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Strisce blu e autovelox. Quando lo Stato si fa “taglieggiatore”…  

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I doveri del cittadino verso le istituzioni esistono a prescindere o dipendono anche dalla credibilità delle stesse? Credo che dipendano anche, pur esistendo a prescindere. Se è plausibile e addirittura doveroso, rispetto al tribunale etico interiore, contravvenire per obiezione di coscienza a una legge palesemente ingiusta, non è altresì lecito affermare che si obbedisce volentieri a uno Stato capace di imporsi non con l’autorità coercitiva, che in linea teorica finirebbe per legittimare anche i soprusi di una dittatura, ma con l’autorevolezza riconosciutagli dal cittadino per la capacità di emanare leggi giuste, di farle rispettare volentieri, di rispettarle esso stesso per primo, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni amministrative?

Le istituzioni devono dare esempio di integerrima onestà, se vogliono che la gente non accampi rivendicazioni e non si senta “giustificata” a compiere atti illeciti. La vox populi elabora più o meno il seguente pensiero: “se i primi a delinquere sono i politici, perché mai il cittadino dovrebbe essere onesto?”. E c’è un fondo di verità che impedisce di darle torto. Sia chiaro: ognuno deve sentirsi chiamato all’onestà indipendentemente dalle circostanze e dalle occasioni (che facciano l’uomo ladro, è sbagliato già di per sé), ma è innegabile che ogni autorità viene desautorata, cioè ipso facto destituita di fondamento, qualora il garante e il rappresentante della legge vengano trovati in flagranza di reato, cioè in evidente contraddizione con quanto da loro garantito e rappresentato, nonché solennemente promesso al popolo con il giuramento. Il presidente del Consiglio e i ministri, ad esempio, non diventano effettivamente tali senza aver pronunciato la seguente formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Tale differenza qualitativa del comune dovere civico è sancita anche dall’articolo 54 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». Di conseguenza, lo stesso reato commesso dal semplice cittadino aumenta notevolmente la propria gravità qualora commesso da un pubblico ufficiale.

Risultano pertanto dannosissime all’opinione che il cittadino nutre dello Stato e delle sue legittime istituzioni, alcune illegittime e odiose iniziative intraprese a livello amministrativo, come ad esempio le strisce blu (anche in piccoli centri) e gli autovelox. Iniziative che svelano presto la reale volontà che le sottende: quella di fare cassa, cioè di rimpinguare le sempre anemiche risorse economiche dei Comuni, che in realtà sono anemiche non perché i soldi pubblici non ci siano, ma perché vengono male amministrati. Immagino discorsi preliminari, in camera caritatis, del tipo: “Oddio, non c’è rimasto più un euro! E adesso che cosa c’inventiamo?”. Da cui il toto-sanzione, cioè la caccia al modo più ingegnoso per estorcere denari. La colpa della corruzione non deve ricadere a pioggia sul cittadino innocente, rendendolo “mazziato” oltre che “cornificato” dalla stessa. Il politico che ruba, procura già un danno grave al cittadino; non può addirittura rifarsi degli ammanchi pubblici sulla vittima delle sue malversazioni!

Che la volontà politica effettiva da cui sono “animati” i parchimetri sia sostanzialmente quella di far cassa, sta a dimostrarlo il progressivo perfezionamento degli stessi a favore dei Comuni: non solo in termini di tariffe orarie, spesso davvero esose e soggette a non infrequenti rincari, ma anche con il recente “giro di vite” rappresentato dall’imposizione di personalizzare il ticket digitando la targa, il che ha drasticamente eliminato gli episodi di cortesia per cui si poteva regalare il tagliando non ancora scaduto a un altro automobilista in procinto di parcheggiare. Ora mi chiedo: i ricavi economici di questa personalizzazione valgono davvero la brutta figura del Comune che la impone? cioè lo svelamento spudorato della reale intenzione lucrativa che presiede a tutta l’iniziativa?

Idem per gli autovelox: la sicurezza stradale, diciamoci la verità, è solo il motivo ipocrita e pretestuoso. Ho assistito di persona a un caso emblematico. Un autovelox era stato collocato in un tratto di strada dissestata che “impediva” di per sé alle automobili di superare i limiti di velocità. Ebbene, constatato che l’autovelox non rendeva adeguatamente, il Comune di competenza ha provveduto ad asfaltare solo il tratto di strada precedente l’autovelox stesso! Come a dire: “forza, prendete la rincorsa e… vai con le multe”. Si può essere più sciocchi e inopportuni? Un’amministrazione davvero “furba” avrebbe asfaltato sia prima sia dopo l’autovelox, per rendersi immune da critiche e mascherare meglio (cioè in modo più intelligente) le proprie reali intenzioni. Quindi i casi sono due: o i politici considerano gli italiani un branco di emeriti imbecilli, col cervello guasto e incapace di comprendere alcunché, ovvero (quand’anche consci del misfatto) di pecoroni impotenti e inetti ad ogni rimostranza; oppure – cosa che ritengo più probabile – la politica ha ormai dato per acquisito il tramonto dell’etica, e quindi si sente al di là del bene e del male, non più soggetta ai freni inibitori da cui un tempo scaturiva quella sana vergogna di sbagliare. Sarebbe davvero divertente vedere l’autovelox impossibilitato a “estorcere” multe, per conto dello Stato taglieggiatore, grazie all’ineccepibile comportamento degli automobilisti, attentissimi a rallentare fino al “passo d’uomo” in prossimità dell’apparecchio sanzionatorio; e poi, di lì a qualche tempo, assistere alla seduta del consiglio comunale dove si discute dei mancati introiti, e chiedere conto del disappunto incarnato sui volti della giunta dinanzi a ciò che, invece, dovrebbe suscitare soddisfazione e pubblico encomio. Se davvero gli autovelox fossero deterrenti all’eccessiva velocità – come sostiene la legge – e non volgari macchinette per far cassa, come spiegare infine certi musi lunghi?               

Marco Onofrio          

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

“Frequenti improbabilità”, di Alessandro Chiometti. Lettura critica

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“Frequenti improbabilità” (Tempesta Editore, 2018, pp. 162, Euro 15, 2° classificato al Premio “Sciotti” 2020), di Alessandro Chiometti, è un libro che incuriosisce e sorprende anzitutto per la sua “macchina” narrativa, così versatile da intercettare, nella unitaria multipolarità – per così dire – dei 13 racconti da cui è composto, altrettanti snodi nevralgici dell’esistenza tout court, esplorati alla luce del mondo contemporaneo e del suo delicato contesto. Definirei Chiometti un realista aperto alle eccezioni, teso com’è ad affrontare la rude potenza delle cose senza perdere la scintilla dei loro palpiti più segreti, ma anche a seguirne le tracce, le fratture e gli anfratti profondi senza ricomporre le dissonanze a posteriori, mistificando quanto trovato. È un narratore onesto, con se stesso e con il lettore: ha una volontà di scavo e, se possibile, di sabotaggio che gli impedisce di anteporre soluzioni di comodo, o edulcorate, alla ricerca etica della verità. L’oggetto primario delle sue pagine è l’alterità di ciò che esiste, la sua irriducibile presenza, il suo ingombro, il suo pugno nello stomaco. La scrittura nasce dalla vita e la vita insegue, nelle innumerevoli stratificazioni dello spazio-tempo, allargando ad ampio raggio i suoi vettori. Chiometti è anche fotografo, sa bene perciò che la scrittura, come la fotografia, dà «esistenza concreta all’attimo effimero» che altrimenti si perderebbe per sempre. Ecco dunque il quotidiano, o meglio l’ordinario, con le feritoie da cui si affaccia lo “straordinario” (ovvero l’ordinario stesso nel suo volto più autentico).

Ma che cos’è, poi, “la” realtà? «Cosa ne sappiamo noi della realtà?» si chiede nell’Introduzione filosofica che funge da apripista alle successive narrazioni. Lo scrittore ternano ha per vocazione e formazione un imprinting scientista e materialista (incompatibile con l’oscurantismo e le ipocrisie delle religioni), ma – ed è qui il punto – non freddamente razionalista, poiché disponibile alle intuizioni del senso e dell’istinto, agli sconfinamenti microfisici e metafisici, addirittura alle epifanie del paranormale. «Non sappiamo niente», risponde dopo aver posto la domanda. E ancora: la realtà esiste di per sé o è una continua costruzione del nostro intelletto? Realismo o idealismo? Altrimenti detto: la luna smette di esistere se non la guardiamo? Chiometti propende per il realismo: la luna esiste anche se non la guardiamo. Però la cosiddetta “realtà” non è riducibile al suo aspetto grossolano e materiale, generalmente sopravvalutato o, peggio, unicamente considerato. Chiunque ragioni con l’accetta del manicheo viene sistematicamente smentito dall’esperienza. La realtà “non cape” ed è quindi molto più complessa degli schemi univoci in cui vorremmo imprigionarla. Si prenda ad esempio la visione aristotelica del mondo, in particolare il “principio di non contraddizione”. Ebbene, l’esperienza dimostra continuamente che «a un oggetto si possono associare più attributi spesso in contraddizione fra loro e allo stesso tempo negare questi attributi». Già gli antichi, del resto, sapevano che «la stessa cosa che ti dà la vita può darti anche la morte». La meccanica quantistica nel ’900 ha dimostrato che «il fotone è onda ed è particella», cioè che «una cosa può essere anche un’altra» per cui lo sguardo deve vedere le cose con una “profondità di campo” ben più ampia di quella superficiale e riduttiva che normalmente utilizziamo. Le stesse leggi naturali non conducono – W. K. Heisenberg docet – a una “completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo”. La realtà obbedisce a funzioni probabilistiche dove tutto fluttua ed è quindi instabile, incerto, imponderabile, pieno appunto di frequenti improbabilità. È questa la Weltanshauung, prima ancora della poetica, a cui si sintonizzano i racconti, e da qui nasce la spinta propulsiva che ne accende il motore e ne governa il meccanismo. Gli spazi risultano spesso sfaccettati e ricomposti come in un quadro cubista o astratto, e così i tempi, che si possono sovrapporre o mescolare contro ogni logica di tipo lineare. I confini tra vita e morte, o veglia e sogno, o natura e surrealtà sono molto più fluidi di una visione razionalistica e riduzionistica della complessità perlopiù inconoscibile da cui originano. Ci si può ritrovare, per esempio, a contemplare un panorama generato dal cervello in coma, o vivere anni come fossero istanti, mentre il corpo fisico vegeta in un letto d’ospedale e qualcuno si prepara a staccare la spina (“La scogliera”).

Pur essendo spesso ambientati a Terni, i racconti di questo libro sembrano dialogare con il mondo intero o, per meglio dire, con le dimensioni ampie e parallele della molteplicità. «Qui», infatti, «è una parola che non ha senso», perché in ciò che viviamo entrano potentemente i «filtri della vita cosciente» e «neanche la più straordinaria delle menti può garantirci che quello che stiamo facendo, leggendo o guardando in questo momento sia la realtà o piuttosto un’illusione dovuta a qualche strano gioco dei nostri neuroni». Il passato quindi può riaffiorare attraverso sogni rivelatori (“Le streghe dell’est”) o visioni e allucinazioni (“El fantasma”, “Il vero nome del gatto”), oltre che, più normalmente, per via mnemonica, attraverso ricordi ad esempio storici (“Sana e robusta”) o sentimentali (“Il capitano del mio cuore”). Le paratie dello spazio-tempo sono mobili, assomigliano piuttosto a porte girevoli, varchi e incroci che consentono transiti. Chiometti non nasconde la ferocia della vita e lo squallore della società in cui viviamo, «un mondo di stronzi» con sintesi efficace e lapidaria. Emblematica è la vicissitudine “fantozziana” di Emanuele, il ragazzo ternano che va a Roma per assistere al concerto di Manu Chao e viene più volte derubato, anche per la sua ingenuità ma soprattutto per la jungla da homini lupus che lo “accoglie” fin dall’arrivo nella Capitale e che lo porta al punto di venire obnubilato, mediante una birra drogata offertagli da un gruppo di coetanei malintenzionati (“Ciao Manu!”). Chiometti prova una particolare ebbrezza nello scoperchiare le botole segrete del palcoscenico, svelando ad esempio la contrapposizione dialettica tra i giochetti sporchi del Potere e la «vita di merda» dei signor nessuno, il popolo, la gente comune. Da cui la ribellione: o innocua e privata come quella del barista che sputa «nelle tazzine degli stronzi», cioè la manager disumana, l’onorevole colluso e il sindaco compiacente, giunti a festeggiare nel suo locale (“Soddisfazioni”); o dirompente e pubblica come quella “totale” di Cutter, alias Aureliano De Longhi, il protagonista del bellissimo “Dimenticare Aureliano”. «Quando aveva cominciato a girare storto il mondo?». Con la società tecnocratica globalizzata hanno creato un futuro soltanto per resilienti, cioè sudditi disposti a tollerare qualunque sopruso: «bisognava essere pronti a tutto». Cutter viene chiamato così perché è colui che «con questa storia di sfruttamenti e vessazioni ci ha dato un taglio», un prometeo che ha acceso fuochi in tutto il mondo. «Lei è un pazzo criminale» gli dice in diretta televisiva Donna Alfa, la falsissima e ipocrita intervistatrice. «Io ero pazzo» le risponde Cutter. «Ora sono guarito. Io ero pazzo ad accettare senza fiatare che per anni abbiate distrutto le nostre vite senza neanche lasciarci il minimo necessario per sopravvivere».     

«E quindi lei pensa di aver cambiato il sistema!»
«No, io credo di aver detto “diamoci un taglio”, poi qualcuno mi è venuto dietro»
«Qualcuno? Circa duecento emulatori solo in Italia, quasi quattromila nel mondo. Ha scatenato una guerra!»
«La guerra l’avete scatenata voi quando avete creato gli esodati, quando avete legalizzato il caporalato, quando avete tolto ogni diritto ai lavoratori, quando il semplice stipendio di un onesto lavoratore non solo non è stato più garantito ma, quando c’era, non riusciva neanche a pagare il dentista del figlio. Beh, mia cara, sa cosa dice Lao Tze della guerra?»
«Cosa dice?»
«Di non iniziarne mai una se non sei sicuro di vincerla!»


A un certo punto si legge che Cutter inarca la bocca «in un ghigno degno del Joker», e Joker della scrittura è anche un autore versatile ed eversivo come Chiometti. Il Joker è legibus solutus, è colui che scompiglia le carte e fa saltare gli schemi, mandando all’aria l’ordine ingiustamente stabilito da coloro che ne traggono vantaggi. Attenzione però, questa carica di impegno sociale e politico non assume mai i toni enfatici o populistici del “comizio”: il narratore cioè non smette mai di fare il suo mestiere. E lo fa con il dono naturale di farsi leggere, raccontando storie fluide, segnanti, talora iconiche, sempre ricche di vita e di esperienza. Chiometti ha un’ottima capacità di affabulazione, con cui cattura lo sguardo del lettore mentre attraversa in modo sempre interessante i livelli tendenzialmente inafferrabili del mondo contemporaneo. Non riduce la complessità delle cose, ma anzi ne estrae tutta la ricchezza, le molteplici dimensioni. Ciò gli consente di fare narrativa parlando di politica, scienza, tecnica, storia, ecc. immergendosi con esatta e puntuale documentazione, e conseguente proprietà lessicale (ad esempio i dialetti regionali e i gerghi professionali), in semiosfere diverse da quelle tipiche del letterato puro. C’è una impronta mimetica che spinge le cose ad emergere dalla pagina, vive e concrete: è la scrittura che diventa mondo adattandosi – con trasformazioni metamorfiche “a vista” – alla materia che di volta in volta vuole incarnare. E infatti non è vero che (come osserva nella sua “Nota d’autore” conclusiva, riportando il parere di alcuni lettori) si tratta di racconti che «non sembrano scritti tutti dalla stessa mano»; è vero semmai che rappresentano le tante anime dello stesso autore, e questo si riconosce appunto dalla “mano”, dall’impronta originale, dalla coerenza dello stile pur nell’eterogeneità delle direzioni intraprese.        

Marco Onofrio

“Le segrete del Parnaso”, letto da Patrizia Pallotta




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Armato di un coraggio non comune, che peraltro è da sempre tra le sue prerogative, Marco Onofrio ha da poco pubblicato il pamphlet “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, 2020), dove disquisisce sulle problematiche occulte del mondo letterario, affrontandone i relativi, scomodi argomenti.

L’analisi dettagliata che lo scrittore conduce è una “sfida aperta” che ha sapore di “denuncia”. Si tratta di verità non conciliabili per molti e quasi sempre taciute o vagamente sottintese, malgrado la consapevolezza della loro esistenza. Il riferimento al monte Parnaso, scelto non a caso per il titolo, richiama il concetto di “ierogamia”, atto a significare le nozze fra una divinità e una persona umana. Secondo la mitologia greca il Parnaso era dedicato al dio Apollo, protettore delle arti e sede delle nove muse. Il testo di Onofrio implica a mio dire questa metafora di alto discernimento, che reca quasi sottotraccia qualche nostalgia per la pienezza di un mito ormai impossibile da riportare ai giorni nostri. La parola ha perso la sua dimensione ontologica, cioè «lo statuto “alto” di credibilità e sensibilità che la rappresentava su un piano di consistenza e riconoscibilità dei valori, dei contenuti, degli stili». Ora il mondo letterario tenta di funzionare come una specie di “star system”. Gli autori, cioè, invece di lavorare seriamente, cercano solo di farsi notare, auto-promuovendosi e sgomitando per inseguire le chimere del “successo”.

Qual è il fulcro del problema, esposto con lucidità intellettuale ed eleganza stilistica dall’autore? I giochi “truccati”, la corruzione, la scarsa trasparenza che si annidano dietro le quinte (appunto le “segrete”) delle istituzioni letterarie, dove tutto sembra regolare ma non è. Onofrio parla in realtà di meritocrazia e, più a largo raggio, di civiltà democratica. Ma anche di diseducazione del pubblico, ormai obnubilato dalle mode più effimere e come incapace di autentico giudizio critico. Annotazioni illuminanti di stampo storico, sociologico e politico vengono via via evocate a supporto del discorso fondamentale che impegna Onofrio, e non solo in questo libro, in un “corpo a corpo” direi psicanalitico con il Potere, da cui si sente escluso – e di ciò sembra lamentarsi – ma al quale non potrebbe comunque appartenere, incapace com’è di accettarne gli usi, gli abusi e i soprusi, ovvero i compromessi e i bassi traffici continui. Da qui, l’apparente contraddizione.

Però forse Onofrio non disdegna il potere in se stesso, bensì quello deviato dal buon governo, cioè dalla sua destinazione comunitaria. E infatti oggi, secondo lui, l’Italia è in mano alle massonerie che l’hanno trasformata in oligarchia, cioè in dittatura strisciante sotto vesti democratiche, dove tutto in realtà viene deciso a tavolino e a prescindere dal merito dei candidati. I premi letterari, per esempio, sui quali Onofrio scrive: «Ho visto di persona come si svolgono i lavori all’interno delle giurie. O tutto è deciso “a priori”; o, se non è deciso, vi prevalgono logiche indipendenti da una analisi seria e profonda dei testi a concorso. I giurati spesso neppure li sfogliano. Sono altri gli oggetti di discussione. E quindi ci si chiede quale autore ci conviene premiare?» Le logiche di convenienza presiedono ai meccanismi di “cooptazione” che impongono i “raccomandati” e bloccano chi invece – per incompatibilità sociale o estraneità politica – “deve” essere ostacolato poiché pericoloso concorrente. Onofrio sente e dimostra di appartenere a questa seconda categoria (quella degli esclusi, degli invisibili), nonostante – o proprio per? – l’enorme lavoro svolto e maturato, senza dipendere da nessuno, in quasi 30 anni di carriera letteraria. Indipendenza e libertà, evidentemente, sono peccati originali che in Italia si pagano caro.

La sua denuncia, lanciata anche a nome della stragrande maggioranza degli autori (i privilegiati sono pochi, giacché la casta è per definizione elitaria), merita di essere ascoltata e discussa oltre i “muri di gomma” di un sistema che proprio nel silenzio omertoso confida per sopravvivere e riprodursi. 

Patrizia Pallotta

“Le segrete del Parnaso”: l’intervista su Metamagazine

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http://www.metamagazine.it/marino-onofrio-a-360-sulla-cultura-fra-fuga-di-cervelli-e-meritocrazia/?fbclid=IwAR1IO6wd0KPxHCU14eA7-7Yk_K0evt50axTxuDudM7qItd3eaR_bAwGDvKI

Marco Onofrio ha sempre dimostrato di essere uno scrittore coraggioso, diretto, senza peli sulla lingua. Ora ne dà l’ennesima, dirompente prova con un pamphlet di un centinaio di pagine dedicato allo svelamento dei meccanismi nascosti dietro le quinte e le facciate della cultura nostrana. Il volume, tascabile e di gradevole aspetto, si intitola emblematicamente “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, settembre 2020), e procede ad una analisi meticolosa delle ragioni storiche e sociali che presiedono alla condizione attuale degli scrittori e degli intellettuali, da quelli sommersi a quelli affermati. Onofrio vuota il sacco e dice veramente tutto sulle storture che impediscono la meritocrazia, in letteratura come in altri settori del Paese. E lo fa con sincerità assoluta, unendo al “vulcanismo” solito della sua verve polemica una lucidità di sguardo così limpida e affilata da ricordare gli illuministi francesi del ‘700 o, in tempi a noi più vicini, le pagine “corsare” di Pasolini. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive dal 2006, per rivolgergli qualche domanda sul nuovo lavoro, il trentacinquesimo libro della sua prolifica carriera letteraria.   

Onofrio, ci risiamo. Dopo i versi tambureggianti di “Emporium”, il suo poemetto civile recentemente tradotto e pubblicato in Spagna, e dopo le fiammeggianti denunce contenute nei racconti visionari di “Energie”, ora questo pamphlet che ha la forza esplosiva di un ordigno atomico. Quando si esaurirà la carica della sua indignazione?

Quando vedrò un mondo più giusto intorno a me, intorno a noi: cioè, mai. La mia sete di giustizia e verità è irriducibile, finirà solo col mio ultimo respiro. Più vado avanti negli anni e meno riesco a rassegnarmi.

Che cos’è che non funziona nel mondo letterario italiano?

Mi chieda, piuttosto, che cosa funziona. I giochi sono truccati, le faccende “ufficiali” decise a tavolino: chi ambisce a livelli importanti deve maneggiare delle garanzie di tipo politico o familiare, pena l’ostracismo. Il talento e il lavoro non bastano, se non a raggiungere l’aurea mediocrità di un’eco limitata; se si punta alle vette, cui legittimamente dovrebbero portare i meriti acquisiti con le “sudate carte”, ci si imbatte negli infiniti ostacoli frapposti dal Potere per bloccare l’ascesa ai “non autorizzati”. Oltre un certo punto non si va, ci sono i muri di gomma. E chi “sgarra” viene punito. La punizione è simbolica solo perché la letteratura conta infinitamente meno della politica o del malaffare, dove circolano interessi economici enormi, ma il principio è lo stesso: le persone scomode vengono “eliminate”.

Dinamiche e terminologie di stampo mafioso…

E che cos’è, la massoneria, se non una forma di mafia? La gestione occulta di ciò che invece dovrebbe essere trasparente e democratico determina la selezione dei candidati in liste “dorate” (privilegiati, raccomandati, predestinati) e “nere” (coloro che viceversa sono da escludere, soprattutto se meritevoli). A chi si ostina a rompere le uova nel paniere si crea il vuoto attorno. Isolamento, Esclusione. Maldicenze. La speranza è che il pericoloso “outsider”, stanco di non ottenere i risultati che merita, si scoraggi e a un certo punto molli la presa. Ma con me hanno fatto male i conti: io sono fatto in modo tale che più ostacoli trovo, più mi diverto a insistere.

Le maldicenze sono tipiche di ogni ambiente professionale, non crede?

Certo! Un conto però quelle messe in giro dai colleghi gelosi, un altro quelle decretate come sentenze punitive dai vertici di chi governa nelle “segrete” del sistema. Se non possono colpirti sul piano del merito, cercano di farlo sul piano umano: per esempio, diffondendo la voce che hai un “brutto carattere”. Nella maggior parte dei casi significa che sei una persona integra e non malleabile, cioè poco disposta a recedere dai suoi principi etici. E questo per il Potere è un difetto intollerabile.  

Perché, secondo lei, la cultura italiana oggi “funziona” così?

Perché è lo specchio di un Paese che “funziona” tutto così. Non conta tanto il curriculum o il lavoro svolto, quanto bensì i contatti, le amicizie, le entrature, e insomma i sistemi di convenienze che ti vengono cuciti addosso dalla famiglia o dalla politica. Se non sei caldeggiato da una struttura di potere in grado di garantire su chi sei e ciò che ha fatto o potrai fare, non avrai mai l’autorevolezza di ottenere gli incarichi ufficiali che, per quanto dimostrato, già meriteresti. Ecco la cosiddetta “fuga dei cervelli”: le tante, troppe eccellenze soffocate dal sistema-Italia, che trovano in altri Paesi una degna o più adeguata corrispondenza al merito. La cultura italiana è, da ultimo, un meccanismo non di promozione sociale ed evoluzione civile, ma di riproduzione dei rapporti di potere, funzionale al consenso e al privilegio. La chiusura oligarchica riflette quella di un Paese dove l’ascensore sociale è fermo da almeno vent’anni, fossilizzato sullo “status quo” e governato per vie occulte dalle massonerie.

Quindi, Onofrio, lei parla di un problema trasversale a tutti gli ambiti professionali?

Assolutamente sì, il sistema riproduce ovunque le sue metastasi. Io ho parlato per il mondo che mi compete come scrittore professionista, ma praticamente le stesse denunce potrebbero – e, anzi, dovrebbero – farle gli esponenti di ogni settore (università, giornalismo, avvocatura, medicina, spettacolo, ecc.). Anche il calcio, che pure per natura dovrebbe essere meritocratico, soffre delle medesime storture. Si legga per esempio il recente sfogo di Claudio Gentile, indimenticato campione del mondo 1982, la cui brillante carriera da allenatore è stata “bloccata” solo perché incompatibile con la mediocrità e l’ipocrisia indispensabili a fare carriera e ad essere cooptati.

E lei non prevede conseguenze personali?

No, poiché sono già oggetto di ostracismo (il sistema ha rilevato da anni le mie “intemperanze”, decretando pollice verso) e non ho niente da perdere, né incarichi ufficiali né posizioni di potere; proprio per questo sono nelle condizioni di dire che il re è nudo.  

Quali reazioni prevede al suo pamphlet?

Mi piacerebbe che spingesse al coraggio di vuotare il sacco anche altri professionisti; sarebbe interessante, poi, confrontare le rispettive esperienze per dare vita a un movimento di liberazione democratica fondato sulla rivendicazione del merito in ogni ambito della società italiana. Quanto al mondo letterario, si potrebbero ipotizzare reazioni di scandalo e biasimo, se è vero che – come scrive Cicerone – “l’ossequio partorisce amici, la verità odio”. In realtà mi aspetto esiti di indifferenza e silenzio assoluto, dall’alto e dal basso. Quelle dall’alto le capisco, quelle dal basso no. Ho dato voce al malcontento di centinaia di colleghi che ogni giorno inciampano sugli stessi ostacoli da me descritti, ma ora (ne sono quasi certo) si guarderanno bene dal condividere ciò che ho denunciato per me e per loro, o dal dimostrarsi partecipi e solidali, forse per il terrore di compromettersi agli occhi del Potere o per il timore che il mio libro possa avere successo. L’ipocrisia regna sovrana nel mondo letterario, e non solo. Sta di fatto che una voce isolata, per quanto dirompente, ha un impatto risibile e pressoché nullo; solo dal confronto degli sguardi e dall’unione delle esperienze può scaturire una forza autentica di cambiamento.

F. G.

Dreams of Italy… decalogo di possibili utopie

I have dreamsSogno un’Italia capace di risvegliarsi dal coma farmacologico, in cui vegeta da decenni, per tornare al centro della propria imprescindibile essenza costitutiva, di faro umanistico per gli altri popoli – europei e non solo – nella misura in cui detentrice e custode del 70% del patrimonio artistico e umano del pianeta. Sogno un’Italia non più sottomessa al prepotere finanziario e politico di questa Europa, pensata e organizzata (dietro i velami seduttivi delle belle parole ipocrite, cioè dei propositi unitari e solidali) a mo’ di “bisca clandestina” appannaggio del Nord, in primis naturalmente la solita Germania. Sogno un’Italia capace di emanciparsi dal provincialismo e dall’esterofilia, senza per questo diventare sovranista, razzista, fascista. Sogno un’Italia capace di riappropriarsi serenamente della propria storia dimenticata, della propria identità smarrita, della propria natura contaminata. Sogno un’Italia capace di riscoprire la missione civile che il cammino dell’Uomo le ha conferito lungo i millenni: indicare al mondo le vie ecumeniche della pace, del dialogo, della mediazione, della cultura. Sogno un’Italia capace di tradurre in ricchezza equa e condivisa le risorse inesauribili del proprio genio e quelle sconfinate dei suoi mille patrimoni. Sogno un’Italia capace di sconfiggere il cancro massonico che soprattutto oggi ne corrode la meritocrazia e ne limita fortemente le potenzialità. Sogno un’Italia libera finalmente dal potere occulto delle mafie e dalla demagogia dei menestrelli che – prezzolati dai competitors europei – affermano il falso sapendo di mentire e di tradire. Sogno un’Italia capace di riabbracciare la sua naturale vocazione mediterranea e talassocratica, quella stessa che fece grandi le repubbliche marinare. Sogno un’Italia di nuovo solida e cosciente dei propri mezzi, al punto da proporre e promuovere in seno all’Unione Europea una Confederazione di Popoli Mediterranei comprendente appunto Italia, Portogallo, Spagna, Francia meridionale, Slovenia, Grecia, Malta, con statuti speciali e moneta particolare (potrebbe chiamarsi Medeuro, o Euro mediterraneo?), non più pesantemente soggetta al dominio delle oligarchie di Berlino e Strasburgo ma relativamente autonoma nel dialogo culturale e commerciale con le altre sponde del mare comune (dal Nord Africa al Medio Oriente) e con le grandi potenze mondiali (Cina, Russia, Stati Uniti); il che – a 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a 30 dalla fine della guerra fredda – porterebbe anche a una ridefinizione di rapporti e obblighi all’interno di un Patto Atlantico non più così vantaggioso, per noi, com’era un tempo… Sarebbe molto bello accendere a Sud il fulcro di un’Europa altra, peraltro già esistente anche se con poca voce in capitolo, guidando uno sviluppo di connessioni politiche e socioeconomiche che ci porterebbe a non essere più i terroni del Continente, ma i promotori e i mediatori di un nuovo Rinascimento, in un’area geopolitica di cruciale importanza tra Europa, Africa e Asia… Dreams, dreams of Italy.       

Marco Onofrio   

Dissanguare i popoli e grugnire i privilegi

Il destino della Terra sembra ormai avvitato in una spirale irreversibile, dall’esito presumibilmente disastroso. Le risorse finanziarie e naturali sono quasi tutte nelle mani di pochi “maiali” ingordi e incontentabili (mi perdonino i maiali per l’offensivo paragone!) che perseguono senza scrupoli di sorta il loro patologico interesse, a discapito di persone, animali, cose, contesti, patrimoni, riserve, ecosistemi, tutto. Come se non ci fosse (e non dovesse esserci) un domani. Come se loro stessi non facessero parte di questo pianeta, e dunque potessero permettersi di devastarlo e consumarlo senza pagare in prima persona. Hanno forse già pronto un pianeta di riserva? Si faranno ibernare e, poco prima della fine, partiranno con le astronavi alla ricerca di nuovi mondi da colonizzare e distruggere? Non fanno parte, invece, dello stesso equipaggio in bilico, attraverso i millenni, sull’unica barca che abbiamo a disposizione?

Scrivevo, preconizzando la catastrofe, nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008): «Mentre la forbice aumenta l’apertura: / i poveri sempre più reietti / i ricchi sempre più indecenti»… Hanno avuto bisogno, i “maiali”, di annientare la classe media, cioè di accentuare la distanza tra il potere megalomane e quasi onnipotente dei pochissimi privilegiati, e la stragrande maggioranza degli “iloti”, cioè i sottoposti, gli oppressi “sotto-uomini”, affannando questi ultimi nei cavilli di un’esistenza sempre più complicata e difficile, ai bordi della sopravvivenza, tra sopore alienato e disperazione. Conclusa la guerra fredda con l’ammainabandiera del Cremlino, baluardo simbolico della resistenza dei popoli (26 dicembre 1991), i “maiali” hanno avuto il via libera per la riprogrammazione del mondo in ragione di un Nuovo Ordine che poi lo sviluppo tecnologico e informatico ha reso in pochi anni globalizzato. Le lancette della storia sono state portate indietro di secoli. Le democrazie sono state esautorate dall’interno, attraverso reti piramidali di massonerie, dai vertici occulti, che lavorano h24 per corrodere le posizioni conquistate dai popoli in 200 anni di sanguinose battaglie, tutelando e rafforzando, viceversa, gli interessi e i privilegi dei “maiali”. Il disarmo ideologico degli anni ’90 ha certificato il trionfo del relativismo nichilistico postmoderno, funzionale a una “società liquida” dove vale tutto e il suo contrario, e dove il fluido scintillio della superficie spettacolare è soltanto l’escamotage per rendere invisibili i giochi sporchi di chi investe miliardi per plasmare il mondo a propria immagine e ottenere costantemente il massimo profitto. Ogni cosa è stata di conseguenza de-realizzata, adulterata, privata del suo centro costitutivo, cioè investita e truccata per rappresentare il contrario di ciò che è. Un caleidoscopio di apparenze prismatiche e cangianti dove, a bella posta, è praticamente impossibile orientarsi. Di fatto: tanti cavalli di Troia per meglio intaccare l’autenticità del mondo “di prima”. Branchi di lupi travestiti da agnelli. Schiere di falsi predicatori. Plotoni di intelligenze assoldate e pagate per mentire. Politici radiocomandati dai banchieri. E dappertutto una vernice di libertà democratiche per attutire o silenziare i grugniti dei “maiali”, nascondendo le impalcature di una società mai così ferma negli ultimi 50 anni, e quindi gli intrallazzi di una dittatura tra le più pericolose di sempre, poiché per la prima volta nella storia planetaria e occulta, o meglio non evidente e immediatamente percepibile, nella quale siamo tutti avviluppati.

Se dunque si volevano punire i popoli per aver così sfrontatamente alzato la cresta, conquistando con il sangue e il sacrificio libertà civili e democratiche che fino a trent’anni fa si ritenevano acquisite e ormai definitive, occorrevano due cose fondamentali: 1) corrompere in toto la politica, cioè eliminare per sempre l’etica degli statisti e sostituirli tout court con docili e intercambiabili funzionari del Nuovo Ordine (meglio se qualunquisti e improvvisati, privi di specifica preparazione e di spiccata personalità, destinati come sono al ruolo di burattini); 2) elidere i margini critici del dissenso, cuocendo le persone a fuoco lento, anestetizzandole, frollandone pian piano i cervelli, spegnendone gli sguardi, facendone dei pugili suonati prossimi al KO. Quindi da un lato precarizzare e parcellizzare il lavoro, rendendone sempre meno solidi e certi i diritti; dall’altro rendere inutilmente complicata e al limite impossibile fino al suicidio l’esistenza quotidiana dei “sudditi” ex cittadini; dall’altro ancora, riempire la loro vita insulsa di futili soddisfazioni (gli acquisti a rate, i mutui, le vacanze, le crociere, gli status symbol con cui illudersi di elevarsi socialmente, i “circenses” settimanali come i riti del calcio e le vie crucis ai centri commerciali, o le altre innumerevoli droghe escogitate per tacitare le coscienze e imbrigliare le energie creative degli individui) nonché le loro mani, viceversa potenzialmente pericolose, con un aggeggio-catalizzatore per tenerli buoni, un oggetto che – anche lì, come per gli altri aspetti del mondo contemporaneo – finge di connetterli ma in realtà li isola e li aliena: l’onnipresente i-phone. E certo l’abnorme sviluppo tecnologico degli ultimi due decenni è stato auspicato e finanziato dai “maiali” anche e soprattutto per ottundere le coscienze delle persone, distraendole dal pensare alle cose realmente importanti e disinnescandone sul nascere ogni velleità di cambiamento. L’informatica ha steso la rete globale del Nuovo Ordine, consentendogli di attecchire e proliferare.

Ma il capolavoro dei capolavori sarebbe stato a quel punto creare e finanziare una falsa sinistra con cui cornificare e mazziare gli ideali delle passate generazioni, frodando meglio i popoli. Mascherare la destra più biecamente retriva sotto i panni amichevoli della sinistra in apparenza più democratica e populista. Una sinistra “postmoderna”, agile e funzionale, attenta ai mercati più che agli stati, disponibile a traviarsi e a traviare senza rispetto autentico per i principi costitutivi della sua stessa ispirazione. In cambio di questo tradimento i “maiali” avrebbero assicurato potere, aderenze massoniche e soldi, tanti soldi. Così è accaduto in Italia con il PD, che appunto rappresenta la sinistra disposta a vendersi l’anima. Come uno scrittore che accetta di farsi riscrivere il libro pur di pubblicare con il grande editore e vendere milioni di copie. Il PCI risorto dalle ceneri qualche anno fa è invece come lo scrittore idealista che rinuncia alle lusinghe del facile successo, pur di non tradire la propria voce e non perdere la propria inimitabile originalità. Naturalmente l’Europa dei “maiali” aborre il PCI e auspica un sempre maggiore rafforzamento del PD, in quanto grimaldello e ingranaggio delle proprie dinamiche finanziarie, a matrice oligarchica e antidemocratica. Anzi: il binomio con il M5S conferisce al PD un passe-partout populistico e qualunquistico che lo rende ancora più gradito e sostenibile. Ora arriveranno gli oltre 200 miliardi di euro del recovering found anti-Covid, ma l’Europa dei “maiali” non elargisce soldi a vuoto: più soldi prendi, più ne diventi schiavo, più le dovrai obbedire. Ieri al referendum ha vinto il sì, ed è stato un nuovo, ennesimo affronto alla sacralità – da tempo non più inviolabile – della Costituzione. La sinistra autentica era per il no; il PD, naturalmente, era per il sì. Adesso infatti Zingaretti gongola perché “questo è il primo passo di una serie di riforme” che in realtà, al di là delle belle parole di prammatica, intendono scardinare e demolire l’Italia della Resistenza, da cui appunto la Costituzione è stata partorita. Quell’Italia – l’Italia dei nostri padri e dei nostri nonni – va evidentemente cancellata. Ce lo chiede l’Europa! Pare di sentirli, i grugniti giulivi che salgono dalle segrete dei potentati e delle logge massoniche… I club esclusivi, modello Bilderberg, che hanno costante e insaziabile bisogno di carburante populistico per alimentare i meccanismi politici e pseudo-democratici con cui umiliare e triturare i popoli, assieme alle loro “sciocche” rivendicazioni. Quella stessa Europa che – con l’incredibile beneplacito del PD – ha parificato i simboli del lavoro (la falce e il martello) alla svastica nazista…

Dopo 40 anni di logorio ai fianchi e bombardamento neuropatologico quotidiano (le tv private, la pubblicità martellante, i videogiochi, internet, i telefonini…) la coscienza critica, etica e popolare degli italiani è ridotta pressoché allo zero, mentre aumentano a dismisura l’incultura, l’alienazione, la solitudine, l’odio, l’intolleranza, la violenza… Siamo ormai un Paese di pecoroni e rincoglioniti, facilissimo da turlupinare, dove i politici trovano sempre meno resistenza nel procacciare gli interessi dei loro burattinai… Occorre darci presto una svegliata, e il PCI dovrebbe – approfittando anche del prossimo centenario – porsi a capofila di un vasto e compatto movimento di forze politiche eterogenee, di sinistra autentica, per contrastare la deriva reazionaria che, fra un tradimento e l’altro, sta riconsegnando al nemico terreni di civiltà conquistati a prezzo di sacrifici altissimi e non dimenticabili.

Marco Onofrio

“Itinerari comunisti”, di Bruno Steri. Lettura critica

partito comunista-2

Bruno Steri ha scritto un saggio poderoso e importante, che offre strumenti critici utilissimi ad interpretare non solo l’attualità, ma il mondo che ci è alle spalle e quello verso cui siamo faticosamente incamminati. Un libro che apre numerose finestre di analisi e conoscenza, oltre che gli occhi di chi legge, sui meccanismi profondi della storia e su molte verità nascoste della nostra società.

L’assunto epistemologico da cui muove “Itinerari comunisti. Tra crisi del capitalismo e involuzione della sinistra” (DeriveApprodi, 2018, pp. 212, Euro 18) è la condivisione di uno sguardo oggettivo e realistico sul divenire storico, alla luce del quale esso appare come un processo non lineare e levigato ma contraddittorio, imperfetto, sporco di realizzazioni incerte e di esiti ambivalenti. La realtà, pertanto, è una complessità multipolare di vicende e prospettive interconnesse, refrattarie a ogni facile semplificazione. Steri tuttavia, con la sua riflessione critica ad ampio raggio, tenta una ricomposizione organica di questa complessità, esplorandola – in parallelo – sul piano storico, economico, politico, sociologico, filosofico, etc. L’assommarsi e spesso il moltiplicarsi di tali letture stratificate coincide con la forza inarrestabile del mondo, su cui le idee cercano di incidere una traccia. Il cuore del libro è il rapporto tra uomo, natura e storia: da questo snodo cruciale si ramificano le infinite connessioni della realtà.

Si parla quindi, anzitutto, di come e quando il nobile ideale del comunismo ha potuto realizzarsi nella storia. Ecco la rivoluzione bolscevica del 1917, per una società diversa da quella capitalista e anzi ad essa contrapposta. Cito dal testo (che a sua volta richiama il classico studio di Giuseppe Boffa):

La portata del mutamento non si espresse semplicemente nello sconvolgimento dei rapporti di potere tra le classi, ma più in generale investì l’intero tessuto sociale del paese, i suoi modelli di vita: «i primi atti di governo […] abolirono titoli nobiliari, privilegi di casta, distinzioni di rango e ufficiali suddivisioni in “ceti”, per dichiarare tutti semplici “cittadini” della repubblica; riconobbero piena parità di diritti tra uomo e donna, fra figli legittimi e “illegittimi” (questa stessa parola fu abolita); semplificarono le procedure di divorzio e di matrimonio, che diventarono esclusivamente civili; proclamarono la completa separazione della chiesa dallo stato, privando del diritto di proprietà le associazioni religiose o ecclesiastiche».

Ogni rivoluzione suscita, peraltro, una contro-rivoluzione: occorre attendersi fenomeni di reazione a tutto ciò che di potente e nobile attinge alla coscienza alta dell’uomo, al sé ideale anziché all’io egoistico. La lettura materialistica della storia individua il cuore stesso del divenire nella lotta di classe, cioè lo scontro di interessi economici contrapposti e, spesso, irriducibili. In genere, vincono le classi agiate. Il popolo è carne da cannone, destinato al sacrificio, al sudore, alla tribolazione. Ma potrebbe anche non essere così, e la rivoluzione bolscevica valse a dimostrarlo per sempre. L’ottobre rosso segna l’irruzione del possibile nella storia: un terremoto destinato a segnare il mondo. Il sistema sovietico che da quella rivoluzione ebbe modo di strutturarsi funzionò molto bene nella fase “grossolana” che vide gettare le basi dell’industria moderna: coi piani quinquennali di sviluppo la Russia riuscì a proiettarsi nella dimensione di superpotenza. Poi, con gli anni ’70, cominciò una fase di declino e stagnazione. L’eccessiva centralizzazione statale dell’economia portò a un rallentamento del sistema, e infine alla sua implosione.

Dopo quello sovietico, Steri affronta il modello cinese: sviluppo economico governato da giustizia sociale per la costruzione di un “grande moderno paese socialista, cioè prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso, bello”. L’idea di base è che “in un sistema socialista ci può essere il mercato”: l’essenziale è promuovere allo stesso tempo l’equità e la giustizia, i diritti del popolo. Non sono escluse le storture (come la Foxconn, la “fabbrica dei suicidi” a causa delle insopportabili condizioni lavorative), ma il sistema cinese tende ad un approccio olistico, come in medicina: “Se un organo si ammala, gli occidentali guardano all’organo, i cinesi all’intero corpo”. L’obiettivo è una “società armoniosa” basata sul flusso dei circoli virtuosi. Il capitalismo puro, invece, procede al contrario: genera circoli viziosi. La crisi si autoalimenta, e le misure adottate per uscirne non fanno che peggiorarla. Quindi: mercato sì, a patto di un ferreo controllo pubblico del settore finanziario e bancario. Così, abbinando quantità e qualità, la Cina ha potuto fare il “balzo della tigre” diventando superpotenza e leader globale dell’innovazione. Un sistema che ha funzionato anche perché la Cina dispone di grandi risorse, controlla un mercato immenso (oltre 1 miliardo di consumatori) e può contare su un popolo disciplinato al rispetto del bene comune. Gli attuali scenari geopolitici della “Nuova Via della seta”, che ovviamente preoccupano Trump, offrono straordinarie opportunità di cooperazione e di proficuo interscambio: anche e soprattutto per l’Italia.

A questo punto Steri affonda il bisturi nel marcio del capitalismo giunto alla sua fase avanzata, la cosiddetta “new economy”.

La «logica economica» che ha mosso gli avvenimenti del mondo in questi anni non è cambiata nei suoi caratteri di fondo. (…) la spasmodica ricerca del massimo profitto, condotta con rapacità, avidità, disprezzo dell’etica. Una logica sistematicamente applicata a danno del benessere dei più e ponendo a repentaglio gli equilibri ambientali del pianeta; se necessario (ed è stato necessario) col sacrificio di intere popolazioni, immolate sull’altare dell’approvvigionamento energetico e della supremazia geopolitica. Di tali sopraffazioni, di una tale violenza di sistema siamo costretti quotidianamente a prendere atto: così come della crescente precarietà della vita e del lavoro di tanta gente, colpita dall’offensiva capitalistica di questi ultimi decenni.

Queste, in sintesi estrema, le conseguenze insostenibili del neoliberismo:

– attacco al salario e abbattimento dei diritti;
– crescente proletarizzazione della popolazione mondiale;
– precariato;
– alienazione diffusa;
– devastazione ambientale del pianeta.

Dopo la fine della guerra fredda è scattato una specie di semaforo verde: non più remore al dilagare della finanza selvaggia, con attacco frontale alle conquiste operaie dei decenni precedenti. Ma non basta: dal 2008 in poi, con la crisi globalizzata, c’è stato l’ulteriore giro di vite, attraverso un processo di controriforma sociale, un “nuovo ordine” mondiale sotto forma di stravolgimento in senso autoritario degli assetti pubblici. Ci stiamo affacciando sul bordo dell’abisso: “il vigente modo di produzione, oltre ad essere iniquo, mette a repentaglio il futuro dell’umanità”. Scenari apocalittici da contrastare con urgenza immediata. La narcosi delle pseudo-sinistre si rende complice di alcuni falsi dogmi propinati e ripetuti a pappagallo dai mass-media. Per esempio: che maggiore flessibilità significa maggiore occupazione; che liberalizzazioni e privatizzazioni producono crescita economica; che pareggio di bilancio e rientro secco del debito rappresentano la salute dell’economia. Tutte bugie consapevoli, costruite ad arte. In realtà il deficit è come il colesterolo: ce n’è uno cattivo e uno buono. Uno Stato deve poter operare e spendere anche in deficit, per promuovere sviluppo e rilanciare l’economia. La stella polare dell’azione e della conseguente opinione pubblica dovrebbe essere la piena occupazione, non il pareggio di bilancio. I sostenitori del neoliberismo confidano nell’autoregolazione del mercato (il famoso laissez faire), ma in realtà il mercato non si regola da solo: servono organismi di controllo e di intervento statale. Ai soggetti deboli (disoccupati, pensionati, lavoratori) che pagano la crisi prodotta da altri, si contrappone la rapacità dei grandi manager e degli speculatori “che premono sull’acceleratore del rischio e puntano a guadagnare in poco tempo decine di milioni di dollari”. Siccome però nessuna cena è gratis, il prezzo di questa sperequazione è altissimo.

Si giunge così alle dolenti note dell’Unione Europea, ormai fallita come “comunità politicamente progressiva e socialmente solidale” poiché rivelatasi invece a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito dei popoli. I Paesi membri non si sono integrati di più, anzi: le economie si sono ulteriormente distanziate tra Europa del nord (in primis la Germania) ed Europa mediterranea (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia). L’Europa unita è in realtà una sorta di bisca clandestina gestita dall’asse franco-tedesco, dove i popoli deboli vengono ulteriormente indeboliti e sistematicamente assoggettati, ricattati, costretti a contrarre debiti e a stringere i cordoni pur di continuare a puntare, obtorto collo, sui tavoli truccati. L’Unione Europea rappresenta l’apoteosi della contro-rivoluzione borghese: il coronamento di un lungo processo di recupero del potere da parte delle classi dominanti. La politica, di conseguenza, è sottomessa ai lacci della finanza: ecco i “compiti a casa” in tema di politiche fiscali e del lavoro, perché – come ripetono politici e giornalisti – “ce lo chiede l’Europa”. I partiti sono ormai soltanto macchine elettorali incaricate di guadagnare consenso a scelte già compiute altrove. L’Europa dei popoli è costretta ad inghiottire i rospi partoriti dalle banche.

La dissoluzione delle sinistre e la liquidazione della questione etica hanno sciolto ogni freno inibitorio. Le dinamiche sono ormai spudorate. La triste vicenda greca di qualche anno fa mostra come “i rapporti di forza agiscano ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta come in guerra”. Il ricatto del debito è l’arma neo-coloniale dei potentati europei contro le economie deboli da assoggettare. Dice giustamente Vladimiro Giacché: l’Europa unita è un sogno trasformatosi in incubo. Soluzione? Uscirne, come ha fatto la Gran Bretagna, a dispetto di chi (probabilmente prezzolato dall’Europa) si ostina a ripetere che cadremmo dalla padella alla brace. (E uscire, se possibile, anche dalla Nato, che ci trascina in controversie e conflitti da cui siamo solo marginalmente, o per nulla, toccati).

Gli è che i Trattati europei e la Costituzione italiana sono incompatibili, nei principi e nell’ispirazione di fondo. Una politica tesa al miglioramento della condizione sociale dei popoli sarà utopistica fintanto che la BCE, al di fuori di ogni controllo democratico, è messa in grado di penalizzare e ricattare il sistema economico dei Paesi soggetti ai Trattati europei. Però se affermi questo ti diranno (provare per credere) che sei “sovranista”, in un maldestro tentativo di equiparare la sacrosanta rivendicazione della autodeterminazione dei popoli sovrani a certe incomparabili istanze, vedi Salvini e Meloni, venate di razzismo e becero nazionalismo.

Ci troviamo insomma a brancolare nel buio, come dopo una catastrofe. La cosiddetta “sinistra” raccoglie voti ai Parioli dai benpensanti della Roma-bene, mentre la nuova destra (ad esempio Casapound) spopola in quartieri proletari e periferici quali Tor Bella Monaca e San Basilio. Come è potuto accadere? Che cosa ha determinato questa situazione? Enormi responsabilità ricadono a sinistra, fin da quando – morto Berlinguer, giugno 1984 – i compagni cominciarono l’ammainabandiera, parlando di fine di un ciclo storico e preparandosi alla smobilitazione. Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica (1991), non c’è stato più freno alla deriva. Dal Pds ai Ds al Pd, la sinistra ha abbracciato la politica di destra e il “modello americano” come unica razionalità sociale possibile, annichilendo un intero impianto teorico-pratico di interpretazione della realtà, divenuto improvvisamente obsoleto. E allora, di che meravigliarsi? se tu non credi più in te stesso e nelle tue idee, come potranno farlo gli altri?

La dissoluzione del socialismo reale, diffusamente e speciosamente rappresentata a livello di percezione comune, ha lasciato il campo alla dimensione fluida e post-ideologica del mondo contemporaneo, dove latitano principi fondanti, visioni lungimiranti e progetti di ampio respiro. E invece andrebbe proclamato forte e chiaro che la sconfitta storica del comunismo, semmai c’è stata, non implica il fallimento dell’idea. Che è anzi sempre più valida e attuale! Cito al proposito un mio aforisma: “Quando una casa crolla, le macerie rendono più forte l’essenza della sua Idea”. E Steri mi risponde indirettamente, laddove scrive: “Non siamo affatto al cospetto di un cumulo di macerie”. Alcune delle parole-chiave del materialismo storico sono ancora validissime e urgenti, checché ne dicano le destre conclamate o mascherate. Ad esempio la lotta di classe, che non è affatto conclusa, anzi! I rapporti sociali e quelli di produzione sprigionano violenza quotidiana, gli interessi sono sempre più feroci e irriducibili. O l’alienazione, che dilaga a macchia d’olio anche nei giovani e persino nei bambini. O l’imperialismo, lo strumento-principe utilizzato dal sistema capitalistico avanzato per contrastare le proprie crisi endogene intensificando lo sfruttamento dei lavoratori e l’appropriazione (violenta, se necessario) delle risorse: da cui le guerre, economiche e militari.

Il PCI deve fungere da pungolo critico, tallonando i governi sulla centralità ineludibile del tema-lavoro. Allo slogan salviniano “Prima gli italiani” i comunisti rispondono con “Prima gli sfruttati”. Però, urgono alcuni passi fondamentali. Che fare? Dopo l’analisi, ecco opportunamente la sintesi. E quindi:

– superare la frammentazione della sinistra autentica: se i pochi che la compongono restano divisi in gruppuscoli, non vanno e non andranno da nessuna parte. Urge realizzare, a breve, l’auspicata “unità nella diversità”. Scrive Steri: “occorre una nuova sintesi che faccia tesoro degli errori compiuti e metta capo a un partito all’altezza dei compiti odierni”;

– “elaborare una articolata e compiuta proposta comunista adeguata agli scenari delle società cosiddette avanzate”. Una sorta di comunismo 3.0, anche per oltrepassare quella patina di antiquariato umanistico e di reducismo ideologico che ingessa la parola e l’azione dei compagni nell’Italia contemporanea;

– “ricucire un impianto ideale che sia patrimonio di larghe masse, promuovere la forza di un senso comune” in una società civile sempre più disgregata. E quindi lavorare moltissimo sulla comunicazione, sull’opinione pubblica, sull’immagine condivisa. Lucidare i simboli del lavoro, liberandoli dalle incrostazioni depositatevi dal tempo, dall’opera malevola degli avversari (vedi la recente vergognosa equiparazione europea tra falce e martello e svastica) e dall’autolesionismo dei compagni delusi. Chiedersi che cosa pensa e prova la gente quando vede, oggi, la bandiera del PCI;

– riaffermare la centralità della questione etica, e dunque il PCI custode di valori come lealtà, onestà, imparzialità, aderenza ai fatti, integrità. Lavorare anche un po’ di pancia, non solo di intelletto: intercettare i problemi reali delle persone e far capire che il PCI è dalla loro parte, pronto a denunciare e a tentare di risolvere le drammatiche urgenze quotidiane nascoste nelle pieghe e nelle piaghe della società;

– persuadersi e persuadere che la realtà non è mai immutabile e definitiva, ma suscettibile di trasformazione; che le cose si possono cambiare; che non bisogna cedere alla disperazione.

È un lavoro immenso, ma (scrive Steri, e così conclude il libro) “il momento è ora”. Ciascuno faccia la sua parte per rendere più giusto e vivibile il mondo.

Marco Onofrio