“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

Dante Maffìa su “Novecento e oltre”. Recensione in forma di epistola

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Caro Marco, non meravigliarti, c’è sempre una prima volta, ed ecco una recensione in forma di epistola.
Caro, caro Marco, non t’aspettare elogi, sarai subissato da quelli che non appaiono nel tuo libro Novecento e oltre. Letteratura italiana di ieri e di oggi (EdiLet, 2020, pp. 416, Euro 23), che non sono esclusi, semplicemente non sono stati ancora studiati, forse non lo saranno mai o lo saranno presto, ma la canea si scatenerà e finiranno addirittura col mettere in giro la voce che non è possibile che una sola persona possa avere prodotto e continuare a produrre romanzi, poesia e saggistica in questa quantità e con la qualità che ti appartiene. C’è sicuramente il trucco, hai dei negretti al tuo comando che ti scrivono le opere. E se si fermeranno a questa diceria ti sarà andata anche bene, perché la canea in genere ha mentalità mafiosa e non va oltre il proprio cortile, riconosce solo gli adepti, le ballerine scritturate.

Hai avuto, dopo avere dato alle stampe altri dodici volumi di saggistica (dico dodici! tra cui le monografie su Dino Campana, Giuseppe Ungaretti e Giorgio Caproni), il coraggio di scrivere un libro di oltre quattrocento pagine in cui ragioni (voce del verbo ragionare e dopo avere fatte le letture, sia chiaro), nella prima parte, di quelli che hai chiamato “Preliminari”, cioè parli di Benedetto Croce, di Lessing, di Omero, delle tecnologie linguistiche, per passare alla seconda parte, cioè alle “Letture”, tutte puntuali! Ma davvero sei stato capace di ripercorrere un itinerario così denso, interessante e scelto con cura? Davvero hai avuto modo di leggere Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, il Futurismo, Mario Luzi, Calvino, Gadda, Tecchi, Bianciardi, Patti, Ottieri, Pasolini e Fellini? E poi le “Scoperte” e le “Riscoperte”, andando a pescare in Malaparte, in Manganelli, in Zavattini, in Dino Segre, in Luigi Fiorentino. Sei pazzo? Dovresti imparare che se alcuni autori vengono messi da parte, dimenticati, spesso cancellati, c’è una ragione del Potere, quale che sia, che ha interesse a mettere a tacere quegli scrittori, quei libri. Sei pazzo, come vuoi che il potere ti assecondi e ti batta le mani, ti faccia i complimenti? Le riscoperte si fanno per ragioni politiche, mica per ragioni estetiche o di merito. In letteratura il merito non conta più, ti prego, non dimenticarlo.

I guai grossi comunque li hai combinati nell’occuparti dei “Contemporanei”: Raffaello Utzeri, Sabino Caronia, Paolo Di Paolo, Lina Raus, Paolo Corradini, Francesco Sisinni…Temo che sarai sfidato a duello e se non accadrà, non tornare mai solo a casa a tarda notte, rischi la vita. No, non dire che sono pessimista, perché ho fatto una decina di telefonate oggi pomeriggio dicendo che avevo tra le mani “Novecento e oltre” e la sola domanda che mi è stata fatta, prima ancora che io dicessi della mia gioia di leggere pagine così profonde, criticamente limpide, frutto di letture vere e ponderate, è stata “Ma io ci sono?”. Ho sentito all’altro capo del telefono parole aspre, che non ti ripeto, e la cosa che mi ha fatto e mi fa ridere è che ognuna di queste persone ha perentoriamente detto, quasi con le medesime parole: “Ma come? Un libro sul Novecento non ha senso senza la mia presenza, è sicuramente un aborto”.

Ora, se gli aborti sono creature così ricche, agili e affascinanti come il tuo “Novecento” ben vengano per la felicità dei lettori che sono realmente interessati ai libri belli, che contano, che sanno dare la dimensione del futuro, della bellezza intesa come strumento per rigenerare il senso della vita. Posso dirti comunque che alcune di queste pagine non solo le ho lette, ma anche rilette, perché mi hanno portato a stagioni dei miei studi che mi hanno visto frugare e appassionarmi ai testi di Giuseppe Antonio Borgese, di Emilio Cecchi, di Giuseppe De Robertis, di Enrico Falqui, di Pietro Pancrazi, di Donato Valli, di Giovanni Titta Rosa, di Giacinto Spagnoletti, di Luigi Reina, per fare appena qualche nome, e che mi hanno insegnato a saper entrare con attenzione e passione nelle pagine degli scrittori perché li avevano realmente letti. Come hai fatto tu. Che poi si debba essere sempre d’accordo con quel che hai affermato è altra faccenda, perché nelle letture c’entrano anche il gusto, la formazione, la sensibilità.

Questo tuo “Novecento” potrà essere prezioso per gli studenti e per i professori, anche perché sono illuminanti le affermazioni fatte sulle questioni metodologiche, che non si fermano alle enunciazioni, alla teoria, ma danno esempi probanti sempre tratti direttamente dai testi. Per quel che vale la mia testimonianza ti do atto che hai scritto un libro necessario, importante per entrare a testa alta nel mondo dei libri che, me lo insegni, sono creature straordinarie se saputi trattare con umanità, con intelligenza e con eleganza. Ma torno a ricordarti che, proprio perché hai dimostrato di essere bravo, troverai sul tuo sentiero veleni d’ogni genere. Perché non sei stato un mediocre menestrello che spampina sentenze, e di cani e porci dice “è il più grande scrittore del secolo”. Avresti avuto battimani a non finire.

Hai voluto essere bravo? Peggio per te. Non dimenticare di rincasare presto ogni sera.

Dante Maffìa

“In campo lungo”, di Sabino Caronia. Lettura critica

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“In campo lungo” (Schena Editore, 2019, pp. 144, Euro 15) è un romanzo meno intenso del precedente “La consolazione della sera”, ma appunto più disteso e aperto di scenari prospettici, e annodato di implicazioni e deduzioni tipiche del mondo di Sabino Caronia, del suo modo insieme narrativo e saggistico di intendere la scrittura.

Qui lo spunto narrativo è labile, quasi pretestuoso: il viaggio in Israele dalla figlia (che si è convertita all’Ebraismo e vive da anni a Tel Aviv) diventa in realtà un viaggio di rammemorazione e conoscenza alla ricerca di sé stesso, verso la propria “Gerusalemme” – anche se (come dicono gli ebrei) a Gerusalemme non si arriva, perché non si smette mai di tendere alla “terra promessa”. Il nastro trasportatore di questo presente narrativo (le varie tappe del viaggio, fin dal volo sull’aereo che si predispone ad atterrare) scivola en abyme attraverso flashback e sprofondamenti continui, che talvolta hanno e danno l’impressione leggera della divagazione, trasformando la materia del libro in una sinfonia plenaria dei temi cari alla scrittura di Caronia, chiamati a raccolta (con autocitazioni) in una sorta di “bilancio” che raccoglie tutto il patrimonio umano del suo sguardo sulle cose.

È forse arrivato, con la maturità, il momento di contemplare le cose dall’alto; dall’aereo che atterra, infatti, gli sembra di “scorgere, in campo lungo, tutte le vicende, tristi e liete” della sua vita.

Ma al di sopra dell’ordine del creato, c’è Dio.
“Abbiamo posto la kippah sul punto più alto del nostro essere – la nostra testa, il vascello dell’intelletto – per ricordare che esiste Qualcosa che è al di sopra dell’intelletto umano, la Sapienza infinita di Dio”.
La vita dell’uomo, come un vascello, trascorre sulle acque del tempo.
Al di là dell’incostanza della realtà c’è la costanza del cielo.
Più dei disegni degli uomini conta la volontà di Dio.
Come mi piace contemplare le cose dall’alto!
In aereo mi sento come un Dio.
È bello starsene lassù, comodamente seduto in poltrona, e vedere i cieli che si aprono davanti a noi come cosce che invitano all’avventura.

Per la genesi del titolo, occorre citare anche il colophon da C. Chaplin: “La vita non è una tragedia in primo piano ma una commedia in campo lungo”. Con il trascorrere degli anni, avanzando l’età e l’esperienza di una persona, la prospettiva sulle cose e la loro stessa ombra tendono ad allungarsi, come alla luce del tramonto. Ecco lo scorcio “ad infinitum” della memoria, che è anche un modo nuovo di misurare e aggiornare le speranze: coincide con la visione “sub specie aeternitatis”, cioè con l’infinito temporale dell’eternità che ci rende tutti pellegrini verso il nulla o, se si crede in un dopo, verso la “Luce che non ha mai fine”.

È lo sguardo del poeta, che conosce le vie misteriose per risollevarsi dopo aver attraversato la tenebra più nera. Come il Vate di Terracina, il poeta e drammaturgo Gigi Nofi, citato e ricordato nelle prime pagine del libro, che avvertiva il “sentimento angoscioso di un baratro aperto sotto di lui come una bocca spalancata” ma sapeva uscirne grazie al mare, da sempre amato “di un amore che si confondeva con l’amore stesso della vita”. Ecco dunque il vuoto che ci mangia il respiro, e ogni attimo come porta dell’Ade che può improvvisamente spalancarsi, inghiottendoci all’interno. E la “precarietà della nostra sorte che è come quella delle foglie”. “Fugit irreparabile tempus”, per cui troppo presto viene la morte (la “cosa distinta” come la chiamava H. James) che – da sempre sottesa – infila la porta dell’attimo, quell’attimo tanto temuto, e si manifesta per portarci via.

La nostra esistenza è una finestra sul nulla: viviamo o tentiamo di esorcizzare la “condizione del fanciullo abbandonato e smarrito in luoghi immensi” come il protagonista di “America” di Kafka. Occorre però lottare contro “quel tormentoso senso di inconsistenza” che appunto provava il grande scrittore praghese, la nullità dell’io, la consapevolezza che “il mondo può benissimo fare a meno di noi”. Da cui il richiamo della casa, di un posto sicuro dentro l’ordine dell’universo: un limite protetto dove smettere di annaspare e ancorare finalmente i piedi, recintando uno spazio di serenità. Sogno vano, forse, ma significativo della tenace e irriducibile “volontà di vita” dello spirito ebraico: combattere la tristezza disperata e coltivare l’allegria senza ragione, trasformando il funerale in una danza.

Un efficace antidoto alla morte è la bellezza, ad esempio il “richiamo materno” del mare che distrae l’animo dall’angoscia: “Era l’immagine della speranza, delle sue speranze. Soprattutto era affascinato dallo spettacolo del mare forte, da quelle criniere fatte di schiuma bianca e vaporosa, da quella voce lunga e fresca, che sembrava venire fuori misteriosamente chissà da dove”. Ecco dunque, attraverso gli occhi e il cuore di Gigi Nofi, la stupenda e verdazzurra Terracina che “come Circe, affascina gli uomini e se li tiene, inebriati e felici, tra le sue diafane braccia”, e che Caronia non tralascia occasione per celebrare di amore vivido e sincero. Il Pisco Montano, la Chiesa del Purgatorio, il Tempio di Giove Anxur, le memorie storiche di Pio VI… Terracina è un regno di vita dove la morte, affascinata da tanta bellezza, entra in punta di piedi, quasi a chiedere permesso.

Ci sono luoghi e momenti dove è possibile sollevarsi dal fango del dolore per traguardare la “pace immobile di un tempo senza tempo”. Lì è possibile ristorarsi e finalmente abbracciare la dolcezza benigna del mondo. Scrive Caronia: “La luce, l’aria, le ore si seguivano e rivelavano la calma. La profonda voluttà del tempo”. Nella evocazione di questo incanto, sempre distillabile dal cuore velenoso delle tempeste, Caronia convoca alla sua scrivania una personale collezione/costellazione di sorgenti mitiche, persone e luoghi che nutrono da sempre l’inesauribilità del pensiero che la scrittura cerca, con affondi circolari e progressivi, di raggiungere e consumare.

E quindi, tra le persone: Aldo Moro, G. D’Annunzio, F. Kafka, M. Luzi, Jim Morrison, Lady D., G. Tomasi di Lampedusa, H. James e, soprattutto in questo libro, F. S. Fitzgerald (a proposito del quale giunge opportuno un mirabile passo di Pietro Citati, da “La morte della farfalla” – “Chi scrive poesie e racconti cerca le luci che si spostano, gli sfavillii, i riflessi: mentre ascolta con attenzione sempre maggiore un suono sullo sfondo, la grande o minima musica tragica delle cose perdute. Se la coltiviamo interiormente, la letteratura ci dà questo privilegio: Le cose perdute diventano sempre più dolci”–, mentre Caronia, sulla stessa tonalità, scrive: “Orfeo non riporta nel mondo la viva Euridice, riporta vivo invece il racconto di come la ha perduta, e la bellezza del proprio pianto”.

E ancora, tra i luoghi: Terracina, Capri (dove Caronia venne concepito), l’Irpinia dei suoi avi, la Sardegna e l’isola nell’isola (La Maddalena) dove cominciò a insegnare, Parigi che lo fece rinascere dopo una grave malattia… Persone e luoghi che i lettori di Caronia conoscono assai bene, poiché ricorrono nelle sue pagine.

La prospettiva in campo lungo si traduce anche nello sguardo all’indietro, che spinge l’autore alle origini della propria famiglia, verso gli antenati dispersi in guerra e nel ricordo tangibile dei luoghi “mitici” dell’infanzia, come la “cupa dell’acqua chiara” in Irpinia: “Il fiume scorreva lento e tranquillo, tra salici e pioppi, nell’ora meridiana. L’acqua mormorava dolcemente lambendo l’erba delle rive. Non era possibile resistere al suo richiamo”. L’infinità sognante di questa rêverie chiama in gioco l’“infinita possibilità musicale” della scrittura critica del grande Giacomo Debenedetti, evocata da Leonardo Sciascia nella prima pagina di “Todo modo” quando parla di “certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza: quando nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente”. E Caronia (citando a un certo punto testualmente): “Nessuno meglio di me conosce quella infinita possibilità musicale, quel vagheggiamento narcisistico di una libertà tutta confinata nella zona del prima che mi riporta indietro, a certi radiosi pomeriggi d’estate quando, subito dopo pranzo, mi appartavo tra le balze verdi dell’Appennino pistoiese, all’ombra di un gran pino solitario, in un luogo che mi fingevo remoto e inaccessibile, e restavo lì per ore ad ascoltare il canto delle cicale, quel suono monotono, persistente, ostinato, che era come la cifra musicale delle mie giornate sempre uguali”. Così funziona la scrittura di Caronia: natura maturata dall’esperienza e nutrita fino all’osso di cultura, con un citazionismo scattante e vitale che nasce appunto dalla rielaborazione creativa della cultura lungamente assimilata e fatta carne.

Il riferimento a Sciascia si adatta quanto mai a Caronia, sia per questa concezione postmoderna della scrittura come riscrittura (dato che tutto è, o pare, ormai detto), sia per la duplice vocazione narrativa e saggistica (il saggio come piacevole racconto critico e il racconto continuamente deviato dal puro intreccio verso la deduzione razionale del saggio, con le idee estratte l’una dall’altra a mo’ di scatole cinesi), sia infine per la concezione sacrale della letteratura come fatto di civiltà e come valore, nel deserto di valori che ci attornia. Caronia però non è scettico come Sciascia, ha e coltiva una fiducia maggiore nella dicibilità del mondo e nelle possibilità di comprenderlo, seppure ingarbugliato, attraverso lo slancio della fede – se e quando non basti l’intelligenza. Uno Sciascia, starei per dire, travestito da Luigi Santucci; o viceversa.

Caronia abita come in una casa la potente esiguità della scrittura, rispetto all’infinito della realtà e dell’esperienza praticabile. Con le parole del grande Tommaso d’Aquino: “Tutto quello che scrissi mi sembra paglia rispetto alle cose che vidi e che mi sono state rivelate”. Per questo Caronia conferisce un’importanza decisiva ai dettagli, attraverso cui fa capolino “l’altra dimensione”, come quando descrive – con iperrealismo borgesiano, da occhio interiore – gli ultimi minuti della vita di Lady D. a Parigi, nella casa di Dodi Al Fajed: “Ecco la porta, l’entrata con i suoi pavimenti a disegni geometrici di marmo rosa, bianco e nero e i lampadari di cristallo, il piccolo salone a sinistra dell’entrata e fuori il grande balcone con ringhiere di ferro da cui si vede a destra l’Arc de Triomphe (…) il salotto verde dove Diana si era vestita per la cena, etc.”… quasi in una sfida all’infinito del dicibile, acciocché la parola coincida con la cosa reale così come è.

È tipica di Caronia questa visibilità translucida del reale, ovvero la tangibilità concreta della visione che emerge e appare dall’invisibile: “Come un fantasma nato dal mio sogno ecco lo vedo”. La scrittura è un ponte girevole che mette in comunicazione passato e futuro: uno strumento acuminato e perscrutante, utile a “leggere chiaro” dentro se stessi e le cose, ma anche oltre, verso “quel punto in cui l’oscurità che precede la nascita sfiora da vicino l’oscurità che accompagna la morte”. Caronia condivide con Italo Alighiero Chiusano il cosiddetto “vizio del gambero”, cioè la regressione salvifica alla beatitudine prenatale o alla felicità indicibile del tempo sicuro, fermo, praticabile (l’infanzia), che mettono nostalgia ma fanno anche paura: dell’ignoto da cui si proviene e della stessa felicità (da cui “il no che viene detto alla sirena” in “Lighea” di Tomasi di Lampedusa). Da una parte l’infanzia, la “triste magia di quella luce che mi ha stretto il cuore e incatenato l’anima per sempre”; dall’altra, ancora più a ritroso, “il richiamo della dolce foresta. La sensazione di un beato smarrirsi e affidarsi con fiducia all’infinito. Un senso di infinita sicurezza che ci fa sentire finalmente in armonia con le cose”. Ecco il mito di quella “condizione di acronicità che è simile alla inabitazione fetale”, l’eden favoloso che precede la nostra coscienza, il paradiso perduto che ci sembra di recuperare quando l’estate al suo culmine promette una felicità che in realtà non può dare. Sono i “giorni della sirena” tanto cari a Caronia, grande studioso e ammiratore di Lampedusa, i giorni che ogni anno appartengono per sempre alla stella Sirio, “divina abitatrice degli agosti inesauribili, di quelle giornate sospese fuori del tempo in cui gli dei talvolta soggiornano ancora”. E il “vin de la paresse” di rimbaudiana memoria cola nel fuoco del tramonto estivo, che intenerisce il cuore ai naviganti, richiamando col suo struggimento nostalgico la leggenda di Connla il rosso (ripresa da Jim Morrison in “The crystal ship”), che si allontana con la fanciulla fatata sull’oceano, remando nella luce del tramonto, e con lei sparisce per sempre.

Se, Jim Morrison a parte, dovessimo evocare una canzone-manifesto per il mondo artistico e il modo letterario di Caronia, non potrebbe essere che “Mi ritorni in mente” di Lucio Battisti/Mogol. La sua scrittura si articola in un gioco di specchi dove pensiero richiama pensiero e ricordo accende ricordo, attraverso verbi-motore e lacerti espressivi come “Rifletto”, “Guardo e ricordo”, “Il mio pensiero torna”, “Nel ricordo rivedo”, sino ad una frase emblematica, che recita: “Come sfogliando un album di famiglia tornano a rivivere i ricordi lontani”.

È una continua esperienza di attualizzazione rammemorante, di esperienza rivissuta (ma D’Annunzio parla di rimemorare come “vivere nel vivere”), finalizzata alla comprensione autentica della realtà, poiché è solo a distanza dal suo accadere che se ne afferra il senso, e procede sotto forma di autobiografismo dissimulato, per cui Caronia, essendo in definitiva “uno scrittore che sovrappone i suoi stati d’animo a quelli immaginati dal suo personaggio”, sussume cose e persone come specchi per vedere e capire meglio sé stesso: “Pensavo a D’Annunzio ed insieme pensavo a me. Mi sembrava che attraverso di lui avessi proceduto a una lettura di me stesso”.

Gli aspetti più apprezzabili di questo libro sono, a mio parere, la riaffermazione potente della bellezza come verità e della letteratura come ricerca della verità attraverso la bellezza e la memoria, oltre le miserie e i compromessi ipocriti del quotidiano; e la capacità di dare voce all’“inesprimibile nulla” che permea di decisiva e inafferrabile insensatezza la sostanza profonda delle nostre esistenze, con quella sottile, inquietante “sensazione che nel mondo stia accadendo qualcosa a nostra insaputa” proprio mentre ci stiamo impegnando per edificare la speranza, senza tuttavia smettere neppure un attimo di credere e di fare.

Caronia fa suo lo sforzo titanico dell’uomo contro il vuoto divoratore attraverso la lotta eroica e disperata che da sempre ci oppone al tempo, suo mortifero alleato. Non a caso cita l’Orazio dell’«Exègi monumentum aere perennius” per esprimere questa fiducia di resistenza e di sfida all’impossibile, propria della natura autentica dell’uomo. Crede ancora nell’arte come baluardo contro l’ombra minacciosa della barbarie, proprio grazie alla sua imprescindibile funzione civile: “annunziare il mondo dell’uomo sempre rinascente dalla selva” perché appunto questo è il compito dell’uomo, “riconoscere dietro una generale rovina il disegno di una quale provvidenza”. Lo scrittore, infine, è come Shammàs, il nono lume del candelabro ebraico: “posto al centro, un poco più in alto, ed è chiamato il servitore della luce perché serve per accendere gli altri otto”.

Marco Onofrio

“La consolazione della sera”, romanzo di Sabino Caronia. Lettura critica

kafka
Franz Kafka (1883-1924)

Romanzo intenso e raffinato, dove in poco più di cento pagine si concentrano – attraverso una lettura originale della vita e dell’opera di Franz Kafka – significati essenziali non solo per la scrittura letteraria, ma per la cultura in genere e l’etica profonda di ogni civiltà, con La consolazione della sera (Schena Editore, 2017, pp. 124, Euro 14) Sabino Caronia dà udienza e voce a un primo importante redde rationem della sua pluridecennale attività di saggista e narratore, o – per meglio dire – di narratore con il polso del saggista incorporato. Giungono così ad una prima, benché provvisoria maturazione i nuclei semantici e simbolici seminati nelle opere precedenti, soprattutto in L’ultima estate di Moro (2008), che fino ad oggi costituiva la più alta vetta raggiunta dall’autore e critico letterario romano, ma che ora viene ampiamente raggiunta con questo nuovo, bellissimo romanzo.

Emerge fin dalle prime pagine il problema della felicità, per la quale in teoria saremmo nati… Forse non esiste, è una lontana isola irraggiungibile, e però, malgrado tutto, non dobbiamo smettere di combattere, quaggiù attraverso il tempo, per tentare di realizzarla. Scrive Kafka: “Oh, se si diventasse felici soltanto con la consolazione e non ci volesse un po’ di felicità per essere felici!” Qui c’è un principio universale della conoscenza: per raggiungere una verità dobbiamo già possederne un barlume, così come per formulare una domanda dobbiamo avere in noi un frammento della sua risposta. Alla “strana allegria di essere vivi” si contrappone la velenosa consapevolezza della dissolvenza. “Siamo ombre, bagliori, squarci di luce che subito passano e si spengono senza essere degnati di uno sguardo”. E quindi “l’inutilità della morte, l’inutilità di ogni morte”. La letteratura si configura come diga di resistenza al diluvio del vuoto cosmico che tutto inghiotte, mangia, consuma. Come risposta che possiamo e dobbiamo alla morte.

Che cos’è la “consolazione della sera”? Così Kafka definiva il pensiero confortante della creazione letteraria, che forse non basta ad essere felici… ma almeno a dar senso alla vita di uno scrittore, sì. Ecco la letteratura come religione e fede nei valori profondi dell’uomo, esercizio solitario con cui lo scrittore parla al mondo nel silenzio della parola scritta, affrontando il rapporto con la morte. Una specie di seduta spiritica. Quando lo scrittore studia letteratura entra in contatto con molte voci che non esistono più; quando scrive estrae da se stesso parole definitive che gli sopravviveranno, come quelle incise su una lapide, e quindi anticipa per certi versi la propria morte. “Noi siamo il passato di qualcuno che esisterà quando non ci saremo più, siamo come galassie lontane che si vedono e che non esistono più”.

Di Kafka, Caronia mette anzitutto in evidenza lo “spazio privo di spazio” dalle connessure “ermeticamente chiuse” (come nel romanzo Il Castello), da cui il “bisogno di evasione” che “ritorna sempre nella sua opera” e in cui Caronia si identifica. Così come gli occhi “infinitamente tristi” di Kafka e il suo “ardente desiderio di diventare un indiano” libero, lanciato al galoppo sulla prateria. Le sue “fantasie di fuga”. “Io e Kafka, io come Kafka. Il suo bisogno di evasione era anche il mio, in coincidenza dei cinquant’anni… Rivivevo ogni particolare di quel tempo lontano”. La storia come esperienza rivissuta. Il citazionismo non come specchio di erudizione, ma come metodo compositivo che estende il raggio della letteratura – in campi magnetici sempre più vasti – a strumento di narrazione critica del mondo, con i mitologemi che addensano significati infiniti, inesauribili, sempre da pensare. Ovvero il “serbatoio metafisico”, come Italo Alighiero Chiusano definiva Kafka. Caronia cita “Le voyage” di Baudelaire: “Ascolta le magiche e funebri sirene / che cantano: per di qua voi che volete assaggiare / il loto profumato. È qui che si vendemmiano / i frutti prodigiosi di cui ha fame il vostro cuore. / Venite a inebriarvi della strana dolcezza / di questo meriggio senza fine”. Baudelaire va citato anche per le corrispondenze cosmiche di cui la letteratura è fautrice e portatrice, perché tout se tient, tutto richiama tutto: anche nel modo e nel mondo peculiare della scrittura di Caronia. Dove infatti è sempre in azione il libero gioco delle associazioni, le cose che appaiono e richiamano alla mente, secondo il meccanismo del ripensare: “Ripeto e rifletto”, “Guardavo e riflettevo”, “Rivedo nella memoria”… E quindi l’importanza dei dettagli, dove Dio si nasconde ma può anche rivelarsi. “Penso e rivivo nei minimi particolari” come se lo sguardo potesse coincidere con quello di Dio, nell’infinita, impareggiabile ricchezza di tutta la realtà. Ecco il simbolismo dell’iperrealismo che spalanca – per ingrandimenti successivi – le scatole cinesi dei dettagli da cui è composto il tessuto del mondo, cioè il macrocosmo dentro il microcosmo. “Quanti particolari! Quanti interrogativi! Quale instancabile ricerca!”

Poi a un certo punto, a forza di evocarlo, l’immagine di Kafka si anima: “Ed eccolo lì, Kafka, proprio lui, in persona. Mi apparve chiaramente davanti, come se fosse vivo”. È il silenzio della pagina che si popola di voci: un “paesaggio concreto abitato da fantasmi, da ombre inconsistenti”. La letteratura nasce dal confronto dell’esperienza umana con “il richiamo dei cieli, la loro sublime normalità, il metafisico conforto che viene dalle stelle” perché “sotto i cieli aperti e il roteare delle stelle si vive in accordo col cosmo, nell’attesa di una rivelazione definitiva”. L’attesa, dunque, di qualcosa di straordinario che venga giù dal cielo… anche se in genere non accade nulla: “Le cose più straordinarie accadono sempre accanto a noi, senza che ce ne accorgiamo”. Il miracolo vero è qui.

E il periodico riapparire delle comete, come quella di Halley o di Hale Boop. E l’anno della cometa, il 1986, quando Caronia conobbe Chiusano, lo “straordinario negromante” che tanta importanza doveva avere nella sua vita. Il pensiero metafisico che fa emergere la realtà vera nella sua essenza: “in quel preciso momento, in un punto lontanissimo della notte, morivano migliaia di uomini. Ogni uomo un destino. E la somma di quei destini si legava nel ricordo che aveva illuminato il cielo di Praga, cupo, profondo, in quella notte di maggio del 1910”, quando Kafka cioè aveva visto la cometa di Halley nel suo passaggio precedente. Puntuale e precisa, ogni 76 anni, dalle regioni della sua perenne certezza: come ai tempi di Giotto, che la dipinse nella cappella degli Scrovegni a Padova. La scrittura è una specie di trottola che mette in collegamento le dimensioni dell’essere e del tempo, un “ponte fra passato e futuro”.

“La regolarità degli astri” da una parte, e “l’irregolarità del mondo umano” dall’altra, per cui ecco “quel tormentoso senso di inconsistenza dell’io” e la coscienza di vivere “in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare”. E dunque “il movimento degli astri e il battito del cuore umano”: la vita dell’uomo “come un vascello, trascorre sulle acque del tempo. Al di sopra della incostanza delle realtà c’è la costanza del cielo”. Le cose accadono per conto loro, che noi si voglia o no. Che cosa rimane di noi dopo la morte? “Questo veramente significa morire: accorgersi che i giorni e le notti, le musiche e i rumori, la pioggia e il sole accadranno sempre senza di noi”, anche dopo di noi. Sentirsi “una particella di quello che è stato prima e di quello che sarà dopo”. Capire che “nascita e morte non sono pareti ma porte”. Il prima della nascita corrisponde al dopo la morte. Lo scrittore apre le cateratte del tempo umano: oltre è un oceano di caos, o per meglio dire: un ordine incomprensibile dal “di qua”. Chiusano è stato un “padre spirituale” anche nel rafforzare in Caronia l’idea e la suggestione del “tuffatore fetale” risoluto ad immergersi nel grembo delle origini, regredendo verso il pre-umano, “quel punto in cui l’oscurità che precede la nascita sfiora da vicino l’oscurità che accompagna la morte”. Tre scrittori-guida del suo percorso, in questo senso, sono D’Annunzio, Tomasi di Lampedusa, Luigi Santucci. E quindi la “ricerca di una casa, la casa – arca materna – utero e tomba” in cui restare per sempre nella confortante condizione del figlio, con il piacere di esistere “senza la necessità di fare i conti con la vita”, come in un cantuccio nascosto, al riparo da tutto.

Le persone troppo sensibili hanno un destino misterioso che impedisce loro sia di vivere, sia di lasciarsi morire. Il tedio quotidiano le spinge alla “disperata ricerca di libertà” coltivando il sogno di alzarsi in volo e “girando uscire a nuoto dalla vita”. Ma poi qualcosa le frena: non hanno il coraggio di realizzare quel sogno, che in fondo preferiscono mantenere sotto forma di sogno. Al potere della realtà spesso ripugnante che ci assedia, Caronia oppone quello della fantasia, e quindi il dominio dell’anima: “L’anima non conosce misura. Si può possedere un corpo, non si può possedere una voce. Si può possedere una persona, non si può possedere un sorriso. Si può impedire a un cuore di battere, non si può impedire a un’anima di sognare”. Ecco dunque, per Caronia, il sigillo sacro dell’esperienza: il conforto delle stelle fedeli, il vascello dell’intelletto che cerca di opporre una diga al caos, e la consolazione della sera, cioè la scrittura. Lo scrivere appariva a Kafka una “strana, misteriosa, forse pericolosa, forse redentrice consolazione”, una “sorta di preghiera”, una “estrema possibilità” di seguire i percorsi della verità. La scrittura – a dispetto del nostro fallimento permanente di uomini destinati a svanire – mantiene viva in noi la meraviglia della vita; l’inesauribile luce delle parole veicola la fede in movimento che smuove a sua volta, anche le montagne, e si adopera per elevare la “muraglia cinese”, cioè “l’infinita speranza contro l’insidia della morte e del nulla”.

Kafka diventa l’alter ego di Caronia, per il suo essere un “individuo solitario, un uomo sapiente spaventato dal mondo”, “un uomo che aveva compreso a tal punto il mondo da non poterlo sopportare” ma capace malgrado tutto di nutrire la propria allegria come antidoto all’angoscia, e la soave, delicata ironia del funambolo che attraversa il vuoto della disperazione: “come quella volta che, giungendo a casa di Max Brod nel primo pomeriggio, aveva involontariamente svegliato il padre, assopito su una poltrona, e allora, alzando le braccia al cielo quasi per discolparsi e camminando in punta di piedi, aveva continuato a ripetere con immensa dolcezza: Scusi, mi consideri un sogno”. Questo era Kafka, lo scrittore e l’uomo in cui Caronia sente di potersi riconoscere, anche per alcune coincidenze biografiche, fino al “bilancio di una vita affidata unicamente alla letteratura e tutta spesa al servizio di una prospettiva di speranza”. Ma soprattutto per l’incredibile rispecchiamento del processo compositivo. Scrive Kafka ne I Frammenti: “Non riesco a scrivere. Perciò vado progettando delle ricerche di natura autobiografica. Non una biografia, ma la ricerca e il rinvenimento di elementi il più possibile minuti. Con questi voglio poi costruire me stesso, come uno la cui casa sia pericolante decide di costruirsene un’altra più sicura, lì vicino, magari col materiale di quella precedente”. E Caronia, di seguito, commenta: “Significativo è questo riferimento al rapporto tra scrittura e biografia, alla costruzione della scrittura come a una autobiografia camuffata”. Perché è così – come autobiografia camuffata attraverso la biografia di personaggi reali, scelti per affinità elettiva –, è proprio così che funziona la scrittura di Caronia, tra la densità simbolica del realismo kafkiano e la struttura ad arabesco di raffinate evocazioni atmosferiche alla Henry James. “Dunque il progetto, la costruzione, la ricerca di un possibile senso” e la fiducia nel potere del racconto che “incanta il tempo ed esorcizza la morte”. Come accade nello splendido ed emblematico episodio della bambina di Steglitz, rievocato nelle pagine conclusive del romanzo:

Alla metà di dicembre, dalla sua tranquilla residenza ai margini della città, scriveva: “Steglitz è un sobborgo semicampagnolo, simile a una città-giardino, io abito in una villetta con orto e veranda chiusa da vetrate, in mezz’ora di strada fra gli orti si arriva al Grunewald, il grande orto botanico è distante 10 minuti, altri parchi sono vicini e dalla mia strada tutte le vie passano attraverso i giardini”. Proprio quell’inverno, durante una delle quotidiane passeggiate all’orto botanico, gli era capitato di incontrare una bambina in lacrime che aveva perso la bambola. Lui le aveva parlato e, commosso dalla sua dedizione e comprensione, aveva continuato per tre settimane a incontrarla e a raccontare, sostituendo la bambola perduta con una realtà diversa, falsa, forse, ma veritiera secondo le leggi della narrativa. Raccontava che la bambola, stanca della solita vita, era andata in viaggio… “E tu come lo sai?” diceva la bambina. “Perché mi ha scritto una lettera”. “Ce l’hai qui?” incalzava. “No, l’ho lasciata a casa, ma domani te la porto”… La bambola scriveva ogni giorno alla bambina e la teneva al corrente… diventava grande, andava a scuola, conosceva altre persone… decideva di sposarsi… descriveva il giovanotto di cui era innamorata, la festa di fidanzamento, i preparativi per le nozze in campagna, la casa dove sarebbero andati ad abitare… poi finalmente diceva addio alla sua amica… Ma a questo punto la bambina non sentiva più la mancanza della bambola, aveva altro, la storia, e quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all’interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono.

Marco Onofrio

 

Marco Onofrio intervistato sulla prima edizione del Premio “Sciotti”, a cura di Luca Priori (da ilmamilio.it)

premiazione

Dal quotidiano on line IL MAMILIO:

https://www.ilmamilio.it/c/comuni/12424-marino,-lo-scrittore-onofrio-fa-il-bilancio-del-primo-premio-sandro-sciotti.html

Il testo dell’intervista: 

1 – Si è conclusa la I edizione del Premio “Sandro Sciotti – Città di Marino”. Esperimento riuscito in termini di partecipazione e qualità degli scritti pervenuti?

Direi di sì. Nutrita e geograficamente estesa la partecipazione (dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, molte le regioni rappresentate) e nel complesso buona la qualità degli scritti pervenuti. Esperimento riuscito, dunque, tenendo conto che si trattava della prima edizione (una specie di “numero zero”) e che la notizia e la diffusione del Premio – continuando ad organizzarlo con lo stesso impegno profuso, anzi aumentandolo – sono destinate inevitabilmente a crescere. 

2 – Ci racconta la sua personale esperienza del Premio?

L’assessore alla cultura – nonché Vicesindaco – di Marino, Paola Tiberi, mi ha chiesto di aiutare il Comune a organizzare questa prima edizione. Ho cercato di mettere a disposizione la mia esperienza di scrittore e giurato in altri premi nazionali, sia per la stesura del  Disciplinare del Premio, dando consigli laddove necessario, sia nell’organizzazione della Giuria, coinvolgendo amici e colleghi scrittori come il Presidente Dante Maffìa, candidato al Premio Nobel per la Letteratura, e Gianni Maritati, capostruttura Rai del TG1. Ai quali, oltre me, si sono aggiunti: il M° Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri; Patrizia Manoni, educatrice e dirigente scolastico delll’Istituto “Maestre Pie Venerini” di Marino, dove mia figlia Valentina frequenta la quarta elementare; e la criminologa Angela Tibullo, noto volto televisivo della Rai. Poi però, ai primi di luglio, la Tibullo è stata inopinatamente arrestata (è tuttora ai domiciliari) per una brutta storia di presunto coinvolgimento mafioso. C’è stato subito chi, scioccamente, ha colto l’occasione per una strumentalizzazione politica della notizia, ma a nulla sono valsi i tentativi di gettare fango sul Premio. La Tibullo, che – sia pur presunta innocente – a quel punto si rendeva incompatibile con un Premio dedicato alla Legalità, è stata degnamente sostituita dalla psicologa e criminologa Nicolina Cianci. La Giuria si è riunita il 4 dicembre u. s. e, su base di votazione decimale, ha stabilito vincitori e finalisti per le due categorie dell’Edito e dell’Inedito. La Cerimonia di Premiazione si è svolta dieci giorni fa, in un clima di cordialità e di emozione, presso la Sala Consiliare del Comune di Marino.     

3 – Un commento sui vincitori delle diverse categorie?

La categoria dell’Edito è stata vinta da Sabino Caronia, scrittore e critico letterario romano, con l’intenso romanzo “La consolazione della sera” (Schena Editore), dove in poco più di 100 pagine si condensano – attraverso una lettura originale della vita e dell’opera di Franz Kafka – significati essenziali non solo per la scrittura letteraria, ma per la Cultura in genere e l’etica profonda di ogni civiltà. La categoria dell’Inedito è stata vinta da Marco Prati di Cesena (la città natale di Sandro Sciotti!) con il racconto “Gli occhi di Hans”, per cui ho avuto l’onore e il piacere di scrivere la seguente “Motivazione del Premio”, da me letta durante la Premiazione:     

«La vita quotidiana di una ragazzina ebrea di Roma esce sconvolta dall’incontro con la Storia: Teresa viene deportata ad Auschwitz dopo la retata del 16 ottobre ’43. Da quel momento è l’Orrore, da cui Teresa riesce lungamente a salvarsi grazie all’amore per un ragazzo olandese incontrato nel lager: Hans è “alto e bello, con in testa una cascata di riccioli biondi” ma soprattutto con gli occhi azzurri come un mare d’agosto dai riflessi dorati. Quello sguardo indimenticabile diventa, agli occhi innamorati di Teresa, l’unico faro per sopravvivere all’inferno. I due ragazzi si proteggono teneramente. Teresa sfida la falsa legalità statuita dai regolamenti disumani del lager e ruba del cibo dal magazzino delle vettovaglie, rischiando la vita per salvare Hans dal deperimento. Hans, a sua volta, offre la propria per salvare Teresa da morte certa, dopo che la scoperta degli ammanchi esige un colpevole e una pena. Racconto splendido per capacità evocativa di mondi e atmosfere storiche, dalla cui filigrana emergono emozioni e valori universali, di abissale profondità, “Gli occhi di Hans” si legge come un romanzo: pur magistralmente intessuto nella misura breve del racconto, ha del romanzo la capacità di incastonare i destini ad una trama superiore che li ingloba ma che sa raggrumare in sintesi emblematiche, prossime alla poesia, da cui l’anima del lettore è sorpresa proprio mentre la narrazione lo avvince ai fatti, consentendogli già di “vedere” il film bellissimo e struggente che se ne potrebbe ricavare».

4 – Andando oltre l’aspetto prettamente letterario, fra gli obiettivi principali del Premio c’era quello di far vivere il ricordo del Vicebrigadiere Sciotti. Pensa che questo nobilissimo obiettivo sia stato raggiunto?

Penso proprio di sì. Il gesto eroico di Sandro Sciotti potrà non solo eternarsi in tutti coloro che, venendo a conoscenza del Premio, vorranno parteciparvi e divulgarlo a loro volta, ma anche e soprattutto chiamare a raccolta – fungendo da esempio e da stimolo – le forze sane di questo Paese intorno a un discorso intergenerazionale di Etica e di Legalità. Devo dire che tutta la Giuria è rimasta colpita e commossa dalla passione civile che, rivelando il volto poco strombazzato dell’Italia, quello ancora pulito, i partecipanti hanno infuso nei loro racconti, al di là dell’oggettivo valore letterario.   

5 In un panorama letterario dove di fatto regna sovrana la stagnazione, i premi letterari quanto possono indurre persone nuove ad avvicinarsi alla letteratura?

Molto! Non solo perché per partecipare a un Premio spesso ci si ritrova a scrivere ex novo, qualcosa che magari senza quell’invito non avrebbe mai visto la luce, ma anche perché un Premio – purché onesto e non legato a logiche di potere, come è nel caso del Premio “Sciotti” – può servire agli autori per mettersi alla prova, uscire dall’anonimato, ottenere giuste gratificazioni al proprio impegno.  

6 Secondo Lei ci sarà un futuro per il Premio Sciotti?

Il Sindaco di Marino, Carlo Colizza, ha ufficialmente annunciato il proseguo dell’avventura. Ma anche senza la sua comunicazione, espressa nel corso della Cerimonia del 15 dicembre u. s., è il successo globalmente ottenuto dalla prima edizione a convalidare ottimi auspici per il futuro del Premio. Ad maiora!  

(a cura di Luca Priori)