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“Specchio doppio”, letto da Dante Maffìa

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Non ricordo chi ha detto che è più difficile realizzare un racconto perfetto anziché un romanzo. Il racconto deve sintetizzare una storia, focalizzare un problema, darne l’essenza e caratterizzare uno squarcio di vita nella pienezza dello svolgersi. Respiro ampio, dunque, in poco spazio. Marco Onofrio ha al suo attivo un lievito di esperienze importanti e di letture sterminate, e ha guardato, cioè saputo guardare, ai modelli riusciti, agli autori di racconti che sono diventati classici, a cominciare da Gogol e da Gorkij, a Verga, a Pirandello, ecc. Ma in questo “Specchio doppio” (Cosenza, Pellegrini, 2022, pp. 160, Euro 15) si è indirizzato, vista la materia trattata, verso altre sfere, altre fonti, anche se ormai non ha bisogno di seguire i passi di nessuno, essendo arrivato a una maturità espressiva personale che gli consente di entrare e uscire dalle situazioni col suo piglio graffiante e ridanciano, con la padronanza di chi conosce bene i meccanismi del fare. Naturalmente non basterebbe soltanto il possesso della tecnica compositiva a dargli la pienezza che troviamo immergendoci nelle dieci sezioni che compongono il libro, ognuna delle quali composta da due narrazioni che, per la loro invenzione linguistica, per le scene spesso assurde, per le coloriture ironiche e goderecce, fanno pensare alla lezione di Tommaso Landolfi, di Samuel Beckett, di Charles Bukowski. Eppure Onofrio ha preso a piene mani dalla realtà quotidiana, dalla osservazione di ciò che accade accanto a lui e che ai più non desta attenzione. La sua sensibilità invece ne viene coinvolta e così lui snida i lati oscuri, comici, segreti; va oltre le apparenze, ne distorce il cammino e lo ribalta, ne trae implicazioni drammatiche, connubi esilaranti nei quali la dissacrazione di ciò che in genere è vissuto ciecamente diventa soggetto di qualcosa. Reinventa insomma la realtà e ne connota gli sfilacciamenti, i vizi, le ossessioni, i sogni corrotti, le disfunzioni del vivere, gli eccessi.

Il bello è che Onofrio si diverte, soffre, diventa ogni volta il protagonista implicito del racconto, come a voler saggiare carnalmente ciò che fa accadere. Difficile stabilire quale dei venti racconti è il più affascinante. Ho provato a chiedermelo e subito ho cambiato idea, perché in ognuno trovo il godimento dell’invenzione, mai fine a se stessa. Un godimento che apre sui vizi della quotidianità e diventa, alla fine – anche quando è la sessualità a farla da padrona, come in “A porta vuota”, “Le mutandine”, “Il mal della borghese”, “Don Arfio” – analisi serrata e veritiera della filosofia del genere umano, che ha sempre dentro di sé uno specchio doppio, se non triplo. Siamo abituati alle scorribande di Onofrio nella psiche umana e nei meandri che inquietano il senso del vivere, conosciamo la sua irruenza e il suo passo di cavaliere errante che sa cogliere la fuga del bene e del male; ma qui egli ha trovato una misura che non s’arresta alla soglia delle situazioni. Ci scava dentro, le rivolta, le ribalta, ne scerpa l’idiozia e ne fa catarsi di una svolta auspicabile per ridare vigore ai valori, ai sogni, evitando le troppe e sconce interferenze, ormai dissestanti e malevole.

Forse il valore maggiore di “Specchio doppio” è la scrittura, tenuta sul rigore di una classicità che non demorde dal voler cogliere le sfumature della psiche e non si arrende allo sfacelo in atto portato dai minimalisti, dalla canea degli arrivisti e dei “banalisti”, oggi purtroppo difesi a spada tratta (personalmente mi fanno rimpiangere le Luciane Peverelli e i Salvatore Farina!). Ma torniamo ad Onofrio, almeno per dire che quando poi parla di Roma la sua pagina emana profumo di scrittura, e tutto diventa magico per offrire il senso nuovo di un approccio alla Caput Mundi. Leggiamo appena due righe: «I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti». Ecco, è questo il racconto preferito: “Il tempio del tempo”, dedicato da Onofrio alle stratificazioni storiche, antropologiche e anche esoteriche del Colosseo. Ma è scelta di un momento, perché come si fa a non seguire nel suo “camaleontismo”, sono parole di Paolo Di Paolo in quarta di copertina, il “Poeta aereo e iperconsapevole” che risponde al nome di Marco Onofrio?

La fluidità della scrittura, tra l’altro, incolla alla lettura e così i suoi voli surreali, le sue impennate, le sue giravolte non sono giochi d’artificio, ma ancora una volta espressione di quella condizione umana che ha sete di misurarsi col mondo. Insomma, “Specchio doppio” ha saputo fare il ritratto efficace e consistente del nostro tempo, abitato per lo più da scimmie ammaestrate alla banalità e all’insipienza. Onofrio ha giocato e giocando, questa è pedagogia della letteratura alta, ha gettato in bocca al lettore il seme per aprire gli occhi, la scomoda verità dell’inconsapevolezza additando la strada, l’altra faccia dello specchio.

Dante Maffìa

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Roma sognata a Ovest. L’impossibile partenza di John Fante 

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John Fante è uno dei maggiori scrittori americani del ‘900. Nato nel 1909 a Denver, in Colorado, aveva origini italiane, come si evince dal cognome: il padre Nicola era emigrato dall’Abruzzo, ma anche la madre – Mary Capolungo – pur essendo nata a Chicago era figlia di italiani, emigrati dalla Basilicata. Fante ha vissuto la maggior parte della vita in California, a Los Angeles, dove è morto nel 1983 per l’aggravarsi del diabete che lo affliggeva da tempo. Tra le opere più note, i romanzi “Aspetta primavera, Bandini” (1938), “Chiedi alla polvere” (1939), “Una vita piena” (1952), “La confraternita dell’uva” (1977). Diverse e anche di grande rilievo le opere postume portate alla luce dalla moglie Joyce, tra cui “A ovest di Roma” (1986).

Il libro raccoglie due novelle di una certa lunghezza. Nella prima, intitolata “Il mio cane Stupido”, il protagonista Henry Molise, scrittore cinquantacinquenne in crisi di ispirazione, assiste impotente al disfacimento della sua sgangherata famiglia (Harriet, la moglie, sempre più distante, annoiata ed estranea; i quattro figli, ribelli e scansafatiche, che prendono ognuno la propria discutibile strada, tra fallimenti, guai e preoccupazioni); allora si serve del cane “Stupido” – un gigantesco e testardo esemplare di akita intrufolatosi una sera d’inverno nel giardino della loro villa a Point Dume, nei pressi di Santa Monica (California), e da quel momento impostosi come membro aggiunto di casa Molise – per vagliare sensazioni, idee, riflessioni, progetti, e insomma la prosa dolceamara del quotidiano. L’analisi di questo grumo intricato, sospeso tra le opposte pulsioni di una vita e di una famiglia in traballante equilibrio, trova il suo costante, inossidabile contrappeso nel sogno di Roma, di cui Henry «parla ossessivamente». È un sogno nutrito di ricordi, perché a Roma c’è già stato per fare lo sceneggiatore cinematografico (così come Fante, che lavorò per Dino De Laurentiis).    

Due settimane prima che il bambino nascesse mi fu offerto un lavoro a Roma. Harriet fu così contenta di farmi alzare da quella sedia e io così desideroso di andarmene, che partii senza fare nemmeno una valigia.

Che cosa significa Roma, per Henry Molise? Il brivido di una rotonda, sconfinata libertà, a migliaia di chilometri dalle spigolose zavorre americane. Una sensazione ineffabile che lo libera dal grigio dell’«unica realtà» (malgrado l’apparente benessere e il sole della California) e lo attrae verso «il ricorrente ricordo di Roma». Solo a pensarci gli si ferma il respiro, mentre visualizza la scena vissuta: «una tazza di cappuccino a un piccolo tavolo di piazza Navona con una ragazza dai capelli corvini accanto, che mangiavamo anguria e ridevamo, e lei sputava i semi ai piccioni». La soluzione contro il graduale appiattimento di un’esistenza giunta alla crisi di mezza età, dai bilanci invariabilmente grami, sembrerebbe quasi alla portata: «un volo Alitalia per Roma con settantamila dollari nella tasca dei jeans per cominciare una nuova vita a piazza Navona, con una brunetta, per cambiare». Facile, a dirsi; ma poi il viaggio resta sempre irrealizzabile, per colpa dei mille impedimenti quotidiani (i problemi dei figli, le sbronze, i libri malriusciti, le telefonate di lavoro che non arrivano, i litigi con Harriet, l’amore-odio per Stupido) ma anche e soprattutto delle catene invisibili che legano il protagonista a quanto crede ambiguamente di detestare, cioè l’essere padre e marito: «non avevo mai voluto diventare padre, e invece eccomi, padre quattro volte, e piazza Navona si allontanava come un pianeta irraggiungibile».

A Roma forse è stato davvero felice, come mai era stato prima di allora e come in seguito non sarebbe stato più. È la stella cometa che di lontano indica la via nel buio della selva esistenziale, in fondo a cui Henry non solo smarrisce dantescamente la “diritta via” ma tocca la stupenda e opaca insensatezza del mondo: «Ancora una volta l’insolubile, fondamentale domanda della mia vita cominciò a perseguitarmi. Che diavolo ci facevo su questo piccolo pianeta? Cinquantacinque anni, per questo? Era assurdo. Quanto ero lontano da Roma? Dodici ore?». Tuttavia non è ancora disposto alla resa, seppure prossima. “Il mio cane Stupido” è proprio il “racconto di formazione” di questa presa di coscienza che, tra ricordi sempre più lontani e astratti furori di cambiamento, conduce infine all’accettazione impotente della vita come è.

Se la coscienza dell’infelicità è il combustibile del sogno, Roma ne è il propellente ideale, anzi: la contemplazione insistita e quasi ossessiva del viaggio a Roma, in cui Henry proietta, senza dubbio esagerando, tutte le riserve auree del proprio residuo futuro. A un certo punto si rivolge col pensiero al suo cane storico, lo «splendido» Rocco, tutt’altra pasta d’animale rispetto a Stupido:

Rocco. Ho bisogno del tuo consiglio.
Che problema c’è, capo?
Non sono felice. Voglio cambiare tutta la mia vita. Ricominciare da capo. Andarmene da questo paese.
Fallo. Ascolta il tuo cuore. Vai dove ti dice.
Ma mia moglie e i miei figli?
Lasciali. Prendi la strada maestra. È la tua ultima possibilità. Non tornerà un’altra volta. (…) Sii libero, capo. È l’unica cosa che conta.

Naturalmente “Rocco” è una funzione della coscienza, è la voce del self che risale tra le pieghe dell’interiorità. Henry dice queste cose a se stesso per motivarsi al grande salto transoceanico, che visualizza ruminandolo e declinandolo in diverse forme di anticipazione, destinate a rimanere ogni volta senza seguito reale:

(…) milleseicento dollari. Tolti cinquecento per il biglietto, sarei arrivato a Roma con circa mille e cento dollari. Meritava della considerazione…

Levando il biglietto, sarei atterrato a Roma con più o meno novecento dollari. Avrei potuto viverci per tre mesi…

La città eterna. Suonava bene…

Per qualche attimo contempla pure l’idea di andare a Roma con la moglie! Come nell’illusione fuori tempo che possa sostituirsi alla «brunetta» di cui sopra; ma appunto è una fuggevole, sciocca fantasia:

Pensai a Roma, naturalmente, e mi baloccai persino con l’idea di portare Harriet con me. Per andarci avremmo prima di tutto dovuto vendere la proprietà di Point Dume, impossibile finché avevamo i ragazzi sulle spalle. E quanto al cane, non credo che avrebbe amato Roma, dove tutti i cani, al guinzaglio per legge, devono anche portare la museruola. Comunque non avevo mai immaginato Stupido con me a Roma. Mi serviva solo fino a quando non avessi potuto fare la mia mossa. Con i ragazzi via e la casa venduta, sarei stato ricco e libero.
 Più facevo piani e sognavo, meno Harriet entrava nel mio progetto. Dopo tutto non credevo che Roma le sarebbe piaciuta. Separata dagli amici, isolata dalla barriera della lingua e culturalmente aliena, avrebbe potuto trovarla insopportabile. Inoltre non provava più alcun affetto particolare per le cose italiane. Decisi che l’unica soluzione era di affittarle un appartamento a Santa Monica, allora sarei potuto partire per piazza Navona e tuffarmi nella nuova vita.

La trasformazione a vista del pensiero rappresentata in questo tratto evidenzia molto bene la chiave estetica “vitalistica” secondo cui la scrittura tagliente e tragicomica di Fante chiede d’essere interpretata: uno straziato attaccamento alla bellezza che sfugge, l’inafferrabilità del senso, la fluida provvisorietà delle cose in continuo divenire – quasi un elogio dell’umana imperfezione che è, al contempo, esorcismo della disperazione esistenziale. È anche tutto questo che rende così amleticamente incerto il protagonista. «Ho deciso» dice di continuo, e poi non si decide mai. Anzi, più lo dice e meno lo fa, opponendosi ostacoli e pretesti d’ogni tipo. Come chi ripeta “guarda che mi ammazzo” solo per richiamo di attenzione: il vero suicida non annuncia il gesto, lo decide e lo compie in silenziosa, irrevocabile solitudine. 

A un certo punto sembra che finalmente sia la volta buona, forse anche per la rivendicazione dell’origine italoamericana (una specie di surplus culturale, addotto a sostegno della motivazione): «(…) sto partendo per Roma, ti ricordi?» dice alla moglie. «Via. Lascio il paese. Torno alle mie origini, torno alla culla della civiltà, al significato del significato, all’alfa e all’omega». Bello, ma si tratta di una crosta retorica che viene giù alla prima obiezione: basta ad esempio una insufficiente disponibilità economica per far emergere il volto reale della Città, già conosciuto per esperienza, al di sotto della superficie lungamente idealizzata nelle luci fantastiche del sogno: 

Roma senza soldi non mi interessava. Quei freddi pavimenti di marmo degli alberghi mi gelavano i piedi. I romani facevano un pessimo caffè americano. Le strade sapevano di gorgonzola rancido. Le prostitute erano sciatte e deprimenti. Avrei perso le World Series. Il grande evento della domenica era stare sotto la finestra del papa. La forma più bassa della vita umana era lo scrittore italiano. Camminava con manoscritti invenduti sotto il braccio, con il culo in vista attraverso il consumato fondo dei pantaloni. Disprezzava gli italoamericani in quanto codardi che erano fuggiti dalla bellissima povertà del paese, mentre lui, il patriota autentico, era rimasto nella terra dei padri sopravvivendo alla tragedia di due guerre. Se protestavi dicendo che non avevi scelto il paese natale, insultava tuo padre o tuo nonno perché avevano cercato una vita migliore in un altro posto.

Cosicché, ancora una volta, Henry fa di tutto per dimostrare a se stesso l’impossibilità di partire e cambiare vita. Le scuse non mancano mai: i soldi, i figli, la moglie, il cane, i debiti, i problemi… E se non ci fossero, altre ancora ne inventerebbe ad libitum. «Ma il tuo viaggio a Roma!» esclama subito dopo Harriet, che evidentemente non vede l’ora di togliersi dai piedi il marito. Ed Henry: «Che cos’è Roma se poi si deve vivere con il tradimento del proprio figlio? Che cosa sono Parigi o New York o qualsiasi altro posto al mondo? Il mio dovere è scontato. Dio sa se ho le mie colpe, ma non mi si potrà mai accusare di slealtà verso i miei ragazzi». Harriet si dimostra dispiaciuta anzichenò: «Volevo che tu andassi. Volevo che finalmente ti levassi Roma dalla testa».

Viene in realtà il fondato sospetto che Henry preferisca sospirare Roma dagli USA, piuttosto che andarci davvero per poi sciupare e deludere quanto accarezzato con la mente e con il cuore: una specie di Eldorado in cui proiettare il meglio di una vita che, nel frattempo, declina irrimediabilmente verso il peggio.

Marco Onofrio

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

“Asciugami gli occhi”, di Roberto Pallocca. Lettura critica

Bello ed estremamente ricco di significati, il nuovo romanzo di Roberto Pallocca (Asciugami gli occhi, Lurago d’Erba – Como, Il Ciliegio edizioni, 2021, pp. 176, Euro 12). Il protagonista del libro, Paolo Magri – questo l’antefatto – viene investito da un’auto mentre attraversa la strada. Batte violentemente la testa, riporta un grave trauma cranico che lo costringe a 12 giorni di coma; poi si riprende, ma il suo cervello non è più lo stesso.

Ecco quindi, anzitutto, la potenza schiacciante della realtà, la pazzesca concatenazione del divenire, la precisa costruzione del destino da cui non ci si ripara, e difatti “i giorni qualsiasi non esistono”: tutto può cambiare per sempre da un momento all’altro. “Sarebbe bastato un misero dettaglio” così comincia il romanzo. Anche il ritardo di un gesto nella maledetta sequenza di quei minuti, e a Paolo non sarebbe accaduto nulla. Ma il senno di poi è inutile, il rewind è impossibile perché la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione. La vita che ci capita, al di là di ciò che vogliamo e per cui lottiamo, giorno dopo giorno. Che poi “Quale vita?” si chiede Anna, la moglie di Paolo: “Quale vita? E perché una e non un’altra?”

Pallocca è italianissimo, ma quando scrive ha un’anima portoghese che si manifesta nella capacità di sentire l’esistenza e analizzarne le molteplici sfumature, nel sentimento oceanico del tempo, nella sensibilità poetica per le sfumature. Penso naturalmente a Pessoa e Saramago, ma anche a un giovane (suo coetaneo) come Pedro Chagas Freitas. La narrativa di Pallocca, come ho più volte notato, non è mai “pura” ma tende al saggio, alla riflessione filosofica, all’aforisma. C’è un poeta nascosto tra le pieghe del narratore – finora in 6 libri pubblicati è stato sempre così: un poeta a cui non interessa soltanto “intrattenere“ e “raccontare una storia”, ma chiarire dall’interno l’esistenza. Il suo tipico tema dei “momenti performanti” (quelli che decidono il futuro degli anni a venire) qui evolve nella complessità dei “bivi” che poi in realtà sono “veri e propri crocevia. Dove s’intersecano chissà quante strade. E tu non sai mai che fare, perché le mete non sono mai indicate”. E così, fra tante strade, qual è quella giusta? Impossibile saperlo, anche quando si è più o meno sicuri.

Paolo Magri, dopo l’incidente, ha passato 10 anni di “diversità”, “lontano da se stesso”, “più distratto, infinitamente più calmo”, ostaggio di una strana apatia sospesa che gli ha consentito di vedere le cose in modo diverso da prima. Vive di contributo statale e tutte le mattine prende i mezzi pubblici per incontrarsi, al centro di Roma, dalle parti di Campo de’ fiori, col suo “alter ego” Giovannino, un omone di cui è diventato amico e con cui passa ore a parlare dell’universo-mondo, seduti entrambi al tavolino di un bar, di fronte ai soliti succhi di frutta. Da quel tavolino Paolo osserva il mondo che scorre intorno, un turbine lento fatto di passanti frettolosi, di scene estemporanee, di canzoni che danno alla radio. E il suo sguardo annega nella precisione lucida e chirurgica dei particolari, ad esempio quando descrive la pioggia ed insegue i suoi effetti sulla città:

L’acqua si aggrappa alle grondaie con una forza incredibile, e riga i vetri delle finestre, gocciola dalle persiane aperte, forma rigagnoli impazziti che seguono la lieve discesa della strada. È buttata via da tergicristalli impazziti, e cola dai cappotti dei passanti, rimbalza lungo i marciapiedi, finisce dove lo sguardo non può più seguirla. I sampietrini più alti spuntano come isole di atolli inesplorati, i più bassi sono sommersi come tante piccole atlantidi dimenticate. 

La triste risultanza delle osservazioni quotidiane è che sono tutti presi dalla “rincorsa al niente”, “tutti infelici. Tutti già morti, forse”. Qui ha modo di emergere una potente radiografia dell’uomo contemporaneo, ad esempio questa:

Vedo gente sudata rincorrere i propri desideri finti, che qualcun altro ha deciso per loro, e star male se non possono permettersi la settimana bianca, la Sardegna, la Station Wagon. E indebitarsi fino al collo per pagare lo svago, che è un’incongruenza per definizione. Vedo alla tv persone accoltellarsi per una squadra di calcio, innamorarsi solo se l’altro le corteggia in un certo modo, tradirsi, perdonarsi, giocare, uccidersi. Sento continuamente dire: “Non ho tempo”.

Ebbene, “cosa ce ne facciamo di una vita così distante dai nostri sogni?” Perché i sogni sono splendidi? si chiede e ci chiede Paolo. Perché “nei sogni sei sincero. Nella realtà no, non sempre, solo a metà”. Stiamo male perché passiamo gran parte del tempo a fingere per essere accettati, a dare ragione agli altri, ad assecondare l’ipocrisia del mondo. Da tutti i dialoghi monologanti con Giovannino emerge il macro-tema del libro: la felicità. Che non dovrebbe essere, come purtroppo è, una battaglia all’ultimo sangue con il destino, ma una “dote” per ciascuno di noi.   

Paolo pensa cose “strane” che in realtà “sono normali” o almeno dovrebbero. Ma forse, in un mondo amorfo di automi, lo strano è proprio che Paolo pensi. Il suo cervello ha smesso di funzionare come prima, ora passeggia nei pensieri. Sente profondamente il tempo, fatto di sogni e di ricordi, di foto che contengono il futuro. E si chiede: “perché non possiamo scegliere cosa ricordare e cosa no?” E avverte la differenza tra assenza e mancanza. E riflette sull’impredicibilità delle “ultime volte”. E nota l’essere, sì, ma anche il non essere, anche ciò che non accade:

Mi chiedo dove vanno a finire i gesti d’affetto che tratteniamo, quelli che non facciamo per viltà o per imbarazzo, gli abbracci frenati, i baci che restano ad appassirci sulle labbra, le carezze che si asciugano sulle mani, e i sorrisi che non segnano il viso. 

Paolo crede di avere una figlia che in realtà non ha. E immagina inoltre di lasciare Anna per fuggire con Giada, una ragazza che pare gli abbia spedito una lettera d’amore. Decide di aprire un blog e comincia a scrivere le sue esperienze. Emerge insomma dall’oblio, comincia a fare i conti con ciò che sa, vuole, desidera, sogna. Invertire rotta: “iniziare a vivere come vorremmo. Da adesso”. Poi – ed ecco il passaggio fondamentale – una mattina prima di uscire incrocia “la sua immagine allo specchio” e, come il Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila (L. Pirandello), “si accorge anche di una ruga piccolissima, alla base dell’occhio sinistro”. Da quel momento cambia davvero tutto. Sappiamo da Jacques Lacan, il grande psicanalista francese, che lo specchio è un elemento dissociativo funzionale alla costruzione psichica del soggetto: guardarsi allo specchio significa riconoscersi ma anche “essere un altro”, vedersi fuori dall’interno: ah, dunque io sono quello! E viceversa (da fuori a dentro): quello, dunque, sono io! Paolo ci torna poche ore dopo, davanti allo specchio, per guardarsi gli occhi e vederli “dentro. Dietro”. Ecco la sua reazione: “Mi sono perso. Lo stesso specchio che stamattina mi spaventava, mi ha chiamato per nome. E ho compreso che il vero dramma dell’uomo non è invecchiare, ma (…) guardarsi gli occhi e non trovarsi più”. E così improvvisamente Paolo avverte un “bisogno incredibile di esistere”, un “bisogno di ricordi nuovi”. Si sente “più vivo, più acceso”: comincia a trattare la vita normalmente, come conferma ad Anna il medico che lo segue. Eppure, prima di cedere alla normalizzazione, Paolo rivendica per un attimo la sua “diversità”: “Lasciatemi alla mia ‘follia’, vivete nella vostra genuina buona salute”. 

L’itinerario si conclude fatalmente “col pazzo che torna normale e si tiene la sua donna”. Giada eclissa nell’oblio, Paolo si fa di nuovo bastare la vita che ha. “Oggi Paolo è normale”. Infatti si alza la mattina più stanco della sera precedente. “Ha voglia di fare un sacco di cose e tempo per non fare niente. Ha desideri da vendere e nostalgie da regalare. Si porta dietro un senso di insoddisfazione come un trolley”. Torna ad essere, come tutti, malato di tempo. Infatti non ne ha più “per gli hobby. Il tempo che gli lascia il lavoro deve usarlo per riposare”. È rientrato nella gabbia, a inseguire la ruota del criceto. Fa carriera in una grande azienda, miete successi. Così può scrivere sul blog: “Oggi mi sono completamente ripreso, sto bene. Sono felice, sai. Felice come dice chiunque. (…) tu mi credi, vero?”.

Non gli crediamo, no, e intanto ci chiediamo qual è il confine tra “normalità” e “follia”. Qual è la normalità? Qual è la salute? E se la salute pubblicamente riconosciuta è in realtà malata, la cosiddetta “malattia” è forse la salute? “Penso” e “mi chiedo”: per 10 anni Paolo non ha fatto altro, e forse, agli occhi degli altri, è stato “malato” soltanto di questo. Se, come si legge a un certo punto, “l’oblio è importante come la memoria”, è “il vuoto che le consente di funzionare”, allora Paolo durante quei 10 anni passati nel vuoto a percepire la totalità strana e meravigliosa della vita era in realtà guarito dalla malattia che distrugge le persone cosiddette “normali”, vuote pur con tutta la loro inutile pienezza. Non sono stati anni perduti perché “il tempo non si perde mai quando si è vissuto come si desiderava”. Sembrava anestetizzato, ma era sveglio come non mai; ora che invece si è svegliato, è di nuovo sotto anestesia. Si resta senza fiato quando alla fine del libro si scopre chi era, anzi chi non era, Giovannino; e tuttavia non è difficile credere che – oscillando fra le tre prospettive che scandiscono i capitoli del romanzo (“fuori”, “dentro” “accanto”) – Paolo sia stato più autenticamente felice allora di adesso, dopo che ha scelto l’accanto finale, ma forse non definitivo, entro cui tornare ad essere l’ingranaggio di un meccanismo spietato, superiore alla vita di ciascuno di noi. Ma è proprio nel divario incolmabile tra “essere” e “non essere”, già dilemma amletico, che la scrittura (quella fittizia di Paolo Magri così come quella reale di Roberto Pallocca) può scoccare la sua scintilla di rivelazione. Come in uno specchio dove perdersi un po’ per riconoscersi come siamo, o vorremmo o potremmo diventare, nonostante tutto.      

Marco Onofrio

Dreams of Italy… decalogo di possibili utopie

I have dreamsSogno un’Italia capace di risvegliarsi dal coma farmacologico, in cui vegeta da decenni, per tornare al centro della propria imprescindibile essenza costitutiva, di faro umanistico per gli altri popoli – europei e non solo – nella misura in cui detentrice e custode del 70% del patrimonio artistico e umano del pianeta. Sogno un’Italia non più sottomessa al prepotere finanziario e politico di questa Europa, pensata e organizzata (dietro i velami seduttivi delle belle parole ipocrite, cioè dei propositi unitari e solidali) a mo’ di “bisca clandestina” appannaggio del Nord, in primis naturalmente la solita Germania. Sogno un’Italia capace di emanciparsi dal provincialismo e dall’esterofilia, senza per questo diventare sovranista, razzista, fascista. Sogno un’Italia capace di riappropriarsi serenamente della propria storia dimenticata, della propria identità smarrita, della propria natura contaminata. Sogno un’Italia capace di riscoprire la missione civile che il cammino dell’Uomo le ha conferito lungo i millenni: indicare al mondo le vie ecumeniche della pace, del dialogo, della mediazione, della cultura. Sogno un’Italia capace di tradurre in ricchezza equa e condivisa le risorse inesauribili del proprio genio e quelle sconfinate dei suoi mille patrimoni. Sogno un’Italia capace di sconfiggere il cancro massonico che soprattutto oggi ne corrode la meritocrazia e ne limita fortemente le potenzialità. Sogno un’Italia libera finalmente dal potere occulto delle mafie e dalla demagogia dei menestrelli che – prezzolati dai competitors europei – affermano il falso sapendo di mentire e di tradire. Sogno un’Italia capace di riabbracciare la sua naturale vocazione mediterranea e talassocratica, quella stessa che fece grandi le repubbliche marinare. Sogno un’Italia di nuovo solida e cosciente dei propri mezzi, al punto da proporre e promuovere in seno all’Unione Europea una Confederazione di Popoli Mediterranei comprendente appunto Italia, Portogallo, Spagna, Francia meridionale, Slovenia, Grecia, Malta, con statuti speciali e moneta particolare (potrebbe chiamarsi Medeuro, o Euro mediterraneo?), non più pesantemente soggetta al dominio delle oligarchie di Berlino e Strasburgo ma relativamente autonoma nel dialogo culturale e commerciale con le altre sponde del mare comune (dal Nord Africa al Medio Oriente) e con le grandi potenze mondiali (Cina, Russia, Stati Uniti); il che – a 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a 30 dalla fine della guerra fredda – porterebbe anche a una ridefinizione di rapporti e obblighi all’interno di un Patto Atlantico non più così vantaggioso, per noi, com’era un tempo… Sarebbe molto bello accendere a Sud il fulcro di un’Europa altra, peraltro già esistente anche se con poca voce in capitolo, guidando uno sviluppo di connessioni politiche e socioeconomiche che ci porterebbe a non essere più i terroni del Continente, ma i promotori e i mediatori di un nuovo Rinascimento, in un’area geopolitica di cruciale importanza tra Europa, Africa e Asia… Dreams, dreams of Italy.       

Marco Onofrio   

“Breve stagione”

tramonto

BREVE STAGIONE

Arriva da un golfo lontano
sopra quella nuvola al tramonto
il suono intransitabile del tempo
dove cerco inutilmente
un varco per il regno della luce
che canta senza fine il suo poema
come il mare.

E viene, dolce, l’autunno dorato.
Lo riconosco dal transito
sempre più breve
delle impronte sulla sabbia,
dalla malinconia
che mi lavora dentro
ogni respiro,
e dalla fiamma che ravviva
nello sguardo
il tuo chiarore spento.

Ho bisogno di salvare il lampo
prima che si laceri
nel tuono.
Ecco, ti vedo fluire
nei ricordi antichi
scioglierti qui al centro
del silenzio.
Sei il sole che parla ai fiori
e il vuoto che conta ai morti.
Che porti ora dal tuo viaggio?
Che hai trovato lassù
nel ripostiglio intimo
del cielo? Sento l’utero caldo
e il ritmo che palpita sotto
la trama rugosa dei giorni
che racchiude i disegni segreti,
le forme del possibile
nei sogni.

Dono il mio pugno di polvere
alla terra. Sistemo le cose
attorno a questa volontà
ostinata, l’appello a vivere
la nostra breve stagione
di felicità.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita Azzurro esiguo)

“A una cefeide” (da “Anatomia del vuoto”, 2019)

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A UNA CEFEIDE

Cercavo quella luce dentro me
graffio di perla sul velluto nero
del suo fuoco – fontana
lontana di meraviglie
tra le polveri splendenti
dell’aurora –
due ore ho parlato a una cefeide
confidandole il mio sogno
e il mio segreto:
liberi
indomiti
impronunciabili.

Galleggiava ai bordi della notte:
cadde in pochi attimi
portando via con sé
sogno e segreto
dentro i precipizi
del silenzio.

Tornerà tra mille anni, forse:
di me, allora, polvere neppure
ma lei, più fedele della morte
manterrà il segreto intatto
e porterà dal cielo
il sogno finalmente realizzato.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto,
La Vita Felice, 2019)

“Nel nome del mare”, di Cinzia Demi. Lettura critica

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Nel nome del mare (Carteggi Letterari Edizioni, 2017), di Cinzia Demi, costituisce un felice esempio di poesia “elementare”, tesa cioè all’essenza – della poesia stessa e delle cose. Il nocciolo scabro che questo libro, forse più dei precedenti, scevera dalla fallacia delle apparenze molteplici, e che insegue nella nostalgia dell’assente (non più esistente o mai esistito) demandando alla parola il compito sovrano di manifestarlo, come in un rito, dalla traccia luminosa della sua evocazione, emerge come una sintesi bellissima di natura e cultura, ovvero di spontaneità istintiva e meditata ricomposizione, per cui il dettato poetico entra in risonanza con le sfere di un sublime che commuove in profondità, giacché autentico, persuadendo l’animo all’attesa di presenze rivelatrici. Quando infatti si è dinanzi al mare, generatore di pensieri e di emozioni, ci si aspetta sempre che “qualcosa succeda”. Non è chiaramente il mare estivo, caotico di bagnanti maleducati, ma quello di ottobre, solitario, pallido, dimesso, con la sua “aria di sale antico”. La prospettiva è di chi guarda alle cose “con gli occhi del tramonto”, per cui esse “sfumano / in un sentire lontano”. Lì, davanti al mare, si apre il bordo dello svelamento. Il sole denso di storia fa percepire lo spessore del tempo, la sua “milizia certa” posta a guardia del mistero. La poesia stessa insegue “la voce il miraggio / della storia”. E poi le epifanie di quella terra, la Toscana piombinese, ovvero i ricordi stratificati della vita trascorsavi: ad esempio la “sabbia ferrosa e dorata” con cui Cinzia Demi giocava da bambina, e la vigna, la terra rossa, le ginestre “odorose di forme e poesia”, e il “profumo di alga bagnata” tipico del mare.

La poetessa aderisce al tema eterno del nostos, del ritorno alla terra originaria: è la “donna che è / cresciuta lontano che stringe / la sua terra con la mano”. Vivere è ri-vivere e ri-conoscere: “sarà giorno quando arriveremo / un giorno pieno riconosceremo / la vita, la cucina, il canestro del pane” insomma tutti i particolari del “luogo dove poter stare”. Ecco l’importanza della terra, delle radici: “quanto conta la tua impronta / quanto rimane dell’essere nati con te”. Il mare la spinge “nel fondale dei giorni”, al confronto con le cose che non le appartengono più; ma anche con le possibilità inespresse, i “mancati approdi”, i “luoghi dove / non sono stata”. Nel nome del mare perdersi dunque per ritrovarsi, riabbracciando le rotte del cammino. È così che può aprire un dialogo metafisico con la Luce che le ha affidato il compito esistenziale: “dio, pensi ancora a quello / che dicesti che volesti per me / – nasci per fare collane di parole / allungare le ore del giorno / dare voce alle foglie lontane”. Questo significa, tra l’altro, fare poesia. La scrittura ha il compito di accogliere il dono di ciò che esiste, l’impronta dell’esserci e dell’esserci stato.

Il mare è dunque un catalizzatore di sacralità, un “padre potente e affettuoso” anche se talvolta mostra un cuore disumano e feroce. Con la sua “essenza primordiale” agevola e innesca le “memorie di sogno”, come “la finestra della scuola / da cui si apriva l’orizzonte” poiché si affacciava sul mare, dove “spaziava lo sguardo”, e ci si chiede come i discenti potessero (se non per abitudine nativa) resistere a una distrazione così grande. Le piazze “ventilate” sul mare consentivano e consentono all’“arcipelago degli occhi” di aprirsi su scenari sconfinati. Da Sud a Nord, in sequenza panoramica: Argentario, Giglio, Montecristo, Elba, Corsica, Caprona. Lo sguardo di Cinzia Demi è spesso “trasognato” proprio perché passa attraverso filtri magici come appunto la memoria e il sogno, con le loro sagome sfumate nella prospettiva infinita del tempo e dello spazio; ma (e qui poggia l’equilibrio mirabile della sua arte) è anche contemporaneamente terragno, preciso, radicato nella concretezza del visibile e del tangibile. Il finito, anzi, è il veicolo primo dell’infinito a cui la poetessa incardina la devozione e lo slancio stesso della sua parola: “in alto il cielo è come / imprigionato nell’ovale di un / volto in un voto mai sciolto”. Ma per rivivere la propria terra e appartenere davvero alla propria vita, l’esperienza insegna che occorre “perdere quell’azzurro / infinito del canale / il faro sentinella / il silenzio dello scoglio / il battibecco dei gabbiani”. Occorre essere partiti, aver sofferto, avere amato, essere morti tante volte, aver visto altri mondi e incontrato altre genti, altre persone. La poesia è il passaporto vidimato di questi viaggi, nella sua essenza di “faro e curva di speranza” che la porge come “pianta molecolare” e “impronta della luce”: un rito con cui si partecipa al mistero della creazione, entrando in sintonia con tutte le dimensioni spaziotemporali per raggiungere il cuore indicibile della propria umanità.

Marco Onofrio

 

“Due”, di Angela Giojelli. Lettura critica

Angela Giojelli COP

Esordio promettente, quello di Angela Giojelli con Due (RP libri, 2019, pp. 40, Euro 10), una silloge che, raccogliendosi in appena 26 liriche, sa condensare – nonostante l’esiguità del percorso – l’impronta originale di uno sguardo e le premesse di un mondo poetico che ipotizziamo ricco di avvenire. Sono parole pazienti, distillate da lunga gestazione e che trapelano, come loro malgrado, dal guscio di silenzio che le ha protette e nutrite per farle crescere, rendendole degne della debordante carica umana di cui sono, a un tempo, tramite e catarsi. La voce della poetessa di Capua trasuda, per così dire, da una ferita primaria dell’esistenza che non si limita alla triste realtà del figlio malato, ma da lì parte per andare “al di là di ciò che si dice / o è” affondando la sostanza autentica della nostra condizione, anche a costo di rintracciare i barlumi del vero “lungo gli argini dell’impossibile”. Cerca, così, di stabilire ponti tra i frammenti che il dolore ha prodotto e separato; la dimensione del passaggio e dello scambio, infatti, è molto importante per Angela Giojelli, da cui il titolo del libro. E non è solo entro la felice pienezza della diade primordiale (madre-figlio) che la grazia si espande in dono di verità, quell’essere “stretti in noi / stretti a noi / nella casa della pace”: è il “duale” tutto che assurge a principio indispensabile di conoscenza. È la “reciprocità silenziosa” dell’abbraccio in cui si vaga e poi ci si trova, nell’oceano spirituale di un’altra persona, della quale – proprio grazie al discorso infinito che quel silenzio può racchiudere – si percepisce l’intima verità. Una condizione di grazia per cui, appunto, “si amplificano i suoni / si moltiplicano le stagioni” tra “oscillazioni primitive / e complesse energie / attivate da ogni cosa che ci tocca”. La diversità “non è un male” ma il segno prezioso di una ricchezza ulteriore che rende colui che sceglie per manifestarsi “più vicino a Dio”: proprio lì occorre amare “forte”, amare “tutto”, perché il male non è la diversità ma la negazione della vita, il “non vivere”. La fusione dell’abbraccio vorrebbe coinvolgere tutta l’umanità, finalmente pacificata nello splendore di una nuova coscienza, e la grandezza sconfinata della vita, percepibile nella concentrazione pura di ogni attimo: ci sono “tutti i rumori del mondo / e i sorrisi negati e donati / ogni colore / è tutto qua: mani nelle mani”. La poetessa, sprofondandosi nell’ascolto più sottile (ad esempio dei “rumori di febbraio”), percepisce molto bene la fragilità estrema del tempo che impregna l’aria “sospesa nell’addio”. Da un lato c’è la “mera materia che ci cambia” con gli inesorabili meccanismi a cui, vivendo, siamo sottoposti; dall’altro la nostra coscienza come “antimateria” che, ribellandosi alla natura e illudendosi di sottrarci ai processi indipendenti della vita, accentua la nostra cognizione del dolore e della finitezza entro cui siamo costretti a galleggiare.

Siamo tutti così soli, seduta sulla sabbia mi domando
a cosa ci serve guardare il mare
se non possiamo stare insieme?

La realtà sembra facilmente leggibile, il grigiore opaco dell’esistenza assume spesso le forme del déjà vu (“qualunque cosa accada è tutto accaduto già”), e tuttavia essa trattiene sempre l’ultimo segreto delle cose, magari attraverso le luci che “si tengono strette / le cose non dette / cresciute in sentieri misteriosi”. Non possiamo vivere che “barcollando”, alla ricerca inutile di un “rifugio” perché “non c’è tregua / né porto sicuro”.

Fluttuo, pendo, mi arrampico
ondeggio e tremo
in questo equilibrio instabile di ombre.

Eppure c’è un ordine profondo che sorregge dall’interno il caos e si manifesta nei fenomeni (ad esempio la “caotica acqua che scende / perfettamente ordinata”), per cui la vita è un “mare calmo fra le tempeste” e l’unico modo per accoglierla integralmente è l’ossimoro, la “lacrima gioiosa” che annoda la rabbia e l’urlo alla dolcezza. E di dolcezza questo libro trabocca, la dolcezza trepidante e dolorosa che ammanta anzitutto il “decimo senso” (decimo, non sesto!) della madre che ovunque abbraccia, comprende, protegge:

sappi che dove avrai porte chiuse
ci sarò io ad aprirle
dove tu non capirai
parlerò per te
e dove tu non saprai amare
io scriverò una poesia.

La cenere dei desideri “sfiniti dalle corse del giorno”, la fatica inenarrabile di risolvere problemi ed imprevisti senza fine, insieme a “tutto il resto che ci gira intorno”, non impediscono la “purezza del dono”, cioè la vita percepita come mitologia del nascente (“germoglio fra le mani / e limpido stupore”) e ripensata con gioia, malgrado tutto, annusando “l’odore di un neonato”. La realtà opaca e sorda delle cose è, infatti, giustificata da quella intoccabile e invisibile che vi è mescolata e dove ci troviamo a camminare, spesso come ciechi o sonnambuli che non vogliono vedere né svegliarsi. C’è una dimensione spirituale dove vola chi muore “nella certezza di arrivare / a casa” e donde parla il bambino mai nato, nella composizione più toccante del libro:

Non ti ho visto
non ho avuto il tempo
ricordo solo la tua voce
ti ho amato da subito
mentre morivo pensavo a te
non ho amato nessuno
e nessuno come te
eri l’altra metà del mio tutto
ci vediamo in paradiso, papà
dove i non nati sono angeli
e io ti terrò per mano
come sto facendo adesso
solo che non mi vedi.

È la purezza altissima e sacra della vita a nutrire la fede che irradia da questa voce poetica, determinandone a sua volta la coscienza. Scrive Angela Giojelli: “io non sono ossa / sono un brivido”. La nostra vita non può ridursi alla materia: c’è qualcosa di infinitamente maggiore in cui risiedono, da sempre e per sempre, le chiavi silenziose del mistero. Brivido è anche il sogno, senza cui saremmo soltanto imbuti, tubi digerenti, macchine insensate; e quindi la voglia sacrosanta di andar via, il bisogno di abbandonare i limiti, la ricerca e l’attesa di “tramonti nuovi” in un mondo libero e fluido, felice, “dove è proibito proibire” e “non esiste la paura / di avere paura”. Tra il dolore e la speranza, vince la speranza. E dunque la risorgente pulsione di abbandonarsi alla forza della vita “come due tronchi millenari / dalle radici prepotentemente / intrecciate nella terra / esplosi nella natura”. E la poesia, infine, ha una fondatezza essenziale che la distingue dall’incertezza ovunque dominante (“Poesia mia, albero in fiore / tu non cadi mai”) e la rende strumento di restituzione amorosa ai debiti del tempo: una specie di fiume che, nel suo involgere sinuoso lungo le strade del mondo, raccoglie detriti di ogni tipo per trascinarli al mare, cioè di nuovo a casa.

Fermi a riposare sul muretto
il nostro cammino non è finito
voci di bimbi d’estate
mentre facciamo pace
se cadi ti darò la mano…
Ti darò la mano verso il mare.

Marco Onofrio

 

“A parte i colori”, racconti di Palmira De Angelis. Lettura critica

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Questo secondo libro di racconti di Palmira De Angelis, dieci anni dopo il felice esordio di Ultimo banco, è bello anzitutto perché ben scritto. E non è poco; in tempi di sciatteria letteraria istituzionalizzata, riporta in auge la scrittura come “composizione” equilibrata di elementi: contenuti, dettagli, simboli, sfumature, orchestrazione sinfonica dei periodi e “alchimia musicale” nell’incontro delle singole parole. Insomma, un prodotto narrativo consapevole dove finalmente la scrittura non gira a vuoto su se stessa intorno a un cardine inconsistente, ma nasce dalla Vita come estratto quintessenziale dell’esperienza.

Qualcuno ha coniato il neologismo “scrivivere” per segnalare la necessità assoluta di scrivere che impregna e impegna la vita di uno scrittore: la sua vita “è”, integralmente, la scrittura. La scrittura della Vita, rivissuta, pensata e immaginata a partire dalla propria esperienza. Quelle cose, chi scrive, non può non dirle: lo scelgono per dirsi e lui se ne fa strumento pur di portarle alla luce.

A parte i colori (Ensemble, 184 pagg., 15 euro) racchiude in volume 15 racconti che nascono dalla Vita: la vita di Palmira De Angelis e di ognuno di noi. Della Vita l’autrice ci fa sentire tutto il lato problematico: l’impaccio, lo sgomento, lo sconcerto, la vergogna di essere, e i tentativi spesso patetici di arginare il vuoto e oltrepassare il dolore, ingegnandosi per essere felici. Sono racconti che spesso nascono da “qualcosa di luttuoso”: una “sensazione di tetraggine” e di paura, “come trovarsi sull’orlo di un burrone” verso uno “sprofondo di morte”. C’è qualcosa di non detto perché indicibile, un “trauma originario” di cui il racconto è reperto e risvolto, ellittico del suo nucleo di verità. Una frattura del tempo che ha prodotto lacerazioni invisibili e permanenti: dopo di allora nulla è più stato come prima.

La Vita grazie a Dio è ricca di cose bellissime (l’autrice lo sa: “c’è anche la gioia”, scrive nelle ultime pagine del libro), ma qui dispiega il suo “fado” e il pensiero stesso della sua musica soprattutto come sforzo, patimento, afflizione, immensa fatica e noia del suo trito grigiore.

E quindi leggiamo:

“Vissero felici e contenti: ci si ferma sempre qui nelle favole perché non puoi mica raccontare tutto il tran tran delle giornate”;

“C’erano stati solo giorni e giorni, tutti uguali, giorni che erano l’unità di misura della sua vita, uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, come tanti vagoncini di un trenino merci pieni fino all’orlo, di un trenino veloce che non si fermava mai”;

“Uscivi la mattina e tornavi la sera. In mezzo c’era la vita. Quand’è che s’è spezzato, s’è rovinato tutto?”

In mezzo, appunto, c’è la Vita, che ci scorre davanti agli occhi mentre siamo sempre impegnati a fare qualcos’altro, e che ci sfugge come il ricordo di un sogno lontano, dai contorni imprecisabili. Ed è qualcosa di imperfetto e di incompiuto per tutti: “come una frase cominciata e lasciata a metà”. E ancora: “un discorso che comincia bene e poi all’improvviso s’ingarbuglia”.

Da una parte le aspettative, dall’altra la dura realtà. Inganno e disinganno. Speranza e disperazione. Il mondo delude le nostre aspettative, con la sua realtà furente e feroce “di schifo, di furbi, di puzza e di rabbia”. Il mondo creato dagli esseri umani, beninteso; non la rerum natura, con la “magnifica gloria di ciò che è vivo, immutabile ed eterno”. Per capire l’atrocità dell’uomo, traumaticamente percepita alla luce della sensibilità poetica, c’è una immagine indimenticabile: i pesci che agonizzano al supermercato. «I pesci non erano morti del tutto, avevano la bocca aperta e l’occhio fisso, ma le branchie si muovevano, si aprivano e si chiudevano piano piano. (…) Poi c’era un pesce lungo e nero, come un’anguilla, che ogni tanto provava a srotolarsi, chissà, forse provava a scappar via. (…) Una strage in piena regola. La gente vuole essere sicura che il pesce è fresco, ma è come guardare un condannato a morte mentre viene giustiziato».

Qual è la soluzione? La risposta dello spirito, cioè la Poesia: il vascello fuori posto (un modellino che al supermercato ha funzione pubblicitaria ma che nessuno guarda) viene rubato dai due ragazzi protagonisti dell’omonimo racconto (“Il vascello”), e riportato al “posto d’onore”, cioè nell’alveo della sua “inutile” e per questo autentica bellezza. E dunque: ricollocarci al cardine delle cose essenziali, proprio nella misura in cui il mondo ci trascina altrove.

L’esistenza delle persone è un ciclo inconcludente, segnato dallo sforzo vano: come quello dei tassinari molisani a Roma (sintetizzato nel racconto “I giorni della merla”: una vita ad ammazzarsi di lavoro, per poi arrendersi al cancro) o emblematicamente rappresentato dalle fotografie dei turisti, incorniciate nei salotti del pianeta per mostrare “come si era una volta, prima di ingrassare, dimagrire, prima di ammalarsi”.

Ecco il silenzio dello spazio quotidiano, lo spessore del tempo, gravido di pensieri e ricordi: “In cucina si sentiva solamente il motorino del frigorifero che ripartiva e dopo un po’ si rispegneva, e in queste giornate di tramontana la porta che ogni tanto sbatteva piano”. E quindi l’attitudine all’ascolto che caratterizza i personaggi: “ascoltava ad occhi chiusi tutti i rumori”, si legge ad esempio a p. 38. Che rapporto c’è tra il silenzio della casa e il silenzio della Storia? È sui fondamenti invisibili di questo vuoto che si crea il mondo, e noi ne siamo coinvolti fino a consumarci di “resistenza”.

Il cuore di ognuno di noi è ingombro di fantasmi, e a un certo punto scocca l’insight, la rivelazione, il pensiero che “si affaccia” improvvisamente tra le pieghe del quotidiano, magari mentre si è seduti al tavolo della cucina e si puliscono gli spinaci da lessare per la cena. Dunque si leggono frasi come “all’improvviso ho visto, ho veramente visto”… “gli tornava in mente ora”… “le tornavano in mente le cose del passato come fossero di un’altra vita”… “le è venuto in mente all’improvviso, mentre era sull’autobus”… La vita interiore domina le azioni dei personaggi: è una forza incontrastabile a cui la coscienza deve sottostare: “non poteva evitare che rapidissimamente gli passassero davanti agli occhi le scene”.

Il passaggio dalla Realtà al Sogno, che questi racconti continuamente articolano, parte da uno stato permanente di macerazione (cioè di scansione analitica del tempo attraversato) per arrivare, semmai, alla fosforescenza fuggevole della rêverie, dove può ancora sopravvivere – come in una riserva – l’incanto del mondo immaginario. Sono personaggi, soprattutto le donne, a cui piace pensare e fantasticare. “Penso e ripenso” potrebbe essere il loro slogan. Per esempio, a p. 29: “Questo le succedeva anche quando era ragazza e andava a scuola. Anzi, andava male a scuola proprio perché il pomeriggio, quando doveva fare i compiti, non riusciva a smettere di pensare”. Ed ecco, ancora, la definizione della “lettura divagante”: “È che quando mi metto a leggere la mente comincia a vagare e dopo due ore che sono lì seduta con il libro in mano sono avanzata sì e no di cinque pagine. Ogni parola del libro diventa la prima di un discorso mio che continua, parole mie, i miei pensieri che se ne vanno a spasso”. Questo sono, anche, le parole così come le usa Palmira De Angelis nei racconti: porte girevoli che socchiudono scenari sulla complessità umana dei personaggi, sul loro destino, sulle storie di cui si accenna e si lascia appena intuire. Ad esempio il divano comprato, con le cambiali, nel lontano 1969: “Francesco al liceo non poteva invitare gli amici a casa per quel divano vecchio che avevate, di finta pelle rossa con le molle rotte”. Basta un dettaglio per evocare un mondo. Da cui l’attenzione ai minimi particolari, l’importanza decisiva dei “fattori invisibili all’occhio” che si rendono visibili grazie alla capacità di saper cogliere gli “indizi” e di “frugare bene tra le verità sepolte” per capire “il perché”.

La verità delle verità, però, resta sempre irraggiungibile: “rimestare nel passato. Per trovare i collegamenti, le cause. Ma più guardi indietro e più dimentichi. Più ci pensi e più tutto cambia”. Per questo Palmira De Angelis ripudia la prospettiva del narratore onnisciente e predilige la struttura “aperta” di una narrazione mai apodittica o viziata di prospettivismo, da cui il lettore uscirà con più domande e meno risposte di prima. La Vita stessa è soggetta all’imponderabile, in una dimensione fluida e precaria dove la fine delle cose è sempre in agguato. Ogni attimo passa per sempre e non ritorna, come scopre con rammarico il ragazzo che allo stadio di Londra, durante Arsenal-Fiorentina 0-1 del 1999, si lascia sfuggire il gol decisivo di Batistuta, e “intanto pensavi che se fossi stato a casa, davanti alla TV, l’avrebbero rimandato subito il gol, quattro o cinque volte, da tutte le prospettive”. Meglio esserci e vivere dal vivo, sia pure con limiti percettivi, o avere della realtà un’esperienza completa ma artificiale (come quella dell’immagine televisiva)? Meglio – senza dubbio – esserci autenticamente, a costo di un’esperienza labile e parziale! Meglio essere allo stadio! Cioè, immergersi nel pathos della Vita in fieri, in attesa del kairòs, l’attimo fuggente e decisivo come un gol, grazie a cui la vita cambierà… oppure no.

A questa imperfezione costitutiva del reale si contrappongono le virtù riparatrici e medicamentose della Poesia, intesa come Poìesis, attività estetica di ricomposizione delle forze del mondo attraverso l’armonia dei suoni. Per questo è possibile parlarne anche in sede di narrativa: a prescindere dal fatto che anche la prosa è una “scatola di suoni” soggetta a regole metriche e ritmiche, Palmira De Angelis dà una perfetta e forse inconsapevole auto-definizione della propria scrittura quando, nel racconto “La signorina Rubì”, mette in scena una inedita e appartata poetessa, ammiratrice di Guido Gozzano, alla costante ricerca della “parola che s’accorda col suono”, legata e piegata al ritmo di un’idea, per cui il tono deve essere colloquiale, il fraseggio compiuto e melodioso, la visione chiara: “tutto deve essere dato, con immediatezza e con semplicità”. La leggerezza nasce da un lavorio intenso e nascosto che ricorda lo “stile dell’anatra” di Raffaele La Capria. Così è, di fatto, la scrittura di questi racconti.

Epperò Poesia è anche “scavare tra una parola e l’altra piccole trincee” dove lasciar trapelare brividi e palpiti inquieti, e soprattutto rovistare tra le immondizie alla ricerca della perla, convinti che proprio là è possibile trovarla. Così anche la realtà caotica di Roma – declinata attraverso toponimi come Testaccio, Castro Pretorio, Piazza Vittorio, Villa Borghese, Tiburtina, Nomentana, Tuscolana, etc. – trova, nonostante il degrado, la sua appassionata trasfigurazione poetica: “E questa è Roma. (…) Ed è amore che sente. Non è lei stessa la prima ad esserne sorpresa? Ama l’aria fresca dopo il caldo afoso nella metro. Ama le automobili, gli autobus, i turisti che ingombrano il marciapiede (…) le colonne antiche sdraiate sulle pietre antiche, i piccioni, l’arco di Costantino, tutto”. In quel “tutto” c’è ogni altra parola dicibile e l’accordo mediante cui entrare in consonanza, perché apparteniamo insieme al mondo umano. E nell’incognita delle occasioni può nascondersi tutto il bene o il male che ci attende, e non potremo mai sapere come sarebbe andata se invece… o come sarà dopo la fine delle storie… un po’ come al cinema quando il film è finito e sei già ai titoli di coda, mentre la gente si alza per tornare alla realtà.

Non è chiaro, insomma, se il timone della vita è nelle nostre mani o tutto accade per conto suo: “Tutto è diverso, eppure tutto è uguale. Non cambia niente. O forse no”. Il libro conclude, peraltro, con la consapevolezza di un tempo meno irreversibile. “Questo ho capito. Si può cancellare e riscrivere. Cancellare e riscrivere”. Come quando si compone un racconto al computer, il che ci dà speranza. È forse in questa capacità di rispecchiamento reciproco tra Letteratura e Vita il valore umano più importante di “A parte i colori”, e uno dei motivi più validi per leggerlo.

Marco Onofrio