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“Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Giorgio Taffon, su www.menaboonline.it

 

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Per la collana Angelus Novus della Terra d’ulivi edizioni, di Elio Scarciglia, nel settembre dell’anno appena passato, è uscito il libretto di Marco Onofrio Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia. Si tratta di un pamphlet, ma anche di un cahier de doléances, che, a mio parere, costituisce un indispensabile contributo per capire quale è la realtà del mercato editoriale italiano, in particolare quello dei generi letterari (poesia, narrativa, teatro), quali poteri, culturali e non, lo gestiscono, a quali condizioni, a favore e soprattutto a sfavore di chi.
  Occorre una premessa fondamentale a quanto sto per scrivere, una precondizione: il contributo di Onofrio è garantito, sul piano della credibilità e della lucidità riflessiva, dalla sua ricchezza culturale, dalle sue doti davvero non comuni di poeta e scrittore, dalla sua consapevolezza, acquisita sul campo, di come son gestite le attività culturali italiane, dall’editoria all’accademia, dai premi letterari ai concorsi universitari. Naturalmente, essendo questo un terreno molto scivoloso, il lettore “addetto ai lavori” può relazionarsi a quanto il libello afferma e trarne le sue conseguenti convinzioni. Nel mio caso posso dire di aver condiviso, alla prima lettura, la gran parte delle ragioni sostenute da Onofrio, con qualche mia più specifica osservazione, dovuta ai miei trascorsi di docente universitario e di autore di alcuni libri per lo più a carattere manualistico-saggistico riferiti alle discipline d’insegnamento e ricerca, dalla letteratura contemporanea, alla drammaturgia scritta, al teatro italiani.   
  Da subito voglio sottolineare la nobile intenzione dell’autore nell’andare comunque oltre le proprie doglianze circa le delusioni vissute lungo gli anni, offrendo, al lettore interessato professionalmente, un quadro verosimile, condivisibile, ma disperante, di quello che è il potere culturale italiano gestito da “caste”, fra le quali appare monopolizzante quella legata alla Massoneria nazionale e internazionale. Naturalmente Onofrio non può e non vuole fare nomi, ma riporta eventi-chiave nelle sue esperienze che non possono non fargli capire che è la sua stessa persona e il suo profilo culturale che via via sono stati messi ai margini delle ufficiali ritualità comunicative, pubblicitarie, massmediatiche, che sono mezzi indispensabili di promozione sui canali di vendita del libro. E ciò nonostante un numero di pubblicazioni impressionante, e una serie di Premi letterari di prestigio vinti, oltreché di numerose traduzioni all’Estero.
  Ma vorrei ora articolare il mio discorso per punti.
  Il primo. Università e Istituzioni affini: Onofrio ha ragione pienissima, i concorsi son tutti pilotati, vige una incontrollata e incontrollabile “legge” della cooptazione  (un tempo garantita dal valore dei cosiddetti “baroni”, ma ovviamente non sempre) qualsiasi sia la “casta” che detiene i poteri accademici: sindacati, docenti condizionati dai rapporti privati, come le relazioni amorose, circoli legati alla Massoneria, gruppetti di estrazione mafiosa, “scuole” di pensiero contrabbandate, appunto, come scuole, ma del tutto inefficaci, magari; e soprattutto legami di natura finanziaria, specie in certe Facoltà che costituiscono greppie molto “piene” (un esempio fra tutti quella di Medicina). Che fare, che suggerire a un giovane meritevole? Afferma Onofrio: andarsene dall’Italia, ed è quello che sta sempre più accadendo! Se il clima politico lo permettesse occorrerebbe una riforma dell’Università davvero rivoluzionaria! Ma accadrà mai in un Paese quale è l’Italia in cui ancora vige il “familismo amorale”, l’accordo sottobanco, la strizzatina d’occhio da mafiosetti?
   Secondo punto. L’attività editoriale, lo scrivere, il pubblicare. Qui entrano in ballo altri condizionamenti, altre mentalità, altri schemi d’intervento, dettati in primis dal mercato; qui penso di integrare quanto ha scritto Onofrio nel suo pamphlet, quando opportunamente distingue piccole, medie e grandi case editrici (organizzate in potenti gruppi editoriali), ricordando che in Italia il mercato librario è dannatamente condizionato da una scarsa percentuale di lettori rispetto al numero degli abitanti (l’Istat rileva che il 51% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno): la torta si rimpicciolisce sempre di più, e ne deriva, come osserva l’autore, una catena di condizionamenti assolutamente dominante, che lega gli editori ai politici che devono legiferare le sovvenzioni, direttori e redazioni agli editori, autori e scrittori a quest’ultimi, e tutti sono costretti a diffondere opere che siano di facile lettura e di non gravoso impegno intellettivo; nel settore della narrativa, come ben ha segnalato Gianluigi Simonetti nel suo La letteratura circostante (Bologna, Il Mulino, 2018), occorre una “letteratura di nobile intrattenimento”, che viene raggiunto anche con l’attento controllo delle redazioni: solo così la casa editrice può acchiappare un certo numero di lettori.
   Invece per la poesia e la drammaturgia scritta in Italia, contrariamente che in Francia, Gran Bretagna, Germania, non c’è proprio quasi mercato, e nulla fa presagire che si possa creare in futuro.  
  Per la saggistica (e anche in questo settore Onofrio ha offerto ottime prove) il mercato è costituito al momento soprattutto dagli studenti universitari, ma è un target appannaggio in gran parte dei docenti ufficiali, che mettono in adozione i loro libri; nelle classifiche generali coloro che registrano cospicue vendite sono giornalisti, specie se supportati dalle continue apparizioni televisive, opinionisti, politici, attori, cantanti, e compagnie di giro che occupano ogni spazio promozionale.
   Cosa resta a chi sa, e nel caso di Onofrio del tutto giustamente, di valere almeno come gli autori da best sellers? Restano quelle case editrici piccole e medie (che, si badi bene, contano tutte assieme solo sul 20% del mercato) le quali, pòste in piccole nicchie, riescono a rivelare solo un esiguo numero di scrittori che vanno oltre una letteratura di “nobile intrattenimento”. Ciò vuol dire restar fuori dai circuiti massmediatici, dagli incontri sponsorizzati alla grande, da presentazioni di libri in grande stile, ecc.: ed un autore che viene edito solo da meritorie ed efficienti case editrici che non si limitano, comunque, a fare solo da “tipografe”, vede quasi svuotarsi anche il suo peso specifico economico! Si deve accontentare magari di un riconoscimento di quei pochi critici ancora liberi da pregiudizi e legami di potere. Onofrio tocca così, andando oltre la propria situazione di sofferenza, uno dei tasti più gravemente fermi dalla società italiana: troppo immobile, senza meritocrazia, senza ascensori sociali, un “Paese senza” (Arbasino). E allora giustamente Onofrio si chiede se non si debba rinunciare a una scrittura “assoluta”, a cui dare tutto sé stesso, limitandosi a un puro e semplice soddisfacimento delle attese del comunque scarso pubblico di lettori. Amarissima constatazione che mostra la possibile rinuncia a sé stessi, l’autocastrante articolazione di un pensiero e di sentimenti conquistati con sacrificio, con infinite letture e riflessioni, con rinunce anche economiche!
    Però, però, però… (e vado a chiudere con quest’ultimo punto). Siamo in un cambiamento d’epoca, e, per tutto quello fin qui da me scritto, si profila una situazione davvero rivoluzionaria, dove il campo da gioco e le pedine stanno radicalmente cambiando. Non ho nessuna ricetta, sia chiaro, anche perché essendo un po’ avanti negli anni, mi sento piuttosto distaccato da certe problematiche, però giocoforza mi son dovuto un poco adattare ai nuovi media, all’uso dell’informatica, alla navigazione nel Web. Come sostiene Mimmo De Masi, valentissimo sociologo del lavoro, ancora in piena attività di studioso e di autore, si va verso società in cui il lavoro, grazie alle nuove tecnologie, diminuirà e si alleggerirà, ponendo le persone, un po’ come nell’antica Roma gli uomini liberi, in una situazione esistenziale in cui si distingueranno l’otium dal negotium; scrivere, leggere, musicare, ecc., saranno sempre meno remunerativi, facenti dunque parte dell’otium; per la scrittura i testi si diffonderanno gratuitamente nella rete, senza più controlli, senza più diritti d’autore (nell’antica Roma non si attribuivano quasi mai le opere architettoniche e quelle delle arti plastiche ad uno specifico autore). Per chi è ancora relativamente giovane come Marco Onofrio, ed esprime valori culturali e creativi di ben alti livelli, consiglierei di inventare nuove forme e nuovi canali comunicativi per avere ulteriori riconoscimenti, in quantità e in qualità.
   Mi auguro davvero che questa fatica di grande significato, anche etico ed esistenziale, di Marco Onofrio possa dar luogo a un dibattito il più possibile partecipato e consapevole della posta in gioco.

Giorgio Taffon

“Le segrete del Parnaso” letto da Anna Maria Curci (dal blog “Poetarum Silva”, 2 marzo 2021)

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Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia di Marco Onofrio, che inaugura la collana di saggi da lui curata, “Angelus Novus”, è un libro che si caratterizza attraverso tre predicati: denuncia, sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore, costruisce. Tutti e tre i predicati chiedono di essere presi in considerazione con peso eguale e con pari capacità di collegarsi agli altri due, chiedono, soprattutto, di accedere a quella che l’autore chiama “l’officina del fare”, inteso, questo fare, come “leggere, scrivere, studiare”, fare emancipato dall’atteggiamento di mero consumo, che etichetta sbrigativamente, liquida, accantona.

Le segrete del Parnaso denuncia, dunque, ovvero espone alla conoscenza, enunciandone esempi e manifestazioni, uno spostamento dall’attenzione all’opera letteraria come frutto, dinamico e in dialogo con altre opere, di quella “officina” del “leggere, scrivere, studiare”, a ‘emissione’ della catena di montaggio dell’industria culturale, a prodotto che deve essere vendibile, smerciabile; un prodotto che sia, preferibilmente, di facile consumo, da promuovere e lanciare, per poi, inevitabilmente, dimenticare in modo da lasciare il posto alla miriade di altri simili ‘beni’ che, in un meccanismo oliato al fine di una incessante riproducibilità, premono per essere promossi, lanciati, scambiati con altri favori, e infine, a loro volta, dimenticati. La vis polemica di Marco Onofrio non è nascosta, giacché fin dalla frase conclusiva della sua Introduzione egli afferma: «Io sono qui: la battaglia è appena cominciata…». I guasti provocati da quel passaggio dall’attenzione autentica al consumo distratto sono illustrati con esempi che provengono dall’esperienza diretta dell’autore, ma che a quell’esperienza non si fermano. Sbaglierebbe chi interpretasse Le segrete del Parnaso come mero sfogo del cuore o semplice cahier de doléances. I fatti sono esposti, sì, e alla coscienza di colui che scrive il ricordo è senz’altro ‘bruciante’ – si pensi all’Epilogo in forma di racconto, Dottorato di ricerca. Tuttavia, ritengo riduttivo fermarsi – quale che sia lo spirito con il quale si accede a questo libro – a una lettura di questo libro come ‘scottante’ smascheramento di uno scandalo, di un singolo caso, al quale ci si accosta magari con curiosità morbosa, voyeuristica.

La disamina operata da Marco Onofrio ha una portata ampia e si muove nei territori dell’analisi di fenomeni e processi storici, va, insomma, come recita il titolo del terzo capitolo, al “cuore del problema”. Onofrio si chiede infatti, ad esempio, quali siano i criteri per una storicizzazione della letteratura, almeno a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, quali strumenti abbiamo a disposizione – e possiamo condividere – per identificare il “valore letterario” di un’opera, di quali bussole e di quali sestanti abbiamo bisogno per muoverci nel «vuoto provocato dai linguaggi mercificati e massificati», per interrompere il circolo vizioso di accumulo logorroico e di incombente afasia. L’analisi di Onofrio si estende a fenomeni e processi sociologici: dopo le speranze, negli anni della ricostruzione postbellica e in quelli del ‘boom’ economico, di una «nuova frontiera democratica», quella in cui viviamo si è trasformata in una «società immobile» (definizione di Mario Alberto Marchi), nella quale il “sistema Italia” si distingue tristemente per la chiusura e per il blocco dell’ascensore sociale. Onofrio individua storicamente il problema, ma ne sa individuare le origini risalendo indietro nella storia del nostro paese. Cita infatti Ignazio Silone di Vino e pane, un romanzo scritto già tra il 1936 e il 1937 e che è nella mia vita di lettrice da quasi mezzo secolo, libro per lo più ignorato – e le ragioni sono ben comprensibili ai miei occhi come agli occhi di Marco Onofrio – da molti: «per un intellettuale non c’è scampo. Egli deve piegarsi, entrare nel clero dominante, oppure rassegnarsi a essere affamato e, alla prima occasione, eliminato».

È il momento di volgere lo sguardo, ora, al secondo predicato, da me esposto in apertura, allorché ho affermato che Le segrete del Parnaso sviluppa temi ricorrenti e fondanti nell’opera letteraria dell’autore. Chi ha letto, ad esempio, Emporium. Poemetto di civile indignazione, del 2008, o Le catene del sole. Poemetti, del 2019, trova sviluppati qui pensieri e considerazioni che emergevano dai versi di quelle opere. Lo ricorda lo stesso autore, Marco Onofrio, in questo libro, riportando passaggi da Emporium – «È il classismo il nepotismo delle logge/ sono i muri invalicabili di gomma/ il “dimmi chi ti manda, non chi sei”/ da cui le camarille, le consorterie/ i privilegi ereditari della casta/ e la rabbia conseguente di chi urla/ “Adesso basta”» e il poemetto Disperatamente Italia da Le catene del sole. Le segrete del Parnaso è dunque un’opera che testimonia la continuità della passione operosa e della chiarezza del dire, passione e chiarezza che si manifestano, d’altro canto, anche nei numerosi studi monografici pubblicati da Onofrio: tra gli altri su Ungaretti (2008), Campana (2010), Antonio Debenedetti (2011), Caproni (2015). Lungi dall’essere soltanto un pamphlet, vivace e argomentato, ma limitato al suo genere, Le segrete del Parnaso – e giungo qui al terzo predicato dell’opera – è libro che costruisce. Che cosa? Una via comune dall’impasse, una via percorribile, per quanto essa sia ardua e ostacolata dalle «caste letterarie» e dalla «cultura mercificata e massificata». Questa via passa per il riconoscimento della sacralità della poesia. Il secondo dei cinque capitoli (più l’Epilogo) che compongono il libro si intitola significativamente Il mandato “sacro” della poesia, tra Potere, Potenza e sciocche fole. Nulla di fumoso, di rituale, di piegato a un “clero dominante”, bensì un poiein fiero e consapevole della propria gratuità: «Ora, il punto cruciale è che molti poeti cercano il Potere, anziché la Potenza a cui attingere il sacro della propria arte. […] Il poeta ricco di Potenza ma privo di Potere rischia di essere surclassato dal suo antagonistico dirimpettaio, il poeta ricco di Potere e privo di Potenza. È sempre stato così, certo, ma – ed è questa la novità – oggi più che mai e in misura determinante. La colpa è anche e anzitutto della pigrizia mentale dei fruitori che  […] tacciono il valore nascosto e viceversa amplificano il giubilo riconosciuto, ripetendo a pappagallo ciò che viene propinato dai mass media». La costruzione, in una visione di consapevolmente caparbio ottimismo – «Nutro malgrado tutto la convinzione fideistica che la poesia possa rivendicare, oggi ancor di più, un ruolo energetico di compensazione agli squilibri prodotti dai sistemi ordinatori del mondo» – necessita di tre condizioni, tutte chiaramente delineate da Onofrio: la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità; la restituzione di significato alla parola poetica; il recupero del “valore” specifico della letteratura. In che cosa consiste questo peso specifico? Marco Onofrio fornisce una risposta che ritengo illuminante proprio in vista di una progressiva, dinamica, condivisa costruzione del sapere come forma di resistenza al consumo manovrato dalle caste in una società che, sotto l’apparente e sedata illusione di uguaglianza e pari opportunità, si fa di giorno in giorno più classista. La poesia è, afferma Onofrio, modello epistemologico di coscienza, di armonia, di “anima creatrice” vivificante, formidabile connessione tra ambiti apparentemente inconciliabili.

Anna Maria Curci

«Non mi credevo, ero»… “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Fausta Genziana Le Piane

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“I poeti non capiscono quello che dicono,
ma dicono prima di capire,
e quella è la verità”        

Corrado Alvaro, L’età breve
 

Essere diversi, questo è il dilemma. Essere dei disadattati, dico io. Forse. Diversi nell’anima, quell’anima che, indomita, non si sottomette a nessuna legge che non sia la sua: “Già, chi mi credevo di essere? Non mi credevo, ero. Abitato da una presenza interiore che già da allora mi faceva avere le “visioni”, inviandomi suoni e parole che neppure conoscevo. Quando, così, lo stigma della vocazione artistica ebbe modo di manifestarsi, canalizzandosi attraverso una notte di lucidità medianica che altrove ho già descritto, scelsi infine la strada della letteratura, preferendola a quella della pittura e della musica (che pure mi erano assai congeniali), non solo per obbedire alla mia più prepotente e inevitabile vocazione espressiva, ma anche perché ero convinto che, rispetto alle altre, meglio si adattasse alla natura libera, introversa e tendenzialmente asociale della mia indole, tra “orso” e “leone”, pur avendo proprio per questo il culto della buona amicizia.” Chi scrive così è Marco Onofrio che nel suo saggio dal titolo “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, 2020), fa il punto sulla situazione attuale del mondo letterario in Italia. “E la crisi della società letteraria riflette quella più generale della società in cui viviamo, nelle sue multiformi radici etiche, politiche, economiche.” (op. cit., p. 64).

Spietato e lucido, Marco Onofrio affonda il bisturi nelle piaghe infette delle caste letterarie attuali, indagandone  in profondità gli aspetti e dandone talora anche le motivazioni. Lo scrittore incalza: denuncia tutti gli altarini, tutte le responsabilità a cominciare da quella degli editori fermi nelle loro proposte editoriali; constata il venir meno dei criteri di storicizzazione della letteratura e l’oggettivo dominio della tecnica; analizza il fraintendimento che si nasconde dietro la confusione tra il mondo degli scrittori veri e l’inganno dell’appartenenza allo star system: “Lo scrittore non sarà mai un cantante o un attore¸ non può neppure  assimilarsi al loro connaturale bisogno di popolarità. Sono nati per fare cose diverse.” (op. cit., p. 19); indaga il ruolo giocato dai piccoli editori, attenti ancora alla qualità degli scritti, unico baluardo verso la corsa alla mediocrità; sottolinea il ruolo del poeta (“Il poeta compie un rito di fondazione ancestrale, anticipando la propria morte nella forma lapidaria della parola scritta e poi stampata, che estrae da se stesso, dal mistero della propria verità”, op. cit., p. 24), e della poesia, che è “forte del suo essere diversa, appartata, irriducibile, e deve appunto difendere la specificità del proprio spazio di resistenza umana, senza coprirsi di ridicolo imitando ambiti che non le pertengono e non le appartengono.” (op. cit. p. 27); parla di meccanismi della industria culturale; denuncia “la pigrizia mentale dei fruitori che tacciono, confondendo il valore nascosto e viceversa amplificando il giubilo riconosciuto, ripetendo a pappagallo ciò che viene propinato dai mass media” (op. cit., pp. 25-26); sottolinea il fatto che tutti scrivono e quasi nessuno legge; addita il dilagare degli editori a pagamento; la volontà di preservare lo status quo da ogni spinta eversiva e/o sovvertitrice; l’invasione dei linguaggi medianici. E tanto altro ancora. Aggiungerei che molti critici sono compiacenti e danno la patente di poeta e di scrittore a chi non lo è, scrivendo recensioni osannanti: “Accade così, al critico ancora in buona fede, di trasecolare continuamente sia per la mediocrità degli autori acclamati sia per l’eccellenza degli autori negletti.” (op. cit., p. 66). Ma non è sempre così…

È possibile interrompere questo circolo vizioso? Marco Onofrio propone concretamente come cercare di contrastare questo stato di cose: “con l’arma della verità, seppure indigesta e scomoda” (op. cit., p. 37). “Condividere le esperienze, unire le voci, intrecciare le singole, inutili ribellioni (inutili fintanto che singole). Creare, come diceva Gramsci, una contro-egemonia culturale “dal basso”. Tre cose servirebbero con urgenza: la ricerca/ricostruzione di un pubblico interessato e criticamente attrezzato con cui stringere un patto di autenticità; la restituzione di significato alla parola poetica e letteraria: darle nuova linfa, nuova energia, nuova capacità di presa e di rappresentazione. Che la parola torni a scavare dentro se stessa e a dare lievito al mondo; il recupero del “valore” specifico della letteratura.” (op. cit., p. 53).

Nel leggere questo pamphlet mi sono ritrovata in ogni singola parola dello scrittore, riconoscendo tutte le caratteristiche di quel mondo letterario fasullo descritto e molto ben conosciuto da me: confermo tutto. E non si tratta di invidia, livore, recriminazione personale. Non è così: “voglio dire, non è il disprezzo della volpe che non arriva all’uva” (op. cit., p. 72). Confermo: non può esserci gelosia perché ogni artista ha il proprio campo di indagine e la propria personalità. Al di là di tutte le verità da Marco Onofrio enunciate, le sue parole riportate all’inizio di questo scritto esprimono ciò che manca abissalmente al mondo letterario in Italia in questo momento: la vocazione e il talento, due espressioni dell’individuo che non si possono comprare e che non possono essere copiate. Tutto il resto, le relazioni sociali, stare nel giro, parlare con i giornalisti, con i critici, con l’assessore alla cultura, ecc. non fanno altro che coprire questa carenza o vuoto del sistema.

Se la battaglia come dici tu è appena cominciata, ecco sono dalla tua parte, caro Marco, con la mia “tigna calabrese”, asociale, solitaria, libera e intemperante, che, come te, dà importanza alla riflessione, alla concentrazione e allo studio. Spadaccino, guascone che porta il vessillo degli spiriti liberi, di coloro che non si saziano di rospi, sei.

CYRANO: “Lo so bene che alla fine mi vincerete; non importa: io mi batto! Mi batto! Tetragono a ogni ricatto!” (Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac).

Fausta Genziana Le Piane

“Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Marco Ledda

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Nel mese di settembre del 2020 è stato pubblicato dalla Casa Editrice “Terra d’Ulivi” di Lecce il volumetto di Marco Onofrio che ha per titolo “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia”. È un testo di grande interesse, che tutti dovrebbero leggere. Onofrio dimostra con coraggio le sue doti di polemista, e le impernia su una analisi attenta, circostanziata, scientificamente corretta della società italiana attuale e su una precisa analisi comportamentale riferibile alla grande maggioranza degli individui. Facciamo, per un attimo, un breve ma spassionato esame introspettivo su noi stessi. Quanti di noi si sono trovati nella situazione di desiderare un bene, un incarico, un vantaggio qualunque e di sentire di non esserne all’altezza? Quanti di noi, scavando in fondo alla propria coscienza, vi potrebbero rinvenire, accuratamente occultato, il pensiero che, se ne avessero avuto la possibilità, avrebbero utilizzato anche sistemi occulti pur di ottenere soddisfazione ai propri desiderata? Neghiamolo pure energicamente, soprattutto a noi stessi; gli altri, tanto, non ci crederebbero, ma questo non cambia la realtà.

Date tali premesse, dunque, qual è l’importanza del discorso che Onofrio ci trasmette attraverso il suo libello? È certamente quella di metterci a disposizione una descrizione accurata ed esaustiva del fenomeno, ponendo ben in evidenza l’ampiezza del medesimo, e cioè il fatto che tale comportamento è, ormai, in avanzata fase di acquisizione di una non dichiarata “normalità”, quindi è meno nascosto. “Così è, se vi pare”… e se non vi pare è così lo stesso! Ha ancora senso parlare di “letteratura”? È ancora praticabile questa parola? Questa è la domanda che si pone Onofrio come apertura del discorso, ma io aggiungerei: Ha ancora senso parlare di “arte”, di “storia”, di “scienza”? In altre parole: ha ancora senso parlare di “ingegno” e di “merito”? Naturalmente questa è una domanda assai sgradita a coloro che posseggono le “qualità vincenti”, come potere, denaro e, talvolta, quando opportuno, appeal sessuale. Insomma, tutto si vende e si compra: “gli affari sono affari!”. Di tutto questo Onofrio parla, e non con il tono di chi si lamenti per un presunto (o effettivo) torto subìto, ma con quello di voler scoperchiare la botola sulla pericolosa deriva che sta portando la cultura italiana verso un costante, grave decremento qualitativo del prodotto creativo, libri in primo luogo. E la conseguenza logica di questo decremento, facciamo attenzione, è che la modestia del nutrimento messo a disposizione di chi deve, e magari vuole anche, crescere intellettualmente, limita la capacità di produrre processi logici quanto più possibile evoluti. E allora se, come accade, i figli e gli amici dei potenti, per raggiungere i loro obiettivi hanno bisogno di ricorrere a quella che, in buona sostanza, dovremmo chiamare “corruzione”, significa forse che non sarebbero in grado di raggiungere gli stessi per merito. È, quindi, lecito presumere che essi siano in possesso di una minore quantità di nozioni e che la loro mente generi processi logici meno evoluti dei meritevoli. Se dunque abbassiamo il quoziente intellettivo di tutti, chi ne risentirà maggiormente saranno proprio coloro che sono stati eletti senza merito e, successivamente, la loro discendenza.

Andiamo avanti nella lettura e a pagina 25 troviamo un’osservazione che, purtroppo, possiamo condividere tutti perché tutti, prima o poi, ci siamo trovati nella situazione di doverne prendere atto. Questa osservazione ci invita a prendere coscienza del fatto che tutti siamo spinti e portati a giudicare uno scrittore sulla base dei si dice, dando libero sfogo ad una pigrizia mentale sempre più diffusa nel pubblico dei fruitori. Onofrio scrive: L’autore viene giudicato sulla base dei “si dice” banalmente rimasticati, o di segnacoli di Potere che ne veicolano l’ascesa: se lo ha pubblicato il grande editore, o lo ha recensito il grande giornale, deve essere “per forza” bravo. Ecco, questa è la situazione: non si accende il cervello per analizzare ciò che si legge e sulla base di tale analisi giudicare, ma si accetta di pensare quello che altri vuole che noi pensiamo. Mi torna alla mente ciò che dice un “tale” Dante Alighieri:

Ahi, serva Italia di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
Non donna di province, ma bordello!

(Purgatorio, VI, vv. 77-79)

Bordello, sì: luogo nel quale si dà qualcosa in cambio di qualcos’altro… Proseguiamo ma, beninteso, la nostra sia una lettura critica e non passiva. Una lettura critica produce l’espressione di un parere. Ora, un parere, per avere una possibilità di essere credibile, non si deve limitare ad esprimere un concetto, ma deve porsi la domanda più importante che esiste al mondo (ovvero: “perché?”) e, in conseguenza della risposta che si potrà dare a quella domanda, esprimere quel concetto. A pagina 27 troviamo l’osservazione che se, oltre a scrivere un testo, noi lo scriviamo addirittura in poesia, non facciamo altro che produrre qualcosa che pochi o nessuno leggerà: quindi la poesia non è un bene commerciabile – cioè non fa guadagnare denaro – e come tale non entrerà a far parte dei meccanismi dell’industria culturale; ma la poesia è un sistema che la Natura ci mette a disposizione per esprimere il nostro pensiero impiegando, contemporaneamente, due distinti linguaggi: il linguaggio convenzionale delle parole, e il linguaggio, ancestrale ed emozionale, costituito dall’armonia dei suoni. Pensiamo a quando noi descriviamo un evento che ci preoccupa: useremo, inconsciamente, un tono grave; se dovessimo, invece, descrivere un evento lieto, il nostro tono sarà chiaro e squillante. Questo significa che noi, oltre ad esprimerci con il significato delle parole dette, stiamo dialogando anche con il tono della voce. La poesia esalta questo duplice aspetto della comunicazione, esprimendo il concetto con le parole e comunicando i sentimenti sottesi mediante l’armonia dei versi. Non incoraggiare, o addirittura mettere da parte la poesia significa sottrarre dall’uso delle persone un potente strumento, non solo di espressione, ma anche di apprendimento. Ecco perché è grave considerare la poesia altro dai meccanismi dell’industria culturale. Ecco perché è doveroso prendere in seria considerazione quanto Onofrio ci dice, nel prosieguo del discorso, laddove parla di parola inflazionata nell’ambito del pensiero debole. In altre parole, noi stiamo eliminando dalla nostra capacità di esprimerci anzitutto la parola emozionale dell’armonia poetica; e poi stiamo costantemente riducendo il numero delle parole usate nei nostri rapporti verbali, in tal modo indebolendo sempre più il nostro pensiero, dato che ad ogni parola è connesso un significato e ad ogni significato un concetto. In altre parole rendiamo, così facendo, sempre meno evoluta la nostra capacità di produrre quei processi logici che, per legge di natura, dovrebbero invece essere sempre più evoluti.

Andando avanti con la lettura, Onofrio ci porta al cuore del problema laddove parla dell’importanza della parola. La parola viene vista come fiaccola di costruzione e civiltà. In realtà è proprio per il mezzo della parola che il pensiero di ciascuno di noi entra a far parte del bagaglio delle idee degli altri alimentando non solo la quantità delle idee delle quali ciascuno può disporre, ma anche la complessità dei processi logici di cui tutta la società entrerà in possesso. Beninteso, non è che l’idea sia di per sé stessa “il” processo logico, ma ne è un frutto il cui valore matura in funzione della risposta alla domanda chiave che tutti dovremmo essere in grado di fare a noi stessi: “perché?”. In questo modo l’intelligenza collettiva della popolazione è orientata verso una continua progressione e quindi essa è sempre più in grado di discernere quali siano gli elementi condivisibili e quali quelli da rifiutare tra i concetti che scendono dall’alto, calati come verità inconfutabili dalle classi dominanti. È tutta questione di egemonia socio-politica e, di conseguenza, culturale. Le istituzioni ufficiali sono involucri ideologico-stilistici di rapporti di potere, tralicci ideocratici che nascondono la brutalità di questi rapporti per affermare, ammantati di ipocrita decenza, gli interessi delle classi dominanti, preservando lo status quo da ogni spinta eversiva e/o sovvertitrice.

In altre parole, le persone non devono possedere un pensiero proprio, ma devono fare proprio il pensiero che viene loro instillato dall’alto. Onofrio cita, a pagina 47, lo studio di un’Agenzia Internazionale che, svolta un’indagine statistica sul tema, ha rilevato che su 100 laureati ben 98 avevano ottenuto l’impiego tramite conoscenze ad alto livello della famiglia. Soltanto 2 su 100 avevano trovato lavoro senza “aiuto” esterno! Badiamo bene: questo non è soltanto un vulnus arrecato ai valori morali sui quali poggia la struttura sociale del nostro Paese, ma è un danno concreto arrecato al quoziente intellettivo medio della popolazione italiana. I più preparati, quindi i più intelligenti, per vedere riconosciuti i loro meriti saranno costretti a cercare di affermarsi in altri Paesi; i più raccomandati e quindi, per dover fare ricorso a tale sistema, meno intelligenti, acquisiranno ruoli in Italia. Moltiplichiamo questo sistema per tre o quattro generazioni e l’Italia sarà, non solo gestita, ma anche abitata da una popolazione in possesso di un quoziente intellettivo nettamente inferiore a quello degli altri Paesi. Un sistema perfetto per rendere i nostri nipoti, o pronipoti, schiavi degli altri.

                                                                                                      Marco Ledda

“Le segrete del Parnaso” recensito da Palmira De Angelis su «Voce Romana»

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Nel suo ultimo libro “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi edizioni, 2020), Marco Onofrio descrive i meccanismi di selezione nell’industria culturale italiana. Ci spiega come gli editori scelgono i manoscritti per la pubblicazione, come il testo stampato arriva nelle librerie e come gli scrittori riescono a farsi pubblicità sui quotidiani nazionali e in Tv, rilasciando interviste e aggiudicandosi premi. Parallelamente, attingendo alla propria esperienza, apre una finestra sul mondo universitario, il luogo per eccellenza dove la ricerca ha lo scopo di far avanzare il sapere e permettere che venga condiviso. Non si dovrà però credere che il testo sia un manuale informativo. Tutt’altro: si tratta a tutti gli effetti di un libro politico, nel senso originario e proprio del termine, perché rappresenta ambiti che appartengono alla dimensione più alta della vita civile indicandone impietosamente i vizi.

L’autore si augura di raggiungere un pubblico di lettori ampio, che includa anche quella “gente comune” generalmente disinformata e spesso indifferente alle modalità di produzione e diffusione della cultura per la convinzione che tali argomenti interessino solo gli addetti ai lavori. C’è una motivazione etica che lo spinge: vuole mettere nero su bianco quanto avviene nella realtà italiana perché, ci ricorda, la cultura è linfa vitale nell’esistenza di ogni individuo per come viene fruita, assorbita e ricreata in ogni atteggiamento e in ogni decisione; quindi, ciò che risulta disfunzionale nella fase di produzione e diffusione, nell’editoria come nell’accademia, non può che danneggiare ognuno di noi.

Scrittore prolifico egli stesso, consulente editoriale, recensore, ideatore di eventi culturali, Onofrio ha la possibilità di osservare quanto descrive da un punto di vista ravvicinato, tanto da poter affermare senza velature che molti e gravi sono i problemi e i danni.  Manca la meritocrazia, il coraggio, la lungimiranza, proprio in un settore che non dovrebbe volere altro per alimentarsi. Al loro posto abbiamo cooptazione e baronaggio. Da tanto tempo ormai siamo in una condizione di stagnazione, se non di propria regressione, perché non si promuove chi più vale, avendo come obiettivo il rinnovamento e l’avanzamento culturale e scientifico. Si preferisce, al contrario, ignorare il talento e la preparazione, per accogliere i soliti figli e figli di amici e amici di potenti che restituiranno il favore. E ciò su larga, larghissima scala.

Storia vecchia? Annosa questione? Assolutamente sì, se è vero che gli scrittori che hanno mantenuto l’integrità morale, i ricercatori che faticano a farsi riconoscere, gli insegnanti più impegnati intellettualmente ne parlano, eccome, ma ormai quasi sempre sottovoce, con la rassegnazione che arriva dopo anni di battaglie perdute, oppure con la rabbia degli esclusi. Da tempo si è smesso di denunciare e di informare. E di sperare. Sono lontani quegli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, gli ultimi in cui ancora si voleva credere alla possibilità di un cambiamento e di una rigenerazione. Nei decenni successivi, fino ai nostri giorni, i metodi di cooptazione si sono progressivamente affinati, rafforzandosi e invadendo ogni ramificazione dell’industria culturale.

Cosa c’è dunque di nuovo?

C’è anzitutto che la situazione si è incancrenita: ormai le storture sono diventate sistema, non c’è nemmeno più camuffamento, forse nemmeno più consapevolezza del danno che si provoca. La rassegnazione e lo scoraggiamento di chi viene tenuto fuori dalle “segrete del Parnaso” è tale che più spesso si rinuncia, con una perdita per il paese nemmeno immaginabile, perché il genio e l’unicità non si possono immaginare.

Avviene, inoltre, che il ruolo stesso dello scrittore sia ormai cambiato drasticamente. Non è più maestro del pensiero, ma giullare dei media e dei social, tanto che, scrive Onofrio, «la letteratura ormai si fonda più sul presenzialismo, le pubbliche relazioni e l’uso spregiudicato delle virtù sociali, che non su ciò che davvero si scrive, pagine alla mano». Lungi dal dissociarsi da tale asservimento, molti sono caduti nella trappola: «Amano più se stessi e il proprio successo, appunto, che la propria arte». Del resto anche i lettori li stimano solo se li vedono in Tv, magari invitati ai talk show per parlare di tutto fuorché del loro lavoro.

Ciò è la prima conseguenza del fatto che non ci viene offerto alla lettura il meglio che potremmo avere, ma per lo più opere mediocri e non originali, «la fotocopia di una fotocopia, che a furia d’esser riprodotta si sbiadisce sempre più». Se il valore del prodotto culturale è sempre più basso – la diffusa sciatteria nell’uso della lingua accompagna la superficialità della visione – anche il gusto del pubblico si degrada e non riconosce più il letterario. Ci si diletta del libro come fenomeno effimero, accessorio patinato e semplice passatempo.

In questo panorama desolante sta a noi fare qualcosa di nuovo: abbandonare l’acquiescenza e la rassegnazione opponendoci apertamente a questo sistema. Da qui l’importanza di informare quanti non sanno. Onofrio ci prova nella speranza che il suo j’accuse renda «edotti anche e soprattutto gli autori, esordienti e non, che ingenuamente credono ancora nelle favole, quelle partorite dalla loro immaginazione e quelle propinate dallo stesso sistema corrotto». Non perché si scoraggino, ma perché affrontino con più strumenti la loro personale battaglia. Nel contempo, ci dice, l’obiettivo potrà e dovrà essere più ampio, e sarà quello di far comprendere come la cultura, la sua produzione e il suo uso, siano aspetti essenziali nella vita del paese perché toccano «ambiti da cui sono coinvolti i problemi della libertà, della democrazia, della vita civile, della storia».

                                                                                             Palmira De Angelis

“Le segrete del Parnaso”, letto da Patrizia Pallotta




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Armato di un coraggio non comune, che peraltro è da sempre tra le sue prerogative, Marco Onofrio ha da poco pubblicato il pamphlet “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, 2020), dove disquisisce sulle problematiche occulte del mondo letterario, affrontandone i relativi, scomodi argomenti.

L’analisi dettagliata che lo scrittore conduce è una “sfida aperta” che ha sapore di “denuncia”. Si tratta di verità non conciliabili per molti e quasi sempre taciute o vagamente sottintese, malgrado la consapevolezza della loro esistenza. Il riferimento al monte Parnaso, scelto non a caso per il titolo, richiama il concetto di “ierogamia”, atto a significare le nozze fra una divinità e una persona umana. Secondo la mitologia greca il Parnaso era dedicato al dio Apollo, protettore delle arti e sede delle nove muse. Il testo di Onofrio implica a mio dire questa metafora di alto discernimento, che reca quasi sottotraccia qualche nostalgia per la pienezza di un mito ormai impossibile da riportare ai giorni nostri. La parola ha perso la sua dimensione ontologica, cioè «lo statuto “alto” di credibilità e sensibilità che la rappresentava su un piano di consistenza e riconoscibilità dei valori, dei contenuti, degli stili». Ora il mondo letterario tenta di funzionare come una specie di “star system”. Gli autori, cioè, invece di lavorare seriamente, cercano solo di farsi notare, auto-promuovendosi e sgomitando per inseguire le chimere del “successo”.

Qual è il fulcro del problema, esposto con lucidità intellettuale ed eleganza stilistica dall’autore? I giochi “truccati”, la corruzione, la scarsa trasparenza che si annidano dietro le quinte (appunto le “segrete”) delle istituzioni letterarie, dove tutto sembra regolare ma non è. Onofrio parla in realtà di meritocrazia e, più a largo raggio, di civiltà democratica. Ma anche di diseducazione del pubblico, ormai obnubilato dalle mode più effimere e come incapace di autentico giudizio critico. Annotazioni illuminanti di stampo storico, sociologico e politico vengono via via evocate a supporto del discorso fondamentale che impegna Onofrio, e non solo in questo libro, in un “corpo a corpo” direi psicanalitico con il Potere, da cui si sente escluso – e di ciò sembra lamentarsi – ma al quale non potrebbe comunque appartenere, incapace com’è di accettarne gli usi, gli abusi e i soprusi, ovvero i compromessi e i bassi traffici continui. Da qui, l’apparente contraddizione.

Però forse Onofrio non disdegna il potere in se stesso, bensì quello deviato dal buon governo, cioè dalla sua destinazione comunitaria. E infatti oggi, secondo lui, l’Italia è in mano alle massonerie che l’hanno trasformata in oligarchia, cioè in dittatura strisciante sotto vesti democratiche, dove tutto in realtà viene deciso a tavolino e a prescindere dal merito dei candidati. I premi letterari, per esempio, sui quali Onofrio scrive: «Ho visto di persona come si svolgono i lavori all’interno delle giurie. O tutto è deciso “a priori”; o, se non è deciso, vi prevalgono logiche indipendenti da una analisi seria e profonda dei testi a concorso. I giurati spesso neppure li sfogliano. Sono altri gli oggetti di discussione. E quindi ci si chiede quale autore ci conviene premiare?» Le logiche di convenienza presiedono ai meccanismi di “cooptazione” che impongono i “raccomandati” e bloccano chi invece – per incompatibilità sociale o estraneità politica – “deve” essere ostacolato poiché pericoloso concorrente. Onofrio sente e dimostra di appartenere a questa seconda categoria (quella degli esclusi, degli invisibili), nonostante – o proprio per? – l’enorme lavoro svolto e maturato, senza dipendere da nessuno, in quasi 30 anni di carriera letteraria. Indipendenza e libertà, evidentemente, sono peccati originali che in Italia si pagano caro.

La sua denuncia, lanciata anche a nome della stragrande maggioranza degli autori (i privilegiati sono pochi, giacché la casta è per definizione elitaria), merita di essere ascoltata e discussa oltre i “muri di gomma” di un sistema che proprio nel silenzio omertoso confida per sopravvivere e riprodursi. 

Patrizia Pallotta

“Le segrete del Parnaso”: l’intervista su Metamagazine

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http://www.metamagazine.it/marino-onofrio-a-360-sulla-cultura-fra-fuga-di-cervelli-e-meritocrazia/?fbclid=IwAR1IO6wd0KPxHCU14eA7-7Yk_K0evt50axTxuDudM7qItd3eaR_bAwGDvKI

Marco Onofrio ha sempre dimostrato di essere uno scrittore coraggioso, diretto, senza peli sulla lingua. Ora ne dà l’ennesima, dirompente prova con un pamphlet di un centinaio di pagine dedicato allo svelamento dei meccanismi nascosti dietro le quinte e le facciate della cultura nostrana. Il volume, tascabile e di gradevole aspetto, si intitola emblematicamente “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi Edizioni, settembre 2020), e procede ad una analisi meticolosa delle ragioni storiche e sociali che presiedono alla condizione attuale degli scrittori e degli intellettuali, da quelli sommersi a quelli affermati. Onofrio vuota il sacco e dice veramente tutto sulle storture che impediscono la meritocrazia, in letteratura come in altri settori del Paese. E lo fa con sincerità assoluta, unendo al “vulcanismo” solito della sua verve polemica una lucidità di sguardo così limpida e affilata da ricordare gli illuministi francesi del ‘700 o, in tempi a noi più vicini, le pagine “corsare” di Pasolini. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive dal 2006, per rivolgergli qualche domanda sul nuovo lavoro, il trentacinquesimo libro della sua prolifica carriera letteraria.   

Onofrio, ci risiamo. Dopo i versi tambureggianti di “Emporium”, il suo poemetto civile recentemente tradotto e pubblicato in Spagna, e dopo le fiammeggianti denunce contenute nei racconti visionari di “Energie”, ora questo pamphlet che ha la forza esplosiva di un ordigno atomico. Quando si esaurirà la carica della sua indignazione?

Quando vedrò un mondo più giusto intorno a me, intorno a noi: cioè, mai. La mia sete di giustizia e verità è irriducibile, finirà solo col mio ultimo respiro. Più vado avanti negli anni e meno riesco a rassegnarmi.

Che cos’è che non funziona nel mondo letterario italiano?

Mi chieda, piuttosto, che cosa funziona. I giochi sono truccati, le faccende “ufficiali” decise a tavolino: chi ambisce a livelli importanti deve maneggiare delle garanzie di tipo politico o familiare, pena l’ostracismo. Il talento e il lavoro non bastano, se non a raggiungere l’aurea mediocrità di un’eco limitata; se si punta alle vette, cui legittimamente dovrebbero portare i meriti acquisiti con le “sudate carte”, ci si imbatte negli infiniti ostacoli frapposti dal Potere per bloccare l’ascesa ai “non autorizzati”. Oltre un certo punto non si va, ci sono i muri di gomma. E chi “sgarra” viene punito. La punizione è simbolica solo perché la letteratura conta infinitamente meno della politica o del malaffare, dove circolano interessi economici enormi, ma il principio è lo stesso: le persone scomode vengono “eliminate”.

Dinamiche e terminologie di stampo mafioso…

E che cos’è, la massoneria, se non una forma di mafia? La gestione occulta di ciò che invece dovrebbe essere trasparente e democratico determina la selezione dei candidati in liste “dorate” (privilegiati, raccomandati, predestinati) e “nere” (coloro che viceversa sono da escludere, soprattutto se meritevoli). A chi si ostina a rompere le uova nel paniere si crea il vuoto attorno. Isolamento, Esclusione. Maldicenze. La speranza è che il pericoloso “outsider”, stanco di non ottenere i risultati che merita, si scoraggi e a un certo punto molli la presa. Ma con me hanno fatto male i conti: io sono fatto in modo tale che più ostacoli trovo, più mi diverto a insistere.

Le maldicenze sono tipiche di ogni ambiente professionale, non crede?

Certo! Un conto però quelle messe in giro dai colleghi gelosi, un altro quelle decretate come sentenze punitive dai vertici di chi governa nelle “segrete” del sistema. Se non possono colpirti sul piano del merito, cercano di farlo sul piano umano: per esempio, diffondendo la voce che hai un “brutto carattere”. Nella maggior parte dei casi significa che sei una persona integra e non malleabile, cioè poco disposta a recedere dai suoi principi etici. E questo per il Potere è un difetto intollerabile.  

Perché, secondo lei, la cultura italiana oggi “funziona” così?

Perché è lo specchio di un Paese che “funziona” tutto così. Non conta tanto il curriculum o il lavoro svolto, quanto bensì i contatti, le amicizie, le entrature, e insomma i sistemi di convenienze che ti vengono cuciti addosso dalla famiglia o dalla politica. Se non sei caldeggiato da una struttura di potere in grado di garantire su chi sei e ciò che ha fatto o potrai fare, non avrai mai l’autorevolezza di ottenere gli incarichi ufficiali che, per quanto dimostrato, già meriteresti. Ecco la cosiddetta “fuga dei cervelli”: le tante, troppe eccellenze soffocate dal sistema-Italia, che trovano in altri Paesi una degna o più adeguata corrispondenza al merito. La cultura italiana è, da ultimo, un meccanismo non di promozione sociale ed evoluzione civile, ma di riproduzione dei rapporti di potere, funzionale al consenso e al privilegio. La chiusura oligarchica riflette quella di un Paese dove l’ascensore sociale è fermo da almeno vent’anni, fossilizzato sullo “status quo” e governato per vie occulte dalle massonerie.

Quindi, Onofrio, lei parla di un problema trasversale a tutti gli ambiti professionali?

Assolutamente sì, il sistema riproduce ovunque le sue metastasi. Io ho parlato per il mondo che mi compete come scrittore professionista, ma praticamente le stesse denunce potrebbero – e, anzi, dovrebbero – farle gli esponenti di ogni settore (università, giornalismo, avvocatura, medicina, spettacolo, ecc.). Anche il calcio, che pure per natura dovrebbe essere meritocratico, soffre delle medesime storture. Si legga per esempio il recente sfogo di Claudio Gentile, indimenticato campione del mondo 1982, la cui brillante carriera da allenatore è stata “bloccata” solo perché incompatibile con la mediocrità e l’ipocrisia indispensabili a fare carriera e ad essere cooptati.

E lei non prevede conseguenze personali?

No, poiché sono già oggetto di ostracismo (il sistema ha rilevato da anni le mie “intemperanze”, decretando pollice verso) e non ho niente da perdere, né incarichi ufficiali né posizioni di potere; proprio per questo sono nelle condizioni di dire che il re è nudo.  

Quali reazioni prevede al suo pamphlet?

Mi piacerebbe che spingesse al coraggio di vuotare il sacco anche altri professionisti; sarebbe interessante, poi, confrontare le rispettive esperienze per dare vita a un movimento di liberazione democratica fondato sulla rivendicazione del merito in ogni ambito della società italiana. Quanto al mondo letterario, si potrebbero ipotizzare reazioni di scandalo e biasimo, se è vero che – come scrive Cicerone – “l’ossequio partorisce amici, la verità odio”. In realtà mi aspetto esiti di indifferenza e silenzio assoluto, dall’alto e dal basso. Quelle dall’alto le capisco, quelle dal basso no. Ho dato voce al malcontento di centinaia di colleghi che ogni giorno inciampano sugli stessi ostacoli da me descritti, ma ora (ne sono quasi certo) si guarderanno bene dal condividere ciò che ho denunciato per me e per loro, o dal dimostrarsi partecipi e solidali, forse per il terrore di compromettersi agli occhi del Potere o per il timore che il mio libro possa avere successo. L’ipocrisia regna sovrana nel mondo letterario, e non solo. Sta di fatto che una voce isolata, per quanto dirompente, ha un impatto risibile e pressoché nullo; solo dal confronto degli sguardi e dall’unione delle esperienze può scaturire una forza autentica di cambiamento.

F. G.

“Le segrete del Parnaso” su “Il Caffè dei Castelli romani” dell’8 ottobre 2020

Ha sempre ricercato e perseguito la verità: è una delle caratteristiche peculiari di Marco Onofrio, il noto scrittore romano naturalizzato marinese. Ora, nelle vesti congeniali di polemista, pubblica con una casa editrice coraggiosa e volitiva quanto lui, “Terra d’ulivi” di Lecce, un pamphlet dedicato allo svelamento dei meccanismi nascosti dietro le quinte e le facciate della cultura nostrana. Il libro, breve e intenso, si intitola emblematicamente “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia”, e procede ad una analisi meticolosa delle ragioni storiche e sociali che presiedono alla condizione attuale degli scrittori e degli intellettuali, da quelli sommersi a quelli affermati. «Malgrado i successi nazionali e internazionali, dopo quasi trent’anni di carriera d’autore e trentacinque libri editi», afferma Onofrio, «ho sentito la necessità etica di demistificare la “realtà vera” del mondo letterario italiano, scorporandola dalle favole speciose e analizzandone lucidamente le dinamiche alla luce del sistema-Italia. La letteratura è una jungla di ipocrisie, invidie, maldicenze, opportunismi, caste e congreghe in perenne lotta tra di loro. Ma è soprattutto una valigia con il doppio fondo, piena di giochi truccati, dove oggi contano sempre meno il merito, il lavoro serio, l’appartato e fruttuoso raccoglimento, ovvero il riscontro oggettivo delle “sudate carte”, e sempre più – purtroppo – l’abilità sociale di vendersi, presenziando, sgomitando e scavalcando, o la condizione aprioristica di chi con le prebende e i privilegi ci si ritrova fin da bambino, a prescindere dal merito, grazie alle entrature familiari. Il libro diventa così, in filigrana, un itinerario di approfondimento sulla democrazia in Italia, sui diritti costituzionali, sulle trasformazioni storiche che stanno riportando in auge le formule del più vieto e deteriore classismo. Ho “semplicemente” detto ciò che molti sanno ma che, per timore e opportunità, preferiscono fingere di non sapere. Il libro vorrebbe aprire gli occhi agli autori, esordienti e non, ancora illusi che il campo sia libero e aperto onestamente al merito. Auspico infine che questa operazione smuova altri professionisti a parlare fuori dai denti, denunciando l’inquinamento massonico da qualche anno in atto nei rispettivi settori. L’Italia deve tornare ad essere un Paese a base meritocratica, o è destinata a non avere un futuro».   

F. S. 

“Le segrete del Parnaso”: la recensione di Dante Maffìa

Per la prima volta ho pensato che come recensione andrebbe offerto l’intero libro, perché le argomentazioni sono infinite e Marco Onofrio ha saputo sintetizzarle da par suo, senza dimenticare una sola delle tesi che gli stanno a cuore sull’argomento. Argomento scottante al punto che si accettano scommesse sul fatto che oltre la mia Onofrio non riceverà nessun’altra recensione. Certe cose si tacciono, perfino il polverone confuso creerebbe problemi ai leccapiedi, ai ruffiani, alle puttanelle di turno.

Onofrio è stato capace di focalizzare la situazione attuale dell’editoria in Italia con una lucidità che mi ha messo angoscia. Perché la prima reazione è l’incredulità. Poi però lo sguardo serenamente si posa sui comportamenti dei “lettori di professione” che, se trovano un libro importante di un principiante o un libro interessante di un vecchio scrittore sempre tenuto in disparte, lo indirizzano al piccolo editore o addirittura a un libraio.

Sì, purtroppo ormai “la confezione vale indipendentemente dal contenuto”, e “il vassallaggio è condicio sine qua non per fare carriera”, come sono veri e verificabili gli esempi portati pagina dopo pagina da Onofrio e la cosa non dispiace perché ha toccato lui, me e altri, ma dispiace perché il metro e la misura di tutto sono affidati a personaggi ambigui, manutengoli che eseguono ordini tassativi e riverberano le situazioni su ogni campo del vivere, su ogni rapporto, forse anche in quello amoroso. Viviamo ormai, sembra dirci Marco Onofrio, dentro un processo di rapporti che puzzano e che non sono poggiati sulle valenze del valore, ma semplicemente sulle amicizie, sui compromessi, sugli intrallazzi. Intendiamoci, il famoso “presente” che un tempo si faceva al signore, al potente, era un segno di stima; perfino Pitagora, andando in Grecia portò con sé delle anfore da regalare. Ma il significato era molto diverso, allora erano stima e non vassallaggio, non servilismo.

Nel libro troviamo esempi a catena del malcostume editoriale, ma Onofrio non risparmia poi nessuna istituzione e narra addirittura fatti accaduti personalmente a lui, per esempio, nei concorsi universitari. Insomma, siamo nella melma profonda, e ciò significa che spesso viene alzato un muro alto dinanzi al valore, costringendo chi ha grandi qualità ed è portato a realizzare buoni libri, a maratone infinite, a sfide e controsfide, a rivendicazioni che qualche volta sfociano in malo modo.

La domanda è: ci sarà una svolta? Ritorneremo a riconoscere il valore in chi lo possiede, daremo a Cesare quel che appartiene a Cesare? O cadremo sempre più in basso con rischio di rendere tutto un appassito campo di mediocrità che ci porterà, a lungo andare, allo sfacelo, alla perdita di ogni valore? Onofrio ricorda, tra mille altre cose, i comportamenti di Libero Bigiaretti nei confronti di Giorgio Caproni e di Eugenio Montale nei confronti di Lucio Piccolo. E il cuore si riempie di gioia, perché vedere che uno scrittore porge la mano al più giovane, a quello periferico, dà il senso di una continuità e di uno sviluppo culturale che fa sentire il progetto, le intenzioni di un proseguimento che va alla ricerca di crescere e di entrare nella pienezza del cammino umano. Già, ma chi si preoccupa più oggi di umanità? I princìpi sono spariti, le occasioni bisogna cancellarle altrimenti l’amico e l’amico dell’amico poi non trovano spazio e soprattutto vengono mortificati dalla bravura di chi li ha preceduti…

Sia chiaro, questo di Onofrio è un grido più che di allarme, di guerra, di vera e propria guerra, ma i versi di Leopardi mi chiudono occhi e cuore, perché, come ho detto all’inizio, “qua l’armi, io solo combatterà, procomberò sol io”. Il rischio è che Marco Onofrio neanche “Un giorno, forse non troppo lontano” capirà a chi ha dato fastidio. Marco! Hai dato e dai fastidio al Potere, qualsiasi machera indossi, e figuriamoci con questo libro così acceso, veritiero, libero. Ma non preoccuparti, non ti leggeranno, non ti denunceranno, altrimenti avresti visibilità e bisogna che tu non ce l’abbia. E sai perché? Perché la meriti.

Dante Maffìa