8 dicembre 2018: i dieci anni di “Emporium. Poemetto di civile indignazione” alla Nuvola di Roma

cenere

LA CENERE DEI SOGNI

A dieci anni dalla pubblicazione

presentazione/reading da

E M P O R I U M
Poemetto di civile indignazione

di Marco Onofrio

Intervengono:

Paolo Di Paolo
Yari Selvetella

Modera:

Mariarita Pocino

Sorpresa musicale di Amedeo Morrone

sabato 8 dicembre, ore 16.30

Fiera “Più libri più liberi”

SALA GIOVE
Roma Convention Center “La Nuvola”
Viale Asia – Roma EUR

29 novembre 2018, ore 18: Marco Onofrio a Reggio Calabria per parlare della narrativa meridionale e calabrese

REGGIO-CALABRIA-Veduta-del-lungomare

Intervento critico di Marco Onofrio
sulla narrativa meridionale e calabrese

nell’ambito dell’incontro con i giovani scrittori
organizzato dalla Casa Editrice Città del Sole

Modera: Dante Maffìa

giovedì 29 novembre 2018, ore 18
presso la Libreria Spazio OPEN
via dei Filippini, 25 – Reggio Calabria

‘NA VITA IN VERZI, di Nadia Puglielli: video della presentazione e lettura critica

Dopo Lo spiffero de l’anima (2016), ecco il secondo libro di Nadia Puglielli: ‘NA VITA IN VERZI (Aletti, 2018). Romanissima, emotiva, forte della sua fierezza “rugantina” e al tempo stesso dolce della sua femminilità da “ciumachella” di Borgo anni ’70, Nadia è figlia e sorella d’arte: suo padre Giorgio è un grande orafo, e suo fratello Eros un noto regista. Vorrei soffermarmi un attimo sulla materia che gli artisti di casa Puglielli utilizzano per esprimere il loro universo creativo: Giorgio i metalli preziosi; Eros le immagini sul grande e sul piccolo schermo; Nadia le parole.

Dunque, la parola. Scrive Luigi Malerba (nel romanzo Il serpente): “I mezzi di comunicazione sono infiniti e la parola è il mezzo meno perfetto. Il silenzio è perfetto”. Da una parte la parola, dall’altra la realtà. La parola insegue, cattura e mangia la realtà. La realtà è a sua volta “parola” di una lingua tremenda, totale, piena e intraducibile: la lingua dell’essere e del suo divenire, la lingua del tempo. L’orizzonte dello scrittore sarebbe, in teoria, la trascrizione integrale dell’esistenza. Diventare la penna del mondo, il sismografo della realtà: scrivere la vita, o meglio: lasciarsi scrivere dalla vita, consentendole di manifestarsi attraverso la propria voce.

La parola umana è un mezzo straordinario, ma è sempre inferiore e impotente rispetto alla “dicibilità” di tutto ciò che esiste. Il “nòcciolo” del tempo resta inafferrabile: c’è sempre qualcosa che sfugge, anche perché tutto evolve continuamente, e noi stessi ci trasformiamo – di attimo in attimo – insieme alle cose. Scrive Lalla Romano (in Giovane è il tempo, 1974): “Stanno al di qua delle parole / le voci”, cioè la Vita con la ricchezza oceanica dei suoi infiniti universi paralleli. Quanta vita c’è dietro ogni parola in cui il poeta sceglie di sintetizzarsi?

Il fatto è che la parola è una forma convenzionale che ci è data dalla storia e dalla cultura per catturare questa ricchezza: un cassetto troppo piccolo, che non basta per farcela entrare. Nadia Puglielli conosce bene la complessità di ogni sentimento, così ricco di sfaccettature, risonanze, dettagli infinitesimi: unico e infinito a seconda di chi lo prova. Come “Le nuvole”: «u’ firme a rallentatore che guardo a bocca aperta, / ogni spettatore je dà ‘na trama diversa».

Per allargare lo spazio di ogni parola, e renderla cassetto più capiente di vita, serve una lingua più vicina e calda, una lingua per parlare come si mangia e dove sentirsi di casa, con le radici annodate all’universo. Il dialetto è quella “lingua primaria” che avvicina parole e cose: tonalità umana originaria che scioglie l’ingessatura convenzionale della parola, rendendola più fluida e adatta ad esprimere la vita. Una “lingua del cuore” che apre la scorza delle cose, consentendo loro di manifestare la scintilla della loro essenza. Scegliere e usare il dialetto per liberare il canto dell’anima, orientando i suoi “spifferi” inarrestabili, è un’occasione che ha e che si dà, Nadia, per essere onesta e sincera, con gli altri e anzitutto con se stessa. È una scelta etica che implica un mondo di cose e soprattutto un modo di guardarle. Il dialetto le è congeniale nella misura in cui Nadia è tesa verso l’essenza, la verità profonda che l’apparenza cela e spesso tradisce. Definisce infatti la vita come «essenza della scoperta», e chi la conosce anche come donna può testimoniare del suo atteggiamento “aperto”, curioso e confidente, alla disperata ricerca di una sintonia – sempre rara e ardua – con persone, situazioni e cose.

Nadia Puglielli è sempre pronta a dare «tanto còre», da romana (anzi borghiciana) verace, a una realtà troppe volte arida e ingrata, che non risponde degnamente all’impegno profuso. «Er còre granne» è proprio il valore aggiunto che le consente di oltrepassare le batoste e le cocenti delusioni, cioè le spinte maligne che la invitano a perdersi «inciampicanno tra le buche de ‘sta vita»; ma lei resiste nello sforzo costante di conoscersi e – guidata da alcuni sani principi di saggezza popolare – nella capacità di mettere a frutto, anche dentro il buio più profondo, il dono dell’esperienza. E così scrive: «Vojo vive ne’ ricordo ch’ho vissuto / me lo tengo impresso come er mi’ tesoro / nascosto sotto tera». Ambisce a «lassà ‘na traccia / de l’esistenza», obbedendo cioè alla forza che le impone di non lasciar passare invano la ricchezza senza prezzo di ogni giorno. La volontà di evocare la totalità dell’esperienza per travasarsi – respiro, cuore, anima e pensiero – nei corpuscoli infinitesimi della pagina, come il profumo che renda pregno di sé un fazzoletto, è ben espressa dal titolo ‘NA VITA IN VERZI: e questa volontà evocativa è, nei momenti più felici della sua ispirazione, così sincera, istintiva ed emblematica da trasformare metaforicamente il titolo in ‘A VITA IN VERZI: ovvero, non soltanto la vita di Nadia ma, per capacità di presa universale, la vita di ognuno di noi.

La tonalità emotiva di questi «verzi» è occultamente dichiarata nella traccia di questo dittico: «malinconia che nu’ se spiega / e gioja ne lo stesso tempo» che mi ricorda la “gioia intrecciata ar sospiro” di uno storico poeta romanesco del ‘900, Giulio Cesare Santini, in un mix di consapevolezza matura (che rende l’autrice “scafata”, saggia e scaltra per averne viste e vissute di tutti i colori, diplomata a pieni voti in “doloroso amore”, la materia più difficile di tutte), e insieme di fresca, palpitante ingenuità, naïf e aurorale, con la voglia cioè di crederci ancora – malgrado tutto – a costo di illudersi e deludersi di nuovo. Il suo sguardo cerca per istinto l’essenza oltre la superficie, la verità nascosta, la sincerità: il cuore. Ad esempio, l’«intimo pianto» sottopelle, quello senza lacrime, che quasi nessuno riesce a vedere: una scalinata che «se sale pe’ trova’ ‘na nova vita». E l’abbraccio autentico, quello silenzioso: «è mejo de tante parole, / si er gesto è sincero / lo senti da la stretta».

La poesia, appunto, è un “gesto sincero” che ha una intenzione e una potenza conoscitive: Nadia è stanca di essere illusa da menzogne e false apparenze, è sempre alla ricerca di cose vere, fresche, autentiche, reali. È una donna in contatto con l’anima, la propria e quella delle cose; l’anima che «parla e suggerisce» e la difende, ma la porta anche «in basso fino a tocca’ er fonno», condicio sine qua non per arrivare alla verità vera e riuscire finalmente a risalire. È dura e dolorosa la «strada de la verità», e non fa sconti, e non ammette neppure scorciatoie: chi tenta di fare il “dritto”, poi la paga a caro prezzo. Nadia ascolta il suono del suo silenzio e lì dentro raggiunge l’essenza, «er battito de’ core», ovvero lo stupore di esistere, la miracolosa stranezza d’esser vivi. «L’anima la legge l’artista / co’ la mente che se ne va ortre. / In ‘sto monno distaccato nu’ c’è posto / pe’ la profondità». Anche se all’inizio del libro dichiara «stanca me so’ aresa / a ‘sta forza de la natura», cioè alla forza schiacciante delle cose che vanno quasi sempre per conto loro, come vuole il destino, tutta la sua poesia nasce dalla volontà di resistere e dalla resilienza, la capacità di rinascere dalla cenere dei sogni e dalle macerie dei giorni inappagati: «io so’ battajera», scrive. E ancora: «Nu’ m’arendo a ‘sto gricio tumefatto», cioè alla mediocrità che avvelena la luce sorgiva delle cose. E quindi la capacità di ricolorare il proprio mondo, di tingere di azzurro quel grigiore. E poi di perdonare, senza però dimenticare: «Voce perdona, ma l’anima ricorda». Insomma la Forza, simboleggiata dall’immagine della montagna: «Vorrei esse come lei»… ma poi si guarda e riconosce di assomigliarle: «puro io so’ forte».

La parola, da ultimo, oppone uno spazio di resistenza alla Morte, la «maledetta» che «se veste de nero / cià le mano fredde e l’occhi de ghiaccio» e «nu’ cià er core». Ma è proprio la spietata falciatrice a rendere tanto più prezioso e unico l’«attimo prescioloso», e dunque importante la capacità di coglierlo malgrado tutto: «ma faccio in tempo a vive adesso» dice a se stessa per spronarsi a farlo. È anche questo che le dà «la luce pe’ scrive» e l’umanità per commuoversi dinanzi all’altro, al prossimo qualunque (la monnezzara, la zoppetta, il cavallo della botticella stramazzato per troppa fatica…), e al miracolo di ciò che di originario esiste, da sempre per sempre, e che sfugge all’arroganza accentratrice dell’uomo. Come ad esempio il mare, che è «dorce» nella sua natura avvolgente da cui sgorga un «concerto» delizioso di armonie. Lo sguardo elementare da cui proviene e a cui punta la voce poetica di Nadia Puglielli ha l’intensità necessaria a percepire la fortuna d’esser nati: «Grazie d’avemme fatto nasce», scrive ai genitori nella “preghiera” semplicissima e universale che conclude il libro. Nadia ama così tanto la vita da celebrarne ovunque la bellezza, e la preziosa bontà. Anche quella delle piccole cose, ad esempio il gustosissimo «supprì ar telefono», lo «sfizzio» tipicamente romano con il cuore caldo di mozzarella che «se squaja e fila / fòri la bocca».

La poesia è «un brivido co’ foco dentro»: un’emozione di unicità perfettamente rappresentata da “La forza dell’acqua” a cui ci si abbandona per rinascere ogni volta migliori… Perché in realtà la poesia è come l’acqua, umile e preziosa: assomiglia a chi la legge, così come l’acqua assume la forma di ciò che la contiene. Per scrivere, a Nadia occorre prendere «er treno che me dà l’emozione de’ primo viaggio» con sulle spalle «er bagajo» dei mille ricordi e dei mille dolori che l’hanno aiutata a crescere e ad essere forte, come la donna che negli anni è diventata. Ha imparato a diventare se stessa tra le spinte opposte della resistenza e della tentazione di abbandono, al destino e alla musica del mondo che «me trasporta come ‘na foja secca», cercando quella strada «che me fa sentì / un fiore raro e solitario», come è ogni essere che vive. Senza mai dimenticare, acceso nella mente a mo’ di faro luminoso in alto mare, il monito della nostra più alta verità: «Arinasci libbero / e senza catene». In queste cinque parole direi che si compendia il senso ultimo della poesia e anche della vita di Nadia Puglielli. E di tutti noi, pure di chi non scrive poesie ma ha cuore ed onestà per ascoltarle.

Marco Onofrio

Venerdì 16 novembre 2018: Marco Onofrio presenta “Nostra signora Solitudine”, di Lina Raus, al Teatro “Duse” di Roma

Presentazione del romanzo

Copia di Layout 1

NOSTRA SIGNORA SOLITUDINE

di Lina Raus

Interventi di:
Maria Serena Felici
Marco Onofrio
Raffaello Utzeri

Letture a cura di:
Laura Colombo

Modera l’incontro:
Mariarita Pocino

venerdì 16 novembre 2018, ore 18
Teatro “Duse”, via Crema, 8 – ROMA