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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu

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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

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“La facitrice”, di Ilda Tripodi. Lettura critica

facitrice

La seconda silloge poetica di Ilda Tripodi (La facitrice, Soveria Mannelli, Iride-Rubbettino, 2021, pp. 112, Euro 12) regala alla curiosità dei lettori – già instradati dal convincente esordio de L’anima gioca (2007) – un libro multanime, potente, ricco di sfaccettature, in dialogo con l’Esistenza, tra Natura e Cultura annodate entro e oltre la cornice universale della Storia. Talento confermato, dunque, ma c’è di più: Ilda Tripodi mostra già di essere matura per diventare una delle voci più autorevoli della nuova poesia italiana. Fin dalla prima lettura del libro si impongono alcune parole-chiave, a configurare un quadrante energetico che magnetizza e irradia significati: coscienza, conoscenza, libertà, verità. E al centro – equidistante – c’è la Grazia, che sostanzialmente è la capacità di saper capitare, di aderire al Mistero che si nasconde per scaturire nel miracolo della sua imprevedibile rivelazione. La Poesia, come l’Amore, è il luogo della verità che si rivela; e infatti sia l’Amore che la Poesia non tollerano di subire violenza. I poeti sono innamorati del mondo e, come gli innamorati, “vedono vicino le cose lontane”. Da questa predisposizione di dolce abbandono nasce il dono: sciogliere le resistenze, come quando si nuota, e affidarsi all’onda della vita. Proprio dalla disponibilità a bagnarsi e “sporcarsi” di vita, lasciandosi impigliare dalla rete plurisensoriale del frangente, è possibile avvertire la potenza della creazione che incalza, e così “io dimentico / la parola che volevo dire”. Il Sogno, infatti, è più forte e originario della metrica, cioè delle capacità ordinatrici della ragione umana. Dinanzi all’alterità perturbante del Mistero, il pensiero è solo una carretta del mare che imbarca “acqua acqua acqua”.

La parola poetica è lievito del mondo, poiché lo estende, lo approfondisce, gli consente di ricrearsi e respirare meglio. “I poeti hanno il nome delle cose che cantano”, e infatti diventano ciò che vedono e dicono. Sono facitori: terminali estremi e supremi della Creazione cosmica. Un po’ allievi e un po’ maestri: obbediscono e impongono. Le parole “sintetizzano / lo sforzo di restare immutati”, cioè di resistere al tempo che tutto divora. Ma più si approfondisce il Mistero e più le parole sono tremendamente inefficaci. Nota opportunamente Corrado Calabrò in Postfazione: «anche quando attinge un esito che per il prosatore sarebbe accettabile, il poeta rimane intimamente insoddisfatto perché sente, “sa”, di non essere riuscito a far percepire il flash di bellezza da lui intravisto con la stessa intensità, la stessa forza rivelatrice che l’hanno abbagliato. Non riesce, il poeta, a “rinominare”, vale a dire a rigenerare nell’impressività primigenia, le cose del creato, quelle visibili e quelle invisibili, le pulsioni profonde di quell’altro io sconosciuto che è dentro ognuno di noi e che anela a dare un segno della sua presenza». Scrive a tal proposito Dante Maffìa: “Il lievito delle parole / fa crescere il mondo, io però non trovo / che frasi fatte / e t’inseguo maldestro”. E l’altro Dante, in una terzina del I canto del Paradiso: “Vero è che come forma non s’accorda / molte fiate a l’intenzion de l’arte / perch’a risponder la matera è sorda” (vv. 127-129).

La centratura delle forze che abita il “grembo del tempo” vede la purezza dell’origine accompagnarsi con la zavorra della “solfa”, cioè la trita e grigia ripetizione che fa, del tempo, storia di sempre, ed è per questo che “bisogna ricominciare tutto / daccapo”. Scrive Ilda Tripodi: “Parole. / Parole nelle parole. / Cerco di liberarmi dalle parole. / (…) Restituitemi il silenzio. / Il silenzio era mio nonno. / (…) Lui pregava muto”. Il silenzio contiene tutte le parole e sta alla loro imperfezione come il sole alle “ombre riflesse” delle cose reali. Dalla totalità del silenzio irradiano gli archetipi di cui ciò che vediamo con gli occhi di carne è soltanto pallida copia. Certo, il mito della caverna, e un platonismo (fin dalle prime due composizioni del libro) che la dice lunga sulla vocazione metafisica dell’autrice, talora anche come dichiarazione di ricerca teologica: “Tutto in tutti. / L’eccedenza d’amore è la mia fede. / Ti cerco Dio / ma soprattutto ti penso”. La Poesia favorisce il “transito agli assoluti” che punta gli “elementi persistenti” del Mistero a cui dare la caccia, per stanarlo dai segreti dedali dove si nasconde. Ma forse si scioglierà spontaneamente quando le due Morgane dello Stretto “s’addormenteranno / faccia a faccia / con le mani condivise e giunte”. Allora emergeranno le infinite stratificazioni del mare, i suoi tesori sommersi, i suoi “immensi depositi di sale”.

Ilda Tripodi ha, appunto, questa sua tipica poetica degli strati: “ad ogni strato / corrisponde un passaggio” attraverso cui il divenire compone e scompone figure. Guardando il mondo dall’osservatorio privilegiato di Reggio Calabria, in uno scenario di spettacolare bellezza dove lo stupore delle Origini abita ancora “presso giganti e montagne”, può recuperare una dimensione mitica e aurorale che, sintetizzando echi biblici ma anche greco antichi, le fa scrivere a un certo punto: “In principio era il verbo, / il verbo era presso la bocca dell’infinito / e il verbo era la bocca dell’infinito”, cioè la parola-abisso, la parola-vuoto che dice l’immensità dell’Àpeiron di Anassimandro. Anche se, forse, il Sud “è un trapianto di memoria / non riuscito” che rende ormai inattingibile l’armonia perduta, è innegabile il bagaglio di cultura classica che anima organicamente questa Poesia, non solo sul piano dei contenuti ma anche per lo stile formulare fatto di riprese, ripetizioni, cadenze epiche e gnomiche dove si percepiscono le sterminate letture assimilate in carne, sangue, respiro – attraverso le stratificazioni che soggiacciono alla pagina. Antigone. Medusa. Odisseo. Ci si chiede ad esempio: Itaca o il mare aperto? Entrambi, sussurra la probabile risposta, perché riemergono puntuali dalla conquista del termine reciproco: quando si è in mare aperto, si ha nostalgia di Itaca; quando si torna a Itaca, si ha di nuovo nostalgia del mare. La parola mediterranea (che appunto “sta in mezzo alla terra”) dopo la traversata di Odisseo è destinata all’erranza perenne: “tocca porto / ma prende di continuo il largo” anche se la poesia resta, con Paul Celan, una sorta di ritorno a casa, un modo di riprendere se stessi.  

La scrittura de La facitrice entra in risonanza con il naturalismo aitiologico e ilozoico dei filosofi presocratici, e quello panteistico dei rinascimentali – tra cui i calabresi Pitagora, Telesio, Campanella. Lo sguardo di Ilda Tripodi penetra così profondamente nell’essenza dei fenomeni da estrarne la “storia latente” e leggi universali come: “Caos furtivo / Cosmos dissimula” dove il soggetto del verbo può essere sia il Caos e sia il Cosmos, con lettura ambivalente. È il Caos che nasconde il Cosmo (cioè l’ordine armonico) o viceversa? Di entrambi abbiamo contezza, poiché sottoposti al destino della dissolvenza che regola le cose terrene: inutile illudersi o negare le “scomparse” continue, la verità è che tutto si scioglie nella consunzione e “il domani / viene sempre troppo presto”. Anche i cieli sono “irreplicabili”, ma a pensarci bene ogni singolo istante è unico e irripetibile, non tornerà mai più. “Tutto ciò che so / me lo ha insegnato il vento” ammette la poetessa. Per questo l’uomo è “stanco di morire” e dire addio. La poesia è una voce che vuole e anzi deve rispondere al grido che sale dal silenzio della Natura e della Storia, esplorando l’oblio dei loro drammi sepolti.

C’è un punto di snodo tra la vocazione metafisica e quella etica-civile discretamente sottesa anche alle poesie di chiara impronta filosofica, ed è la citazione dal primo stasimo dell’Antigone di Sofocle: il celebre “Pollà ta deinà”. Molte le cose straordinarie (ma anche: terribili, potenti, inquietanti), eppure niente più dell’uomo. La realtà è straordinaria (terribile, potente, inquietante) sia nell’ottica della perennità – il Mistero, il Mito, la divinità – sia in quella della storia, ed entrambe le dimensioni sono espresse dall’indecifrabile silenzio: “La parola ha sbandito i segni / e il desiderio di interpretare il silenzio. / Questo è il dramma della storia” . Molte delle poesie di Ilda Tripodi nascono da uno sconcerto per il mondo contemporaneo, un disincanto che la porta ad avere sfiducia nel futuro (“non credo più / nei nuovi raccolti”), fino a scrivere: “Ho perso la fede / nelle cose più ovvie”. Da sempre, sì, “gli uomini sono forbici / che cercano la carta. // Gli uomini sono forbici / che trovano il sasso”, ma oggi più che mai “ci hanno sottratto la ragione / ci hanno privato delle ragioni”. Non abbiamo più l’asse fondante dei valori, per cui “la verità / è una fatica” mai così ardua – come stiamo drammaticamente sperimentando con la pandemia. La speranza vorrebbe trovare un punto fermo, una “pietra serena” per “provare a ricominciare / insieme a tutti voi”, scrive Ilda Tripodi, ma “dove posso incontrarvi / se non esistono più luoghi / se vi ritrovate in spazi / che non esistono”, come i nonluoghi teorizzati da Marc Augé?

Dunque la poesia è anche “una linea che lascia apparire / tutto il nero sottostante”, cioè gli errori e gli orrori che incistano nei sepolcri imbiancati di ipocrisia, laddove – malgrado millenni di lotte civili – l’uomo continua a estinguere “l’uomo / con la forza dell’uomo”. È, ancora e sempre, il “mondo offeso” di cui scriveva Elio Vittorini, il mondo dove impera il sistema perverso che oltraggia la dignità e la libertà delle persone, e dove se “l’offeso” è “diverso / sta ancora fuori dalle cose”: non viene neanche percepito come tale.

La magia della parola poetica di Ilda Tripodi è la potenza sorgiva che le consente di accendere e spegnere “frammenti di senso” sia nel dialogo con l’anima, fluente a mo’ di risacca che “ad ogni suo ritorno / chiede chi sei”; sia nel dialogo con gli abissi della storia e della civiltà. E di affrontarli come le facce complementari di un unico discorso, quello stesso che ci dà luce e ci rende umani. Anche nell’esigenza umanistica, oggi sempre più urgente, di tornare ad esserlo.

Marco Onofrio

“La parola esclusa”, di Giuseppe Bova. Lettura critica

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La poesia di Giuseppe Bova nasce dal bisogno umanissimo di inseguire il Mito ai bordi della sua stessa eternità, facendone echeggiare i riverberi, i riflessi antichi e suggestivi, nella narrazione archetipa dell’esperienza: «Vorrei raccontare» – scrive in limine al libro La parola esclusa (Reggio Calabria, Iiriti Editore, 2003) – «come ho scoperto il mare». Non solo il mare d’acqua salsa che dialoga con gli oceani del mondo, ma anche ovviamente il mare del tempo, dell’amore, della vita. E appunto ai bordi di questa dimensione nascosta ma eternamente presente, deputata a custodire i lacci del mistero a cui siamo e ci troviamo incardinati, si dirama una duplice visione del mondo: quella che si attiene alla natura, abbandonandovisi con dolcezza e commozione; e quella che viceversa cerca di trascendere la natura, resistendole per catturarne l’ultimo segreto. Da una parte l’anima, fluida e femminile; dall’altra lo spirito, tagliente e maschile: a determinare la maggiore o minore fiducia nella dicibilità dell’esperienza, e la consapevolezza che la parola è comunque esclusa dalla verità, non può mai raggiungerla in quanto “parola”, nel limite umano del suo essere relativo (quella parola), poiché la verità appartiene all’assoluto del silenzio che racchiude e origina tutte le parole possibili. Ma è la verità stessa che esclude la parola, per consentire all’uomo la ricerca senza fine attraverso cui intuirla ai confini dello sguardo, oltre l’orizzonte. Scrive Bova: «una risposta è sempre da venire. / Domani sarà ancora un’altra tappa / e andremo sempre avanti per capire», giacché il «mistero dei secoli» è sepolto «sul fondo» del mare, e «il fondo non si tocca / con la mano».

Nella cultura ebraica la parola è centrale rispetto alla cosa, anzi: la parola è la cosa, dal momento che Dio crea il mondo parlando (e Bova scrive «Il suono / avrà sostanza di Creato»). Nella cultura greca, invece, la cosa (cioè la φύσις, ovvero la natura) è centrale rispetto alla parola: “sema” significa “segno” ma anche “tomba”, cioè presenza vicaria di un’assenza, testimonianza imperfetta di ciò che esiste e dunque esclusione dalla pienezza del vivente. La parola come mondo e/o come suo imperfetto riflesso. Bova dà udienza a entrambe le concezioni, incarnandole nelle due pulsioni fondamentali della sua poesia, magistralmente lumeggiate da Antonio Piromalli in prefazione: trascendenza e terrestrità. La trascendenza nasce dal sentirsi esclusi e distonici, la terrestrità dal sentirsi inclusi e sintonici. E Bova le vive con reciproco scambio di attributi, per cui la trascendenza ha sempre accenti di concretezza e la terrestrità non manca mai di essere a suo modo spirituale. C’è un momento in cui le due pulsioni sono percepite in parallelo, sia pure in prevalenza della prima:

Sfuggire alla terra che mi attira
toccare le cime alte del pensiero.

Se da un lato, così, il poeta obbedisce allo slancio metafisico, cioè all’«urgenza di sapere / di toccare / di sfondare la porta del mistero», dall’altro estende la sua coscienza creaturale, centrata sulla forza di gravità, per riconoscersi fibra dell’universo nella misura in cui armonizzato, osmotico, uno con tutte le cose: «La roccia si spacca / ed è il mio sangue che sgorga». Può dunque affermare: «Sono / un albero / che vive sul dirupo / che vede su ogni fondo / la sua fine». Come salvarsi dall’abisso? Allungando le radici. «Stringersi / le mani / sulla terra / per trovare / le parole / d’amore. / Questo è / il segreto / di ogni nostro / resistere / alla morte». Un patto d’amore e resilienza di leopardiana memoria: allearsi e far fronte comune per rubare terreno alla morte, il «resistere estremo / sulla barricata». Le parole lasciano filtrare, come crepe su un muro, le trame della luce perduta, e riescono a recuperarla anche dopo che ha smesso di splendere.

Il mondo, purtroppo, è abitato da «anime nere» che trafficano «parole inutili» senza contezza né rispetto della potenza mitica e storica di cui ogni parola, creando la realtà, si fa intima portatrice. La poesia, ai loro antipodi, è una via di purificazione e chiarificazione («Quello che non capivo ora si fa più vero») grazie alla quale ci si cava «dallo sbattere quotidiano» e dai suoi velenosi frastuoni («a volte mi ritiro in una stanza / a cercare il silenzio»): uno «specchio / d’aria pulita» dove si disvela il «contatto estremo», cioè l’essenza ultima delle cose e del proprio rapporto col mondo: «Leggo carte che scavano cortecce / e vanno fino al cuore di ogni tronco». Occorre l’«ostinato credere» con cui il poeta oltrepassa, usando gli occhi dell’anima, la propria finitezza per tentare di amare «con la pelle di Dio» la Luce della «tremenda oscurità», ossia il Mistero da cui tutto emerge e in cui tutto viene, da ultimo, inghiottito. L’atto poetico, riecheggiando il non omnis moriar di Orazio, è anche uno strumento di ribellione al pensiero «d’esser stato / un decimiliardesimo di occhi / sul corpo inavvertito della terra», una minuscola e risibile «formica tra i mille camminamenti». La poesia ha questo potere perché è una potenza originaria e incontrollabile, un «fiume di corrente seminale»:

Questa è la poesia.
Un fiume di parole
per seminare i sogni.

Ma non si ordina alla parola poetica, altrimenti muore «appena nata». È la parola, anzi, che ordina e “ditta dentro” al poeta, pesando in volo la sua luce: «trascinata è l’idea / che il sangue irrora / per vie d’inquietudini». Non un gioco di prestigio, dunque, ma un mandato di rivelazione. La parola è la chiave che apre lo spazio della sacralità. Senza questo fiato caldo essa «si accorcia»: «suonatore e strumento / vanno insieme». Il poeta, dunque, suona ed è contemporaneamente suonato dal proprio strumento. Il suo sguardo coglie «lo spunto di un’origine / liberato da ogni costruzione», ovvero l’energia orgonica pura, anteriore alle forme dell’intelletto: è lì che si apre lo «slargo d’infinito». E quindi i semi delle cose: della notte, della pietra, del vento, della pioggia, del mare, etc. come granelli setacciati «già luminosi / e privi di ogni scoria». La parola si confronta con l’infinito degli elementi che la rendono «piccola», «esclusa» e «imprigionata», ma proprio per questo capace di afferrare le coscienze e spingerle in alto, sopravvivendo anche a chi muore o viene ucciso nei patiboli. La parola non può essere fermata perché, quando autentica, è incisa nell’ordine cosmico-ciclico del divenire e sale dalle origini del mondo, producendosi come evento creativo che traduce in scrittura «quanto non è scritto»; altrimenti è spenta, è «corpo morto».

Comunque giunta
la mia parola chiude
un grande cerchio
ed io sono materia
di ogni avvolgimento
all’origine degli occhi
nel fulcro della trave.

Così accade quanto non è scritto
e ciò che non riflette
è corpo morto.

La presenza e la sostanza delle cose: mai essere assuefazione di forma vuota, imitazione di voce originale, ripetizione del sentito dire. «Non sarò mai pane / senza essere lievito». La poesia sgorga dalla vita che la nutre e che la impasta: «Non scrivere parola non sentita» ammonisce Bova, ricordandolo anche a se stesso. Il poeta che parla in questo libro lo fa da una condizione di maturità ulissiaca, di inquietudine nella tenebra e nello smarrimento: la sua anima è «alla deriva» ed egli si sente «barca sul mare avvolta dalla notte», ovvero «barca già in disarmo» come «dopo tanta odissea / un corpo inanimato sulla riva». Non solo la polvere bruciata durante i viaggi, ma anche quella «incombusta» delle occasioni mancate, della vita non vissuta. L’incompiutezza ci è connaturale poiché siamo incatenati al principium individuationis, per cui in realtà «siamo dove non siamo». Questo produce e procura un senso vertiginoso di dispersione: «Sono nel gorgo anch’io / portato da correnti disperate / su ondate ascendenti e discendenti», quelle stesse che lo fanno risalire proprio attraverso il punto più basso e buio, dove sente il tempo che demolisce e divora, e la morte come un ingranaggio interno al meccanismo della vita. La memoria profonda si dissolve, qualcosa resta sempre «indecifrato» fino a che «tutto rimane muto / disconoscenza / vuoto» inghiottito da irredimibile oblio. Bova rappresenta la morte come una bambola «regina / in tutti i mondi» che si fa percepire in déjà vu, come appunto «l’impressione di un’immagine già vista» poiché «siamo sempre vissuti / e sempre morti» attraverso i tempi della nostra vita.

Il poeta non edulcora, non seleziona per convenienza, ma ha il coraggio di affrontare integralmente il dolore: «poetare è una ferita sempre aperta / perché toccare il cielo con un dito / è scavare il cuore di ogni angoscia». L’identificazione con la vittima sacrificale lo porta a visualizzare il «costato trafitto» di San Sebastiano: basta guardarlo per sentire Dio «come una lancia». E tuttavia il dolore non ci esime dal dovere di «legare la vita / dentro a un sogno» e, malgrado tutto, non smettere mai di farlo. Il poeta obbedisce alla vita e alla sua volontà insaziabile: egli sta «nel seme che rinnova» e non ha fame né sete «se non di nascite / e porte spalancate / ai grandi abbracci». Il dolore, la sofferenza e il caos attraversati nutrono anzi il desiderio di gioia e positività: «rimuovere il disagio» fugando le ombre e le angosce per trovare «un’altra strada», giacché – scrive il poeta con due versi sentenziosi e memorabili – «il tempo è troppo breve / per essere tristi». Ci sarà infatti «una fontana dove bere / senza più la paura di morire» dissetando «l’anima assetata». Occorre ritrovare sempre la condizione della bellezza dentro il proprio sguardo: «la gioventù del cuore / quel sorriso che spalanca girasoli». Il segreto è proprio il cuore.

Così è la vita:
due rette in parallelo per la gioia
percorse all’incontrario
se ad azionare lo scambio del binario
non è il cuore.

Il sacrificio nel dolore non deve mai bagnare le polveri all’agonismo, al fuoco della vita, alla capacità di risollevarsi dopo le tempeste e di meravigliarsi («stupisco al solo esistere di forma»), vedendo le cose come nel primo mattino del creato. Ecco lo sguardo commosso e “miracoloso” che in ogni albero vede un giardino e nell’unione di un uomo e una donna «tutto il mondo». Uno sguardo che è anche frutto di amore, nella vigile attesa di segnali («Raccolgo come l’occhio di Colombo / i piccoli detriti di altri mondi») e nell’attenzione alle cose invisibili, alle delicate sfumature dell’impercettibile («Sono il solitario origliere / di ciò che dorme»). È come se Bova avesse dinanzi due strade per scalare la montagna del Mistero: una più breve ma più ardua, a parete verticale, della trascendenza metafisica; l’altra meno ripida ma più lunga, a tornanti concentrici, della coincidenza naturale. Nel primo caso la parola è uno «scandaglio» che scava la «caverna dei silenzi» per tradurre in segno, dell’essere, l’indicibile “barriera semantica” (per citare Dante Maffìa) e il segreto principio animatore: «Sono la donna che ha generato i figli. / Creo lo spazio infinito e lì mi annego». Nel secondo caso la parola deve sciogliersi nella natura e acquisire la voce stessa delle cose: essere «liquido sciacquio» ed «eco di musiche nel cuore».

Quando
come l’acqua sarà la mia lingua
ed io nel corpo al canarino
sviterò la mia gola
per non essere parola senza vita
(oh volo d’amore che traffica tra i rami
più lontani e refrattari)
tu parlerai con me da uomo a uomo
(…).
Solo nell’acqua
può schiarire il verso
nel lento gocciolare
è l’oscuro mio processo.

E quindi, anche la bellezza purificatrice del mare, che «è una chiesa / coi suoi fedeli interpreti. / Mai parola è uscita / di una qualche confessione. / Il mare è il mare». E ancora: il mistero del divenire, «lo strano mutare degli avvenimenti», la circolarità dei fenomeni per cui «ogni approdo è un inizio». Entrambe le strade portano a un passo dalla rivelazione, laddove la “porta” potrebbe aprirsi. Giungere «al cuore del principio»: è lì che, recandosi idealmente, il poeta scrive «pagine di un mare sconosciuto / immaginando l’altrove», l’inesauribile varietà del mondo, gli «occhi sconosciuti di ogni approdo». La poesia de La parola esclusa è una finestra aperta tra l’io del poeta e il sé del cielo, tanto che egli chiede di essere chiamato non «per nome» ma in prospettiva eterna, «per l’infinito», cioè nella sua verità di essere cosmico. E così, allo stesso modo, è una finestra aperta tra la sensibilità di Giuseppe Bova e lo sterminato firmamento della poesia mondiale, dai classici antichi ai maggiori contemporanei, di cui il poeta reggino assorbe e rielabora creativamente l’aurea eredità. Egli si sente chiamato dalla voce «che viene da un braccio di cielo», ma il suo sgabello è «insicuro» e non «così alto / da vedere l’oltre», e allora ristagna in un limbo di conoscenza: «Aspettare è ristagno / e le braccia vanno aperte sulle rive / quando ancora le speranze sono vive». Ma, forse, ciò che più gli interessa è mantenersi puro e selvaggio «come il monte oscuro / che conserva il segreto del principio» anche quando il mattino è di là da venire.

Marco Onofrio

18 novembre 2019: Luca Priori intervista Marco Onofrio su “Anatomia del vuoto” (ilmamilio.it)

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/20055-marino,-esce-%E2%80%9Canatomia-del-vuoto%E2%80%9D-di-onofrio.html?fbclid=IwAR3CZWDEWWyHOWM5ITHTWaVL48g2CrSbxPq9i-wqiW_O0Ofal1cZjf3Na4Y

Marco Onofrio ha pubblicato a Milano, con le edizioni La Vita Felice, il suo nuovo libro di poesie: “Anatomia del vuoto”. Neanche il tempo di presentarlo e già subito un exploit: l’opera è finalista al prestigioso Premio “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, sezione poesia edita. L’ennesimo riconoscimento di uno scrittore che è ormai vanto della nostra regione, e non solo. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive con moglie e figlia.

Marco, sei nato a Roma nel 1971 ma vivi da diversi anni a Marino. Ti senti più romano o marinese?

Entrambe le cose, e per molti versi sono identità complementari. A Marino vivo dal 2006; prima stavo a Grottaferrata dove mi sono trasferito, salendo da Roma, nell’ormai lontano 1988. Ho dunque passato più tempo della mia vita ai Castelli che a Roma. Ai Castelli ho scritto tutti i miei libri, ed è indubbio che qualcosa della loro atmosfera sia stato determinante nell’ispirarmi le pagine che ho pubblicato, a partire dal 1993. I Castelli hanno liberato e nutrito la mia creatività. Mi sento romano e, diciamo così, marinese-castellano “di adozione”.

Come nasce “Anatomia del vuoto”?

È un libro a cui ho lavorato per almeno quindici anni, attraverso molte stesure e innumerevoli revisioni. Credo sia la mia opera poetica più intensa e impegnativa, tutta incentrata sul tema cardine del vuoto e sul tentativo di definirlo, rappresentandolo in senso metafisico. Il vuoto non solo come materia connettiva del cosmo, fino agli estremi limiti delle sue incommensurabili distanze, ma anche come “condicio sine qua non” della umana significazione, ovvero del processo che ci consente di riempirlo con le “vicende” che ci rappresentano, a partire dalle esperienze fondamentali della nostra vita, l’amore, la solitudine, il dolore, la morte.

Discorsi alti e difficili, per palati fini…

Detto così, sembrerebbe: è la poesia stessa, come genere letterario, che punta ad esprimere le cose grandi, cioè le verità nascoste al di sotto dell’apparenza. Anche per questo, forse, ha così pochi lettori: pochi ma buoni. Ho sempre apprezzato le potenzialità di svelamento metafisico che le competono, anzitutto come intensità dello sguardo e della parola. La poesia secondo me deve rendere visibile l’invisibile, cioè darci uno specchio in cui venga riflessa la realtà autentica che sta oltre gli inganni del quotidiano. È uno strumento fondamentale di comprensione del mondo. Ed è proprio la volontà “ostinata e contraria” di capire il mondo, cioè il mistero della vita e della storia, a nutrire da decenni il mio percorso di ricerca.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alle opere precedenti?

La precisazione dello scavo. E una semplificazione dello sguardo mai così attenta e piena di significati, tutta concentrata in direzione dell’essenza. È una poesia che finalmente brucia le scorie della letteratura e che cerca di coincidere con la voce stessa della vita.

Questo è il tuo tredicesimo libro di poesia e il trentaduesimo di sempre. Perché scrivi così tanto?

Perché ho molte cose da dire, e la vita è troppo breve per dirle tutte. Scrivere per me è vivere, anzi: “scrivivere”.

Un conto scrivere, un conto pubblicare…

Solo pubblicato un libro appartiene al mondo, cioè alla gente che lo legge e può farsene trasformare. Il numero delle pubblicazioni dipende dal fatto che scrivo su più tavoli, occupandomi in contemporanea di poesia, critica letteraria e narrativa.

Ti senti più poeta, più critico letterario o più narratore?

Ho uno sguardo da poeta, che tende a trasfigurare il particolare in senso universale. Questa visione analitica e al contempo globale mi porta ad essere, come dicono, un buon critico letterario. Il narratore è sottomesso alle briglie del poeta, nel senso che mi interessa approfondire i dettagli in una luce fantastica e visionaria, piuttosto che raccontare storie: infatti prediligo il racconto breve al romanzo tradizionale. Anche se la prosa mi fa sentire infinitamente più libero del verso: ed è da questa intima contraddizione che nasce la spinta propulsiva della mia scrittura…

Insomma, dai l’impressione di un fiume in piena: un libro segue l’altro e la tua officina creativa sforna opere a ripetizione.

In realtà ogni libro esce coi tempi suoi, come scegliendo autonomamente le strade che lo portano ad esser pubblicato. Ma devo dire che il meglio, forse, è ancora inedito: ci sono opere già finite che ritengo importanti e che attendono la loro opportunità.

Ma così dedichi poco tempo alla promozione…

Lo so. Ci sono autori che presentano lo stesso libro per anni. Io dopo la terza-quarta presentazione comincio a vergognarmi di ripetere le stesse cose. Sono più concentrato sul versante della produzione, mi diverte di più.

Ehm, dicci la verità: non è che per caso sta per uscire un nuovo libro? Malgrado “Anatomia del vuoto” sia stato pubblicato da appena un mese?

Ehm, sì. È un libro di critica letteraria, sulla narrativa di Lina Raus: una scrittrice psicoterapeuta che vive e lavora, fra l’altro, a Grottaferrata. Il libro uscirà in tempo per la prossima Fiera “Più libri più liberi”, dove sarà esposto in anteprima.

Lo sospettavo…

Ed è appunto con questa “anteprima” che salutiamo l’instancabile scrittore di Marino, dandogli appuntamento a breve per gli sviluppi ulteriori del suo percorso.

(a cura di Luca Priori)

 

“Ritorno a Reggio”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Sarebbe il caso di organizzare, presso una cattedra universitaria di letteratura per il turismo culturale, un seminario dedicato al rapporto di Dante Maffìa con le molte città di cui ha scritto: Roma, Siviglia, Francoforte, Torino, Matera (ben 7 libri), e ora anche Reggio Calabria (Ritorno a Reggio, Città del Sole Edizioni, 2019, pp. 56, Euro 10, Prefazione di Giuseppe Bova), il capoluogo della regione di cui, pur vivendo da oltre cinquant’anni a Roma, è figlio illustre.

Parliamo naturalmente di una forma di geografia antropica che lo sguardo poetico dello scrittore – accogliendo echi eterogenei tra i versanti di Natura e Cultura – plasma e trasforma oltre i confini fisici, trasfigurandone i connotati alla luce magica delle emozioni. Il paesaggio viene creato e ricreato nella filigrana sottile di ogni pagina scritta, sino a coincidere con lo specchio ideale della sua anima. E lo sguardo di ogni scrittore aggiunge al paesaggio il riflesso di una luce diversa. Può essere ristretto e orientato a priori (dalla formazione, dalle idiosincrasie personali, dai pregiudizi), per cui lo scrittore vede solo ciò che si aspetta o che gli interessa. Oppure, come accade in Maffìa, ampio e aperto alla straripante ricchezza di ciò che esiste. Ad esempio le persone che passano in quel momento (abbiamo atteso una vita per incontrarle e non le vedremo mai più), e quelle nuvole irripetibili, quelle luci, quelle trasparenze dell’aria, quegli odori: le epifanie dell’eterno divenire, fuggenti come comete nello spazio ignoto dell’immenso. Insomma la fresca realtà del presente. Il mistero puro di ciò che esiste, sempre nuovo istante dopo istante, e che emerge dinanzi a noi dal vuoto inconcepibile del mondo.

Maffia intraprende il suo viaggio poetico alla scoperta di Reggio Calabria sull’onda del tema del “nostos” – come “in cerca / del sogno perduto” – per cui non solo esso trapela nel titolo, “Ritorno a Reggio”, ma nella prima poesia del libro, che si intitola “Ritorno”, e nel primo verso di questa prima poesia, che comincia con “Ti riconosco”. Il poeta trasfigura ciò che vede e lo riconnette alle origini lontane dell’Uomo, dell’Essere e del Tempo. Cattura con il “terzo occhio” della sua veggenza le radici profondissime del Vuoto da cui prende ininterrottamente forma e corpo la creazione della realtà. È un mago che possiede e maneggia i segreti della creazione. Esplora i “fondali” della storia e ascolta la “voce che arriva / da millenni”, piena di messaggi misteriosi. Ma questa congenialità simbolistica, che lo apparenta a Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Valery e altri grandi poeti, europei e non solo, brucia all’origine le scorie intellettualistiche e le pose romantiche, per innestarsi su una vena purissima e robusta di classicità mediterranea, non lontana da quella che splende sulle tele di Picasso e Matisse… ecco la “nudità” del canto che tende alla musica del mondo: “volevo fermare almeno una scia / del canto / che una Chimera perversa / ci aveva regalato”.

Ed ecco il Sud di Maffìa, ovvero la dimensione dello sguardo e dello spirito mediante cui dialoga con le profondità metafisiche dell’uomo e della storia, e – per queste vie – anche col Sud del mondo (Africa, India, Sud e Centro America). Ho spesso citato, e lo faccio anche in questa occasione, un bellissimo brano dal libro di Maffìa La donna che parlava ai libri (2010): “Se volgo lo sguardo al Sud – un Sud ideale e cosparso di ragnatele, di ombre, di allucinazioni, di dolori impeciati alla quotidianità, di inconsapevoli furori senza mete – vedo una finestra immensa aprirsi e mostrami le fonti della vita. (…) Acqua, terra, fuoco, e un canto audace di zolle e sterpaglie, una voluttà di tinte che s’azzuffano e s’incendiano per poi prendere forma di fanciullo appena nato”.

Il Sud è un’osmosi fantastica: la scrittura sgorga da una macchina impastatrice che ricollega ogni cosa all’altra e al tutto senza fine che le contiene. È quel sentirsi in armonia cosmica, partecipe di ogni energia e mescolato al mondo, per cui “in noi scorre un unico sangue / fluido e melodioso”. Però Maffìa va oltre le “corrispondenze” di Baudelaire e le sue “foreste di simboli”, perché ha una scrittura che, prima di oltrepassare la realtà, ne assume con empito tutta la ricchezza, una scrittura calda, palpitante, piena di vita e di lieviti spirituali, una scrittura che gli consente – senza mai essere o apparire presuntuoso – di parlare con gli antichi filosofi (Talete, Pitagora, Federico II, Campanella…) Sud significa guardare il mondo “col peso dei miti dentro”, per cui anche dalle cose più semplici, come un gelato che si gusta in riva al mare, può scaturire “la fragranza dei versi di Ibico, / il volo di Icaro”. È una temperatura del linguaggio e una intensità particolare del pensiero a cui il poeta si sintonizza per “contemplare / i sussulti e le intermittenze dei colori / che si scambiano carezze / con parole sognanti e ardori di cicale”. È il “fremito che scorre / tra cielo e mare / e si fa danza di sogni”.

Il Sud obbedisce al mito dell’Eros cosmogonico che muove il mondo, e intride e nutre di sé ogni creatura. La stessa Reggio Calabria, scrive Maffìa, “all’alba sullo stretto” diventa “farfalla / o brezza” e scrive “in tutte le lingue / la parola amore”. A questa forza erotica e armonica, leggera di “vento e tentazione”, si contrappone il peso del Caos pieno di buio e orrore, quel che Maffia definisce “lo zero” e che prevalse – tra Reggio e Messina – durante il tremendo terremoto del 1908. Poi però, finito lo sconvolgimento, “si riprese a guardare l’azzurro, / pietra su pietra fu cantiere d’amore”. La distruzione ha in sé un principio di costruzione, e naturalmente viceversa. La stessa bellezza è “morte che rigenera la vita”.

Maffìa è un esperto della dissolvenza, a cui ha dedicato un Poema totale di quasi mille pagine. Sa bene che tutto è destinato al macero dell’invisibile, ma sa anche che “L’uomo è forte”, come diceva Alvaro, e che “non si perde mai nulla”, come scrive ne La Biblioteca di Alessandria. Può dunque credere nella radice etica dell’estetica, e dunque alla “bellezza ch’è verità profonda” (il bello che torna a coincidere col vero e col buono) funzionale al mito di rifondazione che la poesia stessa è deputata dalla vita ad incarnare: “ripristinare il come il quanto e il dove” e quindi la coscienza rinnovata del percorso; “rigenerare la terrestrità” come naturalezza e smisurata misura; “indurre l’uomo a credere / che forza e grazia possono valere” in un mondo sempre più negativo. La bellezza dunque saprà dare – nel suo rigoglio – “la direzione e la dizione del profumo / d’un fiore appena nato”, insegnando la via perduta dell’essenza e della limpida natura, a noi che abbiamo disimparato ad essere “nel principio di quella verità / che sa discernere (…) / la luna da una candela accesa”.

La Calabria stessa potrebbe essere riscattata dalla forza della poesia: Maffìa auspica la “rinascita e linfa della gloria / che spetta alla Calabria / che non a caso / ha dato il nome all’Italia”. Ma ci vuole una forma vitale e fluida, in grado di aderire alla vita senza farla evaporare e di fermarla senza ucciderla: ed è questo l’ideale estetico che da sempre insegue il “surrealismo mediterraneo” di Maffìa. In questo libro crede di poterla riconoscere nella Fata Morgana che aleggia e palpita sullo Stretto – madre di tutti i sogni e incarnazione stessa della Poesia:

Non mi tiro indietro,
provo a sillabare una definizione,
a dire che sei la forma perfetta
del disegno di Dio,
la sacra effigie del viaggio infinito,
l’anima dei colori innamorati
del cielo e della luna;
che sei la smania che tende al futuro
e rigenera ogni giorno
la passione del volersi fondere
con la tua essenza.
E dunque sei la rivelazione
che mi fa uomo,
sei
il seme della vita.

Reggio Calabria, così, è la “signora / dei due mari” che si accende all’alba e racconta “antiche storie” sotto l’egida attenta dei Bronzi; la civitas mitica di fondazione che si pone e si propone come “approdo che dà senso al mondo” e, insieme, trampolino per superarlo dentro un “itinerario che porta all’eccelso” in un processo interminabile di approfondimento del reale come sogno e del sogno come realtà.

Il poeta è come un veggente che scrive sotto dettatura, ispirato da forze invisibili, e che si colloca ai bordi della vita, dove gli orli si sollevano sull’oltre: in una specie di conca sonora, un orecchio di Dioniso dove echeggiano i riverberi del mondo: “qui seduto ad ascoltare le voci / di troppe cose che s’incrociano”, ad esempio il mare che gli “racconta / tante storie” e “comincia da molto lontano”, per cui – scrive Maffia – “m’accorgo / d’essere rimasto solo ad aspettare / il ritorno di Omero sulla spiaggia, / e quella sola parola che assomma / la libertà e l’amore”, ovvero la Poesia. Per questi canali sottili si protende verso la Reggio “prima del Tempo”, e scrive: “sembra una bugia / che Reggio Calabria sia cominciata: / la guardo e mi sembra eterna. / Come lo Spazio, come il Tempo e l’Aria”.

Il surrealismo di Maffìa nasce dalla sua ingordigia insaziabile di Vita e di Bellezza, dal suo groviglio inestricabile di sogni “ombrosi e famelici” che alzano fino all’incandescenza la temperatura metaforica del linguaggio, come quando scorge “le luminarie dei saltimbanchi / che vivono oltre le stelle” o sente che “il Monumento a Vittorio Emanuele / è pronto a salpare”. Le allucinazioni così, partoriscono simboli sempre concreti: il suo volo fantastico non abbandona mai la carnalità palpabile della vita; è il dettaglio reale il mistero più grande, quello per cui – pur tenendo i piedi ben piantati a terra – ci si può improvvisamente sentire “come dentro un sogno”.

Marco Onofrio

29 novembre 2018, ore 18: Marco Onofrio a Reggio Calabria per parlare della narrativa meridionale e calabrese

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Intervento critico di Marco Onofrio
sulla narrativa meridionale e calabrese

nell’ambito dell’incontro con i giovani scrittori
organizzato dalla Casa Editrice Città del Sole

Modera: Dante Maffìa

giovedì 29 novembre 2018, ore 18
presso la Libreria Spazio OPEN
via dei Filippini, 25 – Reggio Calabria