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“La facitrice”, di Ilda Tripodi. Lettura critica

facitrice

La seconda silloge poetica di Ilda Tripodi (La facitrice, Soveria Mannelli, Iride-Rubbettino, 2021, pp. 112, Euro 12) regala alla curiosità dei lettori – già instradati dal convincente esordio de L’anima gioca (2007) – un libro multanime, potente, ricco di sfaccettature, in dialogo con l’Esistenza, tra Natura e Cultura annodate entro e oltre la cornice universale della Storia. Talento confermato, dunque, ma c’è di più: Ilda Tripodi mostra già di essere matura per diventare una delle voci più autorevoli della nuova poesia italiana. Fin dalla prima lettura del libro si impongono alcune parole-chiave, a configurare un quadrante energetico che magnetizza e irradia significati: coscienza, conoscenza, libertà, verità. E al centro – equidistante – c’è la Grazia, che sostanzialmente è la capacità di saper capitare, di aderire al Mistero che si nasconde per scaturire nel miracolo della sua imprevedibile rivelazione. La Poesia, come l’Amore, è il luogo della verità che si rivela; e infatti sia l’Amore che la Poesia non tollerano di subire violenza. I poeti sono innamorati del mondo e, come gli innamorati, “vedono vicino le cose lontane”. Da questa predisposizione di dolce abbandono nasce il dono: sciogliere le resistenze, come quando si nuota, e affidarsi all’onda della vita. Proprio dalla disponibilità a bagnarsi e “sporcarsi” di vita, lasciandosi impigliare dalla rete plurisensoriale del frangente, è possibile avvertire la potenza della creazione che incalza, e così “io dimentico / la parola che volevo dire”. Il Sogno, infatti, è più forte e originario della metrica, cioè delle capacità ordinatrici della ragione umana. Dinanzi all’alterità perturbante del Mistero, il pensiero è solo una carretta del mare che imbarca “acqua acqua acqua”.

La parola poetica è lievito del mondo, poiché lo estende, lo approfondisce, gli consente di ricrearsi e respirare meglio. “I poeti hanno il nome delle cose che cantano”, e infatti diventano ciò che vedono e dicono. Sono facitori: terminali estremi e supremi della Creazione cosmica. Un po’ allievi e un po’ maestri: obbediscono e impongono. Le parole “sintetizzano / lo sforzo di restare immutati”, cioè di resistere al tempo che tutto divora. Ma più si approfondisce il Mistero e più le parole sono tremendamente inefficaci. Nota opportunamente Corrado Calabrò in Postfazione: «anche quando attinge un esito che per il prosatore sarebbe accettabile, il poeta rimane intimamente insoddisfatto perché sente, “sa”, di non essere riuscito a far percepire il flash di bellezza da lui intravisto con la stessa intensità, la stessa forza rivelatrice che l’hanno abbagliato. Non riesce, il poeta, a “rinominare”, vale a dire a rigenerare nell’impressività primigenia, le cose del creato, quelle visibili e quelle invisibili, le pulsioni profonde di quell’altro io sconosciuto che è dentro ognuno di noi e che anela a dare un segno della sua presenza». Scrive a tal proposito Dante Maffìa: “Il lievito delle parole / fa crescere il mondo, io però non trovo / che frasi fatte / e t’inseguo maldestro”. E l’altro Dante, in una terzina del I canto del Paradiso: “Vero è che come forma non s’accorda / molte fiate a l’intenzion de l’arte / perch’a risponder la matera è sorda” (vv. 127-129).

La centratura delle forze che abita il “grembo del tempo” vede la purezza dell’origine accompagnarsi con la zavorra della “solfa”, cioè la trita e grigia ripetizione che fa, del tempo, storia di sempre, ed è per questo che “bisogna ricominciare tutto / daccapo”. Scrive Ilda Tripodi: “Parole. / Parole nelle parole. / Cerco di liberarmi dalle parole. / (…) Restituitemi il silenzio. / Il silenzio era mio nonno. / (…) Lui pregava muto”. Il silenzio contiene tutte le parole e sta alla loro imperfezione come il sole alle “ombre riflesse” delle cose reali. Dalla totalità del silenzio irradiano gli archetipi di cui ciò che vediamo con gli occhi di carne è soltanto pallida copia. Certo, il mito della caverna, e un platonismo (fin dalle prime due composizioni del libro) che la dice lunga sulla vocazione metafisica dell’autrice, talora anche come dichiarazione di ricerca teologica: “Tutto in tutti. / L’eccedenza d’amore è la mia fede. / Ti cerco Dio / ma soprattutto ti penso”. La Poesia favorisce il “transito agli assoluti” che punta gli “elementi persistenti” del Mistero a cui dare la caccia, per stanarlo dai segreti dedali dove si nasconde. Ma forse si scioglierà spontaneamente quando le due Morgane dello Stretto “s’addormenteranno / faccia a faccia / con le mani condivise e giunte”. Allora emergeranno le infinite stratificazioni del mare, i suoi tesori sommersi, i suoi “immensi depositi di sale”.

Ilda Tripodi ha, appunto, questa sua tipica poetica degli strati: “ad ogni strato / corrisponde un passaggio” attraverso cui il divenire compone e scompone figure. Guardando il mondo dall’osservatorio privilegiato di Reggio Calabria, in uno scenario di spettacolare bellezza dove lo stupore delle Origini abita ancora “presso giganti e montagne”, può recuperare una dimensione mitica e aurorale che, sintetizzando echi biblici ma anche greco antichi, le fa scrivere a un certo punto: “In principio era il verbo, / il verbo era presso la bocca dell’infinito / e il verbo era la bocca dell’infinito”, cioè la parola-abisso, la parola-vuoto che dice l’immensità dell’Àpeiron di Anassimandro. Anche se, forse, il Sud “è un trapianto di memoria / non riuscito” che rende ormai inattingibile l’armonia perduta, è innegabile il bagaglio di cultura classica che anima organicamente questa Poesia, non solo sul piano dei contenuti ma anche per lo stile formulare fatto di riprese, ripetizioni, cadenze epiche e gnomiche dove si percepiscono le sterminate letture assimilate in carne, sangue, respiro – attraverso le stratificazioni che soggiacciono alla pagina. Antigone. Medusa. Odisseo. Ci si chiede ad esempio: Itaca o il mare aperto? Entrambi, sussurra la probabile risposta, perché riemergono puntuali dalla conquista del termine reciproco: quando si è in mare aperto, si ha nostalgia di Itaca; quando si torna a Itaca, si ha di nuovo nostalgia del mare. La parola mediterranea (che appunto “sta in mezzo alla terra”) dopo la traversata di Odisseo è destinata all’erranza perenne: “tocca porto / ma prende di continuo il largo” anche se la poesia resta, con Paul Celan, una sorta di ritorno a casa, un modo di riprendere se stessi.  

La scrittura de La facitrice entra in risonanza con il naturalismo aitiologico e ilozoico dei filosofi presocratici, e quello panteistico dei rinascimentali – tra cui i calabresi Pitagora, Telesio, Campanella. Lo sguardo di Ilda Tripodi penetra così profondamente nell’essenza dei fenomeni da estrarne la “storia latente” e leggi universali come: “Caos furtivo / Cosmos dissimula” dove il soggetto del verbo può essere sia il Caos e sia il Cosmos, con lettura ambivalente. È il Caos che nasconde il Cosmo (cioè l’ordine armonico) o viceversa? Di entrambi abbiamo contezza, poiché sottoposti al destino della dissolvenza che regola le cose terrene: inutile illudersi o negare le “scomparse” continue, la verità è che tutto si scioglie nella consunzione e “il domani / viene sempre troppo presto”. Anche i cieli sono “irreplicabili”, ma a pensarci bene ogni singolo istante è unico e irripetibile, non tornerà mai più. “Tutto ciò che so / me lo ha insegnato il vento” ammette la poetessa. Per questo l’uomo è “stanco di morire” e dire addio. La poesia è una voce che vuole e anzi deve rispondere al grido che sale dal silenzio della Natura e della Storia, esplorando l’oblio dei loro drammi sepolti.

C’è un punto di snodo tra la vocazione metafisica e quella etica-civile discretamente sottesa anche alle poesie di chiara impronta filosofica, ed è la citazione dal primo stasimo dell’Antigone di Sofocle: il celebre “Pollà ta deinà”. Molte le cose straordinarie (ma anche: terribili, potenti, inquietanti), eppure niente più dell’uomo. La realtà è straordinaria (terribile, potente, inquietante) sia nell’ottica della perennità – il Mistero, il Mito, la divinità – sia in quella della storia, ed entrambe le dimensioni sono espresse dall’indecifrabile silenzio: “La parola ha sbandito i segni / e il desiderio di interpretare il silenzio. / Questo è il dramma della storia” . Molte delle poesie di Ilda Tripodi nascono da uno sconcerto per il mondo contemporaneo, un disincanto che la porta ad avere sfiducia nel futuro (“non credo più / nei nuovi raccolti”), fino a scrivere: “Ho perso la fede / nelle cose più ovvie”. Da sempre, sì, “gli uomini sono forbici / che cercano la carta. // Gli uomini sono forbici / che trovano il sasso”, ma oggi più che mai “ci hanno sottratto la ragione / ci hanno privato delle ragioni”. Non abbiamo più l’asse fondante dei valori, per cui “la verità / è una fatica” mai così ardua – come stiamo drammaticamente sperimentando con la pandemia. La speranza vorrebbe trovare un punto fermo, una “pietra serena” per “provare a ricominciare / insieme a tutti voi”, scrive Ilda Tripodi, ma “dove posso incontrarvi / se non esistono più luoghi / se vi ritrovate in spazi / che non esistono”, come i nonluoghi teorizzati da Marc Augé?

Dunque la poesia è anche “una linea che lascia apparire / tutto il nero sottostante”, cioè gli errori e gli orrori che incistano nei sepolcri imbiancati di ipocrisia, laddove – malgrado millenni di lotte civili – l’uomo continua a estinguere “l’uomo / con la forza dell’uomo”. È, ancora e sempre, il “mondo offeso” di cui scriveva Elio Vittorini, il mondo dove impera il sistema perverso che oltraggia la dignità e la libertà delle persone, e dove se “l’offeso” è “diverso / sta ancora fuori dalle cose”: non viene neanche percepito come tale.

La magia della parola poetica di Ilda Tripodi è la potenza sorgiva che le consente di accendere e spegnere “frammenti di senso” sia nel dialogo con l’anima, fluente a mo’ di risacca che “ad ogni suo ritorno / chiede chi sei”; sia nel dialogo con gli abissi della storia e della civiltà. E di affrontarli come le facce complementari di un unico discorso, quello stesso che ci dà luce e ci rende umani. Anche nell’esigenza umanistica, oggi sempre più urgente, di tornare ad esserlo.

Marco Onofrio

“Azzurro esiguo” letto da Fausta Genziana Le Piane

Azzurro esiguo cop-2

Riflettendo sul titolo dell’ultima raccolta poetica di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021) e sulla dedica personale che trovo all’interno – per un azzurro tutt’altro che esiguo – resto perplessa: ma insomma questo azzurro è esiguo o no? Calma, procediamo per gradi. La parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

Non è un caso che sia Mallarmé e sia Onofrio parlino di voce e di suono: Il suono, padre della terra / si incarna dentro un guscio / di splendore (…) (Il compito, p. 15)… Trionfo della creazione, dunque azzurro – lontano anche – che vince e supera la materia. Azzurro come dire Ideale, Bellezza, bellezza del mondo, bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo gettato qui sulla terra, dopo aver attraversato silenzio, spazio, tempo, è dilaniato tra la materia di cui è fatto e il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere, è combattuto tra la vita, che fa nascere e la morte che fredda nel mistero. Come dire le Città del Sogno / dove tutto è luce di pensiero (Il varco, p. 17). Tutto ciò scaturisce e prende forma dal tempo e dallo spazio e nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi, fatti di carne, di materia e di spirito, anime inquiete, intrise di mistero. Si resta colpiti dalla capacità dell’io del Poeta di sfaldarsi, allargarsi, perdersi dissolversi nello splendore dell’eternità, nell’universo, dilatato che inghiotte nella sua vastità:

Rinasco, ora, tra le braccia
del vento
che mi porta lontano
laggiù… laggiù…
sulle ali del tempo
dentro le vie dei colori
oltre l’orizzonte
in fondo al mare
ascolto la sinfonia dei giorni (…)

(So da sempre, p. 30)

Uscire dalla stanza.
Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

(Trascendenza, p. 33)

Risuona spessissimo la parola vuoto – una delle più presenti della silloge , vuoto incolmabile, vuoto che divora dove ci si spaventa senza che il turbamento diventi mai angoscia pura: è il centro ove tutto accade e si forma. È vuoto il silenzio, il silenzio / dei misteri?

L’universo è un grande buco
dentro il vuoto
pieno del nulla che ci ingoia…

(Ingranaggio nascosto, p. 20)

Anzi il vuoto non è indeterminato ma ha fattezze fisiche ben precise: Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di uomo, p. 80). Abisso, fondo, silenzio (più volte ripetuto), questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto. Fare il vuoto in se stessi, nel senso simbolico che danno a questa espressione poeti e mistici, è liberarsi del turbine delle immagini, dei desideri e delle emozioni; è scappare dalla ruota delle esistenze effimere, per provare solo la sete di assoluto. È, secondo Novalis, il cammino che va verso l’interno, la via della vera vita… “Il profumo dolce del silenzio / inchiavardato al vuoto” (Grato, p. 27). Il vuoto è vertigine che si attorciglia su se stesso in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore. Io interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del cerchio magico: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). C’è una corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo si specchia nel cuore,

Velati, gli occhi, e semichiusi
insensibili ormai a qualunque cenno
guardavano dentro
scorrere visioni trascendenti
come in un film
eccelso di indicibile grandezza
che qualcuno proiettasse dal cielo
dritto sullo schermo del suo cuore
proprio mentre stava per fermarsi.

(L’oasi, p. 38)

Anzitutto si specchia, anche il cielo nel mare: Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli) (Sale sacro, p. 62), il cielo nel pozzo, un occhiolino bianco che vacilla… Guardarsi dentro e trovarvi il firmamento, l’infinito… Sono tutto l’universo / l’infinito. L’Azzurro allora è esiguo rispetto alle aspettative umane, rispetto all’anelito, al desiderio di elevarsi ma, nell’essere inarrivabile, diventa vasto (azzurro senza fine):

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;
sali a purificarti nell’aere superiore,
e bevi come un puro e divino liquore,
Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.
Alto sui tedi e sui pesanti affanni
che gravano quaggiù l’esistenza brumosa,
beato chi potrà con ala vigorosa
lanciarsi verso i campi luminosi e sereni:
quell’uomo i cui pensieri, lieti come le allodole
si involano al mattino verso il cielo – colui
che plana sulla vita. ascolta e sa comprendere
il linguaggio dei fiori, e delle cose mute!

(Chales Baudelaire, Les fleurs du mal, Mursia, traduzione di Mario Bonfantini, 1980, Élévation, p. 35).

L’Azzurro – il cielo – coincide con la trascendenza, con l’eterno, la divinità, il desiderio di assoluto, di bellezza superiore ed implica la ricerca di un’entità spirituale superiore, perché il Poeta vuole vedere l’esistenza con gli occhi /stessi della divinità (9 passi, p. 28):

Chi disegna il mondo intorno a noi?
Chi sospinge il vento che trascorre?
Chi prepara i segni del futuro
quando noi emergiamo e si fanno
vivi, nel silenzio, catturare?
Chi decide i corsi e i mutamenti? (…).

(Chi è, p. 22)

La grande Luce irradia amore nel silenzio: il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione; ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio avvolge i grandi avvenimenti, dando alle cose grandezza e maestà. Il silenzio, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Lassù c’è un silenzio così pieno / che rende inutile parlare (Inutile parlare, p. 79). Al poeta è dato di sognare, di lasciarsi andare al sogno, senza opporvi fuga o resistenza (9 passi, p. 28) e di arrivare un giorno al centro inabitabile del cielo… Attenzione! Dobbiamo avere cura dell’Azzurro, in un attimo sparisce, in un attimo cade, precipita e poi non resta che sprofondare nella palude. Lassù, con l’Azzurro, ci sono le stelle, ci sono i baci:

(…) quella bocca dolce da baciare
che ora sto baciando,
non è un sogno!
Gusto tra le stelle il tuo sapore
di sorgente alpestre
e di marina fresca da annusare:
è un’acqua che non basta e non finisce
la gioia senza tempo che fa male
e spande una carezza in fondo al cuore
mentre ringrazio e benedico il mondo
per il miracolo che sei
viva tra le mie braccia
in questo spazio sacro,
e tutto attorno ciò che non sei te
l’impenetrabile ignoto
dell’insensato niente.

(Il bacio, p. 71)

Mi piace concludere con queste bellissime parole d’amore del Poeta, amore che coinvolge tutti i sensi (assaporare, gustare, annusare, ecc.). La donna idealizzata, Madonna degna dei più famosi Trovatori, è essere angelicato che rientra nella benedizione del mondo:

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Da qui la metafora della spazio sacro: è il luogo dove Madonna passeggia dispensando baci e gioia e frescura, qui si riuniscono gli amanti e il resto è l’insensato niente.

Fausta Genziana Le Piane

“In una notte lunga di un giorno che non conta”, di Antonella Antonelli. Lettura critica

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Bello e poderoso questo “In una notte lunga di un giorno che non conta” (Tracce Edizioni, 2013, pp. 152, Euro 13), di Antonella Antonelli: un tronco di esistenza intricato di rami divergenti (come le numerose tematiche attraversate, con le relative simbologie) dove ricordi e pensieri sono «impigliati in gomitoli di filo spinato», e il compito dell’autrice è appunto di scioglierli e riannodarli pazientemente. La premessa compositiva da cui nasce il libro mi pare una disposizione innata alla franchezza e alla sincerità incondizionate, che appartengono anche alla Antonelli come persona. Scrive a margine dell’esperienza (i «vissuti dell’animo») e, come il «cantastorie muto» che «si fida della luna», dice sempre la verità. Quindi mai ciò che non prova o non ha vissuto personalmente; in quei casi preferisce non scrivere. Per questo è una poesia sempre calda, cioè non immediata ma appena raffreddata dall’incandescenza del momento, e spesso intrisa di rabbia filtrata nella macerazione: preferisce senza dubbio il ruggito che prorompe, al lamento che unge. La poesia è uno spazio di sospensione cogitante dalla pesantezza degli anni che ci impongono lo sguardo a terra, schiacciati dalla «muraglia» metafisica che «si posa su tutti». La vita, d’altra parte, è l’evoluzione inafferrabile tra «l’ultima cosa che ho pensato» e il «ma» che apre e sorregge il movimento del non aver concluso, cioè tra l’essere e il doverlo dire. Un rifugio di osservazione post factum (appena un po’ dopo il manifestarsi dei fenomeni e l’evoluzione degli eventi), per cui si rivive quanto accaduto almanaccando «sotto coperta», tra i disegni della mente e le «perdite / del cuore».

Le parole aprono un «cancello / che dà sul nulla». Alla presa in carico corposa e concreta dell’esistenza, ispirata alla penna fulminante di un Raymond Carver – per esempio nella flagranza del “qui e ora”: «Sono le sei / e un sabato pomeriggio / rallentato e limpido. // Le campane suonano / proprio davanti a me») –, contrappone una percezione corpuscolare della realtà atomizzata, per cui la vita vibra nei suoi pulviscoli e anche i ricordi sono «silenziosi granelli» che attraversano, come in una clessidra, la «misera fessura» dell’attimo presente. Ha lo sguardo che tende a una dimensione astratta, leggera di sottili trasparenze: da lì coglie i gesti e i fatti più impercettibili, e modula le sue «geometrie alate», come quelle dei pensieri che fuggono in «giravolte musicali». Uno dei suoi compiti poetici è di custodire l’inconsistenza, per esempio catturando il «tremolio dei germogli» e il fragile apparire del nascente, o salvando la goccia di luce quando brilla, o bevendo la lacrima prima che cada, o raccogliendo la rugiada prima che il sole la faccia evaporare, e insomma rubando dalle cose l’«equilibrio sospeso» nell’ambivalenza dei contrari. Non a caso a un certo punto, quasi alla fine del libro, appare il nomen-numen di Giano bifronte «dietro la porta chiusa / ed i tuoi tanti giorni / di sospirato sole» come chiave del Logos che regge tutto quanto dall’interno. Antonella Antonelli rifiuta le divisioni nette, le zone proibite, le fronde manichee: preferisce l’«ombra ristoratrice» tra gli occhi e l’infinito, anzi la penombra «ché troppa luce / sfida la tenerezza», e del resto luce e ombra sono sempre mescolate. La percezione corpuscolare volge talora allo struggimento “crepuscolare” delle sere dai larghi tramonti, quanto tutto – anche il dolore – diventa più dolce e consola dall’amaro della vita. Ma è una dolcezza strettamente legata alla coscienza della caducità («siamo girasoli, / girasoli al tramonto»), giacché la morte – dalla quale, come dice Francesco d’Assisi, nullu homo vivente po’ skappare – ha una potenza terribile, penetra ovunque, «rapisce / anche il più piccolo uccello / nascosto in una gabbia», e questo rende il mondo «traballante» come un «guscio di schegge». Ecco dunque il raspo d’uva «che fu linfa» diventare «tra le mani scheletro», mentre la pienezza organica dell’amore diventa «rugosa / secchezza». Scrivere è un po’ un modo di «assemblare il puzzle / dei miei mille pezzi». Ma la frantumazione del soggetto ha, al contempo, radici profonde: «ogni briciola / scheggia / frammento / è forte di millenni». La poesia dunque si produce soprattutto come esplorazione del silenzio, della materia oscura, delle parti che mancano all’appello. Il silenzio può essere «ostinato / vibrante / demoniaco», o rappresentare l’«afono grido» di una stella, o il fondo inattingibile dei discorsi («C’è qualcosa che / non riesco a dire») perché la maggior parte resta «pianto recluso» e «voce intrappolata» dentro il cuore «imballato» e «sigillato».

La poetica di Antonella Antonelli tende a inseguire il «linguaggio / di sensazioni chiuse» dove si annidano i significati più profondi, ripercorrendo il processo generativo che estrae la luce dalle tenebre, come accade anche nel parto. La poetessa romana, così, scrive «parole / nel buio» e ne cerca che salgano «dal basso» per liberare il grido dell’utero: sa che «si toccano nell’intimo / lo stomaco ed il cuore», per cui si digeriscono anche i sentimenti e si ama anzitutto con la pancia. È divisa fra una tensione centrifuga che la spinge alla fuga, e una centripeta che la spinge al ritorno. Da un lato la vediamo refrattaria alle regole sociali, alle convenzioni, all’ipocrita decenza dei «devi non devi», e quindi irriducibilmente e pericolosamente libera («ho perso il paradiso / ma non la voce, / la strada / ma non i piedi»); dall’altro bramosa di stabilità e di un approdo sicuro dove restare, per poi meglio ripartire («Desidero fuggire / ma tu ascoltami, / tienimi stretta. // Dissuadimi / con la tua fantasia, / con i tuoi sogni / fermami»). La dinamica di chiusura può dipendere o dalla frustrazione del non più, e quindi la passione incenerita, i progetti che svaniscono, il fuoco spento dall’«opaco egoismo»; o dall’inerzia del non ancora, e quindi le potenzialità inespresse («Io, chicco di grano sepolto, / se non arrivi, / sarò mai il tuo pane?»), e ancora l’accidia, l’ignavia di preferire non avere piuttosto che perdere, e di restare sempre «al sicuro» nella «bolla / delle cose sospese»… e invece provare la tentazione di bucare la bolla, e di saltare nel vuoto in cui, o si precipita, o si impara a volare. L’amore è la scossa decisiva che disinnesca ogni processo di chiusura e di auto-esclusione; per questo il suo tempo è «così diverso», tanto che solo quando arriva si comincia a respirare davvero. Ecco allora il processo opposto di espansione dionisiaca, dai «nobili battiti danzanti», e quindi anzitutto l’eros felice, la corporea terrestrità come fluido scambio di energie ed elevazione cosmica del senso primordiale, oltre gli abiti di ogni moralistico pudore: «Gemo / mentre mi serri / con le cosce i fianchi. // Fremono i seni / sul letto disorientato / cercano il tuo calore confusi. // Mi volto / e mi prendi / e ti volto / e ti prendo. // Un unico orgasmo / avido / ci mescola i corpi». E ancora, poco dopo: «È un vortice / d’abbraccio / mi sdoppio nei tuoi occhi. / Io, / non ho più confini. // Liquefatta in te».

L’eros non è solo il dio delle alcove, ma anche e soprattutto un modo di guardare alle cose, una predisposizione a godere del mondo e della sua sconfinata bellezza con golosità vorace e insaziabile, quella di chi dopo ‘l pasto ha più fame che pria (Inferno, I, 99). E infatti scrive: «voglio prendere a mani piene / i profumi più intensi» imparando a muoversi tra le spine per «inseguire poi catturare / il sole». Il che la porta a raccogliere, giorno dopo giorno, segnali di vita che hanno il peso e il sapore della rivelazione, come il respiro settembrino «carico di promesse conosciute / e tentate», o il giugno fresco e limpido con il suo «vento spumante» che «semina chiacchiericcio / tra i nostri panni stesi. / Finestre allegre di sera / voci e basilico. / Ci si ama, / di un giovane mese stupito». È molto viva, nella poesia di Antonella Antonelli, la predisposizione a metaforizzare il quotidiano in apparenza più banale: per esempio la voce del «penultimo arrotino» («arrotinoooo») che diventa «un’eco, mitico / suono» e «vola fino alla luna / e poi ricade»; o il treno che va «senza sapere dove / potesse, per una volta sola, / cambiare la sua strada». Ci sono momenti di pura fantasia («Mangerai una nuvola / e con l’arcobaleno / farai un paracadute. // Io, scivolerò / sulla gobba dell’iride») che confermano la vocazione surrealistica tipica del suo universo creativo, che lei stessa definisce efficacemente come «circo onirico». La trasfigurazione magica del reale la porta a una specie di dominio cubistico dello spazio «fino alla linea / che gira dietro al mondo» per cui crede davvero di «tener fermo il mare»; ma poi, quando svanisce l’attimo sacro in cui tutto diventa «più chiaro», invece del mare si trova «di nuovo / davanti a una pozzanghera»… e così, «trascorso il magico / sentire, rimane / lo sgomento di pulcino». La poesia, difatti, risulta inane se commisurata alla totalità dell’esistenza e alle innumerevoli direzioni percorribili: «Che importa un verso / davanti all’infinito?»

È facile sentirsi sperduti «nell’immensa prigione» poiché è «troppo poca una vita / e troppo grande il mare». E tuttavia, come l’amore è comunque maggiore del dolore, e per questo sa trasformare la visione che abbiamo del mondo nel momento stesso in cui compensa l’esistenza dalla perdita che le arreca il tempo, così la poesia purifica il dolore nella dolcezza del ricordo «infinito / sfumato / ricostruito», dove le lacrime che «risalgono alla mente» finiscono non solo per sciogliersi ma sorridono, addirittura, nella potenza della rigenerazione. La poesia è un «ardore rabbioso» di mancata resa, che nasce dal cuore stesso dell’esperienza, al netto dell’ossigeno passato attraverso respiri e sospiri. È «nettare di splendore» secreto dalla tenebra, e «sentire sublime» che sale dal profondo dei lamenti. Il dubbio è il motore della conoscenza, un fiore che vive «negli interstizi / in spiragli e vuoti» dove ramifica la sua «finissima sinapsi». E la poesia stessa, naturalmente, si nutre di dubbi, nella sua attitudine indagatrice: è il «cantico delle domande / che pungono» (e le risposte «forse, / stanno dietro le quinte. / Dietro il rovescio della gran coperta»). Il giorno che scorre ha bisogno di essere «vergine» per trattenere i dubbi che ci bloccherebbero amleticamente nell’inazione: «tira la scintilla / e la dilata» dispiegando lo spettacolo del mondo. La navigazione poi rallenta a sera, quando il giorno cala l’ancora e comincia la danza della notte «ballerina» che gira «su un solo piede l’equatore» e custodisce il mistero inciso nel silenzio delle stelle. La poesia è, come dice il titolo del libro, la «notte lunga» di un «giorno che non conta», cioè la meditazione conoscitiva che trafigge la prosa insulsa dei fatti ordinari (che in realtà sono sempre straordinari). E nel far ciò raccoglie accadimenti cosmici e minuti, articolando lo spazio autenticamente umano tra l’«essere niente» e l’«essere unico», che rende già miracoloso respirare e risvegliarsi ogni mattina. Uno spazio insostituibile di ascolto e di esplorazione della profondità:

Sosterò qui, seduta
a respirarti cielo
ad ascoltare il palpito
del tuo silenzio tondo
a perdermi nel tempo
di singoli bagliori.


Ovviamente alla poesia è preclusa la soluzione definitiva del mistero, ma non per questo il raggiungimento di verità segnanti ed essenziali, come la totalità cosmica della vita («la terra / è l’unica placenta / e l’universo madre») che allaccia in un solo inestricabile legame tutte le creature esistenti o esistite, «dal primo pesce scalzo / all’ultimo vagito»; oppure la circolarità degli elementi, come il gioco eterno del mare («L’acqua rifà il suo giro / e ancora dondola l’onda / e pigramente trascina / rena e sassi»); o la coscienza tragica di essere, tutti indistintamente, vuoti «a perdere». Ogni morte che attraversiamo implica in noi la capacità di risorgere dalle ceneri – post fata resurgo – per una sublimazione che ci faccia sentire granelli («mistica polvere») dentro un infinito meccanismo, e un «trasparente viaggio» che ci porti «oltre il pensiero», vagando con gli astri nell’oceano dell’universo, uniti alle energie fondamentali, come nel seguente, splendido passo dove si sperimenta l’esaltante esperienza spirituale del divenire “altro” dell’altro (che ricorda un celebre frammento di Platone, Antologia Palatina VI/669):

Ancora
e ancora
ho sognato
che il sole mi guardasse
e specchiandosi
in volo, ero io
polvere d’oro.      
   

La trasfigurazione metafisica può essere così scarnificante da raggiungere esiti sepolcrali, di ascendenza e sapore barocchi: «Cosa vuoi che dica amore amaramente, / dietro la tua carezza / il viso, e dietro il viso, l’osso. / È inutile mentire. / Tutto il creato è monade di cenere». Ma ciò non impedisce affatto di vivere, anzi! Preso atto di questa ineludibile realtà, è addirittura «bello» bruciare nel rogo della dissolvenza, tanto che – dopo il silenzio e «su tutto» – «una parola sola» sembra degna di restare: continua…  

Marco Onofrio

“Ostaggio della vallata”, di Fausta Genziana Le Piane. Lettura critica

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Se l’esistenza tutta, percepita dal punto di vista degli esseri umani, è un caos irredimibile di ingiustizie e feroci sopraffazioni, una jungla che costringe a nascondere l’innocenza per proteggerla in un recinto segreto da mostrare soltanto a chi si ama, la poesia è invece lo spazio libero dove magicamente «si rinnovella / il candore del cuore». Questo sembra dire in sottotesto Fausta Genziana Le Piane a tutto il suo poderoso Ostaggio della vallata (Tracce Edizioni, 2014, pp. 144, Euro 11), dove si esprime a pieno titolo la ricchezza e la felicità di un pentagramma poetico giocato su una grande varietà di argomenti, temi, toni, esiti, variazioni e soluzioni che scaturiscono dalla sua capacità innata di disseminare lo sguardo nello sterminato “numero” dell’esistibile senza perdere mai l’impronta della voce originaria. La parola insegue la cosa e la raggiunge, manifestandola nella indefettibile imperfezione, per così dire, del suo duplice versante fisico e biologico/umano. Plasma i suoi versi «su fogli sparsi» per scrivere la vita inchiodandola al taglio chirurgico della forma, lucida di fuoco bianco come un cristallo di quarzo e, al contempo, stellare e precisa come il meccanismo di un orologio atomico.

Come si rappresenta, in quanto donna e anima creatrice? Un insieme di libertà, fierezza, solitudine, e amore per gli spazi infiniti, «gli occhi vigili e attenti / a verità dell’altrove». La poesia dunque è come la mangrovia:

Piedi nell’acqua e solide radici
per uccelli che non hanno
posto altrove.


La condizione della poesia è quella di avere «il capo volto all’altrove», di partecipare alle cose «in modo diverso». La poesia è un’oasi che accoglie la diversità più integrale e incompatibile, rispetto a un mondo deleterio di conformisti, per «rendere eterna la Bellezza» (non sfugga l’iniziale maiuscola) con la ferma volontà di «difendere la parola» e «impedire lo scacco», cioè la sconfitta della conoscenza e la resa al labirinto universale. Ansia metafisica e slancio di trascendenza le danno desiderio di avvitarsi al cielo per raggiungere la meta del viaggio «fino alla stanza del re» dove tutto potrà finalmente coincidere, tra apparenza e sostanza, nella rivelazione. Le verità amano nascondersi, sono insondabili come le profondità oceaniche dell’animo umano: il Logos è chiuso, catafratto, inchiavardato. Ma la poesia può, liberando il suo potenziale epifanico, aprire la scorza dei tegumenti e «catturare / la trasparenza» a dispetto della confusione più opaca, giacché opera di recto e di verso, cioè in luce e controluce, restituendo l’essenza della vita vissuta ma anche la filigrana della “non vita” con le occasioni mancate e le possibilità inespresse. Ne emerge l’autoritratto di un’anima che «non riposa», divorata dall’inquietudine di seguire la «traiettoria» dell’oscurità per catturare la scintilla della luce nell’attimo impercettibile che «separa / il giorno dalla notte». Un’anima bella di tenebroso mistero, abitata da una presenza e consapevole della propria irriducibile diversità:

Il nodo delle mani non si allenta.
Sciogli i miei capelli,
ma non l’enigma che è in me.


Il cuore è un cantiere di lavori perennemente in corso e l’autrice esercita il suo work in progress anche scavando a mani nude nella sabbia del deserto per cercare le «radici nascoste» della propria anima. Non a caso silenzio e solitudine sono gli assi cartesiani di una percezione dove «le parole coprono il vuoto» e «il silenzio riveste la pienezza». Scrive infatti di «parola viva / scuoiata / di solitudine muta», che poi è una specie di self portrait della poetica in atto dentro questo libro. Ecco ad esempio lo spazio misurato dal vuoto e dal silenzio:

STANZA VUOTA

In questo silenzio
la mia solitudine
è uno sparo nella mente.

Oppure la presenza dell’assenza, lo specchio dell’io, il Sé come doppio che ci fa compagnia anche quando siamo soli (ché soli, poi, non siamo mai):

FURTO

Ho un buco nel cuore.
Non spiare:
gli occhi della solitudine
mi fissano.

Ostaggio della vallata copertina

La silloge ha inizio dalla dimensione noetica ed estetica dell’infinito, la smisura che assalta il pensiero dell’uomo e le sue “rappresentazioni” come un uragano che travolge la pioggia e compie «razzie» nella capacità che abbiamo di disporre del mondo, di crearlo e ordinarlo «tra i cinque punti cardinali / delle dita». L’infinito «si accovaccia / nel palmo della mano» e «aderisce alla carezza / che scardina i lineamenti del viso», sciogliendo la Gestalt con cui vediamo e ri-conosciamo le cose che sappiamo o crediamo di sapere. È una spirale che “riecheggia” l’essere fino al non essere e, mediante il lungo, immenso e ragionato deragliamento di tutti i sensi di rimbaudiana memoria, conduce al suono stesso dell’eternità. Da quella sorgente primordiale origina, come vissuto da sempre e per sempre, tutto ciò che le liriche successive a quella iniziale – nel ventaglio larghissimo delle emozioni attraversate – riescono poi a focalizzare. Aver sentito dentro sé le vibrazioni oceaniche dell’infinito rende congeniali alla dispersione dentro gli universi paralleli («M’illudo di essere qui / mentre mi sgrano nello spazio») e alla conseguente smaterializzazione («Non ho più corpo / ma anima lucente»). Occorre però disancorarsi dal «nido protetto / in fondo al mare» per essere disposti a perdersi, andando nel mistero alla deriva. Così fa il figlio che esce dall’«incavo / caldo / del nido materno» o che, cresciuto e pronto ad affrontare il mondo, lascia la mano del genitore.

Fausta Genziana Le Piane non fugge la palude del male vissuto, il dolore che non si estingue, non va più via – «sedimenta», «ristagna», «marcisce», «corrode». La vita è spietata, «inesorabilmente / si sgretola il verde» e ci si trova come «ancore di barche / attraccate alla riva – / dimenticate. / Dopo inutili viaggi / in terre lontane». C’è anzi spesso attiva, nella miscela alchemica dei reagenti, una forma di noluntà schopenhauriana, precisabile tra cupio dissolvi e volontà di esilio ed abbandono. Si legga ad esempio “Angolo”:

Lasciami in un angolo,
come cosa smarrita,
che a fatica respira.


Come valigia
che non conosca più meta,
non indovini più il suo contenuto,
non sappia più il suo peso.


Ed ecco, ancora su questo versante, la sensazione di essere un «violino stanco / di palpebre chiuse», la coscienza di «non avere più voglia di ricominciare», la voglia di sprofondare in una poltrona di velluto blu, colore del cielo e del mare, «con il peso / del corpo stanco, / dei ricordi, / di sillabe spezzate». L’esistenza si consuma nel sospiro eterno dell’aurora, ad «aspettare il sole», disposti e forse pronti a crocifiggersi «alla luce» e offrirsi al mondo in dono sacrificale. L’archetipo della donna «sola, di fronte al sole» che assorbe le «pagliuzze dorate» dei raggi e aiuta la rigenerazione della vita, dal cuore stesso della notte senza fine, è molto potente nell’economia simbolica del libro. Il lato positivo c’è in ogni cosa, magari nascosto, non evidente, legato al guizzo di un istante che scompare; occorre soltanto saperlo vedere, come il rovescio d’ala della rondine:

Indovino il chiaro della tua ala,
rondine:
brilla
per chi vuol cercare.


E insomma la passione per la Vita, sempre e malgrado tutto: come la fiamma che «non ha paura della cenere / e avvolge felice il ceppo» perché è scaturita appunto per bruciare, e non può fare altro. La vita di cui non si cela né la dolcezza, né la cruda ferocia: ad esempio quando parla di maternità scrive sia di «presenza calda / nel mio ventre buio», sia di «strappo violento», di «fenditura profonda», di «lacerazione dolente». Ma è pronta sempre a celebrare la potenza creatrice nel suo vulcanismo magmatico di calore, fuoco, sangue, getto, forma… dove ovviamente prevale su tutti il colore rosso. Alcuni lacerti emblematici: «Sbocco d’amore / come di sangue / a fiotti / caldo / rosso / violento»; «Officina rovente del cuore / dove si forgia l’angoscia / e la passione»; «Sono matassa di lana / tra le tue mani / rossa ti scaldo / (…) tra dita che febbrili / tessono tele colorate»; «L’amore è / una macchia rossa / fra me e te. / Si ritrae / poi si allarga / si spande. / Nel buio / splende». Il caldo del soffio vitale implica, come si nota, la plasticità metamorfica di una materia che è fluida al punto di modellarsi continuamente, e insieme abbastanza solida per consistere ogni volta in una forma. E in questa dialettica opera gran parte del mistero del quale siamo attori, tra essere e divenire: la sorgente dell’invisibile da cui emergono le cose che vediamo. Ecco, ancora, la donna-peonia che sboccia «per sprigionare l’intero suo profumo», e la terrestrità dionisiaca del duende, con la sua infrenabile espansione: «Tutta la notte / ho ballato / nuda / la rumba per te / (…) il ritmo saliva / la musica contorceva i fianchi / (…) i piedi nudi battevano la terra».

Fausta Genziana Le Piane veicola alla sua scrittura delle potenti dinamiche di liberazione da tutte le catene, per cui a un certo punto invoca – esempio supremo – la risurrezione dalla morte: «Signore, / resuscita Lazzaro!». Non a caso il titolo del libro è dato dal vento «ostaggio della vallata» che spezza la sua prigionia e, «trasportando con sé / frantumi di sere d’estate», si prepara a fare l’amore col mondo. Le inutili panie che ci invischiano “al di qua” devono essere oltrepassate in vista dell’essenza creaturale, quella del «sasso levigato / dal silenzio salvifico» che nasce dal sentirsi gettati nelle «acque tempestose del fiume», come piccola cosa nel turbine del divenire cosmico; e tuttavia capaci di sintonizzarsi con le profonde energie dello spirito:

genero cerchi concentrici
d’amore infinito.


Ciò significa fra l’altro uscire dalla prospettiva antropocentrica per arrivare a vedere il mondo dal punto di vista degli animali (ad esempio il ragno) o delle cose (ad esempio il libro di una biblioteca), fino a raggiungere la nudità originaria dell’esistenza, il puro essere di ciò che è, oltre ogni sovrastruttura, «senza più incanti, / senza più ombre. / La Vita in pieno giorno». Per capire l’alto valore di questa scrittura poetica basterebbe notare la delicatezza meravigliosa con cui approccia la tragedia di Hiroshima mediante una bambina di allora, Yoko, evocata mentre sta andando a scuola qualche attimo prima del boato e raggiunta, infine, nel suo «mondo di polvere»; o la stupenda, pregnante analogia utilizzata per scolpire l’essenza vitale del figlio:

veloce levriero del sorriso
che corri senza catene
nella tempesta della giovinezza.


Ma a impressionare è soprattutto la consonanza storica e l’estrema attualità di una lirica come “Macerie”, straordinaria per la sua capacità di focalizzare la coscienza di un mondo in crisi, nel suo equilibrio infranto – tra opere nefaste ed omissioni – e nel ricordo senza tempo dell’armonia perduta:

Come siamo giunti
a queste macerie?
A questo cumulo
di detriti polverosi?
Quale fu
il primo colpo di cannone sparato
che distrusse i vagoni?
Chi fu
il primo viaggiatore
che rinunziò a salire
e ad andare?
E poi
perché il treno non è più partito
e
smarrita
la stazione
si è spopolata?

Domande a cui soltanto la poesia, prima di qualunque analisi sociologica o politica, saprebbe idealmente rispondere, esercitando con fede la sua instancabile opera di nutrimento e di ricostruzione.

Marco Onofrio

“Il dono sconosciuto”

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IL DONO SCONOSCIUTO

*
Lampi misteriosi nel sotteso.
Schianti accecati di sole
oltre l’estensione.
La creazione perenne del mondo
conferma il nascere il morire.

*
Emergono, dalle profondità del cielo
le congiunzioni interne:
splendono improvvise.
Neanche il tempo di aprirsi
e si inceneriscono le rose.

*
Il guscio trasparente dello spazio
si rompe nel polverio dei giorni.
Cade fatalmente di continuo
ai lati dello sguardo
l’immagine bruciata delle cose.

*
Scrimoli, indizi, sintomi imperfetti
dal tempo silenzioso che divora.
Ogni attimo che passa
qualcosa tramonta per sempre
e tutto resta uguale.

*
Muore inesorabile infinito
tutto quel che adori
e non trattieni.
Ma qualcosa in te si salva.
Il tuo amore è un’arca.

*
Sempre dopo l’ultimo respiro
(svelata la struttura elementare
e aperto il manto nero)
giunge dentro l’essere il mistero
alla quintessenza dell’eterno.

*
L’anima non va dispersa.
Luce che negli atomi si annida
in fiocco, l’intima radice.
La verità torna alla sorgente.
È il dono sconosciuto che non muore.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita
Azzurro esiguo)

“A una cefeide” (da “Anatomia del vuoto”, 2019)

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A UNA CEFEIDE

Cercavo quella luce dentro me
graffio di perla sul velluto nero
del suo fuoco – fontana
lontana di meraviglie
tra le polveri splendenti
dell’aurora –
due ore ho parlato a una cefeide
confidandole il mio sogno
e il mio segreto:
liberi
indomiti
impronunciabili.

Galleggiava ai bordi della notte:
cadde in pochi attimi
portando via con sé
sogno e segreto
dentro i precipizi
del silenzio.

Tornerà tra mille anni, forse:
di me, allora, polvere neppure
ma lei, più fedele della morte
manterrà il segreto intatto
e porterà dal cielo
il sogno finalmente realizzato.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto,
La Vita Felice, 2019)

“Il corpo del vuoto”

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IL CORPO DEL VUOTO

Chi ha spostato il masso
dal sepolcro, la gigantesca ombra
che nascondeva il cielo?

L’abisso trasparente senza fondo
scopertamente aperto
si è fatto di un silenzio
così alto
che non trova ancora
la sua fine.

Il corpo invisibile del vuoto, ora
è in ogni luogo:
è la sostanza immateriale
che fa il mondo.

E la morte, da allora, è come morta!
Anche prima d’esserci
è sparita,
è diventata vita.
È solo un lieve
transito apparente.

Il sudario massimo del tempo
tessuto con il filo dei millenni
ha impresso il volto
che nessuno sa.
È quello di ognuno di noi
quando si guarda allo specchio
irrevocabile
dove appaiono soltanto
cose vere.

Il nostro interminabile travaglio
avrà pace, un giorno
tra le braccia apocalittiche
del Padre.

Così, sperimentando il vuoto,
siamo tutti anime in cammino
verso la pienezza
dell’eternità.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto, La Vita Felice 2019)

“Ereditare il vento”, di Patrizia Pallotta. Lettura critica

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Per introdurre un discorso critico sulla nuova silloge poetica di Patrizia Pallotta (Ereditare il vento, Pisa, dreamBOOK edizioni, 2019, pp. 80, Euro 10) comincerei dai due colophon che lei stessa ha scelto e collocato in limine, tratti entrambi da Paul Valèry:

– “vivere dove guidano le parole” rende il corso dell’esistenza un “adorabile viaggio”, e infatti il poeta è in bilico tra volontà e abbandono. Un po’ sa e un po’ non deve sapere fino in fondo ciò che sta facendo. Sceglie le parole, ma ne viene anche scelto;
– la poesia è “esitazione prolungata tra il suono e il senso”. Il senso obbedisce alla volontà, ma produce un suono; il suono obbedisce all’abbandono, ma produce un senso. Un senso “altro” che scardina la realtà. Come le canne in un canneto che – dondolate dalla “polifonia del vento” – prendono vigore nella “cecità / di un abbandono”.

Il movimento della poesia è quello di andare “al di là dello sguardo”, che già in un libro di qualche anno fa (2011) Patrizia Pallotta auspicava “insolito”, cioè de-automatizzato dalle abitudini e liberato dalle loro incrostazioni (ma, a ritroso, si leggano anche i “Racconti senza polvere”, 2009). Al di là dello sguardo si aprono le cornici “di voci, luci, quadri e libri”, cioè le paratie che contengono il senso normale e normativo. Da lì in poi si entra in un’altra dimensione, anche del linguaggio: vale quello inarticolabile del cuore che si esprime nel pianto, nel sorriso, nel bacio, nell’abbraccio, oltre le parole del vocabolario.

A Patrizia Pallotta piace sentirsi “avvolta e / coinvolta dentro parole mute” dove si può “intuire / l’eterno”. Si affida ai linguaggi invisibili e alle parole “mute” perché soffre dei limiti della comunicazione umana, difficile se non impossibile. Ricordate Pirandello, i Sei personaggi? “Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!” Dunque, l’incomunicabilità. La poesia si ritaglia uno spazio espressivo a margine del normale linguaggio comunicativo (in senso strumentale) ed è un po’ il ritorno del represso e del rimosso. Tutto ciò che non trova forza e modo di comunicarsi normalmente (il gesto del tacere, ingoiando le parole e le risposte, è condizione preliminare della parola poetica) trova poi come un’eco illimpidita attraverso il filtro della sensibilità, e si deposita come neve sul bianco silenzio della pagina. Anche e soprattutto il “tacere del dissenso”: “Così, come un sordo / muove le labbra / senza ch’esca suono, / il tacere del dissenso / scopre la nicchia dove / più non comanda / il cuore”.

È una poesia mossa da un bisogno potente di scavo, fino alle radici profonde, “risalendo / ai nostri antenati”. Difatti Patrizia si chiede, a un certo punto: “Chi sono veramente?” Una domanda dentro cui c’è un programma di verità, cioè di discernimento dell’essenza fra le tante apparenze in cui siamo immersi e gli infiniti volti dinamici che compongono la nostra personalità (ancora Pirandello: Uno, nessuno e centomila). L’esistenza è un “esilio senza ritorno” dove la rabbia quotidiana insegue e produce di continuo le ferite. Una sosta “fra l’alba dell’anima / e il tramonto del corpo”. La visione “scorre rapida” e la parola – immersa essa stessa nel tempo che scorre – cerca di afferrarla, anche se spesso prevale il mutismo. Del resto “chi sa non parla; chi parla non sa” scriveva Lao Tze nel “Tao” (VI sec. a. C.). E un proverbio italiano: “chi parla semina; chi tace raccoglie”. Il poeta, obbedendo a una saggezza superiore, vorrebbe piegarsi alla “forza della naturalezza” (quella che ci fa vivere “uno splendido mezzogiorno”, o “ci sorprende ancora” per un “riverbero di luce”, o ci spinge a correre “ad anima nuda sull’erba / bagnata” come se non ci fosse un domani), ma vive “fra le coperte / del dubbio nel gioco ambiguo del perdersi e ritrovarsi”: ecco allora le “mani sotto al mento” intanto che lo sguardo si consuma “fra le vibrazioni della solitudine” e le pupille sono illuminate da “bugie interiori”.

La poesia, allora, è “equazione segreta d’un problema insoluto”: quello di percepire quanta ipocrisia condizioni il vivere sociale, e di non riuscire però a ribellarsi completamente per “rompere le regole”. Eppure Patrizia sente violentemente il sangue in tumulto di “energia ribelle”, ma la sua “ira” è “afona” perché tutta interiore, e infine “estranea”. Tanto da scrivere: “La guerra è dentro e fuori”. La poesia si ritaglia un non-luogo a margine del caos dove finalmente il frastuono tace e nel silenzio – “fra i confini degli sguardi” – emergono le verità dell’anima con tutto l’“interno / tramestio senza posa”, cioè il bagaglio esistenziale di dubbi, timori, esitazioni, dolori, scontri, crolli, speranze disilluse e rinnovate. Patrizia Pallotta vaga “fra le / correnti del dire e non dire”: e tutto ciò che non dice si somatizza nel corpo della scrittura, o – in altro modo – nel suo stesso corpo, ad esempio attraverso le mani che “diventano specchi / melanconici, si muovono / senza ragione, sconfitte da / una tempesta di sensi”. Le nuvole rispecchiano le strane forme dei dubbi, quando “il povero, il ricco, il colto e / l’anonimo, chiedono / al cielo il tempo restante” ovvero quanto futuro li attende. La poesia toglie le maschere e svela l’essenza, ma “il vero, a volte fa impazzire”: la potenza della realtà è difficilmente sostenibile, quando ci rende nudi dinanzi a noi stessi.

La poesia di Patrizia Pallotta continua in questo libro ad insinuarsi nei luoghi più impensati e “interdetti” tra fisico e metafisico; segue “ogni canto o / disincanto” esplorando “ombre di parole”; parla alle dimensioni eteriche dell’“aria senza volto” dove, oltrepassando il confine dell’invisibile, diventa specchio di un pensiero senza parole. Sa sfiorare anche “il lato migliore / della consuetudine” ma preferisce creare “disappunto” mentre giostra con la coscienza, pronta ad accogliere i detriti e i doni dell’“onirico” oltre la “porta dell’assurdo” dove “s’estende la / valle degli sconfitti”: noi, vittime silenti della storia. “Siamo tutti noi nelle / schegge d’una poesia / lontana”, una poesia che dice il racconto eterno della nostra dolorosa umanità. Muti, forse, ma non ancora del tutto rassegnati.

Come accade l’evento creativo? ce lo fa sentire la poesia “Estro vagabondo”:

Apro la finestra
e tu appari
sconosciuto signore
(…)
Denudando l’anima,
parlando ad alta voce
di nascoste verità.
Hai bisogno di espiare
e quella fessura nella
tua arteria viaggia
nell’inconscio
legando testa e batticuore,
saziandosi di quel nulla
che, a volte, appanna
i sensi e li conduce altrove.

Tutto questo può accadere perché la poetessa crede nella “forza della parola”:

La parola su palesò
con incalzante frequenza
e non fu più chimera.
(…)
Non ascoltate, disse l’eco e, da
lontano gemmò il volo dei motti
restituendo voce e memoria
al linguaggio.
E fu di nuovo, poesia per tutti.

La parola “non fu più chimera” perché può cambiare il mondo: così che “da / lontano gemmò il volo dei motti / restituendo voce e memoria / al linguaggio. / E fu di nuovo, poesia per tutti”.

L’aspetto fondamentale di questo libro è il rapporto con il tempo, e in particolare con l’attimo: “implosivo”, lo si definisce in “Contrasti in chiaroscuro”. L’istante implode e si consuma dentro, allargandosi a un oceano di eternità come la goccia che cade nel mare e in un attimo diventa mare. Di solito però il tempo non si apre, resta “serrato” nel suo stesso scrigno, o se si apre torna presto a “farsi pietra”. L’approccio è impressionistico (migliaia di istanti scattati come foto dalla coscienza) ma nello slancio di rincorrere la sostanza immateriale che li muove da dentro (l’immobile in fondo al divenire) la percezione sprofonda nell’ascolto dell’“istante emotivo”, cioè la durata emozionale delle sue risonanze, il tempo interiore, i cerchi concentrici suscitati dal sasso che cade nello stagno. L’obiettivo è quello di snidare l’invisibile, cioè sedurlo dal suo cuore segreto, dal suo mistero. Stanarlo dal guscio. Far uscire “il silenzio dalla porta / dei vocaboli”. L’intento è sublime: che “le soglie fra corpo e anima / si riuniscano nello splendore / di un nuovo incanto”. Che le parole siano “salvifiche”, e sappiano curare le ferite interiori.

La poesia potrà indicare la via del ritorno a casa se saprà instaurare un “dialogo costante con la natura”, intesa anzitutto come rerum natura, necessità scritta dentro il cuore delle cose. Ma le “vie liberatorie” sono “esili”. Patrizia Pallotta non nasconde il disagio di esistere, non lo edulcora di false illusioni. Siamo nani sulle spalle del passato, anzitutto il nostro, che è “pulsante” e determina le scelte presenti, il nostro futuro. Siamo chiamati ad abitare il vuoto, perché tutto scompare continuamente tra le nostre mani. Ci si può benissimo riconoscere nel “fugace passaggio di una / iridescente bolla di sapone”.

Ma ecco infine il ritratto di ciò che noi davvero siamo: “funamboli appesi ad un filo” mentre percorriamo “la via del timore / dove ritrovi l’immenso soffrire / trascorso e ignori con respiro / sospeso il divenire”: questa è la nostra vita. Ce lo dice da millenni la poesia, oggi anche grazie alle antenne ricettive e trasmittenti di Patrizia Pallotta, con la profondità infinita della voce senza tempo dove parla – oltre le parole – la nostalgia delle tracce perdute, quella dove “piange la voce dell’invisibile” per cui ci si può commuovere, di nuovo, anche solo a guardare l’azzurro del cielo.

Marco Onofrio

“Katapètasma”, di Paolo Corradini. Lettura critica

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La poesia di Paolo Corradini è permeata da un retroterra culturale classico, soprattutto di matrice greca. L’Ellade intesa come patria metafisica, oltre che cifra di un mondo e di un modo di “sentire” e guardare alle cose. Ecco dunque il titolo del suo nuovo libro (Lepisma, 2019, pp. 38, Euro 10): Katapètasma, ossia “velo”. Nei Vangeli indica il Velo del Tempio squarciatosi alla morte di Cristo. Con questo nome viene anche indicata la tenda che tradizionalmente chiude un santuario. Corre subito alla mente il Baudelaire di “Corrispondenze”: “È un tempio la Natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / mandano fuori”. E le parole sono confuse perché velano ma insieme svelano il mistero racchiuso nel tempio dell’universo. Come una tenda diafana, semitrasparente, che anzitutto attrae lo sforzo di inseguire la visione e la conoscenza chiara dell’infinito. E quindi la ricerca inappagabile della Bellezza. Riverberi lontani, echi di una patria perduta in interiore homine, cioè di una condizione dello spirito forse ancora recuperabile grazie alla fede nella poesia come veicolo di conoscenza e verità. La parola è, infatti, uno strumento scardinante che avvicina alla verità nel momento stesso in cui ce ne tiene separati. Come la conchiglia che, se l’accosti all’orecchio, sussurra interminatamente la nostalgia del mare che ha perduto, così da qualche parte della nostra oceanica profondità – se riusciamo a trovare il varco per intercettarla – potremo recuperare i “discorsi” che ascoltammo prima di nascere, la loro sapienza indicibile, la melodia di quella musica ancestrale. 

Leggendo queste composizioni se ne avverte subito l’intensità e l’altezza diremmo “liturgica” (però di un sacro laico, non determinato in senso “confessionale”, cui l’autore accede per sensibilità innata e cultura acquisita): ognuna è un mondo a sé di sensi abissali e quasi inattingibili, per la loro sconfinata suggestione, per le connessioni simboliche e mitopoietiche, per le ambivalenze evocate dalla limpida chiarezza dello stile. Più che di poesie, si tratta di 16 poemi – o meglio di un unico poema orchestrato in 16 momenti – capaci di concentrare l’oceano in poche gocce di parole dove (come scrive Dante Maffìa in Prefazione) “tutto è tenuto alto, dal tono espressivo al pensiero agli argomenti”, per cui alla fine della plaquette ci sembra di aver letto (per intensità espressiva e ampiezza evocativa) molto più della sua effettiva consistenza. La parola è insomma un frammento di quella totalità primigenia di infinito e assoluto verso cui si anela nostalgicamente. Corradini comincia il libro con “E poi”, sottintendendo un discorso o, meglio, un mondo che precede la parola. Di là (lassù, laggiù, oltre) splende la Luce-madre del mistero: “E poi c’è questa solitudine / densa ed oscura”, quella di essere nati, di essersi incarnati, di essere apparsi alla luce imperfetta che sorge e tramonta di qua: soli, isolati, finiti, determinati, mortali: esuli. Siamo reclusi nel principum individuationis che ci limita ad un corpo, a uno spazio, a un tempo. Ma proprio per questo nasciamo già cercatori di senso e mistero.

Il poeta si sente inabile sia al cielo sia alla terra: “incapace io d’essere uomo fra gli uomini, / incapace la mia preghiera di penetrare il cielo”. Ma non riesce a sfuggire la vertigine dell’assoluto che glielo fa scorgere in ogni volto, udire nel silenzio, intuire nel dolore delle creature. Corradini evoca la forma senza forma della vita e il suo mistero indicibile: la “forma / che non ha mai fine” e che guida “al sovrumano atto / del nascere”. E invece la forma finta e mutevole delle cose che ci attorniano “è un tormento / orfana dell’invisibile splendore”. Ecco però i due grandi poteri dell’uomo: l’amore e l’immaginazione. L’amore è l’antidoto contro la morte e l’eterna dissolvenza, per cui l’assenza rende paradossalmente più forte e viva la presenza: “più lucente / il tuo volto mi appare / di quanto non l’abbia mai veduto / (…) Anche se chiudo gli occhi / ti rivedo”. L’amore rende incancellabili le cose. Leggiamo: “Nelle forme / che si sono disfatte / ho raccolto qualcosa dell’infinito. / Nulla è perduto / nell’anima / che vuole tornare all’origine”. E poi, l’immaginazione. Immaginare: inseguire l’imago, cioè la visione profonda, dentro sé. Una etimologia vulgata e forse meno corretta recita la locuzione: in me mago agere, cioè farsi mago, evocare il mago che noi siamo. Corradini scrive: “Reco in me / molte magie”. “Reco in me” è il bagaglio del guerriero “trafitto da lance invisibili” e impegnato nella “battaglia del vivere”. Questo patrimonio umano raccolto e intriso di coscienza lo rende pronto a donarlo per amore: “Tutto consegno. / Tutto di me consegno / sulle tue labbra”. Occorre fare il vuoto, perdere ogni cosa di sé per sentire che “ogni cosa fuori” misteriosamente ci appartiene. Emergerà così la nostalgia della purezza perduta, giacché l’esistenza corrode l’anima “come fa la salsedine sugli scogli”, anche se l’angelo “a tratti mi illumina ancora”.

Corradini è perfettamente consapevole della nostra complessità di contrasti e ragioni ambivalenti, considerando “quanto mistero, / quanta gloria, / quanta violenza vi sia / nell’essere un uomo”. È poeta autentico perché anzitutto a colloquio con la sua “parte oscura”, necessario contraltare di quella “luminosa”. Un angelo e una belva albergano in noi (penso al “De hominis dignitate” di Giovanni Pico della Mirandola): “Sono stato strappato / alla mia angelicità” scrive Corradini “per diventare una bestia. / Alla mia bestialità / sono stato rapito / per diventare un angelo”. Allora la bellezza di cui il poeta si dichiara “prigioniero” e a cui chiede “tregua” ha una duplice valenza: può essere tempesta che schiaccia in basso e passione che abbrutisce, ma anche “turbinio / che solleva / nell’estasi del divino”. Si cade e si risale continuamente: “Diviso fra visione e cecità / mi sono elevato e smarrito”. Ma noi possiamo tornare alla nostra dimensione superna perché siamo abitati da un “senso d’eternità” che non ci abbandona, per quanto possiamo offuscarlo, poiché “tutto / sul nostro fondo è grazia” e “le stelle / non sono poi così lontane”. “L’Eden è remoto / ma un ricordo è rimasto / di quell’antica grazia”: è una luce purissima che “brilla da lontano / sulle nostre armature”. La tenebra stessa ha un cuore luminoso, il poeta lo sa, e sente la notte che combatte in lui “per diventare luce”. Nel sublime dimora la teologia laica dove la verità appare “velata / da penombra tremula” ora come “evanescenza” ora come “chiarore”. Ma è la grazia in cui il poeta vuole credere a condurlo oltre, “più in alto / nell’estasi” del sacro abbandono. Basta incantarsi a guardare ad esempio il volo di un airone per essere ricondotti “all’Immacolato / quando la bellezza / splendeva lassù come Essere / e la grazia illuminava il mondo”.

Corradini ha il coraggio di riaffermare il valore della bellezza come verità ontologica – purché non smarrisca la grazia, senza cui è “falsità” –, e può farlo perché sa che la bellezza “non solo è grazia, / ma anche enigma”, labirinto in cui possiamo perderci. Direi che è proprio la coscienza della nostra creaturale fragilità a rendere – da ultimo – questi magnifici “inni al sacro” di Paolo Corradini così umani, credibili, toccanti.

Marco Onofrio