“Le segrete del Parnaso” recensito da Palmira De Angelis su «Voce Romana»

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Nel suo ultimo libro “Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” (Terra d’ulivi edizioni, 2020), Marco Onofrio descrive i meccanismi di selezione nell’industria culturale italiana. Ci spiega come gli editori scelgono i manoscritti per la pubblicazione, come il testo stampato arriva nelle librerie e come gli scrittori riescono a farsi pubblicità sui quotidiani nazionali e in Tv, rilasciando interviste e aggiudicandosi premi. Parallelamente, attingendo alla propria esperienza, apre una finestra sul mondo universitario, il luogo per eccellenza dove la ricerca ha lo scopo di far avanzare il sapere e permettere che venga condiviso. Non si dovrà però credere che il testo sia un manuale informativo. Tutt’altro: si tratta a tutti gli effetti di un libro politico, nel senso originario e proprio del termine, perché rappresenta ambiti che appartengono alla dimensione più alta della vita civile indicandone impietosamente i vizi.

L’autore si augura di raggiungere un pubblico di lettori ampio, che includa anche quella “gente comune” generalmente disinformata e spesso indifferente alle modalità di produzione e diffusione della cultura per la convinzione che tali argomenti interessino solo gli addetti ai lavori. C’è una motivazione etica che lo spinge: vuole mettere nero su bianco quanto avviene nella realtà italiana perché, ci ricorda, la cultura è linfa vitale nell’esistenza di ogni individuo per come viene fruita, assorbita e ricreata in ogni atteggiamento e in ogni decisione; quindi, ciò che risulta disfunzionale nella fase di produzione e diffusione, nell’editoria come nell’accademia, non può che danneggiare ognuno di noi.

Scrittore prolifico egli stesso, consulente editoriale, recensore, ideatore di eventi culturali, Onofrio ha la possibilità di osservare quanto descrive da un punto di vista ravvicinato, tanto da poter affermare senza velature che molti e gravi sono i problemi e i danni.  Manca la meritocrazia, il coraggio, la lungimiranza, proprio in un settore che non dovrebbe volere altro per alimentarsi. Al loro posto abbiamo cooptazione e baronaggio. Da tanto tempo ormai siamo in una condizione di stagnazione, se non di propria regressione, perché non si promuove chi più vale, avendo come obiettivo il rinnovamento e l’avanzamento culturale e scientifico. Si preferisce, al contrario, ignorare il talento e la preparazione, per accogliere i soliti figli e figli di amici e amici di potenti che restituiranno il favore. E ciò su larga, larghissima scala.

Storia vecchia? Annosa questione? Assolutamente sì, se è vero che gli scrittori che hanno mantenuto l’integrità morale, i ricercatori che faticano a farsi riconoscere, gli insegnanti più impegnati intellettualmente ne parlano, eccome, ma ormai quasi sempre sottovoce, con la rassegnazione che arriva dopo anni di battaglie perdute, oppure con la rabbia degli esclusi. Da tempo si è smesso di denunciare e di informare. E di sperare. Sono lontani quegli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, gli ultimi in cui ancora si voleva credere alla possibilità di un cambiamento e di una rigenerazione. Nei decenni successivi, fino ai nostri giorni, i metodi di cooptazione si sono progressivamente affinati, rafforzandosi e invadendo ogni ramificazione dell’industria culturale.

Cosa c’è dunque di nuovo?

C’è anzitutto che la situazione si è incancrenita: ormai le storture sono diventate sistema, non c’è nemmeno più camuffamento, forse nemmeno più consapevolezza del danno che si provoca. La rassegnazione e lo scoraggiamento di chi viene tenuto fuori dalle “segrete del Parnaso” è tale che più spesso si rinuncia, con una perdita per il paese nemmeno immaginabile, perché il genio e l’unicità non si possono immaginare.

Avviene, inoltre, che il ruolo stesso dello scrittore sia ormai cambiato drasticamente. Non è più maestro del pensiero, ma giullare dei media e dei social, tanto che, scrive Onofrio, «la letteratura ormai si fonda più sul presenzialismo, le pubbliche relazioni e l’uso spregiudicato delle virtù sociali, che non su ciò che davvero si scrive, pagine alla mano». Lungi dal dissociarsi da tale asservimento, molti sono caduti nella trappola: «Amano più se stessi e il proprio successo, appunto, che la propria arte». Del resto anche i lettori li stimano solo se li vedono in Tv, magari invitati ai talk show per parlare di tutto fuorché del loro lavoro.

Ciò è la prima conseguenza del fatto che non ci viene offerto alla lettura il meglio che potremmo avere, ma per lo più opere mediocri e non originali, «la fotocopia di una fotocopia, che a furia d’esser riprodotta si sbiadisce sempre più». Se il valore del prodotto culturale è sempre più basso – la diffusa sciatteria nell’uso della lingua accompagna la superficialità della visione – anche il gusto del pubblico si degrada e non riconosce più il letterario. Ci si diletta del libro come fenomeno effimero, accessorio patinato e semplice passatempo.

In questo panorama desolante sta a noi fare qualcosa di nuovo: abbandonare l’acquiescenza e la rassegnazione opponendoci apertamente a questo sistema. Da qui l’importanza di informare quanti non sanno. Onofrio ci prova nella speranza che il suo j’accuse renda «edotti anche e soprattutto gli autori, esordienti e non, che ingenuamente credono ancora nelle favole, quelle partorite dalla loro immaginazione e quelle propinate dallo stesso sistema corrotto». Non perché si scoraggino, ma perché affrontino con più strumenti la loro personale battaglia. Nel contempo, ci dice, l’obiettivo potrà e dovrà essere più ampio, e sarà quello di far comprendere come la cultura, la sua produzione e il suo uso, siano aspetti essenziali nella vita del paese perché toccano «ambiti da cui sono coinvolti i problemi della libertà, della democrazia, della vita civile, della storia».

                                                                                             Palmira De Angelis

Dreams of Italy… decalogo di possibili utopie

I have dreamsSogno un’Italia capace di risvegliarsi dal coma farmacologico, in cui vegeta da decenni, per tornare al centro della propria imprescindibile essenza costitutiva, di faro umanistico per gli altri popoli – europei e non solo – nella misura in cui detentrice e custode del 70% del patrimonio artistico e umano del pianeta. Sogno un’Italia non più sottomessa al prepotere finanziario e politico di questa Europa, pensata e organizzata (dietro i velami seduttivi delle belle parole ipocrite, cioè dei propositi unitari e solidali) a mo’ di “bisca clandestina” appannaggio del Nord, in primis naturalmente la solita Germania. Sogno un’Italia capace di emanciparsi dal provincialismo e dall’esterofilia, senza per questo diventare sovranista, razzista, fascista. Sogno un’Italia capace di riappropriarsi serenamente della propria storia dimenticata, della propria identità smarrita, della propria natura contaminata. Sogno un’Italia capace di riscoprire la missione civile che il cammino dell’Uomo le ha conferito lungo i millenni: indicare al mondo le vie ecumeniche della pace, del dialogo, della mediazione, della cultura. Sogno un’Italia capace di tradurre in ricchezza equa e condivisa le risorse inesauribili del proprio genio e quelle sconfinate dei suoi mille patrimoni. Sogno un’Italia capace di sconfiggere il cancro massonico che soprattutto oggi ne corrode la meritocrazia e ne limita fortemente le potenzialità. Sogno un’Italia libera finalmente dal potere occulto delle mafie e dalla demagogia dei menestrelli che – prezzolati dai competitors europei – affermano il falso sapendo di mentire e di tradire. Sogno un’Italia capace di riabbracciare la sua naturale vocazione mediterranea e talassocratica, quella stessa che fece grandi le repubbliche marinare. Sogno un’Italia di nuovo solida e cosciente dei propri mezzi, al punto da proporre e promuovere in seno all’Unione Europea una Confederazione di Popoli Mediterranei comprendente appunto Italia, Portogallo, Spagna, Francia meridionale, Slovenia, Grecia, Malta, con statuti speciali e moneta particolare (potrebbe chiamarsi Medeuro, o Euro mediterraneo?), non più pesantemente soggetta al dominio delle oligarchie di Berlino e Strasburgo ma relativamente autonoma nel dialogo culturale e commerciale con le altre sponde del mare comune (dal Nord Africa al Medio Oriente) e con le grandi potenze mondiali (Cina, Russia, Stati Uniti); il che – a 75 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a 30 dalla fine della guerra fredda – porterebbe anche a una ridefinizione di rapporti e obblighi all’interno di un Patto Atlantico non più così vantaggioso, per noi, com’era un tempo… Sarebbe molto bello accendere a Sud il fulcro di un’Europa altra, peraltro già esistente anche se con poca voce in capitolo, guidando uno sviluppo di connessioni politiche e socioeconomiche che ci porterebbe a non essere più i terroni del Continente, ma i promotori e i mediatori di un nuovo Rinascimento, in un’area geopolitica di cruciale importanza tra Europa, Africa e Asia… Dreams, dreams of Italy.       

Marco Onofrio   

Dissanguare i popoli e grugnire i privilegi

Il destino della Terra sembra ormai avvitato in una spirale irreversibile, dall’esito presumibilmente disastroso. Le risorse finanziarie e naturali sono quasi tutte nelle mani di pochi “maiali” ingordi e incontentabili (mi perdonino i maiali per l’offensivo paragone!) che perseguono senza scrupoli di sorta il loro patologico interesse, a discapito di persone, animali, cose, contesti, patrimoni, riserve, ecosistemi, tutto. Come se non ci fosse (e non dovesse esserci) un domani. Come se loro stessi non facessero parte di questo pianeta, e dunque potessero permettersi di devastarlo e consumarlo senza pagare in prima persona. Hanno forse già pronto un pianeta di riserva? Si faranno ibernare e, poco prima della fine, partiranno con le astronavi alla ricerca di nuovi mondi da colonizzare e distruggere? Non fanno parte, invece, dello stesso equipaggio in bilico, attraverso i millenni, sull’unica barca che abbiamo a disposizione?

Scrivevo, preconizzando la catastrofe, nel mio Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008): «Mentre la forbice aumenta l’apertura: / i poveri sempre più reietti / i ricchi sempre più indecenti»… Hanno avuto bisogno, i “maiali”, di annientare la classe media, cioè di accentuare la distanza tra il potere megalomane e quasi onnipotente dei pochissimi privilegiati, e la stragrande maggioranza degli “iloti”, cioè i sottoposti, gli oppressi “sotto-uomini”, affannando questi ultimi nei cavilli di un’esistenza sempre più complicata e difficile, ai bordi della sopravvivenza, tra sopore alienato e disperazione. Conclusa la guerra fredda con l’ammainabandiera del Cremlino, baluardo simbolico della resistenza dei popoli (26 dicembre 1991), i “maiali” hanno avuto il via libera per la riprogrammazione del mondo in ragione di un Nuovo Ordine che poi lo sviluppo tecnologico e informatico ha reso in pochi anni globalizzato. Le lancette della storia sono state portate indietro di secoli. Le democrazie sono state esautorate dall’interno, attraverso reti piramidali di massonerie, dai vertici occulti, che lavorano h24 per corrodere le posizioni conquistate dai popoli in 200 anni di sanguinose battaglie, tutelando e rafforzando, viceversa, gli interessi e i privilegi dei “maiali”. Il disarmo ideologico degli anni ’90 ha certificato il trionfo del relativismo nichilistico postmoderno, funzionale a una “società liquida” dove vale tutto e il suo contrario, e dove il fluido scintillio della superficie spettacolare è soltanto l’escamotage per rendere invisibili i giochi sporchi di chi investe miliardi per plasmare il mondo a propria immagine e ottenere costantemente il massimo profitto. Ogni cosa è stata di conseguenza de-realizzata, adulterata, privata del suo centro costitutivo, cioè investita e truccata per rappresentare il contrario di ciò che è. Un caleidoscopio di apparenze prismatiche e cangianti dove, a bella posta, è praticamente impossibile orientarsi. Di fatto: tanti cavalli di Troia per meglio intaccare l’autenticità del mondo “di prima”. Branchi di lupi travestiti da agnelli. Schiere di falsi predicatori. Plotoni di intelligenze assoldate e pagate per mentire. Politici radiocomandati dai banchieri. E dappertutto una vernice di libertà democratiche per attutire o silenziare i grugniti dei “maiali”, nascondendo le impalcature di una società mai così ferma negli ultimi 50 anni, e quindi gli intrallazzi di una dittatura tra le più pericolose di sempre, poiché per la prima volta nella storia planetaria e occulta, o meglio non evidente e immediatamente percepibile, nella quale siamo tutti avviluppati.

Se dunque si volevano punire i popoli per aver così sfrontatamente alzato la cresta, conquistando con il sangue e il sacrificio libertà civili e democratiche che fino a trent’anni fa si ritenevano acquisite e ormai definitive, occorrevano due cose fondamentali: 1) corrompere in toto la politica, cioè eliminare per sempre l’etica degli statisti e sostituirli tout court con docili e intercambiabili funzionari del Nuovo Ordine (meglio se qualunquisti e improvvisati, privi di specifica preparazione e di spiccata personalità, destinati come sono al ruolo di burattini); 2) elidere i margini critici del dissenso, cuocendo le persone a fuoco lento, anestetizzandole, frollandone pian piano i cervelli, spegnendone gli sguardi, facendone dei pugili suonati prossimi al KO. Quindi da un lato precarizzare e parcellizzare il lavoro, rendendone sempre meno solidi e certi i diritti; dall’altro rendere inutilmente complicata e al limite impossibile fino al suicidio l’esistenza quotidiana dei “sudditi” ex cittadini; dall’altro ancora, riempire la loro vita insulsa di futili soddisfazioni (gli acquisti a rate, i mutui, le vacanze, le crociere, gli status symbol con cui illudersi di elevarsi socialmente, i “circenses” settimanali come i riti del calcio e le vie crucis ai centri commerciali, o le altre innumerevoli droghe escogitate per tacitare le coscienze e imbrigliare le energie creative degli individui) nonché le loro mani, viceversa potenzialmente pericolose, con un aggeggio-catalizzatore per tenerli buoni, un oggetto che – anche lì, come per gli altri aspetti del mondo contemporaneo – finge di connetterli ma in realtà li isola e li aliena: l’onnipresente i-phone. E certo l’abnorme sviluppo tecnologico degli ultimi due decenni è stato auspicato e finanziato dai “maiali” anche e soprattutto per ottundere le coscienze delle persone, distraendole dal pensare alle cose realmente importanti e disinnescandone sul nascere ogni velleità di cambiamento. L’informatica ha steso la rete globale del Nuovo Ordine, consentendogli di attecchire e proliferare.

Ma il capolavoro dei capolavori sarebbe stato a quel punto creare e finanziare una falsa sinistra con cui cornificare e mazziare gli ideali delle passate generazioni, frodando meglio i popoli. Mascherare la destra più biecamente retriva sotto i panni amichevoli della sinistra in apparenza più democratica e populista. Una sinistra “postmoderna”, agile e funzionale, attenta ai mercati più che agli stati, disponibile a traviarsi e a traviare senza rispetto autentico per i principi costitutivi della sua stessa ispirazione. In cambio di questo tradimento i “maiali” avrebbero assicurato potere, aderenze massoniche e soldi, tanti soldi. Così è accaduto in Italia con il PD, che appunto rappresenta la sinistra disposta a vendersi l’anima. Come uno scrittore che accetta di farsi riscrivere il libro pur di pubblicare con il grande editore e vendere milioni di copie. Il PCI risorto dalle ceneri qualche anno fa è invece come lo scrittore idealista che rinuncia alle lusinghe del facile successo, pur di non tradire la propria voce e non perdere la propria inimitabile originalità. Naturalmente l’Europa dei “maiali” aborre il PCI e auspica un sempre maggiore rafforzamento del PD, in quanto grimaldello e ingranaggio delle proprie dinamiche finanziarie, a matrice oligarchica e antidemocratica. Anzi: il binomio con il M5S conferisce al PD un passe-partout populistico e qualunquistico che lo rende ancora più gradito e sostenibile. Ora arriveranno gli oltre 200 miliardi di euro del recovering found anti-Covid, ma l’Europa dei “maiali” non elargisce soldi a vuoto: più soldi prendi, più ne diventi schiavo, più le dovrai obbedire. Ieri al referendum ha vinto il sì, ed è stato un nuovo, ennesimo affronto alla sacralità – da tempo non più inviolabile – della Costituzione. La sinistra autentica era per il no; il PD, naturalmente, era per il sì. Adesso infatti Zingaretti gongola perché “questo è il primo passo di una serie di riforme” che in realtà, al di là delle belle parole di prammatica, intendono scardinare e demolire l’Italia della Resistenza, da cui appunto la Costituzione è stata partorita. Quell’Italia – l’Italia dei nostri padri e dei nostri nonni – va evidentemente cancellata. Ce lo chiede l’Europa! Pare di sentirli, i grugniti giulivi che salgono dalle segrete dei potentati e delle logge massoniche… I club esclusivi, modello Bilderberg, che hanno costante e insaziabile bisogno di carburante populistico per alimentare i meccanismi politici e pseudo-democratici con cui umiliare e triturare i popoli, assieme alle loro “sciocche” rivendicazioni. Quella stessa Europa che – con l’incredibile beneplacito del PD – ha parificato i simboli del lavoro (la falce e il martello) alla svastica nazista…

Dopo 40 anni di logorio ai fianchi e bombardamento neuropatologico quotidiano (le tv private, la pubblicità martellante, i videogiochi, internet, i telefonini…) la coscienza critica, etica e popolare degli italiani è ridotta pressoché allo zero, mentre aumentano a dismisura l’incultura, l’alienazione, la solitudine, l’odio, l’intolleranza, la violenza… Siamo ormai un Paese di pecoroni e rincoglioniti, facilissimo da turlupinare, dove i politici trovano sempre meno resistenza nel procacciare gli interessi dei loro burattinai… Occorre darci presto una svegliata, e il PCI dovrebbe – approfittando anche del prossimo centenario – porsi a capofila di un vasto e compatto movimento di forze politiche eterogenee, di sinistra autentica, per contrastare la deriva reazionaria che, fra un tradimento e l’altro, sta riconsegnando al nemico terreni di civiltà conquistati a prezzo di sacrifici altissimi e non dimenticabili.

Marco Onofrio

“Da agosto a settembre”

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Ho sempre odiato agosto. Non solo per l’atmosfera da “ferie forzate”, con l’assalto in massa a tutti i luoghi di villeggiatura; ma anche e soprattutto perché rappresenta l’ultima vampata di un grande, bellissimo fuoco. Le giornate si accorciano visibilmente. La luce è ancora “augusta”, però – se guardi bene – tutta ramificata di brividi autunnali. Il meglio è ormai passato. Mi ha sempre fatto pena veder morire una cosa tanto stupenda come l’estate. E allora si ha bisogno di salvare quello splendore, di renderlo imperituro: ma già sta svanendo, già è condannato a incenerirsi. Solo le cicale si ostinano a ignorare lo sfacelo. Le belle giornate diventano improvvisamente più preziose: non ce ne saranno ancora tante altre. Viene meno il senso di pienezza che esaltava i giorni lunghissimi di fine giugno, e di luglio inoltrato, quando anche la “visione” di un futuro era impedita dalla forza gigantesca del presente: tutto sembrava destinato a rimanere eterno, a non morire mai. Tutto, di conseguenza, sembrava scontato: i cieli azzurri, le ore di luce, la libertà di essere e di fare. Agosto rimette in moto la macchina del tempo che scaccia gli uomini da questo eden illusorio. Il torrente incantato riprende a scorrere. L’uovo dell’eternità si spacca sulle rocce della storia. In mano ci rimangono i frantumi di una gioia scorsa, e il rimpianto di una dolcezza che – almeno per un anno – non ritorna. E comunque, mai più come prima. Per uscire indenne da questa lancinante decadenza, che da bambino mi struggeva fino alle lacrime (“sentivo” il pianto dell’estate che capiva di essere invecchiata e intuiva prossima la fine), ho sempre avuto bisogno di evitare la conclusione brusca delle vacanze, aumentandole di qualche giorno non programmato, e, al tempo stesso, di immaginare cose nuove e belle da fare al rientro, piacevoli cambiamenti con cui medicare la malinconia. Anche per questo, forse, arriva da un giorno all’altro il fresco di settembre, che ritempra la voglia di vivere e annuncia l’oro antico dell’autunno, le sue ultime, dolcissime sorprese. A settembre chiediamo “clemenza”: che sia più generoso degli altri mesi. Gli “concediamo” – obtorto collo – di spegnere i colori della luce estiva, ma in cambio pretendiamo un certo numero di consolazioni.

Marco Onofrio
(da Nuvole strane, Ensemble 2018)

“I cinque pilastri della stoltezza”, di Aldo Onorati. Lettura critica

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Con questo brillante e piacevole saggio (“I cinque pilastri della stoltezza”, Roma, Armando, 2003, pp. 125, Euro 12), Aldo Onorati – rovesciando un celebre titolo di Lawrence d’Arabia, “I sette pilastri della saggezza” (1922) – invita a riflettere sulla consistenza e la portanza strutturale del nostro edificio cognitivo: la Weltanshauung che plasma la cultura occidentale di cui siamo eredi e, insieme, parte attiva. Una cultura che, dopo Platone, si afferma e caratterizza come uso del sapere a vantaggio dell’uomo e a scapito del mondo circostante: attività manipolatrice che si incunea nella natura per trasformarla, antropizzarla, civilizzarla, rendendo man mano più sensibile il divario fra i “tempi storici” e i “tempi biologici” di cui parla l’ecologo Enzo Tiezzi in un libro fondamentale. La storia stessa nasce come distacco del tempo dell’uomo dal grande grembo del tempo della natura: una frattura che F. Nietzsche anelava a ricucire in ripristinata unità mediante lo “spirito dionisiaco”: «Sotto l’incantesimo del dionisiaco», cito da “La nascita della tragedia” (1872), «non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile e soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l’uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente».

Il cammino della civiltà occidentale è infatti configurabile come un continuo e progressivo distacco dalla “physis”, e quindi dalla percezione stessa della natura primigenia e indistinta. L’homo sapiens sapiens, in cerca di terre sempre nuove da esplorare e colonizzare, si è armato di una sorta di corazza culturale, astratta e artificiosa, che lo rende estraneo e, per così dire, “indigesto” al grosso del mondo animale. Tra i molti miti dall’uomo elaborati, da brandire come torce o spade lungo il cammino senza fine verso Utòpia, c’è sicuramente quello più pericoloso, una sorta di dono ancipite – come il fuoco rubato da Prometeo, che riscalda, sì, ma che se sfugge al controllo può anche ridurre in cenere: il progresso.

Il progresso ha finito per diventare surrogato del dio che abbiamo perduto lungo la strada del nostro non trovarci più di casa a questo mondo, smarriti a nostra volta tra la nostalgia del “non più” e l’angoscia del “non ancora”. Scortato da una schiera di sentinelle mitiche, quali la Ragione, l’Intelligenza, la Civiltà (altrettanti squilli di tromba che il sapientissimo uomo, invischiato nel suo soliloquio, utilizza per autoincensarsi, per rimuovere la cattiva coscienza e per neutralizzare gli inquietanti segnali che, malgrado tutto, continua a mandargli da dentro la belva primordiale), nonché giustificato dal profitto economico (che non a caso viene elevato a sistema e promosso al rango di “etica” dal momento in cui, col Protestantesimo, viene meno il ruolo del sacerdote come intermediario tra al di qua e al di là), il progresso assurge a orizzonte e focus della scena, e, abbracciando la pretesa di auto-fondarsi come unica via praticabile, senza più interlocutori, libera tutto il suo potenziale distruttivo. La cultura e la “civilizzazione” tipiche della modernità si sono poste dunque a servizio di questo mito di conquista e colonizzazione eurocentrica, in un grandioso progetto che si risolve e accende nel progresso, laddove comincia e finisce la “grande corsa” dell’uomo occidentale. Che poi alle tentazioni eurocentriche siano subentrati i connotati informi di un mondo globalizzato “all’americana”, coi relativi squilibri, non cambia la sostanza delle cose: l’uomo continua noncurante a utilizzare il pianeta a mo’ di pattumiera, mentre il pianeta gli muore sotto i piedi minacciando di ucciderlo a sua volta.

Quali sono i falsi miti con cui l’homo sapiens sapiens ha puntellato il suo progetto di conquista del pianeta?
Eccoli:

1) che l’intelligenza sia prerogativa (esclusivamente) umana;
2) che l’uomo sia l’unico essere vivente dotato di razionalità (la dea Ragione);

3) che solo l’uomo abbia l’anima;
4) che l’uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio;
5) che l’uomo sia il re del creato.

Questi i cinque pilastri della presunta “saggezza” individuati, attraverso la natura e la storia dell’uomo, come radice maligna della sua vocazione autodistruttiva. Onorati si diverte con riso amaro a rovesciarli, uno ad uno. Li smonta, dunque, e ne smaschera la fallacia con la forza della sua humanitas, cioè di una cultura nutrita di buon senso ed equilibrio, e non antagonistica, bensì accordata alla natura, in armonia con il Logos della vita, la legge interna delle cose. Non è un caso che a farlo sia un figlio e un testimone diretto della civiltà contadina, ormai fagocitata dai mostri del progresso: Onorati ha nel sangue il plasma di quella cultura che, lungi da ogni “oltracotanza”, aveva un senso naturale e pratico della realtà e, pur contemplando l’uomo come agente trasformatore della natura, faceva sì che la Terra potesse ancora tollerarlo come accidente sostenibile, nella misura in cui ingranaggio funzionale degli ecosistemi, e non come aberrazione o variabile impazzita. L’uomo un tempo sapeva per istinto quale fosse il suo posto all’interno della natura: aveva il senso naturale del limite, del posto a lui assegnato, oltre cui è pericoloso spingersi. Aldo Onorati è semplicemente uno che, a differenza di tanti suoi colleghi scrittori (ai quali la corona da re non basta neppure), ha il coraggio di affermare che “il re è nudo” poiché vestito di fumo e di nulla; e poi, non pago, cerca anche di scuoterlo, di urlargli in faccia per svegliarlo dal torpore. Ma l’uomo procede per forza d’inerzia, come un sonnambulo o un condannato, incontro a un destino che sta facendo di tutto per trasformare in fato. La società di massa, vero e proprio teatro dove il progresso, come nel ballo “Excelsior” d’inizio ’900, celebra e immola i propri trionfi, ha scisso e parcellizzato l’individuo, sia al di fuori sia all’interno: ciascuno di noi è una monade schizofrenica dentro un insieme di solitudini. Ogni individuo è un Io senza Noi. Abbiamo perso quell’identità collettiva di valori e di appartenenza che caratterizzava la civiltà preindustriale come una ben più umana e accogliente “comunità”. Una comunità è una società dove ciò che accade a uno riguarda tutti. Proprio perché non si sente più membro di una comunità, l’uomo oggi crede di potersi permettere la suprema idiozia di ridere mentre la nave di cui egli stesso è passeggero affonda: come il pazzo che, a chi gli domanda il motivo di quel riso, risponde: “Tanto la nave non è mia”. Né poi la generica appartenenza all’umanità è vissuta come reale “vincolo comunitario”: abbiamo ancora bisogno dei confini, dei campanilismi (se non ci sono, ne creiamo di sempre nuovi), e obbediamo inconsciamente al concetto, ormai superato, di “nazione sovrana”. L’umanità sta perpetrando il più assurdo ed efferato dei delitti: stiamo tradendo i nostri discendenti, impedendo loro di avere un futuro. Le conseguenze del nostro vivere “civilizzato”, infatti, non sono immediate. Peraltro il pianeta, avviluppato dal nostro gorgo e disturbato dalla nostra invadenza, sta assorbendo la frenesia convulsa dei tempi che gli imponiamo ogni giorno di più, snaturandolo e privandolo dei suoi delicati equilibri, per cui «quello che non è accaduto in millenni, oggi accade in decenni».

L’unica salvezza è riposta nell’ethos di una “morale cosmica” da acquisire con urgenza apocalittica: ognuno dovrebbe comportarsi come se il futuro di tutta l’umanità dipendesse da lui, da ogni singola scelta, dai gesti quotidiani. Agli scrittori è demandato il compito di costruire la “memoria del futuro”: non sterili cassandre o apocalittici profeti, ma attenti stimolatori delle coscienze e umili ricercatori della verità. È quanto si impegna a fare Onorati in questo libro che è insieme un grido d’allarme ecologico e una risposta filosofica al problema dell’esistenza. Opera che nasce da un bisogno di chiarificazione e ricapitolazione nei confronti anzitutto dell’uomo, inteso come «indecifrabile errore della natura» dove «ogni vizio capitale, ogni inganno, ogni limite, ogni obbrobrio risiedono (…) insieme a un misterioso congegno geniale e apparentemente libero che fanno di lui una meraviglia e insieme un mostro del creato mondo».

Onorati è mosso da una sincera ansia di verità. Egli avverte che questa in particolare è l’epoca dei simulacri, dei falsi miti: un’epoca di cecità, nel profluvio insipiente delle immagini; di solitudine e incomunicabilità, nel trionfo apparente della comunicazione; di stoltezza mascherata da sapienza. Infatti è più che possibile, anzi è probabile, che la verità si trovi altrove dai “luoghi comuni” deputati ad accoglierla: non può bastare, a colui che cerca il vero, l’inganno della forma. Per questo il sottotitolo del saggio è “considerazioni di un immorale”: Onorati è cosciente che il suo è un pensiero “ex lege”, che attraversa e oltrepassa il muro delle convenzioni, ponendosi liberamente “al di là del bene e del male”. Ecco allora che, scattando queste cinque fotografie all’uomo (come nota Bruno Benelli in Prefazione), il suo obiettivo penetra nell’essenza che la forma delle cose nasconde, alla ricerca del loro senso autentico. Il pensiero s’incunea nelle pieghe della realtà e si appunta alle sconnessioni dell’intelligenza, sempre affilando la sua lama sul «dubbio fecondo e l’umiltà salvifica» (così Onorati li definisce) – il che, fra l’altro, gli consente di evitare posizioni manichee, e lo rende immune da tentazioni facilmente censorie o moralistiche. Onorati sa benissimo, e lo scrive, che le cose sono molto più complesse di come appaiono, che «bene e male, menzogna e verità» sono mescolati e spesso indiscernibili nell’uomo: che ad esempio lo stesso progresso, che tanti squilibri procura, ha per altri versi recato innegabili e ormai irrinunziabili benefici alla qualità della nostra vita.

La Vita, infine, è il nucleo essenziale del saggio: un “miracolo” di cui Onorati si dichiara stupefatto ammiratore; la forza che tutto domina, infinitamente superiore alla tronfia ragione umana. Con questo libro egli leva una sorta di grande preghiera laica: un inno di lode in cui ama la natura fino alla commozione e celebra la vita nelle sue infinite, prodigiose manifestazioni. Allora forse la verità essenziale che Onorati cerca, fra tanti rumori di sottofondo, è la legge stessa del Logos, ovvero quella che nel libro è definita «necessità strutturale insita nella legge dell’esistenza»; ciò stesso che rende la vita una «unità inscindibile» e un caos pieno di armonia. La sola legge alla quale l’intelligenza umana, per ritrovare la sua giusta misura, dovrebbe affidarsi (con buona pace dei tanti “sapienti” oggi conclamati e pubblicamente riconosciuti) poiché, come scriveva Francesco Bacone, è soltanto obbedendole che l’uomo comanda la natura.

Marco Onofrio

“Itinerari comunisti”, di Bruno Steri. Lettura critica

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Bruno Steri ha scritto un saggio poderoso e importante, che offre strumenti critici utilissimi ad interpretare non solo l’attualità, ma il mondo che ci è alle spalle e quello verso cui siamo faticosamente incamminati. Un libro che apre numerose finestre di analisi e conoscenza, oltre che gli occhi di chi legge, sui meccanismi profondi della storia e su molte verità nascoste della nostra società.

L’assunto epistemologico da cui muove “Itinerari comunisti. Tra crisi del capitalismo e involuzione della sinistra” (DeriveApprodi, 2018, pp. 212, Euro 18) è la condivisione di uno sguardo oggettivo e realistico sul divenire storico, alla luce del quale esso appare come un processo non lineare e levigato ma contraddittorio, imperfetto, sporco di realizzazioni incerte e di esiti ambivalenti. La realtà, pertanto, è una complessità multipolare di vicende e prospettive interconnesse, refrattarie a ogni facile semplificazione. Steri tuttavia, con la sua riflessione critica ad ampio raggio, tenta una ricomposizione organica di questa complessità, esplorandola – in parallelo – sul piano storico, economico, politico, sociologico, filosofico, etc. L’assommarsi e spesso il moltiplicarsi di tali letture stratificate coincide con la forza inarrestabile del mondo, su cui le idee cercano di incidere una traccia. Il cuore del libro è il rapporto tra uomo, natura e storia: da questo snodo cruciale si ramificano le infinite connessioni della realtà.

Si parla quindi, anzitutto, di come e quando il nobile ideale del comunismo ha potuto realizzarsi nella storia. Ecco la rivoluzione bolscevica del 1917, per una società diversa da quella capitalista e anzi ad essa contrapposta. Cito dal testo (che a sua volta richiama il classico studio di Giuseppe Boffa):

La portata del mutamento non si espresse semplicemente nello sconvolgimento dei rapporti di potere tra le classi, ma più in generale investì l’intero tessuto sociale del paese, i suoi modelli di vita: «i primi atti di governo […] abolirono titoli nobiliari, privilegi di casta, distinzioni di rango e ufficiali suddivisioni in “ceti”, per dichiarare tutti semplici “cittadini” della repubblica; riconobbero piena parità di diritti tra uomo e donna, fra figli legittimi e “illegittimi” (questa stessa parola fu abolita); semplificarono le procedure di divorzio e di matrimonio, che diventarono esclusivamente civili; proclamarono la completa separazione della chiesa dallo stato, privando del diritto di proprietà le associazioni religiose o ecclesiastiche».

Ogni rivoluzione suscita, peraltro, una contro-rivoluzione: occorre attendersi fenomeni di reazione a tutto ciò che di potente e nobile attinge alla coscienza alta dell’uomo, al sé ideale anziché all’io egoistico. La lettura materialistica della storia individua il cuore stesso del divenire nella lotta di classe, cioè lo scontro di interessi economici contrapposti e, spesso, irriducibili. In genere, vincono le classi agiate. Il popolo è carne da cannone, destinato al sacrificio, al sudore, alla tribolazione. Ma potrebbe anche non essere così, e la rivoluzione bolscevica valse a dimostrarlo per sempre. L’ottobre rosso segna l’irruzione del possibile nella storia: un terremoto destinato a segnare il mondo. Il sistema sovietico che da quella rivoluzione ebbe modo di strutturarsi funzionò molto bene nella fase “grossolana” che vide gettare le basi dell’industria moderna: coi piani quinquennali di sviluppo la Russia riuscì a proiettarsi nella dimensione di superpotenza. Poi, con gli anni ’70, cominciò una fase di declino e stagnazione. L’eccessiva centralizzazione statale dell’economia portò a un rallentamento del sistema, e infine alla sua implosione.

Dopo quello sovietico, Steri affronta il modello cinese: sviluppo economico governato da giustizia sociale per la costruzione di un “grande moderno paese socialista, cioè prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato, armonioso, bello”. L’idea di base è che “in un sistema socialista ci può essere il mercato”: l’essenziale è promuovere allo stesso tempo l’equità e la giustizia, i diritti del popolo. Non sono escluse le storture (come la Foxconn, la “fabbrica dei suicidi” a causa delle insopportabili condizioni lavorative), ma il sistema cinese tende ad un approccio olistico, come in medicina: “Se un organo si ammala, gli occidentali guardano all’organo, i cinesi all’intero corpo”. L’obiettivo è una “società armoniosa” basata sul flusso dei circoli virtuosi. Il capitalismo puro, invece, procede al contrario: genera circoli viziosi. La crisi si autoalimenta, e le misure adottate per uscirne non fanno che peggiorarla. Quindi: mercato sì, a patto di un ferreo controllo pubblico del settore finanziario e bancario. Così, abbinando quantità e qualità, la Cina ha potuto fare il “balzo della tigre” diventando superpotenza e leader globale dell’innovazione. Un sistema che ha funzionato anche perché la Cina dispone di grandi risorse, controlla un mercato immenso (oltre 1 miliardo di consumatori) e può contare su un popolo disciplinato al rispetto del bene comune. Gli attuali scenari geopolitici della “Nuova Via della seta”, che ovviamente preoccupano Trump, offrono straordinarie opportunità di cooperazione e di proficuo interscambio: anche e soprattutto per l’Italia.

A questo punto Steri affonda il bisturi nel marcio del capitalismo giunto alla sua fase avanzata, la cosiddetta “new economy”.

La «logica economica» che ha mosso gli avvenimenti del mondo in questi anni non è cambiata nei suoi caratteri di fondo. (…) la spasmodica ricerca del massimo profitto, condotta con rapacità, avidità, disprezzo dell’etica. Una logica sistematicamente applicata a danno del benessere dei più e ponendo a repentaglio gli equilibri ambientali del pianeta; se necessario (ed è stato necessario) col sacrificio di intere popolazioni, immolate sull’altare dell’approvvigionamento energetico e della supremazia geopolitica. Di tali sopraffazioni, di una tale violenza di sistema siamo costretti quotidianamente a prendere atto: così come della crescente precarietà della vita e del lavoro di tanta gente, colpita dall’offensiva capitalistica di questi ultimi decenni.

Queste, in sintesi estrema, le conseguenze insostenibili del neoliberismo:

– attacco al salario e abbattimento dei diritti;
– crescente proletarizzazione della popolazione mondiale;
– precariato;
– alienazione diffusa;
– devastazione ambientale del pianeta.

Dopo la fine della guerra fredda è scattato una specie di semaforo verde: non più remore al dilagare della finanza selvaggia, con attacco frontale alle conquiste operaie dei decenni precedenti. Ma non basta: dal 2008 in poi, con la crisi globalizzata, c’è stato l’ulteriore giro di vite, attraverso un processo di controriforma sociale, un “nuovo ordine” mondiale sotto forma di stravolgimento in senso autoritario degli assetti pubblici. Ci stiamo affacciando sul bordo dell’abisso: “il vigente modo di produzione, oltre ad essere iniquo, mette a repentaglio il futuro dell’umanità”. Scenari apocalittici da contrastare con urgenza immediata. La narcosi delle pseudo-sinistre si rende complice di alcuni falsi dogmi propinati e ripetuti a pappagallo dai mass-media. Per esempio: che maggiore flessibilità significa maggiore occupazione; che liberalizzazioni e privatizzazioni producono crescita economica; che pareggio di bilancio e rientro secco del debito rappresentano la salute dell’economia. Tutte bugie consapevoli, costruite ad arte. In realtà il deficit è come il colesterolo: ce n’è uno cattivo e uno buono. Uno Stato deve poter operare e spendere anche in deficit, per promuovere sviluppo e rilanciare l’economia. La stella polare dell’azione e della conseguente opinione pubblica dovrebbe essere la piena occupazione, non il pareggio di bilancio. I sostenitori del neoliberismo confidano nell’autoregolazione del mercato (il famoso laissez faire), ma in realtà il mercato non si regola da solo: servono organismi di controllo e di intervento statale. Ai soggetti deboli (disoccupati, pensionati, lavoratori) che pagano la crisi prodotta da altri, si contrappone la rapacità dei grandi manager e degli speculatori “che premono sull’acceleratore del rischio e puntano a guadagnare in poco tempo decine di milioni di dollari”. Siccome però nessuna cena è gratis, il prezzo di questa sperequazione è altissimo.

Si giunge così alle dolenti note dell’Unione Europea, ormai fallita come “comunità politicamente progressiva e socialmente solidale” poiché rivelatasi invece a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito dei popoli. I Paesi membri non si sono integrati di più, anzi: le economie si sono ulteriormente distanziate tra Europa del nord (in primis la Germania) ed Europa mediterranea (Grecia, Portogallo, Spagna e Italia). L’Europa unita è in realtà una sorta di bisca clandestina gestita dall’asse franco-tedesco, dove i popoli deboli vengono ulteriormente indeboliti e sistematicamente assoggettati, ricattati, costretti a contrarre debiti e a stringere i cordoni pur di continuare a puntare, obtorto collo, sui tavoli truccati. L’Unione Europea rappresenta l’apoteosi della contro-rivoluzione borghese: il coronamento di un lungo processo di recupero del potere da parte delle classi dominanti. La politica, di conseguenza, è sottomessa ai lacci della finanza: ecco i “compiti a casa” in tema di politiche fiscali e del lavoro, perché – come ripetono politici e giornalisti – “ce lo chiede l’Europa”. I partiti sono ormai soltanto macchine elettorali incaricate di guadagnare consenso a scelte già compiute altrove. L’Europa dei popoli è costretta ad inghiottire i rospi partoriti dalle banche.

La dissoluzione delle sinistre e la liquidazione della questione etica hanno sciolto ogni freno inibitorio. Le dinamiche sono ormai spudorate. La triste vicenda greca di qualche anno fa mostra come “i rapporti di forza agiscano ormai senza diluizioni, senza veli, con atti di meccanica bruta come in guerra”. Il ricatto del debito è l’arma neo-coloniale dei potentati europei contro le economie deboli da assoggettare. Dice giustamente Vladimiro Giacché: l’Europa unita è un sogno trasformatosi in incubo. Soluzione? Uscirne, come ha fatto la Gran Bretagna, a dispetto di chi (probabilmente prezzolato dall’Europa) si ostina a ripetere che cadremmo dalla padella alla brace. (E uscire, se possibile, anche dalla Nato, che ci trascina in controversie e conflitti da cui siamo solo marginalmente, o per nulla, toccati).

Gli è che i Trattati europei e la Costituzione italiana sono incompatibili, nei principi e nell’ispirazione di fondo. Una politica tesa al miglioramento della condizione sociale dei popoli sarà utopistica fintanto che la BCE, al di fuori di ogni controllo democratico, è messa in grado di penalizzare e ricattare il sistema economico dei Paesi soggetti ai Trattati europei. Però se affermi questo ti diranno (provare per credere) che sei “sovranista”, in un maldestro tentativo di equiparare la sacrosanta rivendicazione della autodeterminazione dei popoli sovrani a certe incomparabili istanze, vedi Salvini e Meloni, venate di razzismo e becero nazionalismo.

Ci troviamo insomma a brancolare nel buio, come dopo una catastrofe. La cosiddetta “sinistra” raccoglie voti ai Parioli dai benpensanti della Roma-bene, mentre la nuova destra (ad esempio Casapound) spopola in quartieri proletari e periferici quali Tor Bella Monaca e San Basilio. Come è potuto accadere? Che cosa ha determinato questa situazione? Enormi responsabilità ricadono a sinistra, fin da quando – morto Berlinguer, giugno 1984 – i compagni cominciarono l’ammainabandiera, parlando di fine di un ciclo storico e preparandosi alla smobilitazione. Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica (1991), non c’è stato più freno alla deriva. Dal Pds ai Ds al Pd, la sinistra ha abbracciato la politica di destra e il “modello americano” come unica razionalità sociale possibile, annichilendo un intero impianto teorico-pratico di interpretazione della realtà, divenuto improvvisamente obsoleto. E allora, di che meravigliarsi? se tu non credi più in te stesso e nelle tue idee, come potranno farlo gli altri?

La dissoluzione del socialismo reale, diffusamente e speciosamente rappresentata a livello di percezione comune, ha lasciato il campo alla dimensione fluida e post-ideologica del mondo contemporaneo, dove latitano principi fondanti, visioni lungimiranti e progetti di ampio respiro. E invece andrebbe proclamato forte e chiaro che la sconfitta storica del comunismo, semmai c’è stata, non implica il fallimento dell’idea. Che è anzi sempre più valida e attuale! Cito al proposito un mio aforisma: “Quando una casa crolla, le macerie rendono più forte l’essenza della sua Idea”. E Steri mi risponde indirettamente, laddove scrive: “Non siamo affatto al cospetto di un cumulo di macerie”. Alcune delle parole-chiave del materialismo storico sono ancora validissime e urgenti, checché ne dicano le destre conclamate o mascherate. Ad esempio la lotta di classe, che non è affatto conclusa, anzi! I rapporti sociali e quelli di produzione sprigionano violenza quotidiana, gli interessi sono sempre più feroci e irriducibili. O l’alienazione, che dilaga a macchia d’olio anche nei giovani e persino nei bambini. O l’imperialismo, lo strumento-principe utilizzato dal sistema capitalistico avanzato per contrastare le proprie crisi endogene intensificando lo sfruttamento dei lavoratori e l’appropriazione (violenta, se necessario) delle risorse: da cui le guerre, economiche e militari.

Il PCI deve fungere da pungolo critico, tallonando i governi sulla centralità ineludibile del tema-lavoro. Allo slogan salviniano “Prima gli italiani” i comunisti rispondono con “Prima gli sfruttati”. Però, urgono alcuni passi fondamentali. Che fare? Dopo l’analisi, ecco opportunamente la sintesi. E quindi:

– superare la frammentazione della sinistra autentica: se i pochi che la compongono restano divisi in gruppuscoli, non vanno e non andranno da nessuna parte. Urge realizzare, a breve, l’auspicata “unità nella diversità”. Scrive Steri: “occorre una nuova sintesi che faccia tesoro degli errori compiuti e metta capo a un partito all’altezza dei compiti odierni”;

– “elaborare una articolata e compiuta proposta comunista adeguata agli scenari delle società cosiddette avanzate”. Una sorta di comunismo 3.0, anche per oltrepassare quella patina di antiquariato umanistico e di reducismo ideologico che ingessa la parola e l’azione dei compagni nell’Italia contemporanea;

– “ricucire un impianto ideale che sia patrimonio di larghe masse, promuovere la forza di un senso comune” in una società civile sempre più disgregata. E quindi lavorare moltissimo sulla comunicazione, sull’opinione pubblica, sull’immagine condivisa. Lucidare i simboli del lavoro, liberandoli dalle incrostazioni depositatevi dal tempo, dall’opera malevola degli avversari (vedi la recente vergognosa equiparazione europea tra falce e martello e svastica) e dall’autolesionismo dei compagni delusi. Chiedersi che cosa pensa e prova la gente quando vede, oggi, la bandiera del PCI;

– riaffermare la centralità della questione etica, e dunque il PCI custode di valori come lealtà, onestà, imparzialità, aderenza ai fatti, integrità. Lavorare anche un po’ di pancia, non solo di intelletto: intercettare i problemi reali delle persone e far capire che il PCI è dalla loro parte, pronto a denunciare e a tentare di risolvere le drammatiche urgenze quotidiane nascoste nelle pieghe e nelle piaghe della società;

– persuadersi e persuadere che la realtà non è mai immutabile e definitiva, ma suscettibile di trasformazione; che le cose si possono cambiare; che non bisogna cedere alla disperazione.

È un lavoro immenso, ma (scrive Steri, e così conclude il libro) “il momento è ora”. Ciascuno faccia la sua parte per rendere più giusto e vivibile il mondo.

Marco Onofrio

“Lo Sciamano”, di Valerio Mattei. Lettura critica

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Lo Sciamano, il libro grazie a cui – esordendo in campo letterario – lo straordinario talento musicale di Valerio Mattei si cimenta con la melodia della pagina scritta, è un’opera in equilibrio tra narrativa e saggistica, romanzo e dialogo filosofico, apologo morale e vademecum di massime spirituali. La scrittura coinvolge e intriga, è agile e scattante, quasi sempre fluida nonostante la quantità e la complessità degli argomenti affrontati. Dico subito che Lo Sciamano è un libro d’Amore e sull’Amore (con l’iniziale maiuscola), giacché l’impulso e poi l’andamento che lo caratterizzano, percepibili nel corpo emozionale di ogni pagina, nascono da quello che è, spiritualmente e non solo, il significato primo e ultimo della Vita, ciò che appunto le dà significato, linfa, profumo, sapore. Scrive infatti Mattei, come in un gospel gaudioso per voci celebranti o in un mantra sciamanico per cuori visionari:

L’Amore è la Legge
che non prescrive condizioni.
L’Amore crocifigge
per consentire resurrezioni.
Non segna sulla lavagna
cattivi e buoni.
Non disdegna,
a tutti insegna,
senza eccezioni.

L’Amore dice senza parlare.
L’Amore brucia senza divorare.
Porta Giudizio senza giudicare.
L’Amore cuoce senza attaccare.
Silenzioso, antiaderente,
l’Amore è mare e salvagente.
Così grande da essere Tutto,
e da saper sembrare niente.

Sentinella negli assedi.
Fontanella per le seti.
Campanella per gli impreparati.

L’Amore osserva senza fare osservazioni.
L’Amore ama libero dalle passioni.
L’Amore conosce senza imparare.
L’Amore riconosce senza ricordare.
L’Amore sa mentire senza ingannare.
L’Amore sa astenersi dal fare il bene,
quando quel bene, può fare male.

L’Amore intende senza sentire.
L’Amore comprende senza capire.
L’Amore si protende senza interferire.
L’Amore si arrende senza smettere di agire.
L’Amore sogna senza dormire.
L’Amore aspetta senza aspettative.

Parole che sgorgano come acqua sorgiva da un senso vivo di gratitudine per il dono di esistere, di avere avuto in dono un potere creativo, un potere quindi terapeutico. Tutto il libro è pervaso da questa fede nell’artista come guaritore, curator animi, catalizzatore e trasformatore di energie. Una vibrante antenna che riceve e trasmette a 360°. Praticamente, appunto, uno “sciamano”. La musica, Valerio Mattei lo sa bene, lenisce le ferite del cuore. Ora sta imparando che anche la scrittura può farlo, per chi scrive e per chi legge, ed è uno degli obiettivi di rigenerazione che si propone di ottenere con il libro.

Parlando ancora dell’Amore che dà la propulsione alla scrittura, nutrendone di luce creativa tutti i potenziali di bellezza, c’è da aggiungere quello incondizionato che proviene dalla “radice prima” della famiglia, quel tepore dolcissimo nel sentirsi «costantemente amato e al sicuro», protetto da ogni pericolo. Lo percepiamo fin dalla dedica al padre che, con umanità e dolcezza non comuni, Valerio depone sulla soglia del percorso:

Non riesco a immaginare
benedizione più grande
e dono più prezioso
dell’aver conosciuto e sperimentato a piene mani
il tuo amore incondizionato,
la tua bontà straripante
e la tua inesauribile, infinita generosità.

Lo Sciamano
sei sempre stato tu,
Papà.

Grazie,

Valerio

La parola-chiave del libro è: trasformazione. Configura infatti un percorso di guarigione e crescita evolutiva. Un reset spirituale. Un ricapitolarsi dalle origini. Lo Sciamano si struttura e si dipana come dialogo/monologo con una entità sopramentale, una sorta di Virgilio ipnotico ed estatico, spesso leggero, acrobatico, arguto e sorridente, assimilabile al Superio, lo Spirito Guida, il Sé eterno, la «versione più alta di me stesso», nelle sembianze di un maestro spirituale che accoglie l’io narrante alle soglie di un sogno lucido e lo accompagna lungo il percorso dentro i territori metafisici che la nostra esperienza terrena racchiude. Questo sogno lucido apre le porte della percezione al «regno dimensionale» da cui proveniamo prima di incarnarci: l’Infinito e l’Eterno da cui irradia un senso meraviglioso di luce, di «espansione e immensità». Viene così focalizzata la vocazione profonda di Valerio Mattei, tripartita fra Arte, Comunicazione, Spiritualità, convogliate nella ricerca della felicità, così definita:

Non c’è una strada per la felicità. La felicità è la strada.
La felicità è quindi una scelta.
La scelta innanzitutto di arrenderti, di mollare i combattimenti, gli spasmi forsennati con cui ti dimeni tra le onde a volte impazzite della vita e di iniziare finalmente a danzarci insieme, senza perdere i tuoi colori e la tua personalità unica e irripetibile.

Mattei evoca un atteggiamento di apertura al mondo e ai suoi messaggi subliminali, ad esempio «spezzoni di frasi ascoltate per caso». In realtà nulla accade per caso e «tutto parla. Il punto è semmai: chi ascolta?». L’artista è questo, anzitutto: un uomo in ascolto. C’è tutto un assieme di universi che chiede e merita ascolto. Le vibrazioni energetiche. Le voci del silenzio. Gli oceani della profondità. Le soglie invisibili del mistero.

L’artista è chiamato a conciliare l’inquietudine perenne che ne guida il percorso con il desiderio di una vita piena e appagante, per sé e per gli altri. La formula per cominciare a guarire è: «Io sono. Qui. Ora». Il presente è sempre un dono, come dice la parola stessa. Nel coincidere con la contingenza dell’impermanente, si ferma per magia il fiume del tempo e si abbraccia «l’Eterno che sorride sornione tra le pieghe degli eventi quotidiani». Contattiamo così il «campo di energia molto più vasto della nostra persona fisica» in cui siamo immersi, spesso come sonnambuli. Ma occorre abbattere il muro della pigrizia e dell’inerzia statica che ci impedisce di cambiare, consapevoli che «anche un viaggio lunghissimo / inizia da un singolo passo».

Lo Sciamano che l’io narrante incontra è un Maestro autentico perché mostra la grandezza del discepolo, non la sua. Ma non è sempre facile o piacevole parlarci: rovescia i luoghi comuni, de-automatizza i processi mentali, produce impatti vertiginosi con le sue domande destabilizzanti. Sintetizza in modo eclettico, nei suoi discorsi, millenni di pensiero, di sapienza religiosa, di ricerca filosofica e spirituale. Le sue parole, dosate con cura amorevole, consentono «il germogliare del mio essere, fino ad allora sopito come un seme sepolto nella preistoria della mia vita». Agevola, con la sua attività maieutica – ricca di stimoli, esempi, consigli, provocazioni, e soprattutto tantissime domande –, un processo di integrazione della persona umana e di centratura del Sé verso la piena auto-realizzazione: «Ripristinare lo splendore / di quando sei venuto al mondo». Questo vorrebbe Valerio Mattei facendosi Sciamano di ogni suo lettore, cioè animatore e mallevadore di energie addormentate; e per farsi Sciamano deve fingersi discepolo del proprio Maestro interiore.

Le persone stanno male, vivono male. C’è tanto da essere, più che da fare. Siamo «distratti e distrutti», logorati da una vita impossibile e da un sovraccarico di stimoli (immagini suoni parole) che in realtà nascondono il vuoto dell’insignificanza. Tutti iper-connessi ma profondamente soli. Viviamo «ampiamente al di sotto delle nostre possibilità». Ecco perché il mondo non cambia! E invece basterebbe poco:

Non immagini neanche quanto si può essere luminosi e in pace aggiustando un paio di cose a livello interiore. Però vai cercando il grande amore, il grande successo, soldi, case, lavoro, etc.
Inizia a dire… grazie… al mattino.

Occorre destrutturarsi per far emergere la propria verità: far cadere le impalcature, gli schemi, gli stereotipi, le abitudini, le gabbie, le trappole dell’Ego che ci condizionano. Naufragio e black out, altra via non c’è: morire a se stessi per cominciare a vivere davvero.

Muori adesso.
Muori mentre vivi.
Muori all’Ego.
Muori al falso sé.
Muori a chi pensavi di essere.
Muori ai condizionamenti che hai assorbito acriticamente nell’infanzia.
Muori ai traumi, alle ferite, a tutto ciò che non ti appartiene.
Muori a tutto ciò che ostruisce e sporca la tua connessione.
Muori a tutto ciò che ti tira giù e oscura la tua luce.
Muori al tuo dramma.
Esci dalla recita.
Lascia cadere la maschera.
Lava via il trucco.
Scendi dal palco.
Salta giù dal treno.
Muori a tutto il tuo patrimonio genetico che, come un nastro ininterrotto, ti porta a sbattere continuamente sulle stesse frustrazioni. Come una nave che naufraga sempre sulla stessa scogliera. Come un calabrone che urta ciecamente sul vetro della finestra chiusa, quando poco più in là ce n’è un’altra spalancata.
Muori adesso.
Muori senza morire.
Muori.
E inizia a vivere.
Inizia a vivere davvero.

Fra i tanti percorsi spirituali che il libro ha il pregio di illuminare, ho individuato 7 passi fondamentali di crescita interiore grazie a cui creare i presupposti del necessario e sospirato salto di coscienza:

1) perdonare, amare il nemico, smettere di volergli assomigliare. Il perdono «è un regalo immenso che fai a te stesso» perché annulli la negatività, liberando le energie intrappolate dal bisogno di vendetta, di rivalsa, di rivendicazione;

2) perdonarsi, accettare il proprio passato. «Non giudicare la persona che eri. Perché quella persona ti ha portato qui sulle sue spalle ed è morta per far vivere te»;

3) ringraziare tutti gli ostacoli e i fallimenti attraversati: è grazie ad essi che sei cresciuto. Imparare a danzare leggeri e naturali sulle circostanze, come il surfista che diventa un’unica cosa con le onde, con il vento, con il mare;

4) trasformare il dolore: tocca a noi farlo, ed è «libero chi ce la fa». Il dolore è uno scandaglio abissale, un veicolo di profondità che ci permette di essere autentici;

5) riconoscere la legge universale dell’ambivalenza: «ogni cosa è portatrice sana del proprio opposto»;

6) com-prendere, cioè prendere con sé, accogliere e capire con il cuore. Riconoscere la luce in ogni persona, anche quella in apparenza più oscura. Amare incondizionatamente, seminare amore (o almeno un’intenzione d’amore) senza aspettarsi niente in cambio. Sentire gli altri come parti di sé;

7) arrendersi, smettere di fare la guerra. Accettare la sconfitta, ammettere il fallimento: quello è il primo gradino della risalita, il presagio della rinascita.

Il successo autentico coincide allora con l’auto-realizzazione:

Essere non fare.
In questo modo potrai diventare meditativo in qualsiasi circostanza.
La meditazione, l’introspezione, la respirazione, il movimento, la giusta alimentazione, abbondanti dosi di acqua e sonno rappresentano le chiavi per essere una persona altamente funzionale.
Sarai creativo, rapido, efficiente, geniale, intuitivo, amorevole, paziente, centrato, compassionevole.
Avrai la sensazione gradevolissima di camminare in un pianeta completamente diverso pur continuando a fare avanti e indietro dal lavoro.
Non avrai neanche più voglia di desiderare chissà cosa perché la dolcezza, la delizia sarà dentro di te e da dentro di te potrai proiettarla fuori di te.
Il successo è questo. Nient’altro. È una qualità che tu proietti da dentro a fuori, non qualcosa che devi raschiare dai muri del mondo. Il tuo talento riposa nel tuo DNA, non nelle mani di chi ti ascolta.
Non è il clap clap degli altri che deve e/o può sancire il tuo valore.

Ciascuno è chiamato a liberare le energie imprigionate, creare lo spazio di un miracolo, abbracciare finalmente la propria identità divina: sentire sorgere dentro di sé «il potere, la libertà, la maestà, la bellezza», l’infinita dignità dell’essere umano. Sono questi alcuni dei semi spirituali – spesso autentiche perle di riflessione e di intuizione poetica – con cui Lo Sciamano si propone di nutrire il nostro cuore inaridito per curarci e farci riappropriare di noi stessi.

C’è qui, peraltro, il laboratorio artistico di Valerio Mattei Percepiamo tutto il fervore creativo da cui sbocciano le sue creazioni. Il pensiero che fa da retroterra alla sua musica; ma anche la musica del suo pensiero, non meno bella e avvincente delle sue canzoni. Dovrebbero leggere questo libro gli studenti nelle scuole, soprattutto quelle di musica, e poi gli artisti, i formatori, gli insegnanti, gli operatori culturali e in genere chiunque senta il bisogno psicofisico di crescere, svegliarsi, stare meglio. Tutto il libro è un viaggio verso la completezza, l’armonia, la pace. Un grande inno alla gioia, grazie a cui imparare a rimettersi al mondo… come (e si veda l’immagine di copertina)

La goccia a cui il cielo
aveva sempre detto no,

e che

si lasciò cadere in mare
… e mare diventò.

Marco Onofrio