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“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

“Silvanaya Football Club”, racconto inedito

pallone

Estadio Bombonera “Oscar Mendoza”: leggo a fatica la scritta, sbiadita e mezza cancellata, su una targa di marmo annerito, apposta al muro di cinta. Vi giocava una squadra che qualche anno fa arrivò a militare in massima divisione, per poi decadere miseramente. Colori sociali: rosa e blu. Maglia a strisce verticali; pantaloncini bianchi; calzettoni neri con bordo rosa-blu. Il presidente-fondatore, tale Gabriel Jimenez Parisi, l’aveva chiamata così in onore di sua figlia, Silvanaya Anita Marisol Jimenez Parisi, morta in circostanze tragiche (investita da un’auto) all’età di soli cinque anni. Era un uomo grasso e triste, dal volto placido, ma aveva l’eruzione incorporata, ovvero fuoco – più che sangue – nelle vene, pronto a divampare ogni momento: vulcanico, caliente, generoso… il collo taurino, la camicia che, d’estate, gli si incollava addosso di sudore, sbottonata sul petto villoso… orologio e catene d’oro massiccio, ventre prominente, pantaloni beige a rischio di scoppiare. Quando si incazzava con gli arbitri – e non c’era niente di più facile – dava uno spettacolo pirotecnico che da solo valeva il biglietto: bisognava tenerlo in quattro, e nerboruti, per impedirgli di scendere in campo, dalla tribuna d’onore, a picchiare il bastardissimo “hijo de puta” (così gridava, furente, con la schiuma alla bocca, mentre i tifosi intorno fischiavano a spaccatimpano, o ululavano, come selvaggi sul piede di guerra). Più e più volte, per motivi di intemperanza disciplinare e ordine pubblico, avevano squalificato il campo o penalizzato in classifica la squadra, dandole partite perse a tavolino… senza contare, poi, le inibizioni, i deferimenti, le multe, le sospensioni varie e multiformi che si era beccato (non sempre meritandole, però) lui, “El Presidente”, col suo modo di fare e di esternare.

La recinzione dello stadio è divelta. Sui muri, lungo le tribune, variopinti Tazebao anni Settanta, che inneggiano al “Che”, con la bandiera del Cile e scritte del tipo “Hasta la victoria” o “El pueblo unido”. Lo stadio è dismesso e abbandonato all’incuria: cade letteralmente a pezzi. Qualche striscione scolorito che penzola dall’alto, qualche straccio di bandiera rosa-blu. Entro in campo. L’erba è incolta e spelacchiata. Numerose le buche e le gibbosità. Gli spalti sono vuoti e, ciononostante, odo urla sparute, qua e là, echi di fantasmi e di riflessi, attimi passati. Scrosci di applausi, non so se di scherno o di giubilo. Forse mi riconoscono: forse mi hanno confuso per uno dei vecchi e pugnaci “silvanaydi”… Ecco, ho raggiunto il cerchio del centrocampo, all’altezza del disco di battuta. Qui cominciavano, le epiche partite. Qui i capitani, mormorando in mezzo ai denti cortesissimi improperi, promettendosi battaglia, si stringevano la mano e si scambiavano sorrisi e gagliardetti… Qui, infine, passarono le migliori squadre del tempo. Corro verso una delle porte. È infissa nel muro di cinta che delimita il campo: sembra l’accesso di un garage o di un’autofficina. I pali e la traversa sono fatti di muro che sporge. Tigrati di strisce giallo-nere. Dentro, il pavimento d’erba. La rete molle che pende, quasi del tutto strappata. È una grotta delimitata di pieno. Dietro la rete, la “stanza” della porta si perde nell’oscurità, baluginante di cunicoli interni, di plessi, di anfratti, di angiporti, di atri e padiglioni a non finire… Gli spogliatoi, forse? Dal muro della traversa, all’altezza degli incroci, due lampade incastonate, protette con una piccola gabbia metallica verniciata di rosso: forse le boe di avvistamento, o luci di segnalazione (a indicar di sagoma il bersaglio), per le doti balistiche dei cannonieri in campo?

Contemplo la linea di gesso della porta. Scrostata, sbiadita, consumata. Fin qui: pugno di mosche. Da qui in poi: gol, verità, ragione, dimostrazione, gaudio, estasi, trionfo. Potenza e atto: Aristotele docet. Come far che non sia stato, un gol subìto? E come fare che poi sia, un gol mancato? Il triplice fischio invera e inchioda per sempre, archiviandone le risultanze effettive, tutte le faccende potenziali, ancora fluide e aperte al divenire, sino a quel momento. Ma poi è fatta, qualunque sia l’esito: ci sarà sempre un’altra partita, certo, per rifarsi della sconfitta o rendere conferma alla vittoria… ma quella ormai è andata, non si può cambiare. Come strappare gli acini dal vino in cui, ormai, son stati tramutati? Come tornare all’uva? L’infinito aperto del divenire è un nulla che è tutto, in potenza; il finito chiuso del divenuto, ovvero la realtà, è – specularmente – un tutto che si rivela nulla, fintanto che non s’apre al divenire: ma allora cambia, si trasforma altro da sé, continua poi a finirsi in qualcos’altro. Mi volto verso il campo, per guardarlo dalla prospettiva del portiere. Mi accorgo solo adesso che è un campo rovesciato (ma come è possibile?)… le due porte, cioè, si dirimpettano al centro della larghezza. È un rettangolo che si sfruttava al contrario: un campo larghissimo e cortissimo? Ma forse… adesso ricordo, sì… l’ho letto da qualche parte: cambiarono il posto delle porte! Una notte, in modo inaspettato: a mo’ di avvertimento, di intimidazione. In coincidenza, guarda caso, con il progressivo e inesorabile declino della squadra. Oscar Jimenez, stanco di essere il presidente “barricadero”, votato alle battaglie col Palazzo, finì per lasciarsi travolgere dagli eventi. Già da tempo in grosse difficoltà economiche, cedette infine alle lusinghe del calcioscommesse, alle cifre spaventose offerte dai narcotrafficanti. La squadra arrancava sempre più, e in campo accadevano cose strane, incredibili, sospette. Ma la cosa più strana e assurda era che lui, proprio lui, sì, non s’incazzava più con gli arbitri – e tutti lo notavano meravigliati… Assisteva inerte alle partite, con lo sguardo spento, fisso nel vuoto: un’espressione da bue spacciato, prima del mattatoio.

Fino al patatrac. Fu quando la squadra, ormai retrocessa, ebbe un colpo di coda letale, un estremo impeto d’orgoglio, andando a rovinare la festa di chi avrebbe dovuto laurearsi Campeon proprio all’ultima giornata, e proprio sul campo della derelitta e inoffensiva Silvanaya. Jimenez era stato invitato, più e più volte, a farsi da parte, a non rompere i coglioni, insomma: ad agevolare, sino al compimento degli eventi, gli interessi plurimiliardari del sistema. Cifre a nove zeri, di cui qualcosa sarebbe infine toccato anche a lui, se tutto fosse andato come previsto, senza intoppi: briciole, certo, ma pur sempre qualcosa. Jimenez aveva dato la sua parola d’onore. Figurarsi così lo stupore quando, la mattina del grande e triste giorno, alle prime luci dell’alba, lo svegliò la telefonata del custode del campo che, con voce trafelata, lo avvertiva dell’avvenuto sabotaggio: dell’incursione da parte di ignoti che, nottetempo, avevano spostato le porte nel senso della larghezza del campo… ed erano certo segnali funesti, da non starci per niente tranquilli. “Hijos de puta” – esclamò come ai bei tempi il Presidente. Dunque lo minacciavano, nonostante tutte le assicurazioni. Cos’altro si voleva da lui, ancora? Ma forse – comprese di lì a poco (a mente più fredda) – si trattava di un’altra parrocchia di scommettitori; e questi lo invitavano a farli trottare anzichenò, i giocatori… che la Silvanaya facesse risultato, quel giorno, cosicché la squadra seconda in classifica, a ridosso di un punto, potesse compiere il sorpasso decisivo… Altrimenti… Jimenez capì di essere tra due fuochi, vittima predestinata. Maledisse di cuore il calendario, che gli aveva destinato una partita del genere all’ultima giornata, e si diresse di corsa allo stadio. Lì, smoccolando copiosamente, aiutò il custode a rimettere le porte al proprio posto. Bisognava fare in fretta: nessuno doveva accorgersi di nulla. Nel giro di un’ora tutto fu come prima.

La partita, quel pomeriggio, scivolò lungo i binari di uno scialbo e a dir poco scandaloso 0-0, fatto di finte baruffe a centrocampo (giusto per dare l’impressione, e non farsi richiamare all’ordine dall’arbitro), alternate a fasi di “melina”. Si capì ben presto che le carte erano state ulteriormente truccate: spareggio doveva essere, altro che no! Tra la capolista, ad impattare con la Silvanaya, e la seconda, a vincer facile – già 4-0 alla fine del primo tempo… Era quella la soluzione più comoda per tutti, in grado di far raddoppiare la posta delle scommesse e il volume dei soldi in gioco. Figurarsi cosa dovette succedere quando al 90’ Perfumo, la guizzante ala destra della Silvanaya, stufo delle ripetute e gratuite provocazioni da parte del marcatore avversario (“checca senza palle” e pippa al sugo lo aveva sbeffeggiato sin dai primi minuti), decise di inventarsi un’azione strepitosa che, dopo uno slalom fra cinque stupefatti “birilli” (stavano a guardarlo con l’aria di dire “Ma che fa: è impazzito?” – e tuttavia non riuscivano a prenderlo sul serio; cominciarono a preoccuparsi solo al penultimo dribbling), concluse con una saetta imparabile alle spalle del portiere! L’arbitro, costernato, proprio non poté annullare (il gol era pulitissimo, oltre che splendido), e la Silvanaya finì col vincerla, quella dannata, stramaledetta partita: l’ultima della sua storia. Il titolo – per la cronaca – andò agli ex secondi in classifica; i quali, avendo totalizzato un tennistico 6-1, si ritrovarono loro malgrado, grazie alla prodezza di Perfumo, protagonisti di un inatteso e importuno sorpasso al fotofinish!

Ne venne un tatanai, un’iradiddio. Non subito, però. Al punto che, i primi tempi, Jimenez arrivò a pensare di averla fatta franca. Ma era la classica quiete anzi la tempesta. Il primo a rimetterci fu Perfumo: gli sabotarono i freni della macchina, andò a fracassarsi contro un muro, uscendone vivo per miracolo, sì, ma con la spina dorsale spezzata, destinato a vita sulla carrozzella. Quello stesso giorno, quasi in contemporanea, Jimenez venne circondato da quattro sicari e imbottito di piombo. La Silvanaya, emanazione fisica e legale del suo vulcanico presidente, cessò di esistere in quel preciso attimo, per sempre. Fallimento e radiazione vennero da sé, in modo conseguente e naturale. Rimase in piedi solo lo stadio; dove peraltro, da allora, più nessun incontro si giocò: abbandonato all’incuria del tempo, che tutto corrode e mangia e cancella: alle sue mani invisibili di formidabile demolitore. Ma prima i narcotrafficanti spostarono di nuovo le porte, a eterna memoria del loro incalcolabile potere e della fine riservata ad ogni sprovveduto oppositore. Un monumento alla malavita, insomma: alla radice maligna che alligna e serpe silenziosa, al cuore umano.

Così va il mondo…

Marco Onofrio
(dalla raccolta inedita Specchio doppio)

“Il dannunziano”, racconto inedito (2002)

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Riemergo all’improvviso dall’abbiocco, a uno sbalzo del treno che si ferma. Dove siamo? C’è il cartello azzurro, là fuori, proprio all’altezza del finestrino, e recita: SULMONA. Ho un mal di testa feroce e la bocca impastata. Devo aver dormito molto, la testa ciondoloni al poggiacapo… spero solo di non aver russato. Che poi forse – di che mi preoccupo? – neanche mi avrebbero sentito, i compagni di viaggio. Lo scompartimento, infatti, è animato da una bella discussione. Chiacchiere da treno, si sa, ma orientate sul “profondo”, l’“impegnato”. Siamo in cinque, me compreso. Tiene banco un esile e soave signorino in completo grigio-azzurro, con gli occhialetti da prete in seminario. La sua vocina petulante di zanzara. Il suo modo cavilloso di affrontare le questioni più minute, di analizzar le cose, di vagliare e sezionare ulteriormente. L’eloquio affettato e forzoso. Si compiace di spaccare il capello. La grazia ingessata, la fredda innaturale gentilezza. Si dichiara, e in parte si dimostra, “dannunziano” – infatti, non a caso, è di Pescara. Ha estratto, chissà da quanto, un suo smilzo libercolo di poesie, stampato in proprio, e deve averne già lette parecchie, nei modi e nei tempi opportuni: forse per meglio avvalorare le proprie tesi, e dare maggior sfoggio di sé, della propria eloquentissima persona (e, insomma, parliamoci chiaro: anche per far colpo sulla ragazza belloccia che sta qui, al sedile numero 15, e lo ascolta assente, o assorta, misteriosa, senza emettere parola, se non – quando interpellata – rari e strascicati monosillabi).
L’arrivo a Sulmona gli ha porto il destro per “deliziarci” con alcune dotte citazioni del poeta latino Ovidio, che di qui era originario: tratte dalle Heroides e – mentre guarda di sottecchi la belloccia – dall’Ars amatoria (il lumacone!). La vecchietta del 18, col collarino di pizzo e il collo rugoso da tartaruga, chiosa la flautata recitazione (ovviamente in latino) con un applauso e un “Evviva” di circostanza – ipocrita! –; quindi, sorridente, offre a tutti, da un involto ricamato, sciolto per l’occasione, alcuni confetti di Sulmona, noti in tutto il mondo per la bontà, bianchi e rosa, a forma di cuore. Accetto, ringrazio e – goloso come sono – me ne sgranocchio tre. Basterebbe, per finirla in bellezza… Macché! Tosto rincipia a trillare, il cardellino, mentre ancora mastica i confetti (verrebbe da dirgli: “Ma zitto e mangia”)… Imperterrito, assiduo, martellante. Forse è anche per questo che la vecchietta, disperata come gli altri, ha tirato fuori il bell’involto: per tenergli occupata la bocca! Ma se è così, beh, gli offriamo il pranzo e pure la merenda…
È filologo, è retorico. Rende tutto frusto e anticato. Invecchia ciò che tocca: come re Mida l’oro. Sentitelo! Ha virato il discorso sulla morte! Ma che c’entra? Sicuramente gli serve – ancora una volta – per fare sfoggio di cultura, per uscirsene con qualche citazione… Ma lo vuoi capire che la donzella qui di fronte non ci sta? Con te, almeno: ché invece a me mi vede eccome – già da un po’ ci scambiamo sguardi d’intesa, ammiccanti nei tuoi confronti, a dirci che sei un tipo bizzarro, a prenderci di te (insomma: ti stiamo usando per imbastire il filo, bigongo che non sei altro…) È inutile che insisti: lascia stare! Macché: continua e continua e continua…
Eccola, la citazione, puntuale molto più del treno (che intanto ha ripreso il viaggio): Heidegger, e il concetto di “vivere per la morte”. Sostiene, il signorino, che muore solo chi desidera la morte, chi l’accetta a livello metafisico: che se uno muore è perché in realtà l’ha voluto lui, sebbene in modo profondissimo e inconsapevole. La morte non tocca chi non la chiama, perché ancora non è pronto, perché ancora ha molto da fare sulla terra… «Beh… ma allora chi muore giovane?» azzarda la vecchietta, interpretando il pensiero comune. «Veda» dice il signorino, eludendo affatto una risposta «lo scopo della vita è… (pausa ad effetto solenne) è quello di raggiungere quel grado di maturità tale… (altra pausa) per cui non bisogna dire non sono ancora pronto, debbo prepararmi… (altra pausa) La vita si realizza, diventa se stessa nel suo pieno compimento, quando la morte è pari all’uomo: o meglio quando noi le siamo pari, le diamo del tu, la guardiamo a testa alta». La vecchietta annuisce in silenzio, con sorriso artificiale e imbarazzato. Tutti lo assecondano come un matto, anche se nessuno sa che dire. E lui, con tono melodrammatico (ma la voce gli salta, gli esce male, da eunuco): «Si vive per imparare a morire».
Oh, la grande frase! Agli atti della Storia, signori: ci ha svelato il senso della vita!

“Ma che dici, baggiano” penso tra me e me “… Ma non è forse che si vive per vivere, per non dover morire? E che l’imparare, semmai, riguarda il vivere, questo vivere benedetto, piuttosto che il morire?”.
Devo aver pensato ad alta voce (e dalle labbra l’ombra di un qual suono), poiché tutti poi mi guardano sorpresi.
Prego? mi soffia il signorino deglutendo.
«… Scusi» comincio «… non vorrei sembrarle scortese…»
La belloccia mi guarda piacevolmente incuriosita, e questo mi dà carica.
«Dica, dica» fa lui, illuminandosi di nuovo entusiasmo, «sono molto interessato alle opinioni altrui su questo tema, di cruciale importanza e stupendo fascino filosofico… dica, dica…»
«No, ecco… volevo farle notare…»
«Dica, dica… Sono certo che il suo pensiero saprà nutrirmi di spunti interessanti, sino a farmi raggiungere livelli sempre più elevati di contezza, circa la… dica, dica…»
«Sa, non è per contrariare, ma…»
Intanto, «Con permesso, con permesso…», i nostri compagni di viaggio, chi accampando una scusa e chi nient’altro che un sorriso, cominciano a telare, alla chetichella.
E lui, noncurante: «Dica, dica… non credo più nulla, al mondo, che al patto interno e puro delle menti, di due persone intelligenti, le quali fan tesoro di cultura, di bella civiltà, nell’avanzare l’altro in dolce misurata umanità… dica, dica…»
La belloccia non ce la fa più a reprimersi, e scappa per non ridergli in faccia. Siamo rimasti soli, infine: io e lui. S’illumina di fulgore, brucia. Quasi non aspettasse altro.
«Dica, dica…»
Io, un po’ contrariato: «… Ecco, appunto, se mi lascia dire…»
Ma mi accorgo che comincia a guardar fisso, a parlare come un automa. Allora taccio per averne conferma. Infatti, dopo qualche istante…
«Dica, dica… è sempre stato il mio forte, la facoltà d’ascolto, nella virtù dell’altro… e invece qui mi sento – non bene – com’uomo burattino in alto mar… dica, dica…»
Allora arretro, spaventato, guardandomi intorno: che mi soccorra il vuoto, il circostante.
«Dica, dica… Vaneggiamenti poetici? Ah… Ma sa che non capisco… perché io son così… Un giorno si stupì… pur anco la mammina… Di certo era mattina… quando dal cuor partì… lo stimolo sincero… l’amore quello vero… dica, dica…»
Io basito, in silenzio. Dev’essere la crisi di una strana malattia.
«Dica, dica… che adesso non so più… che cosa mai inventare… per farla innamorare… avvegna ch’io volessi… gittarle due parole… baciarla sulla bocca e poi morire… dica, dica…»
Basta. Così, un po’ per reazione incondizionata, un po’ perché stufo di sentirlo, mi decido ad agire prima del prossimo “segnale”. Prendo la misura col braccio, poi la rincorsa e… PEM… gli assesto un manrovescio con i fiocchi, da farlo rivoltare. Si schiaccia contro lo schienale del sedile, gli occhiali di traverso, muto, la bocca aperta e la testa all’indietro. Sento che gorgoglia qualche suono, colando di bava filante. Poi si spegne, decresce a vista d’occhio… si sgonfia, come un pupazzo di gomma, un salvagente…
Orrore. Mistero. Follia.
Prima che scompaia, prima che si sciolga interamente, di medusa al sole, faccio in tempo a sgattaiolare dallo scompartimento e inoltrarmi nel corridoio (con la speranza, non ancora sopita, di agganciar daccapo la belloccia), proprio mentre il treno infila l’ennesima galleria del viaggio verso Roma, come un sigaro in bocca alla montagna.

Marco Onofrio
(racconto inedito, 2002)

“Il tempio del tempo”. Racconto inedito

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IL TEMPIO DEL TEMPO

Quamdiu stat Colysaeum stat et Roma,
quando cadet Colysaeum cadet et Roma,
quando cadet et Roma cadet et mundus.

Beda il Venerabile (VIII sec.)

“Secondo me è immensurino”, mi dice la ragazza in un sorriso.
Sto raccogliendo materiali sul monumento emblematico di Roma. Pareri, immagini, ricordi, testimonianze. Come cicatrici sovrapposte. Scalfitture, crepe, escoriazioni. Punti di sutura e di cesura, che ne rendano la pelle come nuova. Bucando il cerone dei luoghi comuni. La patina americaneggiante. Le rughe posticce dei peplo-film. L’indifferenza degli stessi romani.
“Che vuol dire immensurino?”
“Che è immenso come lo vedi… ma è pure piccolo, in proporzione, perché fa parte dell’arredo urbano, anzi: ne è parte irrinunciabile. Che sarebbe Roma senza il Colosseo? Questo leone che miagola? Questo gatto che ruggisce? Così, finisce che ti abitui alla sua mole… che se la guardi bene, però, ti stupisce e ti impaurisce ogni volta. Ma lo guarda bene solo il turista, il viandante, quello che a Roma ci sta pochi giorni, o poche ore. Perché lo guarda con occhi speciali: per la prima e, forse, per l’ultima volta. Divorando l’immagine con voglia. Assaporandola, come una delizia. Succhiandone il midollo. Imprimendola bene alla memoria. Per non scordarlo più… Ma se a Roma ci vivi, finisci per non vederlo. Anche se gli passi accanto dieci volte al giorno. Anzi: più gli passi accanto e meno te ne accorgi! Eppure lo sai che c’è, lo “senti”. È parte di te; sei parte di lui – e guai se non ci fosse. Questo legame profondo di affetto e di orgoglio – di orgoglio, sì, per la magnificenza che esprime dinanzi al mondo, che è anche la tua; e per il passato di cui reca traccia, che è anche il tuo – mi porterebbe a definirlo, addirittura, immensuretto… o forse immensurello…”
“E che voi sape’? E che t’o dico a fa’? Sta sempre là, che nu’ lo vedi? Sta là … boh …” mi dice il conducente dell’autobus.
I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti. Queste cose sono consentite al turista, entro la sfera circoscritta del suo soggiorno. Roma può arrivare a conoscerla il forestiero: chi ci viene a vivere da fuori, con gli occhi vergini dinanzi al suo proliferante “oggetto”. Il romano può soltanto sapere Roma, sapere di Roma. Perché Roma per lui è “soggetto”: è lo scenario stesso della sua esistenza. Non ha e non è altro luogo, da sempre. È impastato di Roma, e Roma di lui. Indistinguibili: come il latte e il caffè nel cappuccino. Questa disseminazione dell’identità nel contesto topologico dell’Urbe, complicata dal vissuto personale – fitto come il reticolo di esperienze, di ricordi, di immagini interiorizzate, e anche di fantasie, che fanno esistere “quel” luogo, “quel” vicolo, “quel” monumento per ognuno che lo vive, da sempre, dentro la propria vita, dandone il tono e dipingendone il volto alla facciata, la peculiare “rappresentazione”, talvolta a prescindere dai confini stessi della sua “realtà” –, questa disseminazione, dico, funge da ulteriore ostacolo alla conoscenza. Se ogni luogo della propria Roma, di ciò che Roma è e rappresenta per chi ne vive, risveglia una filiera di echi, di risonanze, di vibrazioni, belle quanto insieme dolorose, conoscerla meglio, allora, significa conoscere meglio se stessi; e non sempre questo è piacevole o possibile, mai semplice. E poi c’è l’eterna disponibilità di Roma che ti aspetta, come un foglio bianco la scrittura. Se inviti il romano ad approfondire la propria città, e gli dici che è uno scandalo se non domina certe storie, o ancora non ha visto certe cose, che pure il milanese e il torinese inurbati stanno messi meglio al riguardo, lui ti risponde che… tanto mica scappa, Roma: e che, abitandoci, ha tutta la vita per porvi rimedio, gli basta quando vuole uscir di casa… e intanto, a forza di rimandare e non pensarci, gli passa davanti tutta la vita e, puntualmente, non lo fa. O forse non ti risponde nemmeno: si limita a guardarti con quell’aria sorniona e indolente, cinica, che non è soltanto un tratto convenzionale del suo carattere. Si sa, del resto: le cose che abbiamo a portata di mano sono proprio le prime che finiamo per perdere, o per non vedere. A parziale scusante, c’è da aggiungere che Roma ci mette anche del suo per nascondersi, per rendersi inafferrabile: è infatti così complessa e “infinita” da atterrire e paralizzare anche il più agguerrito dei ricercatori. E il Colosseo?
“Dovremmo venderlo ai cinesi. Sai i soldi!” propone il netturbino.
“Beh, proprio venderlo no”, rettifica un collega: “piuttosto, smontarlo e rimontarlo in giro per il mondo. Fargli fare un tour – e milioni di euro ad ogni tappa”.
“Dunque sappiatelo: se venisse tolto, in verità, resterebbe un buco nel cielo” ammonisce un sacerdote, segnandosi. Riecheggia, in lui, l’assimilazione cristiana del monumento classico. A chi invocava che fosse abbattuto, perché memoria della Roma pagana, emblema degli dei “falsi e bugiardi” e covo di idoli malefici, si rispose che, anzi, andava santificato come luogo di martirio dei cristiani. La terra dell’arena, già cenere demoniaca, si tramutò in reliquia. Ed ecco, poi, la Via Crucis celebrata dentro il Colosseo, dal papa in persona, in mondovisione!
Ancora il sacerdote: “Ascoltate l’eco nel silenzio delle pietre. Le urla atroci dei martiri sbranati dalle belve. La terra lavata dal sangue degli innocenti. Ricordate, fratelli, meditate”.
“Io me ricordo solo che ce venivo a scopa’ … Era tutto operto… mica co’ le sbare de oggi… De notte era un viavai de pomicioni…” replica un pensionato che cammina col bastone.
“Pensi, dottore, se – sistemandoce drento un campo de carcio: c’entrerebbe? boh – un giorno er derby se giocasse ar Colosseo! Che spettacolo! Forza Roma!”, dice accalorato il tassinaro.
Lo gelo informandolo che sono della Lazio: non mi rivolge più parola fino al termine della corsa.
“Lo hai mai visto il film dei Pink Floyd a Pompei?” trilla la mia amica rockettara. “Immagina che fico un evento rock dentro il Colosseo! Non so: la reunion dei Genesis. O il prossimo concerto degli U2”.
Gianni, un mio amico esperto di “scrittori e Roma”, mi parla della teoria, invero balzana, secondo cui Dante avrebbe desunto lo schema dell’Inferno dopo avere visto il Colosseo. Anzi, per essere precisi: sotto l’effetto della tremenda impressione suscitata in lui dall’interno del gigantesco rudere. E, inoltre, dall’avere saputo della leggenda di Virgilio – il sommo antico da lui scelto come guida per il viaggio oltremondano – quale costruttore del Colosseo: il Virgilio “mago”, prima che poeta, che vi andava a studiare e svolgere le arti negromantiche. E mi parla del Colosseo interpretato dai pittori fiamminghi, dopo il viaggio a Roma, come “torre di Babele”. In particolare, Bruegel il Vecchio. E del topos romantico, tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento, del Colosseo al chiaro di luna: Goethe, Madame de Stäel, Stendhal, Henry James. Pare infatti che il Colosseo si animi di forze magiche particolari, propense all’accadere degli eventi, proprio a mezzanotte e a mezzogiorno di ogni giorno. La corona dei raggi solari e il gioco delle ombre a mezzogiorno; le fioche luminescenze seleniche e, ugualmente, il gioco delle ombre, a mezzanotte.

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E, ancora, lo sguardo barocco di Giuseppe Ungaretti, che lo definisce “enorme tamburo con orbite senz’occhi”… Il Colosseo come un teschio spolpo, combusto, calcinato: un relitto di millenni che riemerge, attimo dopo attimo, dall’oceano del tempo, dalle sue arcane e irraggiungibili profondità.
Samuele, un altro mio amico appassionato di storia, mi parla del Colosseo in epoca medievale quando, durante la feroce lotta per le investiture, i Frangipane lo occuparono come fortezza, come avamposto strategico alle spalle del Laterano. E di quando, per secoli, fu una cava inesauribile di marmi, di travertini, e anche di semplici pietre: venne saccheggiato e smantellato – indebolito fino ad essere pericolante e in qualche punto, addirittura, a crollare – per erigere e decorare chiese e palazzi e architetture varie, ad esempio la scala e la piazza di San Pietro. È suggestiva questa idea di un Colosseo disseminato per la città, di membra sparse, come un corpo che appartiene a tutta Roma. E mi racconta, Samuele, anche della curiosa idea che papa Sisto V, alla fine del Cinquecento, aveva escogitato per arginare l’indigenza del proletariato romano: impiantare una filanda dentro il Colosseo! Al primo piano la fabbrica vera e propria, coi laboratori; al secondo e al terzo le botteghe e le abitazioni degli operai. Ma il progetto, elaborato da Domenico Fontana, naufragò per la sopraggiunta morte del papa.
“E com’era a quei tempi il Colosseo? e la zona circostante? Che cosa vedremmo tornandoci ora?”
“Molti archi erano ciechi, chiusi, murati. La profondità interne stavano ancora sottoterra, ricoperte dalla ruggine dei secoli. Lo si riempiva oltretutto di letame, per ricavarne salnitro. Ogni sera e ogni notte era avvolto dal fumo nauseante dei fuochi. Era un nido di malaria, una selva di esalazioni mefitiche. Dentro c’era un immondo intricato serpaio, un roveto abbandonato senza fondo. Vi allignavano un sacco di piante ed erbacce. Uno studioso inglese, nella seconda metà dell’Ottocento, si divertì a contarle e a catalogarle in un libro oggi rarissimo, dal titolo “Flora of Colosseum”: risultarono ben 420 specie vegetali! Anche tutto intorno c’era campagna incolta, e vigne, e orti, e giardini. Le mandrie pascolavano tra le rovine. La zona del Colosseo era malfamata, pullulava di balordi, di ladroni, di mignotte”.
Ma, ammetto: mi interessa moltissimo la dimensione magica ed esoterica del Colosseo. Quelle strane storie di demoni. Chiedo lumi al Prof. Giano Tantucci, ordinario di antropologia. Mi conferma l’idea del Colosseo come centro magico dell’Impero, in quanto “tempio del sole” e sede di Phebo, “sol invictus”, simbolo della potenza e dell’immortalità di Roma trionfante. Nato per sempre sotto il segno di Giove, vale a dire ruota, cerchio, uovo, palla d’oro. E infatti sferico, tondo, compiuto: ricco di pienezza e di armonia. Emblema incrollabile di Roma Aurea, antica e moderna: eterna. Ispirato alla corona del sole: globo, dominio cosmico, cupola stellata, “totum orbem”. Era la “rotonda mole degli specchi”: pare che vi fosse lo “speculum orbis”, lo specchio del mondo che rifletteva ogni cosa esistente. Questo era Roma, peraltro: lo specchio di tutto mondo allora conosciuto. E il Colosseo era il maggiore di tutti i templi anche per la sua celebre vocazione ermetica, e poi alchemica. Le stesse statue, erette in apparenza ad ornamento, erano disposte secondo i dettami dell’arte negromantica: per difendere Roma dai suoi nemici. Si credeva vi convogliassero e vi sciamassero legioni di demoni. Molti, passando nelle vicinanze, erano atterriti dalla visione irreale di un Colosseo infestato da larve ghignanti, completamente avvolto dalle fiamme. Per questo la zona veniva esorcizzata con l’aspersione della “zaffetica”, una mistura nauseabonda a base di zolfo, che avrebbe dovuto cacciare i demoni dalla loro roccaforte. Mi chiedo come, dato che proprio l’odore di zolfo li avrebbe se non altro fatti sentire più a casa. Tantucci, incalzato dalle mie domande, mi parla in particolare di un idolo del Colosseo, di nome Pantaleo, dentro cui risiedeva il demonio Astaroth. Era il maggiore idolo di Roma. E mi colpisce la leggenda della regina Rosana, che si reca apposta al Colosseo per inginocchiarsi davanti a Pantaleo e pregarlo devotamente di darle un figlio.
Condizionato da tante e tali suggestioni, finisco quella notte per sognarmelo, il caro anfiteatro. E trovo spiegazione al suo mistero: è un castello di sabbia, oggi indurita dal trascorrere del tempo, forgiato da un ciclope di nome Pantarotte per far giocare sua figlia Sorana, e divertirsi lui stesso, quando Roma era tutta una spiaggia lambita dal mare. Ma Sorana scivolò al centro di questa immensa torta, e fu inghiottita dalla sabbia bagnata. Invano Pantarotte tentò di afferrarla. Poi, pazzo di dolore, prima di inabissarsi volutamente nel punto stesso in cui era sparita la figlia, per raggiungerla almeno negli inferi, urlò così forte che il mare indietreggiò, lasciando per sempre Roma, e il cielo si piegò fino a spaccarsi. Dalla fenditura del cielo cadde un timone, che gli eredi del compianto Pantarotte collocarono, avvinghiandolo con un complicato sistema di funi e di argani, al centro esatto del Colosseo, nel cuore più segreto e profondo. Questa ruota di timone cominciò a girare da sé, lentamente, inesorabilmente, su se stessa. Apparve ad ognuno, in breve, come la ruota del tempo. Si diceva che fosse Pantarotte a manovrarla, da sotto, per espiare prima il suo dolore. Il Colosseo venne santificato come il “tempio del tempo”. Si aveva la certezza che, bloccando il giro consueto del timone e spingendolo poi al contrario, si potessero muovere le nuvole, le stelle, le montagne, le città, le cose toccabili e intoccabili. Si sarebbe vista la luce tornare al sole, invece di scendere: e lasciarlo scoperto, una volta per tutte, il volto misterioso della vita. La ruota è ormai coperta da strati e strati di terra. Probabilmente è ferma da secoli. Per questo, forse, non siamo più gli stessi: abbiamo perduto qualcosa di fondamentale (ma non sappiamo che). Se la portassi di nuovo alla luce, liberandola dagli impacci e ripristinandone il giro, si potrebbe tornare alle configurazioni della realtà che si sono dissolte in altro, che non ci sono più.
Dal catino del Colosseo, infatti, vengono proiettate in continuazione, come flash di foto scattate dal tempo, le immagini del mondo verso il cielo, verso l’universo. È uno dei pochi posti dove questo avviene, perché in genere è il cielo che manda le sue foto sulla terra. Non a caso è il tempio del tempo. Vi si apre la bocca di un grande portale, un varco, per infilarsi in questa specie di asola cucita: raggiungere nel passato il proprio futuro, o nel futuro il proprio passato, attraverso un attimo che si allunga infinitamente, uscendo dentro di sé, per sempre, come una goccia che si scioglie in mezzo al mare. Potrei tornare indietro a recuperarle, queste immagini proiettate, divaricando i lembi del tempo e sbarcando nelle forme di Roma che non ci sono più. Le voci che hanno suonato. I colori che hanno brillato. I cieli che sono scorsi. I corpi che si sono mossi in questo spazio, occupandolo. Le scene di vita che si sono condensate, forme dell’eterno divenire. Le estati che sono combuste. Le cicale che hanno frinito, senza più memoria. Miliardi di miliardi di miliardi di identità diverse. Che fine ha fatto tutto questo? Cenere, polvere, nulla. È stato tutto mangiato dal vuoto, che mangerà anche me. Ecco: penetrare nel tempo attraverso il vuoto, l’eternità del luogo medesimo. E già: è sempre stato qui il Colosseo, da quando esiste. L’identità del luogo attraverso il tempo. Strappargliele di nuovo, al vuoto, tutte quelle cose. Tirarle fuori, aprendogli la bocca. Come il domatore col leone. Allora sì che sarebbe “speculum orbis”, e potrei vederci il mondo intero. Il mago illusionista e la sfera magica. È o non è, del resto, il Colosseo, prototipo ancestrale di ogni circo?
Ho sognato che c’è una vecchia megera corpulenta che si aggira al suo interno, come un fantasma dell’Opera. Forse è Sorana stessa, invecchiata dai secoli. Forse è la madre. La chiamano “Mora”, anche se non ha i capelli neri. È casa sua, il Colosseo: ne conosce e domina perfettamente il dedalo di pietre. Pare che, se la incontri, comincia ad urlare con la bava alla bocca e poi ti prende a schiaffi con la forza e l’efficacia di un carrettiere. Dopodiché, ti svegli per sempre.

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Voglio proprio vedere. Scelgo la mattina di Ferragosto. Non c’è praticamente nessuno. Mi aggiro circospetto, ma rischio ugualmente di perdermi, nella selva aspra, arida, quasi lunare, di corridoi, anfratti, cunicoli, angiporti, archi ed ambulacri. È impressionante, la sottostruttura dell’arena, emersa dagli scavi archeologici d’inizio Ottocento. Sono appena le dieci, ma già fa un caldo torrido. Nessuna traccia della megera. Decido allora di provocarla: “Mora?… Morona?” Schiocco le labbra e metto le braccia a croce, improvvisando gesti apotropaici. Niente: solo il frastuono ondivago delle cicale. E i gridi delle rondini che legano fili invisibili di cielo, arando solchi nel cerchio azzurro-fuoco della enorme circonferenza… Poi scorgo come un guizzo di luce, il riverbero di un fulmine tra i ruderi. Mi attraversa un brivido freddo: un abisso di dolcezza e di terrore. Lascio cadere lo sguardo… e me la trovo davanti. Madre che colpo! È una cicciona bassa dal volto vagamente orientale. I capelli rossastri, tutti stoppacciosi e impolverati. Pallidissima. Sudata. Gli occhi completamente bianchi, privi di pupille. La bocca aperta e sdentata, fossa di bava colante. La pappagorgia molle che traballa. Indossa un peplo purpureo che lascia intravedere il corpo massiccio, da gladiatore. Mi guarda vogliosa in direzione del pube, deglutendo saliva. Si avvicina di un passo. Muove le labbra, mormora qualcosa in un sussurro. Mi sfiora con la mano la guancia, per accarezzarmi. È la mano delicata di una bimba, gelida al tatto. Sposta lentamente la mano verso le parti basse. Si inginocchia davanti a me. Si concentra sulla lampo dei pantaloni. Armeggia, ma non riesce ad aprirla. Lo faccio io, per lei. Estrae il mio “caduceo”. Rosso, lucido, scoperchiato: armato già da un po’. Le alzo il volto con la mano e, guardandola negli occhi che non ha, le chiedo: “Colis eum?” (“lo adori?”) E lei, in un sospiro ansimante: “Colo” (“lo adoro”). Quindi se lo abbocca in silenzio, con le labbra piene e verdognole, a ventosa… e comincia a ciucciare di gusto. Poi, dopo un po’, si alza e mi conduce dentro l’ombra di un anfratto. Si sdraia supina e, tirandosi su il peplo, mi offre il frutto delle sue cosce aperte. Ed io, preso da una foia strana e insana, con un gusto di sangue e di fiele tra le labbra, le sono subito sopra, e lì mi do da fare… È come calarsi nelle acque buie e aggrovigliate di un pozzo, dove nessuno saprebbe trovarmi. Tutto si obnubila e scompare. Poi, non ricordo più niente.
Quando riemergo, è mezzogiorno fatto. La luce mi acceca e mi stordisce, ci metto una mezzora per riavermi.
“Lo avrei capito soltanto quel pomeriggio, dopo essere tornato a casa”.
“Che cosa?” mi chiede nella piega di un sorriso Samuele.
“Di avere fatto l’amore con Roma”.

Marco Onofrio
(dal libro inedito Specchio doppio)

12 maggio 1974: la Lazio di Maestrelli e il grande sogno

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Me lo ricordo come un sogno, il primo scudetto della Lazio. Avevo tre anni. I complimenti di mio fratello che, pur essendo della Roma, provava ammirazione per l’impresa, strameritata (già dall’anno prima). Era contento: in fondo lo scudetto scendeva a Roma. Scoppiò nel cielo soleggiato della città (era quasi estate, quel 12 maggio ’74) come l’eco di un fatto grosso, rimbalzando di zona in zona, e ricadendo nella coscienza pubblica condivisa, nel sentire epidermico della gente (quasi unico individuo), con i connotati di quella cronaca che, già lo sai mentre la vivi, resterà per sempre, sarà storia. Ricordo il mito di Giorgio Chinaglia, che spaccava le difese come un ariete imbufalito (si ingobbiva in progressione, imprendibile) e gonfiava le reti col suo tiro potentissimo. Ma mio fratello mi parlava soprattutto di Tommaso Maestrelli, l’allenatore, il vero artefice del “miracolo”. Ricordo i caroselli strombazzanti delle macchine, le bandiere biancocelesti dai finestrini, i vessilli dai balconi. Troppo bello per crederlo vero, eppure … La Lazio era NEL SOGNO, come avrebbe titolato a caratteri cubitali la prima pagina del Corriere dello Sport il giorno dopo. Si viveva una realtà clamorosa e pazzesca, che nessuno – soltanto due anni prima, quando la squadra era ancora in Serie B – avrebbe mai potuto credere possibile. Superiore addirittura al Cagliari di Riva, cresciuto in modo più costante e progressivo.

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Glielo chiedo a mio padre, che cosa si ricorda di quel giorno. Praticamente nulla.
“Ma nemmeno dei festeggiamenti?”
“A quei tempi non seguivo il calcio. E poi, lo sai, la memoria non è il mio forte”.
Gli parlo di Maestrelli e Re Cecconi, il “maestro” e il “re”: i miti forse più grandi di quell’epopea, anche per come si è poi “conclusa” la loro parabola di gloria. Fu un bagliore che si spense troppo presto, come del resto tutta quella Lazio. L’alba di un mattino che non venne: e fu subito sera. Il maestro e il re appartenevano a quella genia di eroi che pungono dispetto agli dei invidiosi, i quali non tollerano mai, senza conseguenze, una bellezza così fulgida e pura in mano ai destini dell’uomo. E infatti vennero fulminati, a distanza di breve tempo, da uno strale di tragedia, di dolore, di umana disperazione. Re Cecconi dalla morte assurda che lo recise, splendido fiore biondo, nel gennaio ’77, per uno scherzo incauto al cospetto di un gioielliere dai nervi scossi per le troppe aggressioni subite. Il colpo venne dall’esterno: la pallottola cieca, fredda, insensibile, partita e non più richiamabile, dritta come un fuso, verso il compimento di quel fato. L’istante maledetto rimase per sempre congelato nel suo sguardo azzurro che si freddava. Si accorse di ciò che era accaduto, il povero Luciano? Ebbe tempo di rendersi conto, di vedersi morire? Maestrelli, invece, venne colpito dall’interno, da un mostro maligno che si manifestò sotto forma di carcinoma al fegato, e che lo divorò, dopo un’effimera ripresa, nel giro di venti mesi. E non si può dimenticare il giorno dell’aprile ’75 in cui la squadra tricolore, già da un po’ di tempo immalinconita e annaspante (guarda caso proprio in coincidenza coi primi malori del suo amatissimo tecnico), saputa negli spogliatoi la diagnosi della malattia incurabile, crollò in casa 1-5 contro un Torino maramaldo, incurante delle lacrime che piangevano in campo quelli con la maglia biancoceleste. Così come, un anno dopo, con Maestrelli di nuovo in panchina, resterà per sempre la salvezza insperata e nuovamente “miracolosa” di Como, dopo una stagione tribolatissima.

Racconto queste cose a mio padre con la più genuina passione, da tifoso innamorato, e gli faccio vedere le foto dei due “angeli”. Arriva mia madre da un’altra stanza e ci dà uno sguardo pure lei. Noto che è colta da stupore e impallidisce. Dice che li ha visti il giorno prima, quei due, allenarsi su un prato ai bordi dell’ex aeroporto di Centocelle, dove è passata, a piedi, per tornare da un’amica ammalata cui ha fatto visita: “il prato dove andavi a giocare da ragazzino, ricordi?”
Mi si gela il sangue, un tuffo al cuore.
“Ma sei sicura?”
“Ti dico di sì. Due gocce d’acqua, spiccicati a questi. Li ho guardati più volte, camminando. Il biondo correva e l’altro gli tirava il pallone.”
“Guarda che sono morti da più di trent’anni”.
“Ti dico che erano loro. Stavano in una zona molto verde e bella del prato, nei pressi della recinzione militare”.
“Come erano vestiti?”
“Con una tuta azzurra. E c’era scritto S. S. Lazio”.
“Oh Cristo …”, e quasi mi devo reggere per non svenire.

L’indomani mattina, dopo una notte insonne di brividi, raggiungo il punto del prato che dice mia madre. Non c’è anima viva. Solo un cielo basso e plumbeo, che minaccia pioggia. Guardo e riguardo: nessuno in vista. Cammino lì intorno per qualche minuto, con speranza decrescente. Poi, proprio quando starei per rinunciare, brontola un tuono e scende un raggio di sole da uno squarcio di nuvole nere. Si illumina il verde del prato, poco più in là. E vedo! Prima diafani e incerti, come immagini in controluce. Poi più concreti, sotto apparenza di corpo, di materia toccabile e reale. È esattamente la scena che ha descritto mia madre. Ho la pelle d’oca e gli occhi lucidi, preda di mille emozioni. Paura. Stupore. Sgomento. Pena. Nostalgia. Commozione. Enormità. Mi avvicino con cautela, mentre dal raggio di sole emerge un bellissimo accenno di arcobaleno. Eccoli: sono loro … Maestrelli lancia a Cecco il pallone Adidas Telstar, quello a esagoni bianchi e neri (lo stesso del primo scudetto: il vero, classico, unico pallone evergreen – non quelli che usano adesso), e l’angelo biondo, con la sua falcata impetuosa ed elegante, s’invola, stoppa al volo e lo rinvia. Avanti e indietro, destra e sinistra: come un’onda. Sento distintamente il rumore del pallone calciato e quello soffice dei rimbalzi. Maestrelli dà il ritmo con un fischietto. Mi avvicino un po’ di più. Re Cecconi fa un cenno al mister, che si volta dalla mia parte e mi sorride.
“Ciao Marco”, ovviamente sa il mio nome.
“Ciao Mister”, gli dico in un soffio. Le lacrime mi scendono da sole.
Sono ad un passo. La sua chioma d’argento. Il volto sereno che aveva prima della malattia. Lo sguardo profondo e vivo. Gli chiedo in silenzio il permesso di abbracciarlo. Sento che è disposto. Lo stringo forte come un padre, reprimendo i singhiozzi sulla sua tuta azzurra. (Intanto Re Cecconi palleggia per conto suo). E capisco, in un empito infinito di pena, tenerezza e struggimento, che mi afferra come una morsa nello stomaco e nel cuore, quanto è profondamente bello – non esiste aggettivo migliore – tifare per questa squadra. Capisco anche quanto (l’immensità) e perché, io sono della Lazio. Anzitutto per i colori della maglia, meravigliosa, il bianco e il celeste: i colori del cielo, della purezza e della spiritualità, oltre che della Grecia olimpica, associati all’araldica imperiale, l’aquila, cioè il più nobile simbolo di Roma. Come a dire, il senso universale della città eterna, intesa, quale è, come alma mater, fonte del diritto e del cristianesimo, patria fondante dell’apertura umana dei valori, della storia e della civiltà occidentali. Questa è la “nobiltà romana” che la Lazio rappresenta: di spirito e di cuore, di sguardo; non di censo o di sangue. E infatti la Lazio nasce popolare, ma nasce – non a caso – in Piazza della Libertà, a due passi da Porta del Popolo. E com’è, infatti, lo sguardo dei laziali? Libero. Diverso. Profondo. Sobrio. Sfuggente. Orgoglioso. Vero. Come lo sguardo che lampeggia negli occhi dell’aquila.

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E ancora: io sono della Lazio perché la Lazio è poesia, è “pena, tenerezza e struggimento”. Perché è un’idea misteriosa e alta da contemplare, e ancora mai conclusa da pensare. Perché chi indossa quella maglia non può più dimenticarla. Perché la prima partita che ho visto allo stadio (ci portai mio padre: 25 marzo 1984) è, ma non l’ho fatto apposta, la stessa che si disputò tre giorni dopo che ero nato (14 febbraio 1971): Lazio-Torino, entrambe vinte 1-0. Perché la Lazio è la squadra più pazza, più strana, più iellata (quanti pali ha colpito nella sua storia? forse la media di uno a partita …) e più imprevedibile del mondo – quando sei sicuro che vince, perde, e quando sei sicuro che perde, vince. Perché, dopo “mamma”, è stata Lazio (Lacio) la prima parola che ho pronunciato da piccolo. Perché sono nato a Roma, e quindi tifo per la prima, unica, autentica, inimitabile squadra della mia città. Perché sono nato della Lazio, mi ci sono ritrovato per natura, per anima, per destino, come in questa vita, senza sapere perché: come il battito del cuore, come il respiro, come la luce degli occhi. Perché la Lazio è una passione infinita, che si rinnova ogni momento da se stessa, senza limiti di tempo e di pensiero. Perché per la Lazio ho pianto lacrime di amarezza (come nella pessima stagione ’84/85: un sorso di veleno ogni domenica) e di gioia (come per il secondo, rocambolesco scudetto). Perché, a scuola, noi laziali eravamo sempre in minoranza, al massimo tre per classe, fin dalle elementari, in mezzo allo sfottò dei lupacchiotti: ma questo mi rendeva ancora più fiero della nostra stupenda diversità, di quel sembrare (ma non essere) stranieri in casa propria. Perché ho tifato e amato la Lazio più quando era sull’orlo dell’abisso, ai bordi del fallimento e della serie C, che quando è stata, per un certo periodo, la squadra più forte del mondo. Perché non potrò mai dimenticare quel gol di Giuliano Fiorini, a una manciata di minuti dalla Fine, grazie a cui è cominciata la riscossa. Perché essere della Lazio è come essere scozzesi in Inghilterra. Significa guardare alle cose in modo diverso, appartenere a un altro versante del pensiero, vedere più in profondità: scegliere, fin dal nome, la strada meno scontata (troppo facile essere di Roma e chiamarsi, guarda caso, Roma … che sforzo di fantasia! coltivando solo per questo, oltretutto, l’illusione, anzi la convinzione, meglio: la menzogna storica, di essere gli unici, autentici depositari della romanità … come se la Lazio non fosse nata ventisette anni prima e non avesse potuto, se solo lo avesse voluto, scegliere il nome e i colori della sua città). Per tutto questo, e tanto altro ancora, la Lazio è parte importante della mia vita, dei miei giorni, dei miei ricordi più cari: e guai a chi me la tocca!

Vibra così, sull’onda della commozione, lo spettro dei pensieri simultanei, intrecciati in un mirabile arabesco. Questo, Maestrelli mi ha fatto capire, di me, dentro il golfo del suo abbraccio. È stato come guardarmi allo specchio: tutto ciò che sono e sono stato. E ora mi arriva la percezione di ciò che è stata la Lazio per lui. Quanto grande e quanto importante. Si parte dal derby che Pulici, dopo uno splendido gol di Bruno Giordano, vinse da solo, parando l’impossibile, e che gli dedicò via radio a fine gara: il mister si chiuse in bagno tra i singhiozzi, sentendo vicina la fine; e infatti poche ore dopo perse conoscenza e poi morì. Gli dispiaceva di “tradire” i suoi ragazzi, di abbandonarli quando ancora lottavano per lui. Mi prende uno strazio indicibile. Sento tutto il suo dolore nel rimpianto: la dolcezza del ricordo e l’amarezza della nostalgia. Che brutto, che assurdo, che ingiusto, morire di morte prematura, senza aver potuto concludere il lavoro, sciogliere o annodare tutti i lacci di una vita. Quante cose erano rimaste sospese? Tante: troppe. I figli. La moglie Lina. Quella Lazio, che avrebbe potuto vincere di più. E un futuro come CT della Nazionale. Perché la vita non gli dava più tempo? Perché stroncava nel mezzo, sul più bello, quell’insieme così invitante di possibilità? Ed ecco poi, a ritroso, la gioia di Como per la salvezza del ’76; e, un mese prima, la disperazione, con conseguente malore in panchina, per il pareggio in extremis del Torino (proprio su autogol di Re Cecconi – che ora sorride ferito e smette di palleggiare), in quella che fu l’ultima partita di Giorgione con la Lazio; e le prime avvisaglie concrete della malattia, negli spogliatoi di Bologna (marzo ’75); e i Mondiali tedeschi del ’74, con il viaggio diplomatico per cercare di aggiustare i cocci del “vaffa” di Chinaglia a Valcareggi; e poi, finalmente, la luce meravigliosa di quel 12 maggio, l’emozione infinita del fischio finale, l’invasione di campo, lo scudetto portato in alto dai palloncini, e la scritta gigantesca ‘LAZIO campione 1974’ sugli schermi dello Stadio Olimpico. Quante emozioni! E vedo scorrere, come rapidissimi fotogrammi, decine, centinaia di gol: quelli di Chinaglia, di D’Amico, di Giordano, di Ruben Sosa, di Signori, di Gascoigne, di Casiraghi, di Salas, di Mancini, di Nedved, di Inzaghi, di Simeone, di Crespo, di Di Canio, di Rocchi, di Zarate, di Klose, di Immobile … e fra tutti emerge nettissimo quello vincente che Cecco fece al Milan, all’ultimo minuto, nel 1973 (è certamente lui che me lo sta inviando). E ascolto dentro me, ripetuti in sequenza, i diversi boati del pubblico: milioni di spettatori che hanno sofferto, gioito, amato, per questa maglia, squadra dopo squadra, generazione dopo generazione. E sento con orgoglio infinito l’essenza della Lazio, la sua anima, la sua entità storica e simbolica.

Mi sciolgo dall’abbraccio con il mister. Sembra durato ore: sono in realtà trascorsi pochissimi attimi. A questo punto Maestrelli sa: ha intuito, ha avvertito, ha capito, ormai, il mio desiderio più grande. 12 maggio 1974. Tornare a quel giorno. Rivivere, da adulto, quel sogno che mi sfiorò bambino. Non c’è bisogno di parlare: basta il linguaggio degli sguardi. Mi sorride e mi indica Luciano, che nel frattempo ha ripreso a palleggiare. Poi, ad un cenno del mister, Re Cecconi spara un campanile a tutta forza. Fintanto che la palla non ricadrà a terra, avrò il tempo per passare dall’altra parte. Maestrelli alza un lembo d’aria. Mi tuffo con coraggio, non so dove. C’è un muro di nebbia tutto intorno, poi un lampo di luce … E mi ritrovo a guardare il Tevere … dalla spalletta di Ponte Milvio. È una mattina luminosa e serena, l’aria profuma di fiori e palpita di pollini ondeggianti. Chiedo a una signora che passa: “Scusi, oggi che giorno è?”
“Domenica”.
“Sì: dico di numero”.
“Ne abbiamo 12: 12 maggio”.
“Grazie, buongiorno”.
Ci siamo. Sono nel 1974! Ecco, infatti, le macchine di allora. La 127, la 128. La Simca. La Prinz. L’A 112. La 2 Cv. L’Alfasud. La Ford Capri. C’era un bel traffico anche a quei tempi, non c’è che dire. E l’odore dello smog era diverso. Mi avvio verso lo Stadio Olimpico, sono quattro passi. Che strani i vestiti della gente: le camicie a fiori dai colori vivaci, accostati in modo improbabile, e dai colletti a punta spropositati … ed ecco i famosi pantaloni a zampa d’elefante! Molti uomini portano il borsello a tracolla di cuoio e gli occhiali da sole Persol. Qualche bella ragazza sguaina le cosce tornite dagli spacchi dei vestiti lunghi o, direttamente, dall’apertura delle minigonne. Belle rotondità femminili spiccano anche dalla pubblicità del jeans “Jesus” (‘Chi mi ama mi segua’); ma la maggior parte dei manifesti riguardano il referendum per il divorzio, previsto proprio per quel giorno. La folla comincia dal Foro Italico. Centinaia, migliaia di bandiere biancocelesti e tricolori, e stendardi, maglie, cappellini, poster, gagliardetti celebrativi. Tra i gadget più curiosi, il portachiavi a forma di “gobbo” (come i romanisti, schiumando rabbia per i ripetuti gol subiti al derby, chiamano Chinaglia). Mancano quattro ore alla partita e sono già tutti intorno allo stadio. Euforia diffusa da grande evento. I clacson delle macchine. I cori che serpeggiano. I battiti di mani, i tuffi al cuore. Sale la tensione allo stomaco, ogni minuto di più. Molti hanno l’ombrello aperto per proteggersi dal sole che comincia a picchiare. Mi infilo nella calca. C’è gente che è qui dalle cinque di mattina. I quarti d’ora passano lenti come lumache. Man mano che scorre il tempo, la folla ammutolisce – anche per il caldo – e sfuma la voglia di scherzare. Sono preoccupato per il biglietto: non ho soldi in tasca, giusto qualche spicciolo di euro … ma qui si paga in lire. Come farò?
E aprono i cancelli. Migliaia e migliaia di persone si riversano nello stadio. Oltre i controlli si affrettano, corrono verso le scale di accesso alle tribune, per accaparrarsi i posti migliori. C’è chi spinge da dietro: urla e imprecazioni. I celerini intimano di stare calmi, di non accalcarsi. Fermo un inserviente dello stadio e gli chiedo se mi fa entrare senza biglietto, ché so come finisce la partita.
“E che, vieni dal futuro? Chi sei, Mandrake?”, mi chiede con la faccia paragula.
“Beh, in qualche modo …”
“Ma vattene, va”, e si allontana.
Ci resto con un palmo di naso e poi gli urlo di rimando: “… comunque vinciamo 1-0 con gol di Chinaglia su rigore al sessantesimo, per fallo di mano del foggiano Scorsa. Il rigore verrà battuto sotto la curva Sud”.
Qualche tifoso mi sente e quasi vorrebbe aggredirmi (“Se’, senti questo. Solo 1-0! Aho, ma niente niente fossi della Roma?”), mentre qualcun altro interviene in mia difesa (“E perché, 1-0 non basta? Vinciamo e siamo campioni! Campioni! Campioni!”).
Dopo un po’ di appostamenti e tentativi, approfittando di un momento di massima calca, riesco a infilarmi in un varco e a farla franca col biglietto. C’è evidentemente una speciale protezione di fortuna che mi favorisce: dovrò quindi stare più tranquillo. Mi affaccio sul catino dello stadio dai distinti Sud (li ho scelti per vedere meglio il rigore decisivo).

Lo spettacolo dell’Olimpico è a dir poco strabiliante. Gli spalti sono già quasi gremiti. Un oceano di bandiere: lo specchio limpido del cielo. Nel giro di un’ora è tutto pieno in ogni ordine di posti: saranno oltre ottantamila spettatori. L’inizio della partita si avvicina, e sale l’emozione ancor di più. Esce il presidente Lenzini e fa un giro d’onore beneaugurante, salutando e ringraziando il pubblico laziale.

LENZINI-OLIMPICO-BANDIERE
Poi, ecco – finalmente – l’ingresso delle squadre in campo, mentre lo speaker legge le formazioni di Lazio e Foggia, riprodotte anche sui tabelloni. I giocatori sono annichiliti, guardano increduli le infinite bandiere sventolanti. Ecco Pulici, completo nero alla Jashin, con il suo classico rito prepartita (va a togliere le “ragnatele” dagli incroci della porta). L’arbitro è il Signor Panzino di Catanzaro.
Calcio d’inizio. E via, per sempre, verso il tricolore.

Il gioco appare fin da subito bloccato. Il Foggia si gioca la permanenza in Serie A e dà fondo ad ogni residua energia. La Lazio appare stanca, scarica, sopraffatta dalla tensione. Fa anche molto caldo. La partita è brutta, ma a un certo punto potrebbe sbloccarsi: Vincenzo D’Amico spara un diagonale che centra il palo alla sinistra di Trentini, il portiere del Foggia! Finisce il primo tempo con un logico 0-0, e qualcuno nutre  preoccupazioni. La ripresa, dopo un intervallo che sembra interminabile, inizia con Martini che s’infortuna alla spalla e deve uscire. I tifosi laziali, notoriamente pessimisti, interpretano l’episodio (dopo il palo di D’Amico) come un segnale infausto. Ma si avvicina il quarto d’ora, ed io sono sempre più attento, perché sta per arrivare il momento decisivo. Non voglio perdermi la scena: devo gustarmela fino in fondo. È questa l’azione? … no, ancora no. Forse ora … no, neppure ora. Ma quando arriva? Mi viene a un certo punto il sospetto che la storia possa andare diversamente, modificata magari dalla variabile “impazzita” del mio arrivo dal futur … No, ecco, eccolo: il cross dalla sinistra intercettato con la mano dal difensore del Foggia. È rigore! rigore! La gente urla e si abbraccia isterica, non vedo più niente. Tutto come previsto, dunque. Si placano per rassegnazione le proteste vibranti dei foggiani. Chinaglia sistema con cura il pallone. Sullo stadio cala un silenzio irreale. Molti si voltano per non vedere. Questo rigore, lo so, non verrà certamente ricordato per lo stile di esecuzione: ma per la sua importanza. Ecco la rincorsa di Chinaglia: gooolll!!!

L'ANNUNCIO DEL FIGLIO DI CHINAGLIA, MIO PADRE E' MORTO

Tiro rasoterra, angolato e lento, alla destra del portiere. Boato pazzesco e delirio. Vedo facce in trance e occhi gonfi di lacrime. Un’emozione difficile da contenere. I giocatori corrono ad abbracciare Maestrelli. Il gioco riprende a stento e il Foggia si getta subito all’assalto. Batti e ribatti, le azioni sono confuse. La Lazio ha la lingua di fuori e in qualche frangente rischia pure qualcosa, il pubblico rumoreggia inquieto. Ma la difesa, guidata dal grande capitano Pino Wilson, fa sempre buona guardia. Espulso Garlaschelli: non ci voleva. Gliela facciamo comunque. E il tempo non passa mai. Mancano dieci minuti. Poi cinque. Poi tre. La gente non sta più nella pelle. Aumentano gli applausi, gli incitamenti. Si percepisce che ormai è fatta, che “sta per accadere”. Il pubblico si accalca ai bordi del campo per l’invasione finale. L’arbitro fischia e tutti equivocano, pensando alla conclusione. L’invasione viene respinta con rabbia dai giocatori, si teme una squalifica. Il gioco riprende per qualche attimo ancora, poi è davvero la fine. È un boato immenso e un applauso lunghissimo. La Lazio è campione d’Italia, ecco la scritta sui tabelloni. Uno scudetto gigante sale in cielo trainato da decine di palloncini bianchi e celesti. L’orda festante irrompe in campo, i giocatori fuggono disfatti e felici, ma vengono raggiunti, abbracciati e letteralmente spogliati. Maestrelli è portato in trionfo. Nessuno vorrebbe andarsene, abbandonare gli spalti, lasciare quel momento magico: che possa durare per sempre. C’è una luce bellissima, color oro, di tardo pomeriggio primaverile, che piove obliqua dal cielo sereno di Roma. Guardo con struggimento lo spettacolo, ancora una volta, e poi imbocco le scale. La gente corre, ubriaca di gioia. Ecco i primi caroselli di macchine, con le bandiere al vento.

Non so dove andare. Decido di raggiungermi a casa, prima di tornare nel mio tempo. Ci metto due ore, dallo Stadio Olimpico al quartiere Tuscolano. I mezzi congestionati, il traffico impazzito. Ecco il mitico 85 a due piani, modello “swinging London”! Eccomi, mamma e papà: sto arrivando. Imbocco il portone, aperto fortuitamente da un inquilino che esce. L’ascensore. Il quinto piano. Ecco la porta di casa mia. Mi avvicino e ascolto le voci di dentro. Le percepisco distintamente. Mio padre, mia madre … mio fratello … e la voce di un bambino: io.

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Starei per suonare il campanello, ma proprio in quell’istante sento la forza di un gorgo che mi inghiotte in una luce …

E mi ritrovo sul prato. Piove. Il “maestro” e il “re” sono scomparsi.

C’è solo un vecchio pallone sgonfio ai miei piedi, che non rimbalza più.

Marco Onofrio

19 agosto 2019: Marco Onofrio, con “Energie”, ai Giardini di Castel S. Angelo – Roma

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NARRAZIONI CONTEMPORANEE

a cura di EdiLet – Edilazio Letteraria

Tre autori in dialogo:

Marco Onofrio, con “Energie”
Paolo Balestri, con “L’asincronia del tempo”
Valerio Mattei, con “Lo Sciamano”

intervistati rispettivamente da:
Maria Serena Felici, Tiziana Flecchia, Mariarita Pocino

Letture di Angelo Blasetti

Musica dal vivo

lunedì 19 agosto 2019, ore 21,30
Letture d’estate
Giardini di Castel S. Angelo – ROMA

“A parte i colori”, racconti di Palmira De Angelis. Lettura critica

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Questo secondo libro di racconti di Palmira De Angelis, dieci anni dopo il felice esordio di Ultimo banco, è bello anzitutto perché ben scritto. E non è poco; in tempi di sciatteria letteraria istituzionalizzata, riporta in auge la scrittura come “composizione” equilibrata di elementi: contenuti, dettagli, simboli, sfumature, orchestrazione sinfonica dei periodi e “alchimia musicale” nell’incontro delle singole parole. Insomma, un prodotto narrativo consapevole dove finalmente la scrittura non gira a vuoto su se stessa intorno a un cardine inconsistente, ma nasce dalla Vita come estratto quintessenziale dell’esperienza.

Qualcuno ha coniato il neologismo “scrivivere” per segnalare la necessità assoluta di scrivere che impregna e impegna la vita di uno scrittore: la sua vita “è”, integralmente, la scrittura. La scrittura della Vita, rivissuta, pensata e immaginata a partire dalla propria esperienza. Quelle cose, chi scrive, non può non dirle: lo scelgono per dirsi e lui se ne fa strumento pur di portarle alla luce.

A parte i colori (Ensemble, 184 pagg., 15 euro) racchiude in volume 15 racconti che nascono dalla Vita: la vita di Palmira De Angelis e di ognuno di noi. Della Vita l’autrice ci fa sentire tutto il lato problematico: l’impaccio, lo sgomento, lo sconcerto, la vergogna di essere, e i tentativi spesso patetici di arginare il vuoto e oltrepassare il dolore, ingegnandosi per essere felici. Sono racconti che spesso nascono da “qualcosa di luttuoso”: una “sensazione di tetraggine” e di paura, “come trovarsi sull’orlo di un burrone” verso uno “sprofondo di morte”. C’è qualcosa di non detto perché indicibile, un “trauma originario” di cui il racconto è reperto e risvolto, ellittico del suo nucleo di verità. Una frattura del tempo che ha prodotto lacerazioni invisibili e permanenti: dopo di allora nulla è più stato come prima.

La Vita grazie a Dio è ricca di cose bellissime (l’autrice lo sa: “c’è anche la gioia”, scrive nelle ultime pagine del libro), ma qui dispiega il suo “fado” e il pensiero stesso della sua musica soprattutto come sforzo, patimento, afflizione, immensa fatica e noia del suo trito grigiore.

E quindi leggiamo:

“Vissero felici e contenti: ci si ferma sempre qui nelle favole perché non puoi mica raccontare tutto il tran tran delle giornate”;

“C’erano stati solo giorni e giorni, tutti uguali, giorni che erano l’unità di misura della sua vita, uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, come tanti vagoncini di un trenino merci pieni fino all’orlo, di un trenino veloce che non si fermava mai”;

“Uscivi la mattina e tornavi la sera. In mezzo c’era la vita. Quand’è che s’è spezzato, s’è rovinato tutto?”

In mezzo, appunto, c’è la Vita, che ci scorre davanti agli occhi mentre siamo sempre impegnati a fare qualcos’altro, e che ci sfugge come il ricordo di un sogno lontano, dai contorni imprecisabili. Ed è qualcosa di imperfetto e di incompiuto per tutti: “come una frase cominciata e lasciata a metà”. E ancora: “un discorso che comincia bene e poi all’improvviso s’ingarbuglia”.

Da una parte le aspettative, dall’altra la dura realtà. Inganno e disinganno. Speranza e disperazione. Il mondo delude le nostre aspettative, con la sua realtà furente e feroce “di schifo, di furbi, di puzza e di rabbia”. Il mondo creato dagli esseri umani, beninteso; non la rerum natura, con la “magnifica gloria di ciò che è vivo, immutabile ed eterno”. Per capire l’atrocità dell’uomo, traumaticamente percepita alla luce della sensibilità poetica, c’è una immagine indimenticabile: i pesci che agonizzano al supermercato. «I pesci non erano morti del tutto, avevano la bocca aperta e l’occhio fisso, ma le branchie si muovevano, si aprivano e si chiudevano piano piano. (…) Poi c’era un pesce lungo e nero, come un’anguilla, che ogni tanto provava a srotolarsi, chissà, forse provava a scappar via. (…) Una strage in piena regola. La gente vuole essere sicura che il pesce è fresco, ma è come guardare un condannato a morte mentre viene giustiziato».

Qual è la soluzione? La risposta dello spirito, cioè la Poesia: il vascello fuori posto (un modellino che al supermercato ha funzione pubblicitaria ma che nessuno guarda) viene rubato dai due ragazzi protagonisti dell’omonimo racconto (“Il vascello”), e riportato al “posto d’onore”, cioè nell’alveo della sua “inutile” e per questo autentica bellezza. E dunque: ricollocarci al cardine delle cose essenziali, proprio nella misura in cui il mondo ci trascina altrove.

L’esistenza delle persone è un ciclo inconcludente, segnato dallo sforzo vano: come quello dei tassinari molisani a Roma (sintetizzato nel racconto “I giorni della merla”: una vita ad ammazzarsi di lavoro, per poi arrendersi al cancro) o emblematicamente rappresentato dalle fotografie dei turisti, incorniciate nei salotti del pianeta per mostrare “come si era una volta, prima di ingrassare, dimagrire, prima di ammalarsi”.

Ecco il silenzio dello spazio quotidiano, lo spessore del tempo, gravido di pensieri e ricordi: “In cucina si sentiva solamente il motorino del frigorifero che ripartiva e dopo un po’ si rispegneva, e in queste giornate di tramontana la porta che ogni tanto sbatteva piano”. E quindi l’attitudine all’ascolto che caratterizza i personaggi: “ascoltava ad occhi chiusi tutti i rumori”, si legge ad esempio a p. 38. Che rapporto c’è tra il silenzio della casa e il silenzio della Storia? È sui fondamenti invisibili di questo vuoto che si crea il mondo, e noi ne siamo coinvolti fino a consumarci di “resistenza”.

Il cuore di ognuno di noi è ingombro di fantasmi, e a un certo punto scocca l’insight, la rivelazione, il pensiero che “si affaccia” improvvisamente tra le pieghe del quotidiano, magari mentre si è seduti al tavolo della cucina e si puliscono gli spinaci da lessare per la cena. Dunque si leggono frasi come “all’improvviso ho visto, ho veramente visto”… “gli tornava in mente ora”… “le tornavano in mente le cose del passato come fossero di un’altra vita”… “le è venuto in mente all’improvviso, mentre era sull’autobus”… La vita interiore domina le azioni dei personaggi: è una forza incontrastabile a cui la coscienza deve sottostare: “non poteva evitare che rapidissimamente gli passassero davanti agli occhi le scene”.

Il passaggio dalla Realtà al Sogno, che questi racconti continuamente articolano, parte da uno stato permanente di macerazione (cioè di scansione analitica del tempo attraversato) per arrivare, semmai, alla fosforescenza fuggevole della rêverie, dove può ancora sopravvivere – come in una riserva – l’incanto del mondo immaginario. Sono personaggi, soprattutto le donne, a cui piace pensare e fantasticare. “Penso e ripenso” potrebbe essere il loro slogan. Per esempio, a p. 29: “Questo le succedeva anche quando era ragazza e andava a scuola. Anzi, andava male a scuola proprio perché il pomeriggio, quando doveva fare i compiti, non riusciva a smettere di pensare”. Ed ecco, ancora, la definizione della “lettura divagante”: “È che quando mi metto a leggere la mente comincia a vagare e dopo due ore che sono lì seduta con il libro in mano sono avanzata sì e no di cinque pagine. Ogni parola del libro diventa la prima di un discorso mio che continua, parole mie, i miei pensieri che se ne vanno a spasso”. Questo sono, anche, le parole così come le usa Palmira De Angelis nei racconti: porte girevoli che socchiudono scenari sulla complessità umana dei personaggi, sul loro destino, sulle storie di cui si accenna e si lascia appena intuire. Ad esempio il divano comprato, con le cambiali, nel lontano 1969: “Francesco al liceo non poteva invitare gli amici a casa per quel divano vecchio che avevate, di finta pelle rossa con le molle rotte”. Basta un dettaglio per evocare un mondo. Da cui l’attenzione ai minimi particolari, l’importanza decisiva dei “fattori invisibili all’occhio” che si rendono visibili grazie alla capacità di saper cogliere gli “indizi” e di “frugare bene tra le verità sepolte” per capire “il perché”.

La verità delle verità, però, resta sempre irraggiungibile: “rimestare nel passato. Per trovare i collegamenti, le cause. Ma più guardi indietro e più dimentichi. Più ci pensi e più tutto cambia”. Per questo Palmira De Angelis ripudia la prospettiva del narratore onnisciente e predilige la struttura “aperta” di una narrazione mai apodittica o viziata di prospettivismo, da cui il lettore uscirà con più domande e meno risposte di prima. La Vita stessa è soggetta all’imponderabile, in una dimensione fluida e precaria dove la fine delle cose è sempre in agguato. Ogni attimo passa per sempre e non ritorna, come scopre con rammarico il ragazzo che allo stadio di Londra, durante Arsenal-Fiorentina 0-1 del 1999, si lascia sfuggire il gol decisivo di Batistuta, e “intanto pensavi che se fossi stato a casa, davanti alla TV, l’avrebbero rimandato subito il gol, quattro o cinque volte, da tutte le prospettive”. Meglio esserci e vivere dal vivo, sia pure con limiti percettivi, o avere della realtà un’esperienza completa ma artificiale (come quella dell’immagine televisiva)? Meglio – senza dubbio – esserci autenticamente, a costo di un’esperienza labile e parziale! Meglio essere allo stadio! Cioè, immergersi nel pathos della Vita in fieri, in attesa del kairòs, l’attimo fuggente e decisivo come un gol, grazie a cui la vita cambierà… oppure no.

A questa imperfezione costitutiva del reale si contrappongono le virtù riparatrici e medicamentose della Poesia, intesa come Poìesis, attività estetica di ricomposizione delle forze del mondo attraverso l’armonia dei suoni. Per questo è possibile parlarne anche in sede di narrativa: a prescindere dal fatto che anche la prosa è una “scatola di suoni” soggetta a regole metriche e ritmiche, Palmira De Angelis dà una perfetta e forse inconsapevole auto-definizione della propria scrittura quando, nel racconto “La signorina Rubì”, mette in scena una inedita e appartata poetessa, ammiratrice di Guido Gozzano, alla costante ricerca della “parola che s’accorda col suono”, legata e piegata al ritmo di un’idea, per cui il tono deve essere colloquiale, il fraseggio compiuto e melodioso, la visione chiara: “tutto deve essere dato, con immediatezza e con semplicità”. La leggerezza nasce da un lavorio intenso e nascosto che ricorda lo “stile dell’anatra” di Raffaele La Capria. Così è, di fatto, la scrittura di questi racconti.

Epperò Poesia è anche “scavare tra una parola e l’altra piccole trincee” dove lasciar trapelare brividi e palpiti inquieti, e soprattutto rovistare tra le immondizie alla ricerca della perla, convinti che proprio là è possibile trovarla. Così anche la realtà caotica di Roma – declinata attraverso toponimi come Testaccio, Castro Pretorio, Piazza Vittorio, Villa Borghese, Tiburtina, Nomentana, Tuscolana, etc. – trova, nonostante il degrado, la sua appassionata trasfigurazione poetica: “E questa è Roma. (…) Ed è amore che sente. Non è lei stessa la prima ad esserne sorpresa? Ama l’aria fresca dopo il caldo afoso nella metro. Ama le automobili, gli autobus, i turisti che ingombrano il marciapiede (…) le colonne antiche sdraiate sulle pietre antiche, i piccioni, l’arco di Costantino, tutto”. In quel “tutto” c’è ogni altra parola dicibile e l’accordo mediante cui entrare in consonanza, perché apparteniamo insieme al mondo umano. E nell’incognita delle occasioni può nascondersi tutto il bene o il male che ci attende, e non potremo mai sapere come sarebbe andata se invece… o come sarà dopo la fine delle storie… un po’ come al cinema quando il film è finito e sei già ai titoli di coda, mentre la gente si alza per tornare alla realtà.

Non è chiaro, insomma, se il timone della vita è nelle nostre mani o tutto accade per conto suo: “Tutto è diverso, eppure tutto è uguale. Non cambia niente. O forse no”. Il libro conclude, peraltro, con la consapevolezza di un tempo meno irreversibile. “Questo ho capito. Si può cancellare e riscrivere. Cancellare e riscrivere”. Come quando si compone un racconto al computer, il che ci dà speranza. È forse in questa capacità di rispecchiamento reciproco tra Letteratura e Vita il valore umano più importante di “A parte i colori”, e uno dei motivi più validi per leggerlo.

Marco Onofrio