (ovviamente in latino) con un applauso e un “Evviva” di circostanza – ipocrita! –; quindi, sorridente, offre a tutti, da un involto ricamato, sciolto per l’occasione, alcuni confetti di Sulmona, noti in tutto il mondo per la bontà, bianchi e rosa, a forma di cuore. Accetto, ringrazio e – goloso come sono – me ne sgranocchio tre. Basterebbe, per finirla in bellezza… Macché! Tosto rincipia a trillare, il cardellino, mentre ancora mastica i confetti (verrebbe da dirgli: “Ma zitto e mangia”)… Imperterrito, assiduo, martellante. Forse è anche per questo che la vecchietta, disperata come gli altri, ha tirato fuori il bell’involto: per tenergli occupata la bocca! Ma se è così, beh, gli offriamo il pranzo e pure la merenda…
È filologo, è retorico. Rende tutto frusto e anticato. Invecchia ciò che tocca: come re Mida l’oro. Sentitelo! Ha virato il discorso sulla morte! Ma che c’entra? Sicuramente gli serve – ancora una volta – per fare sfoggio di cultura, per uscirsene con qualche citazione… Ma lo vuoi capire che la donzella qui di fronte non ci sta? Con te, almeno: ché invece a me mi vede eccome – già da un po’ ci scambiamo sguardi d’intesa, ammiccanti nei tuoi confronti, a dirci che sei un tipo bizzarro, a prenderci di te (insomma: ti stiamo usando per imbastire il filo, bigongo che non sei altro…) È inutile che insisti: lascia stare! Macché: continua e continua e continua…
Eccola, la citazione, puntuale molto più del treno (che intanto ha ripreso il viaggio): Heidegger, e il concetto di “vivere per la morte”. Sostiene, il signorino, che muore solo chi desidera la morte, chi l’accetta a livello metafisico: che se uno muore è perché in realtà l’ha voluto lui, sebbene in modo profondissimo e inconsapevole. La morte non tocca chi non la chiama, perché ancora non è pronto, perché ancora ha molto da fare sulla terra… «Beh… ma allora chi muore giovane?» azzarda la vecchietta, interpretando il pensiero comune. «Veda» dice il signorino, eludendo affatto una risposta «lo scopo della vita è… (pausa ad effetto solenne) è quello di raggiungere quel grado di maturità tale… (altra pausa) per cui non bisogna dire non sono ancora pronto, debbo prepararmi… (altra pausa) La vita si realizza, diventa se stessa nel suo pieno compimento, quando la morte è pari all’uomo: o meglio quando noi le siamo pari, le diamo del tu, la guardiamo a testa alta». La vecchietta annuisce in silenzio, con sorriso artificiale e imbarazzato. Tutti lo assecondano come un matto, anche se nessuno sa che dire. E lui, con tono melodrammatico (ma la voce gli salta, gli esce male, da eunuco): «Si vive per imparare a morire».
Oh, la grande frase! Agli atti della Storia, signori: ci ha svelato il senso della vita!

“Ma che dici, baggiano” penso tra me e me “… Ma non è forse che si vive per vivere, per non dover morire? E che l’imparare, semmai, riguarda il vivere, questo vivere benedetto, piuttosto che il morire?”.
Devo aver pensato ad alta voce (e dalle labbra l’ombra di un qual suono), poiché tutti poi mi guardano sorpresi.
Prego? mi soffia il signorino deglutendo.
«… Scusi» comincio «… non vorrei sembrarle scortese…»
La belloccia mi guarda piacevolmente incuriosita, e questo mi dà carica.
«Dica, dica» fa lui, illuminandosi di nuovo entusiasmo, «sono molto interessato alle opinioni altrui su questo tema, di cruciale importanza e stupendo fascino filosofico… dica, dica…»
«No, ecco… volevo farle notare…»
«Dica, dica… Sono certo che il suo pensiero saprà nutrirmi di spunti interessanti, sino a farmi raggiungere livelli sempre più elevati di contezza, circa la… dica, dica…»
«Sa, non è per contrariare, ma…»
Intanto, «Con permesso, con permesso…», i nostri compagni di viaggio, chi accampando una scusa e chi nient’altro che un sorriso, cominciano a telare, alla chetichella.
E lui, noncurante: «Dica, dica… non credo più nulla, al mondo, che al patto interno e puro delle menti, di due persone intelligenti, le quali fan tesoro di cultura, di bella civiltà, nell’avanzare l’altro in dolce misurata umanità… dica, dica…»
La belloccia non ce la fa più a reprimersi, e scappa per non ridergli in faccia. Siamo rimasti soli, infine: io e lui. S’illumina di fulgore, brucia. Quasi non aspettasse altro.
«Dica, dica…»
Io, un po’ contrariato: «… Ecco, appunto, se mi lascia dire…»
Ma mi accorgo che comincia a guardar fisso, a parlare come un automa. Allora taccio per averne conferma. Infatti, dopo qualche istante…
«Dica, dica… è sempre stato il mio forte, la facoltà d’ascolto, nella virtù dell’altro… e invece qui mi sento – non bene – com’uomo burattino in alto mar… dica, dica…»
Allora arretro, spaventato, guardandomi intorno: che mi soccorra il vuoto, il circostante.
«Dica, dica… Vaneggiamenti poetici? Ah… Ma sa che non capisco… perché io son così… Un giorno si stupì… pur anco la mammina… Di certo era mattina… quando dal cuor partì… lo stimolo sincero… l’amore quello vero… dica, dica…»
Io basito, in silenzio. Dev’essere la crisi di una strana malattia.
«Dica, dica… che adesso non so più… che cosa mai inventare… per farla innamorare… avvegna ch’io volessi… gittarle due parole… baciarla sulla bocca e poi morire… dica, dica…»
Basta. Così, un po’ per reazione incondizionata, un po’ perché stufo di sentirlo, mi decido ad agire prima del prossimo “segnale”. Prendo la misura col braccio, poi la rincorsa e… PEM… gli assesto un manrovescio con i fiocchi, da farlo rivoltare. Si schiaccia contro lo schienale del sedile, gli occhiali di traverso, muto, la bocca aperta e la testa all’indietro. Sento che gorgoglia qualche suono, colando di bava filante. Poi si spegne, decresce a vista d’occhio… si sgonfia, come un pupazzo di gomma, un salvagente…
Orrore. Mistero. Follia.
Prima che scompaia, prima che si sciolga interamente, di medusa al sole, faccio in tempo a sgattaiolare dallo scompartimento e inoltrarmi nel corridoio (con la speranza, non ancora sopita, di agganciar daccapo la belloccia), proprio mentre il treno infila l’ennesima galleria del viaggio verso Roma, come un sigaro in bocca alla montagna.

Marco Onofrio
(racconto inedito, 2002)

“Il tempio del tempo”. Racconto inedito

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IL TEMPIO DEL TEMPO

Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma,
quando cadet Colysaeum cadet et Roma,
quando cadet et Roma cadet et mundus.

Beda il Venerabile (VIII sec.)

“Secondo me è immensurino”, mi dice la ragazza in un sorriso.
Sto raccogliendo materiali sul monumento emblematico di Roma. Pareri, immagini, ricordi, testimonianze. Come cicatrici sovrapposte. Scalfitture, crepe, escoriazioni. Punti di sutura e di cesura, che ne rendano la pelle come nuova. Bucando il cerone dei luoghi comuni. La patina americaneggiante. Le rughe posticce dei peplo-film. L’indifferenza degli stessi romani.
“Che vuol dire immensurino?”
“Che è immenso come lo vedi… ma è pure piccolo, in proporzione, perché fa parte dell’arredo urbano, anzi: ne è parte irrinunciabile. Che sarebbe Roma senza il Colosseo? Questo leone che miagola? Questo gatto che ruggisce? Così, finisce che ti abitui alla sua mole… che se la guardi bene, però, ti stupisce e ti impaurisce ogni volta. Ma lo guarda bene solo il turista, il viandante, quello che a Roma ci sta pochi giorni, o poche ore. Perché lo guarda con occhi speciali: per la prima e, forse, per l’ultima volta. Divorando l’immagine con voglia. Assaporandola, come una delizia. Succhiandone il midollo. Imprimendola bene alla memoria. Per non scordarlo più… Ma se a Roma ci vivi, finisci per non vederlo. Anche se gli passi accanto dieci volte al giorno. Anzi: più gli passi accanto e meno te ne accorgi! Eppure lo sai che c’è, lo “senti”. È parte di te; sei parte di lui – e guai se non ci fosse. Questo legame profondo di affetto e di orgoglio – di orgoglio, sì, per la magnificenza che esprime dinanzi al mondo, che è anche la tua; e per il passato di cui reca traccia, che è anche il tuo – mi porterebbe a definirlo, addirittura, immensuretto… o forse immensurello…”
“E che voi sape’? E che t’o dico a fa’? Sta sempre là, che nu’ lo vedi? Sta là … boh …” mi dice il conducente dell’autobus.
I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti. Queste cose sono consentite al turista, entro la sfera circoscritta del suo soggiorno. Roma può arrivare a conoscerla il forestiero: chi ci viene a vivere da fuori, con gli occhi vergini dinanzi al suo proliferante “oggetto”. Il romano può soltanto sapere Roma, sapere di Roma. Perché Roma per lui è “soggetto”: è lo scenario stesso della sua esistenza. Non ha e non è altro luogo, da sempre. È impastato di Roma, e Roma di lui. Indistinguibili: come il latte e il caffè nel cappuccino. Questa disseminazione dell’identità nel contesto topologico dell’Urbe, complicata dal vissuto personale – fitto come il reticolo di esperienze, di ricordi, di immagini interiorizzate, e anche di fantasie, che fanno esistere “quel” luogo, “quel” vicolo, “quel” monumento per ognuno che lo vive, da sempre, dentro la propria vita, dandone il tono e dipingendone il volto alla facciata, la peculiare “rappresentazione”, talvolta a prescindere dai confini stessi della sua “realtà” –, questa disseminazione, dico, funge da ulteriore ostacolo alla conoscenza. Se ogni luogo della propria Roma, di ciò che Roma è e rappresenta per chi ne vive, risveglia una filiera di echi, di risonanze, di vibrazioni, belle quanto insieme dolorose, conoscerla meglio, allora, significa conoscere meglio se stessi; e non sempre questo è piacevole o possibile, mai semplice. E poi c’è l’eterna disponibilità di Roma che ti aspetta, come un foglio bianco la scrittura. Se inviti il romano ad approfondire la propria città, e gli dici che è uno scandalo se non domina certe storie, o ancora non ha visto certe cose, che pure il milanese e il torinese inurbati stanno messi meglio al riguardo, lui ti risponde che… tanto mica scappa, Roma: e che, abitandoci, ha tutta la vita per porvi rimedio, gli basta quando vuole uscir di casa… e intanto, a forza di rimandare e non pensarci, gli passa davanti tutta la vita e, puntualmente, non lo fa. O forse non ti risponde nemmeno: si limita a guardarti con quell’aria sorniona e indolente, cinica, che non è soltanto un tratto convenzionale del suo carattere. Si sa, del resto: le cose che abbiamo a portata di mano sono proprio le prime che finiamo per perdere, o per non vedere. A parziale scusante, c’è da aggiungere che Roma ci mette anche del suo per nascondersi, per rendersi inafferrabile: è infatti così complessa e “infinita” da atterrire e paralizzare anche il più agguerrito dei ricercatori. E il Colosseo?
“Dovremmo venderlo ai cinesi. Sai i soldi!” propone il netturbino.
“Beh, proprio venderlo no”, rettifica un collega: “piuttosto, smontarlo e rimontarlo in giro per il mondo. Fargli fare un tour – e milioni di euro ad ogni tappa”.
“Dunque sappiatelo: se venisse tolto, in verità, resterebbe un buco nel cielo” ammonisce un sacerdote, segnandosi. Riecheggia, in lui, l’assimilazione cristiana del monumento classico. A chi invocava che fosse abbattuto, perché memoria della Roma pagana, emblema degli dei “falsi e bugiardi” e covo di idoli malefici, si rispose che, anzi, andava santificato come luogo di martirio dei cristiani. La terra dell’arena, già cenere demoniaca, si tramutò in reliquia. Ed ecco, poi, la Via Crucis celebrata dentro il Colosseo, dal papa in persona, in mondovisione!
Ancora il sacerdote: “Ascoltate l’eco nel silenzio delle pietre. Le urla atroci dei martiri sbranati dalle belve. La terra lavata dal sangue degli innocenti. Ricordate, fratelli, meditate”.
“Io me ricordo solo che ce venivo a scopa’ … Era tutto operto… mica co’ le sbare de oggi… De notte era un viavai de pomicioni…” replica un pensionato che cammina col bastone.
“Pensi, dottore, se – sistemandoce drento un campo de carcio: c’entrerebbe? boh – un giorno er derby se giocasse ar Colosseo! Che spettacolo! Forza Roma!”, dice accalorato il tassinaro.
Lo gelo informandolo che sono della Lazio: non mi rivolge più parola fino al termine della corsa.
“Lo hai mai visto il film dei Pink Floyd a Pompei?” trilla la mia amica rockettara. “Immagina che fico un evento rock dentro il Colosseo! Non so: la reunion dei Genesis. O il prossimo concerto degli U2”.
Gianni, un mio amico esperto di “scrittori e Roma”, mi parla della teoria, invero balzana, secondo cui Dante avrebbe desunto lo schema dell’Inferno dopo avere visto il Colosseo. Anzi, per essere precisi: sotto l’effetto della tremenda impressione suscitata in lui dall’interno del gigantesco rudere. E, inoltre, dall’avere saputo della leggenda di Virgilio – il sommo antico da lui scelto come guida per il viaggio oltremondano – quale costruttore del Colosseo: il Virgilio “mago”, prima che poeta, che vi andava a studiare e svolgere le arti negromantiche. E mi parla del Colosseo interpretato dai pittori fiamminghi, dopo il viaggio a Roma, come “torre di Babele”. In particolare, Bruegel il Vecchio. E del topos romantico, tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento, del Colosseo al chiaro di luna: Goethe, Madame de Stäel, Stendhal, Henry James. Pare infatti che il Colosseo si animi di forze magiche particolari, propense all’accadere degli eventi, proprio a mezzanotte e a mezzogiorno di ogni giorno. La corona dei raggi solari e il gioco delle ombre a mezzogiorno; le fioche luminescenze seleniche e, ugualmente, il gioco delle ombre, a mezzanotte.

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E, ancora, lo sguardo barocco di Giuseppe Ungaretti, che lo definisce “enorme tamburo con orbite senz’occhi”… Il Colosseo come un teschio spolpo, combusto, calcinato: un relitto di millenni che riemerge, attimo dopo attimo, dall’oceano del tempo, dalle sue arcane e irraggiungibili profondità.
Samuele, un altro mio amico appassionato di storia, mi parla del Colosseo in epoca medievale quando, durante la feroce lotta per le investiture, i Frangipane lo occuparono come fortezza, come avamposto strategico alle spalle del Laterano. E di quando, per secoli, fu una cava inesauribile di marmi, di travertini, e anche di semplici pietre: venne saccheggiato e smantellato – indebolito fino ad essere pericolante e in qualche punto, addirittura, a crollare – per erigere e decorare chiese e palazzi e architetture varie, ad esempio la scala e la piazza di San Pietro. È suggestiva questa idea di un Colosseo disseminato per la città, di membra sparse, come un corpo che appartiene a tutta Roma. E mi racconta, Samuele, anche della curiosa idea che papa Sisto V, alla fine del Cinquecento, aveva escogitato per arginare l’indigenza del proletariato romano: impiantare una filanda dentro il Colosseo! Al primo piano la fabbrica vera e propria, coi laboratori; al secondo e al terzo le botteghe e le abitazioni degli operai. Ma il progetto, elaborato da Domenico Fontana, naufragò per la sopraggiunta morte del papa.
“E com’era a quei tempi il Colosseo? e la zona circostante? Che cosa vedremmo tornandoci ora?”
“Molti archi erano ciechi, chiusi, murati. La profondità interne stavano ancora sottoterra, ricoperte dalla ruggine dei secoli. Lo si riempiva oltretutto di letame, per ricavarne salnitro. Ogni sera e ogni notte era avvolto dal fumo nauseante dei fuochi. Era un nido di malaria, una selva di esalazioni mefitiche. Dentro c’era un immondo intricato serpaio, un roveto abbandonato senza fondo. Vi allignavano un sacco di piante ed erbacce. Uno studioso inglese, nella seconda metà dell’Ottocento, si divertì a contarle e a catalogarle in un libro oggi rarissimo, dal titolo “Flora of Colosseum”: risultarono ben 420 specie vegetali! Anche tutto intorno c’era campagna incolta, e vigne, e orti, e giardini. Le mandrie pascolavano tra le rovine. La zona del Colosseo era malfamata, pullulava di balordi, di ladroni, di mignotte”.
Ma, ammetto: mi interessa moltissimo la dimensione magica ed esoterica del Colosseo. Quelle strane storie di demoni. Chiedo lumi al Prof. Giano Tantucci, ordinario di antropologia. Mi conferma l’idea del Colosseo come centro magico dell’Impero, in quanto “tempio del sole” e sede di Phebo, “sol invictus”, simbolo della potenza e dell’immortalità di Roma trionfante. Nato per sempre sotto il segno di Giove, vale a dire ruota, cerchio, uovo, palla d’oro. E infatti sferico, tondo, compiuto: ricco di pienezza e di armonia. Emblema incrollabile di Roma Aurea, antica e moderna: eterna. Ispirato alla corona del sole: globo, dominio cosmico, cupola stellata, “totum orbem”. Era la “rotonda mole degli specchi”: pare che vi fosse lo “speculum orbis”, lo specchio del mondo che rifletteva ogni cosa esistente. Questo era Roma, peraltro: lo specchio di tutto mondo allora conosciuto. E il Colosseo era il maggiore di tutti i templi anche per la sua celebre vocazione ermetica, e poi alchemica. Le stesse statue, erette in apparenza ad ornamento, erano disposte secondo i dettami dell’arte negromantica: per difendere Roma dai suoi nemici. Si credeva vi convogliassero e vi sciamassero legioni di demoni. Molti, passando nelle vicinanze, erano atterriti dalla visione irreale di un Colosseo infestato da larve ghignanti, completamente avvolto dalle fiamme. Per questo la zona veniva esorcizzata con l’aspersione della “zaffetica”, una mistura nauseabonda a base di zolfo, che avrebbe dovuto cacciare i demoni dalla loro roccaforte. Mi chiedo come, dato che proprio l’odore di zolfo li avrebbe se non altro fatti sentire più a casa. Tantucci, incalzato dalle mie domande, mi parla in particolare di un idolo del Colosseo, di nome Pantaleo, dentro cui risiedeva il demonio Astaroth. Era il maggiore idolo di Roma. E mi colpisce la leggenda della regina Rosana, che si reca apposta al Colosseo per inginocchiarsi davanti a Pantaleo e pregarlo devotamente di darle un figlio.
Condizionato da tante e tali suggestioni, finisco quella notte per sognarmelo, il caro anfiteatro. E trovo spiegazione al suo mistero: è un castello di sabbia, oggi indurita dal trascorrere del tempo, forgiato da un ciclope di nome Pantarotte per far giocare sua figlia Sorana, e divertirsi lui stesso, quando Roma era tutta una spiaggia lambita dal mare. Ma Sorana scivolò al centro di questa immensa torta, e fu inghiottita dalla sabbia bagnata. Invano Pantarotte tentò di afferrarla. Poi, pazzo di dolore, prima di inabissarsi volutamente nel punto stesso in cui era sparita la figlia, per raggiungerla almeno negli inferi, urlò così forte che il mare indietreggiò, lasciando per sempre Roma, e il cielo si piegò fino a spaccarsi. Dalla fenditura del cielo cadde un timone, che gli eredi del compianto Pantarotte collocarono, avvinghiandolo con un complicato sistema di funi e di argani, al centro esatto del Colosseo, nel cuore più segreto e profondo. Questa ruota di timone cominciò a girare da sé, lentamente, inesorabilmente, su se stessa. Apparve ad ognuno, in breve, come la ruota del tempo. Si diceva che fosse Pantarotte a manovrarla, da sotto, per espiare prima il suo dolore. Il Colosseo venne santificato come il “tempio del tempo”. Si aveva la certezza che, bloccando il giro consueto del timone e spingendolo poi al contrario, si potessero muovere le nuvole, le stelle, le montagne, le città, le cose toccabili e intoccabili. Si sarebbe vista la luce tornare al sole, invece di scendere: e lasciarlo scoperto, una volta per tutte, il volto misterioso della vita. La ruota è ormai coperta da strati e strati di terra. Probabilmente è ferma da secoli. Per questo, forse, non siamo più gli stessi: abbiamo perduto qualcosa di fondamentale (ma non sappiamo che). Se la portassi di nuovo alla luce, liberandola dagli impacci e ripristinandone il giro, si potrebbe tornare alle configurazioni della realtà che si sono dissolte in altro, che non ci sono più.
Dal catino del Colosseo, infatti, vengono proiettate in continuazione, come flash di foto scattate dal tempo, le immagini del mondo verso il cielo, verso l’universo. È uno dei pochi posti dove questo avviene, perché in genere è il cielo che manda le sue foto sulla terra. Non a caso è il tempio del tempo. Vi si apre la bocca di un grande portale, un varco, per infilarsi in questa specie di asola cucita: raggiungere nel passato il proprio futuro, o nel futuro il proprio passato, attraverso un attimo che si allunga infinitamente, uscendo dentro di sé, per sempre, come una goccia che si scioglie in mezzo al mare. Potrei tornare indietro a recuperarle, queste immagini proiettate, divaricando i lembi del tempo e sbarcando nelle forme di Roma che non ci sono più. Le voci che hanno suonato. I colori che hanno brillato. I cieli che sono scorsi. I corpi che si sono mossi in questo spazio, occupandolo. Le scene di vita che si sono condensate, forme dell’eterno divenire. Le estati che sono combuste. Le cicale che hanno frinito, senza più memoria. Miliardi di miliardi di miliardi di identità diverse. Che fine ha fatto tutto questo? Cenere, polvere, nulla. È stato tutto mangiato dal vuoto, che mangerà anche me. Ecco: penetrare nel tempo attraverso il vuoto, l’eternità del luogo medesimo. E già: è sempre stato qui il Colosseo, da quando esiste. L’identità del luogo attraverso il tempo. Strappargliele di nuovo, al vuoto, tutte quelle cose. Tirarle fuori, aprendogli la bocca. Come il domatore col leone. Allora sì che sarebbe “speculum orbis”, e potrei vederci il mondo intero. Il mago illusionista e la sfera magica. È o non è, del resto, il Colosseo, prototipo ancestrale di ogni circo?
Ho sognato che c’è una vecchia megera corpulenta che si aggira al suo interno, come un fantasma dell’Opera. Forse è Sorana stessa, invecchiata dai secoli. Forse è la madre. La chiamano “Mora”, anche se non ha i capelli neri. È casa sua, il Colosseo: ne conosce e domina perfettamente il dedalo di pietre. Pare che, se la incontri, comincia ad urlare con la bava alla bocca e poi ti prende a schiaffi con la forza e l’efficacia di un carrettiere. Dopodiché, ti svegli per sempre.

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Voglio proprio vedere. Scelgo la mattina di Ferragosto. Non c’è praticamente nessuno. Mi aggiro circospetto, ma rischio ugualmente di perdermi, nella selva aspra, arida, quasi lunare, di corridoi, anfratti, cunicoli, angiporti, archi ed ambulacri. È impressionante, la sottostruttura dell’arena, emersa dagli scavi archeologici d’inizio Ottocento. Sono appena le dieci, ma già fa un caldo torrido. Nessuna traccia della megera. Decido allora di provocarla: “Mora?… Morona?” Schiocco le labbra e metto le braccia a croce, improvvisando gesti apotropaici. Niente: solo il frastuono ondivago delle cicale. E i gridi delle rondini che legano fili invisibili di cielo, arando solchi nel cerchio azzurro-fuoco della enorme circonferenza… Poi scorgo come un guizzo di luce, il riverbero di un fulmine tra i ruderi. Mi attraversa un brivido freddo: un abisso di dolcezza e di terrore. Lascio cadere lo sguardo… e me la trovo davanti. Madre che colpo! È una cicciona bassa dal volto vagamente orientale. I capelli rossastri, tutti stoppacciosi e impolverati. Pallidissima. Sudata. Gli occhi completamente bianchi, privi di pupille. La bocca aperta e sdentata, fossa di bava colante. La pappagorgia molle che traballa. Indossa un peplo purpureo che lascia intravedere il corpo massiccio, da gladiatore. Mi guarda vogliosa in direzione del pube, deglutendo saliva. Si avvicina di un passo. Muove le labbra, mormora qualcosa in un sussurro. Mi sfiora con la mano la guancia, per accarezzarmi. È la mano delicata di una bimba, gelida al tatto. Sposta lentamente la mano verso le parti basse. Si inginocchia davanti a me. Si concentra sulla lampo dei pantaloni. Armeggia, ma non riesce ad aprirla. Lo faccio io, per lei. Estrae il mio “caduceo”. Rosso, lucido, scoperchiato: armato già da un po’. Le alzo il volto con la mano e, guardandola negli occhi che non ha, le chiedo: “Colis eum?” (“lo adori?”) E lei, in un sospiro ansimante: “Colo” (“lo adoro”). Quindi se lo abbocca in silenzio, con le labbra piene e verdognole, a ventosa… e comincia a ciucciare di gusto. Poi, dopo un po’, si alza e mi conduce dentro l’ombra di un anfratto. Si sdraia supina e, tirandosi su il peplo, mi offre il frutto delle sue cosce aperte. Ed io, preso da una foia strana e insana, con un gusto di sangue e di fiele tra le labbra, le sono subito sopra, e lì mi do da fare… È come calarsi nelle acque buie e aggrovigliate di un pozzo, dove nessuno saprebbe trovarmi. Tutto si obnubila e scompare. Poi, non ricordo più niente.
Quando riemergo, è mezzogiorno fatto. La luce mi acceca e mi stordisce, ci metto una mezzora per riavermi.
“Lo avrei capito soltanto quel pomeriggio, dopo essere tornato a casa”.
“Che cosa?” mi chiede nella piega di un sorriso Samuele.
“Di avere fatto l’amore con Roma”.

Marco Onofrio
(dal libro inedito Specchio doppio)