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“Azzurro esiguo” letto da Emanuela Dalla Libera

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Ci sono il finito e l’infinito, l’immenso e il circoscritto, il cielo e la terra, la vita e la morte, “l’azzurro esiguo e l’universo tutto nero”, c’è insomma la vita in tutte le sue sfaccettature in questa nuova raccolta poetica di Marco Onofrio, Azzurro esiguo. C’è un viaggio nel vivere, orizzontale e verticale insieme, un viaggio della coscienza cui è sotteso un già compiuto viaggio nella conoscenza, quella acquisita nel tempo vissuto che diventa luogo di partenza e di ritorno in un circolare movimento che parte dalla nascita di sé e dell’universo e approda alla morte, di sé, attraverso il padre (“io sono in te un’unica persona”, “abiti ogni mio respiro”) e, ancora, dell’universo. Da tutto questo emerge costante un “resistere e sperare” in cui si sostanziano lo sguardo, il canto, l’amore. L’amore soprattutto perché “il tuo amore è un’arca” e nella precarietà e talora insensatezza del vivere compare a caratteri cubitali “solo una domanda: HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”. E una risposta “È soltanto per amare / che abbiamo avuto un corpo, / che esistiamo”. E ancora: “Abbiamo bisogno di amore”. E se l’amore è l’àncora del nostro vivere, non mancano nella poesia di Onofrio momenti di dichiarata incertezza in cui il vivere è percepito con una precarietà costante, con una incolpevole incapacità di comprendere (“la bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato”) e l’universo viene sentito come “un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia” e “ogni mattina il mondo esce, stentatamente / da un oceano impenetrabile di nebbie”. Il dolore finisce per essere l’unica certezza che appartiene all’umanità e all’intero universo (“dirompe dentro gli alberi il dolore”), un dato inconfutabile che permea l’esistenza intera e sembra approdare a un pessimismo cosmico di leopardiana memoria (“Ecco la storia del mondo! / È il cimitero dei sogni / questa montagna altissima / di cenere / a cui ci aggiungeremo dopo morti”), lenito appena da una fievole bellezza (“La galaverna traccia i suoi ricami”). Al dolore conduce necessariamente anche il carattere effimero dell’esistenza (“Neanche il tempo di aprirsi / e si inceneriscono le rose”), la frammentarietà delle realtà e il loro inesorabile finire (“Il guscio trasparente dello spazio / si rompe nel polverio dei giorni”). Da qui il nascere di una forte tensione spirituale, l’ansia di possedere la verità del mondo (palese in CHI È?), la ricerca di un varco (Varco, appunto è il titolo di una delle poesie) che porti al superamento della materia, a possedere l’irraggiungibile (“Che voglia di vedere all’orizzonte!”), tensione spirituale che si scioglie in un atteggiamento estatico perché “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura” e “il sangue () / riempie di ringraziamento / il canto senza tempo / del mio amore”. Il superamento della condizione terrena si materializza nel sogno perché solo nel sogno si può arrivare “al centro inabitabile del cielo”: solo lì sarà possibile possedere il delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo” e “vedere l’esistenza con gli occhi / stessi della divinità”. C’è ancora, nella poesia di Onofrio, una sorta di religiosità, di sentimento del sacro, che si sostanzia nella certezza che “l’anima non va dispersa”, nella fede nella bellezza, bellezza che è anche della stessa poesia perché “la poesia ci consola / delle parti di noi / che non tocchiamo più”, e l’amore per la vita diventa “sconfinato”. Bellezza è la felicità che sta “nelle cose minime essenziali”, e che non sempre riusciamo a cogliere (“Troppo spesso siamo già felici / e non lo sappiamo”), ribadendo ancora con questo il nostro angusto e imperfetto vivere. Nella precarietà e indefinitezza del tutto, nel carattere ingannevole di ogni cosa, (“È tutto illusorio, / tutto perdutamente vero/ ciò che esiste”), c’è infine l’anelito all’eternità, al pensiero, che diventa bisogno, che tutto si ricomponga in un altrove, se non di questo mondo, almeno del nostro sentire, perché è nel nostro sentire che le cose sfuggono alla tirannia del tempo e alla loro caducità. L’eterno esiste e ha una porta a cui bussare, esiste nei sospiri d’amore che nella memoria si ricompongono e cessano di essere separati, esiste nella foto del padre, struggente modo per dichiarare che nulla finisce davvero se anche solo un’immagine riesce a perpetuare negli altri un tratto del nostro cammino in terra.

Emanuela Dalla Libera

“Appello” (a Dante Alighieri)

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APPELLO (a Dante Alighieri)

…ma non erano da ciò le proprie penne
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne…
(Paradiso – 33, vv. 139-141)

… Inesorabilmente, da quel cielo
nel suo perenne lumine irradiato
atterrò d’un attimo il mio ciglio
ché ancora non ardivo ricercare
la fonte del più nobile consiglio.
E lì si aperse il velo, innominato.

Lui m’induceva a dire come figlio
che domandato al padre si confessi
temendo di non reggere l’acume
nell’acqua trasparente dello specchio
ove polire, a forza di speranza
le brume incatramate degli abissi
e solvere l’enigma dell’andare
eterno che contiene l’esistenza.

Mi rischiarai la voce titubante
che più sottile in punta della gola
il brivido impediva nell’uscire
ghiacciato dall’aguglia che le vene
appinza, e a porgere quel dire
brillava la mia fronte di sudore.
Allora m’ersi, vocai tutto l’ardire
forse l’ultima possanza che restava
e nel silenzio, madido di luce
come appena mormorando
cominciai:

“Dante, i’ vorrei che la tua voce
amara sì non fosse messaggera
di ciò che in questo giorno
mi riserva ad essere la sera.
Ah, saperti pareggiare
nell’eletto idioma che mi degni!
Mi mancano parole, e non poeta
né retore sono, ma giovane confuso
che ha perso la sua strada, se la ebbe
e ritrovar vorrebbe, fin da ora
la più alta dimensione
della vita, quella da cui nacqui
e arriverò passando, come spetta
per corso naturale ad ogni uomo.
Sdegno infatti l’ardimento
di guardarti aperto, ché ritengo
di perdere la vista al tuo splendore
meato dall’interno del diadema
che cinge la tua testa, t’incorona.

La tua sostanza prome d’intelletto
e della mente il seme a un punto tale
che favellar, tacere o contemplare
l’amore ch’arde vivo in chiara amanza
e da se stesso aumenta e si mantiene
non reca giovamento a quel suo male
o passo decisivo alla salute,
ma sì piuttosto danno e non rimane
l’onnipresente danza che l’involve
al divenir del mondo e del suo fare
ché ne basisce il labbro al verbo muto
e impallidisce in volto il colorito
allor che d’esta ardenza colmo il cuore
e intriso il sentimento di tremore
come un cavallo zoppo al dir mi pongo:
troppo parvo sònti nel cospetto
e prego la tua guida pel cammino
che nel destino ignoto s’apparecchia
e chieggo della luce il senso oscuro
che fa sotteso darsi a questo viaggio
dovere universale che c’impelle
assiduamente a scegliere la vita
la grazia e la portata del suo velle.

Che significa lo spazio circostante
dove muore, spegnendosi nel vuoto
la forza palpitante dentro il cuore?
Che cosa ci vuol dire dai primevi
il tremolio silente dei notturni?
Questo cielo inascoltato
che non ha contorni?

Donami un segno, un simbolo del vero
e che una volta la favilla dell’uscita
baluginando sorga dall’oscuro,
non sia fata morgana
la chiave-gibigiana del mistero
caduta da millenni in fondo al mare;
abbracci la tua mente queste spalle
e rampi verso l’anima giocondo
di fulmini al galoppo il palafreno
ed illeonito rugga il mite agnello:
s’incieli nel silenzio del profondo
l’aquila ghermendo la saetta
seguendo tra le stelle l’alta rotta
e insieme negli artigli il ramoscello
argento-verzicante dell’ulivo
e un giglio immacolato come emblema
che nel mio cuore scopro: sono vivo!
perché la vita amo e dono amore
copiosamente attorno, senza tema
come fosse la suprema
verità – sapienza et umiltà
dinanzi al pergamo del mondo
dico – certo tu m’intendi –
di quello spirito sognante che matura
nell’incubo del giorno più importante
e che gravarmi sento nell’esteso
e non evolve l’ombra persistente
questa mostruosa immensa allucinante
di vuoto apocalisse e spazio nero…
deh, sveglialo, bardalo, frustalo se vuoi
o eletto capitano e marescalco
fammi da mossiere alla partenza
spronalo al volo, tornalo al creatore
all’infinita fonte del potere
come il fiume che divalla verso il mare;
siimi padre, consigliere, amico
e solo che lo sforzo non sia vano
all’alba del risveglio, te lo giuro
potrai vedermi ridere nel sole
nella stupenda luce del mattino
alunno fiducioso più che figlio
sul misterioso, semplice cammino
che proprio dal tuo cenno
avrò intrapreso”…

Marco Onofrio

Tre pensieri sulla Donna (da “Nuvole strane”, 2018)

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Si riproduce sempre e in ogni luogo. L’eterno femminino, che manifesta la grazia del mondo. La bellezza irresistibile delle donne. Il potere della loro seduzione. La malia del loro sorriso enigmatico, che guarisce il male e blocca la mano alla morte. La luce vellutata e calda che splende nei loro occhi, sorgenti di un’acqua che rinfresca la gioia di essere e di amare. L’anfora generosa del loro corpo: spandono la vita tutta attorno (quando arriva una donna, un luogo si riempie di anima). La tenerezza calda del loro seno, porto di dolcissimi sospiri. Il profumo delizioso del loro collo. Il miele speziato delle loro bocche. La loro pelle liscia, lucida, ambrata, tutta da baciare e da abbracciare. Le ginocchia tonde, le forme che ricordano la terra. Il mistero sacro delle cosce che – da sole – bastano a dimostrare l’esistenza di Dio. Donne: intuitive, curiose, sensibili; languide, sensuali, appassionate; morbide, liquide, burrose. Donne, semplicemente donne, meravigliose donne!   

Se ami la vita, non puoi non amare le donne. Solo loro che ci mettono (e ci rimettono) al mondo. Le donne sono sacre. Chi le odia e le maltratta, firma con ciò stesso la propria condanna: è amico della morte, e la vita prima o poi lo punirà.

Il mistero sacro di ogni donna. Tra il seno, le spalle, il cuore. Bere la vita, gustando il sapore del mondo, dalla sorgente della sua bocca dolcissima. Accarezzarle il viso. Accendere la luce dei suoi occhi. Palpare i fianchi dell’anfora divina. Abbracciare la terra intera abbracciando lei. Passione struggente, languida sensualità. Ogni donna è un universo a parte: ha un fascino diverso da scoprire. Ciascuna, unica. Offerta ambulante di delizie. Scrigno segreto di gioie. Incrocio labirintico di possibilità. Fermarsi a una, d’accordo. Ma come rinunciare al dono delle altre? Amarle tutte: perché tutte esistono per essere amate. E l’uomo per amarle.

Marco Onofrio

“In una notte lunga di un giorno che non conta”, di Antonella Antonelli. Lettura critica

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Bello e poderoso questo “In una notte lunga di un giorno che non conta” (Tracce Edizioni, 2013, pp. 152, Euro 13), di Antonella Antonelli: un tronco di esistenza intricato di rami divergenti (come le numerose tematiche attraversate, con le relative simbologie) dove ricordi e pensieri sono «impigliati in gomitoli di filo spinato», e il compito dell’autrice è appunto di scioglierli e riannodarli pazientemente. La premessa compositiva da cui nasce il libro mi pare una disposizione innata alla franchezza e alla sincerità incondizionate, che appartengono anche alla Antonelli come persona. Scrive a margine dell’esperienza (i «vissuti dell’animo») e, come il «cantastorie muto» che «si fida della luna», dice sempre la verità. Quindi mai ciò che non prova o non ha vissuto personalmente; in quei casi preferisce non scrivere. Per questo è una poesia sempre calda, cioè non immediata ma appena raffreddata dall’incandescenza del momento, e spesso intrisa di rabbia filtrata nella macerazione: preferisce senza dubbio il ruggito che prorompe, al lamento che unge. La poesia è uno spazio di sospensione cogitante dalla pesantezza degli anni che ci impongono lo sguardo a terra, schiacciati dalla «muraglia» metafisica che «si posa su tutti». La vita, d’altra parte, è l’evoluzione inafferrabile tra «l’ultima cosa che ho pensato» e il «ma» che apre e sorregge il movimento del non aver concluso, cioè tra l’essere e il doverlo dire. Un rifugio di osservazione post factum (appena un po’ dopo il manifestarsi dei fenomeni e l’evoluzione degli eventi), per cui si rivive quanto accaduto almanaccando «sotto coperta», tra i disegni della mente e le «perdite / del cuore».

Le parole aprono un «cancello / che dà sul nulla». Alla presa in carico corposa e concreta dell’esistenza, ispirata alla penna fulminante di un Raymond Carver – per esempio nella flagranza del “qui e ora”: «Sono le sei / e un sabato pomeriggio / rallentato e limpido. // Le campane suonano / proprio davanti a me») –, contrappone una percezione corpuscolare della realtà atomizzata, per cui la vita vibra nei suoi pulviscoli e anche i ricordi sono «silenziosi granelli» che attraversano, come in una clessidra, la «misera fessura» dell’attimo presente. Ha lo sguardo che tende a una dimensione astratta, leggera di sottili trasparenze: da lì coglie i gesti e i fatti più impercettibili, e modula le sue «geometrie alate», come quelle dei pensieri che fuggono in «giravolte musicali». Uno dei suoi compiti poetici è di custodire l’inconsistenza, per esempio catturando il «tremolio dei germogli» e il fragile apparire del nascente, o salvando la goccia di luce quando brilla, o bevendo la lacrima prima che cada, o raccogliendo la rugiada prima che il sole la faccia evaporare, e insomma rubando dalle cose l’«equilibrio sospeso» nell’ambivalenza dei contrari. Non a caso a un certo punto, quasi alla fine del libro, appare il nomen-numen di Giano bifronte «dietro la porta chiusa / ed i tuoi tanti giorni / di sospirato sole» come chiave del Logos che regge tutto quanto dall’interno. Antonella Antonelli rifiuta le divisioni nette, le zone proibite, le fronde manichee: preferisce l’«ombra ristoratrice» tra gli occhi e l’infinito, anzi la penombra «ché troppa luce / sfida la tenerezza», e del resto luce e ombra sono sempre mescolate. La percezione corpuscolare volge talora allo struggimento “crepuscolare” delle sere dai larghi tramonti, quanto tutto – anche il dolore – diventa più dolce e consola dall’amaro della vita. Ma è una dolcezza strettamente legata alla coscienza della caducità («siamo girasoli, / girasoli al tramonto»), giacché la morte – dalla quale, come dice Francesco d’Assisi, nullu homo vivente po’ skappare – ha una potenza terribile, penetra ovunque, «rapisce / anche il più piccolo uccello / nascosto in una gabbia», e questo rende il mondo «traballante» come un «guscio di schegge». Ecco dunque il raspo d’uva «che fu linfa» diventare «tra le mani scheletro», mentre la pienezza organica dell’amore diventa «rugosa / secchezza». Scrivere è un po’ un modo di «assemblare il puzzle / dei miei mille pezzi». Ma la frantumazione del soggetto ha, al contempo, radici profonde: «ogni briciola / scheggia / frammento / è forte di millenni». La poesia dunque si produce soprattutto come esplorazione del silenzio, della materia oscura, delle parti che mancano all’appello. Il silenzio può essere «ostinato / vibrante / demoniaco», o rappresentare l’«afono grido» di una stella, o il fondo inattingibile dei discorsi («C’è qualcosa che / non riesco a dire») perché la maggior parte resta «pianto recluso» e «voce intrappolata» dentro il cuore «imballato» e «sigillato».

La poetica di Antonella Antonelli tende a inseguire il «linguaggio / di sensazioni chiuse» dove si annidano i significati più profondi, ripercorrendo il processo generativo che estrae la luce dalle tenebre, come accade anche nel parto. La poetessa romana, così, scrive «parole / nel buio» e ne cerca che salgano «dal basso» per liberare il grido dell’utero: sa che «si toccano nell’intimo / lo stomaco ed il cuore», per cui si digeriscono anche i sentimenti e si ama anzitutto con la pancia. È divisa fra una tensione centrifuga che la spinge alla fuga, e una centripeta che la spinge al ritorno. Da un lato la vediamo refrattaria alle regole sociali, alle convenzioni, all’ipocrita decenza dei «devi non devi», e quindi irriducibilmente e pericolosamente libera («ho perso il paradiso / ma non la voce, / la strada / ma non i piedi»); dall’altro bramosa di stabilità e di un approdo sicuro dove restare, per poi meglio ripartire («Desidero fuggire / ma tu ascoltami, / tienimi stretta. // Dissuadimi / con la tua fantasia, / con i tuoi sogni / fermami»). La dinamica di chiusura può dipendere o dalla frustrazione del non più, e quindi la passione incenerita, i progetti che svaniscono, il fuoco spento dall’«opaco egoismo»; o dall’inerzia del non ancora, e quindi le potenzialità inespresse («Io, chicco di grano sepolto, / se non arrivi, / sarò mai il tuo pane?»), e ancora l’accidia, l’ignavia di preferire non avere piuttosto che perdere, e di restare sempre «al sicuro» nella «bolla / delle cose sospese»… e invece provare la tentazione di bucare la bolla, e di saltare nel vuoto in cui, o si precipita, o si impara a volare. L’amore è la scossa decisiva che disinnesca ogni processo di chiusura e di auto-esclusione; per questo il suo tempo è «così diverso», tanto che solo quando arriva si comincia a respirare davvero. Ecco allora il processo opposto di espansione dionisiaca, dai «nobili battiti danzanti», e quindi anzitutto l’eros felice, la corporea terrestrità come fluido scambio di energie ed elevazione cosmica del senso primordiale, oltre gli abiti di ogni moralistico pudore: «Gemo / mentre mi serri / con le cosce i fianchi. // Fremono i seni / sul letto disorientato / cercano il tuo calore confusi. // Mi volto / e mi prendi / e ti volto / e ti prendo. // Un unico orgasmo / avido / ci mescola i corpi». E ancora, poco dopo: «È un vortice / d’abbraccio / mi sdoppio nei tuoi occhi. / Io, / non ho più confini. // Liquefatta in te».

L’eros non è solo il dio delle alcove, ma anche e soprattutto un modo di guardare alle cose, una predisposizione a godere del mondo e della sua sconfinata bellezza con golosità vorace e insaziabile, quella di chi dopo ‘l pasto ha più fame che pria (Inferno, I, 99). E infatti scrive: «voglio prendere a mani piene / i profumi più intensi» imparando a muoversi tra le spine per «inseguire poi catturare / il sole». Il che la porta a raccogliere, giorno dopo giorno, segnali di vita che hanno il peso e il sapore della rivelazione, come il respiro settembrino «carico di promesse conosciute / e tentate», o il giugno fresco e limpido con il suo «vento spumante» che «semina chiacchiericcio / tra i nostri panni stesi. / Finestre allegre di sera / voci e basilico. / Ci si ama, / di un giovane mese stupito». È molto viva, nella poesia di Antonella Antonelli, la predisposizione a metaforizzare il quotidiano in apparenza più banale: per esempio la voce del «penultimo arrotino» («arrotinoooo») che diventa «un’eco, mitico / suono» e «vola fino alla luna / e poi ricade»; o il treno che va «senza sapere dove / potesse, per una volta sola, / cambiare la sua strada». Ci sono momenti di pura fantasia («Mangerai una nuvola / e con l’arcobaleno / farai un paracadute. // Io, scivolerò / sulla gobba dell’iride») che confermano la vocazione surrealistica tipica del suo universo creativo, che lei stessa definisce efficacemente come «circo onirico». La trasfigurazione magica del reale la porta a una specie di dominio cubistico dello spazio «fino alla linea / che gira dietro al mondo» per cui crede davvero di «tener fermo il mare»; ma poi, quando svanisce l’attimo sacro in cui tutto diventa «più chiaro», invece del mare si trova «di nuovo / davanti a una pozzanghera»… e così, «trascorso il magico / sentire, rimane / lo sgomento di pulcino». La poesia, difatti, risulta inane se commisurata alla totalità dell’esistenza e alle innumerevoli direzioni percorribili: «Che importa un verso / davanti all’infinito?»

È facile sentirsi sperduti «nell’immensa prigione» poiché è «troppo poca una vita / e troppo grande il mare». E tuttavia, come l’amore è comunque maggiore del dolore, e per questo sa trasformare la visione che abbiamo del mondo nel momento stesso in cui compensa l’esistenza dalla perdita che le arreca il tempo, così la poesia purifica il dolore nella dolcezza del ricordo «infinito / sfumato / ricostruito», dove le lacrime che «risalgono alla mente» finiscono non solo per sciogliersi ma sorridono, addirittura, nella potenza della rigenerazione. La poesia è un «ardore rabbioso» di mancata resa, che nasce dal cuore stesso dell’esperienza, al netto dell’ossigeno passato attraverso respiri e sospiri. È «nettare di splendore» secreto dalla tenebra, e «sentire sublime» che sale dal profondo dei lamenti. Il dubbio è il motore della conoscenza, un fiore che vive «negli interstizi / in spiragli e vuoti» dove ramifica la sua «finissima sinapsi». E la poesia stessa, naturalmente, si nutre di dubbi, nella sua attitudine indagatrice: è il «cantico delle domande / che pungono» (e le risposte «forse, / stanno dietro le quinte. / Dietro il rovescio della gran coperta»). Il giorno che scorre ha bisogno di essere «vergine» per trattenere i dubbi che ci bloccherebbero amleticamente nell’inazione: «tira la scintilla / e la dilata» dispiegando lo spettacolo del mondo. La navigazione poi rallenta a sera, quando il giorno cala l’ancora e comincia la danza della notte «ballerina» che gira «su un solo piede l’equatore» e custodisce il mistero inciso nel silenzio delle stelle. La poesia è, come dice il titolo del libro, la «notte lunga» di un «giorno che non conta», cioè la meditazione conoscitiva che trafigge la prosa insulsa dei fatti ordinari (che in realtà sono sempre straordinari). E nel far ciò raccoglie accadimenti cosmici e minuti, articolando lo spazio autenticamente umano tra l’«essere niente» e l’«essere unico», che rende già miracoloso respirare e risvegliarsi ogni mattina. Uno spazio insostituibile di ascolto e di esplorazione della profondità:

Sosterò qui, seduta
a respirarti cielo
ad ascoltare il palpito
del tuo silenzio tondo
a perdermi nel tempo
di singoli bagliori.


Ovviamente alla poesia è preclusa la soluzione definitiva del mistero, ma non per questo il raggiungimento di verità segnanti ed essenziali, come la totalità cosmica della vita («la terra / è l’unica placenta / e l’universo madre») che allaccia in un solo inestricabile legame tutte le creature esistenti o esistite, «dal primo pesce scalzo / all’ultimo vagito»; oppure la circolarità degli elementi, come il gioco eterno del mare («L’acqua rifà il suo giro / e ancora dondola l’onda / e pigramente trascina / rena e sassi»); o la coscienza tragica di essere, tutti indistintamente, vuoti «a perdere». Ogni morte che attraversiamo implica in noi la capacità di risorgere dalle ceneri – post fata resurgo – per una sublimazione che ci faccia sentire granelli («mistica polvere») dentro un infinito meccanismo, e un «trasparente viaggio» che ci porti «oltre il pensiero», vagando con gli astri nell’oceano dell’universo, uniti alle energie fondamentali, come nel seguente, splendido passo dove si sperimenta l’esaltante esperienza spirituale del divenire “altro” dell’altro (che ricorda un celebre frammento di Platone, Antologia Palatina VI/669):

Ancora
e ancora
ho sognato
che il sole mi guardasse
e specchiandosi
in volo, ero io
polvere d’oro.      
   

La trasfigurazione metafisica può essere così scarnificante da raggiungere esiti sepolcrali, di ascendenza e sapore barocchi: «Cosa vuoi che dica amore amaramente, / dietro la tua carezza / il viso, e dietro il viso, l’osso. / È inutile mentire. / Tutto il creato è monade di cenere». Ma ciò non impedisce affatto di vivere, anzi! Preso atto di questa ineludibile realtà, è addirittura «bello» bruciare nel rogo della dissolvenza, tanto che – dopo il silenzio e «su tutto» – «una parola sola» sembra degna di restare: continua…  

Marco Onofrio

“Raggiungere il cielo e raccontarlo”, di Virginia Rescigno. Lettura critica

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Protetta e, in parte, come “ingabbiata” da un impianto formale di stampo classicistico (ad esempio nel retaggio volutamente démodé delle frequenti apocopi: «tramontar», «scorrer», «rassenerar», «temporal», «tintinnar», ecc.), benché distesa in versi liberi e affidata a una scansione metro-ritmica efficace poiché idonea al tracciato emotivo dei contenuti, la poesia di Virginia Rescigno in “Raggiungere il cielo e raccontarlo” (Lilit Books, 2017, pp. 102, Euro 12) nasce da un grumo di consapevolezza che si addensa attorno a una delle più spietate verità metafisiche dell’esistenza:

(…)
non serve scavare viscere ai mari,
se l’Ombra raccoglie la vita
e prosciuga speranze
e scarnifica menti,

come scalpello mortale
flagellerà
i nostri piccoli giorni
e cancellerà
le nostre splendide storie.

Ovvero l’infinita vanità del tutto, come diceva Dino Campana. Ogni cosa è destinata ad essere inghiottita da quell’Ombra per cui la Dissolvenza, ovunque, domina sovrana. Se la ricerca è inutile, come tutto il resto, è lecito «scrivere e domandarsi / se serve ancora / con le parole / andare oltre». E tuttavia siamo nati per “disturbare l’universo” (Eliot) e sviscerare il Logos: appartiene alla natura dell’esistere (ex-sistere: uscire, stare fuori, appunto andare oltre) che ci impedisce di cedere all’inedia e ci rende “sporgenza ontologica” dell’universo di cui facciamo parte e a cui, simultaneamente, ci contrapponiamo. La rivolta continua che, se non diventiamo accidiosi, è connaturale al nostro sguardo, osa opporre all’Ombra incombente e al «freddo respiro del mondo» il fiato caldo della presenza, il lievito dell’anima, la forza originaria della luce, e insomma la fatica, la gioia e la gloria delle opere e dei giorni, ancorché deputati a scomparire fin dal loro inizio. L’eterno scacco dell’uomo è oggi accentuato da una condizione di grave crisi storica: l’umanità è «ferita» non solo dagli squilibri, dai virus, dai conflitti, ma anche da una perversa «civiltà dell’effimero» che intorpidisce le menti e spegne la scintilla negli sguardi. Spetta al poeta – a nome di tutti – scalare il cielo per raggiungerlo e “raccontarlo”, come fece per sempre Dante Alighieri. E scalare il cielo significa scavare dentro l’anima «nel profondo» per fare in modo che le parole non rimangano vuote e inutili.

La poesia di Virginia Rescigno percorre il discrimine sottile tra Natura e Cultura, e impara dalla Natura per rigenerare la Cultura a nuova vita, in un potente empito di palingenesi spirituale, di trasformazione esterna ed interiore:

(…)
cancello parole,
annullo i miei battiti
e m’inebrio di cielo,
di mare di terra.

La poesia non è, evidentemente, fumisteria “a freddo”, arzigogolo ingannevole o gioco intellettualistico per scettici sfaccendati, e neppure coincide con la cronaca o con il giornalismo, ma con la voce eterna dell’uomo e delle cose. Ricorda la semplicità nutriente del pane, e infatti scrive: «pane-poesia il mio nutrimento». E poi, dichiarando e precisando una forma congeniale di poetica: «Non canterò più / se non da siepi / a primavera». Quindi la freschezza del nascente, ciò che sta per sorgere e sbocciare. Quella di Virginia Rescigno è una musica che dipinge le cose lasciandole emergere nel contesto panoramico e atmosferico del loro ambiente con le «mille crepe segrete» che le caratterizzano, cioè ammantate di infinito ma al tempo stesso nette, precise, ricche di insostituibile peculiarità: ad esempio il «formicolare d’erba» diverso e unico per ogni singolo stelo. Ha un’anima «ladra» e «testarda» che ruba speranza alla disperazione e un «soffio di primavera» alle nubi tempestose dell’inverno. I suoi occhi nascondono il bacio che abita nei sogni: lo nascondono per difenderlo e mantenerlo vivo.

È una parola che vive intensamente nel tempo ma che anela a schiudersi oltre, nelle «eterne stagioni» che vibrano in parallelo a quelle in cui la natura sgrana e orchestra la sua evoluzione. La sinfonia già vivaldiana delle quattro stagioni viene perciò superata da continue allusioni a una dimensione metafisica cui giungere dal cuore stesso dei fenomeni percepiti. L’identificazione è totale («Sarò il respiro dell’erba, / il brulicare della terra, / aggrappata ad un raggio di sole / disegnerò i tramonti») ma continuamente disturbata dalle interferenze e dai limiti del nostro significato. Gli esseri umani inquinano tutto e sono incorreggibili. La società è un covo infernale di storture e infinite aberrazioni: «Noi / esistenze mortali, / assassini, violenti,  / ambiziosi, potenti / ubriachi di luci e di applausi». E ancora: «Troppo rumore, / non riesco a sentire / il vento / che sgrana le nuvole, / il ruscello / che saltella sui ciottoli / e le voci sommerse / (…) Troppo rumore, / rumore di guerre, / di tempeste razziali, / umanità tarlata / da soldi e potere, / da fatue apparenze, / da un Dio assente…» Un «universo di anime dolenti» da cui la poetessa vorrebbe liberarsi per fluttuare leggera e felice «in una bolla di sapone» con i riflessi dell’arcobaleno. La poesia è appunto un arcobaleno che ridà colore al «bianco e nero» del mondo falso e artificiale creato dagli umani. Ma solo che si oltrepassino «i recinti dell’uomo» si può abbracciare l’eternità, e allora «scompare del vivere la greve asprezza»:

Tra le fronde ridenti
al gioco del sole
e al trastullo del vento,
galleggia il non-tempo
(…).

E così

lo sguardo s’innalza,
un sussulto vibra nell’aria,
è vita che scorre
come un’onda nel cielo.

Lieve è la carezza dell’aria e dolce è la purezza degli elementi. Basta percorrere un sentiero di campagna per inazzurrarsi di vita e sentire la linfa che scorre nel «silenzio primordiale», laddove si rifugiano le stelle «non più offuscate / dalle fatue luci dell’uomo / che spengono i sogni / nelle città rumorose / e affollate di niente». La vita resta, malgrado l’uomo, «cristallo prezioso» e «fragile trasparenza». E l’uomo dovrebbe imparare dalla natura, dalla lezione di un «piccolo fiore selvatico / (…) abbagliato dall’istante / (…) felice così, / d’esser vivo e basta». Il creato è lì, fuori di noi che gli siamo innanzi (separati dalla nostra autocoscienza): il «sorriso del mondo sereno» non aspetta altro che d’essere raccolto. È tutta questione di sguardo: «All’improvviso / ho guardato il cielo / e il volo di una rondine, / e sono felice». La natura è «amica», non matrigna: offre un rifugio di medicamenti e consolazioni alle spine che rendono «aspra» l’esistenza. Gli elementi naturali sono proclivi a caricarsi di significati umani, e quindi vengono spesso antropomorfizzati. Per esempio le nuvole al tramonto che sospendono «relitti di speranze» e «frammenti di malinconie». La smisurata complessità che il silenzio trattiene in fondo al vuoto rende auspicabile, se non indispensabile, una lettura stratificata e polisemantica dei fenomeni. Il silenzio stesso viene esplorato nei suoi diversi colori, che appunto dipendono dallo stato d’animo di chi lo ascolta: può essere «giallo-oro» o «grigio-argento» o «bianco» o «nero-fumo». Le stelle sono «domande sospese / al cielo notturno» in cui riconosciamo al tempo stesso «speranze ridotte in frantumi», «occhi di un Dio lontano», «sogni appesi alla notte», «bagliori di pianeti distanti», anime dei trapassati, ecc. Le stelle sono anche «luci di case, / di respiri alle finestre accese» come quelle dei nostri occhi, abitate dall’anima. Delle cose c’è sempre un versante metafisico che oltrepassa dall’interno la dimensione del percetto fenomenico. Per esempio le onde del mare che «dal più remoto inizio del tempo / ascoltano e raccontano» le nostre storie… ma nel loro «rimescolio arcano e perpetuo» lasciano avvertire anche i «sussulti dell’anima mundi» e l’«eco misteriosa e lontana» della voce di Dio.

L’estate è la stagione dello splendore che incendia l’anima. La poetessa rimira questo spettacolo, cioè guarda con l’intensità di una «gran meraviglia» la «Bellezza Infinita» che si sprigiona dalla natura portata all’apoteosi della sua maturazione, che si vorrebbe eterna.

Vorrei morire
abbracciata all’estate,
al canto delle cicale.

Ma anche l’estate è destinata a passare, come ogni altra cosa immersa nei cicli del tempo: la foglia «presto s’accartoccerà», le cicale e i grilli verranno ammutoliti dalle brume di ottobre. Ogni stagione, però, ha le sue bellezze. Ecco ad esempio l’autunno, il suo dolce richiudersi dopo la grande espansione estiva: «S’addormentano i boschi / e le nebbie sfumano / i contorni fugaci del mondo»; «Raggomitolarmi / e star qui in un angolo / con le parole / compagne / del mio silenzio»; «Quando è notte / mi piace sentire / la pioggia scrosciante / scivolare sui vetri piangenti»… Questo nido di gioie sicure rappresenta il cantuccio in cui riappropriarsi della propria limpidezza e da cui immaginare le grandi scalate spirituali, quelle che associano profondità e altezza scandagliando gli abissi del mare mentre bramano l’alto dei cieli. L’Infinito «chimerico», pur quando irraggiungibile, è utile tuttavia come sprone di ricerca per «andare oltre il silenzio, / andare oltre il dolore». C’è una via «arcana» nel cielo, «che percorre l’attimo / e l’abbandona»; e di quella il cuore si appropria per migrare nell’assoluto del «più sublime canto», verso un giorno sottratto al tempo («senza albe né tramonti») dove «esuli vagare finalmente liberi». La poesia auspica una risolutiva emancipazione delle energie, peraltro senza negare la pesantezza delle ombre che le incatenano. Solitudine, dolore, malinconia, «morire intorno»… eppure la speranza resta chiusa nelle mani che, se davvero vogliamo, possono «afferrare l’orizzonte»:

Allarga le ali e vola

è il monito, l’incitamento che Virginia Rescigno rivolge all’Uomo vitruviano narcotizzato dentro ognuno di noi. Il mondo oggi è pieno di rumore: occorre «tornare al silenzio» e innalzarsi all’amore come unica percorribile «strada di vita». E il merito storicamente più apprezzabile di questo libro è di raccontare il disincanto, o meglio l’incanto devastato dalla Storia, oltre gli steccati del “pensiero debole” e le pose blasé di molti intellettualoidi e pseudo poeti contemporanei: senza ricomporre semplicisticamente le fratture dello sguardo ma senza perdere altresì la capacità sincera dell’emozione, il senso della bellezza, l’integrità della meraviglia.         

Marco Onofrio

“La domanda”, poesia inedita

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LA DOMANDA

«Maestro, che succede dopo
l’ultimo respiro?
Finisce poi davvero
tutto quanto?»

No. Ma nessuno può saperlo;
esattamente come, da vivo,
che cosa eri e in quale mondo
stavi, prima di incarnarti
e singhiozzare.
Succede allora, vengono recisi
i nodi del corpo che avevamo
e si diventa Uno col supremo
dentro il corpo eterico
essenziale.
Coincidi col tuo Cristo naturale
dal guscio della notte che ti apre
lo spirito-sciamano
nell’asterisco della sua scintilla.
Attraversi a piacimento la materia
come fosse aria o gelatina
inavvertita ombra tra la folla.
E poi trascendi il vuoto, e arrivi
al regno della Luce primordiale.
È qualcosa di indescrivibile
ma quando lo abbracci
nell’esatto istante che il tempo
si ferma per sempre
tu riconosci il luogo familiare
che non avevi mai dimenticato,
e sei di nuovo a casa.
Laggiù è stupendo, è la vita vera.
Vi dimora il cardine assoluto
che regge la struttura elementare
e batte dall’interno in ogni cuore.
È l’Essere di Luce, è Padre e Madre
l’ID chiarissimo che È
amore puro irradia e senza fine
immensa lancinante comprensione.
Ti fa sentire quello che sei stato:
una goccia dentro l’oceano
dell’umanità
(ma senza la tua goccia
quell’oceano intero
non sarebbe nato!)
Ti chiama dentro un viaggio autocosciente
dove vedi – come in un filmato –
i giorni che hai passato sulla terra
nella sequenza degli attimi vissuti
(ogni azione, ogni singola emozione):
un nastro proiettato all’incontrario
dalla morte al tuo concepimento
fino alla grande eco dell’inizio,
la musica che il suono nascondeva
e il silenzio non consente di afferrare.
Sei sempre stato parte di ogni cosa,
anche le più ignote e indifferenti
abitavano in te.
Fiorisci e fiorirai nell’universo
non puoi sapere dove
risale dall’interno la creazione
nella radice della sua sorgente.
Intendi tutto senza le parole
il dono di sostanza e di splendore
come una piuma in giri di corrente.
Dovunque estasi, pienezza, eternità.
Nessun peccato, solo una domanda:
“HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”

Marco Onofrio
(da Azzurro esiguo, di prossima pubblicazione)
 

“Il dono sconosciuto”

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IL DONO SCONOSCIUTO

*
Lampi misteriosi nel sotteso.
Schianti accecati di sole
oltre l’estensione.
La creazione perenne del mondo
conferma il nascere il morire.

*
Emergono, dalle profondità del cielo
le congiunzioni interne:
splendono improvvise.
Neanche il tempo di aprirsi
e si inceneriscono le rose.

*
Il guscio trasparente dello spazio
si rompe nel polverio dei giorni.
Cade fatalmente di continuo
ai lati dello sguardo
l’immagine bruciata delle cose.

*
Scrimoli, indizi, sintomi imperfetti
dal tempo silenzioso che divora.
Ogni attimo che passa
qualcosa tramonta per sempre
e tutto resta uguale.

*
Muore inesorabile infinito
tutto quel che adori
e non trattieni.
Ma qualcosa in te si salva.
Il tuo amore è un’arca.

*
Sempre dopo l’ultimo respiro
(svelata la struttura elementare
e aperto il manto nero)
giunge dentro l’essere il mistero
alla quintessenza dell’eterno.

*
L’anima non va dispersa.
Luce che negli atomi si annida
in fiocco, l’intima radice.
La verità torna alla sorgente.
È il dono sconosciuto che non muore.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita
Azzurro esiguo)

“Il Vangelo secondo Amore”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Se non sbaglio sono ormai sette, numero magico per eccellenza, le opere in versi di Dante Maffia ispirate e consapevolmente dedicate a Matera. E non può essere un caso, considerato il numero, alto anche per un torrente in piena della sua portata, l’ascendenza “lucana” della sua origine sibaritica e la dovizia di sortilegi che la città dei Sassi riversa nei cuori di chi ha genio adeguato per corrisponderle. Inoltre, sapendo che spesso e volentieri Maffìa, sia in poesia sia in narrativa (ma starei per dire anche nelle multiformi attività di critico, e in senso lato di intellettuale) entra ed esce da lunghi e doviziosi affondi nell’esoterismo – raggiunto per le vie “carnali” di una famelica e innocente, benché impudica, terrestrità –, non mi meraviglia che, dopo le calcolate blasfemie e le sfide a Dio di Elegie Materane, adesso abbia scritto addirittura un “Vangelo secondo amore” (La Mongolfiera Ed., 2019, pp. 88, Euro 10), cioè: secondo il bisogno di sentire il fluire della vita attraverso le esigenze del cuore e dell’anima, innestandole a immersioni metafisiche da cui riemergono visioni addirittura apocalittiche, temperate da una musica “mozartiana” che sconfina oltre il dicibile, oltre il risaputo, oltre qualsiasi confine.

Ormai Maffia, dopo decenni di smisurate letture, ha distillato l’essenza della Cultura in lievito di naturalezza, e questo gli consente di parlare del divino con la forza di un fenomeno che accade. La parola distilla momenti di felice inconsapevolezza assimilabili al pentagramma canoro di un uccello, ed è proprio lì che – attingendo scrimoli di Luce – sbocciano i miracoli del dono. La voce si fa mondo e sua metamorfosi onnicomprensiva, con una duttilità che impressiona e spaventa, come se egli stesse scrivendo dai luoghi estremi di un Paradiso che ha paura di perdere e dove invece vorrebbe convogliare l’essenza del suo amore, la donna amata, pur senza farla evaporare di “presenza”, di peso e spessore umano. Siamo dunque al cospetto di una poesia in cui le parole diventano epifanie delle cose, cioè cose esse medesime: lampi che il poeta estrae dal buio, come fili dall’immensa tela dei secoli, con le sue antenne ricettive, quasi fossero anse dove si travasano percezioni spesso ineffabili dell’infinito e dell’imponderabile; e proprio per questa loro qualità egli tenta di captare il divino, facendo dell’oltranza metafisica forma di esperienza quotidiana. Ora non è più in gioco il punto di vista di un evangelista, ma dell’Amore stesso, in prima persona, tradotto come assioma dentro cui vivono, nei segreti dell’essere, le verità profonde e le ragioni interne della vita. «L’Amore è un bambino che aspetta carezze».

È dunque pressoché impossibile condensare le argomentazioni di questo poema, poiché si muove in senso rotatorio e sussultorio, e scava, e si dimena, e s’impenna, e grida cercando nuovi anfratti in cui s’illude di trovare il senso primo e ultimo dell’uomo destinato a vivere sulla terra. Il rutilare dei versi, il loro ritmo, lo scandire incessante di una musica che corteggia le parole, il passo delle sillabe tese a cogliere i palpiti occulti del poeta inchiodato a una specie di mandato ricevuto dal Creatore, fanno sì che il dettato s’abbeveri di una sorta di “unguento” rubato alle stelle. Fuor di metafora, mi pare che questa poesia scaturisca ricca e infuocata da un incontro d’amore che, realizzandosi, si pone a guardia del creato e non intende più rinunciare a una eventuale cancellazione dello stesso, per nessuna ragione. Da qui il tono apocalittico e dolcemente evangelico, che è tipico della espressività di Maffia; e il districarsi del groviglio dei dubbi che trovano piena accoglienza in parole spirituali e illuminanti, divine nella misura in cui autenticamente umane, da aggiungere – mi si consenta l’audacia – a quelle degli altri quattro Vangeli. Perché in quelli manca la leggerezza delle affermazioni sull’amore, inteso come raggiungimento perfetto dell’essere umano. Gli insegnamenti che Maffìa ci propone non sono mai doveri apodittici, ma “approdi” dell’esperienza a cui giungere per riscattarsi dalla cenere dei giorni, dalle tensioni che la banalità crea se non sappiamo percepire l’infibulazione dell’umano nel divino e viceversa. Sarebbe molto interessante soffermarsi su come Maffia ha “adottato” le pagine degli altri Vangeli, come li ha resi ad uso e consumo personale, come ne ha tratto gli stilemi per farci assaporare – non c’è altra parola per meglio intendere la portata della sua scrittura – la castità, la carnalità, la diluviante bellezza di un amore che si svolge a Matera e così, di conseguenza, a Matera fa sorgere la sede del Paradiso. I sottintesi di Maffia sono sparsi a piene mani nella screziatura di ogni suo verso. Le allusioni si dipanano correndo frettolose, mentre le affermazioni si dispongono in guisa di preghiera e comandamento: suggestioni da vivere per aprirsi alla magia di uno sviluppo che soltanto se vissuto con intensità e totalmente, abbandonando le riserve preconcette, può svelare la ragione metafisica di trovarsi a vivere, da protagonisti, il suo miracolo.

Va certamente sottolineata la bravura del poeta, che ha saputo portare al suo modo di essere gli stilemi dei quattro evangelisti senza diventare mai blasfemo o irriverente, ma quasi completando un cammino rimasto, per così dire, al limite della liturgia. Da un punto di vista teologico mi piacerebbe sentire il parere delle autorità ecclesiastiche su una scrittura che da tempo lo vede ormai “scatenato” nel mettere in gioco Dio e l’assetto religioso canonico per affermare la sua verità d’amore. Maffìa ha il coraggio dei grandi poeti, i quali non si accontentano mai delle formule date ma cercano incessantemente di andare verso un oltre che il Mistero chiude a qualsiasi tentativo. Maffìa, peraltro, è una “valanga umana” che bussa alle porte del Mistero, e poi – dato che nessuno apre – le scardina, le butta giù, le attraversa con trasporto e slancio totali per cogliere in tempo una goccia della rugiada sparsavi attorno nel coprire la verità con il velo dell’impossibile, o almeno la scintilla fuggente di quella goccia. Per fare questo il linguaggio diventa fuoco che divampa e si spande con una forza insopprimibile; e così Maffia impasta la sua liricità al passo dei Vangeli, e li spagina, li deteriora, li rimette in funzione in modo che chi legge possa trovare un piccolo sentiero dove appartarsi in silenzio per sentire comunque la voce di Dio che difende l’amore, e lo spande, lo dona, lo rigenera, lo innalza ad essere – qual è – la sola cosa sacra dell’universo.

Tutto ciò, si badi, è solo l’argomento. Ma quel che affascina e rende questo libro davvero un nuovo Vangelo, è la forza del linguaggio che sembra nascere da folate di vento irriverenti, libere e necessarie come la forza stessa della vita, servendosi di un vocabolario ricchissimo e raffinato di cui Maffìa si “arma” per cogliere le essenze e le sfumature della sua spiritualità alta, vivida, fremente, capace di illuminare persino le antiche strade della città dei Sassi, persino la quotidianità di un amore che cerca l’assoluto e lo trova negli immediati dintorni con essenze sempre più illuminanti ed “evangeliche”. «Amore dunque nacque a Matera / all’epoca in cui il grigio spandeva / i suoi gesti d’ira sopra la terra».

Marco Onofrio

“A una cefeide” (da “Anatomia del vuoto”, 2019)

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A UNA CEFEIDE

Cercavo quella luce dentro me
graffio di perla sul velluto nero
del suo fuoco – fontana
lontana di meraviglie
tra le polveri splendenti
dell’aurora –
due ore ho parlato a una cefeide
confidandole il mio sogno
e il mio segreto:
liberi
indomiti
impronunciabili.

Galleggiava ai bordi della notte:
cadde in pochi attimi
portando via con sé
sogno e segreto
dentro i precipizi
del silenzio.

Tornerà tra mille anni, forse:
di me, allora, polvere neppure
ma lei, più fedele della morte
manterrà il segreto intatto
e porterà dal cielo
il sogno finalmente realizzato.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto,
La Vita Felice, 2019)

“Sale sacro”

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SALE SACRO

Ti benedico, mare che mi ascolti
dal centro della muta immensità
nei tuoi segreti
antri silenziosi in controluce
prima degli abissi senza fine.

Sono cieli insaccati nell’acqua
i millenni di storie sepolte
dentro il tuo mistero verde blu
(quanti relitti intrappoli laggiù,
vorrei vederli). Chiamo, ora
la tua musica profonda.

Metti la tua voce nelle mani
con cui amo. Il tuo sale è sacro.
Battezzami. Proteggimi. Consigliami.
Salvami. Non abbandonare
la verità confusa dei miei giorni
che scompare – nei ritorni
dopo la tua onda.

Marco Onofrio