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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

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Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

“La nostalgia dell’infinito”, letto da Paolo Corradini

nostalgia

Possiamo perdonare tutto alla bellezza purché ci seduca. Spiegare perché il Bello ci rapisce è impossibile quanto sapere dove ci conduce. Rimane l’inquietudine di un mistero giocato fra luce e tenebra. Vale anche per l’opera d’arte. Accostandomi a “La nostalgia dell’infinito” (Ensemble, 2016), di Marco Onofrio, sono stato afferrato dal suo potere immaginifico, che non esclude tuttavia la struttura del pensiero. La sua visione poetica si affida a una musica che proviene dalla pianura della Verità.

Ho sete di bellezza e verità.
Ti lascio, amore, questo
appuntamento.

E un appuntamento è l’intera raccolta lirica, dell’anima con la totalità, da cui nel nascere è stata separata, cacciata ma non abbandonata, come direbbe Paolo di Tarso, atterrata, ma non uccisa. Teologica nostalgia del ritorno. In Platone per primo echeggiò questo richiamo al ricongiungimento dell’uomo al divino, della forma allo spirito, della parte al tutto. Onofrio affida alla poesia questo viaggio. Alla poesia che è tragica parola conchiglia del Silenzio, tesa a evocare nella finitudine l’infinità, sfiorare l’indicibile senza mai poterlo raggiungere, trasformare il brivido dell’impotenza nella vita del cuore pulsante. E più tragica è la poesia quanto più è alta, quando diventa musica, la forma che più si avvicina allo spirito senza poterlo afferrare, rimanendo nostalgia.

Salire, sulla scala delle evoluzioni
verso qualcosa di più puro e profondo
in cui specchiarsi interi , ma non morti.
Un volto che non riesco a precisare
l’impresentabile, l’irriconoscibile
al fondo del dolore che io sento.

Questi versi struggenti, del salire amoroso nella tensione mistica, impattano la notte oscura dell’anima i cui simboli sono il silenzio e il vuoto. La nostalgia invece che essere nostimos-soteria, la salvezza del ritorno, finisce per precipitare in una dimensione indeterminata, un tempo aoristo dello spirito. L’anima si atterrisce e rimane sospesa senza più una dimora celeste né terrena. È un punto cruciale che emerge con prepotente angoscia nella poesia di Onofrio.

La morte incombe universale.
Tutto congiura al nulla
tutto crolla, si sfalda inesorabile
e scompare: come la sabbia
dei castelli in riva al mare.
Le nostre braccia stringono il vuoto
fin dove noi tocchiamo con le mani…
Con quale arbitrio confidiamo
in un domani?

E ancora:

Esploro la più amara oscurità:
sono un clandestino, brancolo
nella cabina chiusa a chiave
di una nave abbandonata
in fondo al mare.
quanti sorsi d’angoscia
dentro questa scatola abitata
dal suono permanente senza età.

Il buio si agita e smania
come un animale:
lo scosto con la mano
e vado avanti.

Ma liberazione ancora non è. È invece una tenaglia che fa gemere. Mi ricorda la Cura nella mezzanotte dell’atto quinto del Faust: “Quando ho qualcuno in mio potere / il mondo gli diventa inutile. / Su di lui cala buio eterno, / sole non si alza né tramonta. / Può respirare eppure soffoca, / non soffoca eppure non vive.”

Vuoto e silenzio quindi da attraversare. Ma come?

Mi sia permesso un inciso che forse non dovrei, ma ritengo pregnante. Marco Onofrio è una voce squillante della poesia ed è un poeta giovane con un orizzonte temporale ancora vastissimo. In lui è quindi forte la potenza immanente della vita biologica e psichica che “resiste” con forza ad una invasione da parte del “non io”. Si tratta di una energia agglutinante di conservazione che si oppone allo sconfinamento. Diverso è per un uomo, poeta o non, che ha già compiuto gran parte dell’esistenza e matura più docilmente la presenza dell’oltre. Questo per evidenziare quanto la coppia oppositiva – sé e altro da sé – si esprima con particolare magnitudo. Ma in Onofrio la spinta verso l’alterità è fortissima: è un poeta. Non è la vita reale a vincere sulla fantasia, ma è la fantasia a prevalere sulla vita:

È deciso, parto per il cielo:
ho la nostalgia dell’infinito.
Vieni, ora, schiudimi la porta,
strappami alla forza elementare
che mi rende corpo con un peso:
scioglimi dal laccio della madre.

Quì la madre è appunto la forza viscerale della natura che trattiene a sé la propria sostanza proprio come la Regina della notte si oppone al viatico di Pamina che anela a divenire nuova creatura. E se riesce a liberarsi dal laccio della madre è in virtù della musica del flauto magico. Flauto magico della poesia che soccorre anche Marco Onofrio.

Come riuscirà allora, se mai è possibile, animula vagula blandula a superare quei loca pallidula rigida nudula al di là dei confini conosciuti? Direi che questo è il nodo più cogente che emerge dalle ultime liriche. Il tema è antichissimo ben antecedente all’imperatore Adriano. Già Omero sfiorò nella poesia quel regno delle ombre da cui Achille vorrebbe risalire. Pure il nebuloso giardino delle Eumenidi in cui svanisce Edipo è alla fine una regione dell’ombra. Virgilio narra che l’anima del re Turno cum gemitu sub umbras fugit. Bisogna arrivare a Dante perché l’“oltre” appaia come approdo nella visione lirico-teologica della luce.

Il primo balzo lo compie Onofrio trasformando il conflitto luce-tenebra in osmosi:

è ovunque intorno a noi,
è dentro a ciò che siamo,
è in ogni cosa. Anche le stelle
più lontane sono qui.
Il cielo inizia a un pelo dalla terra
perché la terra è nel cielo.

Non c’è niente da fare, è Dio che preme, perché come dice Eckhart non esiste separazione tra Dio e tutte le cose, perché Dio è in tutte le cose: è più intimo ad esse di quanto non lo siano a se stesse. Risuona Agostino: interior intimo meo, superior sommo meo.

Il secondo balzo è in fondo una capriola: morire in una vita per nascere in un’altra. Perdersi per trovarsi:

Ci aspetteremo fuori,
finalmente dentro
in ogni cosa.

È la prova dell’acqua e del fuoco che Pamina e Tamino compiono nella musica di Mozart, la stessa di Dante alle soglie del cielo infinito, l’ultimo laccio dell’immanenza dei sensi. La sola, vera prova di fede che è anche la più alta visione a cui l’uomo può ardire: quella della trasfigurazione.

Ci riconosceremo.
Sarà come prendersi per mano
e ritrovare insieme
la strada del ritorno.

Ma questo riconoscersi diventa il riflettersi in una pupilla che non è più dei nostri occhi, non è più il riverbero di sguardo che muore. E accanto alla trasfigurazione della forma è la metamorfosi della memoria. La nostalgia dell’infinito, oltreché infinita nostalgia, diventa dell’infinito memoria e incanto.

E m’incanto
dinanzi a una bellezza
così grande da comprendere
così tremenda da sostenere.

La chiave è la bellezza, misterium fascinans et tremendum, che per sinestesia diviene anche la voce del cielo:

Ascolta la voce del cielo, è lì.
Ci chiama – lassù. Ci ama.
Lo sfolgorante blu sopra le nuvole
irradia la presenza. Musica.

Come un grande sì.

Al termine della lettura di questa antologia poetica, ho raccolto il connubio fra il prendere senso e il perdere senso, lo spirito che si incatena alla materia e le imprime una forma che anela rientrare nella propria essenza. Una bellezza umana che vela e rivela il divino, terra promessa d’infinito. E l’anima, che per raggiungerla sarebbe pronta a spogliarsi di tutto, teme che questa nudità, priva dei conforti del mondo, la precipiti nella solitudine e nell’abbandono. E resta così, timida e tremula sulle soglie dell’abisso con vertigine d’eternità. Marco Onofrio questo abisso lo interroga, non parla di lui, ma parla con lui. E nei momenti in cui la nostalgia diventa insostenibile lo chiama, in un sogno incarnato, a far parte della comunione amorosa, che muore e si rigenera nella bellezza.
Come Saffo: “ho parlato in sogno con te, Afrodite”.

Paolo Corradini