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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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Roma, 19 novembre 2021: Marco Onofrio riceve il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, alla Sala Zuccari del Senato, per “Anatomia del vuoto” (I° classificato Sezione Poesia)

La cerimonia di premiazione si terrà a Roma, Sala Zuccari del Senato (Via Dogana Vecchia, 29), venerdì 19 novembre 2021, ore 15.30-19.30. Accesso riservato agli invitati e consentito solo con Green Pass e mascherina.

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Il primo live de “La cenere dei Sogni” su “Il Caffè dei Castelli Romani” del 26 agosto 2021

4 agosto, Il caffè

Ha suscitato grandi emozioni e ottenuto un meritato successo la prima esecuzione dell’audiolibro musicale “La cenere dei Sogni”, di Marco Onofrio e Valerio Mattei, lo scorso 4 agosto, presso la Sala Lepanto di Palazzo Colonna, a Marino. L’evento si è svolto con il patrocinio del Comune e ha visto una nutrita partecipazione di spettatori (la Sala era gremita, al netto delle limitazioni anti-Covid) che, opportunamente distanziati, hanno assistito con attenzione – nonostante le mascherine – alle due ore abbondanti della sua durata. Lo spettacolo è stato concepito come un recital di “consapevolezza umanistica” integrato a musiche e canzoni (contenute nel cd “La cenere dei Sogni”) che interagiscono con alcuni video, per l’occasione proiettati sullo schermo della Sala da Andrea Fabriziani e Martina Michelangeli, in cabina di regia, con Luciano Saltarelli al controllo delle luci di scena. Dopo un’anteprima discorsiva già parecchio emozionante, dove Onofrio ha introdotto gli altissimi temi del recital – evidenziando soprattutto l’urgenza di quello ecologico – anche grazie agli splendidi interventi musicali di Mattei (chitarra acustica e voce), c’è stato il contributo critico di Paolo Di Paolo che ha parlato, da par suo, dell’originalità della scrittura di Onofrio e della perdurante attualità del suo “Emporium”, il poemetto di “civile indignazione” da qualche mese trasformato, appunto, in audiolibro musicale. A quel punto la serata è entrata nel clou: Onofrio ha recitato con veemenza e passione le parole rabbiose e salvifiche di “Emporium” (un atto d’accusa contro l’invadenza del profitto in ogni ambito della società contemporanea e contro l’alienazione indotta dal sistema del lavoro, specie nelle aziende, dove però la cenere della disperazione non impedisce alla pianticella della speranza di rifiorire ostinatamente, malgrado tutto e tutti), e Mattei ha “risposto” suonando e cantando le sue bellissime canzoni, alternate ad alcuni temi strumentali ideati dallo stesso Onofrio. Molto efficaci gli stacchi determinati dai video, ovvero i discorsi di Greta Thunberg all’ONU, di Charlie Chaplin (dal film “Il grande dittatore”) e di Martin Luther King (il celebre “I have a dream”). Sorprendente il passaggio in cui Onofrio, sottraendo per un attimo l’arte a Mattei, ha cantato (bene) un frammento tra i più alti e intensi del suo lavoro: «Un uomo è un uomo / sotto ogni cielo / perché ogni cielo è / il Cielo / ed ogni uomo è / l’Uomo». Insomma uno spettacolo davvero bello e suggestivo, che ci si augura venga replicato a lungo e portato anche nelle scuole.

P. G. 

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“Passeggiate romane”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Alla sua città di elezione Dante Maffìa dedica, dieci anni dopo l’arrivo dalla nativa Calabria e cinque dopo la laurea in Lettere, conseguita alla Sapienza presso la cattedra di Gaetano Mariani, Passeggiate romane (Lecce, Capone Editore, 1979, pp. 104), un libro di amore disturbato dove la riconoscenza è mescolata all’inquietudine e la familiarità allo spaesamento. La rappresentazione delle cose vi nasce da uno sguardo “laterale” naturalmente attratto da percorsi desueti: infatti si autodefinisce «viaggiatore curioso / delle cose insignificanti».

A Roma, per esempio,
ho contato i balconi
di ogni strada.

Ne scaturisce una Imago Urbis originale, personale, non oleografica benché, sin dalla composizione di apertura, scriva ammonendo: «Anche tu sei stato ingannato / dai luoghi comuni». In realtà la percezione è mossa, liquida, leggera, come alterata da ebbrezza: obbedisce ai palpiti di una innocente, barbarica vitalità che lo fa scrivere con il polso caldo, seguendo un filo di sensazioni estemporanee e illuminazioni improvvise. Passeggiate romane è appunto il libro di un “barbaro” a Roma, anzi di un greco sibarita: il provinciale inurbato che mostra le “stimmate” della sua permanenza e i tentativi impacciati e disarmati di prendere le misure, adattarsi, ambientarsi, anche se – così scrive a un certo punto, rovesciando l’imbarazzo – «i monumenti sapevano del mio arrivo». L’immensità di Roma è un infinito spazio-tempo che “non cape”. Città già diventata metropoli, di «troppi / poeti, di nenie maliose» che invischiano la chiarezza dello sguardo, corrompendo la purezza originaria. «Qui il tempo dappertutto è un irrisolto / quesito»:

(…) Perciò
resto in disparte, guardo,
e solo a volte avverto il movimento
del mare nelle strade colme.

Roma è così spiazzante che può condurre anche a perdersi, o a perdere la parola. Ma lui tiene stretto un «filo d’Arianna» per tenere botta al labirinto, così durante il lungo cammino per i luoghi romani può ricapitolarsi ungarettianamente dalle origini e, traendola dalla propria stessa innocenza, riabbracciare la «memoria». Un modo per non smarrirsi è privilegiare tendenzialmente il centro, sia pure con sguardo eccentrico, poiché appunto Maffìa viene dalla provincia, dal profondo sud: «… “Ci sono anche le borgate, / la periferia…”. Chi dice di no.» scrive quasi per giustificarsi: «Ma vi pare che uno cerchi / quello che possiede?». Elenchiamoli in ordine sparso, dunque, questi luoghi romani deputati (con relativi particolari): Piazza Navona, Terme di Caracalla, Campo de’ Fiori, EUR, Via Poliziano, Gianicolo, Pincio, Piazzale delle Muse, Via Latina, Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Via Condotti, ecc. Attenzione, non è turismo garbato da borghese, con adesione all’immancabile “cartolina” stereotipata, ma esperienza di vita vissuta da un ragazzo del popolo, per di più meridionale, affidandosi all’avventura senza escludere nulla “a priori” dal quadro d’assieme, neanche i particolari osceni, per esempio i vespasiani puzzolenti o le prostitute intorno ai fuochi «a Tor di Quinto, ai Prati».

   Il motore di queste composizioni è il vagabondaggio, ed è un vagabondaggio libero e picaresco, non di un raffinato flâneur ma di uno spiantato, un provinciale privo di risorse e preda di allucinazioni, talora una specie di santone laico, come quando si inginocchia a Piazza del Popolo per rubare i raggi di luce dei fari dalle automobili in transito, o quando in Piazza San Pietro viene trovato (e già il verbo è indice di percezione alterata, se non di stato confusionale) «a benedire l’alba». Scrive, ricordando i giorni di quella condizione: «Dunque / avevo in corpo un fuoco indescrivibile / inquietudine / che mi portava da una strada all’altra». Trascorreva le «sere in scorribande / per le strade» e poi tutta la notte a camminare per Roma, senza sapere che ne avrebbe tratto versi «a distanza di anni».

Andiamo fino all’alba. Al Tritone
mangio i cornetti appena sfornati
e fumo addossato alla fontana.

È chiaramente una Roma più notturna e antelucana che diurna:

V’erano notti di miracoli, corpi levigati
di donne regine. Le amavo con la morte
negli occhi, sapendo che l’indomani
il tabaccaio avrebbe venduto le solite cose.

Gli piace catturare quanto offre Roma all’alba, allorché in cielo scompaiono le stelle e «aprono i bar sonnolenti / e l’odore, per poco, è quello di casa» mentre «il vento raccoglie / gli ultimi residui della notte / e si adombra nei vicoli». Sono tanti e non sempre scontati i caratteri che della città raccoglie e fissa alla memoria, girandola ininterrottamente: per esempio gli “alt” e gli “avanti” dei semafori, le caldarroste, le «grandi navi d’angurie» lungo i viali delle sere estive (le «allucinate sere / di scirocco romano»), le «donne vestite / di leggeri indumenti di seta», e i capelloni che cantano a Campo de’ Fiori, i manifesti strappati dai muri… E poi gli odori che «si perdono in labirinti di vento», gli odori antichi e solenni della città millenaria mescolati ad altri, più circostanziati e prosaici, come «quell’odore di scale consumate» avvertito in una pensione ad ore di via Marghera, con una ragazza. E la percezione del mare (ad esempio «Un cocciuto riverbero di mare / per via Frattina») che non è solo quello reale, distante trenta chilometri, ma anche e soprattutto il mare della Vita che, in chiave metaforica, il poeta contatta e ascolta come il suono stesso della città: «Un rombo sordo e infinito / m’intorbida il sangue». E ancora, l’estate a Roma che vince trionfalmente, con le «furie carismatiche del sole», sul «poco» della primavera:

Mi sfugge il nesso di questa vittoria,
i legami implacabili, che franano
nelle grandi estati del mare.

Vale a dire il mistero del tempo che muove dall’interno il divenire, l’eterna metamorfosi del mondo, da cui l’uomo trae post factum la sintesi parziale della storia e che a Roma svela più che altrove – Ungaretti docet – il suo “sentimento”. A Roma infatti l’eternità è tradotta a misura d’uomo e s’infila, come un vento dispettoso, negli interstizi tra il silenzio della storia e il banale sventolio della quotidianità:  

Notturno

Il vento ha bussato
ed io l’accompagno al Gianicolo.

Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi!
Roma è questo immenso silenzio,
questi panni che asciugano
sui fili di plastica dei cortili?

Dove, oltre la citazione dalla prima delle Elegie romane di Goethe, è evidente la volontà di scardinare il segreto tetragono che le vestigia di Roma nascondono sotto la loro facies magniloquente e, perciò, inascoltata. In un’altra composizione Maffìa scrive non a caso della necessità di rimboccarsi le maniche per sollevare «le tenebre dai monumenti». È proprio questa volontà di giungere al cuore di Roma che gli concede di coglierne qualcosa di veramente essenziale, in un tratto di viva originalità (benché prossimo a certe atmosfere romane di Alfonso Gatto):

A Roma la pioggia
ha l’umore dei poeti; le donne
hanno il sonno, la vita
delle fontane.

La scansione topografica della città, più o meno attraversabile nelle sue infinite stratificazioni, si mescola a quella temporale, entro il decennio campito dal libro (1969-1979), nel passaggio biografico dalla Roma garbata del «caro» mentore Aldo Palazzeschi («Tutta Roma / adornavi del tuo sorriso; / via dei Redentoristi / com’è mutata all’improvviso.») a quella turbolenta delle lotte studentesche e delle opposte fazioni, che s’indovina nel fervore dei versi, seppur non dichiarata, a quella amorfa del riflusso ideologico e politico («Non c’è più nessuno nelle piazze. / scarseggiano gli scioperi anche all’Università. / I collettivi di Lotta e d’Avanguardia / sono in mano ai figli di papà»).

Fra tutti i motivi racchiusi o operanti nel libro emerge secondo me la solitudine dell’emigrante dinanzi alla metropoli sconosciuta, ovvero «lo strazio, la paura che si prova / a restare soli ogni sera», all’origine della struggente, indimenticabile visione della madre – già inferma e, peraltro, defunta da anni – che sale a trovarlo dalla Calabria ma rischia seriamente di perdersi:

Madrerosina se ne va    
per la città. Dev’essere
proprio lei, ha l’aria smarrita,
va in cerca di me.
A pensarci bene però
lei non conosce dov’è Roma,
né sa dove andare,
tra macchine e filobus,
fino a via del Vantaggio.

La Poesia è la città dei sogni dove tutto resta eternamente possibile; dove cioè Maffìa, con il cuore in gola, attende da un momento all’altro l’arrivo della madre per abbracciarla ancora tra i singhiozzi… dirle che è andato tutto bene e che Roma, dopo tanti anni, non gli fa più paura.     

Marco Onofrio
       

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Premio “EquiLibri 2020”: la motivazione della Giuria per il terzo posto di “Anatomia del vuoto”

«L’Anatomia del vuoto di Marco Onofrio è uno studio anatomico e chirurgico del tessuto stesso della nostra vita, è una silloge colma di metafore taglienti e imbevuta dell’incarnazione e personificazione del Poeta che presta la propria anima ai suoi versi. Una raccolta di poesie che brilla di vivida arguzia, eleganza e intelligenza».

Vito Pinto (Presidente di Giuria)

“Appello” (a Dante Alighieri)

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APPELLO (a Dante Alighieri)

…ma non erano da ciò le proprie penne
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne…
(Paradiso – 33, vv. 139-141)

… Inesorabilmente, da quel cielo
nel suo perenne lumine irradiato
atterrò d’un attimo il mio ciglio
ché ancora non ardivo ricercare
la fonte del più nobile consiglio.
E lì si aperse il velo, innominato.

Lui m’induceva a dire come figlio
che domandato al padre si confessi
temendo di non reggere l’acume
nell’acqua trasparente dello specchio
ove polire, a forza di speranza
le brume incatramate degli abissi
e solvere l’enigma dell’andare
eterno che contiene l’esistenza.

Mi rischiarai la voce titubante
che più sottile in punta della gola
il brivido impediva nell’uscire
ghiacciato dall’aguglia che le vene
appinza, e a porgere quel dire
brillava la mia fronte di sudore.
Allora m’ersi, vocai tutto l’ardire
forse l’ultima possanza che restava
e nel silenzio, madido di luce
come appena mormorando
cominciai:

“Dante, i’ vorrei che la tua voce
amara sì non fosse messaggera
di ciò che in questo giorno
mi riserva ad essere la sera.
Ah, saperti pareggiare
nell’eletto idioma che mi degni!
Mi mancano parole, e non poeta
né retore sono, ma giovane confuso
che ha perso la sua strada, se la ebbe
e ritrovar vorrebbe, fin da ora
la più alta dimensione
della vita, quella da cui nacqui
e arriverò passando, come spetta
per corso naturale ad ogni uomo.
Sdegno infatti l’ardimento
di guardarti aperto, ché ritengo
di perdere la vista al tuo splendore
meato dall’interno del diadema
che cinge la tua testa, t’incorona.

La tua sostanza prome d’intelletto
e della mente il seme a un punto tale
che favellar, tacere o contemplare
l’amore ch’arde vivo in chiara amanza
e da se stesso aumenta e si mantiene
non reca giovamento a quel suo male
o passo decisivo alla salute,
ma sì piuttosto danno e non rimane
l’onnipresente danza che l’involve
al divenir del mondo e del suo fare
ché ne basisce il labbro al verbo muto
e impallidisce in volto il colorito
allor che d’esta ardenza colmo il cuore
e intriso il sentimento di tremore
come un cavallo zoppo al dir mi pongo:
troppo parvo sònti nel cospetto
e prego la tua guida pel cammino
che nel destino ignoto s’apparecchia
e chieggo della luce il senso oscuro
che fa sotteso darsi a questo viaggio
dovere universale che c’impelle
assiduamente a scegliere la vita
la grazia e la portata del suo velle.

Che significa lo spazio circostante
dove muore, spegnendosi nel vuoto
la forza palpitante dentro il cuore?
Che cosa ci vuol dire dai primevi
il tremolio silente dei notturni?
Questo cielo inascoltato
che non ha contorni?

Donami un segno, un simbolo del vero
e che una volta la favilla dell’uscita
baluginando sorga dall’oscuro,
non sia fata morgana
la chiave-gibigiana del mistero
caduta da millenni in fondo al mare;
abbracci la tua mente queste spalle
e rampi verso l’anima giocondo
di fulmini al galoppo il palafreno
ed illeonito rugga il mite agnello:
s’incieli nel silenzio del profondo
l’aquila ghermendo la saetta
seguendo tra le stelle l’alta rotta
e insieme negli artigli il ramoscello
argento-verzicante dell’ulivo
e un giglio immacolato come emblema
che nel mio cuore scopro: sono vivo!
perché la vita amo e dono amore
copiosamente attorno, senza tema
come fosse la suprema
verità – sapienza et umiltà
dinanzi al pergamo del mondo
dico – certo tu m’intendi –
di quello spirito sognante che matura
nell’incubo del giorno più importante
e che gravarmi sento nell’esteso
e non evolve l’ombra persistente
questa mostruosa immensa allucinante
di vuoto apocalisse e spazio nero…
deh, sveglialo, bardalo, frustalo se vuoi
o eletto capitano e marescalco
fammi da mossiere alla partenza
spronalo al volo, tornalo al creatore
all’infinita fonte del potere
come il fiume che divalla verso il mare;
siimi padre, consigliere, amico
e solo che lo sforzo non sia vano
all’alba del risveglio, te lo giuro
potrai vedermi ridere nel sole
nella stupenda luce del mattino
alunno fiducioso più che figlio
sul misterioso, semplice cammino
che proprio dal tuo cenno
avrò intrapreso”…

Marco Onofrio