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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

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Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

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“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

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Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




“Appello” (a Dante Alighieri)

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APPELLO (a Dante Alighieri)

…ma non erano da ciò le proprie penne
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne…
(Paradiso – 33, vv. 139-141)

… Inesorabilmente, da quel cielo
nel suo perenne lumine irradiato
atterrò d’un attimo il mio ciglio
ché ancora non ardivo ricercare
la fonte del più nobile consiglio.
E lì si aperse il velo, innominato.

Lui m’induceva a dire come figlio
che domandato al padre si confessi
temendo di non reggere l’acume
nell’acqua trasparente dello specchio
ove polire, a forza di speranza
le brume incatramate degli abissi
e solvere l’enigma dell’andare
eterno che contiene l’esistenza.

Mi rischiarai la voce titubante
che più sottile in punta della gola
il brivido impediva nell’uscire
ghiacciato dall’aguglia che le vene
appinza, e a porgere quel dire
brillava la mia fronte di sudore.
Allora m’ersi, vocai tutto l’ardire
forse l’ultima possanza che restava
e nel silenzio, madido di luce
come appena mormorando
cominciai:

“Dante, i’ vorrei che la tua voce
amara sì non fosse messaggera
di ciò che in questo giorno
mi riserva ad essere la sera.
Ah, saperti pareggiare
nell’eletto idioma che mi degni!
Mi mancano parole, e non poeta
né retore sono, ma giovane confuso
che ha perso la sua strada, se la ebbe
e ritrovar vorrebbe, fin da ora
la più alta dimensione
della vita, quella da cui nacqui
e arriverò passando, come spetta
per corso naturale ad ogni uomo.
Sdegno infatti l’ardimento
di guardarti aperto, ché ritengo
di perdere la vista al tuo splendore
meato dall’interno del diadema
che cinge la tua testa, t’incorona.

La tua sostanza prome d’intelletto
e della mente il seme a un punto tale
che favellar, tacere o contemplare
l’amore ch’arde vivo in chiara amanza
e da se stesso aumenta e si mantiene
non reca giovamento a quel suo male
o passo decisivo alla salute,
ma sì piuttosto danno e non rimane
l’onnipresente danza che l’involve
al divenir del mondo e del suo fare
ché ne basisce il labbro al verbo muto
e impallidisce in volto il colorito
allor che d’esta ardenza colmo il cuore
e intriso il sentimento di tremore
come un cavallo zoppo al dir mi pongo:
troppo parvo sònti nel cospetto
e prego la tua guida pel cammino
che nel destino ignoto s’apparecchia
e chieggo della luce il senso oscuro
che fa sotteso darsi a questo viaggio
dovere universale che c’impelle
assiduamente a scegliere la vita
la grazia e la portata del suo velle.

Che significa lo spazio circostante
dove muore, spegnendosi nel vuoto
la forza palpitante dentro il cuore?
Che cosa ci vuol dire dai primevi
il tremolio silente dei notturni?
Questo cielo inascoltato
che non ha contorni?

Donami un segno, un simbolo del vero
e che una volta la favilla dell’uscita
baluginando sorga dall’oscuro,
non sia fata morgana
la chiave-gibigiana del mistero
caduta da millenni in fondo al mare;
abbracci la tua mente queste spalle
e rampi verso l’anima giocondo
di fulmini al galoppo il palafreno
ed illeonito rugga il mite agnello:
s’incieli nel silenzio del profondo
l’aquila ghermendo la saetta
seguendo tra le stelle l’alta rotta
e insieme negli artigli il ramoscello
argento-verzicante dell’ulivo
e un giglio immacolato come emblema
che nel mio cuore scopro: sono vivo!
perché la vita amo e dono amore
copiosamente attorno, senza tema
come fosse la suprema
verità – sapienza et umiltà
dinanzi al pergamo del mondo
dico – certo tu m’intendi –
di quello spirito sognante che matura
nell’incubo del giorno più importante
e che gravarmi sento nell’esteso
e non evolve l’ombra persistente
questa mostruosa immensa allucinante
di vuoto apocalisse e spazio nero…
deh, sveglialo, bardalo, frustalo se vuoi
o eletto capitano e marescalco
fammi da mossiere alla partenza
spronalo al volo, tornalo al creatore
all’infinita fonte del potere
come il fiume che divalla verso il mare;
siimi padre, consigliere, amico
e solo che lo sforzo non sia vano
all’alba del risveglio, te lo giuro
potrai vedermi ridere nel sole
nella stupenda luce del mattino
alunno fiducioso più che figlio
sul misterioso, semplice cammino
che proprio dal tuo cenno
avrò intrapreso”…

Marco Onofrio

“Azzurro esiguo” letto da Fausta Genziana Le Piane

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Riflettendo sul titolo dell’ultima raccolta poetica di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021) e sulla dedica personale che trovo all’interno – per un azzurro tutt’altro che esiguo – resto perplessa: ma insomma questo azzurro è esiguo o no? Calma, procediamo per gradi. La parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

Non è un caso che sia Mallarmé e sia Onofrio parlino di voce e di suono: Il suono, padre della terra / si incarna dentro un guscio / di splendore (…) (Il compito, p. 15)… Trionfo della creazione, dunque azzurro – lontano anche – che vince e supera la materia. Azzurro come dire Ideale, Bellezza, bellezza del mondo, bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo gettato qui sulla terra, dopo aver attraversato silenzio, spazio, tempo, è dilaniato tra la materia di cui è fatto e il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere, è combattuto tra la vita, che fa nascere e la morte che fredda nel mistero. Come dire le Città del Sogno / dove tutto è luce di pensiero (Il varco, p. 17). Tutto ciò scaturisce e prende forma dal tempo e dallo spazio e nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi, fatti di carne, di materia e di spirito, anime inquiete, intrise di mistero. Si resta colpiti dalla capacità dell’io del Poeta di sfaldarsi, allargarsi, perdersi dissolversi nello splendore dell’eternità, nell’universo, dilatato che inghiotte nella sua vastità:

Rinasco, ora, tra le braccia
del vento
che mi porta lontano
laggiù… laggiù…
sulle ali del tempo
dentro le vie dei colori
oltre l’orizzonte
in fondo al mare
ascolto la sinfonia dei giorni (…)

(So da sempre, p. 30)

Uscire dalla stanza.
Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

(Trascendenza, p. 33)

Risuona spessissimo la parola vuoto – una delle più presenti della silloge , vuoto incolmabile, vuoto che divora dove ci si spaventa senza che il turbamento diventi mai angoscia pura: è il centro ove tutto accade e si forma. È vuoto il silenzio, il silenzio / dei misteri?

L’universo è un grande buco
dentro il vuoto
pieno del nulla che ci ingoia…

(Ingranaggio nascosto, p. 20)

Anzi il vuoto non è indeterminato ma ha fattezze fisiche ben precise: Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di uomo, p. 80). Abisso, fondo, silenzio (più volte ripetuto), questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto. Fare il vuoto in se stessi, nel senso simbolico che danno a questa espressione poeti e mistici, è liberarsi del turbine delle immagini, dei desideri e delle emozioni; è scappare dalla ruota delle esistenze effimere, per provare solo la sete di assoluto. È, secondo Novalis, il cammino che va verso l’interno, la via della vera vita… “Il profumo dolce del silenzio / inchiavardato al vuoto” (Grato, p. 27). Il vuoto è vertigine che si attorciglia su se stesso in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore. Io interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del cerchio magico: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). C’è una corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo si specchia nel cuore,

Velati, gli occhi, e semichiusi
insensibili ormai a qualunque cenno
guardavano dentro
scorrere visioni trascendenti
come in un film
eccelso di indicibile grandezza
che qualcuno proiettasse dal cielo
dritto sullo schermo del suo cuore
proprio mentre stava per fermarsi.

(L’oasi, p. 38)

Anzitutto si specchia, anche il cielo nel mare: Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli) (Sale sacro, p. 62), il cielo nel pozzo, un occhiolino bianco che vacilla… Guardarsi dentro e trovarvi il firmamento, l’infinito… Sono tutto l’universo / l’infinito. L’Azzurro allora è esiguo rispetto alle aspettative umane, rispetto all’anelito, al desiderio di elevarsi ma, nell’essere inarrivabile, diventa vasto (azzurro senza fine):

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;
sali a purificarti nell’aere superiore,
e bevi come un puro e divino liquore,
Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.
Alto sui tedi e sui pesanti affanni
che gravano quaggiù l’esistenza brumosa,
beato chi potrà con ala vigorosa
lanciarsi verso i campi luminosi e sereni:
quell’uomo i cui pensieri, lieti come le allodole
si involano al mattino verso il cielo – colui
che plana sulla vita. ascolta e sa comprendere
il linguaggio dei fiori, e delle cose mute!

(Chales Baudelaire, Les fleurs du mal, Mursia, traduzione di Mario Bonfantini, 1980, Élévation, p. 35).

L’Azzurro – il cielo – coincide con la trascendenza, con l’eterno, la divinità, il desiderio di assoluto, di bellezza superiore ed implica la ricerca di un’entità spirituale superiore, perché il Poeta vuole vedere l’esistenza con gli occhi /stessi della divinità (9 passi, p. 28):

Chi disegna il mondo intorno a noi?
Chi sospinge il vento che trascorre?
Chi prepara i segni del futuro
quando noi emergiamo e si fanno
vivi, nel silenzio, catturare?
Chi decide i corsi e i mutamenti? (…).

(Chi è, p. 22)

La grande Luce irradia amore nel silenzio: il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione; ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio avvolge i grandi avvenimenti, dando alle cose grandezza e maestà. Il silenzio, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Lassù c’è un silenzio così pieno / che rende inutile parlare (Inutile parlare, p. 79). Al poeta è dato di sognare, di lasciarsi andare al sogno, senza opporvi fuga o resistenza (9 passi, p. 28) e di arrivare un giorno al centro inabitabile del cielo… Attenzione! Dobbiamo avere cura dell’Azzurro, in un attimo sparisce, in un attimo cade, precipita e poi non resta che sprofondare nella palude. Lassù, con l’Azzurro, ci sono le stelle, ci sono i baci:

(…) quella bocca dolce da baciare
che ora sto baciando,
non è un sogno!
Gusto tra le stelle il tuo sapore
di sorgente alpestre
e di marina fresca da annusare:
è un’acqua che non basta e non finisce
la gioia senza tempo che fa male
e spande una carezza in fondo al cuore
mentre ringrazio e benedico il mondo
per il miracolo che sei
viva tra le mie braccia
in questo spazio sacro,
e tutto attorno ciò che non sei te
l’impenetrabile ignoto
dell’insensato niente.

(Il bacio, p. 71)

Mi piace concludere con queste bellissime parole d’amore del Poeta, amore che coinvolge tutti i sensi (assaporare, gustare, annusare, ecc.). La donna idealizzata, Madonna degna dei più famosi Trovatori, è essere angelicato che rientra nella benedizione del mondo:

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Da qui la metafora della spazio sacro: è il luogo dove Madonna passeggia dispensando baci e gioia e frescura, qui si riuniscono gli amanti e il resto è l’insensato niente.

Fausta Genziana Le Piane

“Azzurro esiguo” letto da Maria Teresa Armentano

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Lo stesso titolo del nuovo testo poetico di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021, pp. 112, Euro 14, Prefazione di Dante Maffìa) pone al centro le contraddizioni che animano il cuore del poeta. L’azzurro non può essere esiguo; nel definirlo con questo aggettivo l’azzurro a cui pensiamo, quello del cielo e del mare, rievoca immagini di lontananza. E appare irraggiungibile, nebuloso e vago, e riporta alla dimensione interiore di una vastità che ha le sue radici nell’anima e che trabocca nei versi.

…La verità più vera / è il cuore buio / che incista in fondo all’incubo sublime /nel dolore del suo volto /ancipite: /da un lato la vita / che ci fa nascere; / dall’altro la morte che ci fredda /nel mistero. (“La verità più vera”)

…Miliardi di universi sfuggono / allo sguardo /e come polverume di foschie / si lasciano intuire / dentro il buio gelido / dell’inghiottitoio. (“Scritture incomprensibili”)

…L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia / dove entrano-escono le cose… (“Ingranaggio nascosto”).

Già in questi versi tratti dalle prime poesie del testo, Onofrio s’immerge nella dimensione dell’universalità in cui il buio e la morte non sono intesi come elementi di un pensiero negativo, bensì come l’altra faccia del nostro vivere, nella grandezza e sublimità di un mistero che la poesia tenta di decifrare, offrendo la possibilità di scorgere oltre l’umano. E nella poesia intitolata “Chi è” il poeta propone al lettore una sequela di domande che sa già essere senza risposta e che, proprio in questa mancanza, assumono senso. Nel libro intercala ai versi pagine di prosa poetica, quasi non trovasse che in prosa lo spiraglio necessario per esprimere l’arcano che avvicina al Mistero. Nella “Favola”, ad esempio, i tre tempi dell’umano sono scanditi come in una partitura: la rinuncia prima, poi il volo senza più barriere per raggiungere spazi infiniti e infine il mutare e il trasformarsi nel cuore di ogni cosa.  Scrive il poeta: «tutto è Amore, di sempre e di mai»: ecco, il segreto alfine assume un senso che è significato del mondo in sintonia con il proprio essere. In questo sogno il poeta ritrova sé stesso, percepisce l’universo che ora appare raggiungibile, perlomeno nella visione poetica. Percorrendo il cammino iniziato da Onofrio, il lettore avverte una leggerezza che si colora di speranza dove la primavera, rinascita del cuore, annuncia l’inizio di un nuovo disgelo, anche quello dei sentimenti: l’amore per la vita e la natura e l’invisibile pensiero sono un grido dolce, non più la voce stridula di chi emerge dal pozzo senza fondo ma di chi risalito guarda dall’orlo del burrone, ormai conscio delle infinite possibilità che la poesia apre al sé stesso sconosciuto e  celato nel profondo del cuore che ne svela i segreti.

Si avverte una grande umanità in questi versi e nei seguenti in cui il ricordo della figura paterna assume contorni tra il reale e l’immagine evanescente, sfumata, che riporta al buio profondo della perdita e della distanza non avvertite nell’evocazione poetica. I dubbi sul viaggio, dal luogo da cui nessuno ritorna, si moltiplicano insistenti e si concretano nell’unica Domanda finale: «Finisce poi davvero tutto quanto?»  E questa volta la risposta del poeta è senza esitazioni. Il luogo-non luogo, che fa di noi una goccia nel mare immenso dell’Universo, è dove fiorisce la radice dell’amore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’indecifrabile svelato che viene da lontano. E il miracolo è compiuto dal poeta mentre crea versi che suonano e risuonano come note di uno spartito ampliato dal riecheggiare di nuove sensazioni, visive e uditive insieme: dai sensi che percepiscono la bellezza del mare e del cielo alla luce delle stelle lontanissime che rivelano l’Assoluto. La verità –scrive il poeta – è nel cuore, piccolo e immenso perché è uno dei due estremi (l’altro è la luce delle stelle di cui percepiamo appena lo splendore) del filo invisibile che ci unisce all’Eterno. Sbalordisce questa capacità di Onofrio di infondere nelle parole, attraverso le metafore e le sonorità, la complessità di una natura di sogno, mitica, che allude al mistero di cui le cose e noi stessi siamo pervasi.

Guidami, Spirito, tienimi per mano / quando la notte illumina il cammino / mentre oscura, il sole / la verità segreta / delle cose / come se il mondo fosse / quello che vediamo / con gli occhi di carne, / e non soltanto l’ombra / la parvenza / del sogno che vorremmo / ricordare. (“Adorcismo”)

Il sogno che permea questi versi, nucleo di un segreto celato in ogni cosa, rende affascinante la scoperta rivissuta nell’immagine poetica della natura, come se ogni elemento trovasse posto in un’armonia irradiata da una infinita sorgente di luce. La perfetta felicità appartiene all’Eterno, la sete immensa di felicità del poeta non sarà mai placata. Non c’è in queste ultime poesie del testo, impropriamente conclusive se non graficamente, un prima e un dopo ma un filo sottile che è da ricercare esplorando la profondità dei versi,  ed è la meraviglia e lo stupore di fronte al Mistero della natura che il poeta riscopre nel sogno quando si scioglie nella ricchezza di un bacio, nella sofferenza del disagio e del dolore per ciò che muta senza ragione, nella discontinuità del sentimento che vivifica e nello stesso tempo sussurra che la vita è passata. Non resta che abbandonarsi alla natura che saprà darci l’ultimo abbraccio, quello che ci riporta al luogo a cui apparteniamo e che la Poesia rende eterno.

Nella complessità di questo libro, da lettrice, ho ritrovato nella sua interezza la bellezza di versi che non si dissolvono e non si perdono nel vuoto che si crea dentro e intorno a noi. E nonostante incomba il Gigantesco del vuoto, richiamato nel testo “Gigante di vuoto”, il poeta rasserena sé stesso, quando offre il proprio cuore alle Parole («Le Parole sono tracce di sogni perduti», da “Parole dalle cose”), e così ritrova l’azzurro esiguo dentro il suo universo, non più tutto nero, ma rischiarato dalla luce della Poesia.

Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola. (“Azzurro esiguo”).

Maria Teresa Armentano

“Raggiungere il cielo e raccontarlo”, di Virginia Rescigno. Lettura critica

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Protetta e, in parte, come “ingabbiata” da un impianto formale di stampo classicistico (ad esempio nel retaggio volutamente démodé delle frequenti apocopi: «tramontar», «scorrer», «rassenerar», «temporal», «tintinnar», ecc.), benché distesa in versi liberi e affidata a una scansione metro-ritmica efficace poiché idonea al tracciato emotivo dei contenuti, la poesia di Virginia Rescigno in “Raggiungere il cielo e raccontarlo” (Lilit Books, 2017, pp. 102, Euro 12) nasce da un grumo di consapevolezza che si addensa attorno a una delle più spietate verità metafisiche dell’esistenza:

(…)
non serve scavare viscere ai mari,
se l’Ombra raccoglie la vita
e prosciuga speranze
e scarnifica menti,

come scalpello mortale
flagellerà
i nostri piccoli giorni
e cancellerà
le nostre splendide storie.

Ovvero l’infinita vanità del tutto, come diceva Dino Campana. Ogni cosa è destinata ad essere inghiottita da quell’Ombra per cui la Dissolvenza, ovunque, domina sovrana. Se la ricerca è inutile, come tutto il resto, è lecito «scrivere e domandarsi / se serve ancora / con le parole / andare oltre». E tuttavia siamo nati per “disturbare l’universo” (Eliot) e sviscerare il Logos: appartiene alla natura dell’esistere (ex-sistere: uscire, stare fuori, appunto andare oltre) che ci impedisce di cedere all’inedia e ci rende “sporgenza ontologica” dell’universo di cui facciamo parte e a cui, simultaneamente, ci contrapponiamo. La rivolta continua che, se non diventiamo accidiosi, è connaturale al nostro sguardo, osa opporre all’Ombra incombente e al «freddo respiro del mondo» il fiato caldo della presenza, il lievito dell’anima, la forza originaria della luce, e insomma la fatica, la gioia e la gloria delle opere e dei giorni, ancorché deputati a scomparire fin dal loro inizio. L’eterno scacco dell’uomo è oggi accentuato da una condizione di grave crisi storica: l’umanità è «ferita» non solo dagli squilibri, dai virus, dai conflitti, ma anche da una perversa «civiltà dell’effimero» che intorpidisce le menti e spegne la scintilla negli sguardi. Spetta al poeta – a nome di tutti – scalare il cielo per raggiungerlo e “raccontarlo”, come fece per sempre Dante Alighieri. E scalare il cielo significa scavare dentro l’anima «nel profondo» per fare in modo che le parole non rimangano vuote e inutili.

La poesia di Virginia Rescigno percorre il discrimine sottile tra Natura e Cultura, e impara dalla Natura per rigenerare la Cultura a nuova vita, in un potente empito di palingenesi spirituale, di trasformazione esterna ed interiore:

(…)
cancello parole,
annullo i miei battiti
e m’inebrio di cielo,
di mare di terra.

La poesia non è, evidentemente, fumisteria “a freddo”, arzigogolo ingannevole o gioco intellettualistico per scettici sfaccendati, e neppure coincide con la cronaca o con il giornalismo, ma con la voce eterna dell’uomo e delle cose. Ricorda la semplicità nutriente del pane, e infatti scrive: «pane-poesia il mio nutrimento». E poi, dichiarando e precisando una forma congeniale di poetica: «Non canterò più / se non da siepi / a primavera». Quindi la freschezza del nascente, ciò che sta per sorgere e sbocciare. Quella di Virginia Rescigno è una musica che dipinge le cose lasciandole emergere nel contesto panoramico e atmosferico del loro ambiente con le «mille crepe segrete» che le caratterizzano, cioè ammantate di infinito ma al tempo stesso nette, precise, ricche di insostituibile peculiarità: ad esempio il «formicolare d’erba» diverso e unico per ogni singolo stelo. Ha un’anima «ladra» e «testarda» che ruba speranza alla disperazione e un «soffio di primavera» alle nubi tempestose dell’inverno. I suoi occhi nascondono il bacio che abita nei sogni: lo nascondono per difenderlo e mantenerlo vivo.

È una parola che vive intensamente nel tempo ma che anela a schiudersi oltre, nelle «eterne stagioni» che vibrano in parallelo a quelle in cui la natura sgrana e orchestra la sua evoluzione. La sinfonia già vivaldiana delle quattro stagioni viene perciò superata da continue allusioni a una dimensione metafisica cui giungere dal cuore stesso dei fenomeni percepiti. L’identificazione è totale («Sarò il respiro dell’erba, / il brulicare della terra, / aggrappata ad un raggio di sole / disegnerò i tramonti») ma continuamente disturbata dalle interferenze e dai limiti del nostro significato. Gli esseri umani inquinano tutto e sono incorreggibili. La società è un covo infernale di storture e infinite aberrazioni: «Noi / esistenze mortali, / assassini, violenti,  / ambiziosi, potenti / ubriachi di luci e di applausi». E ancora: «Troppo rumore, / non riesco a sentire / il vento / che sgrana le nuvole, / il ruscello / che saltella sui ciottoli / e le voci sommerse / (…) Troppo rumore, / rumore di guerre, / di tempeste razziali, / umanità tarlata / da soldi e potere, / da fatue apparenze, / da un Dio assente…» Un «universo di anime dolenti» da cui la poetessa vorrebbe liberarsi per fluttuare leggera e felice «in una bolla di sapone» con i riflessi dell’arcobaleno. La poesia è appunto un arcobaleno che ridà colore al «bianco e nero» del mondo falso e artificiale creato dagli umani. Ma solo che si oltrepassino «i recinti dell’uomo» si può abbracciare l’eternità, e allora «scompare del vivere la greve asprezza»:

Tra le fronde ridenti
al gioco del sole
e al trastullo del vento,
galleggia il non-tempo
(…).

E così

lo sguardo s’innalza,
un sussulto vibra nell’aria,
è vita che scorre
come un’onda nel cielo.

Lieve è la carezza dell’aria e dolce è la purezza degli elementi. Basta percorrere un sentiero di campagna per inazzurrarsi di vita e sentire la linfa che scorre nel «silenzio primordiale», laddove si rifugiano le stelle «non più offuscate / dalle fatue luci dell’uomo / che spengono i sogni / nelle città rumorose / e affollate di niente». La vita resta, malgrado l’uomo, «cristallo prezioso» e «fragile trasparenza». E l’uomo dovrebbe imparare dalla natura, dalla lezione di un «piccolo fiore selvatico / (…) abbagliato dall’istante / (…) felice così, / d’esser vivo e basta». Il creato è lì, fuori di noi che gli siamo innanzi (separati dalla nostra autocoscienza): il «sorriso del mondo sereno» non aspetta altro che d’essere raccolto. È tutta questione di sguardo: «All’improvviso / ho guardato il cielo / e il volo di una rondine, / e sono felice». La natura è «amica», non matrigna: offre un rifugio di medicamenti e consolazioni alle spine che rendono «aspra» l’esistenza. Gli elementi naturali sono proclivi a caricarsi di significati umani, e quindi vengono spesso antropomorfizzati. Per esempio le nuvole al tramonto che sospendono «relitti di speranze» e «frammenti di malinconie». La smisurata complessità che il silenzio trattiene in fondo al vuoto rende auspicabile, se non indispensabile, una lettura stratificata e polisemantica dei fenomeni. Il silenzio stesso viene esplorato nei suoi diversi colori, che appunto dipendono dallo stato d’animo di chi lo ascolta: può essere «giallo-oro» o «grigio-argento» o «bianco» o «nero-fumo». Le stelle sono «domande sospese / al cielo notturno» in cui riconosciamo al tempo stesso «speranze ridotte in frantumi», «occhi di un Dio lontano», «sogni appesi alla notte», «bagliori di pianeti distanti», anime dei trapassati, ecc. Le stelle sono anche «luci di case, / di respiri alle finestre accese» come quelle dei nostri occhi, abitate dall’anima. Delle cose c’è sempre un versante metafisico che oltrepassa dall’interno la dimensione del percetto fenomenico. Per esempio le onde del mare che «dal più remoto inizio del tempo / ascoltano e raccontano» le nostre storie… ma nel loro «rimescolio arcano e perpetuo» lasciano avvertire anche i «sussulti dell’anima mundi» e l’«eco misteriosa e lontana» della voce di Dio.

L’estate è la stagione dello splendore che incendia l’anima. La poetessa rimira questo spettacolo, cioè guarda con l’intensità di una «gran meraviglia» la «Bellezza Infinita» che si sprigiona dalla natura portata all’apoteosi della sua maturazione, che si vorrebbe eterna.

Vorrei morire
abbracciata all’estate,
al canto delle cicale.

Ma anche l’estate è destinata a passare, come ogni altra cosa immersa nei cicli del tempo: la foglia «presto s’accartoccerà», le cicale e i grilli verranno ammutoliti dalle brume di ottobre. Ogni stagione, però, ha le sue bellezze. Ecco ad esempio l’autunno, il suo dolce richiudersi dopo la grande espansione estiva: «S’addormentano i boschi / e le nebbie sfumano / i contorni fugaci del mondo»; «Raggomitolarmi / e star qui in un angolo / con le parole / compagne / del mio silenzio»; «Quando è notte / mi piace sentire / la pioggia scrosciante / scivolare sui vetri piangenti»… Questo nido di gioie sicure rappresenta il cantuccio in cui riappropriarsi della propria limpidezza e da cui immaginare le grandi scalate spirituali, quelle che associano profondità e altezza scandagliando gli abissi del mare mentre bramano l’alto dei cieli. L’Infinito «chimerico», pur quando irraggiungibile, è utile tuttavia come sprone di ricerca per «andare oltre il silenzio, / andare oltre il dolore». C’è una via «arcana» nel cielo, «che percorre l’attimo / e l’abbandona»; e di quella il cuore si appropria per migrare nell’assoluto del «più sublime canto», verso un giorno sottratto al tempo («senza albe né tramonti») dove «esuli vagare finalmente liberi». La poesia auspica una risolutiva emancipazione delle energie, peraltro senza negare la pesantezza delle ombre che le incatenano. Solitudine, dolore, malinconia, «morire intorno»… eppure la speranza resta chiusa nelle mani che, se davvero vogliamo, possono «afferrare l’orizzonte»:

Allarga le ali e vola

è il monito, l’incitamento che Virginia Rescigno rivolge all’Uomo vitruviano narcotizzato dentro ognuno di noi. Il mondo oggi è pieno di rumore: occorre «tornare al silenzio» e innalzarsi all’amore come unica percorribile «strada di vita». E il merito storicamente più apprezzabile di questo libro è di raccontare il disincanto, o meglio l’incanto devastato dalla Storia, oltre gli steccati del “pensiero debole” e le pose blasé di molti intellettualoidi e pseudo poeti contemporanei: senza ricomporre semplicisticamente le fratture dello sguardo ma senza perdere altresì la capacità sincera dell’emozione, il senso della bellezza, l’integrità della meraviglia.         

Marco Onofrio

“La nostalgia dell’infinito”, letto da Maria Teresa Armentano

Nell’Introduzione l’autore annuncia che questa antologia racchiude le poesie di un “itinerario poetico” che qui, però, risulta cronologicamente discontinuo, ed è così voluto proprio per accostare temi secondo un “tracciato ondulatorio”; ma forse, aggiungo io, per il lettore sarebbe preferibile seguire l’evoluzione del cammino poetico di Onofrio ordinatamente, per comprendere il mutamento e le trasformazioni del suo sentire. Leggendo l’insieme di poesie del 2002, tratte dal volume di esordio Squarci d’eliso, si comprende il perché del titolo.

La “nostalgia dell’infinito” è la dimensione di un cielo senza confini a cui aspira il poeta e che è ancora in nuce in questi primi versi. Nostalgia è parola greca in cui il ritorno è intriso del dolore nato dall’emozione di una condizione della mente appena intravista, come scrive l’autore in “Eppure”: il volo senza fine della mente / integralmente / nel misterioso cuore del silenzio, / dopotutto qualcosa / riuscirebbe a vedere, / forse. Quel qualcosa di indicibile che il poeta scorge appena come una scintilla di una luce incerta che sfugge, mentre nel profondo del cuore   si radica la parola “forse”. Tre anni dopo, con Autologia, c’è un salto, nel senso che i versi assumono un ritmo più ampio e disteso e si fa strada una convinzione; il sentirsi nulla si confonde con la vita, sebbene confinata nel vuoto di un amore finito, di una privazione di senso, che si esprime con completezza nell’Inedito dal titolo “Disincanto”: Provai a vivere: / la vita amaramente mi respinse. / (…) Dallo specchietto rotto del mio sguardo / bagliori fuggitivi di una luce. / Ma io passo, attraverso le nuvole/ col mio procedere unico e diverso / sghembo, inesorabile, deluso…

Con D’istruzioni (2006) siamo ancora nel solco cronologico del viaggio intrapreso dal poeta che non chiude il cerchio iniziale: rimane aperta la domanda di sempre, espressa in “Esistere”: che cosa siamo? Se in Squarci d’eliso la risposta guardava al cielo, in D’istruzioni guarda all’abisso che è dentro di noi, tanto che il poeta sente la necessità di intercalare due poesie inedite di anni precedenti, entrambe intitolate “Essere”, che sono perfettamente in linea con le velate risposte di una lirica senza titolo: Colui solo può conoscere di luce / quel che torna dal profondo / per l’oscurità. / (…) Il giorno sfolgorante è nella notte / che lievitando cova la sua alba / nell’abisso, dentro il mare. E il ritorno si compie ed ha un senso in solo due poesie tratte da Antebe. Romanzo d’amore in versi in cui si adombra solo nel ricordo-rimpianto la figura evanescente di una donna senza forme e senza volto. Appena accennato il tema dell’amore, in questa antologia, e certo non dell’amore che è tripudio e gioia dei sensi ma solo un passaggio a un amore universale, tramite per tornare nuovamente al tema preferito: la luce che lotta contro il buio e la notte che, nella raccolta È giorno, trova il suo compimento. Sempre più forte l’anelito del poeta verso il cielo e l’Infinito, verso un Assoluto che è amore per il mistero, il creato e l’armonia divina che si percepisce appena, e se si guarda dentro sé si ritrova nella vita misteriosa del cuore: Tutto vibra palpita respira / in ferma compiutezza / in armonia. / È la divina, mistica euritmia. (“Alba”)

Nella seconda parte del libro, più vicina all’oggi, preponderanti sono le liriche di Ora è altrove che si alternano a inediti intorno al tema del mare e di ciò che rappresenta, nella bellezza di superficie e nel mistero delle sue profondità. Al mare sono legati il mito e il ritorno, in questo caso a se stessi, alla propria interiorità, che Onofrio ricerca nel respiro delle onde. Indosso il suo vestito d’acqua e sale: / è un saio di freschezza nella luce. (“Come l’onda”). E ritornano le nuvole, presenti nelle liriche all’inizio del percorso, in “Ai bordi delle nuvole”. Ora non sono più evanescenti giochi del cielo ma strumenti di un invisibile che si sente vicino: ai bordi delle nuvole i sentieri / le strade che cominciano nel vuoto / e sfumano nel vento… // Io vedo l’invisibile / io sento. Il cammino di Marco Onofrio diventa più arduo nell’avvicinarsi al mistero, al palpito di una natura che lo attrae e lo confonde per la sua bellezza, che lo affascina e lo conduce in un fasciante silenzio alla scoperta del proprio Io. E m’incanto / dinanzi a una bellezza / così grande da comprendere / così tremenda da sostenere. (“Incanto”) 

C’è nelle più recenti opere di questo poeta una ricerca assillante che attraversa anche il ritmo interno dei versi, lo rende nella ricerca delle assonanze più morbido e nello stesso tempo più stridente con le parole sconvolgenti che ne trasfigurano il senso. La parola dice come una folgore e poi nel suono ammorbidisce l’immagine angosciante evocata in una continua contrapposizione tra affermazione della bellezza del cielo e negazione della bellezza come vuoto eterno che assorbirà ogni tentativo di esistere. Nelle poesie degli anni 2013-2015, sia inedite sia nel testo Ai bordi di un quadrato senza lati, riappaiono tutti gli interrogativi: Riuscirò, un giorno / a volare in carne e ossa / senza ali? A tuffarmi / nell’immensità? si chiede il poeta, e trova una risposta seducente anche se incerta: afferrarsi al mondo, riscoprire in sé quell’immensità che lo lega al creato, il vuoto che si sostanzia di quel che dentro di noi cresce e lo annulla e consente di dimenticare tutto e rinascere finito ma libero. Dopo i due personaggi, Edipo e Amleto, segnati dal dubbio e dall’assenza di sé, scelti come emblemi dell’essere in conflitto col non essere, l’autore sceglie come inizio di un nuovo ciclo Icaro, e in un bellissimo Inedito lo celebra come l’uomo che sfida il mistero. Navigherò nel vuoto oceanico / per conquistare i segreti più remoti / dello spazio / i luoghi più nascosti / del mistero. Ritornano due parole, Nostalgia e Infinito, a chiudere il ciclo iniziato con il titolo dell’Antologia; ora, compiuto il cammino, il buio e l’abisso vengono sconfitti, assumono senso non più negativo perché la fine si congiunge a un nuovo inizio. L’invisibile ritorna e anche il tempo corruttore diventa una variabile se sulla carta resta la parola che diventa scrittura della vita e del mondo, la dimensione di immortalità del poeta.

Maria Teresa Armentano

“Breve stagione”

tramonto

BREVE STAGIONE

Arriva da un golfo lontano
sopra quella nuvola al tramonto
il suono intransitabile del tempo
dove cerco inutilmente
un varco per il regno della luce
che canta senza fine il suo poema
come il mare.

E viene, dolce, l’autunno dorato.
Lo riconosco dal transito
sempre più breve
delle impronte sulla sabbia,
dalla malinconia
che mi lavora dentro
ogni respiro,
e dalla fiamma che ravviva
nello sguardo
il tuo chiarore spento.

Ho bisogno di salvare il lampo
prima che si laceri
nel tuono.
Ecco, ti vedo fluire
nei ricordi antichi
scioglierti qui al centro
del silenzio.
Sei il sole che parla ai fiori
e il vuoto che conta ai morti.
Che porti ora dal tuo viaggio?
Che hai trovato lassù
nel ripostiglio intimo
del cielo? Sento l’utero caldo
e il ritmo che palpita sotto
la trama rugosa dei giorni
che racchiude i disegni segreti,
le forme del possibile
nei sogni.

Dono il mio pugno di polvere
alla terra. Sistemo le cose
attorno a questa volontà
ostinata, l’appello a vivere
la nostra breve stagione
di felicità.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita Azzurro esiguo)

“Da agosto a settembre”

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Ho sempre odiato agosto. Non solo per l’atmosfera da “ferie forzate”, con l’assalto in massa a tutti i luoghi di villeggiatura; ma anche e soprattutto perché rappresenta l’ultima vampata di un grande, bellissimo fuoco. Le giornate si accorciano visibilmente. La luce è ancora “augusta”, però – se guardi bene – tutta ramificata di brividi autunnali. Il meglio è ormai passato. Mi ha sempre fatto pena veder morire una cosa tanto stupenda come l’estate. E allora si ha bisogno di salvare quello splendore, di renderlo imperituro: ma già sta svanendo, già è condannato a incenerirsi. Solo le cicale si ostinano a ignorare lo sfacelo. Le belle giornate diventano improvvisamente più preziose: non ce ne saranno ancora tante altre. Viene meno il senso di pienezza che esaltava i giorni lunghissimi di fine giugno, e di luglio inoltrato, quando anche la “visione” di un futuro era impedita dalla forza gigantesca del presente: tutto sembrava destinato a rimanere eterno, a non morire mai. Tutto, di conseguenza, sembrava scontato: i cieli azzurri, le ore di luce, la libertà di essere e di fare. Agosto rimette in moto la macchina del tempo che scaccia gli uomini da questo eden illusorio. Il torrente incantato riprende a scorrere. L’uovo dell’eternità si spacca sulle rocce della storia. In mano ci rimangono i frantumi di una gioia scorsa, e il rimpianto di una dolcezza che – almeno per un anno – non ritorna. E comunque, mai più come prima. Per uscire indenne da questa lancinante decadenza, che da bambino mi struggeva fino alle lacrime (“sentivo” il pianto dell’estate che capiva di essere invecchiata e intuiva prossima la fine), ho sempre avuto bisogno di evitare la conclusione brusca delle vacanze, aumentandole di qualche giorno non programmato, e, al tempo stesso, di immaginare cose nuove e belle da fare al rientro, piacevoli cambiamenti con cui medicare la malinconia. Anche per questo, forse, arriva da un giorno all’altro il fresco di settembre, che ritempra la voglia di vivere e annuncia l’oro antico dell’autunno, le sue ultime, dolcissime sorprese. A settembre chiediamo “clemenza”: che sia più generoso degli altri mesi. Gli “concediamo” – obtorto collo – di spegnere i colori della luce estiva, ma in cambio pretendiamo un certo numero di consolazioni.

Marco Onofrio
(da Nuvole strane, Ensemble 2018)

“Il dono sconosciuto”

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IL DONO SCONOSCIUTO

*
Lampi misteriosi nel sotteso.
Schianti accecati di sole
oltre l’estensione.
La creazione perenne del mondo
conferma il nascere il morire.

*
Emergono, dalle profondità del cielo
le congiunzioni interne:
splendono improvvise.
Neanche il tempo di aprirsi
e si inceneriscono le rose.

*
Il guscio trasparente dello spazio
si rompe nel polverio dei giorni.
Cade fatalmente di continuo
ai lati dello sguardo
l’immagine bruciata delle cose.

*
Scrimoli, indizi, sintomi imperfetti
dal tempo silenzioso che divora.
Ogni attimo che passa
qualcosa tramonta per sempre
e tutto resta uguale.

*
Muore inesorabile infinito
tutto quel che adori
e non trattieni.
Ma qualcosa in te si salva.
Il tuo amore è un’arca.

*
Sempre dopo l’ultimo respiro
(svelata la struttura elementare
e aperto il manto nero)
giunge dentro l’essere il mistero
alla quintessenza dell’eterno.

*
L’anima non va dispersa.
Luce che negli atomi si annida
in fiocco, l’intima radice.
La verità torna alla sorgente.
È il dono sconosciuto che non muore.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita
Azzurro esiguo)