Il primo live de “La cenere dei Sogni” su “Il Caffè dei Castelli Romani” del 26 agosto 2021

4 agosto, Il caffè

Ha suscitato grandi emozioni e ottenuto un meritato successo la prima esecuzione dell’audiolibro musicale “La cenere dei Sogni”, di Marco Onofrio e Valerio Mattei, lo scorso 4 agosto, presso la Sala Lepanto di Palazzo Colonna, a Marino. L’evento si è svolto con il patrocinio del Comune e ha visto una nutrita partecipazione di spettatori (la Sala era gremita, al netto delle limitazioni anti-Covid) che, opportunamente distanziati, hanno assistito con attenzione – nonostante le mascherine – alle due ore abbondanti della sua durata. Lo spettacolo è stato concepito come un recital di “consapevolezza umanistica” integrato a musiche e canzoni (contenute nel cd “La cenere dei Sogni”) che interagiscono con alcuni video, per l’occasione proiettati sullo schermo della Sala da Andrea Fabriziani e Martina Michelangeli, in cabina di regia, con Luciano Saltarelli al controllo delle luci di scena. Dopo un’anteprima discorsiva già parecchio emozionante, dove Onofrio ha introdotto gli altissimi temi del recital – evidenziando soprattutto l’urgenza di quello ecologico – anche grazie agli splendidi interventi musicali di Mattei (chitarra acustica e voce), c’è stato il contributo critico di Paolo Di Paolo che ha parlato, da par suo, dell’originalità della scrittura di Onofrio e della perdurante attualità del suo “Emporium”, il poemetto di “civile indignazione” da qualche mese trasformato, appunto, in audiolibro musicale. A quel punto la serata è entrata nel clou: Onofrio ha recitato con veemenza e passione le parole rabbiose e salvifiche di “Emporium” (un atto d’accusa contro l’invadenza del profitto in ogni ambito della società contemporanea e contro l’alienazione indotta dal sistema del lavoro, specie nelle aziende, dove però la cenere della disperazione non impedisce alla pianticella della speranza di rifiorire ostinatamente, malgrado tutto e tutti), e Mattei ha “risposto” suonando e cantando le sue bellissime canzoni, alternate ad alcuni temi strumentali ideati dallo stesso Onofrio. Molto efficaci gli stacchi determinati dai video, ovvero i discorsi di Greta Thunberg all’ONU, di Charlie Chaplin (dal film “Il grande dittatore”) e di Martin Luther King (il celebre “I have a dream”). Sorprendente il passaggio in cui Onofrio, sottraendo per un attimo l’arte a Mattei, ha cantato (bene) un frammento tra i più alti e intensi del suo lavoro: «Un uomo è un uomo / sotto ogni cielo / perché ogni cielo è / il Cielo / ed ogni uomo è / l’Uomo». Insomma uno spettacolo davvero bello e suggestivo, che ci si augura venga replicato a lungo e portato anche nelle scuole.

P. G. 

“Azzurro esiguo” su “Il Caffè dei Castelli Romani” dell’11 marzo 2021

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La produzione letteraria di Marco Onofrio non conosce soste: un mese fa le prestigiose edizioni Passigli hanno pubblicato a Firenze la sua nuova silloge poetica, dal titolo “Azzurro esiguo”, con l’avallo di Dante Maffìa che parla in Prefazione di “libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori”. Il volume, di 112 pagine per 59 testi (fra liriche e poemetti in prosa), è la quattordicesima opera di poesia dell’autore romano, nonché la sua trentaseiesima di sempre, in quasi trent’anni di carriera culturale a tutto campo. Raggiunto telefonicamente a Marino, dove vive dal 2006, Onofrio si è detto felice di questa nuova pubblicazione, che una «strana e straordinaria casualità» – parole sue – ha visto coincidere con il giorno del 50° compleanno (11 febbraio 2021). «Una bella soddisfazione» ha dichiarato Onofrio «non solo per l’importanza della casa editrice, tra le più rinomate e ricercate in Italia per la poesia, e della collana in cui il libro è stato inserito, fondata e diretta a suo tempo dal grande Mario Luzi; ma anche e soprattutto per il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti, dove appunto la prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti ha consentito un equilibrio che mi dicono molto bello tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato questo libro».

D. C.

“Zemra e kohës”: l’intervista su “ilmamilio.it”

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Assunta ormai da tempo una solida posizione di rilievo in Italia, dove ha conseguito decine di premi e giudizi critici prestigiosi, la poesia di Marco Onofrio si sta facendo conoscere e apprezzare anche in ambito internazionale. Dopo le traduzioni in romeno e in spagnolo, è appena uscita a Tirana, per le edizioni ADA, una sua antologia poetica tradotta in lingua albanese da Anila Dahriu, con il suggestivo titolo “Zemra e kohës”, cioè “Il cuore del tempo”. Un libro dove sono raccolte alcune tra le più significative liriche del noto scrittore romano, naturalizzato marinese, e grazie a cui anche i lettori del cosiddetto “Paese delle aquile” potranno conoscere la profondità della sua ricerca intellettuale e la bellezza della sua scrittura. Contattato telefonicamente presso la sua abitazione (vive da quasi 15 anni nel centro storico di Marino), l’autore ha così risposto alle nostre domande:

Marco Onofrio, prosegue inesorabile la tua marcia letteraria dentro e oltre i confini della cultura italiana. Con quale stato d’animo accogli questo terzo libro tradotto? 

“È sempre interessante confrontarsi con il pubblico di altre nazioni e con il suono della lingua in cui si viene tradotti. L’albanese ha una musicalità particolare che ben si adatta alle sottigliezze espressive della scrittura poetica, è una lingua nobile e antica (la più antica d’Europa) con risonanze ieratiche di forza e – al contempo – dolce, dolorosa malinconia. Insomma: mi sono emozionato quando, pur senza conoscere la lingua, ho ascoltato al telefono, dalla voce stessa dell’editore, i miei versi recitati in albanese. Ringrazio di cuore sia lui per la pubblicazione, sia Anila Dahriu per la traduzione. Spero di poter andare presto in Albania a presentare il libro, non appena le limitazioni imposte dal Covid lo permetteranno”.   

Come nascono le opportunità di traduzione?

“Attraverso vie molteplici e spesso imprevedibili, ad esempio i festival letterari o le fiere internazionali del libro. Sicuramente il Web aiuta, e la visibilità globale garantita dai blog e dai siti on line aumenta le occasioni in modo incomparabile rispetto a quando tutto “viaggiava” soltanto in cartaceo. Nella fattispecie, è stata fondamentale l’opera di mediazione della traduttrice, Anila Dahriu, che ha trovato anche l’editore. Anila è originaria di Valona ed è, fra l’altro, una ottima poetessa bilingue: ha imparato così bene l’italiano da scrivere i suoi libri direttamente nella nostra lingua”.

Che cos’è il “cuore del tempo” indicato dal titolo?

“È il nòcciolo delle cose, il nucleo metafisico che la poesia cerca di cogliere attraverso la stratificazione delle esperienze e l’impermanenza degli attimi. Non a caso in copertina sono riprodotte delle nuvole che schermano il sole, riverberandolo. Le nuvole passano, ma il cielo sullo sfondo è sempre lo stesso. Le nuvole rappresentano il tempo, e il cielo il suo cuore di eternità”. 

Che cosa bolle in pentola? Quale sarà la tua prossima traduzione?

“Una antologia poetica in lingua inglese, dovrebbe uscire a Londra ma non prima del 2022”.

E in Italia?

“Il mio nuovo libro di poesie, dal titolo “Azzurro esiguo”, che verrà pubblicato a Firenze il prossimo febbraio”.

ilmamilio.it

L’intervista on line al seguente link:

https://www.ilmamilio.it/c/comuni/33212-marino-onofrio-dopo-traduzione-in-albanese-a-lavoro-su-nuovo-libro-di-poesia-in-uscita-a-febbraio-e-nel-2022-antologia-poetica-in-inglese.html?fbclid=IwAR3CMR6OwxqAKGLBk8yzR-86XIeNiu2DMZuJ1GG0MPcykcMizDlgIzEGUCo

“Roma insorse per Pablo Neruda”, articolo pubblicato sul quadrimestrale «Menabò» (qui in anteprima)

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A distanza di oltre vent’anni, chi non ricorda con affetto il film Il postino (1994), del regista scozzese Michael Radford? Anche e soprattutto per la toccante recitazione di Massimo Troisi, che appare quasi irriconoscibile, col volto scavato e gli occhi accesi, trasfigurati, alle prese con la sua ultima prova (gravemente malato di cuore, morì alla fine delle riprese), o per lo struggente tema musicale di Luis Bacalov, più che per il personaggio di Pablo Neruda, interpretato da Philippe Noiret, su cui si incentra l’impianto narrativo del film, liberamente ispirato al romanzo Ardente paciencia (1986) di Antonio Skarmeta. Non tutti sanno, però, che la storia che il film rielabora, riadattando ambienti e particolari, nasce dalle conseguenze di un episodio di cronaca romana che vide protagonista, suo malgrado, il grande poeta cileno nel gennaio del 1952.
Facciamo un passo indietro. Neruda arriva a Roma nel dicembre 1950, come esule perseguitato dal dittatore Jorge Rafael Videla. Impara presto ad amare l’Italia, ad apprezzarne il calore umano, la passione, la generosità. Viene subito accolto nelle case degli intellettuali: anzitutto da Giacomo Debenedetti e Renata Orengo, a via San’Anselmo sull’Aventino, dove il tredicenne e futuro scrittore Antonio gli riserva per dispetto un «teppistico lancio di ciabatte» ; poi presso gli studi di Renato Guttuso e Carlo Levi, che ne dipingono il ritratto. Proprio Guttuso, insieme con Mario Mafai, realizza le illustrazioni delle prime opere nerudiane tradotte e pubblicate in Italia. Lo stesso Neruda dedica a Linuccia Saba, figlia del poeta triestino e compagna di Carlo Levi, il disegno di una margherita dal lungo stelo.

Per Neruda il soggiorno romano è un diporto itinerante di incontri e abbracci, un rendez-vous continuo, leggero e felice. Antonello Trombadori lo accompagna per le strade della città: Neruda trova Roma troppo rumorosa ma umana, aperta, gentile. Si spinge anche in qualche osteria dei Castelli Romani (quasi sicuramente a Frascati, e forse anche a Marino) dove gusta «l’olio, il pane e il vino della naturalezza». La gita fuoriporta ha luogo probabilmente nella primavera del ’51 e desta in Neruda un’impressione tanto viva da ispirargli una poesia, “I frutti”, poi raccolta nel volume L’uva e il vento (1954): «Dolci olive verdi di Frascati / nitide come puri capezzoli / fresche come gocce di oceano, / concentrata essenza terrestre! / (…) Quel giorno l’oliva, / il vino nuovo, / la canzone, / la canzone del mio amico, / il mio amore lontano, / la terra bagnata, tutto così semplice, / così eterno»…

Quando parte da Roma, alla volta di Nuova Delhi, Neruda avvolge le sue scarpe in una pagina tutta sgualcita dell’«Osservatore Romano» che trova nella stanza dell’albergo. Due anni dopo torna in Italia, e lo invitano ovunque a leggere le sue poesie. Neruda è accolto con entusiasmo nelle università, negli anfiteatri, nei porti, a Genova, Venezia, Torino, Milano, Firenze, Napoli. Alcide De Gasperi storce il naso e mette in allerta il ministro dell’Interno Scelba. Neruda è, di fatto, un senatore comunista fuggito dal suo paese; ma anche come poeta va tenuto a bada, per il valore civile e popolare dei suoi versi, pericolosamente acclamati dalle folle. Occorre un pretesto per disfarsi dell’ingombrante ospite. L’occasione giunge propizia a Napoli. I poliziotti si presentano all’albergo dove alloggia il poeta. È Neruda stesso a ricordare come andarono le cose:

Con la scusa di un errore sul passaporto mi pregarono di seguirli in questura. Lì mi offrirono un caffè espresso e mi notificarono che dovevo lasciare il territorio italiano il giorno stesso.

Neruda parte in treno quel pomeriggio, scortato da alcuni poliziotti gentilissimi, che gli sistemano le valigie, gli comprano «l’Unità» e gli chiedono autografi. Poi accade l’incredibile.

Ormai nella stazione di Roma, dove dovevo scendere per cambiare treno e continuare il mio viaggio fino alla frontiera, intravidi dal mio finestrino una grande folla. Udii gridare. Osservai movimenti confusi e violenti. Grossi fasci di fiori avanzavano verso il treno sollevati sopra un fiume di teste.
‒ Pablo! Pablo!
Sceso dal predellino del vagone, dove ero stato elegantemente custodito, mi trovai immediatamente al centro di una poderosa battaglia. Scrittori e scrittrici, giornalisti, deputati, circa un migliaio di persone, mi strapparono in pochi secondi dalle mani della polizia. La polizia avanzò a sua volta e mi riscattò dalle braccia dei miei amici. In quei momenti drammatici distinsi alcune facce famose. Alberto Moravia e sua moglie Elsa Morante, scrittrice anche lei. Il famoso pittore Renato Guttuso. Altri poeti. Altri pittori. Carlo Levi, il celebre autore di Cristo si è fermato a Eboli, mi allungò un mazzo di rose. In mezzo al trambusto i fiori caddero per terra. Volavano cappelli e ombrelli, risuonavano i cazzotti come esplosioni. La polizia stava avendo la peggio e fui di nuovo recuperato dai miei amici. Nella mischia potei vedere la dolcissima Elsa Morante colpire con il suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto. D’un tratto passarono i carrelli dei portabagagli e vidi uno di loro, un facchino corpulento, scaricare una randellata sulle spalle della forza pubblica. Era la simpatia del popolo romano. La contesa divenne così complicata che i poliziotti mi sussurrarono:
‒ Parli ai suoi amici. Dica loro di calmarsi…
La folla gridava:
‒ Neruda rimane a Roma! Neruda non se ne va dall’Italia! Rimanga il poeta! Rimanga il cileno! Fuori l’austriaco!
(L’ «austriaco» era De Gasperi, primo ministro italiano)
A capo di mezz’ora di pugilato arrivò un ordine superiore grazie al quale mi veniva concesso il permesso di rimanere in Italia. I miei amici mi abbracciarono e mi baciarono e io mi allontanai da quella stazione calpestando con dispiacere i fiori rovinati dalla battaglia.

Guttuso lo conduce a casa di un senatore comunista, dove potrà trascorrere la notte al riparo da irruzioni e azioni governative di ripensamento. L’indomani Neruda è raggiunto dal telegramma dello storico Erwin Cero, che gli offre di passare alcuni mesi a Capri. Neruda accetta e si trasferisce nell’isola, con Matilde Urrutia. Lì, tra lo splendore della natura e il nido d’amore in cui trasforma la villa messagli a disposizione, il poeta cileno completa Los versos del capitàn, un libro «appassionato e doloroso» che poi i compagni italiani contribuiranno a far stampare, anonimo, a Napoli, in 50 copie. Così descrive la selvaggia bellezza caprese: «La vigna sulla roccia, le fenditure del muschio, i muri che / impigliano / i rampicanti, i plinti di fiore e di pietra: / l’isola è la cetra che fu collocata sull’alto sonoro / e corda per corda la luce provò dal giorno remoto / la sua voce, il colore delle lettere del giorno, / e dal suo recinto fragrante volava l’aurora / abbattendo la rugiada e aprendo gli occhi d’Europa» .

A Capri Neruda vive giorni indimenticabili, di delirio amoroso e straordinario impeto creativo. Poi tornerà a Roma diverse volte ancora, sino alla fine dei suoi giorni, fors’anche per un debito segreto di riconoscenza: il buen retiro isolano – che nel film di Radford viene traslato da Capri a Salina (una delle Eolie) – non si sarebbe infatti aperto alla vita e all’opera di Neruda senza il coraggioso intervento dei suoi ammiratori romani.

Marco Onofrio

18 novembre 2019: Luca Priori intervista Marco Onofrio su “Anatomia del vuoto” (ilmamilio.it)

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https://www.ilmamilio.it/c/comuni/20055-marino,-esce-%E2%80%9Canatomia-del-vuoto%E2%80%9D-di-onofrio.html?fbclid=IwAR3CZWDEWWyHOWM5ITHTWaVL48g2CrSbxPq9i-wqiW_O0Ofal1cZjf3Na4Y

Marco Onofrio ha pubblicato a Milano, con le edizioni La Vita Felice, il suo nuovo libro di poesie: “Anatomia del vuoto”. Neanche il tempo di presentarlo e già subito un exploit: l’opera è finalista al prestigioso Premio “Rhegium Julii” di Reggio Calabria, sezione poesia edita. L’ennesimo riconoscimento di uno scrittore che è ormai vanto della nostra regione, e non solo. Lo abbiamo incontrato a Marino, dove vive con moglie e figlia.

Marco, sei nato a Roma nel 1971 ma vivi da diversi anni a Marino. Ti senti più romano o marinese?

Entrambe le cose, e per molti versi sono identità complementari. A Marino vivo dal 2006; prima stavo a Grottaferrata dove mi sono trasferito, salendo da Roma, nell’ormai lontano 1988. Ho dunque passato più tempo della mia vita ai Castelli che a Roma. Ai Castelli ho scritto tutti i miei libri, ed è indubbio che qualcosa della loro atmosfera sia stato determinante nell’ispirarmi le pagine che ho pubblicato, a partire dal 1993. I Castelli hanno liberato e nutrito la mia creatività. Mi sento romano e, diciamo così, marinese-castellano “di adozione”.

Come nasce “Anatomia del vuoto”?

È un libro a cui ho lavorato per almeno quindici anni, attraverso molte stesure e innumerevoli revisioni. Credo sia la mia opera poetica più intensa e impegnativa, tutta incentrata sul tema cardine del vuoto e sul tentativo di definirlo, rappresentandolo in senso metafisico. Il vuoto non solo come materia connettiva del cosmo, fino agli estremi limiti delle sue incommensurabili distanze, ma anche come “condicio sine qua non” della umana significazione, ovvero del processo che ci consente di riempirlo con le “vicende” che ci rappresentano, a partire dalle esperienze fondamentali della nostra vita, l’amore, la solitudine, il dolore, la morte.

Discorsi alti e difficili, per palati fini…

Detto così, sembrerebbe: è la poesia stessa, come genere letterario, che punta ad esprimere le cose grandi, cioè le verità nascoste al di sotto dell’apparenza. Anche per questo, forse, ha così pochi lettori: pochi ma buoni. Ho sempre apprezzato le potenzialità di svelamento metafisico che le competono, anzitutto come intensità dello sguardo e della parola. La poesia secondo me deve rendere visibile l’invisibile, cioè darci uno specchio in cui venga riflessa la realtà autentica che sta oltre gli inganni del quotidiano. È uno strumento fondamentale di comprensione del mondo. Ed è proprio la volontà “ostinata e contraria” di capire il mondo, cioè il mistero della vita e della storia, a nutrire da decenni il mio percorso di ricerca.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alle opere precedenti?

La precisazione dello scavo. E una semplificazione dello sguardo mai così attenta e piena di significati, tutta concentrata in direzione dell’essenza. È una poesia che finalmente brucia le scorie della letteratura e che cerca di coincidere con la voce stessa della vita.

Questo è il tuo tredicesimo libro di poesia e il trentaduesimo di sempre. Perché scrivi così tanto?

Perché ho molte cose da dire, e la vita è troppo breve per dirle tutte. Scrivere per me è vivere, anzi: “scrivivere”.

Un conto scrivere, un conto pubblicare…

Solo pubblicato un libro appartiene al mondo, cioè alla gente che lo legge e può farsene trasformare. Il numero delle pubblicazioni dipende dal fatto che scrivo su più tavoli, occupandomi in contemporanea di poesia, critica letteraria e narrativa.

Ti senti più poeta, più critico letterario o più narratore?

Ho uno sguardo da poeta, che tende a trasfigurare il particolare in senso universale. Questa visione analitica e al contempo globale mi porta ad essere, come dicono, un buon critico letterario. Il narratore è sottomesso alle briglie del poeta, nel senso che mi interessa approfondire i dettagli in una luce fantastica e visionaria, piuttosto che raccontare storie: infatti prediligo il racconto breve al romanzo tradizionale. Anche se la prosa mi fa sentire infinitamente più libero del verso: ed è da questa intima contraddizione che nasce la spinta propulsiva della mia scrittura…

Insomma, dai l’impressione di un fiume in piena: un libro segue l’altro e la tua officina creativa sforna opere a ripetizione.

In realtà ogni libro esce coi tempi suoi, come scegliendo autonomamente le strade che lo portano ad esser pubblicato. Ma devo dire che il meglio, forse, è ancora inedito: ci sono opere già finite che ritengo importanti e che attendono la loro opportunità.

Ma così dedichi poco tempo alla promozione…

Lo so. Ci sono autori che presentano lo stesso libro per anni. Io dopo la terza-quarta presentazione comincio a vergognarmi di ripetere le stesse cose. Sono più concentrato sul versante della produzione, mi diverte di più.

Ehm, dicci la verità: non è che per caso sta per uscire un nuovo libro? Malgrado “Anatomia del vuoto” sia stato pubblicato da appena un mese?

Ehm, sì. È un libro di critica letteraria, sulla narrativa di Lina Raus: una scrittrice psicoterapeuta che vive e lavora, fra l’altro, a Grottaferrata. Il libro uscirà in tempo per la prossima Fiera “Più libri più liberi”, dove sarà esposto in anteprima.

Lo sospettavo…

Ed è appunto con questa “anteprima” che salutiamo l’instancabile scrittore di Marino, dandogli appuntamento a breve per gli sviluppi ulteriori del suo percorso.

(a cura di Luca Priori)