“Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole”, di Annalisa Venditti. Lettura critica

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Storia “di guerra e di amicizia, di coraggio e determinazione, di tristezze e d’amore” sullo sfondo della vicenda degli IMI, i militari italiani internati in Germania dopo l’8 settembre 1943, Andrea Baroni. Il cavaliere delle rose e delle nuvole (Edilazio, 2011, pp. 132, Euro 16), di Annalisa Venditti, è un libro bello e avvincente: una biografia che si legge come un romanzo, anche perché scritta con una capacità narrativa che sa estrarre suggestioni poetiche e simboliche da un impianto di ricerca dove il rigore documentale si sposa alla verve giornalistica, per cui tutto è arioso e avvolgente nella misura in cui diretto, comunicativo, ricco di sapori, sfumature, lieviti umani. Annalisa Venditti è abile a condurre questo prezioso incrocio tra una storia (fatta di storie intrecciate) e la Storia, cioè la sintesi macroscopica che si legge scritta e riscritta sui manuali. Come la terra vista in volo dalle altezze celesti: si notano i contorni, i confini geografici, i rilievi maggiori; ma se vuoi scorgere i dettagli minimi devi abbassarti di quota, devi zoomare. Le storie sono il tessuto connettivo della grande Storia così come le gocce d’acqua salata lo sono del mare. È la storia che sui libri non si legge: una complessità di emozioni, ricordi, ansie, paure, tormenti, speranze, etc. destinata a perdersi con la fine biografica di ogni uomo che ha vissuto certe cose, se non vengono fermate su carta, se non c’è qualcuno che le raccoglie. Bisogna ascoltare i testimoni diretti e dar loro voce, finché si è in tempo, altrimenti le luci del passato si spengono con loro, una dopo l’altra, e nessuno potrà più riaccenderle. Quante immagini hanno attraversato gli occhi di ogni uomo e abitano in fondo al suo cuore? Ogni persona è un mondo, e perciò vale come il mondo. È per questo che la ricerca storica non finisce mai, nel tentativo impossibile di raggiungere e restituire tutto il tempo che nel tempo si è dissolto. Cercare è un verbo magico. Un magnete, un catalizzatore. Il tempo ha bisogno dei ricercatori, come l’aldilà dei medium, anche per aggiustare le cose dopo anni, decenni o secoli, per mettere in contatto persone e cose disperse, per concludere fatti incompiuti. I ricercatori, da questo punto di vista, sono operatori di pace, strumenti postumi di riparazione. Mettersi in cerca del passato, infatti, significa entrare in una dimensione magica di coincidenze, di trame sottili, di legami sottotraccia, di sorprese, di cortocircuiti inaspettati, di cose e persone che ti vengono a cercare, dopo giri immensi, guidati dalla forza di uno strano magnetismo che si innesca con l’avvio stesso della ricerca. Accade proprio così: se ti metti in cerca della Storia, è la Storia che ti viene a cercare. E tu senti qual è la strada giusta, come un rabdomante. Sono tanti tasselli di un mosaico che si ricostruisce piano piano, lasciando emergere reperti sommersi come scrigni di memoria. La ricerca storica assomiglia alla poesia: questione di sguardo. “Gli oggetti sanno parlare o tacere. Dipende da noi. Dal modo in cui li guardiamo o li vogliamo sentire”.

Annalisa Venditti è la “chiave” che ha aperto la “cassaforte dei ricordi” del generale Andrea Baroni, il meteorologo, proprio lui sì: uno dei volti più familiari della nostra memoria televisiva. Gli ha prestato il suo sguardo, il suo ascolto, il suo cuore. I ricordi chiusi dentro ad ogni uomo aspettano soltanto un interlocutore: qualcuno che sappia davvero ascoltare, sentendo e accogliendo con empatia. Meglio se più giovane: il racconto storico preferisce distendersi sulle arcate del ponte che distanzia ma al contempo unisce le generazioni. Annalisa Venditti ha tradotto e orchestrato, con la sua mirabile penna, la sostanza e l’essenza umana di questi ricordi, sollecitandoli oltre le barriere dell’oblio, dell’imbarazzo, dell’indifferenza. Ne è uscita un’opera di biografia e autobiografia intrecciate. La ricerca porta Annalisa Venditti al transfert, all’identificazione con le vicende descritte. Ogni scrittura di ricerca autentica diventa indirettamente autobiografica: l’oggetto e il modo della ricerca svelano il soggetto che la conduce. Questo libro finisce per rappresentare l’autrice in toto, anche se parla di Baroni, perché tutta si è donata a questo libro, senza riserve, senza resistenze. E quindi il suo modo di studiare, di ricercare, di vivere. È il tracciato di due respiri e di due voci che si sono annodate e armonicamente fuse, dialogando.

I ricordi del lager dove Baroni venne tradotto come IMI sono tremendi ma la scrittura di Annalisa Venditti sa renderli malgrado tutto avvincenti. Anche per la chiave avventurosa che Baroni utilizza per ricordare, perfettamente in linea con lo spirito che egli ebbe nel vivere quei giorni, affrontando con grande forza d’animo difficoltà e sofferenze di ogni tipo, dentro e intorno a sé (fame, stenti, penuria di mezzi, malattie, violenza, morte). Confessa a un certo punto: “Scrivendo questo racconto, mi pare di vivere di nuovo quei momenti drammatici”. Infatti vive e fa rivivere con immediatezza, sprigionando (cioè liberando dalle catene della memoria) il tempo perduto. Sono tracce indelebili di vita: ad esempio il viaggio per l’Europa che si rivelò un’odissea interminabile con destinazione sconosciuta (Tolone, Norimberga, Dresda, Cracovia, Leopoli, fino a Tarnopol in Ucraina); l’impossibilità di scrivere (“annotavamo nella mente”); l’interesse meteorologico inossidabile a dispetto delle vicissitudini, e quindi lo studio del cielo e delle nuvole per le quotidiane previsioni del tempo. Il cielo è il grande complice della vita di Baroni: “il cielo, per me, è sempre stato tutto”. Il cielo e le sue “signore”: le abbaglianti, “splendide creature” (le nuvole) che hanno sempre rapito il suo sguardo. Ecco la dimensione poetica, aerea, di leggerezza fiabesca e di celeste nostalgia che lumeggia tra le pagine del libro. Penso al film di Folco Quilici “Io vagabondo”, le avventure di un pallone-sonda sui cieli italiani, per il quale Baroni redasse la scaletta e da cui prese il volo per la sua carriera televisiva. E penso anche a “Che cosa sono le nuvole” di P. P. Pasolini, prima che alle pagine sublimi del “Piccolo principe” di A. de Saint-Exupéry, ed entro in risonanza infinita perché anch’io amo farmi rapire dal cielo e sprofondare con lo sguardo tra le nuvole. Certo, Baroni le guardava con occhi di scienziato per trarne le sue previsioni; ma non riesco a sentire la sua scienza disgiunta da un brivido di emozione poetica, da una luce di stupore e meraviglia. Scienza e poesia fuse in unico respiro: come quando descrive Roma, bellissima, fulgida, vista dal cielo, in verticale, durante i voli di osservazione meteorologica. Nel lager di Sandbostel faceva le previsioni da solo, tra sé e sé, “osservando e analizzando giorno dopo giorno il cielo, annotando mentalmente la sequenza delle nubi. In questo modo sapevo se e quando avrebbe piovuto. Non avevo con me carte, strumenti, libri. Solo i miei occhi e il cielo”. Ed ecco l’avventura della fuga dal lager di Altegrabow, il 14 marzo 1945. E l’attraversamento del fiume Elba, il 2 maggio 1945, grazie a un soldato tedesco che aiuta insperabilmente Andrea e due suoi compagni di prigionia:

«Dopo un po’ cominciò a piovigginare e, mentre aspettavo l’arrivo dei due miei compagni dalla ricognizione lungo la riva, mi sentii interpellare da un soldato tedesco che veniva verso di me.
Provai un certo spavento a quella vista, dubitando delle intenzioni di quel militare. Non conoscevo la sua lingua e ignoravo che proprio quel giorno la Germania era stata sconfitta e Hitler si era già tolto la vita.
Quel soldato tedesco mi diede queste notizie più a segni che a parole. Stavo per abbracciarlo. Mi fece pure capire che lungo la riva, proprio dove erano andati in perlustrazione Vittorio e Angelo, aveva ancorato un barcone da lavoro con il quale avrebbe attraversato l’Elba per tornare a casa, da sua moglie, che si trovava poco lontano dalla sponda opposta del fiume. Così mi disse.
Gli feci capire che quella era l’occasione giusta per noi, giacché due miei amici erano andati in cerca di una barca per intraprendere la traversata del fiume.
Intanto in cielo, a un centinaio di metri di quota sopra di noi, un piccolo aereo ricognitore, una “cicogna”, non sapevo se tedesco o americano perché non vedevo i segni di riconoscimento, ci stava probabilmente osservando.
Nel dubbio trassi dalla mia borsa tattica, una specie di piccolo zaino militare che mi ero procurato nel lager di Tarnopol, il mio asciugamano bianco.
Cominciai a sbandierarlo in direzione del piccolo aereo, nel tentativo di far capire agli occupanti del ricognitore che ci stavamo arrendendo.
Qualche attimo dopo sentii lo “splash” di remi sull’acqua e intravidi una grossa barca piuttosto malconcia che veniva verso di noi.
Era proprio il barcone che il soldato tedesco aveva ancorato qualche giorno prima! Ai remi c’erano Vittorio e Angelo».

Dai ricordi di Baroni emerge la potenza visiva, simbolica ed “epifanica” degli oggetti: ad esempio la piastrina di metallo con inciso il numero di matricola; il cappotto con la scritta IMI tracciata a vernice bianca sulla schiena; le posate da campeggio che Gisella – fuggevole quanto intenso amore di quel periodo (durante la sosta a Vels-leben) – gli regala prima del commiato definitivo; i due pacchi ricevuti dal caro amico Vittorio Casali De Rosa (glieli aveva spediti il padre e Vittorio disse ad Andrea di considerarli anche suoi: dentro c’era di tutto, latte in scatola, marmellata, miele…). Gli oggetti sono carichi di tempo vissuto e quindi basta già ricordarli per evocare situazioni, incontri, voci, stati d’animo, accadimenti, giorni, ore, attimi, frammenti di storia sepolti, inghiottiti dal silenzio e dall’oblio. Tutto ha un tono di commozione rattenuta, di tenerezza infinita, di struggimento dolce. Perché si dialoga con i segni del tempo, persone e cose che non esistono più. Si parla con l’invisibile. Così sbalza dalla pagina la scena del commiato con Gisella:

«Al momento del distacco e prima di salire a bordo della camionetta americana, che doveva consegnarci al comandante inglese di un vecchio ex lager tedesco, Gisella mi abbracciò appassionatamente.
Singhiozzava per la commozione. Entrambi sentivamo che quella separazione era ineluttabile. Fu allora che appuntò sulla pattina del taschino sinistro della mia giubba militare un nastrino rigido tricolore, simbolo della bandiera italiana.
Una volta a Roma, raccontai l’accaduto a mia madre e lei stessa volle scucire quella stoffa, sentendola stranamente troppo dura al tatto. Sotto il nastrino, infatti, c’era una bellissima spilla d’argento lavorata a marcassite, con incastonata al centro una piccola pietra tonda: un’acquamarina».

Questa è, in definitiva, l’operazione dell’autentica ricerca storica: scucire l’apparenza, cercare la verità nascosta sotto i nastrini della versione ufficiale. È così che viene condotto il “ritratto d’autore” di questo galantuomo d’altri tempi, “cavaliere” dell’intelletto e della vita, sempre guidato dalla ragione e illuminato dalla fantasia, dalla forza d’animo, dalla curiosità. E il suo percorso si completa, poi, con il ritorno da reduce a Roma, con l’attività di assistenza meteorologica all’aeroporto dell’Urbe, con i vent’anni in RAI TV a “Che tempo fa” (dal 7 agosto 1973 al 31 dicembre 1993), con le collaborazioni ai quotidiani “La stampa” e “La Repubblica”, con la vita serena e attiva che ha condotto, tra Roma e Pisterzo in Ciociaria, fino al giorno della sua dipartita (13 novembre 2014). Le evoluzioni che egli ha compiuto attraverso i cieli dei suoi giorni sono la quintessenza del volo che in questo libro Annalisa Venditti ha saputo così ben rappresentare, e sono come simboleggiate da quelle che egli, con leggiadria ritmata da violinista mancato, faceva fare alla bacchetta durante le previsioni televisive. È proprio la “leggiadria ritmata” il passo-base con cui Baroni ha affrontato l’esistenza, le gioie, i dolori, e con cui il tempo cronologico e quello meteorologico, che qui si incontrano e dialogano, intessono un discorso umano di memoria indimenticabile.

Marco Onofrio

“16 ottobre 1943”, di Giacomo Debenedetti. Lettura critica

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“16 ottobre 1943” è un gioiello purissimo del Novecento, un’opera straordinaria che rimarrà a eterno monito dell’Uomo. Giacomo Debenedetti lo scrisse a Cortona (precisamente a Villa Baldelli, a S. Pietro al Cegliolo) dove – figurando nelle liste dell’Ovra – si era rifugiato con la famiglia, su invito di Pietro Pancrazi, e dove rimase fino al luglio 1944. Pubblicato per la prima volta nel dicembre di quello stesso anno sulla rivista “Mercurio”, il 16 ottobre ha una brevità così densa e compiuta da rasentare la perfezione che appartiene al più alto soglio della Letteratura quando sa farsi arte sublime nell’esprimere tutto il suo potenziale di vita e presa sul mondo. Contribuisce a questa dimensione sovratemporale – malgrado l’impianto evidentemente storico del testo – il nitore cristallino della scrittura dietro cui si avverte la grande lezione dei classici, lo stile teso come una corda di violino dove neppure una virgola è poco meno che necessaria, la precisione chirurgica con cui ogni parola aderisce alle cose, manifestandole nelle pieghe più complesse e nascoste, tanto che davvero – come nota Natalia Ginzburg – “sembra che a parlare, nel racconto di Debenedetti, sia la stessa realtà” dei fatti atroci, nella sua terribile evidenza. Gli è che il 16 ottobre obbedisce a un mandato sacro di giustizia che impone alle parole di essere alte e solenni di pietas nel dar voce e memoria a chi è stato oggetto di tanta assurda persecuzione. La personalità dello scrittore diventa un soggetto collettivo che si eclissa come individuo per consentire la manifestazione corale di quanto accaduto.

La scansione ieratica delle scene che si susseguono, a mo’ di tragedia greca, si percepisce fin dalle prime pagine, dove incontriamo la mitica Cassandra sotto i panni dimessi della Celeste, “una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia” e preda di un’agitazione che “le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. È venuta da Trastevere di corsa” perché ha saputo che c’è una lista di ebrei da deportare e vuole avvertirli del pericolo. L’indiscrezione corrisponde al vero: la lista è stata approntata di corsa, con omissioni ed inclusioni arbitrarie, dagli impiegati dell’anagrafe romana. Ordine delle SS, mandante il famigerato Herbert Kappler. Ma ancora una volta, Cassandra non viene ascoltata: “nessuno volle crederci, tutti ne risero”. Così funziona la comunicazione tra gli uomini: la fonte qualifica il messaggio, determinando la sua autorevolezza e la sua stessa attendibilità. Ebbene, “tutti sanno” che la Celeste “è una chiacchierona, un’esaltata” dagli occhi spiritati, e poi “si sa che in famiglia sua sono tutti un po’ tocchi”… Come si fa a darle ascolto? “Credetemi! Scappate, vi dico! – supplicava la donna”. E invece prevale la vox populi del “si sa”, del “tutti sanno”. E qui interviene il commento di Debenedetti: “Contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle cose piccole. Ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grandi”. Hanno inoltre un “disperato bisogno di simpatia umana” per sottrarsi al destino di “essere trattati come cani”. E infine, un rispetto assoluto per l’Autorità e la Giustizia.

Ecco spiegato il motivo per cui gli ebrei di Roma si fidarono incredibilmente dei tedeschi! Anche perché ritenevano di aver già pagato pegno: il 26 settembre Kappler aveva imposto una “taglia di 50 kg. d’oro, da versare entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro”. Era sin da allora emblematica la natura pretestuosa del diktat, e tale sarebbe dovuta subito apparire. Ma gli ebrei avevano tentato di corrispondere per vie ragionevoli, impegnandosi ad avallare la folle richiesta, e – aiutati dal Vaticano e dal resto dei concittadini romani – ce l’avevano fatta. I nazisti, per tutta risposta, prima negarono che l’oro ammontasse a 50 Kg. (e invece era anche di più!), poi rifiutarono di rilasciare ricevuta. Le SS si presentarono l’indomani alla Comunità ebraica e asportarono archivi, documenti, registri, soldi. Tornarono l’11 ottobre per asportare la biblioteca del Collegio Rabbinico e quella della Comunità. C’era di che allarmarsi per mettersi in salvo, dinanzi a tali ripetute e tanto ravvicinate angherie. Ma gli ebrei confidavano in una lealtà che quelle belve – chiuse nella guaina attillata delle loro divise – non volevano né potevano avere: verboten, ovvero “proibito l’accesso all’uomo”. E poi gli ebrei erano “pigri, attaccati ai loro luoghi”, e dunque poco acconci ai cambiamenti repentini, alle reazioni immediate. Per cui “dormivano nei loro letti verso la mezzanotte del venerdì 15 ottobre, allorché dalle strade cominciarono a udirsi schioppettate e detonazioni”. Drappelli di soldati sparano in aria e lanciano bombe a mano, e intanto urlano e schiamazzano: “voci e grida squarciate, colleriche, sarcastiche, incomprensibili”. E la ragione di quell’inferno? … “forse la vera ragione” prova a rispondere Debenedetti “era proprio che non ce ne fosse nessuna: l’inferno gratuito, perché riuscisse più misterioso, e perciò più intimidatorio”. Forse ci sarebbe ancora la possibilità di fuggire, ma dopo qualche ora i tedeschi, col loro passo pesante e cadenzato, cominciano a “bloccare strade e case del ghetto”: il quartiere è ormai circondato.

Ed ecco che la machina documentale del grande scrittore biellese si produce – mettendo a fuoco il cristallo purissimo del suo obiettivo – in uno zoom quanto mai opportuno, a questo punto della narrazione. Dalle strade agli interni: “Entriamo ora in una casa di via S. Ambrogio, nel Ghetto. Potremo seguire la razzia in tutte le sue fasi”. È il male della Storia – in questo caso il male assoluto – che mette in moto, inesorabile, la sua necessità: “La fatalità svolgeva il suo lavoro sostanzioso, senza preoccuparsi del cerimoniale, senza badare alle inezie di forma. Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza, che lì per lì non lasciava campo nemmeno allo stupore”. E il meccanismo disumano ingenera un dramma collettivo, attraverso scene fulminee tipo questa:

«Sterina! Sterina!»
«Che c’è?» fa quella dalla finestra.
«Scappa, che prendono tutti!»
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».

… con relativa didascalia: “Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi”. Ingenuità su ingenuità: gli ebrei credono che le SS porteranno via soltanto gli uomini in forze per il “servizio di lavoro” e non pensano a mettere in salvo vecchi, donne e bambini. Invece i tedeschi “prendono tutti, ma proprio tutti”. Ovunque tramestii, lamenti, grida terrorizzanti: Debenedetti non ci esime dal “sonoro” del “film” che sta tragicamente ricostruendo, sul nastro irredimibile del tempo, con la “mdp” della sua scrittura.

Le famiglie rastrellate e incolonnate vengono spinte avanti coi calci dei mitra. Lo stupore cede subito alla rassegnazione: qualcosa è parte del DNA degli ebrei, qualcosa che “si ricorda di avi mai conosciuti, che erano andati con lo stesso passo, cacciati da aguzzini come questi, verso le deportazioni, la schiavitù, i supplizi, i roghi”. Una memoria ancestrale della tragedia. I nazisti “amano la regia, la teatralità, la solennità nibelungica atra e terrificante” e quindi urlano senza motivo, “probabilmente solo per tenere desto il terrore e vivo il senso della loro autorità” basata sul sopruso e la violenza. Nessuna pietà: “i malati, gli impediti, i restii erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi coi calci dei fucili. Il paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. Quanto ai bambini, strappati alle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi, quando negli uffici postali si prepara il furgoncino. E i camion ripartivano, né si sapeva per dove”. Mobili, pacchi, cose: le persone umane relegate al rango di oggetti da usare e dominare brutalmente. Altra scena: “Un giovanotto si stacca dalla fila: ha ottenuto di andare a prendere un caffè, sotto la sorveglianza di una SS, che però non accetterà di «tenergli compagnia». Deglutisce rumorosamente, la tazzina gli trema nelle mani, e anche le gambe gli ballano sotto. Gira gli occhi smarriti verso i tavolini, dove si è seduto a giocare a carte nelle sere che avevano ancora un indomani. Con una specie di sorriso timido e stanco, domanda al caffettiere: «Che faranno di noi?» Queste povere parole sono tra le poche lasciateci da coloro nell’andarsene”. Debenedetti ci fa sentire la disperazione e il terrore indicibili di chi è stato preso, cui fa da contraltare l’impotenza degli altri romani, quelli non ebrei, che assistono allo scempio. «Che faranno di noi?» è la domanda sconsolata e disperata di chi sta per lasciare il consorzio umano, l’ambito della cosiddetta civiltà (ma è poi tale se può partorire simili orrori?) per entrare in una “nuova esistenza oscura e terribile”, quella dei sotto-uomini.

I tedeschi continuano a rastrellare: bussano, e se nessuno risponde sfondano le porte. E trovano le famiglie in “esterrefatta attesa”, gli occhi “ipnotizzati” e il cuore “fermo in gola”. Il caposquadra legge in tedesco gli ordini, anche se il testo è bilingue: in 20 minuti occorre essere pronti per la partenza, pronti per l’inferno. Qualcuno si illude di non aver capito bene, qualcun altro si ostina a immaginare un “dopo”. Ormai tutti gli angoli delle strade sono piantonati. Ogni cosa sembra fatale ed evolve inevitabile, come nel peggiore degli incubi: “Azionato dalla forza motrice, travolto esso stesso dall’ingranaggio della macchina, il volano spiega tutta la sua forza nello sfracellare il malcapitato che vi si impiglia”. Qualcuno che aveva provato a nascondersi (ad esempio nel cassone dell’acqua) viene scoperto e catturato. Qualcun altro, più pronto a fuggire, viene acciuffato proprio quando “si credeva ormai in salvo”. C’è chi “bacia le proprie creature: un bacio che cerca di nascondersi ai tedeschi, un ultimo bacio” nota Debenedetti “tra quelle vie, quelle case, quei luoghi che li hanno veduti nascere, sorridere per la prima volta alla vita”.

La razzia si protrae fin verso le 13, lasciando il Ghetto nella più totale desolazione. E non solo: anche “tutta Roma era rimasta allibita”. Molte SS approfittarono dell’automezzo a disposizione, sia pure carico di ebrei razziati, per fare un giro turistico della città. Era tipica dei nazisti questa beffarda distonia psicologica, spesso sadicamente esibita, verso la reale essenza umana delle situazioni; e veniva esibita proprio per sottolineare che – come giustificato dalla loro delirante ideologia – vessando i sotto-uomini non avevano a che fare con persone dotate di sentimenti ma con cose inerti, degne della massima indifferenza. Queste “capricciose peregrinazioni” ingenerarono negli ebrei le più diverse e inquietanti congetture sulla loro destinazione. Molti camion sostarono a Piazza S. Pietro e i soldati ammiravano le opere d’arte mentre “da di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto. Poi i camion ripartirono, e anche quell’ultima speranza era svanita”.

I deportati vennero ammassati nel Collegio Militare, a Palazzo Salviati in via della Lungara. Dopo qualche ora, tra lamenti, urla terribili delle SS e conseguenti attimi di silenzio, cominciò a suppurare l’aria sia perché le imposte erano state ermeticamente chiuse, sia perché “sentinelle e sorveglianti impedivano quasi sempre di raggiungere le latrine. Il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza più rispetto di se stessi, fu subito evidente”. La detenzione a Palazzo Salviati durò fino all’alba del lunedì, 18 ottobre, quando gli ebrei vennero tradotti alla stazione di Roma Tiburtina e stipati su “carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto”. Alle 13.30 il treno venne affidato al macchinista Quirino Zazza. “Il treno si mosse alle 14”. Una giovane ha poi raccontato che il suo treno, diretto a Roma da Milano, incrociò a Fara Sabina il “treno piombato, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano,” commenta Debenedetti “è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro”. Ed è sulla dissolvenza di questo terribile fotogramma che si conclude il racconto indimenticabile che dà voce e giustizia postuma agli oltre 1000 deportati del 16 ottobre 1943, “colpevoli” soltanto di essere ebrei, oltre che italiani, cioè freschi nemici e traditori del Terzo Reich. Lo sdegno suscitato dallo splendido libro di Giacomo Debenedetti si rinnova di nuove emozioni ad ogni lettura e vale a percepire l’inscalfibile certezza generata da quegli (come da altri) orrori dell’uomo contro l’uomo: non deve accadere mai più.

Marco Onofrio

 

“Il cappotto del nonno”, di Francesco Sisinni. Lettura critica

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Francesco Sisinni

Definito in copertina come “romanzo storico”, Il cappotto del nonno (Iride-Rubettino, 2006, pp. 204, Euro 12), di Francesco Sisinni, sfugge in realtà al riduzionismo di una classificazione qualsivoglia (sia pure di romanzo): è molto di più. Considerato globalmente nel suo arco di sviluppo, dà la sensazione di un mirabile affresco di Vita, che della vita assume tutti gli aspetti: anche la violenza e i risvolti oscuri e irrazionali (come il caos storico-sociale, la guerra, le lotte fratricide tra popoli e persone), ma anche la gioia della fede e il dono dell’estasi divina. È un libro denso di realtà: concrete e spirituali, sensibili e soprasensibili, fisiche e metafisiche, temporali ed eterne. La scrittura – vivida, prensile, multisensoriale – lo rende ricco e ammaliante di suoni, colori, odori. Ma Sisinni “narra”, oltre che descrivere: fa cioè rientrare ogni dettaglio nella spiegazione complessiva di un mondo che non ha ancora perduto il senso della “totalità”. Per questo egli può ancora enumerare e articolare i valori eterni dell’uomo, senza timore di scrivere parole con l’iniziale maiuscola: in perfetta, consapevole controtendenza rispetto all’etica politeistica, relativista e desacralizzata, così di moda nel sentire contemporaneo. Sisinni parte, coerentemente, da un concetto “alto” di cultura come strumento di crescita umana, a livello sociale e individuale. “La cultura, per esser tale, deve restare in alto, non deve cioè abbassarsi alla gente, ma deve innalzare a sé la gente”. Ed è tale se anzitutto consente di attualizzare la memoria, richiamando in vita uomini, cose e valori. Naturalizzata dunque come attitudine, come habitus mentale, come ricchezza di vita interiore. Giuseppe (così come Sisinni) “non riusciva a pensare senza far ricorso a fonti e ricordi letterari”.

Il romanzo parte dalla bellezza calma e piena delle tradizioni, che puntellano – con cadenza rituale – il percorso dell’uomo attraverso i valichi del tempo, sostanziandone la capacità di riconoscimento e di autorappresentazione. Ad esempio i riti salvifici del Natale: la costruzione e l’esposizione del presepe, la messa di mezzanotte, la processione, la deposizione del Bambino nella grotta, le “zeppole calde inzuppate di miele” (con tutto il potere di rammemorazione e di tempo ritrovato che ognuno di questi elementi riesce intensamente a sprigionare). All’inizio della narrazione c’è l’incontro con un protagonista fittizio: nonno Francesco. Ha un rapporto privilegiato con l’omonimo nipote. Poi il nonno muore, e Francesco il nipote trova, nel suo cappotto, un fascio di fogli manoscritti, intitolato “Giuseppe e i suoi sogni”. È la storia di un loro avo, Giuseppe, vissuto tra Settecento e Ottocento. Naturalmente è, a livello narrativo, il classico espediente del “manoscritto ritrovato”. Questo introduce nel libro un opportuno cambio di prospettiva: il vero protagonista del romanzo è in realtà Giuseppe. Il cappotto del nonno, lungo e vecchio (“pendeva da tutti i lati delle cuciture (…) le tasche particolarmente gonfie”) diventa una metafora del tempo che si innesta nella storia, col fardello dei secoli e dei giorni. E quindi l’onore e l’onere dell’esperienza, e il valore del passaggio che ci rende umani. Leggiamo allora il percorso terreno di quest’uomo, a partire dal noviziato nel convento dei Cappuccini di Lauria (la Lucania è terra dalle forti radici francescane: ben 117 insediamenti); poi Napoli, dove affronta gli studi teologici; poi Roma; poi il ritorno a Lauria, e il turbamento d’amore per Caterina, bellissima trovatella del posto, che lo corrisponde: Giuseppe lascia momentaneamente il convento, sospeso “a divinis”; vive un’estasi d’amore nel casino di caccia di Caterina; torna al convento. Caterina, incinta di Giuseppe, partorisce Francesco e muore nel darlo alla luce. Giuseppe ripara in Argentina, dove insegna teologia e viene anche tradotto in prigione per un equivoco; ritorna in Italia dopo anni; si rifugia in solitudine ascetica nell’isolotto di Santo Janni, dove infine morirà.

Giuseppe dipinge, soprattutto acquarelli che i confratelli definiscono “paesaggi dell’anima” per la levità dei colori, le delicate sfumature e le tenui dissolvenze, vibranti di luce di aurore più sognate che vissute (ed è il modo tipico che Sisinni usa per descrivere – splendidamente – la natura, che ama con un trasporto spirituale vicino spesso alla commozione). La natura è un arabesco dorato di soffuse, cangianti sfumature; è scala coeli per raggiungere la comunione con Dio creatore; è “liturgia epifanica della Bellezza”, tesa al virgineo nitore del primo mattino del mondo. Giuseppe vive l’esistenza in chiave problematica. Affronta le cose con attitudine interrogante. Il suo è un percorso di ricerca senza fine: un itinerarium mentis in Deum. La sua ansia di conoscenza è mossa da amore forte e sincero, alimentato dall’esercizio sincero dell’umiltà, che è anzitutto coscienza di non sapere. Il suo pensiero si approfondisce verso una sempre più chiara conoscenza “dell’uomo rispetto a se stesso, ai suoi simili, alla natura”, in cerchi concentrici sempre più vasti, fino al punto supremo da cui tutto origina e si fonda: Dio, Sommo bene e Termine d’ogni percorso. Giuseppe si abitua ad annotare impressioni e suggestioni per “tesaurizzare” fatti e momenti significativi, su cui tornare a riflettere. Sono cose così grandi e inesauribili da pensare, che il tempo non basta mai. Non basta una vita intera per sgranare il mistero vivente di Dio, per magnificare e onorare la gloria infinita della Sua Bellezza. Giuseppe ascolta la voce eloquente del silenzio, la “mistica caligine” attraverso cui entra in colloquio con lo Spirito Santo e si immerge nel mistero trinitario. È questa capacità di ascolto sovrumano, questa purezza infuocata del cuore, questo senso sublime dello stupore, che lo portano a comprendere la preziosa unicità di ogni cosa: “Ogni frammento di vita è per la storia prezioso come l’obolo della vedova”. La potenza del Tutto si manifesta dentro ad ogni parte, ogni frammento: il mare e il cielo sono immagini e respiro dell’infinito. Trascorre così ore ed ore di meditazione sui grandi problemi dell’essere e dell’esistere: il tempo, la libertà, la giustizia, la bellezza… È lacerato dal contrasto tra fede e ragione, ovvero tra restrizioni ecclesiastiche, imposte dal voto dell’obbedienza, e inquietudini libertarie di stampo umanistico e illuministico, che traduce nell’aspirazione a ordinamenti più aperti e democratici per il bene del popolo. L’Umanesimo vede l’uomo che prende potere di se stesso, affrancandosi dalla teocrazia e scoprendo una nuova forma di felicità terrena, che lo rende orgoglioso e libero di sentirsi finalmente arbitro del proprio destino, faber fortunae suae. Ma Giuseppe sente che tra gli estremi della fede teocratica e della ragione divinizzata (cioè tra Medioevo e Illuminismo) c’è la media virtus della ragionevolezza giusnaturalistica, già recta ratio degli antichi. Cristo è “il” cardine, principio e termine d’ogni cosa: fondamento che la regge dall’interno. La libertà non si conquista in modo sanguinoso, con la ragione della forza, ma con la forza della ragione, con l’osservanza della norma etica, ovvero della legge naturale. Come la “repubblica comunitaria” fondata dai Gesuiti in Argentina, nella quale il comunismo “concretamente attuato, era unicamente quello voluto dal Vangelo di Cristo, che non ha bisogno di essere ateo per dare il giusto valore alla materia, che non deve abolire la proprietà privata per condannare il plusvalore e l’ingiustizia sociale, e che per essere dalla parte del popolo non deve appiattire la persona nella massa, ma deve piuttosto esaltarne l’individualità unica ed irripetibile nella sua dignità”.

La rivoluzione, peraltro, è un fatto individuale, prima che collettivo. È un bene intimo che l’individuo raggiunge con l’impegno di tutta la sua persona sulla via della purificazione spirituale (anzitutto dalla schiavitù delle passioni). Ed è una ricerca senza fine: la faticosa ma esaltante marcia di avvicinamento all’Assoluto. Il “vero” è qui inteso in senso platonico: coincide con il “bello” e con il “bene”. Il male è defectum boni: lacuna del bene, assenza di Dio, ombra dove il sole non arriva. Chi pratica il male, ignora il bene; chi conosce il bene, non può non farlo. Giuseppe capisce che non c’è pace senza giustizia; ma non c’è giustizia senza libertà; e non c’è libertà senza verità. Cristo è verità; dunque libertà; dunque giustizia. È un vessillo fulgido da sventolare, appetto a un mondo secolarizzato che ci scandalizza, per scandalizzarlo a nostra volta: un mondo fondato prevalentemente sulle logiche dell’utile, segnato dalla scomparsa progressiva dei valori, dall’eclissi di Dio, dal relativismo estremizzato, che porta al nichilismo, alla disperazione, alla morte. Altro spinoso conflitto interiore è tra l’obbligo del celibato sacerdotale (garanzia di dedizione esclusiva alla Chiesa – anche se “di donne è pieno il Vangelo”) e la naturale pulsione amorosa, che porta Giuseppe a congiungersi, carnalmente e spiritualmente, con Caterina. Il casino di caccia dove si rifugiano è una sorta di isola dell’Utopia, un’Atlantide incantata dove ritrovare lo stato di grazia edenica, la libertà assoluta dell’essere, un mare dolcissimo di felicità e di pienezza esistenziale. È una gioia troppo bella per essere tutta loro e tutta vera: e infatti l’incanto si spezza, l’eden è perduto. La domanda sorge spontanea: che male c’è? Chiede Caterina ai due confratelli – il padre guardiano e don Filippo – venuti a “riprendersi” Giuseppe: “Come potete voi, uomini di Dio, vedere in un amore sincero e perciò puro un’offesa al Signore, che è il Dio dell’amore?”.

Quello di Giuseppe è un percorso di approfondimento spirituale che lo fa entrare appieno nella complessa trama delle vicende umane e universali. Vive le illusioni della repubblica partenopea; assiste all’infuocata battaglia dei lucani contro i francesi e alla caduta di Maratea; soffre per la progressiva secolarizzazione del mondo. Percorre poi le vie del mondo: attraversa l’oceano e, parallelamente, naviga nei profondi pelaghi della coscienza, avventurandosi dentro i labirinti della storia del pensiero. In tutto ciò che lo circonda arriva a vedere e sentire la presenza di Dio: l’universo è un ineffabile tempio cosmico, all’incrocio tra storia e natura. La storia, a sua volta, è legata alla continua presenza della metastoria, questo corso parallelo di storia ideale che “concretamente significa il mirabile ma reale inserimento dell’infinito nello spazio e dell’eterno nel tempo”. È il respiro dell’oltre che travalica e illumina il mero, limitato contingente; è l’incommensurabile piano divino che si affaccia sul recinto feroce della vicenda umana. Giuseppe procede dunque a una “lettura provvidenziale” del quotidiano, a un inquadramento metafisico del tempo. Cerca e trova “segni” di rivelazione: basta saper vedere. La Bellezza, ad esempio, è linguaggio d’amore che parla di Dio, che avvicina a Dio, e Lo rivela a sprazzi. È claritas, riverbero di splendore ineffabile e soffio di mistero: percepita e goduta con commozione intima di spirito. È armonia, concordanza gioiosa tra il sé e il fuori di sé: va cercata dunque dentro noi. Cristo si dona continuamente come Bellezza, che salva per mistero d’amore. La realtà stessa è un quadro dipinto da Dio. A un certo punto, ad esempio, troviamo scritto: “La rappresentazione si era servita di tutti i colori, le luci, i toni, che natura ed arte avevan insieme apparecchiato sulla magica tavolozza del dipintore divino”. Si rileva una spiccata dimensione teatrale e scenografica – anche a livello terminologico – nell’approntamento del cronotopo esistenziale: le “scene” che si succedono con i loro interpreti – ad esempio “madre natura allestiva ad ogni ora del giorno una scena diversa”; o “le montagne parvero aprirsi come un velario teatrale su una scena meravigliosa, da tempo approntata da un’invisibile mano d’artista”; o Filippide e i suoi compagni, che sbarcarono “lentamente, con ogni cautela, come se entrassero nella scena di un teatro, da sempre allestito per un atto unico e inimmaginabile, che pure da tempo aspettava i suoi attori”. E c’è anche parecchia coralità in queste “scene”. Ad esempio: “Dal centro della piazza una donna elevò un grido straziante (…) stringeva al petto il suo piccolo figlio morto. Tutti allora smisero di combattere e le si fecero attorno, gemendo e imprecando contro i francesi”. La scrittura umana del tempo, messa in opera da Giuseppe, si confronta spesso con la scrittura vivente del mondo (come quaderno o libro di segni che svelano sentieri metafisici). Ad esempio “i terrazzamenti che disegnavano, come righe di quaderno, il monte”; o la stupenda falce di luna che “si incaricava di significare quella virgola, che il dipintore divino aveva appena abbozzato nel palpitante quadro della volta celeste, giusto per dire che in quell’universo etereo il discorso era appena cominciato e che il punto definitivo restava lontano”.

Il percorso spirituale di Giuseppe, che lo porta a una comunione intima con l’Assoluto, si completa nella mistica, ascetica solitudine in cui, tornato in Lucania dopo gli anni trascorsi in Argentina, decide di raccogliersi, eleggendo ad eremo l’isolotto di Santo Janni. È una scelta paradigmatica, in quanto ripercorribile da ciascuno: nella misura in cui ciascuno, da sempre, è compagno della propria solitudine. Dio si cerca e si trova dentro noi stessi. Dipende da noi, infatti: “il Verbo è dentro di noi, e sta a noi riconoscerlo per ascendere dalla verità dell’uomo alla verità di Dio”. L’isola anche è emblematica: è una sponda di finito da trascendere, circondata com’è dall’infinito. La solitudine spaziale consente quella dello spirito, attraverso cui è più agevole il colloquio con l’Assoluto. A Santo Janni Giuseppe restaura la piccola chiesa. La vicinanza di Dio lo porta a una palpitante tensione estatica: vive esperienze di bellezza ineffabile, di gioiosa beatitudine, di mistica, silenziosa corrispondenza. Dio gli parla, gli rischiara, gli rivela: gli apre il senso più profondo delle cose. È un fuoco ebbro nel cuore: una languida, eterea leggerezza. Un “oceano di arcadico stupore”. Per Giuseppe è un cerchio che si chiude e un mosaico che si compie: “Tutte le vicende della vita si rivelavano ora saldamente connesse e consequenziali tra loro, come grani di un’unica corona. V’era un legame profondo tra il prima e il dopo e l’intero svolgimento rivelava un progetto organico, quasi razionale”. Percorre così i sentieri dello spirito, i camminamenti dell’anima verso l’ineffabile armonia. Sprofonda nei meandri arcani e ancestrali della Storia. Verca la soglia del sensibile: è contemporaneo ad ogni tempo, non ha più limiti. Travalica i secoli, gli spazi interminabili del tempo. Entra in colloquio con ogni epoca. I suoi occhi si fanno “onniveggenti”, in grado di vedere l’invisibile svelato nel visibile. E sogna: entra sempre più spesso in questo stato di “nebulosa vaghezza” che è un canale e uno strumento di conoscenza ultrasensibile, di immersione negli abissi della rivelazione. Ed è presente a Greccio, quando Francesco allestisce il primo presepe; e vede il greco Filippide, discendente diretto del maratoneta, che sbarca sulla sponda italica e vive un edenico idillio d’amore con la bella Corina; e ripercorre il cammino di San Paolo, prima e dopo la conversione; e prova compassione per Isabella Morra, la sfortunata poetessa di Valsinni; e incontra l’imperatore Carlo V, etc. Appartiene al mondo, insomma: a tutto lo spazio e a tutto il tempo del mondo. Un’esperienza estatica che si traduce in un vertiginoso fiume in piena di riferimenti, di richiami, di echi culturali – che poi è anche il modus precipuo del narratore: analisi circostanziata all’interno di vaste sintesi.

La stanchezza progressiva del corpo non impedisce a Giuseppe di continuare senza tregua a perfezionarsi, ad acuire ulteriormente il suo “occhio di lince”, rendendo sempre più lucida e sicura la sua mente. Fino all’incontro terminale col Cristo di Luce: “dal catino dell’abside il Cristo, Bellezza incarnata, lo rapì nella sua luce abbagliante”. Lo trovano avvolto nel saio francescano, genuflesso ai piedi dell’altare: aveva appena celebrato la sua ultima messa – così, termina il romanzo. Di cui mi preme in conclusione rimarcare la concezione etica ed estetica incarnata da Sisinni nell’esemplare percorso umano di Giuseppe: improntata alle più alte idealità, ai più nobili valori dello spirito. Scelta sicuramente coraggiosa, nel suo consapevole anacronismo, e dunque tanto più valida e necessaria in questi tempi di crisi che stiamo a malincuore attraversando.

Marco Onofrio

 

“Partenza da un mattino freddo”, di Antonio Seccareccia. Lettura critica

 

seccareccia

Bello di intensità e piacevole da leggere questo romanzo di formazione postumo (Partenza da un mattino freddo, Perrone, 2007, pp. 288, Euro 15) dove Antonio Seccareccia (1920-1997), in una chiave estetica sinceristica che proietta senza filtri sulla pagina tutte le emozioni del protagonista, ingloba e trasfigura con efficace sintesi poetica la propria vicenda biografica. Il percorso narrativo segue la maturazione umana, civile e politica di Marco Marini, alter ego dell’autore, ovvero il frantumarsi progressivo, a contatto e contrasto con la realtà feroce della Vita e della Storia, del suo guscio originario di “ragazzo contadino nascosto alla morte”. La vicenda è ambientata negli anni orribili della seconda guerra mondiale. Marco è un giovanotto inesperto di Galluccio, paese in provincia di Caserta ma ai confini con la Ciociaria; precocemente adultizzato, ha trascorso un’esistenza tutta casa e lavoro, nei campi da mattina a sera. “Avevo cominciato a lavorare così come un adulto da quando avevo 14 anni, (…) le mani mi si erano prima gonfiate e poi rotte a sangue. Poi ci avevo fatto l’abitudine e neppure i lavori più pesanti e ingrati riuscivano a stancarmi”. Pur amando la sua terra, ha deciso di lasciarla per arruolarsi nei Carabinieri: sarebbe un incomparabile balzo sociale, il lavoro in campagna è massacrante e sottopagato. Ecco dunque il giorno della partenza, che sopraggiunge attraverso una radice dubitativa di kairòs, di svolta probabilmente decisiva: “mi chiesi se la mia vita stava davvero per cambiare”. E così difatti accade, a partire da quel mattino “freddo e terso di febbraio” che lo introduce all’esperienza vera del mondo e delle cose.

Armato di una “vecchia valigia legata con lo spago”, alla maniera degli emigranti, Marco parte con la corriera per Napoli, dove sosterrà le visite preliminari. Pur essendo già stato un’altra volta a Napoli, si tratta del suo “primo vero viaggio” che dunque finisce per assumere contorni mitici: “Napoli, il mare… A Galluccio, chi l’aveva visto ne parlava come di una favola e diceva: – Guarda: il mare è da quelle parti –, indicando con la mano una specie di miraggio in fondo alla valle a sud. Ma per un ragazzo era difficile spingersi fin laggiù per scoprire, finalmente, il mistero di quella sottile striatura azzurra che la gente chiamava la marina”. È come un uccello che, ancora maldestro anche se non più implume, sentendosi ormai abbastanza forte delle sue ali obbedisca all’impulso di avventurarsi al di fuori del nido dove ha vissuto fino a quel momento: “io non mi ero mai allontanato da casa e non avevo visto ancora un film, né fatto l’amore, né trascorso una notte in città”. Ebbene, il romanzo è la storia del progressivo infittirsi di segni ed esperienze sul candore intonso di questa tabula rasa; ché poi, per Marco, il vero nido non è stato tanto la terra, dura e ingrata, dove ha precocemente sostenuto il macigno della fatica, quanto piuttosto lo spazio intimo e sicuro della sua casa (l’affetto premuroso della madre e della sorella, il “bel caldo” della cucina, la dolce allegria del focolare acceso) contrapposto al buio “oltre i vetri”, cioè il mondo con le sue insidie, dal cielo “stellato e freddo” al male che domina la Storia, al tradimento familiare del padre che è emigrato in Canada e non ha più dato notizie di sé. Arrivato a Napoli, Marco avverte subito il contrasto fra la campagna e la città, cioè tra il mondo arretrato della miseria imperante e quello organizzato e libero della civiltà (a Napoli “la gente viveva da signori”, “c’era gente seduta al sole davanti ai negozi o sulle panchine”), da cui la spontanea considerazione: “Che potrei fare a Galluccio? Ormai s’è capito: chi può se ne va”. La città è un liquore inebriante, “ti entra nel sangue come una malattia”. Marco è disorientato, Napoli di sera “era tutta scintillante di luci e io non riuscivo ad orientarmi, né a riconoscere le vie”: percepisce “il grande respiro della città”, città di mare e portuale, da cui partono i bastimenti per l’America con gli emigranti che salutano chi resta “agitando le braccia o i fazzoletti”. Un senso di apertura e libertà che potrebbe favorire, se davvero lo volesse, l’esperienza tanto sognata dell’iniziazione sessuale (“sarei andato a letto con una donna, avrei fatto per la prima volta l’amore… Insomma sarei quasi diventato un altro e avrei cominciato una nuova vita”): naturalmente al casino, com’era in uso ai quei tempi, ed è proprio questo che lo turba e lo inibisce. Marco è molto ricettivo al fascino femminile (basta lo sguardo di una donna per mettergli il cuore “in subbuglio”), ma ha una sensibilità che gli impedisce di sverginarsi in un contesto così volgare e ordinario: “siccome non avevo mai fatto ancora l’amore, non volevo cominciare proprio in una casa di tolleranza”.

Passa le visite, viene arruolato e mandato a Roma, presso la Scuola Allievi di via Legnano. Serpeggia tra le reclute la paura di compromettere tutto, proprio all’inizio, per qualche banalissimo errore: “nessuno di noi voleva correre il rischio di doversene tornare a casa sua a fare ancora il calzolaio, il barbiere, il contadino per poche lire al giorno”. Ed ecco l’arrivo in treno a Roma, “un punto dell’orizzonte tutto formicolante di luci” che “facevano pensare ad un pezzo di cielo stellato caduto nell’immensa pianura notturna”. Marco si dà coraggio e prova a persuadersi di aver fatto la scelta giusta: “cercavo di convincere me stesso che la mia vita era cambiata e sarei andato avanti così per almeno vent’anni”. Ma anche la vita di caserma è dura, con la sua ferrea disciplina, gli innumerevoli divieti e le ronde sempre in agguato anche durante le libere uscite, per cui di conseguenza “c’immaginavamo Roma come una città ostile e piena di trappole, pronte a scattare al più piccolo passo falso”, tanto da smorzare la voglia di uscire. Poi però escono lo stesso facendo “castelli sul modo di passare la sera in città”. Non sanno dove andare e allora si avviano “alla cieca in direzione del Tevere”. Devono rientrare in caserma entro le 21, e ogni volta tornano “stanchi e delusi”: Roma è troppo dispersiva e tentacolare per delle giovani e sprovvedute reclute di provincia. La formazione degli allievi prevede un fitto programma di lezioni teoriche e pratiche. Marco non capisce a che servano in realtà “tutti questi salti e queste corse sfrenate per il cortile, questi inneggiamenti al Re e questi fascisti col fez che vengono ogni tanto ad osservarci e forse già pensano di spedirci in Africa”. Non gli piacciono codici e regolamenti, ma i libri di letteratura con le loro parole “nuove e oscure” da cui è affascinato “come da una musica e da una luce insieme” che gli apre orizzonti di “una terra infinita e sconosciuta”. Già a Galluccio aveva sentito predisposizione per le lettere (“da ragazzo avevo fatto appena le elementari, però m’era sempre piaciuto molto leggere e consideravo i libri come dei piccoli talismani”), ma lì non c’erano libri, sicché “era stato anche per conoscere il mondo e poter avere dei libri” che aveva deciso di entrare nei Carabinieri. La lettura è una via di emancipazione e di crescita, capace di sottrarlo ai limiti e agli impedimenti dell’origine popolare e provinciale, tanto che Marco spende parte della diaria per acquistare libri.

Una sera esce da solo e conosce una ragazza, Lidia, con cui prende appuntamento per rivedersi. E subito si sente in armonia: “la rivedrò e passeremo una serata insieme (…). Sarà la mia prima sera con una donna che non sia una puttana. Ed anche un punto d’incontro, un tramite vivo tra me e la gente, tra me e la città. Da oggi in poi non mi sentirò più solo, a Roma”. E infatti scrive, di lì a poco: “Da quando la conosco mi sento più tranquillo e la città non mi fa più paura”. Al primo appuntamento con Lidia riesce a baciarla, per poi coglierne lo sguardo “profondo e dolce”. La donna gli appare come un lievito magico che dà senso e vita ad ogni cosa, un fulcro basilare di equilibrio: “Tutta la mia vita era precaria, ma non potevo stare senza voler bene a una donna e sentire che lei ne volesse a me”. Proprio i primi tempi della nuova vita in caserma, la madre gli comunica che il padre si è rifatto vivo scrivendo una lettera in cui chiede che Marco lo raggiunga in Canada. Marco non ha mai conosciuto suo padre, partito quando lui era piccolo. “Ripensai a tutte le volte che da ragazzo avevo desiderato di conoscere mio padre: di guardarlo in viso e di essere guardato da lui, di vedere che occhi avesse e di sentirmi chiamare da lui, di andarci insieme in chiesa e alle fiere e di lavorarci insieme e sentire il suo sudore”… Ha perciò la tentazione fortissima di “piantare tutto” e andarsene in Canada, ma poi lo blocca l’incognita del futuro: “cosa avrei fatto una volta laggiù, senza un titolo di studio né un vero mestiere?”. Allora scrive, direttamente al padre, che lo ringrazia ma per ora non può raggiungerlo, deve completare la “ferma” di tre anni nei Carabinieri. La porta americana, che per un attimo si è aperta prospettando una svolta incommensurabile al suo destino, si richiude per sempre. Frattanto la vita di caserma gli insinua dubbi e perplessità sul rapporto tra divisa e religione. Ad esempio la cosiddetta “preghiera del combattente”: “Dio doveva aiutarci a vincere, ossia a uccidere i nostri nemici; i quali però – è ovvio – non se ne stavano zitti con le mani in mano, e per mezzo dei loro preti chiedevano allo stesso Dio di aiutarli ad uscire dalla mischia altrettanto vincitori, cioè ad uccidere noi… A questo punto mi chiedevo che cosa potesse pensare Dio dei nostri imbrogli”. Ragionamenti che sorgono spontanei al pensiero di un uomo sincero, autentico, intellettualmente onesto, quale Marco è, e di cui Antonio Seccareccia è abilissimo a farci sentire l’intima sostanza spirituale – anche per la natura autobiografica del personaggio. Le crepe interiori che cominciano a profilarsi non opacizzano tuttavia l’ebbrezza per le gioie dell’amore e della gioventù, quella strana febbre di vita che proprio le difficoltà rendono più accesa e che lascia in bocca un sapore “di disperazione e di primavera incipiente, di giovinezza e di lutto, di pianto trattenuto e di prati lontani, di abbrutimento e di poesia”. Roma gli piace sempre più, man mano che si ambienta e si rilassa, nella misura in cui impara a gustarne le atmosfere, gli odori, i suoni, “le voci vive della gente” che salgono dalla strada. Sono e sanno di Roma anche “le lunghe gambe morbide e calde di Lidia”, con cui una sera – dopo il cinema – Marco s’apparta e finalmente fa l’amore. “Disse che forse ciò che stavano per fare era una pazzia, ma lei lo aveva spesso desiderato. – Anch’io – dissi. Poi le andai sopra e la presi”. Ecco la reazione psicologica alla sua vera “prima volta”: “Ad un tratto mi tornarono in mente certe mie paure e tremori di ragazzo a proposito dell’intimità tra un uomo e una donna. Per quanto mi fossi lambiccato il cervello, allora, non ero riuscito a immaginare la cosa fino in fondo, soprattutto l’intensissima emozione che uno può provare”.

Poi però Marco viene trasferito a Bari e con Lidia non si rivedono più. Gli resta l’immagine dei suoi occhi e “il profumo del suo corpo insieme acuto e dolce, come di certe erbe e certi fiori selvatici di mattini lontani”. Giunto a Bari, anche forse per dimenticare Lidia, Marco va con una prostituta, Carla, ma le si abbandona con un trasporto che la dice lunga sulla sua natura sentimentale e, nel complesso, ancora ingenua. Marco è un uomo fragile e consapevole di esserlo: “Il mio equilibrio” annota tra i ricordi “è come un filo sottilissimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, al più piccolo urto”. Si rafforza, invece, “l’idea fissa dei libri” come strumento di conforto e di crescita umana. Leggendo non si sente più solo, sicché “ogni tanto andavo a fare un giro per le librerie. Mi piaceva guardarli nelle vetrine, tutti in fila, coi loro titoli invitanti e le belle copertine a colori, e quando potevo acquistarne uno, me lo stringevo sotto il braccio come un amico e tornavo in caserma contento. In quei momenti, mi dicevo che un libro, per quanto non sembri, aiuta un uomo a formarsi, a capire se stesso ed a sopportare le avversità”. Ma anche a “ribellarsi alle ingiustizie”, per cui “un libro è come una carica esplosiva che può far saltare tutto in aria”. La cultura come alternativa a un mondo ingiusto e come strumento di trasformazione del “pianto segreto”, sotteso al dolore e alla tristezza del tempo, in “luce viva e forza” da spendere per cambiare le cose, giacché – ormai Marco lo ha capito – “la vita è dura dovunque e comunque”. La narrazione, come si è visto, si intreccia spesso con il filo dei pensieri del protagonista, i suoi ricordi, i suoi sogni, soprattutto le sue riflessioni da autodidatta e – dato che poeta nascitur – futuro scrittore in pectore. Un esempio: “avevo capito che nella vita si ripetono tante cose. Le circostanze di un incontro, il profumo che si lascia dietro una sconosciuta, l’inspiegabile speranza di un mattino. Od anche le parole di un discorso che si ascolta per caso, passando – perfino la voce che le pronuncia o l’eco del suo improvviso ridere –, il cui senso ci appare così familiare che ci chiediamo, smemori, dove e quando l’abbiamo già sentite prima”.

Infatti il romanzo può essere letto anche come diario retrospettivo della lenta e faticosa ma progressiva e tenace formazione di un intellettuale del popolo, che impara ad attraversare l’esperienza (sua personale e collettiva) per metterne a frutto l’intrinseco valore universale, emancipandosi oltre gli impacci e gli imbarazzi della sua estrazione, nonché di un periodo storico oltremodo ostile. Sogna e promette a se stesso che un giorno, “a forza di studiare e di leggere”, diventerà qualcuno. E tuttavia, nonostante l’ampliarsi dei suoi orizzonti critici, resta “candido”, cioè ingenuo, emotivo e facilmente suggestionabile. Ha evidentemente bisogno di qualcosa di forte in cui credere, per cui a un certo punto si lascia contagiare dalla retorica di regime e decide di presentare “domanda di assegnazione ad un reparto mobilitato”, preferibilmente coloniale. Si è messo in testa di diventare un giovane eroe. Viene assegnato a “Rodi – Egeo”. La madre lo incoraggia per lettera. Marco arriva a Rodi ed è colpito subito dalla sua luce “che non veniva soltanto dal sole, ma emanava dall’aria stessa, dalle sue vie a misura d’uomo”. Rodi è un’isola “anche nel tempo”, come bloccata nella sua eternità mediterranea: le donne hanno “il viso scolpito e gli occhi di mistero delle antiche sacerdotesse”. Marco è però inquieto e scontento, sostanzialmente incapace di essere felice altrove che a Galluccio, in quella campagna che “alle soglie dell’estate era come un immenso mare verde, coi suoi campi di grano in fiore, di prato appena falciato, di ciliegi rossi e boschi di castagni” dove tutto odorava in modo diverso e dove lui, malgrado gli stenti e le fatiche, si sentiva meglio che in qualunque posto del mondo. Si sente disperso e non riesce a “vivere appieno, senza cioè uno schema prefisso che non fosse in realtà uno scheletro di vita”. I libri per fortuna lo rafforzano, lo rendono più sicuro, sono sempre più un’ancora di salvezza. Quando torna da Rodi, in licenza, l’Italia è ridotta un mucchio di macerie. A casa, gli abbracci indicibili con la madre e la sorella. È stanco e provato, vuole “fare la cura del sonno e scordare questi brutti anni”. La guerra è stata una iniziazione terribile ai misteri della morte e della sua intangibile presenza (“un nome senza più corpo, voce, volto o passo”), ma gli ha fatto pertanto capire che “è solo la vita che conta, ed anch’essa ridotta all’essenziale”. Marco ha smarrito ormai l’entusiasmo che lo aveva spinto verso Rodi: “pensavo che anzi avrei fatto meglio, allo scadere della ferma, a piantare tutto e a tornarmene a Galluccio a fare il contadino. In quei cinque anni, infatti, non avevo concluso nulla di buono e la mia vita era stata un disastro sotto ogni punto di vista”. È cambiato lo scenario; è accaduto “qualcosa di grave, anzi d’irreparabile” e si respira “un’atmosfera di smarrimento e rassegnazione”, i soldati camminano come se portassero “un grosso peso dentro”.

Di lì a poco, Marco va incontro a una grave crisi esistenziale: “in me si stava aprendo un vuoto che altri e più vasti ne avrebbe richiamato”, a mo’ di frana; un vuoto che deve attraversare fino in fondo se vuole trovare “qualcosa di solido contro cui puntare i piedi”. Vive “interminabili elucubrazioni notturne” che lo spingono a “scavare senza pietà” in se stesso e a “mettere a nudo” le proprie radici. Questo esame di coscienza di un soldato deluso e macerato dagli eventi comincia dalla scansione della vita vissuta fino a quel momento. Quando era un ragazzo aveva ancora “la più cieca fiducia negli uomini”. Adesso si rende conto di essere stato ingannato: ciò che gli hanno fatto credere in caserma era effimero, se cambiano gli eventi cambiano i valori, i simboli, i codici, le parole. Poi, il vuoto di Dio che si è dileguato “dietro più vasti orizzonti” nel momento in cui la religione ha manifestato le crepe delle sue contraddizioni e l’impossibilità di spiegare gli orrori della Storia. Inoltre, la volubilità del popolo, i rapidi e opportunistici cambi di direzione delle “folle voltagabbana”: “nelle stesse piazze e vie erano comparse altre folle le quali, con altre bandiere e labari e marchi e stemmi, agitavano le braccia in altri gesti (…) e con l’antica voce urlavano nuovi slogan. Ma che stava succedendo? Dov’era finita tutta quell’altra gente? E le stesse città, che un tempo erano state “fasciste della prima ora”, come s’erano potute trasformare così presto in città “rosse?” Inquietudine, angoscia e disperazione si inquadrano certamente nella sindrome tipica del reduce di guerra: Marco è preda di incubi, “come se ormai per me” scrive “fosse caduto ogni limite tra l’inconscio e la realtà”. Conserva peraltro la voglia di riemergere e guarire (“desideravo con tutte le mie forze una luce”), e per qualche giorno si aggrappa al ricordo di Eleni, una ragazza greca di Lindos con cui ha trascorso giorni unici che “non sarebbero più tornati” e che gli fanno provare “amore e dolore insieme”. Ma è profondamente “deluso, umiliato, schiacciato” dalla Vita e dalla Storia, come un relitto che sta andando alla deriva. Così a un certo punto raccoglie la sua nausea e la sfoga, come in un gesto liberatorio, sputando con rabbia contro l’uniforme, contro la società – “foresta pietrificata nella quale ci stavamo perdendo tutti” –, contro la guerra “che nessuno avrebbe potuto più cancellare dai miei ricordi”, contro le “caserme vecchie e fredde in cui avrei dovuto trascorrere la maggior parte della mia vita se avessi voluto continuare la carriera come sperava ancora mia madre”, e insomma contro tutto il buio che ha determinato la condizione in cui si trova amaramente costretto, dopo tante speranze, a dibattersi. La verità è che si è pentito di aver scelto la vita militare: quando faceva il contadino era povero ma tutto sommato libero, e spesso cantava con allegria durante la fatica. Inoltre era sollevato dal “contatto con la natura che mi aveva nutrito e allevato come una seconda madre. Perciò adesso mi sentivo come un albero con le radici di fuori, privo del suo humus (…). Oh come avevo sbagliato a partire! Il mio paese era anche il mio paesaggio ed io ero parte di esso: come un albero”. E con ciò si chiude il cerchio dell’esperienza, laddove si consideri che nelle pagine iniziali Marco si era chiesto se “anch’io, come la maggior parte dei ragazzi della mia età, ero destinato a vivere e morire come un albero in mezzo alla terra, senza vedere ciò che c’era oltre i monti e le colline che chiudevano la nostra valle”. Tra il “prima” e il “dopo”, ha visto e vissuto abbastanza lo schifo del mondo da desiderare con irresistibile nostalgia il ritorno al “nido”. Da cui il dilemma che ora lo tormenta: restare nei Carabinieri o tornare per sempre a Galluccio? Natura o Storia? Dove agganciare l’esperienza e la cultura nel frattempo accumulate? Continuare a strapparsi le vesti e a ferirsi le carni nell’aiuola che ci fa tanto feroci, o rinnovarsi nella salute primordiale della terra, medicando e smemorando le ferite dentro il ciclo dei suoi “tempi biologici”, a contatto diretto con l’eternità? La Natura, difatti, si staglia in tutto il romanzo come una forza salvifica poiché vergine e sublime nella sua innocenza di fondo, benché a suo modo terribile e feroce. Galluccio è “un accampamento al riparo della montagna”, la “grande montagna di pietra sospesa come un’enorme luna spenta”, e quando il vento di tramontana soffia di notte fa pensare a “un grande fiume in piena sepolto nelle profondità” di quelle rocce. Ma la terra è madre dolcissima nei ricordi mitici dell’infanzia: “mi stendevo per dormire sotto un albero, e prima di addormentarmi sentivo il canto delle cicale ondeggiare da un albero all’altro prima di perdersi nell’infinito del meriggio di luglio”…

Marco prende una breve licenza e torna a Galluccio per riflettere. Trova cumuli di macerie fisiche e morali, soprattutto “la pena segreta della gente”. Confessa alla madre e alla sorella di non essere felice. La sorella gli dice: “Che faresti a Galluccio? Te la senti di tornare a fare il lavoro che facevi una volta?”. Proprio quella è la realtà drammatica e spietata dell’esistenza: qualunque cosa tu scelga o faccia, avrai sempre un prezzo salato da pagare, e altro da rimpiangere. L’alternativa alla divisa è la fatica perpetua della terra, che forse con gli anni Marco ha un po’ dimenticato, e il probabile rimorso futuro di lasciare la vita del carabiniere. Ma c’è di più. Anche il paese, dove per un attimo ha desiderato di tornare, è cambiato per sempre: “la guerra e i predicatori di zizzania ci avevano fatto perdere i nostri antichi e sani principi”, e “dove stavano dunque il paese e la gente che io così ostinatamente a lungo m’ero portato nel cuore e tra la quale avevo addirittura sognato di tornare a vivere? Dove stava Galluccio di una volta?” Ecco l’ultimo stadio del percorso formativo: “Neppure la mia terra era più mia”. Marco capisce che anche quella era soltanto un’illusione: ci stava bene, a Galluccio, perché era ragazzo e non conosceva ancora le difficoltà della vita. Ora il “ragazzo contadino nascosto alla morte” non ha più appigli né ripari: si è trasformato in un uomo maturo che dovrà trasformare la consapevolezza della morte in forza positiva e propositiva di cambiamento, per sé e per gli altri. Come a dire: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. La soluzione futura sarà presumibilmente quella di continuare ad appartenere alla Storia ma utilizzare la cultura per trasformare l’uomo, cioè la parola e il pensiero, in direzione di un ritorno alla Natura, intesa anzitutto come “natura delle cose” e quindi richiamo di essenza e autenticità. Che poi è il percorso stesso compiuto da Antonio Seccareccia, carabiniere, libraio, animatore culturale e soprattutto scrittore emblematico di un ‘900 letterario prezioso e umile, ma non meno importante, da tornare a leggere e studiare.

Marco Onofrio

Per una lettura de “La danse” di Henri Matisse

DANSE

Il celebre quadro “La danse” (1910), di Henri Matisse, è la rappresentazione simbolica del posto che l’uomo occupa nel mondo, incidendo percorsi evolutivi tra le sfere concentriche della Natura e della Storia. Sopra un globo terrestre, sinteticamente colorato di verde, danzano in circolo cinque donne, atteggiandosi in varie libere figure. È una danza non professionale, non “esibita” (come accade con le ballerine di Degas), ma una danza tribale dal significato mitico-cosmico. Le stesse donne sono dipinte in modo sommario e primitivo. La danza si realizza come equilibrio dinamico di forze in atto, processo fragile in divenire, ritmo ascendente che sorge dagli elementi stessi del quadro (tra linea e volume delle forme). Le figure tendono al volo – la danza vorrebbe sospendersi in aria – e prendono slancio dalla resistenza elastica del globo. La spinta parte dalla terra e culmina nel circolo delle braccia, interrotto e continuamente ripreso.

Nulla è casuale in questo quadro: osserviamo i colori. C’è anzitutto da ricordare che Matisse cercò per “La danse” gli “ultra-colori”, attraverso la saturazione degli stessi sulla tela, per raggiungere la loro idea “ultra-sensibile”, la loro quintessenza. Il «più blu dei blu» che scelse per il cielo simbolizza la presenza “aperta” e inquietante del cosmo in cui naviga immerso il nostro pianeta, e dunque il mistero dell’alterità. Il verde del globo rappresenta la natura terrestre dalla quale ricaviamo il nostro “ambiente”. Il «vermiglione vibrante» dei corpi è la possibilità fabbrile e tattile dove si articola – tra il gelo siderale e la materia plasmabile della terra – il “caldo” soffio creativo degli esseri umani che forgiano la Storia. Ecco perché la pressione dei piedi deforma il globo terrestre, lasciando al blu del cielo la possibilità di addentrarvisi. Spetta all’uomo la scelta di far entrare il mistero del cielo dentro la gestione della Natura, cioè di rivelare più o meno che anche la terra è parte di quella infinità. Ci sono epoche che hanno limitato lo sguardo entro i confini dell’orizzonte e altre che lo hanno sprofondato nei cieli, senza esorcizzare il grande vuoto.

L’uomo è sintesi tra cielo e terra: la sua danza può avvicinarsi alla Natura o alla Storia, a seconda che riveli l’armonia costante e pancrona del cosmo in cui la terra è iscritta come sfera celeste, o l’evoluzione del tempo umano all’interno dei tempi biologici. La storia umana, in genere, è la capacità dell’uomo di manifestare la propria volontà sulla terra, di plasmarla secondo il proprio intento (infatti la terra si dimostra elastica alla spinta dei piedi). La danza, dunque, rappresenta anzitutto la Storia dell’uomo nell’universo. Le donne non a caso sono cinque: come le dita della mano con cui si opera sul mondo, come i continenti, come le età della vita, come le macro-ere stesse in cui viene divisa e studiata la storia. La donna all’estrema sinistra rappresenta l’Europa e la cultura occidentale. Osserviamo la sua posizione tortile: girando su se stessa, mette in collegamento consequenziale il “prima” e il “dopo”, cioè il passato il presente e il futuro: ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrà essere. La consapevolezza del tempo, ovvero la coscienza rivelata della propria storia, determina il distacco dalla compagna di destra, la quale si distende per raggiungerla, per non rompere il cerchio della danza. Qui si misura il salto dalla concezione ciclica del tempo a quella lineare: la consapevolezza del divenire rompe l’armonia dello stato di natura per cui le donne sono tutte uguali e tutte nude; è qui che la danza come simbolo della Natura si trasforma in simbolo della Storia.

Con “La danse” Matisse traguarda una fusione sinestesica di pittura, danza e musica, ed esalta implicitamente l’Arte come la sola attività umana capace ancora di cogliere le verità dell’essere e l’armonia del mondo. Dal quadro irradia una visione ottimistica, gioiosa e costruttiva del futuro, e un forte messaggio di pace. Il rapporto tra le cinque donne dipende dall’armonia ritmica della loro danza, e il modo in cui riescono a danzare dipende dal loro rapporto. Ogni donna ha un suo modo libero di muoversi, ma la “danza” è una creazione collettiva che nasce solo dall’accordo dei singoli contributi. Matisse sembra dire che la pace nel mondo sarà possibile solo quando la danza delle etnie e delle culture sarà fondata sulla coesistenza e sul rispetto reciproco delle diversità.

Marco Onofrio
(originally posted by La presenza di Erato, 6 aprile 2016)