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Nota critica a una poesia inedita di Emanuela Dalla Libera

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HA ANCORA I SOLCHI DELL’ALTALENA L’ALBICOCCO

Ha ancora i solchi dell’altalena l’albicocco
tra l’erbe a stento si nasconde l’orcio
frantumato dove si abbeveravano i grilli
nelle estati umide di suoni e di fermento
e nelle notti di luna piena la civetta nascosta
tra le fronde levava schiva voci di mistero.
Chissà se il tiglio racconta storie ancora
ai balestrucci a primavera, se i nidi
accoglie a crescere dei merli i nuovi canti,
se il vento i semi sparge a perpetuare
gli incanti miei perduti nel mondo alla deriva.
Solo il fiume oltre i campi sa dirmi quali voci
si levano ancora tra le rive dei gelsi uvidi
agli inverni, di quali inciampi riempirò
i miei giorni che scioglierò la sera accanto al fuoco.
Ora saetta il tempo visioni affievolite,
hanno smarrito i volti delle fiabe le nuvole nel vuoto,
solo qualche sillaba mi porta ancora il vento
se un’eco dispiega in cielo come un aquilone.

Emanuela Dalla Libera

Commento di Marco Onofrio:

Sunt lacrimae rerum. In questa bella elegia di Emanuela Dalla Libera c’è il sospiro delle cose perdute, compostamente fuso al nitore classico di una “misura” né classicistica né, tanto meno, di mediocre retorica “ad orecchio”, ma consapevole, organica, funzionale alla poetica di “sedimento del tempo” e scavo dell’esistenza che l’autrice elabora nei significati profondi e universali della sua scrittura. Che fine fanno le scene vissute, gli attimi e le cose del passato? Li inghiotte per sempre il vuoto o ne rimangono, almeno, vestigia recuperabili? Che rapporto c’è tra “forma” e “vita”? Dove comincia l’argine della cultura rispetto all’oceano della natura? Quale capacità abbiamo di lasciare una traccia durevole dentro l’infinito storico e biologico in cui, per citare il grande Foscolo dei Sepolcri, il divenire “involve / tutte cose” e “l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”?

Pare che qualcosa rimanga, se la brava poetessa vicentina può scrivere che l’albicocco conserva «i solchi dell’altalena» con cui giocava da bambina, e che l’orcio «dove si abbeveravano i grilli», seppur «frantumato», «a stento si nasconde» in mezzo all’erba. Tornando ai luoghi dell’infanzia (se mentalmente o fisicamente non è dato sapere e non importa) trova dunque dei “reperti” sopravvissuti alla devastazione onnivora del tempo: certo, i «suoni» e il «fermento» delle estati di allora sono svaniti per sempre, i grilli non sono più quelli, e così la civetta con le sue «voci di mistero», i balestrucci, i merli, i nidi, ecc. La natura non è materialmente identica a quei giorni, ma è essenzialmente immutata poiché, come una polla d’acqua sorgiva, resta uguale a se stessa (al netto dell’opera umana) pur nell’infinita trasformazione. Non solo l’albicocco e l’orcio, ma anche il tiglio e soprattutto il fiume (simbolo primario della metamorfosi che rende l’esistenza costantemente sospesa tra divenire ed essere) sono rimasti fedeli al “loro” posto. Quindi si torna come “reduci” tra cose che ci sopravvivono e che, pur rimescolando di continuo i loro connotati, danno conferma “postuma” alle nostre esperienze. Riconoscibili e insieme irriconoscibili come ci appaiono, dopo tanti anni, queste cose ci conducono allo snodo filosofico fondamentale che i versi della composizione vanno a sollecitare: la divergenza tra “spazio” e “ambiente” in cui e di cui può, volta a volta, connotarsi il mondo ai nostri occhi. Il poeta è un “archeologo della memoria” che cerca nel mondo, a nome di ciascuno, un ambiente riconoscibile e abitabile, cioè uno specchio rassicurante dove confermare tutto il buono e il bello dell’esperienza, anche se deve purtroppo fare i conti con lo spazio infinito del «mondo alla deriva» che ogni cosa cancella e divora nella sua “macchina impastatrice”. Tentiamo disperatamente di inquadrare e contenere il mistero inarrivabile, che ci illudiamo di comprendere ma che in realtà “non cape”: non solo l’infinito dello spazio ma quello, ad esso interrelato, del tempo.

I quattro «ancora» di cui il testo è disseminato sottendono un contraltare innominato che coincide con la tonalità musicale stessa dell’elegia: il “non più”. Eppure la memoria ha la capacità di «perpetuare» le cose che non sono più, anche gli «incanti miei perduti» di cui il tempo saetta «visioni affievolite» e il vento reca «qualche sillaba», sparuta come «un’eco» dei giorni che furono. La memoria immaginativa, ovvero il patrimonio di miti infantili a cui attinge fascinosamente ogni scrittore, è ciò che consente di salvare il tempo perduto dentro l’arca delle parole dacché, come scrive la giapponese Banana Yoshimoto (lo so: cultura diversissima da Emanuela Dalla Libera, ma il sentire umano è universale quanto più profondo), “i ricordi veramente belli continuano a vivere e a splendere per sempre, pulsando dolorosamente insieme al tempo che passa”, ed è proprio “il cristallo scintillante dei tempi felici, riaffiorando all’improvviso dal sonno della memoria”, che ci aiuta ad “andare avanti”.

Marco Onofrio  

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“Il bianco”, poesia inedita

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IL BIANCO

I muri non proteggono dal cielo.
Lo sento che mi chiama tutto attorno
per catturarmi nella sua prigione
fino alla demenza, alla pazzia
della tua illusione.

La camera mi balla sotto i piedi,
ho il mal di mare stanco come il volto
coperto dalle maschere che indosso
per farmi un po’ più amare
le giornate di questa vita mia.

Tu che mi guardi dallo specchio
e fingi scioccamente la speranza
se il sogno esulcerato vola via:
dammi una prova concreta
della mia importanza!
Osserva bene il gioco e infine scegli:
casella rossa o casella nera?

Ma tu non dici niente, sei poeta
perché hai già scelto il bianco
dell’abitudine – l’infelicità. 

L’aurora si intuisce dalla sera.

Marco Onofrio

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“La facitrice”, di Ilda Tripodi. Lettura critica

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La seconda silloge poetica di Ilda Tripodi (La facitrice, Soveria Mannelli, Iride-Rubbettino, 2021, pp. 112, Euro 12) regala alla curiosità dei lettori – già instradati dal convincente esordio de L’anima gioca (2007) – un libro multanime, potente, ricco di sfaccettature, in dialogo con l’Esistenza, tra Natura e Cultura annodate entro e oltre la cornice universale della Storia. Talento confermato, dunque, ma c’è di più: Ilda Tripodi mostra già di essere matura per diventare una delle voci più autorevoli della nuova poesia italiana. Fin dalla prima lettura del libro si impongono alcune parole-chiave, a configurare un quadrante energetico che magnetizza e irradia significati: coscienza, conoscenza, libertà, verità. E al centro – equidistante – c’è la Grazia, che sostanzialmente è la capacità di saper capitare, di aderire al Mistero che si nasconde per scaturire nel miracolo della sua imprevedibile rivelazione. La Poesia, come l’Amore, è il luogo della verità che si rivela; e infatti sia l’Amore che la Poesia non tollerano di subire violenza. I poeti sono innamorati del mondo e, come gli innamorati, “vedono vicino le cose lontane”. Da questa predisposizione di dolce abbandono nasce il dono: sciogliere le resistenze, come quando si nuota, e affidarsi all’onda della vita. Proprio dalla disponibilità a bagnarsi e “sporcarsi” di vita, lasciandosi impigliare dalla rete plurisensoriale del frangente, è possibile avvertire la potenza della creazione che incalza, e così “io dimentico / la parola che volevo dire”. Il Sogno, infatti, è più forte e originario della metrica, cioè delle capacità ordinatrici della ragione umana. Dinanzi all’alterità perturbante del Mistero, il pensiero è solo una carretta del mare che imbarca “acqua acqua acqua”.

La parola poetica è lievito del mondo, poiché lo estende, lo approfondisce, gli consente di ricrearsi e respirare meglio. “I poeti hanno il nome delle cose che cantano”, e infatti diventano ciò che vedono e dicono. Sono facitori: terminali estremi e supremi della Creazione cosmica. Un po’ allievi e un po’ maestri: obbediscono e impongono. Le parole “sintetizzano / lo sforzo di restare immutati”, cioè di resistere al tempo che tutto divora. Ma più si approfondisce il Mistero e più le parole sono tremendamente inefficaci. Nota opportunamente Corrado Calabrò in Postfazione: «anche quando attinge un esito che per il prosatore sarebbe accettabile, il poeta rimane intimamente insoddisfatto perché sente, “sa”, di non essere riuscito a far percepire il flash di bellezza da lui intravisto con la stessa intensità, la stessa forza rivelatrice che l’hanno abbagliato. Non riesce, il poeta, a “rinominare”, vale a dire a rigenerare nell’impressività primigenia, le cose del creato, quelle visibili e quelle invisibili, le pulsioni profonde di quell’altro io sconosciuto che è dentro ognuno di noi e che anela a dare un segno della sua presenza». Scrive a tal proposito Dante Maffìa: “Il lievito delle parole / fa crescere il mondo, io però non trovo / che frasi fatte / e t’inseguo maldestro”. E l’altro Dante, in una terzina del I canto del Paradiso: “Vero è che come forma non s’accorda / molte fiate a l’intenzion de l’arte / perch’a risponder la matera è sorda” (vv. 127-129).

La centratura delle forze che abita il “grembo del tempo” vede la purezza dell’origine accompagnarsi con la zavorra della “solfa”, cioè la trita e grigia ripetizione che fa, del tempo, storia di sempre, ed è per questo che “bisogna ricominciare tutto / daccapo”. Scrive Ilda Tripodi: “Parole. / Parole nelle parole. / Cerco di liberarmi dalle parole. / (…) Restituitemi il silenzio. / Il silenzio era mio nonno. / (…) Lui pregava muto”. Il silenzio contiene tutte le parole e sta alla loro imperfezione come il sole alle “ombre riflesse” delle cose reali. Dalla totalità del silenzio irradiano gli archetipi di cui ciò che vediamo con gli occhi di carne è soltanto pallida copia. Certo, il mito della caverna, e un platonismo (fin dalle prime due composizioni del libro) che la dice lunga sulla vocazione metafisica dell’autrice, talora anche come dichiarazione di ricerca teologica: “Tutto in tutti. / L’eccedenza d’amore è la mia fede. / Ti cerco Dio / ma soprattutto ti penso”. La Poesia favorisce il “transito agli assoluti” che punta gli “elementi persistenti” del Mistero a cui dare la caccia, per stanarlo dai segreti dedali dove si nasconde. Ma forse si scioglierà spontaneamente quando le due Morgane dello Stretto “s’addormenteranno / faccia a faccia / con le mani condivise e giunte”. Allora emergeranno le infinite stratificazioni del mare, i suoi tesori sommersi, i suoi “immensi depositi di sale”.

Ilda Tripodi ha, appunto, questa sua tipica poetica degli strati: “ad ogni strato / corrisponde un passaggio” attraverso cui il divenire compone e scompone figure. Guardando il mondo dall’osservatorio privilegiato di Reggio Calabria, in uno scenario di spettacolare bellezza dove lo stupore delle Origini abita ancora “presso giganti e montagne”, può recuperare una dimensione mitica e aurorale che, sintetizzando echi biblici ma anche greco antichi, le fa scrivere a un certo punto: “In principio era il verbo, / il verbo era presso la bocca dell’infinito / e il verbo era la bocca dell’infinito”, cioè la parola-abisso, la parola-vuoto che dice l’immensità dell’Àpeiron di Anassimandro. Anche se, forse, il Sud “è un trapianto di memoria / non riuscito” che rende ormai inattingibile l’armonia perduta, è innegabile il bagaglio di cultura classica che anima organicamente questa Poesia, non solo sul piano dei contenuti ma anche per lo stile formulare fatto di riprese, ripetizioni, cadenze epiche e gnomiche dove si percepiscono le sterminate letture assimilate in carne, sangue, respiro – attraverso le stratificazioni che soggiacciono alla pagina. Antigone. Medusa. Odisseo. Ci si chiede ad esempio: Itaca o il mare aperto? Entrambi, sussurra la probabile risposta, perché riemergono puntuali dalla conquista del termine reciproco: quando si è in mare aperto, si ha nostalgia di Itaca; quando si torna a Itaca, si ha di nuovo nostalgia del mare. La parola mediterranea (che appunto “sta in mezzo alla terra”) dopo la traversata di Odisseo è destinata all’erranza perenne: “tocca porto / ma prende di continuo il largo” anche se la poesia resta, con Paul Celan, una sorta di ritorno a casa, un modo di riprendere se stessi.  

La scrittura de La facitrice entra in risonanza con il naturalismo aitiologico e ilozoico dei filosofi presocratici, e quello panteistico dei rinascimentali – tra cui i calabresi Pitagora, Telesio, Campanella. Lo sguardo di Ilda Tripodi penetra così profondamente nell’essenza dei fenomeni da estrarne la “storia latente” e leggi universali come: “Caos furtivo / Cosmos dissimula” dove il soggetto del verbo può essere sia il Caos e sia il Cosmos, con lettura ambivalente. È il Caos che nasconde il Cosmo (cioè l’ordine armonico) o viceversa? Di entrambi abbiamo contezza, poiché sottoposti al destino della dissolvenza che regola le cose terrene: inutile illudersi o negare le “scomparse” continue, la verità è che tutto si scioglie nella consunzione e “il domani / viene sempre troppo presto”. Anche i cieli sono “irreplicabili”, ma a pensarci bene ogni singolo istante è unico e irripetibile, non tornerà mai più. “Tutto ciò che so / me lo ha insegnato il vento” ammette la poetessa. Per questo l’uomo è “stanco di morire” e dire addio. La poesia è una voce che vuole e anzi deve rispondere al grido che sale dal silenzio della Natura e della Storia, esplorando l’oblio dei loro drammi sepolti.

C’è un punto di snodo tra la vocazione metafisica e quella etica-civile discretamente sottesa anche alle poesie di chiara impronta filosofica, ed è la citazione dal primo stasimo dell’Antigone di Sofocle: il celebre “Pollà ta deinà”. Molte le cose straordinarie (ma anche: terribili, potenti, inquietanti), eppure niente più dell’uomo. La realtà è straordinaria (terribile, potente, inquietante) sia nell’ottica della perennità – il Mistero, il Mito, la divinità – sia in quella della storia, ed entrambe le dimensioni sono espresse dall’indecifrabile silenzio: “La parola ha sbandito i segni / e il desiderio di interpretare il silenzio. / Questo è il dramma della storia” . Molte delle poesie di Ilda Tripodi nascono da uno sconcerto per il mondo contemporaneo, un disincanto che la porta ad avere sfiducia nel futuro (“non credo più / nei nuovi raccolti”), fino a scrivere: “Ho perso la fede / nelle cose più ovvie”. Da sempre, sì, “gli uomini sono forbici / che cercano la carta. // Gli uomini sono forbici / che trovano il sasso”, ma oggi più che mai “ci hanno sottratto la ragione / ci hanno privato delle ragioni”. Non abbiamo più l’asse fondante dei valori, per cui “la verità / è una fatica” mai così ardua – come stiamo drammaticamente sperimentando con la pandemia. La speranza vorrebbe trovare un punto fermo, una “pietra serena” per “provare a ricominciare / insieme a tutti voi”, scrive Ilda Tripodi, ma “dove posso incontrarvi / se non esistono più luoghi / se vi ritrovate in spazi / che non esistono”, come i nonluoghi teorizzati da Marc Augé?

Dunque la poesia è anche “una linea che lascia apparire / tutto il nero sottostante”, cioè gli errori e gli orrori che incistano nei sepolcri imbiancati di ipocrisia, laddove – malgrado millenni di lotte civili – l’uomo continua a estinguere “l’uomo / con la forza dell’uomo”. È, ancora e sempre, il “mondo offeso” di cui scriveva Elio Vittorini, il mondo dove impera il sistema perverso che oltraggia la dignità e la libertà delle persone, e dove se “l’offeso” è “diverso / sta ancora fuori dalle cose”: non viene neanche percepito come tale.

La magia della parola poetica di Ilda Tripodi è la potenza sorgiva che le consente di accendere e spegnere “frammenti di senso” sia nel dialogo con l’anima, fluente a mo’ di risacca che “ad ogni suo ritorno / chiede chi sei”; sia nel dialogo con gli abissi della storia e della civiltà. E di affrontarli come le facce complementari di un unico discorso, quello stesso che ci dà luce e ci rende umani. Anche nell’esigenza umanistica, oggi sempre più urgente, di tornare ad esserlo.

Marco Onofrio

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“Asciugami gli occhi”, di Roberto Pallocca. Lettura critica

Bello ed estremamente ricco di significati, il nuovo romanzo di Roberto Pallocca (Asciugami gli occhi, Lurago d’Erba – Como, Il Ciliegio edizioni, 2021, pp. 176, Euro 12). Il protagonista del libro, Paolo Magri – questo l’antefatto – viene investito da un’auto mentre attraversa la strada. Batte violentemente la testa, riporta un grave trauma cranico che lo costringe a 12 giorni di coma; poi si riprende, ma il suo cervello non è più lo stesso.

Ecco quindi, anzitutto, la potenza schiacciante della realtà, la pazzesca concatenazione del divenire, la precisa costruzione del destino da cui non ci si ripara, e difatti “i giorni qualsiasi non esistono”: tutto può cambiare per sempre da un momento all’altro. “Sarebbe bastato un misero dettaglio” così comincia il romanzo. Anche il ritardo di un gesto nella maledetta sequenza di quei minuti, e a Paolo non sarebbe accaduto nulla. Ma il senno di poi è inutile, il rewind è impossibile perché la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione. La vita che ci capita, al di là di ciò che vogliamo e per cui lottiamo, giorno dopo giorno. Che poi “Quale vita?” si chiede Anna, la moglie di Paolo: “Quale vita? E perché una e non un’altra?”

Pallocca è italianissimo, ma quando scrive ha un’anima portoghese che si manifesta nella capacità di sentire l’esistenza e analizzarne le molteplici sfumature, nel sentimento oceanico del tempo, nella sensibilità poetica per le sfumature. Penso naturalmente a Pessoa e Saramago, ma anche a un giovane (suo coetaneo) come Pedro Chagas Freitas. La narrativa di Pallocca, come ho più volte notato, non è mai “pura” ma tende al saggio, alla riflessione filosofica, all’aforisma. C’è un poeta nascosto tra le pieghe del narratore – finora in 6 libri pubblicati è stato sempre così: un poeta a cui non interessa soltanto “intrattenere“ e “raccontare una storia”, ma chiarire dall’interno l’esistenza. Il suo tipico tema dei “momenti performanti” (quelli che decidono il futuro degli anni a venire) qui evolve nella complessità dei “bivi” che poi in realtà sono “veri e propri crocevia. Dove s’intersecano chissà quante strade. E tu non sai mai che fare, perché le mete non sono mai indicate”. E così, fra tante strade, qual è quella giusta? Impossibile saperlo, anche quando si è più o meno sicuri.

Paolo Magri, dopo l’incidente, ha passato 10 anni di “diversità”, “lontano da se stesso”, “più distratto, infinitamente più calmo”, ostaggio di una strana apatia sospesa che gli ha consentito di vedere le cose in modo diverso da prima. Vive di contributo statale e tutte le mattine prende i mezzi pubblici per incontrarsi, al centro di Roma, dalle parti di Campo de’ fiori, col suo “alter ego” Giovannino, un omone di cui è diventato amico e con cui passa ore a parlare dell’universo-mondo, seduti entrambi al tavolino di un bar, di fronte ai soliti succhi di frutta. Da quel tavolino Paolo osserva il mondo che scorre intorno, un turbine lento fatto di passanti frettolosi, di scene estemporanee, di canzoni che danno alla radio. E il suo sguardo annega nella precisione lucida e chirurgica dei particolari, ad esempio quando descrive la pioggia ed insegue i suoi effetti sulla città:

L’acqua si aggrappa alle grondaie con una forza incredibile, e riga i vetri delle finestre, gocciola dalle persiane aperte, forma rigagnoli impazziti che seguono la lieve discesa della strada. È buttata via da tergicristalli impazziti, e cola dai cappotti dei passanti, rimbalza lungo i marciapiedi, finisce dove lo sguardo non può più seguirla. I sampietrini più alti spuntano come isole di atolli inesplorati, i più bassi sono sommersi come tante piccole atlantidi dimenticate. 

La triste risultanza delle osservazioni quotidiane è che sono tutti presi dalla “rincorsa al niente”, “tutti infelici. Tutti già morti, forse”. Qui ha modo di emergere una potente radiografia dell’uomo contemporaneo, ad esempio questa:

Vedo gente sudata rincorrere i propri desideri finti, che qualcun altro ha deciso per loro, e star male se non possono permettersi la settimana bianca, la Sardegna, la Station Wagon. E indebitarsi fino al collo per pagare lo svago, che è un’incongruenza per definizione. Vedo alla tv persone accoltellarsi per una squadra di calcio, innamorarsi solo se l’altro le corteggia in un certo modo, tradirsi, perdonarsi, giocare, uccidersi. Sento continuamente dire: “Non ho tempo”.

Ebbene, “cosa ce ne facciamo di una vita così distante dai nostri sogni?” Perché i sogni sono splendidi? si chiede e ci chiede Paolo. Perché “nei sogni sei sincero. Nella realtà no, non sempre, solo a metà”. Stiamo male perché passiamo gran parte del tempo a fingere per essere accettati, a dare ragione agli altri, ad assecondare l’ipocrisia del mondo. Da tutti i dialoghi monologanti con Giovannino emerge il macro-tema del libro: la felicità. Che non dovrebbe essere, come purtroppo è, una battaglia all’ultimo sangue con il destino, ma una “dote” per ciascuno di noi.   

Paolo pensa cose “strane” che in realtà “sono normali” o almeno dovrebbero. Ma forse, in un mondo amorfo di automi, lo strano è proprio che Paolo pensi. Il suo cervello ha smesso di funzionare come prima, ora passeggia nei pensieri. Sente profondamente il tempo, fatto di sogni e di ricordi, di foto che contengono il futuro. E si chiede: “perché non possiamo scegliere cosa ricordare e cosa no?” E avverte la differenza tra assenza e mancanza. E riflette sull’impredicibilità delle “ultime volte”. E nota l’essere, sì, ma anche il non essere, anche ciò che non accade:

Mi chiedo dove vanno a finire i gesti d’affetto che tratteniamo, quelli che non facciamo per viltà o per imbarazzo, gli abbracci frenati, i baci che restano ad appassirci sulle labbra, le carezze che si asciugano sulle mani, e i sorrisi che non segnano il viso. 

Paolo crede di avere una figlia che in realtà non ha. E immagina inoltre di lasciare Anna per fuggire con Giada, una ragazza che pare gli abbia spedito una lettera d’amore. Decide di aprire un blog e comincia a scrivere le sue esperienze. Emerge insomma dall’oblio, comincia a fare i conti con ciò che sa, vuole, desidera, sogna. Invertire rotta: “iniziare a vivere come vorremmo. Da adesso”. Poi – ed ecco il passaggio fondamentale – una mattina prima di uscire incrocia “la sua immagine allo specchio” e, come il Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila (L. Pirandello), “si accorge anche di una ruga piccolissima, alla base dell’occhio sinistro”. Da quel momento cambia davvero tutto. Sappiamo da Jacques Lacan, il grande psicanalista francese, che lo specchio è un elemento dissociativo funzionale alla costruzione psichica del soggetto: guardarsi allo specchio significa riconoscersi ma anche “essere un altro”, vedersi fuori dall’interno: ah, dunque io sono quello! E viceversa (da fuori a dentro): quello, dunque, sono io! Paolo ci torna poche ore dopo, davanti allo specchio, per guardarsi gli occhi e vederli “dentro. Dietro”. Ecco la sua reazione: “Mi sono perso. Lo stesso specchio che stamattina mi spaventava, mi ha chiamato per nome. E ho compreso che il vero dramma dell’uomo non è invecchiare, ma (…) guardarsi gli occhi e non trovarsi più”. E così improvvisamente Paolo avverte un “bisogno incredibile di esistere”, un “bisogno di ricordi nuovi”. Si sente “più vivo, più acceso”: comincia a trattare la vita normalmente, come conferma ad Anna il medico che lo segue. Eppure, prima di cedere alla normalizzazione, Paolo rivendica per un attimo la sua “diversità”: “Lasciatemi alla mia ‘follia’, vivete nella vostra genuina buona salute”. 

L’itinerario si conclude fatalmente “col pazzo che torna normale e si tiene la sua donna”. Giada eclissa nell’oblio, Paolo si fa di nuovo bastare la vita che ha. “Oggi Paolo è normale”. Infatti si alza la mattina più stanco della sera precedente. “Ha voglia di fare un sacco di cose e tempo per non fare niente. Ha desideri da vendere e nostalgie da regalare. Si porta dietro un senso di insoddisfazione come un trolley”. Torna ad essere, come tutti, malato di tempo. Infatti non ne ha più “per gli hobby. Il tempo che gli lascia il lavoro deve usarlo per riposare”. È rientrato nella gabbia, a inseguire la ruota del criceto. Fa carriera in una grande azienda, miete successi. Così può scrivere sul blog: “Oggi mi sono completamente ripreso, sto bene. Sono felice, sai. Felice come dice chiunque. (…) tu mi credi, vero?”.

Non gli crediamo, no, e intanto ci chiediamo qual è il confine tra “normalità” e “follia”. Qual è la normalità? Qual è la salute? E se la salute pubblicamente riconosciuta è in realtà malata, la cosiddetta “malattia” è forse la salute? “Penso” e “mi chiedo”: per 10 anni Paolo non ha fatto altro, e forse, agli occhi degli altri, è stato “malato” soltanto di questo. Se, come si legge a un certo punto, “l’oblio è importante come la memoria”, è “il vuoto che le consente di funzionare”, allora Paolo durante quei 10 anni passati nel vuoto a percepire la totalità strana e meravigliosa della vita era in realtà guarito dalla malattia che distrugge le persone cosiddette “normali”, vuote pur con tutta la loro inutile pienezza. Non sono stati anni perduti perché “il tempo non si perde mai quando si è vissuto come si desiderava”. Sembrava anestetizzato, ma era sveglio come non mai; ora che invece si è svegliato, è di nuovo sotto anestesia. Si resta senza fiato quando alla fine del libro si scopre chi era, anzi chi non era, Giovannino; e tuttavia non è difficile credere che – oscillando fra le tre prospettive che scandiscono i capitoli del romanzo (“fuori”, “dentro” “accanto”) – Paolo sia stato più autenticamente felice allora di adesso, dopo che ha scelto l’accanto finale, ma forse non definitivo, entro cui tornare ad essere l’ingranaggio di un meccanismo spietato, superiore alla vita di ciascuno di noi. Ma è proprio nel divario incolmabile tra “essere” e “non essere”, già dilemma amletico, che la scrittura (quella fittizia di Paolo Magri così come quella reale di Roberto Pallocca) può scoccare la sua scintilla di rivelazione. Come in uno specchio dove perdersi un po’ per riconoscersi come siamo, o vorremmo o potremmo diventare, nonostante tutto.      

Marco Onofrio

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“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

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https://poetarumsilva.com/2021/05/25/marco-onofrio-azzurro-esiguo/

Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




“Azzurro esiguo” letto da Maria Teresa Armentano

Azzurro esiguo cop-2

Lo stesso titolo del nuovo testo poetico di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021, pp. 112, Euro 14, Prefazione di Dante Maffìa) pone al centro le contraddizioni che animano il cuore del poeta. L’azzurro non può essere esiguo; nel definirlo con questo aggettivo l’azzurro a cui pensiamo, quello del cielo e del mare, rievoca immagini di lontananza. E appare irraggiungibile, nebuloso e vago, e riporta alla dimensione interiore di una vastità che ha le sue radici nell’anima e che trabocca nei versi.

…La verità più vera / è il cuore buio / che incista in fondo all’incubo sublime /nel dolore del suo volto /ancipite: /da un lato la vita / che ci fa nascere; / dall’altro la morte che ci fredda /nel mistero. (“La verità più vera”)

…Miliardi di universi sfuggono / allo sguardo /e come polverume di foschie / si lasciano intuire / dentro il buio gelido / dell’inghiottitoio. (“Scritture incomprensibili”)

…L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia / dove entrano-escono le cose… (“Ingranaggio nascosto”).

Già in questi versi tratti dalle prime poesie del testo, Onofrio s’immerge nella dimensione dell’universalità in cui il buio e la morte non sono intesi come elementi di un pensiero negativo, bensì come l’altra faccia del nostro vivere, nella grandezza e sublimità di un mistero che la poesia tenta di decifrare, offrendo la possibilità di scorgere oltre l’umano. E nella poesia intitolata “Chi è” il poeta propone al lettore una sequela di domande che sa già essere senza risposta e che, proprio in questa mancanza, assumono senso. Nel libro intercala ai versi pagine di prosa poetica, quasi non trovasse che in prosa lo spiraglio necessario per esprimere l’arcano che avvicina al Mistero. Nella “Favola”, ad esempio, i tre tempi dell’umano sono scanditi come in una partitura: la rinuncia prima, poi il volo senza più barriere per raggiungere spazi infiniti e infine il mutare e il trasformarsi nel cuore di ogni cosa.  Scrive il poeta: «tutto è Amore, di sempre e di mai»: ecco, il segreto alfine assume un senso che è significato del mondo in sintonia con il proprio essere. In questo sogno il poeta ritrova sé stesso, percepisce l’universo che ora appare raggiungibile, perlomeno nella visione poetica. Percorrendo il cammino iniziato da Onofrio, il lettore avverte una leggerezza che si colora di speranza dove la primavera, rinascita del cuore, annuncia l’inizio di un nuovo disgelo, anche quello dei sentimenti: l’amore per la vita e la natura e l’invisibile pensiero sono un grido dolce, non più la voce stridula di chi emerge dal pozzo senza fondo ma di chi risalito guarda dall’orlo del burrone, ormai conscio delle infinite possibilità che la poesia apre al sé stesso sconosciuto e  celato nel profondo del cuore che ne svela i segreti.

Si avverte una grande umanità in questi versi e nei seguenti in cui il ricordo della figura paterna assume contorni tra il reale e l’immagine evanescente, sfumata, che riporta al buio profondo della perdita e della distanza non avvertite nell’evocazione poetica. I dubbi sul viaggio, dal luogo da cui nessuno ritorna, si moltiplicano insistenti e si concretano nell’unica Domanda finale: «Finisce poi davvero tutto quanto?»  E questa volta la risposta del poeta è senza esitazioni. Il luogo-non luogo, che fa di noi una goccia nel mare immenso dell’Universo, è dove fiorisce la radice dell’amore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’indecifrabile svelato che viene da lontano. E il miracolo è compiuto dal poeta mentre crea versi che suonano e risuonano come note di uno spartito ampliato dal riecheggiare di nuove sensazioni, visive e uditive insieme: dai sensi che percepiscono la bellezza del mare e del cielo alla luce delle stelle lontanissime che rivelano l’Assoluto. La verità –scrive il poeta – è nel cuore, piccolo e immenso perché è uno dei due estremi (l’altro è la luce delle stelle di cui percepiamo appena lo splendore) del filo invisibile che ci unisce all’Eterno. Sbalordisce questa capacità di Onofrio di infondere nelle parole, attraverso le metafore e le sonorità, la complessità di una natura di sogno, mitica, che allude al mistero di cui le cose e noi stessi siamo pervasi.

Guidami, Spirito, tienimi per mano / quando la notte illumina il cammino / mentre oscura, il sole / la verità segreta / delle cose / come se il mondo fosse / quello che vediamo / con gli occhi di carne, / e non soltanto l’ombra / la parvenza / del sogno che vorremmo / ricordare. (“Adorcismo”)

Il sogno che permea questi versi, nucleo di un segreto celato in ogni cosa, rende affascinante la scoperta rivissuta nell’immagine poetica della natura, come se ogni elemento trovasse posto in un’armonia irradiata da una infinita sorgente di luce. La perfetta felicità appartiene all’Eterno, la sete immensa di felicità del poeta non sarà mai placata. Non c’è in queste ultime poesie del testo, impropriamente conclusive se non graficamente, un prima e un dopo ma un filo sottile che è da ricercare esplorando la profondità dei versi,  ed è la meraviglia e lo stupore di fronte al Mistero della natura che il poeta riscopre nel sogno quando si scioglie nella ricchezza di un bacio, nella sofferenza del disagio e del dolore per ciò che muta senza ragione, nella discontinuità del sentimento che vivifica e nello stesso tempo sussurra che la vita è passata. Non resta che abbandonarsi alla natura che saprà darci l’ultimo abbraccio, quello che ci riporta al luogo a cui apparteniamo e che la Poesia rende eterno.

Nella complessità di questo libro, da lettrice, ho ritrovato nella sua interezza la bellezza di versi che non si dissolvono e non si perdono nel vuoto che si crea dentro e intorno a noi. E nonostante incomba il Gigantesco del vuoto, richiamato nel testo “Gigante di vuoto”, il poeta rasserena sé stesso, quando offre il proprio cuore alle Parole («Le Parole sono tracce di sogni perduti», da “Parole dalle cose”), e così ritrova l’azzurro esiguo dentro il suo universo, non più tutto nero, ma rischiarato dalla luce della Poesia.

Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola. (“Azzurro esiguo”).

Maria Teresa Armentano

“Nei giorni per versi”, di Anna Maria Curci. Lettura critica

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“Nei giorni per versi” (Arcipelago Itaca Edizioni, 2019, pp. 108, Euro 13.50), di Anna Maria Curci, è un libro delizioso e sorprendente, fin dal titolo ancipite; un libro soprattutto necessario, che incuriosisce per vie sottili con la misura del suo respiro e poi coinvolge, entro e oltre i limiti che si dà per realizzarsi, con la potenza sommersa delle energie che smuove. Molte delle centosettantatre quartine di endecasillabi che vi sono raccolte sono “ordigni atomici” dall’apparenza innocua, malgrado cioè siano calati nell’habitus convenzionale del “diario di viaggio”, inteso il viaggio come percorso «di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto» (parole introduttive della stessa autrice) articolato nei giorni “per versi” – attraverso cioè lo strumento conoscitivo della poesia – ma anche nella poesia stessa, esplorata e utilizzata in un momento storico particolare, traviato appunto da giorni “perversi” come quelli che stiamo ultimamente vivendo. Anna Maria Curci dice cose potentissime e terribili con il sorriso sulle labbra, un sorriso che a ben vedere è “fratturato” dalla consapevolezza e dalla pena. Gli occhi sono «dilaniati» dall’orrore e obbligati alla visione delle cose vere, nel loro volto più autentico. Il paradiso è perduto, il disincanto ne ha chiuso le porte per tramutarsi in presupposizione stessa del pensiero:

Mai più conoscerai l’amore immenso,
la gratuità sublime dell’idiota.

L’inerzia apparente delle congiunture non impedisce all’udito sopracuto della poetessa di avvertire, dentro il grigio rumore dei fatti insignificanti, lo strazio che dirompe l’emergenza (nel doppio senso di avviso e di emersione):

Lo so che questo è il tempo dell’attesa,
ma sento sempre urlare la sirena.
Non è nel gorgo d’acque favolose,
è l’allarme perpetuo e ignorato.


Ed è ignorato perché anzitutto a molti fa comodo che lo sia, ma anche perché la maggior parte delle intelligenze è obnubilata, e assuefatta a una sorta di narcosi collettiva che impedisce loro di percepirlo. Il mondo è «sinistrato» da una infinità di squilibri reciprocamente collegati che lo sta rendendo sempre più ostile e problematico. Il centro dove potrebbe insistere un equilibrio è oggi più che mai «traballante»: ogni giorno accade impunemente la «sincronizzazione del nefando», cioè la complicità delle infamie che regge il sacco ai ladri della nostra umanità. Stiamo infatti tentando di sopravvivere a un’epoca post-umana che – malgrado gli appelli a un presunto “nuovo umanesimo”, lanciati a vuoto da più parti – ha ormai liquidato i valori fondanti della cultura e della civiltà. Il tempo è triturato e scansionato dalla nevrosi centrifuga delle metropoli tecnocratiche globalizzate. Che fine ha fatto il tempo giusto e “centrato” in cui respirava, con i suoi ritmi ancora organici, l’uomo del ’900?

Quel tempo regalato in sospensione
furono i viaggi in treno a rivelarlo.
Rapidi, littorine e scartamento
ridotto per riflettere e sostare.

Tanto da arrivare a chiedersi l’origine prima del danno, la stortura originaria che ci ha portato – tradimento dopo tradimento – a questa condizione di asfissia, per soffocamento progressivo:

Quand’è che principiammo a destinare
la fragranza del pane a chi latrava,
quand’è che dismettemmo madre e padre
che chiamammo sorgente il cherosene?

L’onestà brechtiana con cui la poetessa, germanista e raffinata traduttrice, affila l’«arma bianca» della sua penna per sviscerare, «sull’orlo tra missione e sabotaggio», il cuore più profondo delle questioni e, seminando inquietudine, sobillare al risveglio e alla rivolta, evoca per converso il destino degli ideali in un contesto di «voci inquadrate e ammansite» dove non è più «il tempo del bastian contrario». Dov’è ora il «cartoccio» di speranza colmo di «baldanze» e «pie intenzioni» alla luce delle quali il futuro sembrava una «bottega di sogni a cielo aperto»? Dove sono gli entusiasmi e gli entusiasti? Chi crede davvero che il mondo possa ancora cambiare? Siamo «come quegli impettiti soldatini / spezzati dentro e fuori sorridenti»: tutti postulanti «pratiche inevase» e ottenebrati in un appannamento da cui, se ne usciremo, «sarà per sdilinquirci» in «remote elegie rassicuranti». Sdegno e ribellione, quando poi residualmente emersi o formulati, vengono poi subito normalizzati dal «sofisma / finto-bonario minimizzatore / a silenziare», tipico del conformismo dominante, e a quel punto il gioco è fatto. Proprio per questo Anna Maria Curci vuole che «sia ciascuno persona di pace, / non in pace», e che gli occhi tornino a splendere di una luce non ingenua ma consapevole, e quindi capace di incanto benché generata dal disincanto: «luce che sa del buio e dell’orrore, / mantello di serena irrequietezza». D’altra parte veniamo al mondo «lacerando» il buio caldo del sacco amniotico per aprirci al trauma della luce, dell’aria e del tempo; così, all’improvviso, uno squarcio nel “muro della terra”, di dantesca e caproniana memoria, potrebbe aprirci gli occhi e, rivelandoci la verità, farci nascere di nuovo, o nascere davvero. Tutto è confuso, caotico, ambiguo. Le segnaletiche di ieri non valgono più, devono essere continuamente aggiornate per inseguire una realtà che evolve in modo sempre più rapido e inafferrabile.

L’erba è cresciuta sopra gli ideali
(va’ a separare, adesso, la sterpaglia).
Non sai se è soffocata o rigogliosa,
se è sovversivo o prono il fiore giallo.

L’unica opzione percorribile è «resistere ogni giorno»; l’unica speranza è che i signori del male organizzato sottovalutino, com’è nelle corde della loro oltracotanza, la «forza del mite» quand’anche non tradotta in ira, cioè il lavorio paziente e quotidiano per scalfire i muri della prigione. È necessario sentirsi, come si è, dalla parte del giusto, e dunque illudersi di avere, ancora e sempre, «verità e bellezza» e soprattutto speranza da opporre allo squallore dei carnefici, con cui stringere il nodo delle loro pregiatissime cravatte fino a soffocarli. Per questo resta importantissimo l’esempio dei poeti capaci di esercitare ad ogni costo il dissenso e di conservare la mossa spiazzante del cavallo, «il salto a lato, la disobbedienza». Non, perciò, dei sempre più frequenti poeti narcisisti a caccia di applausi, che assumono pose e da cui la poesia, abusata e consumata, può salvarsi continuando a praticare la sua “cura”; come ad esempio certe poetesse…

Le lupe travestite da vestali
schiamazzano l’amore per la musa.
Opponi studio e pazienza, tu lisa
palandrana da troppi rivoltata.

I problemi grandi, anzi immensi, sono due: da un lato la storia, ovvero la socialità; dall’altro la natura, ovvero l’esistenza. Sono entrambi irrisolvibili, per definizione e per, come non bastasse, sopraggiunte complicanze estemporanee. La storia partorisce sequenze innumerevoli di menzogne, poiché è la manifestazione quantitativa e qualitativa della socialità che ingabbia e determina il percorso umano sulla Terra. Socialità è sinonimo di intrigo e di inganno. Un coacervo putrido di «circo-stanze» in cui si aggirano tragicomici pagliacci per soffiare nelle orecchie maldicenze tra «creduli» a loro volta maligni, vogliosi e ansiosi  di credere, e quindi «baruffe bassotte flatulente», «codici tribali affantoccianti», e ancora ipocrisie, cannibalismo affettivo, vampirismo psicologico, «maniere e manierismi» per malcelate intenzioni, «solipsismi in posa da autoscatto» (i cosiddetti “selfies”), e ovunque il rumore di fondo di quel «chiacchiericcio» insulso ma dannosissimo che purtroppo conosciamo molto bene. La natura d’altro canto è spietata perché soggetta a inderogabili leggi evolutive e all’imperio tirannico del tempo, con la sua «carta vetrata che sfalda ogni giorno» per cui l’esistenza è fatta da «rovine di frammenti» e «vestigia ammonticchiate» dove, talvolta, può splendere qualche epifania (gli «scarti», difatti, approntano «festoni a intermittenza») mentre la «dignità volteggia con cartacce». Quella di Anna Maria Curci è, per auto-definizione consapevole di poetica, «l’arte dei brandelli», cioè la vocazione etica a lavorare con le «frattaglie», raccogliere le «spoglie abbandonate», aggirarsi tra «piaghe» e «macerie» per abbracciare l’«intangibile» e puntellare le crepe dal crollo imminente che le allarga. La condizione umana è di per sé risibile, vana e ingannatrice:

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
e invece e a malapena se ne avvede.

E ancora:

Canticchiare con le gambe conserte,
mettere i saldi per non stare soli
indaffararsi con stridio di specchi.
La pietra sa che ci prendiamo in giro.

Non siamo affatto il centro dell’universo, né la misura delle cose che ci sfuggono e delle quali restiamo in balia, a guisa di naufraghi; sensazione mirabilmente espressa dalla straordinaria metafora epistemica incarnata nella quartina CXII:

Non un’isola, nemmeno una boa,
solo un turacciolo usato e disperso,
gettato a caso ad assorbire sabbia
che si rotola goffo in cerca d’acqua.

Il mistero che soggiace all’intrico dei segni e all’ambiguo confliggere dei casi resta più che mai inconoscibile e «a noi precluso», anzi: si affaccia soltanto «per essere incompreso», come sa bene Orfeo, «il reduce dall’eterna penombra»:

Quando accediamo, gli occhi dilaniati,
alla stanza che ripara il mistero,
è già tutto perduto. (…)

Ciò, tuttavia, non esime l’uomo, e anzitutto il poeta, dal dovere di ricerca e conoscenza, dato che camminano «allacciate, una pensosa, / l’altra poppante intrepida o vecchina / sdentata, la ricerca e l’esistenza». È una «lama di dentro» che spinge a risalire «il corso dei nomi» per decifrare e sciogliere gli enigmi, ed è anche un modo di cercare «rifugio dall’orrore» che si annida nel vuoto dell’universo, dove appunto la verità ama nascondersi come la bellezza quando «gioca a nascondino». La verità non si raggiunge e non si costruisce a forza di «proclami» o di «trionfi» (e infatti questi sono “mottetti” privi di sentenze) ma umilmente, con pazienza di attitudine e abnegazione, soprattutto come dono spontaneo della natura stessa, allorché «le frontiere diventano ponti» e allora «si allarga breccia», «lo squarcio all’improvviso rivelato» per cui il «deserto ostile e familiare» che brucia nella “terra desolata” svela, tra «l’opaco e il brillante», tutte le «gradazioni minute» della ricchezza che normalmente cela. Ogni tentativo di conoscere il mistero, o di resistere alla forza del mondo, è destinato a scacco, a fallimento, a inanità. La forma che estraiamo dalla vita è «fragilissima», pur quando «tenace», e il baluardo provvisoriamente elevato crolla sotto i colpi di un’erosione continua e costante, come un castello di sabbia in riva al mare. «Appronti con fervore il fortilizio, / scavi fossati, piombi fenditure» per poi scoprirti «tenente Drogo dei refusi» che presidia una «fortezza smantellata». Il cammino della conoscenza è punteggiato di false cime («si profila e si sgretola la meta»), fino a quando capisci che

Non puoi vuotare il mare col secchiello,
neanche il tentativo può salvarti, (…)

Il problema della forma rispetto alla vita, cioè della sua resistenza agli eventi critici che la consumano e infine la aprono e la dissolvono, è uno degli snodi tematici più importanti del libro. Tanto da improntare la struttura chiusa e al tempo stesso aperta di queste quartine, come cuciture che schiudono «spazi estesi e contorni inaspettati» componendo una specie di “romanza” non solo, come si è visto, del desolante scenario contemporaneo, ma anche della terra senza luogo e senza tempo dove suona l’«antico adagio dello smarrimento». Strumento affascinante la quartina, da Omar Khayam a Eugenio Montale (“Mottetti”) ad Anna Maria Curci, poiché chiude l’universo in una forma che, data la brevità dello slancio, costringe la poesia ad essere precisa e determinata, e insieme a cercare lo scarto del nuovo e il respiro aperto dell’infinito.

Decostruzione e ricomposizione, come per la tela di Penelope: è il metodo creativo messo in atto dall’autrice in questo libro, come si capisce anche dalla caratteristiche della sua voce poetica e, nella fattispecie, della sua scrittura. È una voce «claudicante» che accoglie lo sgambetto delle «vocine» divergenti, quelle che contrastano il bordone. Sa che la parola non è mai innocua, è una compagna fedele e rabbiosa che può fungere da paracadute e, soprattutto, da piccone demolitore. Smontare, spezzettare e poi ricomporre il mondo – è questa l’impronta caratteristica – articolando la dinamica ondivaga di una scrittura “contro”, che procede appunto in controtempo e cerca il controcanto «terza o quinta sotto» per fare il contropelo, cioè scuotere, svegliare e fustigare. Ha bisogno per questo della dissonanza, che già appartiene alla natura stessa delle cose (dal punto di vista dell’uomo contemporaneo); tanto che può dire, pur utilizzando la “musica” degli endecasillabi, variati nelle diverse accentuazioni toniche e ritmiche: «Io non ti ho mai incontrata, melodia».

È una poesia ispida e ruvida, talvolta anche petrosa, benché provvista delle sue dolcezze e di una certa particolare grazia naturale. Cammina in modo sghembo tra buche, sobbalzi, pensieri, visioni che emergono “a schiaffo” dalle associazioni eidetiche e cognitive, ma soprattutto non è mai in cerca di facili consolazioni: quand’anche giungesse ad una trasfigurazione, sarebbe «maculata» di ombre e di esperienza. L’unica vera distensione affettiva si ha quando le epifanie della memoria involontaria liberano, come lampi, i ricordi dell’infanzia, e quindi il gioco della campana e del nascondino, le serpi nella marana, il tranvetto della Stefer, i versi a memoria («infeconda tortura» scolastica), il rapimento di Aldo Moro appreso ai banchi del liceo, ecc. Anna Maria Curci usa il setaccio analitico ma conosce anche «l’ingordigia del lupo» e l’arte beata del consumo, della dissipazione, tanto da potersi definire «metà e metà, formica e poi cicala, / un ibrido che ascolta, stipa e canta». Tuttavia, per concludere, il migliore autoritratto poetico è offerto dalla quartina CXXII, in cui sembra riassumersi tutto l’arco evolutivo del libro e il suo profondo significato storico e umano:

In volo su mottetti e ditirambi,
simbolo, segno, grido, invocazione,
scava un pertugio, accedi alla speranza,
tra cielo e terra parla al sottosuolo.

 Marco Onofrio 

“In una notte lunga di un giorno che non conta”, di Antonella Antonelli. Lettura critica

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Bello e poderoso questo “In una notte lunga di un giorno che non conta” (Tracce Edizioni, 2013, pp. 152, Euro 13), di Antonella Antonelli: un tronco di esistenza intricato di rami divergenti (come le numerose tematiche attraversate, con le relative simbologie) dove ricordi e pensieri sono «impigliati in gomitoli di filo spinato», e il compito dell’autrice è appunto di scioglierli e riannodarli pazientemente. La premessa compositiva da cui nasce il libro mi pare una disposizione innata alla franchezza e alla sincerità incondizionate, che appartengono anche alla Antonelli come persona. Scrive a margine dell’esperienza (i «vissuti dell’animo») e, come il «cantastorie muto» che «si fida della luna», dice sempre la verità. Quindi mai ciò che non prova o non ha vissuto personalmente; in quei casi preferisce non scrivere. Per questo è una poesia sempre calda, cioè non immediata ma appena raffreddata dall’incandescenza del momento, e spesso intrisa di rabbia filtrata nella macerazione: preferisce senza dubbio il ruggito che prorompe, al lamento che unge. La poesia è uno spazio di sospensione cogitante dalla pesantezza degli anni che ci impongono lo sguardo a terra, schiacciati dalla «muraglia» metafisica che «si posa su tutti». La vita, d’altra parte, è l’evoluzione inafferrabile tra «l’ultima cosa che ho pensato» e il «ma» che apre e sorregge il movimento del non aver concluso, cioè tra l’essere e il doverlo dire. Un rifugio di osservazione post factum (appena un po’ dopo il manifestarsi dei fenomeni e l’evoluzione degli eventi), per cui si rivive quanto accaduto almanaccando «sotto coperta», tra i disegni della mente e le «perdite / del cuore».

Le parole aprono un «cancello / che dà sul nulla». Alla presa in carico corposa e concreta dell’esistenza, ispirata alla penna fulminante di un Raymond Carver – per esempio nella flagranza del “qui e ora”: «Sono le sei / e un sabato pomeriggio / rallentato e limpido. // Le campane suonano / proprio davanti a me») –, contrappone una percezione corpuscolare della realtà atomizzata, per cui la vita vibra nei suoi pulviscoli e anche i ricordi sono «silenziosi granelli» che attraversano, come in una clessidra, la «misera fessura» dell’attimo presente. Ha lo sguardo che tende a una dimensione astratta, leggera di sottili trasparenze: da lì coglie i gesti e i fatti più impercettibili, e modula le sue «geometrie alate», come quelle dei pensieri che fuggono in «giravolte musicali». Uno dei suoi compiti poetici è di custodire l’inconsistenza, per esempio catturando il «tremolio dei germogli» e il fragile apparire del nascente, o salvando la goccia di luce quando brilla, o bevendo la lacrima prima che cada, o raccogliendo la rugiada prima che il sole la faccia evaporare, e insomma rubando dalle cose l’«equilibrio sospeso» nell’ambivalenza dei contrari. Non a caso a un certo punto, quasi alla fine del libro, appare il nomen-numen di Giano bifronte «dietro la porta chiusa / ed i tuoi tanti giorni / di sospirato sole» come chiave del Logos che regge tutto quanto dall’interno. Antonella Antonelli rifiuta le divisioni nette, le zone proibite, le fronde manichee: preferisce l’«ombra ristoratrice» tra gli occhi e l’infinito, anzi la penombra «ché troppa luce / sfida la tenerezza», e del resto luce e ombra sono sempre mescolate. La percezione corpuscolare volge talora allo struggimento “crepuscolare” delle sere dai larghi tramonti, quanto tutto – anche il dolore – diventa più dolce e consola dall’amaro della vita. Ma è una dolcezza strettamente legata alla coscienza della caducità («siamo girasoli, / girasoli al tramonto»), giacché la morte – dalla quale, come dice Francesco d’Assisi, nullu homo vivente po’ skappare – ha una potenza terribile, penetra ovunque, «rapisce / anche il più piccolo uccello / nascosto in una gabbia», e questo rende il mondo «traballante» come un «guscio di schegge». Ecco dunque il raspo d’uva «che fu linfa» diventare «tra le mani scheletro», mentre la pienezza organica dell’amore diventa «rugosa / secchezza». Scrivere è un po’ un modo di «assemblare il puzzle / dei miei mille pezzi». Ma la frantumazione del soggetto ha, al contempo, radici profonde: «ogni briciola / scheggia / frammento / è forte di millenni». La poesia dunque si produce soprattutto come esplorazione del silenzio, della materia oscura, delle parti che mancano all’appello. Il silenzio può essere «ostinato / vibrante / demoniaco», o rappresentare l’«afono grido» di una stella, o il fondo inattingibile dei discorsi («C’è qualcosa che / non riesco a dire») perché la maggior parte resta «pianto recluso» e «voce intrappolata» dentro il cuore «imballato» e «sigillato».

La poetica di Antonella Antonelli tende a inseguire il «linguaggio / di sensazioni chiuse» dove si annidano i significati più profondi, ripercorrendo il processo generativo che estrae la luce dalle tenebre, come accade anche nel parto. La poetessa romana, così, scrive «parole / nel buio» e ne cerca che salgano «dal basso» per liberare il grido dell’utero: sa che «si toccano nell’intimo / lo stomaco ed il cuore», per cui si digeriscono anche i sentimenti e si ama anzitutto con la pancia. È divisa fra una tensione centrifuga che la spinge alla fuga, e una centripeta che la spinge al ritorno. Da un lato la vediamo refrattaria alle regole sociali, alle convenzioni, all’ipocrita decenza dei «devi non devi», e quindi irriducibilmente e pericolosamente libera («ho perso il paradiso / ma non la voce, / la strada / ma non i piedi»); dall’altro bramosa di stabilità e di un approdo sicuro dove restare, per poi meglio ripartire («Desidero fuggire / ma tu ascoltami, / tienimi stretta. // Dissuadimi / con la tua fantasia, / con i tuoi sogni / fermami»). La dinamica di chiusura può dipendere o dalla frustrazione del non più, e quindi la passione incenerita, i progetti che svaniscono, il fuoco spento dall’«opaco egoismo»; o dall’inerzia del non ancora, e quindi le potenzialità inespresse («Io, chicco di grano sepolto, / se non arrivi, / sarò mai il tuo pane?»), e ancora l’accidia, l’ignavia di preferire non avere piuttosto che perdere, e di restare sempre «al sicuro» nella «bolla / delle cose sospese»… e invece provare la tentazione di bucare la bolla, e di saltare nel vuoto in cui, o si precipita, o si impara a volare. L’amore è la scossa decisiva che disinnesca ogni processo di chiusura e di auto-esclusione; per questo il suo tempo è «così diverso», tanto che solo quando arriva si comincia a respirare davvero. Ecco allora il processo opposto di espansione dionisiaca, dai «nobili battiti danzanti», e quindi anzitutto l’eros felice, la corporea terrestrità come fluido scambio di energie ed elevazione cosmica del senso primordiale, oltre gli abiti di ogni moralistico pudore: «Gemo / mentre mi serri / con le cosce i fianchi. // Fremono i seni / sul letto disorientato / cercano il tuo calore confusi. // Mi volto / e mi prendi / e ti volto / e ti prendo. // Un unico orgasmo / avido / ci mescola i corpi». E ancora, poco dopo: «È un vortice / d’abbraccio / mi sdoppio nei tuoi occhi. / Io, / non ho più confini. // Liquefatta in te».

L’eros non è solo il dio delle alcove, ma anche e soprattutto un modo di guardare alle cose, una predisposizione a godere del mondo e della sua sconfinata bellezza con golosità vorace e insaziabile, quella di chi dopo ‘l pasto ha più fame che pria (Inferno, I, 99). E infatti scrive: «voglio prendere a mani piene / i profumi più intensi» imparando a muoversi tra le spine per «inseguire poi catturare / il sole». Il che la porta a raccogliere, giorno dopo giorno, segnali di vita che hanno il peso e il sapore della rivelazione, come il respiro settembrino «carico di promesse conosciute / e tentate», o il giugno fresco e limpido con il suo «vento spumante» che «semina chiacchiericcio / tra i nostri panni stesi. / Finestre allegre di sera / voci e basilico. / Ci si ama, / di un giovane mese stupito». È molto viva, nella poesia di Antonella Antonelli, la predisposizione a metaforizzare il quotidiano in apparenza più banale: per esempio la voce del «penultimo arrotino» («arrotinoooo») che diventa «un’eco, mitico / suono» e «vola fino alla luna / e poi ricade»; o il treno che va «senza sapere dove / potesse, per una volta sola, / cambiare la sua strada». Ci sono momenti di pura fantasia («Mangerai una nuvola / e con l’arcobaleno / farai un paracadute. // Io, scivolerò / sulla gobba dell’iride») che confermano la vocazione surrealistica tipica del suo universo creativo, che lei stessa definisce efficacemente come «circo onirico». La trasfigurazione magica del reale la porta a una specie di dominio cubistico dello spazio «fino alla linea / che gira dietro al mondo» per cui crede davvero di «tener fermo il mare»; ma poi, quando svanisce l’attimo sacro in cui tutto diventa «più chiaro», invece del mare si trova «di nuovo / davanti a una pozzanghera»… e così, «trascorso il magico / sentire, rimane / lo sgomento di pulcino». La poesia, difatti, risulta inane se commisurata alla totalità dell’esistenza e alle innumerevoli direzioni percorribili: «Che importa un verso / davanti all’infinito?»

È facile sentirsi sperduti «nell’immensa prigione» poiché è «troppo poca una vita / e troppo grande il mare». E tuttavia, come l’amore è comunque maggiore del dolore, e per questo sa trasformare la visione che abbiamo del mondo nel momento stesso in cui compensa l’esistenza dalla perdita che le arreca il tempo, così la poesia purifica il dolore nella dolcezza del ricordo «infinito / sfumato / ricostruito», dove le lacrime che «risalgono alla mente» finiscono non solo per sciogliersi ma sorridono, addirittura, nella potenza della rigenerazione. La poesia è un «ardore rabbioso» di mancata resa, che nasce dal cuore stesso dell’esperienza, al netto dell’ossigeno passato attraverso respiri e sospiri. È «nettare di splendore» secreto dalla tenebra, e «sentire sublime» che sale dal profondo dei lamenti. Il dubbio è il motore della conoscenza, un fiore che vive «negli interstizi / in spiragli e vuoti» dove ramifica la sua «finissima sinapsi». E la poesia stessa, naturalmente, si nutre di dubbi, nella sua attitudine indagatrice: è il «cantico delle domande / che pungono» (e le risposte «forse, / stanno dietro le quinte. / Dietro il rovescio della gran coperta»). Il giorno che scorre ha bisogno di essere «vergine» per trattenere i dubbi che ci bloccherebbero amleticamente nell’inazione: «tira la scintilla / e la dilata» dispiegando lo spettacolo del mondo. La navigazione poi rallenta a sera, quando il giorno cala l’ancora e comincia la danza della notte «ballerina» che gira «su un solo piede l’equatore» e custodisce il mistero inciso nel silenzio delle stelle. La poesia è, come dice il titolo del libro, la «notte lunga» di un «giorno che non conta», cioè la meditazione conoscitiva che trafigge la prosa insulsa dei fatti ordinari (che in realtà sono sempre straordinari). E nel far ciò raccoglie accadimenti cosmici e minuti, articolando lo spazio autenticamente umano tra l’«essere niente» e l’«essere unico», che rende già miracoloso respirare e risvegliarsi ogni mattina. Uno spazio insostituibile di ascolto e di esplorazione della profondità:

Sosterò qui, seduta
a respirarti cielo
ad ascoltare il palpito
del tuo silenzio tondo
a perdermi nel tempo
di singoli bagliori.


Ovviamente alla poesia è preclusa la soluzione definitiva del mistero, ma non per questo il raggiungimento di verità segnanti ed essenziali, come la totalità cosmica della vita («la terra / è l’unica placenta / e l’universo madre») che allaccia in un solo inestricabile legame tutte le creature esistenti o esistite, «dal primo pesce scalzo / all’ultimo vagito»; oppure la circolarità degli elementi, come il gioco eterno del mare («L’acqua rifà il suo giro / e ancora dondola l’onda / e pigramente trascina / rena e sassi»); o la coscienza tragica di essere, tutti indistintamente, vuoti «a perdere». Ogni morte che attraversiamo implica in noi la capacità di risorgere dalle ceneri – post fata resurgo – per una sublimazione che ci faccia sentire granelli («mistica polvere») dentro un infinito meccanismo, e un «trasparente viaggio» che ci porti «oltre il pensiero», vagando con gli astri nell’oceano dell’universo, uniti alle energie fondamentali, come nel seguente, splendido passo dove si sperimenta l’esaltante esperienza spirituale del divenire “altro” dell’altro (che ricorda un celebre frammento di Platone, Antologia Palatina VI/669):

Ancora
e ancora
ho sognato
che il sole mi guardasse
e specchiandosi
in volo, ero io
polvere d’oro.      
   

La trasfigurazione metafisica può essere così scarnificante da raggiungere esiti sepolcrali, di ascendenza e sapore barocchi: «Cosa vuoi che dica amore amaramente, / dietro la tua carezza / il viso, e dietro il viso, l’osso. / È inutile mentire. / Tutto il creato è monade di cenere». Ma ciò non impedisce affatto di vivere, anzi! Preso atto di questa ineludibile realtà, è addirittura «bello» bruciare nel rogo della dissolvenza, tanto che – dopo il silenzio e «su tutto» – «una parola sola» sembra degna di restare: continua…  

Marco Onofrio

“Raggiungere il cielo e raccontarlo”, di Virginia Rescigno. Lettura critica

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Protetta e, in parte, come “ingabbiata” da un impianto formale di stampo classicistico (ad esempio nel retaggio volutamente démodé delle frequenti apocopi: «tramontar», «scorrer», «rassenerar», «temporal», «tintinnar», ecc.), benché distesa in versi liberi e affidata a una scansione metro-ritmica efficace poiché idonea al tracciato emotivo dei contenuti, la poesia di Virginia Rescigno in “Raggiungere il cielo e raccontarlo” (Lilit Books, 2017, pp. 102, Euro 12) nasce da un grumo di consapevolezza che si addensa attorno a una delle più spietate verità metafisiche dell’esistenza:

(…)
non serve scavare viscere ai mari,
se l’Ombra raccoglie la vita
e prosciuga speranze
e scarnifica menti,

come scalpello mortale
flagellerà
i nostri piccoli giorni
e cancellerà
le nostre splendide storie.

Ovvero l’infinita vanità del tutto, come diceva Dino Campana. Ogni cosa è destinata ad essere inghiottita da quell’Ombra per cui la Dissolvenza, ovunque, domina sovrana. Se la ricerca è inutile, come tutto il resto, è lecito «scrivere e domandarsi / se serve ancora / con le parole / andare oltre». E tuttavia siamo nati per “disturbare l’universo” (Eliot) e sviscerare il Logos: appartiene alla natura dell’esistere (ex-sistere: uscire, stare fuori, appunto andare oltre) che ci impedisce di cedere all’inedia e ci rende “sporgenza ontologica” dell’universo di cui facciamo parte e a cui, simultaneamente, ci contrapponiamo. La rivolta continua che, se non diventiamo accidiosi, è connaturale al nostro sguardo, osa opporre all’Ombra incombente e al «freddo respiro del mondo» il fiato caldo della presenza, il lievito dell’anima, la forza originaria della luce, e insomma la fatica, la gioia e la gloria delle opere e dei giorni, ancorché deputati a scomparire fin dal loro inizio. L’eterno scacco dell’uomo è oggi accentuato da una condizione di grave crisi storica: l’umanità è «ferita» non solo dagli squilibri, dai virus, dai conflitti, ma anche da una perversa «civiltà dell’effimero» che intorpidisce le menti e spegne la scintilla negli sguardi. Spetta al poeta – a nome di tutti – scalare il cielo per raggiungerlo e “raccontarlo”, come fece per sempre Dante Alighieri. E scalare il cielo significa scavare dentro l’anima «nel profondo» per fare in modo che le parole non rimangano vuote e inutili.

La poesia di Virginia Rescigno percorre il discrimine sottile tra Natura e Cultura, e impara dalla Natura per rigenerare la Cultura a nuova vita, in un potente empito di palingenesi spirituale, di trasformazione esterna ed interiore:

(…)
cancello parole,
annullo i miei battiti
e m’inebrio di cielo,
di mare di terra.

La poesia non è, evidentemente, fumisteria “a freddo”, arzigogolo ingannevole o gioco intellettualistico per scettici sfaccendati, e neppure coincide con la cronaca o con il giornalismo, ma con la voce eterna dell’uomo e delle cose. Ricorda la semplicità nutriente del pane, e infatti scrive: «pane-poesia il mio nutrimento». E poi, dichiarando e precisando una forma congeniale di poetica: «Non canterò più / se non da siepi / a primavera». Quindi la freschezza del nascente, ciò che sta per sorgere e sbocciare. Quella di Virginia Rescigno è una musica che dipinge le cose lasciandole emergere nel contesto panoramico e atmosferico del loro ambiente con le «mille crepe segrete» che le caratterizzano, cioè ammantate di infinito ma al tempo stesso nette, precise, ricche di insostituibile peculiarità: ad esempio il «formicolare d’erba» diverso e unico per ogni singolo stelo. Ha un’anima «ladra» e «testarda» che ruba speranza alla disperazione e un «soffio di primavera» alle nubi tempestose dell’inverno. I suoi occhi nascondono il bacio che abita nei sogni: lo nascondono per difenderlo e mantenerlo vivo.

È una parola che vive intensamente nel tempo ma che anela a schiudersi oltre, nelle «eterne stagioni» che vibrano in parallelo a quelle in cui la natura sgrana e orchestra la sua evoluzione. La sinfonia già vivaldiana delle quattro stagioni viene perciò superata da continue allusioni a una dimensione metafisica cui giungere dal cuore stesso dei fenomeni percepiti. L’identificazione è totale («Sarò il respiro dell’erba, / il brulicare della terra, / aggrappata ad un raggio di sole / disegnerò i tramonti») ma continuamente disturbata dalle interferenze e dai limiti del nostro significato. Gli esseri umani inquinano tutto e sono incorreggibili. La società è un covo infernale di storture e infinite aberrazioni: «Noi / esistenze mortali, / assassini, violenti,  / ambiziosi, potenti / ubriachi di luci e di applausi». E ancora: «Troppo rumore, / non riesco a sentire / il vento / che sgrana le nuvole, / il ruscello / che saltella sui ciottoli / e le voci sommerse / (…) Troppo rumore, / rumore di guerre, / di tempeste razziali, / umanità tarlata / da soldi e potere, / da fatue apparenze, / da un Dio assente…» Un «universo di anime dolenti» da cui la poetessa vorrebbe liberarsi per fluttuare leggera e felice «in una bolla di sapone» con i riflessi dell’arcobaleno. La poesia è appunto un arcobaleno che ridà colore al «bianco e nero» del mondo falso e artificiale creato dagli umani. Ma solo che si oltrepassino «i recinti dell’uomo» si può abbracciare l’eternità, e allora «scompare del vivere la greve asprezza»:

Tra le fronde ridenti
al gioco del sole
e al trastullo del vento,
galleggia il non-tempo
(…).

E così

lo sguardo s’innalza,
un sussulto vibra nell’aria,
è vita che scorre
come un’onda nel cielo.

Lieve è la carezza dell’aria e dolce è la purezza degli elementi. Basta percorrere un sentiero di campagna per inazzurrarsi di vita e sentire la linfa che scorre nel «silenzio primordiale», laddove si rifugiano le stelle «non più offuscate / dalle fatue luci dell’uomo / che spengono i sogni / nelle città rumorose / e affollate di niente». La vita resta, malgrado l’uomo, «cristallo prezioso» e «fragile trasparenza». E l’uomo dovrebbe imparare dalla natura, dalla lezione di un «piccolo fiore selvatico / (…) abbagliato dall’istante / (…) felice così, / d’esser vivo e basta». Il creato è lì, fuori di noi che gli siamo innanzi (separati dalla nostra autocoscienza): il «sorriso del mondo sereno» non aspetta altro che d’essere raccolto. È tutta questione di sguardo: «All’improvviso / ho guardato il cielo / e il volo di una rondine, / e sono felice». La natura è «amica», non matrigna: offre un rifugio di medicamenti e consolazioni alle spine che rendono «aspra» l’esistenza. Gli elementi naturali sono proclivi a caricarsi di significati umani, e quindi vengono spesso antropomorfizzati. Per esempio le nuvole al tramonto che sospendono «relitti di speranze» e «frammenti di malinconie». La smisurata complessità che il silenzio trattiene in fondo al vuoto rende auspicabile, se non indispensabile, una lettura stratificata e polisemantica dei fenomeni. Il silenzio stesso viene esplorato nei suoi diversi colori, che appunto dipendono dallo stato d’animo di chi lo ascolta: può essere «giallo-oro» o «grigio-argento» o «bianco» o «nero-fumo». Le stelle sono «domande sospese / al cielo notturno» in cui riconosciamo al tempo stesso «speranze ridotte in frantumi», «occhi di un Dio lontano», «sogni appesi alla notte», «bagliori di pianeti distanti», anime dei trapassati, ecc. Le stelle sono anche «luci di case, / di respiri alle finestre accese» come quelle dei nostri occhi, abitate dall’anima. Delle cose c’è sempre un versante metafisico che oltrepassa dall’interno la dimensione del percetto fenomenico. Per esempio le onde del mare che «dal più remoto inizio del tempo / ascoltano e raccontano» le nostre storie… ma nel loro «rimescolio arcano e perpetuo» lasciano avvertire anche i «sussulti dell’anima mundi» e l’«eco misteriosa e lontana» della voce di Dio.

L’estate è la stagione dello splendore che incendia l’anima. La poetessa rimira questo spettacolo, cioè guarda con l’intensità di una «gran meraviglia» la «Bellezza Infinita» che si sprigiona dalla natura portata all’apoteosi della sua maturazione, che si vorrebbe eterna.

Vorrei morire
abbracciata all’estate,
al canto delle cicale.

Ma anche l’estate è destinata a passare, come ogni altra cosa immersa nei cicli del tempo: la foglia «presto s’accartoccerà», le cicale e i grilli verranno ammutoliti dalle brume di ottobre. Ogni stagione, però, ha le sue bellezze. Ecco ad esempio l’autunno, il suo dolce richiudersi dopo la grande espansione estiva: «S’addormentano i boschi / e le nebbie sfumano / i contorni fugaci del mondo»; «Raggomitolarmi / e star qui in un angolo / con le parole / compagne / del mio silenzio»; «Quando è notte / mi piace sentire / la pioggia scrosciante / scivolare sui vetri piangenti»… Questo nido di gioie sicure rappresenta il cantuccio in cui riappropriarsi della propria limpidezza e da cui immaginare le grandi scalate spirituali, quelle che associano profondità e altezza scandagliando gli abissi del mare mentre bramano l’alto dei cieli. L’Infinito «chimerico», pur quando irraggiungibile, è utile tuttavia come sprone di ricerca per «andare oltre il silenzio, / andare oltre il dolore». C’è una via «arcana» nel cielo, «che percorre l’attimo / e l’abbandona»; e di quella il cuore si appropria per migrare nell’assoluto del «più sublime canto», verso un giorno sottratto al tempo («senza albe né tramonti») dove «esuli vagare finalmente liberi». La poesia auspica una risolutiva emancipazione delle energie, peraltro senza negare la pesantezza delle ombre che le incatenano. Solitudine, dolore, malinconia, «morire intorno»… eppure la speranza resta chiusa nelle mani che, se davvero vogliamo, possono «afferrare l’orizzonte»:

Allarga le ali e vola

è il monito, l’incitamento che Virginia Rescigno rivolge all’Uomo vitruviano narcotizzato dentro ognuno di noi. Il mondo oggi è pieno di rumore: occorre «tornare al silenzio» e innalzarsi all’amore come unica percorribile «strada di vita». E il merito storicamente più apprezzabile di questo libro è di raccontare il disincanto, o meglio l’incanto devastato dalla Storia, oltre gli steccati del “pensiero debole” e le pose blasé di molti intellettualoidi e pseudo poeti contemporanei: senza ricomporre semplicisticamente le fratture dello sguardo ma senza perdere altresì la capacità sincera dell’emozione, il senso della bellezza, l’integrità della meraviglia.         

Marco Onofrio

“La domanda”, poesia inedita

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LA DOMANDA

«Maestro, che succede dopo
l’ultimo respiro?
Finisce poi davvero
tutto quanto?»

No. Ma nessuno può saperlo;
esattamente come, da vivo,
che cosa eri e in quale mondo
stavi, prima di incarnarti
e singhiozzare.
Succede allora, vengono recisi
i nodi del corpo che avevamo
e si diventa Uno col supremo
dentro il corpo eterico
essenziale.
Coincidi col tuo Cristo naturale
dal guscio della notte che ti apre
lo spirito-sciamano
nell’asterisco della sua scintilla.
Attraversi a piacimento la materia
come fosse aria o gelatina
inavvertita ombra tra la folla.
E poi trascendi il vuoto, e arrivi
al regno della Luce primordiale.
È qualcosa di indescrivibile
ma quando lo abbracci
nell’esatto istante che il tempo
si ferma per sempre
tu riconosci il luogo familiare
che non avevi mai dimenticato,
e sei di nuovo a casa.
Laggiù è stupendo, è la vita vera.
Vi dimora il cardine assoluto
che regge la struttura elementare
e batte dall’interno in ogni cuore.
È l’Essere di Luce, è Padre e Madre
l’ID chiarissimo che È
amore puro irradia e senza fine
immensa lancinante comprensione.
Ti fa sentire quello che sei stato:
una goccia dentro l’oceano
dell’umanità
(ma senza la tua goccia
quell’oceano intero
non sarebbe nato!)
Ti chiama dentro un viaggio autocosciente
dove vedi – come in un filmato –
i giorni che hai passato sulla terra
nella sequenza degli attimi vissuti
(ogni azione, ogni singola emozione):
un nastro proiettato all’incontrario
dalla morte al tuo concepimento
fino alla grande eco dell’inizio,
la musica che il suono nascondeva
e il silenzio non consente di afferrare.
Sei sempre stato parte di ogni cosa,
anche le più ignote e indifferenti
abitavano in te.
Fiorisci e fiorirai nell’universo
non puoi sapere dove
risale dall’interno la creazione
nella radice della sua sorgente.
Intendi tutto senza le parole
il dono di sostanza e di splendore
come una piuma in giri di corrente.
Dovunque estasi, pienezza, eternità.
Nessun peccato, solo una domanda:
“HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”

Marco Onofrio
(da Azzurro esiguo, di prossima pubblicazione)