“I cinque pilastri della stoltezza”, di Aldo Onorati. Lettura critica

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Con questo brillante e piacevole saggio (“I cinque pilastri della stoltezza”, Roma, Armando, 2003, pp. 125, Euro 12), Aldo Onorati – rovesciando un celebre titolo di Lawrence d’Arabia, “I sette pilastri della saggezza” (1922) – invita a riflettere sulla consistenza e la portanza strutturale del nostro edificio cognitivo: la Weltanshauung che plasma la cultura occidentale di cui siamo eredi e, insieme, parte attiva. Una cultura che, dopo Platone, si afferma e caratterizza come uso del sapere a vantaggio dell’uomo e a scapito del mondo circostante: attività manipolatrice che si incunea nella natura per trasformarla, antropizzarla, civilizzarla, rendendo man mano più sensibile il divario fra i “tempi storici” e i “tempi biologici” di cui parla l’ecologo Enzo Tiezzi in un libro fondamentale. La storia stessa nasce come distacco del tempo dell’uomo dal grande grembo del tempo della natura: una frattura che F. Nietzsche anelava a ricucire in ripristinata unità mediante lo “spirito dionisiaco”: «Sotto l’incantesimo del dionisiaco», cito da “La nascita della tragedia” (1872), «non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile e soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente».

Il cammino della civiltà occidentale è infatti configurabile come un continuo e progressivo distacco dalla “physis”, e quindi dalla percezione stessa della natura primigenia e indistinta. L’homo sapiens sapiens, in cerca di terre sempre nuove da esplorare e colonizzare, si è armato di una sorta di corazza culturale, astratta e artificiosa, che lo rende estraneo e, per così dire, “indigesto” al grosso del mondo animale. Tra i molti miti dall’uomo elaborati, da brandire come torce o spade lungo il cammino senza fine verso Utòpia, c’è sicuramente quello più pericoloso, una sorta di dono ancipite – come il fuoco rubato da Prometeo, che riscalda, sì, ma che se sfugge al controllo può anche ridurre in cenere: il progresso.

Il progresso ha finito per diventare surrogato del dio che abbiamo perduto lungo la strada del nostro non trovarci più di casa a questo mondo, smarriti a nostra volta tra la nostalgia del “non più” e l’angoscia del “non ancora”. Scortato da una schiera di sentinelle mitiche, quali la Ragione, l’Intelligenza, la Civiltà (altrettanti squilli di tromba che il sapientissimo uomo, invischiato nel suo soliloquio, utilizza per autoincensarsi, per rimuovere la cattiva coscienza e per neutralizzare gli inquietanti segnali che, malgrado tutto, continua a mandargli da dentro la belva primordiale), nonché giustificato dal profitto economico (che non a caso viene elevato a sistema e promosso al rango di “etica” dal momento in cui, col Protestantesimo, viene meno il ruolo del sacerdote come intermediario tra al di qua e al di là), il progresso assurge a orizzonte e focus della scena, e, abbracciando la pretesa di auto-fondarsi come unica via praticabile, senza più interlocutori, libera tutto il suo potenziale distruttivo. La cultura e la “civilizzazione” tipiche della modernità si sono poste dunque a servizio di questo mito di conquista e colonizzazione eurocentrica, in un grandioso progetto che si risolve e accende nel progresso, laddove comincia e finisce la “grande corsa” dell’uomo occidentale. Che poi alle tentazioni eurocentriche siano subentrati i connotati informi di un mondo globalizzato “all’americana”, coi relativi squilibri, non cambia la sostanza delle cose: l’uomo continua noncurante a utilizzare il pianeta a mo’ di pattumiera, mentre il pianeta gli muore sotto i piedi minacciando di ucciderlo a sua volta.

Quali sono i falsi miti con cui l’homo sapiens sapiens ha puntellato il suo progetto di conquista del pianeta?
Eccoli:

1) che l’intelligenza sia prerogativa (esclusivamente) umana;
2) che l’uomo sia l’unico essere vivente dotato di razionalità (la dea Ragione);

3) che solo l’uomo abbia l’anima;
4) che l’uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio;
5) che l’uomo sia il re del creato.

Questi i cinque pilastri della presunta “saggezza” individuati, attraverso la natura e la storia dell’uomo, come radice maligna della sua vocazione autodistruttiva. Onorati si diverte con riso amaro a rovesciarli, uno ad uno. Li smonta, dunque, e ne smaschera la fallacia con la forza della sua humanitas, cioè di una cultura nutrita di buon senso ed equilibrio, e non antagonistica, bensì accordata alla natura, in armonia con il Logos della vita, la legge interna delle cose. Non è un caso che a farlo sia un figlio e un testimone diretto della civiltà contadina, ormai fagocitata dai mostri del progresso: Onorati ha nel sangue il plasma di quella cultura che, lungi da ogni “oltracotanza”, aveva un senso naturale e pratico della realtà e, pur contemplando l’uomo come agente trasformatore della natura, faceva sì che la Terra potesse ancora tollerarlo come accidente sostenibile, nella misura in cui ingranaggio funzionale degli ecosistemi, e non come aberrazione o variabile impazzita. L’uomo un tempo sapeva per istinto quale fosse il suo posto all’interno della natura: aveva il senso naturale del limite, del posto a lui assegnato, oltre cui è pericoloso spingersi. Aldo Onorati è semplicemente uno che, a differenza di tanti suoi colleghi scrittori (ai quali la corona da re non basta neppure), ha il coraggio di affermare che “il re è nudo” poiché vestito di fumo e di nulla; e poi, non pago, cerca anche di scuoterlo, di urlargli in faccia per svegliarlo dal torpore. Ma l’uomo procede per forza d’inerzia, come un sonnambulo o un condannato, incontro a un destino che sta facendo di tutto per trasformare in fato. La società di massa, vero e proprio teatro dove il progresso, come nel ballo “Excelsior” d’inizio ’900, celebra e immola i propri trionfi, ha scisso e parcellizzato l’individuo, sia al di fuori sia all’interno: ciascuno di noi è una monade schizofrenica dentro un insieme di solitudini. Ogni individuo è un Io senza Noi. Abbiamo perso quell’identità collettiva di valori e di appartenenza che caratterizzava la civiltà preindustriale come una ben più umana e accogliente “comunità”. Una comunità è una società dove ciò che accade a uno riguarda tutti. Proprio perché non si sente più membro di una comunità, l’uomo oggi crede di potersi permettere la suprema idiozia di ridere mentre la nave di cui egli stesso è passeggero affonda: come il pazzo che, a chi gli domanda il motivo di quel riso, risponde: “Tanto la nave non è mia”. Né poi la generica appartenenza all’umanità è vissuta come reale “vincolo comunitario”: abbiamo ancora bisogno dei confini, dei campanilismi (se non ci sono, ne creiamo di sempre nuovi), e obbediamo inconsciamente al concetto, ormai superato, di “nazione sovrana”. L’umanità sta perpetrando il più assurdo ed efferato dei delitti: stiamo tradendo i nostri discendenti, impedendo loro di avere un futuro. Le conseguenze del nostro vivere “civilizzato”, infatti, non sono immediate. Peraltro il pianeta, avviluppato dal nostro gorgo e disturbato dalla nostra invadenza, sta assorbendo la frenesia convulsa dei tempi che gli imponiamo ogni giorno di più, snaturandolo e privandolo dei suoi delicati equilibri, per cui «quello che non è accaduto in millenni, oggi accade in decenni».

L’unica salvezza è riposta nell’ethos di una “morale cosmica” da acquisire con urgenza apocalittica: ognuno dovrebbe comportarsi come se il futuro di tutta l’umanità dipendesse da lui, da ogni singola scelta, dai gesti quotidiani. Agli scrittori è demandato il compito di costruire la “memoria del futuro”: non sterili cassandre o apocalittici profeti, ma attenti stimolatori delle coscienze e umili ricercatori della verità. È quanto si impegna a fare Onorati in questo libro che è insieme un grido d’allarme ecologico e una risposta filosofica al problema dell’esistenza. Opera che nasce da un bisogno di chiarificazione e ricapitolazione nei confronti anzitutto dell’uomo, inteso come «indecifrabile errore della natura» dove «ogni vizio capitale, ogni inganno, ogni limite, ogni obbrobrio risiedono (…) insieme a un misterioso congegno geniale e apparentemente libero che fanno di lui una meraviglia e insieme un mostro del creato mondo».

Onorati è mosso da una sincera ansia di verità. Egli avverte che questa in particolare è l’epoca dei simulacri, dei falsi miti: un’epoca di cecità, nel profluvio insipiente delle immagini; di solitudine e incomunicabilità, nel trionfo apparente della comunicazione; di stoltezza mascherata da sapienza. Infatti è più che possibile, anzi è probabile, che la verità si trovi altrove dai “luoghi comuni” deputati ad accoglierla: non può bastare, a colui che cerca il vero, l’inganno della forma. Per questo il sottotitolo del saggio è “considerazioni di un immorale”: Onorati è cosciente che il suo è un pensiero “ex lege”, che attraversa e oltrepassa il muro delle convenzioni, ponendosi liberamente “al di là del bene e del male”. Ecco allora che, scattando queste cinque fotografie all’uomo (come nota Bruno Benelli in Prefazione), il suo obiettivo penetra nell’essenza che la forma delle cose nasconde, alla ricerca del loro senso autentico. Il pensiero s’incunea nelle pieghe della realtà e si appunta alle sconnessioni dell’intelligenza, sempre affilando la sua lama sul «dubbio fecondo e l’umiltà salvifica» (così Onorati li definisce) – il che, fra l’altro, gli consente di evitare posizioni manichee, e lo rende immune da tentazioni facilmente censorie o moralistiche. Onorati sa benissimo, e lo scrive, che le cose sono molto più complesse di come appaiono, che «bene e male, menzogna e verità» sono mescolati e spesso indiscernibili nell’uomo: che ad esempio lo stesso progresso, che tanti squilibri procura, ha per altri versi recato innegabili e ormai irrinunziabili benefici alla qualità della nostra vita.

La Vita, infine, è il nucleo essenziale del saggio: un “miracolo” di cui Onorati si dichiara stupefatto ammiratore; la forza che tutto domina, infinitamente superiore alla tronfia ragione umana. Con questo libro egli leva una sorta di grande preghiera laica: un inno di lode in cui ama la natura fino alla commozione e celebra la vita nelle sue infinite, prodigiose manifestazioni. Allora forse la verità essenziale che Onorati cerca, fra tanti rumori di sottofondo, è la legge stessa del Logos, ovvero quella che nel libro è definita «necessità strutturale insita nella legge dell’esistenza»; ciò stesso che rende la vita una «unità inscindibile» e un caos pieno di armonia. La sola legge alla quale l’intelligenza umana, per ritrovare la sua giusta misura, dovrebbe affidarsi (con buona pace dei tanti “sapienti” oggi conclamati e pubblicamente riconosciuti) poiché, come scriveva Francesco Bacone, è soltanto obbedendole che l’uomo comanda la natura.

Marco Onofrio

“Dalla parte del tempo”, di Sonia Giovannetti. Lettura critica

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La silloge “Dalla parte del tempo” (Torino, Genesi Editrice, 2018, pp. 100, Euro 11) consente di percepire la poesia di Sonia Giovannetti, come è, “giovane e pur ricca di memoria”, fresca come la primavera e malinconica come l’autunno, ricca di nutrimenti sorgivi e stratificata di lontane eredità. La sua poetica, qui imperniata sul tema-cardine del tempo, demanda la scrittura a un compito di soglia metafisica, dove si svela “l’essenza / della scena” nel punto esatto in cui “s’alza / la polvere soffiata dal vento”, cioè la materia si scorpora, nella sua perenne trasmutazione, per toccare le radici del vuoto universale da cui sorge. La poesia viene appunto dall’insorgenza dell’essere che fiorisce dentro il divenire.

Il tempo divora e consuma; la poesia cerca ciò che resta, dando voce a quel “niente che è tutto”, come lo chiama Montale, in cui siamo immersi e reclusi, come tra sbarre invisibili. È il tempo interiore “a definirci nella sofferenza” perché non c’è “rimedio al disordine”, e tuttavia è la memoria “a restituirci, nel tempo, la vita nella sua interezza”.

Dunque “vivere è ricordare”. Scrive la poetessa:

Dov’è il tempo se non nella memoria
che tutto lega al cerchio del durante
e l’essere fa eterno, e fin la storia
acconcia a tratto immoto del pensante.

Il tono è alto e aulico (altrove troveremo anche arcaismi come “seco” o “alfin”) ma non inficia la chiarezza del dettato. È la memoria il nucleo che unisce i piani temporali, una sorta di piattaforma girevole da cui possiamo concepire, pur nell’incessante metamorfosi del pensiero, l’eternità come essere oltre il divenire e – continua la poesia – oltre la “ria illusione / del viver somigliante a un proseguire” (cioè la linea cronologica dei fenomeni) perché è nel tempo che “ha dimora il vero / che non trasmuta né conosce mete” e intanto si manifesta nell’infinito ciclo delle cose che appaiono e scompaiono, come il mare “che tutto smuove e acquieta”. Il nucleo durevole dell’essere emerge anche dal confronto dialettico tra le nuvole e le stelle:

Si mostrano le stelle, nell’angolo di cielo
dove impalpabili dimorano le nuvole.

La stessa essenza delle nuvole è sospesa tra la forma visibile del loro fenomeno e la fumigante dinamica che le plasma e le fa scomparire. L’essere del soggetto, sopravvissuto a tutte le morti che lo hanno fatto crescere nel tempo, si svela nell’invariabile essenza delle sue trasformazioni:

Sono ciò che fui sempre,
futuro di una memoria.

E ancora:

Ero e ancora sono
ma trapassa la forza
nel gomitolo degli anni
che si srotola senza fragore.

Il silenzio “vibra” di “echi lontani” a cui l’animo s’impiglia, attardandosi in “rimembranze lontane”. Un po’ giungono involontari, i ricordi, “imbastiti dall’affanno del respiro e del rimpianto”; un po’ vengono stanati dall’intento consapevole della poetessa, che non dimentica e non vuole dimenticare, e li dipana “uno ad uno” pure mentre ripercorre i luoghi del suo e del nostro tempo.

Ricordo e rivivo la bambina
che ero. Toccavo il mare.
Improsciugabile l’acqua
nel primo giorno d’estate.

E invece poi (anche se pareva impossibile) l’acqua si prosciuga, e l’estate finisce, e le cose più belle rovinano – a dispetto del loro splendore. Siamo il futuro del nostro passato e il passato del nostro futuro, ma la realtà vera che ci è possibile vivere – S. Agostino docet – è soltanto il presente a cui siamo costantemente agganciati (anche quando pensiamo il passato e il futuro): “Nessun confine al presente”, scrive Sonia Giovanetti.

Le poesie di “Dalla parte del tempo” riescono a manifestare l’eterno “presente muto” che sostanzia il nostro “meraviglioso, esecrabile, sfavillante nulla” da cui esce l’“antico, sottile dolore / che permea il riposo del mare”. E quindi il colore del vuoto, il silenzio dei suoni, e il suono misterioso dei pensieri. Ecco la foto metafisica che Sonia scatta della nostra condizione: siamo “eroi senza battaglia” che continuano a “tessere filo spinato” mentre declina nell’ombra “anche la speranza”:

È così che moriamo,
ignari – quasi – del nostro addio.

Le parole essudano come unguenti medicamentosi dai bagliori perduti di una indimenticabile felicità, “quell’Uno che fummo, / che mai più siamo stati”, quel tempo senza tempo solo “nostro”: l’infanzia, i rari attimi perfetti, le grandi gioie e le rivelazioni: “vaga memoria, e balenante / dell’apice ch’arrise al tuo percorso”. Ora, invece, “solo il dolore mi ricorda che sono viva”, e di tanta dolcezza sono rimaste “solo un po’ di stelle in tasca”: “ammarati i sogni / (…) anch’io ho gettato l’ancora”. Il presente che si contrappone a “quel” passato assomiglia alla condizione di sradicamento e alienazione dello straniero:

Sembra che nessun posto sia il mio posto.

Il pane “non lievita” più, i giorni sono “incerti” e tocca affrontare il “lungo esilio” di un “autunno infinito” in cui sospiro si somma a sospiro, come i fogli strappati dal calendario.

Si dà insomma voce al “nostro testardo tentativo di vivere”, perché la vita è sforzo e inesausta fatica: “trascinare / la mia valigia, con il suo carico di attese / e di speranze, verso un tempo che non so” guardando la vita “scorrere sui binari” e contando le occasioni perse, “tutti i miei gesti incompiuti”:

Quanti convogli non presi
e quanti silenzi hanno conosciuto
i binari della mia immobile esistenza.

Ma “prima o poi s’aprirà il varco” che renderà non inutile l’attesa di cui abbiamo colme le mani: un “bagliore”, qualcosa che “accenda una fontana di luce”. Non a caso viene evocato un grande faro della poesia del ‘900 come Mario Luzi, per la densità esistenziale annodata alla forte tensione metafisica. La poesia deve “ritrovare il cielo” – il suo e il nostro – perché il “sentiero della parola” tende naturalmente a inerpicarsi “altrove”, cerca “ali di luce”, apre a mondi per cui “il linguaggio resta vano”: “altra luce”… “altro sole”… “altri occhi”…

La poesia vuole rimuovere “l’ingiuria del tempo”, anche l’“usura” a cui il tempo “condanna le parole”, dando udienza alla identità – unica e preziosa – di ogni singola esistenza. Ad esempio le conchiglie: “ciascuna diversa, ciascuna con la propria storia”. Ma tutte, grazie all’aquilone della poesia che può sollevarle, “parleranno d’amore, della terra, del mare, / del sole e dei tanti granelli di vita”. La poetessa vuole abbracciare tutto l’universo per afferrare “l’infinito in un attimo”, e quindi “la creazione, il mistero, la voce / inconosciuta di tutte le cose”, anche se poi torna dai suoi ambiziosi viaggi astrali con solo “un poco di vita / frantumata” nella mano. Briciole di sogno e di splendore: di più non ci è concesso.

Il tempo non è solo quello che ci segna la pelle di rughe o quello psicologico interiore degli anni attraversati, ma anche la dimensione fisica della materia entro cui avanza l’evoluzione biologica dell’esistenza: “il tempo nascosto della vita” che va per conto suo, coi semi che nel silenzio “abitano la terra”. Tutto si manifesta per natura: “nessuna vita sta a sé muta”. E le cose suonano il mondo: ad esempio le onde che a Sabaudia interpretano la melodia di Circe, o le ore che trascorrono in “sinfonie smarrite”, o il “lento sciabordare delle barche, ancorate / al molo” che “esegue la sinfonia del distacco”. La vera bellezza è nascosta, “si vede poco” e porta con sé la grazia, un “anelito d’apertura al mondo” che “si fa pane sul tavolo e canto d’amore della terra”.

La poesia, come scrive Antonia Pozzi, è una catarsi del dolore “trasfigurato nella suprema calma dell’arte”. Non solo consola dai frangenti della vita, inquadrandoli sub specie aeternitatis, ma comunica la dolce nostalgia di ciò che non è più, nel confronto lancinante con l’assenza:

Stringo la parte di te
che manca a questo giorno.
T’indovino in ogni ombra.

Amo perfino la tua assenza
se così vuoi tenermi vicina.

La poesia indica la strada per guardare e andare oltre, liberandoci dentro quel “qualcosa di chiaro” che abbiamo dentro, grazie a cui il cuore “s’immerge dentro un mare / dove si nuota insieme sulla stessa onda / nella stessa corrente. // Solo lì, finalmente, diventiamo una cosa sola”.

Occorre riscoprire “l’intima gioia di vivere / ancora felici, come i fanciulli spettinati / che oggi correvano al sole”, traguardando per questa via il sogno mai realizzato della pace dal “profumo antico”: ritrovarsi per incanto – come accadde per la “tregua di Natale” nella grande guerra (era il 1915) – “fuori dalle trincee”, forti di “tutta l’umanità dell’uomo / senza più odio per l’altro” e di una “comune memoria” da condividere. La poesia è quello sguardo di speranza che va oltre ogni tragedia, e schiarisce il lutto con il sogno.

Il libro si conclude con il tempo dei luoghi, quelli personali di Sonia (Roma, Castelnuovo di Porto, Norcia, Sabaudia) e quelli di tutti, giacché siamo sempre in un “dove” che ci contiene e nutre la nostra memoria.

Stare dalla parte del tempo significa, da ultimo, assumere la prospettiva di Giano bifronte che ci fa abbracciare, senza ridurla arbitrariamente, la complessità della vita nei suoi opposti complementari. Si legga infatti la poesia eponima, dove il tempo (che nel primo verso evoca per antitesi il “T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra” ungarettiano, anche in quel caso dalla poesia eponima di “Sentimento del tempo”) emerge potentemente, raccogliendo i temi del libro, come veicolo di ambivalenza fondamentale e sostanza stessa della nostra creaturale identità:

Dalla parte del tempo

Non avere fretta, tempo.
So già dove mi condurrai
so che devo seguirti
ma non avere fretta, ti prego.
Ti temo perché sei morte
ti godo perché sei vita.
Mi avvolgi, eppure mi sfuggi.
Sei certezza e illusione.
Sei generoso e avaro
accomodante e inesorabile.
Molto mi hai dato
molto mi hai sottratto.
Ma dimmi: cosa sarei io
dove sarei, senza di te?
E tu, senza di me
cosa saresti, quando saresti?
Non posso prenderti, non posso sfuggirti
ma posso odiarti o posso amarti.

Perché sei me.

Marco Onofrio

“I Castelli” in tour: su ilmamilio.it le prime presentazioni “castellane” in programma

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/13310-marino,-iniziano-le-presentazioni-di-onofrio-con-%E2%80%9Ci-castelli-romani-nella-penna-degli-scrittori%E2%80%9D.html?fbclid=IwAR3L52moWktMCIgcaqPSmm0NrNPRIH5wafXNDc1yMIlqPhlrgRCQPBTf_nE

Comincia a Frascati, venerdì 8 febbraio alle ore 11.15, la prima parte del “tour” di presentazioni organizzate per la Guida letteraria “I Castelli Romani nella penna degli scrittori”, di Marco Onofrio, pubblicata due mesi fa dalla casa editrice romana Edilazio. La presentazione avrà luogo presso l’Istituto “E. Fermi” alla presenza del Preside Nello Giammarini, che introdurrà l’evento. Interverranno il politico Dario Nanni, il Presidente del Consiglio Comunale di Frascati, Franco D’uffizi, e la Consigliera Comunale di Frascati, Paola Gizzi. La seconda presentazione è prevista ancora a Frascati, venerdì 15 marzo, alle ore 17.30, presso la Sala degli Specchi del Comune: interverranno Dario Nanni, lo storico Ugo Onorati e lo scrittore e critico letterario Arnaldo Colasanti. Sarà poi la volta di Santa Maria delle Mole, dove venerdì 22 marzo alle ore 18, presso BiblioPop, Onofrio converserà con Paolo Di Paolo e Maurizio Aversa. Sabato 30 marzo, alle ore 18, il tour farà tappa a Marino, dove Onofrio vive da 13 anni. La presentazione avrà luogo presso la Sala Lepanto del Comune: interverranno Luciano Saltarelli, Dario Nanni, l’Assessore alla Cultura Paola Tiberi, Ugo Onorati e il Prof. Fabrizio Natalini, dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Giovedì 2 maggio alle ore 17 Marco Onofrio terrà una conferenza sull’argomento del libro presso la Sala “Agorà” dell’Archeoclub di Monte Porzio Catone. Altre presentazioni sono in corso di definizione ad Ariccia (Palazzo Chigi), Albano, Grottaferrata, Castel Gandolfo e Velletri. «Sono felice» ha dichiarato Onofrio «di portare questo libro ai luoghi stessi che lo hanno generato. Una bella occasione per risvegliare la coscienza culturale del territorio e comprendere – in questo caso attraverso le pagine degli scrittori – il valore storico della sua eccellenza: un patrimonio enorme da proteggere e tramandare, anche e soprattutto presso le giovani generazioni».