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“La Biblioteca di Alessandria”, di Dante Maffìa. Lettura critica (anteprima del saggio “L’officina del mondo”, di prossima pubblicazione)

È l’indiscusso capolavoro tra i capolavori poetici di Maffìa, la sua opera più breve, distillata, assoluta. La verità storica di un fatto accaduto nell’antichità (l’incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto) che segnò la tragedia della cultura classica e la fine irrecuperabile di tanti testi, rivive 20 secoli dopo nella ricostruzione immaginaria ma verosimile di un poeta contemporaneo, appunto Maffìa, che coglie con intuizione geniale l’opportunità di innestarvi retrospettivamente l’essenza del futuro rifiorito e maturato dopo quella catastrofe. Prova ne sia, ad esempio, il “modello Spoon River” adottato (come già ne Lo specchio della mente) per entrare direttamente in medias res – senza veli retorici o inutili giri di parole – attraverso quattordici “confessioni” postume, sotto forma di testimonianze in prima persona da parte di scrittori immaginari che persero nel rogo le proprie opere. I nomi fittizi e intercambiabili hanno la stessa valenza del milite ignoto: rappresentano tutti la stessa figura simbolica fondamentale, sono tutti lo stesso “scrittore” (una sorta di macro-autore collettivo) al di là delle possibili differenze originarie. E questo passato immenso, filtrato alla luce del suo futuro – via via, fino al nostro presente – è indicativo di come Maffìa consideri le epoche tutte contemporanee e reciprocamente inscritte, come cerchi concentrici in perenne dialogo; al punto che ogni attimo contiene il passato che lo precede e, simultaneamente, il futuro che lo seguirà. Ecco perché la sua poesia tende al «canto perenne, che insegue la memoria e sfida la morte e l’oblio», come scrive magnificamente Mario Specchio in Prefazione.  

Tutto ormai è compiuto: gli scrittori parlano dall’eternità, ricordando un fatto che nessuno – neanche una divinità – potrebbe cancellare e far sì che non sia accaduto. L’incendio è metafora della barbarie sempre incombente nella civiltà, ovvero della furia devastatrice che può scatenarsi ogni momento nella vita e nella storia, minacciando «l’uomo e la sua sopravvivenza» (Specchio). L’ammonimento continuo da un lato eleva la cultura come baluardo da opporre al caos; dall’altro incita la cultura a imparare dalla natura e – in ultima analisi – a risolversi in essa, così come fa Maffìa nelle sue pagine dolenti ma limpide e immediate, senza perdersi negli acquitrini dell’erudizione (di cui, dato il tema, c’era il rischio concreto). Infatti, come dice a un certo punto Lemmonio Minasica, «saranno eliminate, non avere dubbi, / soltanto le opere prive di vita, le altre / saranno il perenne fluire / della vita nelle parole». 

Un potentissimo versante simbolico dell’opera è quello relativo alla dissolvenza, all’imbuto del tempo che fa della storia universale una vicenda infinita di sparizioni, ablazioni, rimescolamenti, «città sparite» che «cadute nell’ombra s’impastano / a nuvole» dentro l’inarrestabile metamorfosi del mondo. Ecco la pietra tombale del silenzio, la protervia dell’orrore, la «libidine del Nulla e dell’Assenza», la tenebra dopo gli squarci di luce e la «crapula del Niente». Che cosa resta di tante voci, di tante storie, di tante civiltà? Sparisce tutto? Sembra di sì: «La Storia è finita nei tombini delle stelle, / non ha più bocca e ventre». L’inceneritore cosmico in cui l’Essere si auto-fagocita per rinascere e riprodursi, continuamente nuovo, non smette neanche un attimo di funzionare. L’emorragia è perenne, qualunque voce viene divorata dal silenzio: «il suono avvampa rapinoso e scende / nel mare sinuoso del non detto. / Un giorno tutti saremo nel non detto / esile orma d’un pensiero spento». Eppure quel «fiume straripante d’immagini e d’idee» che fu l’esistenza vissuta e perduta può ricomporsi, come in un «sordo borbottare» negli «avanzi dei ricordi» che ognuno degli scrittori, per così dire convocati in scena, può testimoniare dal proprio punto di vista. Per esempio nel “Controcanto” che anticipa le 14 apparizioni:

Nel cuore del giorno s’aprì un diluviare
di fiamme e scardinò le porte. In un lampo
morirono tutti, custodi e lettori,
carbonizzati i topi, i lepismi ed i ragni
.

Oppure Casibulo Deondenes (il terzo della sequenza):

Il fuggi fuggi. Chi usciva coi tomi
veniva fiondato da una freccia e cadeva
sulla soglia. Quanti morti coi rotoli in mano
avvolti dall’odore della pergamena.
Il rosso crepitare impestò l’aria
per giorni e giorni
.

O Zacosio Bifrantos (il quarto), che rivive tutto come allora:

Vedo. Io vedo. Le fiamme gridano
sbavando senza ritegno fino all’ultimo piano
.

O Remunero Stagistocos (il sesto):

L’acqua
arrivò troppo tardi, non ci fu scampo
(…).

La costante che accomuna queste voci è il rimpianto eterno per le opere perdute (il dramma sarebbe stato meno atroce dopo l’invenzione della stampa e la riproducibilità tecnica dei testi), di cui «ancora / nel fondo dei mari le sirene piangono», e quindi il tentativo disperato di riscrivere le pagine a memoria, che portò anche ad esiti fatali:

Per mesi ho poi tentato
di tornare a scrivere, alla fine ho deciso: una dose
di cianuro
. (Animosos Cautelo)

O comunque irreversibili:

Io invece
sono morto ebete a forza di tentare
di riscrivere ogni opera capitolo per capitolo
. (Efrito Cacasipulos)

Un’altra costante è la consapevolezza della scrittura come unica ragione di vita:

Senza i miei libri
niente aveva più senso
. (Animosos Cautelo)

E ancora:

Non ero mai esistito. Senza i miei libri
ero niente
. (Casibulo Deondenes)

La biblioteca divorata dal fuoco non allude soltanto alla fine dell’umanesimo, sempre possibile come rischio e realmente sperimentata da noi contemporanei, così come dagli antichi che vi assistettero e ne subirono le conseguenze («Da quel giorno il trionfo dello zero! / (…) distrutta ogni patria, / ogni pensiero, distrutte le pietre miliari»), ma è anche simbolo profondo della cultura assorbita da Maffìa (migliaia di libri letti, studiati, vissuti e fatti carne) per estrarne un lievito di naturalezza così illuminante da far sembrare la scrittura un “evento” della vita che si compie. Non a caso, identificandosi con gli scrittori che vissero quella tragedia e con ciò che provarono e vengono a raccontare, Maffìa può affidare alle loro parole alcune confessioni indirette (e forse involontarie) di poetica, particolarmente rivelatrici del suo universo creativo ed umano:

(…) ero riuscito a scandagliare / le ragioni del possibile e avevo saputo / sulle tracce dei padri innestare il futuro. / Ogni mio verso un grido degli dei / che amplificava la vita e allontanava la morte. / (…) nei miei versi cresceva l’infinito.

Storie / che mi nascevano da dentro, / mi tendevano agguati o gridavano / tenerezza e volevano diventare / specchio del mondo, anima che vive.  

Nei miei libri era la sintesi del senso, / il seme della crescita che apre / albe infinite.

Per decenni infaticabilmente, ricercando, / scrivendo e riscrivendo, distillando carte / infinitamente, scavando nel passato, / dentro di me, arrivando a scalfire il segreto / dell’eternità e del mistero / (…) Io distrassi molte cose dalla morte / (…).

Sono cose che dicono i vari scrittori, ma in realtà le dice Maffìa: anzitutto a se stesso. Chiedersi dove le fiamme hanno portato le parole che erano scritte sulle pergamene equivale a chiedersi «quali segreti / si nascondono nel guado delle stelle». Gli scrittori e i loro ricordi, che Maffìa resuscita dall’oblio, son diventati parte dell’eternità, anzi: si sono mescolati al mondo, sono «anima del vento che non si ferma mai, / sostanza d’azzurro, linfa delle piante». Questo perché “Giubilo della rinascita perenne” potrebbe essere il titolo di tutti i suoi titoli; e «si riparte, si riparte sempre» il logos della forza universale, il motto stesso della Fenice che risorge dalle ceneri, dopo il grande fuoco. Il sogno dell’uomo è interminabile, si autoalimenta e si rafforza con le sue cadute e le sue momentanee sconfitte: «Non finirà la promessa della renovatio». E allora i libri di Alessandria, così come miliardi d’altre cose, non sono andati perduti ma appartengono alla memoria del mondo: «sono custoditi / nel mio cuore che li rubò a una stella» perché in realtà

Non si perde mai nulla.  

Marco Onofrio
(dal saggio inedito L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa,
di prossima pubblicazione)

 

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“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

Azzurro esiguo cop-2

https://poetarumsilva.com/2021/05/25/marco-onofrio-azzurro-esiguo/

Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




“Nei giorni per versi”, di Anna Maria Curci. Lettura critica

curci

“Nei giorni per versi” (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019, pp. 108, Euro 13.50), di Anna Maria Curci, è un libro delizioso e sorprendente, fin dal titolo ancipite; un libro soprattutto necessario, che incuriosisce per vie sottili con la misura del suo respiro e poi coinvolge, entro e oltre i limiti che si dà per realizzarsi, con la potenza sommersa delle energie che smuove. Molte delle centosettantatre quartine di endecasillabi che vi sono raccolte sono “ordigni atomici” dall’apparenza innocua, malgrado cioè siano calati nell’habitus convenzionale del “diario di viaggio”, inteso il viaggio come percorso «di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto» (parole introduttive della stessa autrice) articolato nei giorni “per versi” – attraverso cioè lo strumento conoscitivo della poesia – ma anche nella poesia stessa, esplorata e utilizzata in un momento storico particolare, traviato appunto da giorni “perversi” come quelli che stiamo ultimamente vivendo. Anna Maria Curci dice cose potentissime e terribili con il sorriso sulle labbra, un sorriso che a ben vedere è “fratturato” dalla consapevolezza e dalla pena. Gli occhi sono «dilaniati» dall’orrore e obbligati alla visione delle cose vere, nel loro volto più autentico. Il paradiso è perduto, il disincanto ne ha chiuso le porte per tramutarsi in presupposizione stessa del pensiero:

Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.

L’inerzia apparente delle congiunture non impedisce all’udito sopracuto della poetessa di avvertire, dentro il grigio rumore dei fatti insignificanti, lo strazio che dirompe l’emergenza (nel doppio senso di avviso e di emersione):

Lo so che questo è il tempo dell’attesa,
ma sento sempre urlare la sirena.
Non è nel gorgo d’acque favolose,
è l’allarme perpetuo e ignorato.


Ed è ignorato perché anzitutto a molti fa comodo che lo sia, ma anche perché la maggior parte delle intelligenze è obnubilata, e assuefatta a una sorta di narcosi collettiva che impedisce loro di percepirlo. Il mondo è «sinistrato» da una infinità di squilibri reciprocamente collegati che lo sta rendendo sempre più ostile e problematico. Il centro dove potrebbe insistere un equilibrio è oggi più che mai «traballante»: ogni giorno accade impunemente la «sincronizzazione del nefando», cioè la complicità delle infamie che regge il sacco ai ladri della nostra umanità. Stiamo infatti tentando di sopravvivere a un’epoca post-umana che – malgrado gli appelli a un presunto “nuovo umanesimo”, lanciati a vuoto da più parti – ha ormai liquidato i valori fondanti della cultura e della civiltà. Il tempo è triturato e scansionato dalla nevrosi centrifuga delle metropoli tecnocratiche globalizzate. Che fine ha fatto il tempo giusto e “centrato” in cui respirava, con i suoi ritmi ancora organici, l’uomo del ’900?

Quel tempo regalato in sospensione
furono i viaggi in treno a rivelarlo.
Rapidi, littorine e scartamento
ridotto per riflettere e sostare.

Tanto da arrivare a chiedersi l’origine prima del danno, la stortura originaria che ci ha portato – tradimento dopo tradimento – a questa condizione di asfissia, per soffocamento progressivo:

Quand’è che principiammo a destinare
la fragranza del pane a chi latrava,
quand’è che dismettemmo madre e padre
che chiamammo sorgente il cherosene?

L’onestà brechtiana con cui la poetessa, germanista e raffinata traduttrice, affila l’«arma bianca» della sua penna per sviscerare, «sull’orlo tra missione e sabotaggio», il cuore più profondo delle questioni e, seminando inquietudine, sobillare al risveglio e alla rivolta, evoca per converso il destino degli ideali in un contesto di «voci inquadrate e ammansite» dove non è più «il tempo del bastian contrario». Dov’è ora il «cartoccio» di speranza colmo di «baldanze» e «pie intenzioni» alla luce delle quali il futuro sembrava una «bottega di sogni a cielo aperto»? Dove sono gli entusiasmi e gli entusiasti? Chi crede davvero che il mondo possa ancora cambiare? Siamo «come quegli impettiti soldatini / spezzati dentro e fuori sorridenti»: tutti postulanti «pratiche inevase» e ottenebrati in un appannamento da cui, se ne usciremo, «sarà per sdilinquirci» in «remote elegie rassicuranti». Sdegno e ribellione, quando poi residualmente emersi o formulati, vengono poi subito normalizzati dal «sofisma / finto-bonario minimizzatore / a silenziare», tipico del conformismo dominante, e a quel punto il gioco è fatto. Proprio per questo Anna Maria Curci vuole che «sia ciascuno persona di pace, / non in pace», e che gli occhi tornino a splendere di una luce non ingenua ma consapevole, e quindi capace di incanto benché generata dal disincanto: «luce che sa del buio e dell’orrore, / mantello di serena irrequietezza». D’altra parte veniamo al mondo «lacerando» il buio caldo del sacco amniotico per aprirci al trauma della luce, dell’aria e del tempo; così, all’improvviso, uno squarcio nel “muro della terra”, di dantesca e caproniana memoria, potrebbe aprirci gli occhi e, rivelandoci la verità, farci nascere di nuovo, o nascere davvero. Tutto è confuso, caotico, ambiguo. Le segnaletiche di ieri non valgono più, devono essere continuamente aggiornate per inseguire una realtà che evolve in modo sempre più rapido e inafferrabile.

L’erba è cresciuta sopra gli ideali
(va’ a separare, adesso, la sterpaglia).
Non sai se è soffocata o rigogliosa,
se è sovversivo o prono il fiore giallo.

L’unica opzione percorribile è «resistere ogni giorno»; l’unica speranza è che i signori del male organizzato sottovalutino, com’è nelle corde della loro oltracotanza, la «forza del mite» quand’anche non tradotta in ira, cioè il lavorio paziente e quotidiano per scalfire i muri della prigione. È necessario sentirsi, come si è, dalla parte del giusto, e dunque illudersi di avere, ancora e sempre, «verità e bellezza» e soprattutto speranza da opporre allo squallore dei carnefici, con cui stringere il nodo delle loro pregiatissime cravatte fino a soffocarli. Per questo resta importantissimo l’esempio dei poeti capaci di esercitare ad ogni costo il dissenso e di conservare la mossa spiazzante del cavallo, «il salto a lato, la disobbedienza». Non, perciò, dei sempre più frequenti poeti narcisisti a caccia di applausi, che assumono pose e da cui la poesia, abusata e consumata, può salvarsi continuando a praticare la sua “cura”; come ad esempio certe poetesse…

Le lupe travestite da vestali
schiamazzano l’amore per la musa.
Opponi studio e pazienza, tu lisa
palandrana da troppi rivoltata.

I problemi grandi, anzi immensi, sono due: da un lato la storia, ovvero la socialità; dall’altro la natura, ovvero l’esistenza. Sono entrambi irrisolvibili, per definizione e per, come non bastasse, sopraggiunte complicanze estemporanee. La storia partorisce sequenze innumerevoli di menzogne, poiché è la manifestazione quantitativa e qualitativa della socialità che ingabbia e determina il percorso umano sulla Terra. Socialità è sinonimo di intrigo e di inganno. Un coacervo putrido di «circo-stanze» in cui si aggirano tragicomici pagliacci per soffiare nelle orecchie maldicenze tra «creduli» a loro volta maligni, vogliosi e ansiosi  di credere, e quindi «baruffe bassotte flatulente», «codici tribali affantoccianti», e ancora ipocrisie, cannibalismo affettivo, vampirismo psicologico, «maniere e manierismi» per malcelate intenzioni, «solipsismi in posa da autoscatto» (i cosiddetti “selfies”), e ovunque il rumore di fondo di quel «chiacchiericcio» insulso ma dannosissimo che purtroppo conosciamo molto bene. La natura d’altro canto è spietata perché soggetta a inderogabili leggi evolutive e all’imperio tirannico del tempo, con la sua «carta vetrata che sfalda ogni giorno» per cui l’esistenza è fatta da «rovine di frammenti» e «vestigia ammonticchiate» dove, talvolta, può splendere qualche epifania (gli «scarti», difatti, approntano «festoni a intermittenza») mentre la «dignità volteggia con cartacce». Quella di Anna Maria Curci è, per auto-definizione consapevole di poetica, «l’arte dei brandelli», cioè la vocazione etica a lavorare con le «frattaglie», raccogliere le «spoglie abbandonate», aggirarsi tra «piaghe» e «macerie» per abbracciare l’«intangibile» e puntellare le crepe dal crollo imminente che le allarga. La condizione umana è di per sé risibile, vana e ingannatrice:

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
e invece e a malapena se ne avvede.

E ancora:

Canticchiare con le gambe conserte,
mettere i saldi per non stare soli
indaffararsi con stridio di specchi.
La pietra sa che ci prendiamo in giro.

Non siamo affatto il centro dell’universo, né la misura delle cose che ci sfuggono e delle quali restiamo in balia, a guisa di naufraghi; sensazione mirabilmente espressa dalla straordinaria metafora epistemica incarnata nella quartina CXII:

Non un’isola, nemmeno una boa,
solo un turacciolo usato e disperso,
gettato a caso ad assorbire sabbia
che si rotola goffo in cerca d’acqua.

Il mistero che soggiace all’intrico dei segni e all’ambiguo confliggere dei casi resta più che mai inconoscibile e «a noi precluso», anzi: si affaccia soltanto «per essere incompreso», come sa bene Orfeo, «il reduce dall’eterna penombra»:

Quando accediamo, gli occhi dilaniati,
alla stanza che ripara il mistero,
è già tutto perduto. (…)

Ciò, tuttavia, non esime l’uomo, e anzitutto il poeta, dal dovere di ricerca e conoscenza, dato che camminano «allacciate, una pensosa, / l’altra poppante intrepida o vecchina / sdentata, la ricerca e l’esistenza». È una «lama di dentro» che spinge a risalire «il corso dei nomi» per decifrare e sciogliere gli enigmi, ed è anche un modo di cercare «rifugio dall’orrore» che si annida nel vuoto dell’universo, dove appunto la verità ama nascondersi come la bellezza quando «gioca a nascondino». La verità non si raggiunge e non si costruisce a forza di «proclami» o di «trionfi» (e infatti questi sono “mottetti” privi di sentenze) ma umilmente, con pazienza di attitudine e abnegazione, soprattutto come dono spontaneo della natura stessa, allorché «le frontiere diventano ponti» e allora «si allarga breccia», «lo squarcio all’improvviso rivelato» per cui il «deserto ostile e familiare» che brucia nella “terra desolata” svela, tra «l’opaco e il brillante», tutte le «gradazioni minute» della ricchezza che normalmente cela. Ogni tentativo di conoscere il mistero, o di resistere alla forza del mondo, è destinato a scacco, a fallimento, a inanità. La forma che estraiamo dalla vita è «fragilissima», pur quando «tenace», e il baluardo provvisoriamente elevato crolla sotto i colpi di un’erosione continua e costante, come un castello di sabbia in riva al mare. «Appronti con fervore il fortilizio, / scavi fossati, piombi fenditure» per poi scoprirti «tenente Drogo dei refusi» che presidia una «fortezza smantellata». Il cammino della conoscenza è punteggiato di false cime («si profila e si sgretola la meta»), fino a quando capisci che

Non puoi vuotare il mare col secchiello,
neanche il tentativo può salvarti, (…)

Il problema della forma rispetto alla vita, cioè della sua resistenza agli eventi critici che la consumano e infine la aprono e la dissolvono, è uno degli snodi tematici più importanti del libro. Tanto da improntare la struttura chiusa e al tempo stesso aperta di queste quartine, come cuciture che schiudono «spazi estesi e contorni inaspettati» componendo una specie di “romanza” non solo, come si è visto, del desolante scenario contemporaneo, ma anche della terra senza luogo e senza tempo dove suona l’«antico adagio dello smarrimento». Strumento affascinante la quartina, da Omar Khayam a Eugenio Montale (“Mottetti”) ad Anna Maria Curci, poiché chiude l’universo in una forma che, data la brevità dello slancio, costringe la poesia ad essere precisa e determinata, e insieme a cercare lo scarto del nuovo e il respiro aperto dell’infinito.

Decostruzione e ricomposizione, come per la tela di Penelope: è il metodo creativo messo in atto dall’autrice in questo libro, come si capisce anche dalla caratteristiche della sua voce poetica e, nella fattispecie, della sua scrittura. È una voce «claudicante» che accoglie lo sgambetto delle «vocine» divergenti, quelle che contrastano il bordone. Sa che la parola non è mai innocua, è una compagna fedele e rabbiosa che può fungere da paracadute e, soprattutto, da piccone demolitore. Smontare, spezzettare e poi ricomporre il mondo – è questa l’impronta caratteristica – articolando la dinamica ondivaga di una scrittura “contro”, che procede appunto in controtempo e cerca il controcanto «terza o quinta sotto» per fare il contropelo, cioè scuotere, svegliare e fustigare. Ha bisogno per questo della dissonanza, che già appartiene alla natura stessa delle cose (dal punto di vista dell’uomo contemporaneo); tanto che può dire, pur utilizzando la “musica” degli endecasillabi, variati nelle diverse accentuazioni toniche e ritmiche: «Io non ti ho mai incontrata, melodia».

È una poesia ispida e ruvida, talvolta anche petrosa, benché provvista delle sue dolcezze e di una certa particolare grazia naturale. Cammina in modo sghembo tra buche, sobbalzi, pensieri, visioni che emergono “a schiaffo” dalle associazioni eidetiche e cognitive, ma soprattutto non è mai in cerca di facili consolazioni: quand’anche giungesse ad una trasfigurazione, sarebbe «maculata» di ombre e di esperienza. L’unica vera distensione affettiva si ha quando le epifanie della memoria involontaria liberano, come lampi, i ricordi dell’infanzia, e quindi il gioco della campana e del nascondino, le serpi nella marana, il tranvetto della Stefer, i versi a memoria («infeconda tortura» scolastica), il rapimento di Aldo Moro appreso ai banchi del liceo, ecc. Anna Maria Curci usa il setaccio analitico ma conosce anche «l’ingordigia del lupo» e l’arte beata del consumo, della dissipazione, tanto da potersi definire «metà e metà, formica e poi cicala, / un ibrido che ascolta, stipa e canta». Tuttavia, per concludere, il migliore autoritratto poetico è offerto dalla quartina CXXII, in cui sembra riassumersi tutto l’arco evolutivo del libro e il suo profondo significato storico e umano:

In volo su mottetti e ditirambi,
simbolo, segno, grido, invocazione,
scava un pertugio, accedi alla speranza,
tra cielo e terra parla al sottosuolo.

 Marco Onofrio 

“Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani” (2ª ed.), di Maria Pia Santangeli. Lettura critica

santangeli

Sono finalmente crollati, come muri pericolanti, i silenzi della Storia sulla vita quotidiana. Prova ulteriore ne è “Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani”, di Maria Pia Santangeli (scrittrice originaria della Toscana ma da anni residente e operante a Rocca di Papa), recentemente uscito in seconda edizione per i tipi di Edilazio. È ormai acquisita alla ricerca storica contemporanea la consapevolezza che un’eventuale penuria o assenza di documenti non significhi, con ciò stesso, assenza di storia. Anche perché – è noto – i documenti della Grande Storia sono spesso monumenti (ovvero prodotti intenzionati e/o falsificati): la vita quotidiana, così, non solo non è assenza di storia, ma di essa costituisce e può rappresentare addirittura l’essenza. Altrimenti detto: la storia siamo noi. “Non si sa nulla della vera storia degli uomini” scrive Céline nel Voyage au bout de la nuit: una frase che la Santangeli riporta, non a caso, in epigrafe al libro. Così, nel sentire e sapere che “quando un giorno finisce non esiste più” (I. B. Singer: altra epigrafe), viene spontaneo chiedersi quale minuta realtà esistenziale abbia segnato, sostanziato e attraversato il passaggio terreno delle generazioni. Se ogni uomo è un mondo dentro il mondo, mentre il silenzio inghiotte il suono della voce; se nell’oblio sfumano i pensieri, insieme a tutto il resto: quali sentimenti e sogni hanno acceso il suo cuore? Quali dilemmi ne hanno reso le notti insonni? Quali dolori lo hanno trafitto? Quali immagini si sono impresse sulle sue pupille? Quali parole hanno preso il volo come farfalle dalle sue labbra? La vita stessa è un perenne scomparire nell’oblio: ogni istante il mondo muore, crolla, dilegua, entra nell’invisibile. Tutto è caduco e trema sul bordo del vuoto. È per questo che, secondo il filosofo tedesco Wilhem Dilthey, spetta alla storiografia manifestare il senso dell’esistenza umana: che non può essere colto immediatamente. Lo scrittore di storia intesse le testimonianze del passato in una narrazione organica e partecipante dalla quale emerge il senso profondo: la più alta forma dell’intendere, infatti, è proprio l’Erlebnis, l’esperienza ri-vissuta. Compito dello storico è sottrarre il tempo all’oblio, ricostruendolo e ripensandolo sulla base di connessioni strutturali ignote a coloro stessi che lo hanno vissuto. Sono i poeti e gli storici a far rivivere gli antenati, anzi: a farli vivere davvero, giacché la loro esistenza – come la nostra – non era che un costante dileguare.

Scorrendo su tali coordinate epistemologiche e metodologiche si muove il libro, accuratissimo, della Santangeli. Lei stessa dichiara programmaticamente, all’inizio del libro, l’intenzione di «raccontare le giornate di lavoro di boscaioli, mulattieri, carbonai, di donne che scorzavano nel tentativo di non lasciarli nell’ombra». La grande Storia si trova spesso costretta ad ignorare, per limiti di campo, le “piccole storie”: «eppure un’accetta dal manico consumato conserva l’odore della vita», è satura di vita vissuta. Questo libro è splendido anche per l’autenticità umana che veicola, come valore aggiunto, alla verità storica dei documenti; ed è autentico perché nasce da una forte urgenza espressiva, quella di uomini e donne che «non hanno fatto altro che brontolare» dentro l’autrice, chiamata a dar loro un corpo di parole, a farli risuscitare dalla pagina, pur nella consapevolezza di poter restituire solo «frammenti dell’infinita molteplicità della vita, della sua misteriosa complessità». Un viaggio nel tempo, dunque, vissuto e attraversato su più piani contemporanei. Ci sono almeno tre prospettive diacroniche che la Santangeli indaga, da par suo: il piano quotidiano (la giornata di lavoro dall’alba al tramonto); quello stagionale (da novembre alla primavera); quello epocale (sino alla fine di quel mondo, cancellato dalla trasformazione tecnologica e dal diffuso benessere economico). Marchigiani (soprattutto di Sarnano) e cappadociani (cioè abruzzesi) davano vita a una migrazione stagionale che lasciava spopolati i paesi d’origine: si trasferivano nei boschi del Lazio, per avere sei mesi di lavoro assicurato. I proprietari dei boschi convocavano i “capoccia” boscaioli: ciascuno, trovato l’accordo economico, procedeva all’ingaggio di uomini per formare la “propria” compagnia. C’era quindi la fase di preparazione: si arrotavano le accette e si ingrassavano gli scarponi con la sugna. Poi, il giorno e il luogo dell’appuntamento. La marcia di avvicinamento al bosco. Il silenzio profondo e vasto. Ciascuno immerso nei propri pensieri. L’arrivo. L’alba. Cominciava il picchiare delle accette, i colpi sordi che si accavallavano. La giornata lavorativa era divisa in tre parti e segnata da due pause: quella per la colazione (intorno alle 9) e quella per la “merenda” (verso le 13.30). La giornata finiva all’imbrunire. Nelle baracche fumose si respirava l’amaro della lontananza e della nostalgia. Ci si risvegliava l’indomani, al canto del gallo.  

Di questo mondo l’autrice si impegna a darci ogni dettaglio (sia corposo grumo di esistenza, sia piuma di labile riflesso), con un “dono” totale di presenza, richiamo, enumerazione, acciocché nulla resti escluso dal tocco vivificante della sua penna, guidata da un non comune afflato di passione e ispirazione poetica, che accendono il rigore scientifico della ricerca e, nel perseguimento della verità, i frutti di una limpida onestà intellettuale. Scrivere storia è un po’ come saldare il “debito” con l’esistenza di ogni uomo che, in quanto tale, rivendica memoria. Ed ecco allora, passati in rassegna (puntualmente descritti e approfonditi, uno ad uno), i diversi mestieri del bosco: facciatori, segatori, scorzine, manicari, forcinari, fascettari, spinaroli, rogaroli, carbonai… Ed ecco, ancora, i canti di lavoro. Scopriamo così che quella gente cantava di tutto: dalle canzoni trasmesse in radio agli antichi canti popolari d’amore e morte, con gli epiloghi quasi sempre dolorosi. La melodia si confondeva col respiro, col sangue, col ritmo cardiaco: «era un tempo in cui la rima e il canto vivevano dentro la vita di ciascuno». E il canto era corale perché esisteva un patrimonio condiviso di storie: Pia dei Tolomei, la Sepolta viva, Genoveffa di Brabante, i Reali di Francia, i Paladini, il Guerrin Meschino, ma anche brani spesso lunghissimi (recitati a memoria) dalla Divina Commedia, dall’Orlando Furioso, dalla Gerusalemme Liberata. Le letture e i racconti eleggevano il proprio scenario ideale nelle veglie d’inverno accanto al focolare. C’era un gusto dell’ascolto diverso da oggi: più ingenuo e integro, non “saturo”. Le parole del narratore cadevano direttamente nell’anima: «gli occhi degli ascoltatori vedevano tutto, proprio tutto, al di là della parete di tavole». I poeti frequentavano le osterie – molti dei quali a braccio, da cui la tradizione dei “contrasti” (in rime cantate e improvvisate). La vita, insomma, camminava in modo semplice, obbedendo a ritmi precisi, antichi, tramandati intatti dal passato. Il tempo storico del lavoro si conformava al tempo biologico, operando organicamente, collaborando coi processi naturali. A livello umano, non c’era spazio che non fosse la solidarietà della fatica comune: «giornate piene di lavoro, di fatica, e le sere di fumo e di storie». L’esistenza quotidiana si componeva intorno a un fulcro stabile di valori, di punti cardinali: l’orgoglio di essere utili alla famiglia, il desiderio intenso di faticare, il piacere limpido e profondo del lavoro fatto a regola d’arte. E poi finalmente, giorno dopo giorno, ecco l’arrivo della dolce primavera, col sospirato conguaglio finale (“lu staiu”) e il ritorno a casa.

“Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani” è un libro di grande importanza storica e di squisita fattura letteraria. Si giova infatti di una scrittura “prensile”: vivida, acuta, multisensoriale. Un magnete che la Santangeli passa sulle cose per carpirne l’anima, l’essenza, il cuore profondo: suoni, odori, voci, parole, pensieri, sentimenti, usi e costumi di un mondo che non esiste più. Particolarmente gustose le descrizioni del cibo: il «caldo saporoso odore di minestra», il rituale quotidiano della polenta, il pane che scrocchiava sotto i denti. Poca materia e, conseguentemente, molta anima, molta luce d’uomo. Il vero poetico ritaglia le proprie zone di trasparenza in mirabili squarci di lirismo, ai margini stessi del vero storico (i documenti e le preziose testimonianze orali) su cui basa la propria fondatezza. Un affresco storico e umano che ci ricorda e dimostra come – nel portare alla luce l’onnipresenza umile e solenne della vita – la storia possa anche farsi opera d’arte, e lo scrittore di storia (ma questo va ascritto a merito di Maria Pia Santangeli) essere poeta.

Marco Onofrio

“La saggezza degli ubriachi”, di Stefano Vitale. Lettura critica

È raro trovare, specie nel panorama letterario contemporaneo, una dimostrazione così centrata e consapevole di poesia pensante, come quella che intride le pagine de La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice Edizioni, 2017, pp. 92, Euro 13), di Stefano Vitale. L’autore torinese trascende i dati della cronaca – dalle cui occasioni, peraltro, gli capita di muovere – mentre guarda all’uomo sub specie aeternitatis, cioè alla universalità spaziotemporale della humana conditio: e questo gli consente, per istinto e per assunto, di postulare ancora la validità e la dicibilità del “noi” con cui sfonda la soggettività auto-centrica dell’io, dal momento che «siamo figli di un destino comune». La potentissima tessitura esistenziale che permea le composizioni di questo libro realizza e traduce l’“incessante e necessitante indagine” di cui parla Alfredo Rienzi in Prefazione: sull’essere, cioè sul tempo, gli altri, l’immagine di noi, i limiti, i confini, i condizionamenti, la necessità di fingere di «essere normali» per farsi accettare e meglio tutelare gli abissi della propria identità; ma anche su come la ragione percepisce e organizza la cosiddetta “realtà,” imponendole un dominio «patetico» giacché invece «dentro e fuori tutto è buio / buio pesto», e tra noi e il mondo rimane una «chiusura stagna».

È una poesia che esplora i sentieri del Dasein heideggeriano mettendo in opera una martellante e insistita ricerca di senso, aprendosi cioè senza ripari alla consapevolezza, autentica quanto più feroce e rigorosa. La ricerca di senso ci è connaturale nella misura in cui siamo animali supercoscienti, e per ciò stesso braccati dall’incomprensibile. Interrogando l’essere interroghiamo noi stessi, e viceversa. Vitale accoglie i limiti negativi della finitezza come “deiezione” dell’essere “gettati” nel mondo («noi qui, / cose tra le cose / posate per caso sulla tavola del tempo») in un «esilio obbligato» che diventa «regno dell’attesa» dove appunto si attraversano anni ed anni ad aspettare, spesso inutilmente, un «segnale dal futuro». Esistiamo nella cecità opaca dello stare a fronte, dentro i limiti di un corpo che, a differenza degli altri, non riusciamo a vedere da fuori: “Io sono e non mi vedo” è la cifra emblematica della nostra realtà percepita, sempre parziale e ingannevole. Trascorriamo la vita sostanzialmente estranei al nostro mistero, senza sapere come e perché «questo sangue scuro / (…) intanto macina nelle nostre vene / e agita le nostre sere». Il «notturno continente che tutti ci racchiude» non è soltanto la notte che succede a ogni tramonto, ma lo sconfinato e irrisolvibile enigma nel quale ci ritroviamo immersi. Il Vuoto domina sovrano, è ciò da cui veniamo e in cui finiamo per tornare: come scrive Adam Zagajewski, citato da Vitale in uno dei colophon interni, “vi sono / più oceani che terraferma. Più ombra / che forma”. Sintetizzando il sugo di migliaia di esperienze, la scrittura porta alla luce alcune pregnanti definizioni del vivere che è merito dell’autore porgere senza la presunzione apodittica delle “sentenze”, ma con la sobria naturalezza delle constatazioni. Così accade, per esempio, allorché Vitale, “correggendo” Shakespeare quattro secoli dopo, nota che «siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli». La finestra di tempo da cui siamo racchiusi ci rende intrappolati «nell’astuzia della Storia» che massacra le generazioni; tanto più oggi, ridotti come siamo a «schiavi / di una Storia / di cui si sono perse / ormai le chiavi».

Il poeta è molto abile nel far sentire il tritume della quotidianità inautentica: scrive di «grigio presente dei minuti pesanti», di «tempo andato a male», di «noia», di «pastoia», di «deserto d’ombre d’inutili ore». Ma vivere significa andare oltre, «oltre il dolore / oltre una porta chiusa per sempre», poiché appunto c’è una «luce instancabile che spinge / oltre le umiliazioni». Il gesto di oltre-passare implica una presa in carico della negatività da cui si vorrebbe risorgere, che viceversa ingigantisce quanto più rimossa. Traguardare lo spiraglio di una possibile liberazione significa dunque muoversi «verso il fondo» esercitando l’attitudine di «archeologi di noi stessi» in cerca dei «fossili della speranza». Occorre trovare, però, l’anello che non tiene: infilarsi nel varco, deragliare, usare il «pensiero sbilenco» nella «torsione dell’attimo sgrammaticato». Ecco la “saggezza degli ubriachi” che, nell’ebbrezza alcolica, escono dai vincoli normativi per restituirsi al mondo immediato degli istinti, alla presenza pura dell’esistente, alla natura originaria delle cose.

La poesia di Stefano Vitale certifica lo scacco definitivo della ragione raziocinante, quella stessa che – annodando i nostri pensieri e portandoli al sistematico fallimento – dimostra di per sé come «la forza del ragionamento / è poca cosa». La Verità di conseguenza, se vogliamo ancora scriverla con l’iniziale maiuscola, è solo «presunta», così come la «precisione» è soltanto illusoria. Inseguiamo la perfezione abbarbicati alla cima dell’imperfezione, da cui «tutto ci sfugge». Gli specchi non sono «cristallini» ma «inevitabilmente» deformati. Le diverse realtà in gioco all’interno di ogni porzione di mondo sono prismi caleidoscopici con milioni di facce in mutamento, come le nuvole, «miraggio d’immagini, specchio della nostra mente». È possibile perciò avanzare non più che congetture, cosa che ci rende «eterni dilettanti della vita», controfigure di noi stessi, «fragili figure di sabbia / sul confine della memoria». Quest’ultima esercita un peso che può contrastare l’itinerarium mentis ad veritatem e certamente la sua innocenza salvifica, tanto che «un vuoto di memoria / talvolta, salva la vita». Anche la parola costituisce, per certi versi, un intralcio alla verità; ma d’altra parte è uno strumento simbolico privilegiato e insostituibile per tentare di avvicinarla. La parola cerca di colmare il divario tra la cosa e la conoscenza, ma della cosa rappresentata non riesce a cogliere l’essenza. Ci si avvicina di più, invece, nel «silenzio / dei nostri pensieri nascosti e veri», quelli che parlano in noi una lingua straniera ma insieme arcanamente familiare: «Un vortice di pensieri / senza padrone / cadenza straniera / memoria d’altra storia?»

Come si arriva, dunque, al cuore misterioso della vita? Andando «oltre il confine del cortile» e il «crocevia del tempo», poiché «il Vero sta nell’oltrepassare, / nel dettaglio dove si nasconde al primo sguardo / il nostro Esserci». Come in una sorta di epoché fenomenologica, occorre anticipare l’agguato delle abitudini, la conferma dei meccanismi percettivi, l’edificio di strutture razionali che ci scherma dalla purezza dell’essere.

Ridurre il campo visivo
alla coda dell’occhio
per meglio vedere ciò che resta nascosto
allo sguardo troppo sicuro.

Il che significa anche abdicare all’oltracotanza dell’uomo saccente e accentratore, che conquista/devasta il mondo. Occorre affidarsi a un altro tipo di ragione, ontologica e paritaria, modulata cioè dal punto di vista delle cose. La via per evitare le «trappole» del razionalismo? Silenzio e «mente immobile»:

Contro l’ingarbugliarsi delle cose
vince la mente immobile.

E quindi, «diventare muro, insetto, foglia» placando l’ansia di combattere e contrapporsi per imporre un “dominio” che la distesa dei secoli e il silenzio nero del cosmo rendono risibile, oltre che esiziale. Ecco la «lezione dei fiori»:

La lezione dei fiori
è nel loro essere fiori, e questo basta,
mondo che rinasce
nella pura insolvenza del vivere.

Davanti ai nostri occhi si spalanca l’oceano della Vita, che ammiriamo ma «non possiamo afferrare». La natura è «incomprensibile e chiarissima» al contempo, e per intenderla «non servono i libri che abbiamo letto / perché non sempre comprendono / la lingua delle cose». Oscilliamo costantemente tra le «ombre / di un delirio di purezza» e il «lucido buio», cioè tra il mistero che si vela e che si svela. Le cose ci guardano dall’eternità, con “occhio calmo e molto chiaro” come i ciottoli di Herbert, che non si lasciano “addomesticare”. Vitale cerca dunque di stanare le cose dalla loro autonomia, dal loro sonno immemoriale, dal loro segreto intangibile. Cerca di conseguenza una parola nuova, diversa, piena, in grado di coincidere con la cosa denotata.

Tirar fuori dalla selva del tempo
una parola certa e precisa
che ci rassomigli una volta per tutte
per dare un senso
al silenzioso scrutarsi delle cose.

Coglie le “scene” fenomeniche del mondo ma tende in realtà a ciò che precede la ragione delle parole convenzionali, la «necessità» e l’«automatismo creaturale», cioè il rapporto geniale che regge le cose dall’interno e le tiene fra loro unite, dentro l’intelligenza dei fatti e degli eventi. Raccoglie via via, così, «i sogni delle piante», il «sordo salmo del silenzio», «l’alfabeto muto / dei tetti», la sera che «mi parla di sé / e non capisco», l’aria che «respira se stessa», ecc.      

La poesia si slarga ad accogliere il colore stesso del vuoto e la forma sconfinata del silenzio («parole invisibili / su una lavagna trasparente»), masticando le «perfette costellazioni di niente / nella nera calma che inonda il mondo». Ci si può arrivare, forse, anche affondando nel «grembo della lingua» per cercarne le balenanti rivelazioni («gli istanti illuminati») che splendono dalla “miniera della mente” come «oro inatteso». Ma il traliccio estetico da cui è sorretto il movimento della scrittura resta comunque quello che porta dal contingente all’universale, dalla storia alla natura, dal fisico al metafisico, dal rumore al silenzio, dalla sostanza all’essenza. È ancora possibile il “canto”, questa «piccola ostinata intima luce / che riposa nel tabernacolo / delle nostre viscere»? Sì, sembra rispondere Vitale con tutto il libro, malgrado l’inafferrabilità della forma, la complessità estrema del mondo, la terra ormai desolata e il «sopravvenuto disincanto»:

e niente più rassomiglia
in questo dilagare di riflessi
se non quest’assenza
di noi a noi stessi
perduti nello specchio infranto del suono
del sopravvenuto disincanto.

Marco Onofrio

Dissanguare i popoli e grugnire i privilegi

Il destino della Terra sembra ormai avvitato in una spirale irreversibile, dall’esito presumibilmente disastroso. Le risorse finanziarie e naturali sono quasi tutte nelle mani di pochi “maiali” ingordi e incontentabili (mi perdonino i maiali per l’offensivo paragone!) che perseguono senza scrupoli di sorta il loro patologico interesse, a discapito di persone, animali, cose, contesti, patrimoni, riserve, ecosistemi, tutto. Come se non ci fosse (e non dovesse esserci) un domani. Come se loro stessi non facessero parte di questo pianeta, e dunque potessero permettersi di devastarlo e consumarlo senza pagare in prima persona. Hanno forse già pronto un pianeta di riserva? Si faranno ibernare e, poco prima della fine, partiranno con le astronavi alla ricerca di nuovi mondi da colonizzare e distruggere? Non fanno parte, invece, dello stesso equipaggio in bilico, attraverso i millenni, sull’unica barca che abbiamo a disposizione?

Scrivevo, preconizzando la catastrofe, nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008): «Mentre la forbice aumenta l’apertura: / i poveri sempre più reietti / i ricchi sempre più indecenti»… Hanno avuto bisogno, i “maiali”, di annientare la classe media, cioè di accentuare la distanza tra il potere megalomane e quasi onnipotente dei pochissimi privilegiati, e la stragrande maggioranza degli “iloti”, cioè i sottoposti, gli oppressi “sotto-uomini”, affannando questi ultimi nei cavilli di un’esistenza sempre più complicata e difficile, ai bordi della sopravvivenza, tra sopore alienato e disperazione. Conclusa la guerra fredda con l’ammainabandiera del Cremlino, baluardo simbolico della resistenza dei popoli (26 dicembre 1991), i “maiali” hanno avuto il via libera per la riprogrammazione del mondo in ragione di un Nuovo Ordine che poi lo sviluppo tecnologico e informatico ha reso in pochi anni globalizzato. Le lancette della storia sono state portate indietro di secoli. Le democrazie sono state esautorate dall’interno, attraverso reti piramidali di massonerie, dai vertici occulti, che lavorano h24 per corrodere le posizioni conquistate dai popoli in 200 anni di sanguinose battaglie, tutelando e rafforzando, viceversa, gli interessi e i privilegi dei “maiali”. Il disarmo ideologico degli anni ’90 ha certificato il trionfo del relativismo nichilistico postmoderno, funzionale a una “società liquida” dove vale tutto e il suo contrario, e dove il fluido scintillio della superficie spettacolare è soltanto l’escamotage per rendere invisibili i giochi sporchi di chi investe miliardi per plasmare il mondo a propria immagine e ottenere costantemente il massimo profitto. Ogni cosa è stata di conseguenza de-realizzata, adulterata, privata del suo centro costitutivo, cioè investita e truccata per rappresentare il contrario di ciò che è. Un caleidoscopio di apparenze prismatiche e cangianti dove, a bella posta, è praticamente impossibile orientarsi. Di fatto: tanti cavalli di Troia per meglio intaccare l’autenticità del mondo “di prima”. Branchi di lupi travestiti da agnelli. Schiere di falsi predicatori. Plotoni di intelligenze assoldate e pagate per mentire. Politici radiocomandati dai banchieri. E dappertutto una vernice di libertà democratiche per attutire o silenziare i grugniti dei “maiali”, nascondendo le impalcature di una società mai così ferma negli ultimi 50 anni, e quindi gli intrallazzi di una dittatura tra le più pericolose di sempre, poiché per la prima volta nella storia planetaria e occulta, o meglio non evidente e immediatamente percepibile, nella quale siamo tutti avviluppati.

Se dunque si volevano punire i popoli per aver così sfrontatamente alzato la cresta, conquistando con il sangue e il sacrificio libertà civili e democratiche che fino a trent’anni fa si ritenevano acquisite e ormai definitive, occorrevano due cose fondamentali: 1) corrompere in toto la politica, cioè eliminare per sempre l’etica degli statisti e sostituirli tout court con docili e intercambiabili funzionari del Nuovo Ordine (meglio se qualunquisti e improvvisati, privi di specifica preparazione e di spiccata personalità, destinati come sono al ruolo di burattini); 2) elidere i margini critici del dissenso, cuocendo le persone a fuoco lento, anestetizzandole, frollandone pian piano i cervelli, spegnendone gli sguardi, facendone dei pugili suonati prossimi al KO. Quindi da un lato precarizzare e parcellizzare il lavoro, rendendone sempre meno solidi e certi i diritti; dall’altro rendere inutilmente complicata e al limite impossibile fino al suicidio l’esistenza quotidiana dei “sudditi” ex cittadini; dall’altro ancora, riempire la loro vita insulsa di futili soddisfazioni (gli acquisti a rate, i mutui, le vacanze, le crociere, gli status symbol con cui illudersi di elevarsi socialmente, i “circenses” settimanali come i riti del calcio e le vie crucis ai centri commerciali, o le altre innumerevoli droghe escogitate per tacitare le coscienze e imbrigliare le energie creative degli individui) nonché le loro mani, viceversa potenzialmente pericolose, con un aggeggio-catalizzatore per tenerli buoni, un oggetto che – anche lì, come per gli altri aspetti del mondo contemporaneo – finge di connetterli ma in realtà li isola e li aliena: l’onnipresente i-phone. E certo l’abnorme sviluppo tecnologico degli ultimi due decenni è stato auspicato e finanziato dai “maiali” anche e soprattutto per ottundere le coscienze delle persone, distraendole dal pensare alle cose realmente importanti e disinnescandone sul nascere ogni velleità di cambiamento. L’informatica ha steso la rete globale del Nuovo Ordine, consentendogli di attecchire e proliferare.

Ma il capolavoro dei capolavori sarebbe stato a quel punto creare e finanziare una falsa sinistra con cui cornificare e mazziare gli ideali delle passate generazioni, frodando meglio i popoli. Mascherare la destra più biecamente retriva sotto i panni amichevoli della sinistra in apparenza più democratica e populista. Una sinistra “postmoderna”, agile e funzionale, attenta ai mercati più che agli stati, disponibile a traviarsi e a traviare senza rispetto autentico per i principi costitutivi della sua stessa ispirazione. In cambio di questo tradimento i “maiali” avrebbero assicurato potere, aderenze massoniche e soldi, tanti soldi. Così è accaduto in Italia con il PD, che appunto rappresenta la sinistra disposta a vendersi l’anima. Come uno scrittore che accetta di farsi riscrivere il libro pur di pubblicare con il grande editore e vendere milioni di copie. Il PCI risorto dalle ceneri qualche anno fa è invece come lo scrittore idealista che rinuncia alle lusinghe del facile successo, pur di non tradire la propria voce e non perdere la propria inimitabile originalità. Naturalmente l’Europa dei “maiali” aborre il PCI e auspica un sempre maggiore rafforzamento del PD, in quanto grimaldello e ingranaggio delle proprie dinamiche finanziarie, a matrice oligarchica e antidemocratica. Anzi: il binomio con il M5S conferisce al PD un passe-partout populistico e qualunquistico che lo rende ancora più gradito e sostenibile. Ora arriveranno gli oltre 200 miliardi di euro del recovering found anti-Covid, ma l’Europa dei “maiali” non elargisce soldi a vuoto: più soldi prendi, più ne diventi schiavo, più le dovrai obbedire. Ieri al referendum ha vinto il sì, ed è stato un nuovo, ennesimo affronto alla sacralità – da tempo non più inviolabile – della Costituzione. La sinistra autentica era per il no; il PD, naturalmente, era per il sì. Adesso infatti Zingaretti gongola perché “questo è il primo passo di una serie di riforme” che in realtà, al di là delle belle parole di prammatica, intendono scardinare e demolire l’Italia della Resistenza, da cui appunto la Costituzione è stata partorita. Quell’Italia – l’Italia dei nostri padri e dei nostri nonni – va evidentemente cancellata. Ce lo chiede l’Europa! Pare di sentirli, i grugniti giulivi che salgono dalle segrete dei potentati e delle logge massoniche… I club esclusivi, modello Bilderberg, che hanno costante e insaziabile bisogno di carburante populistico per alimentare i meccanismi politici e pseudo-democratici con cui umiliare e triturare i popoli, assieme alle loro “sciocche” rivendicazioni. Quella stessa Europa che – con l’incredibile beneplacito del PD – ha parificato i simboli del lavoro (la falce e il martello) alla svastica nazista…

Dopo 40 anni di logorio ai fianchi e bombardamento neuropatologico quotidiano (le tv private, la pubblicità martellante, i videogiochi, internet, i telefonini…) la coscienza critica, etica e popolare degli italiani è ridotta pressoché allo zero, mentre aumentano a dismisura l’incultura, l’alienazione, la solitudine, l’odio, l’intolleranza, la violenza… Siamo ormai un Paese di pecoroni e rincoglioniti, facilissimo da turlupinare, dove i politici trovano sempre meno resistenza nel procacciare gli interessi dei loro burattinai… Occorre darci presto una svegliata, e il PCI dovrebbe – approfittando anche del prossimo centenario – porsi a capofila di un vasto e compatto movimento di forze politiche eterogenee, di sinistra autentica, per contrastare la deriva reazionaria che, fra un tradimento e l’altro, sta riconsegnando al nemico terreni di civiltà conquistati a prezzo di sacrifici altissimi e non dimenticabili.

Marco Onofrio

“L’incontro di Telgte”, di Günter Grass. Lettura critica

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Il romanzo L’incontro di Telgte (1979), di Günter Grass, comincia con una frase emblematica: «Ieri sarà quel che domani è stato». La storia, cioè, è sottoposta a un fluire irresistibile di eventi concatenati, che trasforma in “ieri” ogni “domani”. Grass capovolge questo univoco scorrere attribuendo il futuro al passato, o viceversa; per questo pone a soglia del libro la “cifra” storica incarnata nella sua stessa operazione narrativa: di un recente “ieri” (il 1947) fa un tempo remoto, affidandolo alle ricorrenze – eterne, e forse immutabili – della vicenda umana. Nella Germania sconvolta dalla catastrofe bellica, due giovani scrittori, Hans Werner Richter e Alfred Andersch, fondano a Monaco, nel 1946, la rivista “Der Ruf” (cioè “Il grido di richiamo”). La rivista viene presto bloccata dal governo militare americano, ma fa in tempo a proclamarsi organo della generazione dei reduci (da cui il romanzo cosiddetto “lemurico”, che rappresenta lo smarrimento e la disperazione dei prigionieri di guerra, traumatizzati da ciò che hanno visto e vissuto) e di chiunque creda in un’Europa socialista unita, sotto la guida di équipes intellettuali. Nel settembre del 1947 nasce intorno a Richter il “Gruppo 47”.

Ne L’incontro di Telgte Grass trasferisce l’esperienza (ormai trentennale) del “Gruppo 47” nella Germania del 1647, altrettanto provata dalla guerra dei Trent’anni. A Telgte si radunano i principali letterati del Barocco tedesco, in un fittizio incontro di fondazione che anticipa di tre secoli quello effettivo. Grass legge la storia in senso anti-hegeliano, come costante riprodursi delle medesime occasioni: gli esiti sono volta a volta diversi solo perché tutto è caos dominato dal caso, al di là dei patetici, disperati tentativi che l’uomo attua per imporre la misura di un “ordine”, che la forza stessa delle cose inesorabilmente scompone e poi dissolve, come i castelli di sabbia in riva al mare. Anche la mancata fondazione seicentesca del “Gruppo 47” è dovuta al caso, sotto forma di enigmatico incendio che distrugge la locanda della riunione e il manifesto politico tanto faticosamente stilato dai letterati. L’occasione perduta verrà appunto afferrata tre secoli dopo.

Ci sono almeno un paio di analogie profonde tra i due momenti storici indirettamente posti in parallelo (l’uno in controluce dell’altro): a) disunita è la Germania del 1647 (quando, sotto l’occupazione delle armate straniere, si prepara – con l’imminente pace di Westfalia – ad essere spezzettata in decine di principati autonomi) e disunita è la Germania del 1947 (quando dalle 4 zone di occupazione interalleata sta per scaturire l’irreparabile divisione in BDR e DDR, contro cui si oppongono invano, sulla rivista “Der Ruf”, Richter e soci); b) svilita è la lingua tedesca nel 1647 (i letterati barocchi ne lamentano l’imbarbarimento, dovuto all’invasione straniera) e svilita è la lingua tedesca nel 1947 (Wolfgang Weyrauch propone il “Kahlschlag”, cioè il “taglio del bosco”, per estirpare retorica e barbarie naziste). L’incontro a Telgte è un’occasione a un tempo culturale e politica: occorre contrapporre alla “Germania delle armi” la “Germania della cultura”, di coloro che custodiscono «l’ultimo legame rimasto»: la lingua-madre tedesca. Grass considera la Germania anzitutto un “concetto letterario”: «In ciascuno dei due Stati tedeschi è ormai rintracciabile una sola cosa unitariamente tedesca, che non si attiene ai confini: la letteratura». Da qui la sua proposta per una Fondazione Culturale Nazionale, con sede a Berlino, per abolire almeno in un punto l’avversario di tutte le culture: il muro. La Germania si può anche dividere; la cultura tedesca no.

L’incontro di Telgte mette in questione il rapporto sempre controverso tra intellettuali e potere, alla luce di una coscienza etica che impone loro di non restare indifferenti a quanto riguarda l’uomo, la storia, la società. Scrive Grass: «In fin dei conti s’erano radunati per questo. Bisognava farsi ascoltare. Se non reggimenti, potevano almeno mobilitare parole». Ma la ragione politica non ascolta le ragioni della cultura: «(…) ai poeti mancava ogni potere, salvo quello di metter giù parole giuste, sebbene inutili». Anche gli scrittori convenuti a Telgte sanno già, ancor prima di scriverlo, che il loro manifesto politico resterà lettera morta: tuttavia lo scrivono. «Perché allora rimanevano riuniti? (…) Anche per strappare all’impotenza un sommesso eppure». Gli scrittori, per Grass, sono i soggetti responsabili del processo di riforma civile e democratica della società. Spetta proprio a loro, infatti, la palma della dissidenza, e dell’opposizione a tutte le forme di potere totalitario – sia pure travestito da democrazia. Come nell’incontro del 1647, alle riunioni del “Gruppo 47” si leggono testi ancora inediti: l’autore, chiamato alla ribalta, legge i suoi testi e poi ascolta, senza diritto di replica, le critiche dell’assemblea. Il leader degli scrittori seicenteschi è Simon Dach; quello del “Gruppo 47” Hans Werner Richter, al cui 75° compleanno è dedicato L’incontro di Telgte. Grass si “nasconde” probabilmente dietro Grimmelshausen, grande narratore picaresco, al quale – fra tutti – può essere utilmente accostato per la scrittura ancorata al corpo e ai bisogni materiali; il cibo, infatti, ricorre in tutto il romanzo, servito nei convivi succulenti che, alternandosi alle dispute letterarie, uniscono il sapere al sapore entro un gustoso florilegio di consonanze.

Che cosa si portano a casa, i convenuti a Telgte, malgrado l’impotenza dinanzi alla storia e alla realtà? Quasi nulla; anzi no: un potere incomparabile e irriducibile. La certezza che lo spirito invisibile della scrittura, nessuno avrebbe mai potuto fermarlo o dominarlo: il pensiero umano non ha limiti. «D’ora in avanti ciascuno poteva sentirsi meno isolato. E chi a casa sua sentisse incombere l’oppressione del luogo ristretto, il prodursi di nuove sofferenze, l’inganno del falso splendore, la scomparsa della patria, costui doveva ricordarsi (…) di Telgte, dove il linguaggio aveva loro promesso vastità, ceduto splendore, sostituito la patria e dato un nome a ogni male di questo mondo. Nessun principe poteva uguagliarli. Il loro potere non era comperabile. E se si fosse voluto lapidarli, seppellirli sotto l’odio, dal pietrame sarebbe ancora sporta la mano con la penna».

Marco Onofrio

“Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole”, di Annalisa Venditti. Lettura critica

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Storia “di guerra e di amicizia, di coraggio e determinazione, di tristezze e d’amore” sullo sfondo della vicenda degli IMI, i militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole (Edilazio, 2011, pp. 132, Euro 16), di Annalisa Venditti, è un libro bello e avvincente: una biografia che si legge come un romanzo, anche perché scritta con una capacità narrativa che sa estrarre suggestioni poetiche e simboliche da un impianto di ricerca dove il rigore documentale si sposa alla verve giornalistica, per cui tutto è arioso e avvolgente nella misura in cui diretto, comunicativo, ricco di sapori, sfumature, lieviti umani. Annalisa Venditti è abile a condurre questo prezioso incrocio tra una storia (fatta di storie intrecciate) e la Storia, cioè la sintesi macroscopica che si legge scritta e riscritta sui manuali. Come la terra vista in volo dalle altezze celesti: si notano i contorni, i confini geografici, i rilievi maggiori; ma se vuoi scorgere i dettagli minimi devi abbassarti di quota, devi zoomare. Le storie sono il tessuto connettivo della grande Storia così come le gocce d’acqua salata lo sono del mare. È la storia che sui libri non si legge: una complessità di emozioni, ricordi, ansie, paure, tormenti, speranze, etc. destinata a perdersi con la fine biografica di ogni uomo che ha vissuto certe cose, se non vengono fermate su carta, se non c’è qualcuno che le raccoglie. Bisogna ascoltare i testimoni diretti e dar loro voce, finché si è in tempo, altrimenti le luci del passato si spengono con loro, una dopo l’altra, e nessuno potrà più riaccenderle. Quante immagini hanno attraversato gli occhi di ogni uomo e abitano in fondo al suo cuore? Ogni persona è un mondo, e perciò vale come il mondo. È per questo che la ricerca storica non finisce mai, nel tentativo impossibile di raggiungere e restituire tutto il tempo che nel tempo si è dissolto. Cercare è un verbo magico. Un magnete, un catalizzatore. Il tempo ha bisogno dei ricercatori, come l’aldilà dei medium, anche per aggiustare le cose dopo anni, decenni o secoli, per mettere in contatto persone e cose disperse, per concludere fatti incompiuti. I ricercatori, da questo punto di vista, sono operatori di pace, strumenti postumi di riparazione. Mettersi in cerca del passato, infatti, significa entrare in una dimensione magica di coincidenze, di trame sottili, di legami sottotraccia, di sorprese, di cortocircuiti inaspettati, di cose e persone che ti vengono a cercare, dopo giri immensi, guidati dalla forza di uno strano magnetismo che si innesca con l’avvio stesso della ricerca. Accade proprio così: se ti metti in cerca della Storia, è la Storia che ti viene a cercare. E tu senti qual è la strada giusta, come un rabdomante. Sono tanti tasselli di un mosaico che si ricostruisce piano piano, lasciando emergere reperti sommersi come scrigni di memoria. La ricerca storica assomiglia alla poesia: questione di sguardo. “Gli oggetti sanno parlare o tacere. Dipende da noi. Dal modo in cui li guardiamo o li vogliamo sentire”.

Annalisa Venditti è la “chiave” che ha aperto la “cassaforte dei ricordi” del generale Andrea Baroni, il meteorologo, proprio lui sì: uno dei volti più familiari della nostra memoria televisiva. Gli ha prestato il suo sguardo, il suo ascolto, il suo cuore. I ricordi chiusi dentro ad ogni uomo aspettano soltanto un interlocutore: qualcuno che sappia davvero ascoltare, sentendo e accogliendo con empatia. Meglio se più giovane: il racconto storico preferisce distendersi sulle arcate del ponte che distanzia ma al contempo unisce le generazioni. Annalisa Venditti ha tradotto e orchestrato, con la sua mirabile penna, la sostanza e l’essenza umana di questi ricordi, sollecitandoli oltre le barriere dell’oblio, dell’imbarazzo, dell’indifferenza. Ne è uscita un’opera di biografia e autobiografia intrecciate. La ricerca porta Annalisa Venditti al transfert, all’identificazione con le vicende descritte. Ogni scrittura di ricerca autentica diventa indirettamente autobiografica: l’oggetto e il modo della ricerca svelano il soggetto che la conduce. Questo libro finisce per rappresentare l’autrice in toto, anche se parla di Baroni, perché tutta si è donata a questo libro, senza riserve, senza resistenze. E quindi il suo modo di studiare, di ricercare, di vivere. È il tracciato di due respiri e di due voci che si sono annodate e armonicamente fuse, dialogando.

I ricordi del lager dove Baroni venne tradotto come IMI sono tremendi ma la scrittura di Annalisa Venditti sa renderli malgrado tutto avvincenti. Anche per la chiave avventurosa che Baroni utilizza per ricordare, perfettamente in linea con lo spirito che egli ebbe nel vivere quei giorni, affrontando con grande forza d’animo difficoltà e sofferenze di ogni tipo, dentro e intorno a sé (fame, stenti, penuria di mezzi, malattie, violenza, morte). Confessa a un certo punto: “Scrivendo questo racconto, mi pare di vivere di nuovo quei momenti drammatici”. Infatti vive e fa rivivere con immediatezza, sprigionando (cioè liberando dalle catene della memoria) il tempo perduto. Sono tracce indelebili di vita: ad esempio il viaggio per l’Europa che si rivelò un’odissea interminabile con destinazione sconosciuta (Tolone, Norimberga, Dresda, Cracovia, Leopoli, fino a Tarnopol in Ucraina); l’impossibilità di scrivere (“annotavamo nella mente”); l’interesse meteorologico inossidabile a dispetto delle vicissitudini, e quindi lo studio del cielo e delle nuvole per le quotidiane previsioni del tempo. Il cielo è il grande complice della vita di Baroni: “il cielo, per me, è sempre stato tutto”. Il cielo e le sue “signore”: le abbaglianti, “splendide creature” (le nuvole) che hanno sempre rapito il suo sguardo. Ecco la dimensione poetica, aerea, di leggerezza fiabesca e di celeste nostalgia che lumeggia tra le pagine del libro. Penso al film di Folco Quilici “Io vagabondo”, le avventure di un pallone-sonda sui cieli italiani, per il quale Baroni redasse la scaletta e da cui prese il volo per la sua carriera televisiva. E penso anche a “Che cosa sono le nuvole” di P. P. Pasolini, prima che alle pagine sublimi del “Piccolo principe” di A. de Saint-Exupéry, ed entro in risonanza infinita perché anch’io amo farmi rapire dal cielo e sprofondare con lo sguardo tra le nuvole. Certo, Baroni le guardava con occhi di scienziato per trarne le sue previsioni; ma non riesco a sentire la sua scienza disgiunta da un brivido di emozione poetica, da una luce di stupore e meraviglia. Scienza e poesia fuse in unico respiro: come quando descrive Roma, bellissima, fulgida, vista dal cielo, in verticale, durante i voli di osservazione meteorologica. Nel lager di Sandbostel faceva le previsioni da solo, tra sé e sé, “osservando e analizzando giorno dopo giorno il cielo, annotando mentalmente la sequenza delle nubi. In questo modo sapevo se e quando avrebbe piovuto. Non avevo con me carte, strumenti, libri. Solo i miei occhi e il cielo”. Ed ecco l’avventura della fuga dal lager di Altegrabow, il 14 marzo 1945. E l’attraversamento del fiume Elba, il 2 maggio 1945, grazie a un soldato tedesco che aiuta insperabilmente Andrea e due suoi compagni di prigionia:

«Dopo un po’ cominciò a piovigginare e, mentre aspettavo l’arrivo dei due miei compagni dalla ricognizione lungo la riva, mi sentii interpellare da un soldato tedesco che veniva verso di me.
Provai un certo spavento a quella vista, dubitando delle intenzioni di quel militare. Non conoscevo la sua lingua e ignoravo che proprio quel giorno la Germania era stata sconfitta e Hitler si era già tolto la vita.
Quel soldato tedesco mi diede queste notizie più a segni che a parole. Stavo per abbracciarlo. Mi fece pure capire che lungo la riva, proprio dove erano andati in perlustrazione Vittorio e Angelo, aveva ancorato un barcone da lavoro con il quale avrebbe attraversato l’Elba per tornare a casa, da sua moglie, che si trovava poco lontano dalla sponda opposta del fiume. Così mi disse.
Gli feci capire che quella era l’occasione giusta per noi, giacché due miei amici erano andati in cerca di una barca per intraprendere la traversata del fiume.
Intanto in cielo, a un centinaio di metri di quota sopra di noi, un piccolo aereo ricognitore, una “cicogna”, non sapevo se tedesco o americano perché non vedevo i segni di riconoscimento, ci stava probabilmente osservando.
Nel dubbio trassi dalla mia borsa tattica, una specie di piccolo zaino militare che mi ero procurato nel lager di Tarnopol, il mio asciugamano bianco.
Cominciai a sbandierarlo in direzione del piccolo aereo, nel tentativo di far capire agli occupanti del ricognitore che ci stavamo arrendendo.
Qualche attimo dopo sentii lo “splash” di remi sull’acqua e intravidi una grossa barca piuttosto malconcia che veniva verso di noi.
Era proprio il barcone che il soldato tedesco aveva ancorato qualche giorno prima! Ai remi c’erano Vittorio e Angelo».

Dai ricordi di Baroni emerge la potenza visiva, simbolica ed “epifanica” degli oggetti: ad esempio la piastrina di metallo con inciso il numero di matricola; il cappotto con la scritta IMI tracciata a vernice bianca sulla schiena; le posate da campeggio che Gisella – fuggevole quanto intenso amore di quel periodo (durante la sosta a Vels-leben) – gli regala prima del commiato definitivo; i due pacchi ricevuti dal caro amico Vittorio Casali De Rosa (glieli aveva spediti il padre e Vittorio disse ad Andrea di considerarli anche suoi: dentro c’era di tutto, latte in scatola, marmellata, miele…). Gli oggetti sono carichi di tempo vissuto e quindi basta già ricordarli per evocare situazioni, incontri, voci, stati d’animo, accadimenti, giorni, ore, attimi, frammenti di storia sepolti, inghiottiti dal silenzio e dall’oblio. Tutto ha un tono di commozione rattenuta, di tenerezza infinita, di struggimento dolce. Perché si dialoga con i segni del tempo, persone e cose che non esistono più. Si parla con l’invisibile. Così sbalza dalla pagina la scena del commiato con Gisella:

«Al momento del distacco e prima di salire a bordo della camionetta americana, che doveva consegnarci al comandante inglese di un vecchio ex lager tedesco, Gisella mi abbracciò appassionatamente.
Singhiozzava per la commozione. Entrambi sentivamo che quella separazione era ineluttabile. Fu allora che appuntò sulla pattina del taschino sinistro della mia giubba militare un nastrino rigido tricolore, simbolo della bandiera italiana.
Una volta a Roma, raccontai l’accaduto a mia madre e lei stessa volle scucire quella stoffa, sentendola stranamente troppo dura al tatto. Sotto il nastrino, infatti, c’era una bellissima spilla d’argento lavorata a marcassite, con incastonata al centro una piccola pietra tonda: un’acquamarina».

Questa è, in definitiva, l’operazione dell’autentica ricerca storica: scucire l’apparenza, cercare la verità nascosta sotto i nastrini della versione ufficiale. È così che viene condotto il “ritratto d’autore” di questo galantuomo d’altri tempi, “cavaliere” dell’intelletto e della vita, sempre guidato dalla ragione e illuminato dalla fantasia, dalla forza d’animo, dalla curiosità. E il suo percorso si completa, poi, con il ritorno da reduce a Roma, con l’attività di assistenza meteorologica all’aeroporto dell’Urbe, con i vent’anni in RAI TV a “Che tempo fa” (dal 7 agosto 1973 al 31 dicembre 1993), con le collaborazioni ai quotidiani “La stampa” e “La Repubblica”, con la vita serena e attiva che ha condotto, tra Roma e Pisterzo in Ciociaria, fino al giorno della sua dipartita (13 novembre 2014). Le evoluzioni che egli ha compiuto attraverso i cieli dei suoi giorni sono la quintessenza del volo che in questo libro Annalisa Venditti ha saputo così ben rappresentare, e sono come simboleggiate da quelle che egli, con leggiadria ritmata da violinista mancato, faceva fare alla bacchetta durante le previsioni televisive. È proprio la “leggiadria ritmata” il passo-base con cui Baroni ha affrontato l’esistenza, le gioie, i dolori, e con cui il tempo cronologico e quello meteorologico, che qui si incontrano e dialogano, intessono un discorso umano di memoria indimenticabile.

Marco Onofrio

“16 ottobre 1943”, di Giacomo Debenedetti. Lettura critica

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“16 ottobre 1943” è un gioiello purissimo del Novecento, un’opera straordinaria che rimarrà a eterno monito dell’Uomo. Giacomo Debenedetti lo scrisse a Cortona (precisamente a Villa Baldelli, a S. Pietro al Cegliolo) dove – figurando nelle liste dell’Ovra – si era rifugiato con la famiglia, su invito di Pietro Pancrazi, e dove rimase fino al luglio 1944. Pubblicato per la prima volta nel dicembre di quello stesso anno sulla rivista “Mercurio”, il 16 ottobre ha una brevità così densa e compiuta da rasentare la perfezione che appartiene al più alto soglio della Letteratura quando sa farsi arte sublime nell’esprimere tutto il suo potenziale di vita e presa sul mondo. Contribuisce a questa dimensione sovratemporale – malgrado l’impianto evidentemente storico del testo – il nitore cristallino della scrittura dietro cui si avverte la grande lezione dei classici, lo stile teso come una corda di violino dove neppure una virgola è poco meno che necessaria, la precisione chirurgica con cui ogni parola aderisce alle cose, manifestandole nelle pieghe più complesse e nascoste, tanto che davvero – come nota Natalia Ginzburg – “sembra che a parlare, nel racconto di Debenedetti, sia la stessa realtà” dei fatti atroci, nella sua terribile evidenza. Gli è che il 16 ottobre obbedisce a un mandato sacro di giustizia che impone alle parole di essere alte e solenni di pietas nel dar voce e memoria a chi è stato oggetto di tanta assurda persecuzione. La personalità dello scrittore diventa un soggetto collettivo che si eclissa come individuo per consentire la manifestazione corale di quanto accaduto.

La scansione ieratica delle scene che si susseguono, a mo’ di tragedia greca, si percepisce fin dalle prime pagine, dove incontriamo la mitica Cassandra sotto i panni dimessi della Celeste, “una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia” e preda di un’agitazione che “le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. È venuta da Trastevere di corsa” perché ha saputo che c’è una lista di ebrei da deportare e vuole avvertirli del pericolo. L’indiscrezione corrisponde al vero: la lista è stata approntata di corsa, con omissioni ed inclusioni arbitrarie, dagli impiegati dell’anagrafe romana. Ordine delle SS, mandante il famigerato Herbert Kappler. Ma ancora una volta, Cassandra non viene ascoltata: “nessuno volle crederci, tutti ne risero”. Così funziona la comunicazione tra gli uomini: la fonte qualifica il messaggio, determinando la sua autorevolezza e la sua stessa attendibilità. Ebbene, “tutti sanno” che la Celeste “è una chiacchierona, un’esaltata” dagli occhi spiritati, e poi “si sa che in famiglia sua sono tutti un po’ tocchi”… Come si fa a darle ascolto? “Credetemi! Scappate, vi dico! – supplicava la donna”. E invece prevale la vox populi del “si sa”, del “tutti sanno”. E qui interviene il commento di Debenedetti: “Contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle cose piccole. Ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grandi”. Hanno inoltre un “disperato bisogno di simpatia umana” per sottrarsi al destino di “essere trattati come cani”. E infine, un rispetto assoluto per l’Autorità e la Giustizia.

Ecco spiegato il motivo per cui gli ebrei di Roma si fidarono incredibilmente dei tedeschi! Anche perché ritenevano di aver già pagato pegno: il 26 settembre Kappler aveva imposto una “taglia di 50 kg. d’oro, da versare entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro”. Era sin da allora emblematica la natura pretestuosa del diktat, e tale sarebbe dovuta subito apparire. Ma gli ebrei avevano tentato di corrispondere per vie ragionevoli, impegnandosi ad avallare la folle richiesta, e – aiutati dal Vaticano e dal resto dei concittadini romani – ce l’avevano fatta. I nazisti, per tutta risposta, prima negarono che l’oro ammontasse a 50 Kg. (e invece era anche di più!), poi rifiutarono di rilasciare ricevuta. Le SS si presentarono l’indomani alla Comunità ebraica e asportarono archivi, documenti, registri, soldi. Tornarono l’11 ottobre per asportare la biblioteca del Collegio Rabbinico e quella della Comunità. C’era di che allarmarsi per mettersi in salvo, dinanzi a tali ripetute e tanto ravvicinate angherie. Ma gli ebrei confidavano in una lealtà che quelle belve – chiuse nella guaina attillata delle loro divise – non volevano né potevano avere: verboten, ovvero “proibito l’accesso all’uomo”. E poi gli ebrei erano “pigri, attaccati ai loro luoghi”, e dunque poco acconci ai cambiamenti repentini, alle reazioni immediate. Per cui “dormivano nei loro letti verso la mezzanotte del venerdì 15 ottobre, allorché dalle strade cominciarono a udirsi schioppettate e detonazioni”. Drappelli di soldati sparano in aria e lanciano bombe a mano, e intanto urlano e schiamazzano: “voci e grida squarciate, colleriche, sarcastiche, incomprensibili”. E la ragione di quell’inferno? … “forse la vera ragione” prova a rispondere Debenedetti “era proprio che non ce ne fosse nessuna: l’inferno gratuito, perché riuscisse più misterioso, e perciò più intimidatorio”. Forse ci sarebbe ancora la possibilità di fuggire, ma dopo qualche ora i tedeschi, col loro passo pesante e cadenzato, cominciano a “bloccare strade e case del ghetto”: il quartiere è ormai circondato.

Ed ecco che la machina documentale del grande scrittore biellese si produce – mettendo a fuoco il cristallo purissimo del suo obiettivo – in uno zoom quanto mai opportuno, a questo punto della narrazione. Dalle strade agli interni: “Entriamo ora in una casa di via S. Ambrogio, nel Ghetto. Potremo seguire la razzia in tutte le sue fasi”. È il male della Storia – in questo caso il male assoluto – che mette in moto, inesorabile, la sua necessità: “La fatalità svolgeva il suo lavoro sostanzioso, senza preoccuparsi del cerimoniale, senza badare alle inezie di forma. Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza, che lì per lì non lasciava campo nemmeno allo stupore”. E il meccanismo disumano ingenera un dramma collettivo, attraverso scene fulminee tipo questa:

«Sterina! Sterina!»
«Che c’è?» fa quella dalla finestra.
«Scappa, che prendono tutti!»
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».

… con relativa didascalia: “Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi”. Ingenuità su ingenuità: gli ebrei credono che le SS porteranno via soltanto gli uomini in forze per il “servizio di lavoro” e non pensano a mettere in salvo vecchi, donne e bambini. Invece i tedeschi “prendono tutti, ma proprio tutti”. Ovunque tramestii, lamenti, grida terrorizzanti: Debenedetti non ci esime dal “sonoro” del “film” che sta tragicamente ricostruendo, sul nastro irredimibile del tempo, con la “mdp” della sua scrittura.

Le famiglie rastrellate e incolonnate vengono spinte avanti coi calci dei mitra. Lo stupore cede subito alla rassegnazione: qualcosa è parte del DNA degli ebrei, qualcosa che “si ricorda di avi mai conosciuti, che erano andati con lo stesso passo, cacciati da aguzzini come questi, verso le deportazioni, la schiavitù, i supplizi, i roghi”. Una memoria ancestrale della tragedia. I nazisti “amano la regia, la teatralità, la solennità nibelungica atra e terrificante” e quindi urlano senza motivo, “probabilmente solo per tenere desto il terrore e vivo il senso della loro autorità” basata sul sopruso e la violenza. Nessuna pietà: “i malati, gli impediti, i restii erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi coi calci dei fucili. Il paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. Quanto ai bambini, strappati alle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi, quando negli uffici postali si prepara il furgoncino. E i camion ripartivano, né si sapeva per dove”. Mobili, pacchi, cose: le persone umane relegate al rango di oggetti da usare e dominare brutalmente. Altra scena: “Un giovanotto si stacca dalla fila: ha ottenuto di andare a prendere un caffè, sotto la sorveglianza di una SS, che però non accetterà di «tenergli compagnia». Deglutisce rumorosamente, la tazzina gli trema nelle mani, e anche le gambe gli ballano sotto. Gira gli occhi smarriti verso i tavolini, dove si è seduto a giocare a carte nelle sere che avevano ancora un indomani. Con una specie di sorriso timido e stanco, domanda al caffettiere: «Che faranno di noi?» Queste povere parole sono tra le poche lasciateci da coloro nell’andarsene”. Debenedetti ci fa sentire la disperazione e il terrore indicibili di chi è stato preso, cui fa da contraltare l’impotenza degli altri romani, quelli non ebrei, che assistono allo scempio. «Che faranno di noi?» è la domanda sconsolata e disperata di chi sta per lasciare il consorzio umano, l’ambito della cosiddetta civiltà (ma è poi tale se può partorire simili orrori?) per entrare in una “nuova esistenza oscura e terribile”, quella dei sotto-uomini.

I tedeschi continuano a rastrellare: bussano, e se nessuno risponde sfondano le porte. E trovano le famiglie in “esterrefatta attesa”, gli occhi “ipnotizzati” e il cuore “fermo in gola”. Il caposquadra legge in tedesco gli ordini, anche se il testo è bilingue: in 20 minuti occorre essere pronti per la partenza, pronti per l’inferno. Qualcuno si illude di non aver capito bene, qualcun altro si ostina a immaginare un “dopo”. Ormai tutti gli angoli delle strade sono piantonati. Ogni cosa sembra fatale ed evolve inevitabile, come nel peggiore degli incubi: “Azionato dalla forza motrice, travolto esso stesso dall’ingranaggio della macchina, il volano spiega tutta la sua forza nello sfracellare il malcapitato che vi si impiglia”. Qualcuno che aveva provato a nascondersi (ad esempio nel cassone dell’acqua) viene scoperto e catturato. Qualcun altro, più pronto a fuggire, viene acciuffato proprio quando “si credeva ormai in salvo”. C’è chi “bacia le proprie creature: un bacio che cerca di nascondersi ai tedeschi, un ultimo bacio” nota Debenedetti “tra quelle vie, quelle case, quei luoghi che li hanno veduti nascere, sorridere per la prima volta alla vita”.

La razzia si protrae fin verso le 13, lasciando il Ghetto nella più totale desolazione. E non solo: anche “tutta Roma era rimasta allibita”. Molte SS approfittarono dell’automezzo a disposizione, sia pure carico di ebrei razziati, per fare un giro turistico della città. Era tipica dei nazisti questa beffarda distonia psicologica, spesso sadicamente esibita, verso la reale essenza umana delle situazioni; e veniva esibita proprio per sottolineare che – come giustificato dalla loro delirante ideologia – vessando i sotto-uomini non avevano a che fare con persone dotate di sentimenti ma con cose inerti, degne della massima indifferenza. Queste “capricciose peregrinazioni” ingenerarono negli ebrei le più diverse e inquietanti congetture sulla loro destinazione. Molti camion sostarono a Piazza S. Pietro e i soldati ammiravano le opere d’arte mentre “da di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto. Poi i camion ripartirono, e anche quell’ultima speranza era svanita”.

I deportati vennero ammassati nel Collegio Militare, a Palazzo Salviati in via della Lungara. Dopo qualche ora, tra lamenti, urla terribili delle SS e conseguenti attimi di silenzio, cominciò a suppurare l’aria sia perché le imposte erano state ermeticamente chiuse, sia perché “sentinelle e sorveglianti impedivano quasi sempre di raggiungere le latrine. Il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza più rispetto di se stessi, fu subito evidente”. La detenzione a Palazzo Salviati durò fino all’alba del lunedì, 18 ottobre, quando gli ebrei vennero tradotti alla stazione di Roma Tiburtina e stipati su “carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto”. Alle 13.30 il treno venne affidato al macchinista Quirino Zazza. “Il treno si mosse alle 14”. Una giovane ha poi raccontato che il suo treno, diretto a Roma da Milano, incrociò a Fara Sabina il “treno piombato, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano,” commenta Debenedetti “è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro”. Ed è sulla dissolvenza di questo terribile fotogramma che si conclude il racconto indimenticabile che dà voce e giustizia postuma agli oltre 1000 deportati del 16 ottobre 1943, “colpevoli” soltanto di essere ebrei, oltre che italiani, cioè freschi nemici e traditori del Terzo Reich. Lo sdegno suscitato dallo splendido libro di Giacomo Debenedetti si rinnova di nuove emozioni ad ogni lettura e vale a percepire l’inscalfibile certezza generata da quegli (come da altri) orrori dell’uomo contro l’uomo: non deve accadere mai più.

Marco Onofrio

 

“Il cappotto del nonno”, di Francesco Sisinni. Lettura critica

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Francesco Sisinni

Definito in copertina come “romanzo storico”, Il cappotto del nonno (Iride-Rubettino, 2006, pp. 204, Euro 12), di Francesco Sisinni, sfugge in realtà al riduzionismo di una classificazione qualsivoglia (sia pure di romanzo): è molto di più. Considerato globalmente nel suo arco di sviluppo, dà la sensazione di un mirabile affresco di Vita, che della vita assume tutti gli aspetti: anche la violenza e i risvolti oscuri e irrazionali (come il caos storico-sociale, la guerra, le lotte fratricide tra popoli e persone), ma anche la gioia della fede e il dono dell’estasi divina. È un libro denso di realtà: concrete e spirituali, sensibili e soprasensibili, fisiche e metafisiche, temporali ed eterne. La scrittura – vivida, prensile, multisensoriale – lo rende ricco e ammaliante di suoni, colori, odori. Ma Sisinni “narra”, oltre che descrivere: fa cioè rientrare ogni dettaglio nella spiegazione complessiva di un mondo che non ha ancora perduto il senso della “totalità”. Per questo egli può ancora enumerare e articolare i valori eterni dell’uomo, senza timore di scrivere parole con l’iniziale maiuscola: in perfetta, consapevole controtendenza rispetto all’etica politeistica, relativista e desacralizzata, così di moda nel sentire contemporaneo. Sisinni parte, coerentemente, da un concetto “alto” di cultura come strumento di crescita umana, a livello sociale e individuale. “La cultura, per esser tale, deve restare in alto, non deve cioè abbassarsi alla gente, ma deve innalzare a sé la gente”. Ed è tale se anzitutto consente di attualizzare la memoria, richiamando in vita uomini, cose e valori. Naturalizzata dunque come attitudine, come habitus mentale, come ricchezza di vita interiore. Giuseppe (così come Sisinni) “non riusciva a pensare senza far ricorso a fonti e ricordi letterari”.

Il romanzo parte dalla bellezza calma e piena delle tradizioni, che puntellano – con cadenza rituale – il percorso dell’uomo attraverso i valichi del tempo, sostanziandone la capacità di riconoscimento e di autorappresentazione. Ad esempio i riti salvifici del Natale: la costruzione e l’esposizione del presepe, la messa di mezzanotte, la processione, la deposizione del Bambino nella grotta, le “zeppole calde inzuppate di miele” (con tutto il potere di rammemorazione e di tempo ritrovato che ognuno di questi elementi riesce intensamente a sprigionare). All’inizio della narrazione c’è l’incontro con un protagonista fittizio: nonno Francesco. Ha un rapporto privilegiato con l’omonimo nipote. Poi il nonno muore, e Francesco il nipote trova, nel suo cappotto, un fascio di fogli manoscritti, intitolato “Giuseppe e i suoi sogni”. È la storia di un loro avo, Giuseppe, vissuto tra Settecento e Ottocento. Naturalmente è, a livello narrativo, il classico espediente del “manoscritto ritrovato”. Questo introduce nel libro un opportuno cambio di prospettiva: il vero protagonista del romanzo è in realtà Giuseppe. Il cappotto del nonno, lungo e vecchio (“pendeva da tutti i lati delle cuciture (…) le tasche particolarmente gonfie”) diventa una metafora del tempo che si innesta nella storia, col fardello dei secoli e dei giorni. E quindi l’onore e l’onere dell’esperienza, e il valore del passaggio che ci rende umani. Leggiamo allora il percorso terreno di quest’uomo, a partire dal noviziato nel convento dei Cappuccini di Lauria (la Lucania è terra dalle forti radici francescane: ben 117 insediamenti); poi Napoli, dove affronta gli studi teologici; poi Roma; poi il ritorno a Lauria, e il turbamento d’amore per Caterina, bellissima trovatella del posto, che lo corrisponde: Giuseppe lascia momentaneamente il convento, sospeso “a divinis”; vive un’estasi d’amore nel casino di caccia di Caterina; torna al convento. Caterina, incinta di Giuseppe, partorisce Francesco e muore nel darlo alla luce. Giuseppe ripara in Argentina, dove insegna teologia e viene anche tradotto in prigione per un equivoco; ritorna in Italia dopo anni; si rifugia in solitudine ascetica nell’isolotto di Santo Janni, dove infine morirà.

Giuseppe dipinge, soprattutto acquarelli che i confratelli definiscono “paesaggi dell’anima” per la levità dei colori, le delicate sfumature e le tenui dissolvenze, vibranti di luce di aurore più sognate che vissute (ed è il modo tipico che Sisinni usa per descrivere – splendidamente – la natura, che ama con un trasporto spirituale vicino spesso alla commozione). La natura è un arabesco dorato di soffuse, cangianti sfumature; è scala coeli per raggiungere la comunione con Dio creatore; è “liturgia epifanica della Bellezza”, tesa al virgineo nitore del primo mattino del mondo. Giuseppe vive l’esistenza in chiave problematica. Affronta le cose con attitudine interrogante. Il suo è un percorso di ricerca senza fine: un itinerarium mentis in Deum. La sua ansia di conoscenza è mossa da amore forte e sincero, alimentato dall’esercizio sincero dell’umiltà, che è anzitutto coscienza di non sapere. Il suo pensiero si approfondisce verso una sempre più chiara conoscenza “dell’uomo rispetto a se stesso, ai suoi simili, alla natura”, in cerchi concentrici sempre più vasti, fino al punto supremo da cui tutto origina e si fonda: Dio, Sommo bene e Termine d’ogni percorso. Giuseppe si abitua ad annotare impressioni e suggestioni per “tesaurizzare” fatti e momenti significativi, su cui tornare a riflettere. Sono cose così grandi e inesauribili da pensare, che il tempo non basta mai. Non basta una vita intera per sgranare il mistero vivente di Dio, per magnificare e onorare la gloria infinita della Sua Bellezza. Giuseppe ascolta la voce eloquente del silenzio, la “mistica caligine” attraverso cui entra in colloquio con lo Spirito Santo e si immerge nel mistero trinitario. È questa capacità di ascolto sovrumano, questa purezza infuocata del cuore, questo senso sublime dello stupore, che lo portano a comprendere la preziosa unicità di ogni cosa: “Ogni frammento di vita è per la storia prezioso come l’obolo della vedova”. La potenza del Tutto si manifesta dentro ad ogni parte, ogni frammento: il mare e il cielo sono immagini e respiro dell’infinito. Trascorre così ore ed ore di meditazione sui grandi problemi dell’essere e dell’esistere: il tempo, la libertà, la giustizia, la bellezza… È lacerato dal contrasto tra fede e ragione, ovvero tra restrizioni ecclesiastiche, imposte dal voto dell’obbedienza, e inquietudini libertarie di stampo umanistico e illuministico, che traduce nell’aspirazione a ordinamenti più aperti e democratici per il bene del popolo. L’Umanesimo vede l’uomo che prende potere di se stesso, affrancandosi dalla teocrazia e scoprendo una nuova forma di felicità terrena, che lo rende orgoglioso e libero di sentirsi finalmente arbitro del proprio destino, faber fortunae suae. Ma Giuseppe sente che tra gli estremi della fede teocratica e della ragione divinizzata (cioè tra Medioevo e Illuminismo) c’è la media virtus della ragionevolezza giusnaturalistica, già recta ratio degli antichi. Cristo è “il” cardine, principio e termine d’ogni cosa: fondamento che la regge dall’interno. La libertà non si conquista in modo sanguinoso, con la ragione della forza, ma con la forza della ragione, con l’osservanza della norma etica, ovvero della legge naturale. Come la “repubblica comunitaria” fondata dai Gesuiti in Argentina, nella quale il comunismo “concretamente attuato, era unicamente quello voluto dal Vangelo di Cristo, che non ha bisogno di essere ateo per dare il giusto valore alla materia, che non deve abolire la proprietà privata per condannare il plusvalore e l’ingiustizia sociale, e che per essere dalla parte del popolo non deve appiattire la persona nella massa, ma deve piuttosto esaltarne l’individualità unica ed irripetibile nella sua dignità”.

La rivoluzione, peraltro, è un fatto individuale, prima che collettivo. È un bene intimo che l’individuo raggiunge con l’impegno di tutta la sua persona sulla via della purificazione spirituale (anzitutto dalla schiavitù delle passioni). Ed è una ricerca senza fine: la faticosa ma esaltante marcia di avvicinamento all’Assoluto. Il “vero” è qui inteso in senso platonico: coincide con il “bello” e con il “bene”. Il male è defectum boni: lacuna del bene, assenza di Dio, ombra dove il sole non arriva. Chi pratica il male, ignora il bene; chi conosce il bene, non può non farlo. Giuseppe capisce che non c’è pace senza giustizia; ma non c’è giustizia senza libertà; e non c’è libertà senza verità. Cristo è verità; dunque libertà; dunque giustizia. È un vessillo fulgido da sventolare, appetto a un mondo secolarizzato che ci scandalizza, per scandalizzarlo a nostra volta: un mondo fondato prevalentemente sulle logiche dell’utile, segnato dalla scomparsa progressiva dei valori, dall’eclissi di Dio, dal relativismo estremizzato, che porta al nichilismo, alla disperazione, alla morte. Altro spinoso conflitto interiore è tra l’obbligo del celibato sacerdotale (garanzia di dedizione esclusiva alla Chiesa – anche se “di donne è pieno il Vangelo”) e la naturale pulsione amorosa, che porta Giuseppe a congiungersi, carnalmente e spiritualmente, con Caterina. Il casino di caccia dove si rifugiano è una sorta di isola dell’Utopia, un’Atlantide incantata dove ritrovare lo stato di grazia edenica, la libertà assoluta dell’essere, un mare dolcissimo di felicità e di pienezza esistenziale. È una gioia troppo bella per essere tutta loro e tutta vera: e infatti l’incanto si spezza, l’eden è perduto. La domanda sorge spontanea: che male c’è? Chiede Caterina ai due confratelli – il padre guardiano e don Filippo – venuti a “riprendersi” Giuseppe: “Come potete voi, uomini di Dio, vedere in un amore sincero e perciò puro un’offesa al Signore, che è il Dio dell’amore?”.

Quello di Giuseppe è un percorso di approfondimento spirituale che lo fa entrare appieno nella complessa trama delle vicende umane e universali. Vive le illusioni della repubblica partenopea; assiste all’infuocata battaglia dei lucani contro i francesi e alla caduta di Maratea; soffre per la progressiva secolarizzazione del mondo. Percorre poi le vie del mondo: attraversa l’oceano e, parallelamente, naviga nei profondi pelaghi della coscienza, avventurandosi dentro i labirinti della storia del pensiero. In tutto ciò che lo circonda arriva a vedere e sentire la presenza di Dio: l’universo è un ineffabile tempio cosmico, all’incrocio tra storia e natura. La storia, a sua volta, è legata alla continua presenza della metastoria, questo corso parallelo di storia ideale che “concretamente significa il mirabile ma reale inserimento dell’infinito nello spazio e dell’eterno nel tempo”. È il respiro dell’oltre che travalica e illumina il mero, limitato contingente; è l’incommensurabile piano divino che si affaccia sul recinto feroce della vicenda umana. Giuseppe procede dunque a una “lettura provvidenziale” del quotidiano, a un inquadramento metafisico del tempo. Cerca e trova “segni” di rivelazione: basta saper vedere. La Bellezza, ad esempio, è linguaggio d’amore che parla di Dio, che avvicina a Dio, e Lo rivela a sprazzi. È claritas, riverbero di splendore ineffabile e soffio di mistero: percepita e goduta con commozione intima di spirito. È armonia, concordanza gioiosa tra il sé e il fuori di sé: va cercata dunque dentro noi. Cristo si dona continuamente come Bellezza, che salva per mistero d’amore. La realtà stessa è un quadro dipinto da Dio. A un certo punto, ad esempio, troviamo scritto: “La rappresentazione si era servita di tutti i colori, le luci, i toni, che natura ed arte avevan insieme apparecchiato sulla magica tavolozza del dipintore divino”. Si rileva una spiccata dimensione teatrale e scenografica – anche a livello terminologico – nell’approntamento del cronotopo esistenziale: le “scene” che si succedono con i loro interpreti – ad esempio “madre natura allestiva ad ogni ora del giorno una scena diversa”; o “le montagne parvero aprirsi come un velario teatrale su una scena meravigliosa, da tempo approntata da un’invisibile mano d’artista”; o Filippide e i suoi compagni, che sbarcarono “lentamente, con ogni cautela, come se entrassero nella scena di un teatro, da sempre allestito per un atto unico e inimmaginabile, che pure da tempo aspettava i suoi attori”. E c’è anche parecchia coralità in queste “scene”. Ad esempio: “Dal centro della piazza una donna elevò un grido straziante (…) stringeva al petto il suo piccolo figlio morto. Tutti allora smisero di combattere e le si fecero attorno, gemendo e imprecando contro i francesi”. La scrittura umana del tempo, messa in opera da Giuseppe, si confronta spesso con la scrittura vivente del mondo (come quaderno o libro di segni che svelano sentieri metafisici). Ad esempio “i terrazzamenti che disegnavano, come righe di quaderno, il monte”; o la stupenda falce di luna che “si incaricava di significare quella virgola, che il dipintore divino aveva appena abbozzato nel palpitante quadro della volta celeste, giusto per dire che in quell’universo etereo il discorso era appena cominciato e che il punto definitivo restava lontano”.

Il percorso spirituale di Giuseppe, che lo porta a una comunione intima con l’Assoluto, si completa nella mistica, ascetica solitudine in cui, tornato in Lucania dopo gli anni trascorsi in Argentina, decide di raccogliersi, eleggendo ad eremo l’isolotto di Santo Janni. È una scelta paradigmatica, in quanto ripercorribile da ciascuno: nella misura in cui ciascuno, da sempre, è compagno della propria solitudine. Dio si cerca e si trova dentro noi stessi. Dipende da noi, infatti: “il Verbo è dentro di noi, e sta a noi riconoscerlo per ascendere dalla verità dell’uomo alla verità di Dio”. L’isola anche è emblematica: è una sponda di finito da trascendere, circondata com’è dall’infinito. La solitudine spaziale consente quella dello spirito, attraverso cui è più agevole il colloquio con l’Assoluto. A Santo Janni Giuseppe restaura la piccola chiesa. La vicinanza di Dio lo porta a una palpitante tensione estatica: vive esperienze di bellezza ineffabile, di gioiosa beatitudine, di mistica, silenziosa corrispondenza. Dio gli parla, gli rischiara, gli rivela: gli apre il senso più profondo delle cose. È un fuoco ebbro nel cuore: una languida, eterea leggerezza. Un “oceano di arcadico stupore”. Per Giuseppe è un cerchio che si chiude e un mosaico che si compie: “Tutte le vicende della vita si rivelavano ora saldamente connesse e consequenziali tra loro, come grani di un’unica corona. V’era un legame profondo tra il prima e il dopo e l’intero svolgimento rivelava un progetto organico, quasi razionale”. Percorre così i sentieri dello spirito, i camminamenti dell’anima verso l’ineffabile armonia. Sprofonda nei meandri arcani e ancestrali della Storia. Verca la soglia del sensibile: è contemporaneo ad ogni tempo, non ha più limiti. Travalica i secoli, gli spazi interminabili del tempo. Entra in colloquio con ogni epoca. I suoi occhi si fanno “onniveggenti”, in grado di vedere l’invisibile svelato nel visibile. E sogna: entra sempre più spesso in questo stato di “nebulosa vaghezza” che è un canale e uno strumento di conoscenza ultrasensibile, di immersione negli abissi della rivelazione. Ed è presente a Greccio, quando Francesco allestisce il primo presepe; e vede il greco Filippide, discendente diretto del maratoneta, che sbarca sulla sponda italica e vive un edenico idillio d’amore con la bella Corina; e ripercorre il cammino di San Paolo, prima e dopo la conversione; e prova compassione per Isabella Morra, la sfortunata poetessa di Valsinni; e incontra l’imperatore Carlo V, etc. Appartiene al mondo, insomma: a tutto lo spazio e a tutto il tempo del mondo. Un’esperienza estatica che si traduce in un vertiginoso fiume in piena di riferimenti, di richiami, di echi culturali – che poi è anche il modus precipuo del narratore: analisi circostanziata all’interno di vaste sintesi.

La stanchezza progressiva del corpo non impedisce a Giuseppe di continuare senza tregua a perfezionarsi, ad acuire ulteriormente il suo “occhio di lince”, rendendo sempre più lucida e sicura la sua mente. Fino all’incontro terminale col Cristo di Luce: “dal catino dell’abside il Cristo, Bellezza incarnata, lo rapì nella sua luce abbagliante”. Lo trovano avvolto nel saio francescano, genuflesso ai piedi dell’altare: aveva appena celebrato la sua ultima messa – così, termina il romanzo. Di cui mi preme in conclusione rimarcare la concezione etica ed estetica incarnata da Sisinni nell’esemplare percorso umano di Giuseppe: improntata alle più alte idealità, ai più nobili valori dello spirito. Scelta sicuramente coraggiosa, nel suo consapevole anacronismo, e dunque tanto più valida e necessaria in questi tempi di crisi che stiamo a malincuore attraversando.

Marco Onofrio