Tre pensieri sulla Donna (da “Nuvole strane”, 2018)

woman-3400051_1920

Si riproduce sempre e in ogni luogo. L’eterno femminino, che manifesta la grazia del mondo. La bellezza irresistibile delle donne. Il potere della loro seduzione. La malia del loro sorriso enigmatico, che guarisce il male e blocca la mano alla morte. La luce vellutata e calda che splende nei loro occhi, sorgenti di un’acqua che rinfresca la gioia di essere e di amare. L’anfora generosa del loro corpo: spandono la vita tutta attorno (quando arriva una donna, un luogo si riempie di anima). La tenerezza calda del loro seno, porto di dolcissimi sospiri. Il profumo delizioso del loro collo. Il miele speziato delle loro bocche. La loro pelle liscia, lucida, ambrata, tutta da baciare e da abbracciare. Le ginocchia tonde, le forme che ricordano la terra. Il mistero sacro delle cosce che – da sole – bastano a dimostrare l’esistenza di Dio. Donne: intuitive, curiose, sensibili; languide, sensuali, appassionate; morbide, liquide, burrose. Donne, semplicemente donne, meravigliose donne!   

Se ami la vita, non puoi non amare le donne. Solo loro che ci mettono (e ci rimettono) al mondo. Le donne sono sacre. Chi le odia e le maltratta, firma con ciò stesso la propria condanna: è amico della morte, e la vita prima o poi lo punirà.

Il mistero sacro di ogni donna. Tra il seno, le spalle, il cuore. Bere la vita, gustando il sapore del mondo, dalla sorgente della sua bocca dolcissima. Accarezzarle il viso. Accendere la luce dei suoi occhi. Palpare i fianchi dell’anfora divina. Abbracciare la terra intera abbracciando lei. Passione struggente, languida sensualità. Ogni donna è un universo a parte: ha un fascino diverso da scoprire. Ciascuna, unica. Offerta ambulante di delizie. Scrigno segreto di gioie. Incrocio labirintico di possibilità. Fermarsi a una, d’accordo. Ma come rinunciare al dono delle altre? Amarle tutte: perché tutte esistono per essere amate. E l’uomo per amarle.

Marco Onofrio

“Da agosto a settembre”

pier-569314_1920

Ho sempre odiato agosto. Non solo per l’atmosfera da “ferie forzate”, con l’assalto in massa a tutti i luoghi di villeggiatura; ma anche e soprattutto perché rappresenta l’ultima vampata di un grande, bellissimo fuoco. Le giornate si accorciano visibilmente. La luce è ancora “augusta”, però – se guardi bene – tutta ramificata di brividi autunnali. Il meglio è ormai passato. Mi ha sempre fatto pena veder morire una cosa tanto stupenda come l’estate. E allora si ha bisogno di salvare quello splendore, di renderlo imperituro: ma già sta svanendo, già è condannato a incenerirsi. Solo le cicale si ostinano a ignorare lo sfacelo. Le belle giornate diventano improvvisamente più preziose: non ce ne saranno ancora tante altre. Viene meno il senso di pienezza che esaltava i giorni lunghissimi di fine giugno, e di luglio inoltrato, quando anche la “visione” di un futuro era impedita dalla forza gigantesca del presente: tutto sembrava destinato a rimanere eterno, a non morire mai. Tutto, di conseguenza, sembrava scontato: i cieli azzurri, le ore di luce, la libertà di essere e di fare. Agosto rimette in moto la macchina del tempo che scaccia gli uomini da questo eden illusorio. Il torrente incantato riprende a scorrere. L’uovo dell’eternità si spacca sulle rocce della storia. In mano ci rimangono i frantumi di una gioia scorsa, e il rimpianto di una dolcezza che – almeno per un anno – non ritorna. E comunque, mai più come prima. Per uscire indenne da questa lancinante decadenza, che da bambino mi struggeva fino alle lacrime (“sentivo” il pianto dell’estate che capiva di essere invecchiata e intuiva prossima la fine), ho sempre avuto bisogno di evitare la conclusione brusca delle vacanze, aumentandole di qualche giorno non programmato, e, al tempo stesso, di immaginare cose nuove e belle da fare al rientro, piacevoli cambiamenti con cui medicare la malinconia. Anche per questo, forse, arriva da un giorno all’altro il fresco di settembre, che ritempra la voglia di vivere e annuncia l’oro antico dell’autunno, le sue ultime, dolcissime sorprese. A settembre chiediamo “clemenza”: che sia più generoso degli altri mesi. Gli “concediamo” – obtorto collo – di spegnere i colori della luce estiva, ma in cambio pretendiamo un certo numero di consolazioni.

Marco Onofrio
(da Nuvole strane, Ensemble 2018)

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Giorgio Taffon (dal blog “Poetarum Silva”)

Anatomia

Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

Credo di non sbagliarmi se affermo che la raccolta poetica di Marco Onofrio Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice, 2019) assume un rilievo esemplare per quanti scrivono, leggono, o svolgono attività critica oggi in Italia. Quelli di Onofrio non sono versi che indulgono nel sentimentalismo di eventi privati, o nel minimalismo della vita quotidiana, o nel puro sfogo psicologico, o nel descrittivismo e colorismo della realtà naturale; Onofrio affida alla sua scrittura lirica il compito di indagare le zone più misteriose del nostro vivere; di immaginare la realtà delle cose, dell’universo oltre gli aspetti immediati ed esteriori che possiamo percepire; di esprimere sentimenti religiosi e mistici nel considerare i legami che s’intrecciano fra le vite, e con la Divinità. In diversi componimenti è facile riscontrare un certo mood, e un certo andamento prosodico tipici di alcune originarie modalità espressive di antiche scritture, anch’esse in versi: alcuni Libri biblici; o componimenti della poesia Zen (Hakuin, ad esempio, maestro del XVIII° secolo); e, ancor più lontani nel tempo, brani cosmogonici dei poeti greci e di un Lucrezio. Ad una tale arditezza di ideazione immaginativa, con un linguaggio lessicalmente piuttosto semplice, tra l’altro, non ci si arriva d’emblée, occorrono esercizio, tempi lunghi di riflessione, profondità di letture.

Difatti la raccolta su cui sto scrivendo, è stata immediatamente preceduta dai e preparata coi pensieri e gli aforismi di un prezioso libretto, Nuvole strane, edito nel 2018 (Roma, Ensemble), e da un’altra raccolta poetica, costituita da brevi “poemetti”, Le catene del sole (Roma, Fusibilialibri, 2019; da me, assieme ad altri, presentata a Roma nel giugno dell’anno da poco passato). In queste prove s’individuano immediatamente i tratti decisi e decisivi di una scrittura poetica di carattere filosofico e anche metafisico; e non solo, perché nei pensieri del primo libretto, come nei versi della raccolta si intuisce come implicitamente l’autore è in grado di tener conto delle teorie scientifiche sottese alle immagini di natura cosmologica e astronomica (dalla relatività alla fisica quantistica). Per coerenza intrinseca, per profondità di pensiero e per capacità di passare da una struttura prosastica e riflessiva a un costrutto del discorso in versi, con precisione di ritmo, di sillabazione e di rima, Anatomia del vuoto costituisce un grande risultato creativo e mitopoietico, davvero piuttosto raro nella nostra cultura letteraria. E non ci si lasci ingannare dal titolo, che suona certamente ossimorico, contraddittorio. Il “vuoto” che il poeta vuol notomizzare non è il Nulla tipico dell’ontologia razionalista continentale; il Vuoto è inteso secondo le nuove intuizioni cosmogoniche dei fisici d’oggi, i quali tendono a pensare che il Vuoto cosmico prima del Big Bang abbia generato la Materia; e non solo, direi che Onofrio è anche vicino alle concezioni orientali, in particolare a quella buddista, in cui nulla è assoluto, tutto è relazionale, per cui il Vuoto è contemporaneamente rapportabile al Pieno, e tutte le cose, tendendo al Nirvana, si annullano l’una con l’altra sciogliendo le contraddizioni non solo dal punto di vista ontologico (per cui si dovrebbe parlare di Vacuità, cioè di caratteristiche materialmente date ad ogni aspetto ed ente).

D’altra parte la stessa venuta al mondo della Persona è un provenire da quello che ab initio è il vuoto del seno materno (“il vuoto della madre”). Questo vuoto lo si riscontra a metà circa della raccolta, nel componimento che da il titolo alla silloge, “Anatomia del vuoto”, che, assieme a quello successivo, “Amleto”, costituiscono il centro irraggiante della raccolta stessa. Nel primo è il personaggio di Edipo a tenere la scena, mentre nel secondo appare Amleto: Edipo, ormai cieco, “per non vedere più \ il vuoto orrido del mondo”, si richiude in se stesso, nel “mondo misterioso dentro sé”, per ritrovarsi libero e innocente (p. 36). Poi, e siamo nel secondo componimento, Amleto, il personaggio fatto ormai emblema della Modernità, e mi pare richiamante qui l’Oreste pirandelliano che d’improvviso scopre un buco nel cielo di carta perdendo così il suo carattere tragico, Amleto trova il suo buco, non in alto, ma in basso, ai suoi piedi: “appeso \ ai fili del silenzio, il cielo \ diverso ogni volta che lo guardo \ mi apre un grande buco \ sotto i piedi. E inutilmente \ penso, sono stanco.” (p. 37). Ma inutile non è il pensiero del nostro poeta, che articola le denominazioni e i significati del vuoto, lungo la sua metaforica e non cadaverica dissezione, in svariati modi e accezioni, con visioni, immagini, illuminazioni davvero spettacolari: uno spettacolo della mente del poeta, affidato alla mente del lettore. Allora il vuoto è sì uno spazio, ma in esso “Ascolta il grande suono della vita”: come accennato più sopra è tutt’altro che uno spazio nientificante.

Il vuoto può apparire smisurato, “oceanico”: “Così, ciascuno di noi, dentro l’oceano \ del vuoto che un giorno inghiottirà \ le nostra ossa. In quale pieno \ è già scavata, la fossa \ che ci accoglierà \ per scomparire?” (p. 12; corsivo mio, per ricordare la relazionalità fra vuoto e pieno, succitata). E, lungo la dorsale Schopenhauer-Buddismo, si legga: “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. \ Anche il vuoto. \\ Vuoto che ricade dentro vuoto. Vuoto su vuoto, silenzio su silenzio.” (p. 16). Naturalmente vi sono momenti in cui il pessimismo razionalista ha i suoi cedimenti: “Nulla si perde perché \ tutto per sempre è registrato. \\ E allora dove stanno, ora, le cose \ che non sono più? \\ Tu chiedilo al silenzio, \ chiedilo: la risposta è il vuoto.” (p. 22). E se dal vuoto è sgorgata in un tempo inimmaginabile la materia del cosmo, come i fisici pensano oggi, il poeta può ben affermare che: “La sera, nel cielo sfolgorante, \ sbocciano stupori di bellezza \ come sguardi, dagli occhi del mondo \ spalancati all’intero tempo \ non domato: eternità \ chiusa nello spazio nero \ di un silenzio alto che non muta. \\ Le radici del vuoto sono qui, \ nello spazio trasparente \ in cui mi cerco.” (p. 43; corsivo mio). Sia chiaro, anche i fisici, gli astronomi, viaggiano ai limiti del Mistero, per cui, con immagini straordinarie che ci portano a scomodare il nome stesso di Dante Alighieri, “Atomi di spazio interstellare \ rivelano le saghe dei primevi \ nel bulbo della rosa che si apre. \\ Inquietudine, malinconica gioia \ ombra inafferrabile: mistero \ vuoto che mi divora al centro. \\ Ѐ un fiume che si rovescia dentro \ e inonda la mia inconscia eternità.”.

Afflati religiosi prendono presenza in questa articolazione della semantica del “vuoto”. Ed infatti, consapevole che l’amore è qui e ora, e non va rinviato a un dopo, un dopo-vita, così scrive Onofrio: “un infinito vuoto, ovunque, \ accanto a dove siamo \ ci separerà: per sempre.\\ Abbraccia, dunque, le persone che ami \ finché sei in tempo! Il calore umano \ si disperde rapido nel gelo \ del mistero: lo divora \ la profonda immensità. \\ Il gesto va compiuto sul momento: \ non vergognarti, non lo rimandare. \ Tutta la vita che non traduce amore \ sarà perduta, si rimpiangerà.” (p. 57). Afflato che si fa mistico, tutto espresso dalla visione di un “terzo” occhio, e dalla fede in un compimento finale di tutte le cose: “e mi pare di splendere \ alla foce mistica del cielo \ nell’immensa luce \ del tramonto, \ quando affiorano improvvise \ dal vuoto dove erano scomparse \ le cose care della vita mia \ intatte o finalmente risanate.” (pp. 73-74). E ancora si legga in Il suono del vuoto: “C’è il soffio di una vita superiore \ nell’alleanza mistica e profonda \ che unisce le sorgenti della vita. \\ Quante misteriose verità \ dentro l’altezza! Dalle divine sedi \ il suono che fa il vuoto, il primo canto: \ l’immensa solitudine del cielo. \ Ѐ sacra la scintilla della luce \ eterna e ogni attimo immanente \ riempie tutta l’aria \ di dolcezza.” (p. 54).

E qui, a questo punto, credo di poter lasciare al lettore il gusto, il desiderio ed il piacere di continuare a scoprire e a leggere le tante altre magnifiche declinazioni dei significati cosmici e spirituali che questa raccolta di Marco Onofrio ci regala con gran sapienza di scrittura, ma citando prima gli ultimi e forse ultimativi versi della raccolta: “Così, sperimentando il vuoto, \ siamo tutti anime in cammino \ verso la pienezza \ dell’eternità.” (p. 81).

Giorgio Taffon

“Nuvole strane”: la recensione di Dante Maffìa

NUVOLE STRANE

Soltanto se chiudiamo gli occhi e pensiamo a un vecchio carico d’anni (non è casuale che Marco Onofrio abbia giocato sul guardiano del faro) possiamo “accettare” la valanga di saggezza che ci viene dalla lettura di questo libro (Nuvole strane, Ensemble Edizioni, 2018, pp. 102, Euro 12). Saggezza mai sussiegosa o impomatata dal suggello dell’infallibilità, ma pacata e dolce come lo sbocciare dei fiori in un campo sterminato. Naturalmente se, però, andiamo a verificare il lavoro assiduo e profondo compiuto da Onofrio come poeta, come narratore, come scrittore di teatro, come critico e storico letterario, allora possiamo accorgerci di trovarci al cospetto di un autore che ha saputo distillare pensieri e aforismi dal fondo della sua natura, dalla sua capacità di analisi sempre vigile e consapevole.

Duecento e ottantanove momenti che affrontano le problematiche più disparate, dall’amore al sesso, dall’amicizia alla storia, dal dolore alla politica (intesa in senso aristotelico), dalla religione all’arte, dalla psicanalisi alla musica, dalla cultura in generale alla poesia nella sua più vasta estensione. Come accennavo, non sono dei diktat, ma delle insorgenze scaturite dalla necessità di scandagliare la dimensione dell’umano e del divino, di entrare nei dettagli di dubbi che assillano e angosciano e non trovano la soluzione. Onofrio è abilissimo nel saper dosare il travaglio delle situazioni e riesce a costruire, con immagini spesso affascinanti, il senso nuovo di un divenire che non dà mai per scontato.

Alcuni aforismi sono folgoranti e restano impressi nella memoria e nel cuore, perché non sono soltanto acquisizioni e raggiungimenti intellettuali e culturali, ma frutto di esperienze dirette. Lo si evince dalla carica di umanità impressa nelle frasi, dal cemento fantastico che salda il percorso giungendo alle conclusioni che leggiamo. Da condividere pienamente la Prefazione di Francesco Sisinni, che ha saputo cogliere gli aspetti essenziali di questo prezioso volume che io consiglio di leggere a dosi omeopatiche per non intasarsi nella ricchezza dei pensieri, alcuni dei quali affini ai nostri e quindi “ufficializzati”, altri completamente impensabili, eppure nostri, profondamente accesi da verità sacrosante che esistono dentro l’Uomo, ma spesso non trovano la possibilità di esprimersi.

Non faccio fatica a mettere Nuvole strane nel catalogo di opere scritte da Seneca, da Tommaso Campanella, da Oscar Wilde, da Montaigne, da La Rochefoucauld, da Ennio Flaiano, da Elias Canetti. Marco Onofrio ha la leggerezza espressiva di chi ha saputo condensare il senso della vita e ne ha tratto queste perle, anzi questi lampi che codificano l’assolutezza del senso. Questo per quanto riguarda gli aforismi. I pensieri invece sono il condensato di lunghe meditazioni che il poeta Onofrio ha fatto non stancandosi mai di utilizzare intelligenza e natura per arrivare a conclusioni che sarebbero piaciute, ci vorrebbe un lungo discorso per spiegarlo, a Pitagora. Sì, anche a Campanella, specialmente quando Onofrio discute di imbrogli e di assuefazioni sul modo di gestire la cultura. C’è un momento in cui si scopre addirittura protagonista in prima persona, di aver voluto raggiungere la vetta e qualcuno lo ha impedito. Ma, sia chiaro, la lezione riguarda tutti, non è mai sentimento che vuole rompere gli schemi per una qualche velleità o per una clamorosa rivincita.

Immergersi in questo libro con cautela e con ardore insieme può dare la possibilità di uscirne, col tempo, persone diverse da quel che si era. Perché c’è dentro il fuoco di una civiltà in cammino che sta andando verso il disfacimento, e quindi bisogna prenderne atto e andare dritti contro la mediocrità e contro chi non riconosce più i valori della vita, dell’amore, della morte. La complessità è una delle caratteristiche più affascinanti dello scrittore Marco Onofrio e in questo libro appare in tutta la sua estensione, in tutta la sua dimensione, in tutto il carisma che ha dettato le parole. Che cosa aspetta l’ufficialità delle case editrici a riconoscere il valore di un pensatore capace di sciogliere in poesia il pensiero, di diluire in ritmo narrativo alcune occasioni, di far sentire il canto della sirena anche quando lo “scantonamento” assume carattere filosofico?

Dante Maffìa