“Morte del padre”, nel primo anniversario della morte di mio padre Aurelio

Mio padre Aurelio in casa di riposo, nel 2018
Mio padre in casa di riposo, 2018


MORTE DEL PADRE

Serve la tua foto per la tomba
che guarda dai colli verso Roma,
tua patria
dopo la Calabria che ti nacque.
Serve l’emblema,
la cifra riassuntiva d’una storia.

Eri un uomo comune
un ferroviere,
lo dico con l’orgoglio
con cui lo disse Quasimodo
di suo padre,
eri di quell’Italia
che oggi non c’è più.

“Benemerito della rotaia”
ti nominarono
prima d’andare in pensione,
per la tua esemplare
dedizione.


Scartabello amaramente
gli album di famiglia.
Nei cassetti trovo soltanto disordine,
mentre i ricordi s’affannano
fino a smemorarmi;
ho dimenticato
che cosa sto cercando.
Non riesco a non pensare alle parole
del primario.


Sta male. La saturazione va scendendo.
Lo abbiamo attaccato all’ossigeno.
Si nutre con la flebo. Speriamo
di riprenderlo, peggiora
purtroppo d’ora in ora.


Una luce torbida
ti attraversa lo sguardo,
intercetto le parole
che non hai potuto dire.
A tutte le foto si sovrappone
la tua ultima immagine
che sale dallo specchio delle acque
dove splende il nero informe
senza nome
su cui le stelle annodano
scritture.
È laggiù la spugna enorme del silenzio
dove annegano le voci della vita.


Cedo, cado, precipito
per scale misteriose elicoidali
nei convolvoli interiori
della profondità.
Mi lascio andare,
mi arrendo alla tristezza universale.
Siedo, immobile, sul fondo del mare.
Guardo tutto da dentro una bottiglia.


Dove sei finito? In quale altra parte
dell’universo è ora il calore spento
dei tuoi giorni? Ridevi e singhiozzavi
battendoti la fronte con la mano.
Io provavo a fermartela,
sentivo il polso dell’operaio antico
ancora forte che si ribellava.


Si è aggravato ancora. Rantola.
Ha lo sguardo perso nel vuoto.
Si prepari: sta per trapassare.


Impossibile prepararsi,
dirsi pronti.
La falce ti ha reciso il 4 giugno,
il giorno di Roma liberata.
Sì, ti sei liberato
dal peso sofferente
del tuo corpo.
Sei andato oltre.
Sei in viaggio
dentro l’incredibile realtà
delle rivelazioni.


La distanza è incolmabile
come il vuoto che ci divide,
eppure ormai
abiti ogni mio respiro.


E io abito il mistero
d’essere te e me.
Un’unica persona.


Marco Onofrio
(da Azzurro esiguo, Passigli, 2021)

“Fui padre”, poesia inedita, con poesicanzone (voce e chitarra) di Amedeo Morrone

FUI PADRE

Ma ebbi per te viscere di madre
figlia mia
dal primo istante che ti vidi
emergere nel tempo
oltre il vetro dell’incubatrice.

L’orologio segnava le 10 e 10:
tu eri nata da mezz’ora
e i miei occhi ti vedevano
come all’inizio del mondo.

Piangevi e ridevi
in uno spasimo,
epifania di carne
giunta a farmi rinascere.
Non sarei stato più
quello che ero.

“Hai notato quanto ti somiglia?”
“Che bellezza!” “Che felicità!”
Uscii dalla nursery
e alzai lo sguardo al cielo.
Tremolava tutto come un mare.
Era un mattino azzurro di novembre.
Riconobbi le mie lacrime lassù
unite allo splendore della luce
che pioveva amore
e mi rendeva figlio di mia figlia
ora e sempre
nel mistero dell’eternità.

Marco Onofrio