In evidenza

Emanuela Dalla Libera legge “Anatomia del vuoto”

Anatomia

Una poesia per chi viaggia nella vita, quella di Marco Onofrio, nella vita e nell’universo, nella totalità dello spazio e del tempo che il poeta riconduce alla muta essenza del vuoto dove si forma ogni cosa. Un vuoto originario e costante in cui confluisce una molteplicità di significati e di forme. Forse il vuoto è lo spazio in cui temiamo di smarrirci dal momento che troppi enigmi rimangono insoluti, o la rappresentazione di una angosciosa ricerca di senso, mai perfettamente compiuta, sempre “in fieri”, perché il vuoto si configura come ricerca, vita, intensità di sentire. Il vuoto è lo spazio primigenio in cui ha origine il nostro esistere, il venir fuori, il prorompere improvviso per inserirci in una realtà data, modificarla e nel contempo esserne modificati. È, questo vuoto, spazio infinito di osservazione, riflessione, indagine che coinvolge ogni realtà vivente, ogni cosa costituisca l’universo, da quelle note e minuscole (la cicala, il ramarro) a quelle misteriose e gigantesche (le cefeidi, le comete), tutte abbracciate insieme a costituire un unicum negli arcipelaghi del tempo in cui tutto cambia, / tutto finirà, di cui anche noi siamo parte e al quale non possiamo sfuggire. Ma allora cercare un senso è doveroso a giustificare la divinità della nostra natura umana perché l’imperfezione è sacra, e a comprendere la nostra continua ricerca di un centro in cui rappresentarci, in cui credere di essere mentre continuamente ci sfugge (tu che ti credi il centro del mondo / e invece sei un relitto in mezzo al mare).

Il vuoto è quindi lo spazio in cui cercare, è l’infinito che non si esaurisce perché il divenire è perenne e ogni forma esiste solo perché è in perenne mutazione nella forza assoluta e tremenda / che spinge la ruota del cielo / l’eterna metamorfosi dei giorni. Il vuoto ci è necessario quindi, è l’humus in cui prendiamo forma la prima volta, in cui esistiamo e continuiamo a vivere. È vita, movimento, dialettica necessaria a comporre ogni nuova tessera di un mosaico in continua espansione al cui compimento cerchiamo costantemente di sfuggire, attratti da un irresistibile desiderio di vita, di amore, alimentati da una speranza che è intrinseca al nostro essere perché è possibilità, occasione, imposta chiusa su cui batte il giorno per svelare il segreto dell’amore. La compiutezza, il pieno finiscono per configurarsi come fine, soluzione ultima di ogni nostro gesto (In quale pieno / è già scavata, la fossa / che ci accoglierà / per scomparire?) e il nostro interminabile travaglio / avrà pace, un giorno, / tra le braccia apocalittiche / del Padre.

La scrittura di Marco Onofrio è ricca, coinvolgente, fortemente capace di muovere emozioni e far nascere pensieri, le parole sono intense, intrise di profondo spessore, calamitano la nostra sensibilità con immediatezza, proiettandoci in dimensioni sfuggenti, spesso trascurate, ad aprirci varchi in cui il vuoto si riempie di visioni cosmiche ma anche di visioni dell’anima in cui perderci e bearci (Così si dovrebbe morire / – pensavo: non di consunzione / o triste inedia, / ma nella pienezza irripetibile / della felicità). E naufragare in questo vuoto, mare inarrivabile / del mondo, è dolce, esattamente come nel mare leopardiano, perché solo questo vuoto ci può, almeno nel pensiero,  restituire, dopo tanto, amate / persone e oggetti che non ritroviamo / come i relitti del mare dopo anni: / riportare immagini del tempo / la vita che abbiamo attraversato in un tempo che non c’è più, perché quel tempo ha cessato di esistere e il silenzio a cui chiederemo risposte ci risponderà che le cose che non sono più stanno nel vuoto. Un vuoto che dobbiamo riempire con le nostre tracce, per dire: siamo stati vivi, siamo esistiti.

Emanuela Dalla Libera

“Azzurro esiguo”: intervista su «Il mamilio» (21 marzo 2021)

 

Azzurro esiguo cop-2

https://www.ilmamilio.it/c/comuni/36522-il-poeta-di-marino-marco-onofrio-spiega-la-sua-ultima-opera-azzurro-esiguo.html

Con il suo nuovo libro di poesie, “Azzurro esiguo”, Marco Onofrio giunge alla sua quattordicesima opera in versi e al trentaseiesimo libro complessivo: una produzione ormai vastissima per il neo-cinquantenne autore romano naturalizzato marinese (oltre 6000 pagine pubblicate grazie a cui, in quasi trent’anni di carriera letteraria, egli ha ottenuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti, in Italia e all’estero). “Azzurro esiguo” esce con un editore tra i più importanti per la poesia, Passigli di Firenze. Il volume, di 112 pagine, racchiude 59 composizioni ed è stato avallato e prefato da Dante Maffìa, che lo definisce «libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori». Abbiamo raggiunto telefonicamente Onofrio a Marino per rivolgergli alcune domande.

Marco Onofrio, la pandemia non sta affatto rallentando il ritmo delle tue pubblicazioni…

In realtà ho qualche remora, perché questi nuovi libri sono destinati a patire delle mancate presentazioni e non tutto si potrà recuperare a fine pandemia, speriamo presto. Molti mi chiedono di presentarli sulle piattaforme on line, in videoconferenza, ma a me non convincono, la linea è spesso disturbata, le voci metalliche, è un continuo rincorrersi di “mi sentite?” e “non si sente bene”, e insomma la vera presentazione di un libro è, da sempre e per sempre, un evento che vive con la presenza fisica degli interlocutori: preferisco aspettare tempi migliori. D’altra parte la cultura non può e non deve fermarsi, dunque è indispensabile non farsi condizionare più di tanto dal doloroso incubo che stiamo vivendo, e anzi usare i libri come scialuppe di salvataggio cui affidarsi, ora più che mai, per resistere e sperare.

Come nasce “Azzurro esiguo”?

Il libro raccoglie materiali eterogenei, molte poesie scritte negli ultimi anni e altre recuperate da quaderni “antichi” di appunti, risalenti addirittura alla mia adolescenza. Spesso le cose dormono al buio per decenni e poi d’improvviso reclamano spazio poiché il tempo è finalmente maturo: è uno dei misteri della scrittura, così come della vita. Questo mix di “ere geologiche” stratificate contribuisce forse all’equilibrio di toni che “Azzurro esiguo”, più delle opere in versi precedenti, sembra riuscire a realizzare.   

In che senso “equilibrio di toni”?

Il poeta è un equilibrista sospeso su un filo sottile tra “vita” e “cultura”: se si abbandona completamente alla vita, la poesia è ingenua e inefficace; se dà troppa udienza alla cultura, la poesia si spegne nell’intelletto e scade in “letteratura”. In entrambi i casi il poeta cade e fallisce il proprio obiettivo, che è appunto questo equilibrio difficilissimo da raggiungere.

Perché il titolo “Azzurro esiguo”?

È il titolo della poesia che conclude il libro. Dice fra l’altro: «Come riuscire a dire l’azzurro esiguo / dentro l’universo tutto nero? // Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. // La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola». L’azzurro è “esiguo” perché infinitesima ma infinitamente significativa è la goccia della vita su scala cosmica, cioè il prodigio di questo pianeta rispetto al buio e gelido orrore del vuoto senza fine in cui rotoliamo, e l’apertura brevissima della nostra esperienza tra gli abissi del “prima” e del “dopo”. L’azzurro è “esiguo” anche perché nell’esistenza di ognuno i dolori sono in genere più numerosi e frequenti delle gioie, e per ogni fuggevole gioia c’è da pagare un prezzo salatissimo. Come l’estate: 9 mesi per prepararla, poi finalmente arriva e… dura un soffio.     

Quali sono i temi principali del libro?

C’è un macro-tema di fondo, ed è quello tipico di ogni mia scrittura letteraria: l’interrogazione continua, insistita e direi anche cocciuta sul mistero e il senso dell’essere, l’incredibile meccanismo di cui facciamo parte. Entro questa cornice di conoscenza (im)possibile vanno poi a collocarsi temi universali come il vuoto, il tempo, la morte, la vita, il dolore, l’amore, la paternità, la speranza, la nostalgia, il ricordo, ecc. E poi, naturalmente, motivi “classici” della mia poesia come il cielo, la forma delle nuvole, il mare, il silenzio, la luce, l’ombra, l’ascolto delle stagioni… Cose di sempre (da cui il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti), ma che qui brillano di un nuovo riflesso grazie appunto all’equilibrio di cui parlavo, tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani, probabilmente favorito dalla prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti.       

Quanto c’è di personale?

Tutto, se si considera che ogni poesia di qualsiasi autore nasce da uno sguardo e che ogni sguardo – sia come “modo” di guardare alle cose, sia come “momento” diverso di questo guardare – è per definizione unico e inimitabile. L’importante è che le “impronte digitali” personalissime siano condivisibili, permettendo un riconoscimento universale di quanto visto e percepito. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e, appunto, l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato il libro.

D. C.

“Azzurro esiguo” letto da Fausta Genziana Le Piane

Azzurro esiguo cop-2

Riflettendo sul titolo dell’ultima raccolta poetica di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021) e sulla dedica personale che trovo all’interno – per un azzurro tutt’altro che esiguo – resto perplessa: ma insomma questo azzurro è esiguo o no? Calma, procediamo per gradi. La parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

Non è un caso che sia Mallarmé e sia Onofrio parlino di voce e di suono: Il suono, padre della terra / si incarna dentro un guscio / di splendore (…) (Il compito, p. 15)… Trionfo della creazione, dunque azzurro – lontano anche – che vince e supera la materia. Azzurro come dire Ideale, Bellezza, bellezza del mondo, bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo gettato qui sulla terra, dopo aver attraversato silenzio, spazio, tempo, è dilaniato tra la materia di cui è fatto e il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere, è combattuto tra la vita, che fa nascere e la morte che fredda nel mistero. Come dire le Città del Sogno / dove tutto è luce di pensiero (Il varco, p. 17). Tutto ciò scaturisce e prende forma dal tempo e dallo spazio e nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi, fatti di carne, di materia e di spirito, anime inquiete, intrise di mistero. Si resta colpiti dalla capacità dell’io del Poeta di sfaldarsi, allargarsi, perdersi dissolversi nello splendore dell’eternità, nell’universo, dilatato che inghiotte nella sua vastità:

Rinasco, ora, tra le braccia
del vento
che mi porta lontano
laggiù… laggiù…
sulle ali del tempo
dentro le vie dei colori
oltre l’orizzonte
in fondo al mare
ascolto la sinfonia dei giorni (…)

(So da sempre, p. 30)

Uscire dalla stanza.
Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

(Trascendenza, p. 33)

Risuona spessissimo la parola vuoto – una delle più presenti della silloge , vuoto incolmabile, vuoto che divora dove ci si spaventa senza che il turbamento diventi mai angoscia pura: è il centro ove tutto accade e si forma. È vuoto il silenzio, il silenzio / dei misteri?

L’universo è un grande buco
dentro il vuoto
pieno del nulla che ci ingoia…

(Ingranaggio nascosto, p. 20)

Anzi il vuoto non è indeterminato ma ha fattezze fisiche ben precise: Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di uomo, p. 80). Abisso, fondo, silenzio (più volte ripetuto), questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto. Fare il vuoto in se stessi, nel senso simbolico che danno a questa espressione poeti e mistici, è liberarsi del turbine delle immagini, dei desideri e delle emozioni; è scappare dalla ruota delle esistenze effimere, per provare solo la sete di assoluto. È, secondo Novalis, il cammino che va verso l’interno, la via della vera vita… “Il profumo dolce del silenzio / inchiavardato al vuoto” (Grato, p. 27). Il vuoto è vertigine che si attorciglia su se stesso in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore. Io interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del cerchio magico: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). C’è una corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo si specchia nel cuore,

Velati, gli occhi, e semichiusi
insensibili ormai a qualunque cenno
guardavano dentro
scorrere visioni trascendenti
come in un film
eccelso di indicibile grandezza
che qualcuno proiettasse dal cielo
dritto sullo schermo del suo cuore
proprio mentre stava per fermarsi.

(L’oasi, p. 38)

Anzitutto si specchia, anche il cielo nel mare: Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli) (Sale sacro, p. 62), il cielo nel pozzo, un occhiolino bianco che vacilla… Guardarsi dentro e trovarvi il firmamento, l’infinito… Sono tutto l’universo / l’infinito. L’Azzurro allora è esiguo rispetto alle aspettative umane, rispetto all’anelito, al desiderio di elevarsi ma, nell’essere inarrivabile, diventa vasto (azzurro senza fine):

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;
sali a purificarti nell’aere superiore,
e bevi come un puro e divino liquore,
Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.
Alto sui tedi e sui pesanti affanni
che gravano quaggiù l’esistenza brumosa,
beato chi potrà con ala vigorosa
lanciarsi verso i campi luminosi e sereni:
quell’uomo i cui pensieri, lieti come le allodole
si involano al mattino verso il cielo – colui
che plana sulla vita. ascolta e sa comprendere
il linguaggio dei fiori, e delle cose mute!

(Chales Baudelaire, Les fleurs du mal, Mursia, traduzione di Mario Bonfantini, 1980, Élévation, p. 35).

L’Azzurro – il cielo – coincide con la trascendenza, con l’eterno, la divinità, il desiderio di assoluto, di bellezza superiore ed implica la ricerca di un’entità spirituale superiore, perché il Poeta vuole vedere l’esistenza con gli occhi /stessi della divinità (9 passi, p. 28):

Chi disegna il mondo intorno a noi?
Chi sospinge il vento che trascorre?
Chi prepara i segni del futuro
quando noi emergiamo e si fanno
vivi, nel silenzio, catturare?
Chi decide i corsi e i mutamenti? (…).

(Chi è, p. 22)

La grande Luce irradia amore nel silenzio: il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione; ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio avvolge i grandi avvenimenti, dando alle cose grandezza e maestà. Il silenzio, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Lassù c’è un silenzio così pieno / che rende inutile parlare (Inutile parlare, p. 79). Al poeta è dato di sognare, di lasciarsi andare al sogno, senza opporvi fuga o resistenza (9 passi, p. 28) e di arrivare un giorno al centro inabitabile del cielo… Attenzione! Dobbiamo avere cura dell’Azzurro, in un attimo sparisce, in un attimo cade, precipita e poi non resta che sprofondare nella palude. Lassù, con l’Azzurro, ci sono le stelle, ci sono i baci:

(…) quella bocca dolce da baciare
che ora sto baciando,
non è un sogno!
Gusto tra le stelle il tuo sapore
di sorgente alpestre
e di marina fresca da annusare:
è un’acqua che non basta e non finisce
la gioia senza tempo che fa male
e spande una carezza in fondo al cuore
mentre ringrazio e benedico il mondo
per il miracolo che sei
viva tra le mie braccia
in questo spazio sacro,
e tutto attorno ciò che non sei te
l’impenetrabile ignoto
dell’insensato niente.

(Il bacio, p. 71)

Mi piace concludere con queste bellissime parole d’amore del Poeta, amore che coinvolge tutti i sensi (assaporare, gustare, annusare, ecc.). La donna idealizzata, Madonna degna dei più famosi Trovatori, è essere angelicato che rientra nella benedizione del mondo:

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Da qui la metafora della spazio sacro: è il luogo dove Madonna passeggia dispensando baci e gioia e frescura, qui si riuniscono gli amanti e il resto è l’insensato niente.

Fausta Genziana Le Piane

“Azzurro esiguo” letto da Maria Teresa Armentano

Azzurro esiguo cop-2

Lo stesso titolo del nuovo testo poetico di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021, pp. 112, Euro 14, Prefazione di Dante Maffìa) pone al centro le contraddizioni che animano il cuore del poeta. L’azzurro non può essere esiguo; nel definirlo con questo aggettivo l’azzurro a cui pensiamo, quello del cielo e del mare, rievoca immagini di lontananza. E appare irraggiungibile, nebuloso e vago, e riporta alla dimensione interiore di una vastità che ha le sue radici nell’anima e che trabocca nei versi.

…La verità più vera / è il cuore buio / che incista in fondo all’incubo sublime /nel dolore del suo volto /ancipite: /da un lato la vita / che ci fa nascere; / dall’altro la morte che ci fredda /nel mistero. (“La verità più vera”)

…Miliardi di universi sfuggono / allo sguardo /e come polverume di foschie / si lasciano intuire / dentro il buio gelido / dell’inghiottitoio. (“Scritture incomprensibili”)

…L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia / dove entrano-escono le cose… (“Ingranaggio nascosto”).

Già in questi versi tratti dalle prime poesie del testo, Onofrio s’immerge nella dimensione dell’universalità in cui il buio e la morte non sono intesi come elementi di un pensiero negativo, bensì come l’altra faccia del nostro vivere, nella grandezza e sublimità di un mistero che la poesia tenta di decifrare, offrendo la possibilità di scorgere oltre l’umano. E nella poesia intitolata “Chi è” il poeta propone al lettore una sequela di domande che sa già essere senza risposta e che, proprio in questa mancanza, assumono senso. Nel libro intercala ai versi pagine di prosa poetica, quasi non trovasse che in prosa lo spiraglio necessario per esprimere l’arcano che avvicina al Mistero. Nella “Favola”, ad esempio, i tre tempi dell’umano sono scanditi come in una partitura: la rinuncia prima, poi il volo senza più barriere per raggiungere spazi infiniti e infine il mutare e il trasformarsi nel cuore di ogni cosa.  Scrive il poeta: «tutto è Amore, di sempre e di mai»: ecco, il segreto alfine assume un senso che è significato del mondo in sintonia con il proprio essere. In questo sogno il poeta ritrova sé stesso, percepisce l’universo che ora appare raggiungibile, perlomeno nella visione poetica. Percorrendo il cammino iniziato da Onofrio, il lettore avverte una leggerezza che si colora di speranza dove la primavera, rinascita del cuore, annuncia l’inizio di un nuovo disgelo, anche quello dei sentimenti: l’amore per la vita e la natura e l’invisibile pensiero sono un grido dolce, non più la voce stridula di chi emerge dal pozzo senza fondo ma di chi risalito guarda dall’orlo del burrone, ormai conscio delle infinite possibilità che la poesia apre al sé stesso sconosciuto e  celato nel profondo del cuore che ne svela i segreti.

Si avverte una grande umanità in questi versi e nei seguenti in cui il ricordo della figura paterna assume contorni tra il reale e l’immagine evanescente, sfumata, che riporta al buio profondo della perdita e della distanza non avvertite nell’evocazione poetica. I dubbi sul viaggio, dal luogo da cui nessuno ritorna, si moltiplicano insistenti e si concretano nell’unica Domanda finale: «Finisce poi davvero tutto quanto?»  E questa volta la risposta del poeta è senza esitazioni. Il luogo-non luogo, che fa di noi una goccia nel mare immenso dell’Universo, è dove fiorisce la radice dell’amore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”, l’indecifrabile svelato che viene da lontano. E il miracolo è compiuto dal poeta mentre crea versi che suonano e risuonano come note di uno spartito ampliato dal riecheggiare di nuove sensazioni, visive e uditive insieme: dai sensi che percepiscono la bellezza del mare e del cielo alla luce delle stelle lontanissime che rivelano l’Assoluto. La verità –scrive il poeta – è nel cuore, piccolo e immenso perché è uno dei due estremi (l’altro è la luce delle stelle di cui percepiamo appena lo splendore) del filo invisibile che ci unisce all’Eterno. Sbalordisce questa capacità di Onofrio di infondere nelle parole, attraverso le metafore e le sonorità, la complessità di una natura di sogno, mitica, che allude al mistero di cui le cose e noi stessi siamo pervasi.

Guidami, Spirito, tienimi per mano / quando la notte illumina il cammino / mentre oscura, il sole / la verità segreta / delle cose / come se il mondo fosse / quello che vediamo / con gli occhi di carne, / e non soltanto l’ombra / la parvenza / del sogno che vorremmo / ricordare. (“Adorcismo”)

Il sogno che permea questi versi, nucleo di un segreto celato in ogni cosa, rende affascinante la scoperta rivissuta nell’immagine poetica della natura, come se ogni elemento trovasse posto in un’armonia irradiata da una infinita sorgente di luce. La perfetta felicità appartiene all’Eterno, la sete immensa di felicità del poeta non sarà mai placata. Non c’è in queste ultime poesie del testo, impropriamente conclusive se non graficamente, un prima e un dopo ma un filo sottile che è da ricercare esplorando la profondità dei versi,  ed è la meraviglia e lo stupore di fronte al Mistero della natura che il poeta riscopre nel sogno quando si scioglie nella ricchezza di un bacio, nella sofferenza del disagio e del dolore per ciò che muta senza ragione, nella discontinuità del sentimento che vivifica e nello stesso tempo sussurra che la vita è passata. Non resta che abbandonarsi alla natura che saprà darci l’ultimo abbraccio, quello che ci riporta al luogo a cui apparteniamo e che la Poesia rende eterno.

Nella complessità di questo libro, da lettrice, ho ritrovato nella sua interezza la bellezza di versi che non si dissolvono e non si perdono nel vuoto che si crea dentro e intorno a noi. E nonostante incomba il Gigantesco del vuoto, richiamato nel testo “Gigante di vuoto”, il poeta rasserena sé stesso, quando offre il proprio cuore alle Parole («Le Parole sono tracce di sogni perduti», da “Parole dalle cose”), e così ritrova l’azzurro esiguo dentro il suo universo, non più tutto nero, ma rischiarato dalla luce della Poesia.

Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola. (“Azzurro esiguo”).

Maria Teresa Armentano

“Anatomia del vuoto” recensito da Antonella Rizzo sul blog “CulturaMente”

anatomia-del-vuoto-618135

Marco Onofrio è uno dei poeti italiani più prolifici: ha pubblicato oltre 6000 pagine di opere per un totale di 35 volumi ma Anatomia del vuoto, edito dalla casa editrice La vita felice, è sicuramente la sua opera omnia.
La poetica di Marco Onofrio appartiene alla sfera formale della scrittura inteso come facoltà in nuce, sillabazione primaria, ideale platonico. La sua collocazione al di fuori del recinto poetico pseudointellettuale di alcuni giovani autori o di vecchi scrittori di mestiere arroccati nei loro esercizi letterari lo rende un poeta iconico, indispensabile.
Non è opera facile calarsi negli abissi dei quali non si conosce la misurazione dello spazio né la percezione del sentimento quando risulta dominato dallo smarrimento, o dall’emozione di lasciare precipitare i moti interiori dell’anima nella fragilità dell’inconsistenza, del vuoto.
Sicuramente è di questo vuoto primordiale che si occupa la volontà caparbia di Marco Onofrio nel catturare le minime emozioni che scaturiscono dalla caduta libera, dalla liberazione dell’esperienza.
Il rapporto perfetto con il logos che fa parte della sua lunghissima peregrinazione nel mondo letterario gli fornisce gli strumenti adatti per compiere un’opera ardita: quella di lasciar cadere l’istinto nel baratro della libertà tenendone un capo a una corda, quella dell’Uomo senziente che della natura matrigna è signore indiscusso ma mai padrone per la sua disobbedienza al precetto primordiale.
Il vuoto che rappresenta nelle sue molteplici sembianze è l’utopia di Campanella, la Città del Sole ermetica e perfetta nelle sue gerarchie spirituali, il sogno platonico e sapienziale che ordina gli stati fisici e mentali degli esseri viventi. L’uso della parola è strategico e si svolge in un clima di naturalezza che palesa gli strumenti culturali dello scrittore solido, fabbricatore di speranza.
Anche un tocco di classicismo attraversa i versi di Marco Onofrio senza mai renderli desueti, ma preziosi: è quel comune denominatore sprigionato dalle opere senza tempo.

Antonella Rizzo

“La nostalgia dell’infinito”, letto da Maria Teresa Armentano

Nell’Introduzione l’autore annuncia che questa antologia racchiude le poesie di un “itinerario poetico” che qui, però, risulta cronologicamente discontinuo, ed è così voluto proprio per accostare temi secondo un “tracciato ondulatorio”; ma forse, aggiungo io, per il lettore sarebbe preferibile seguire l’evoluzione del cammino poetico di Onofrio ordinatamente, per comprendere il mutamento e le trasformazioni del suo sentire. Leggendo l’insieme di poesie del 2002, tratte dal volume di esordio Squarci d’eliso, si comprende il perché del titolo.

La “nostalgia dell’infinito” è la dimensione di un cielo senza confini a cui aspira il poeta e che è ancora in nuce in questi primi versi. Nostalgia è parola greca in cui il ritorno è intriso del dolore nato dall’emozione di una condizione della mente appena intravista, come scrive l’autore in “Eppure”: il volo senza fine della mente / integralmente / nel misterioso cuore del silenzio, / dopotutto qualcosa / riuscirebbe a vedere, / forse. Quel qualcosa di indicibile che il poeta scorge appena come una scintilla di una luce incerta che sfugge, mentre nel profondo del cuore   si radica la parola “forse”. Tre anni dopo, con Autologia, c’è un salto, nel senso che i versi assumono un ritmo più ampio e disteso e si fa strada una convinzione; il sentirsi nulla si confonde con la vita, sebbene confinata nel vuoto di un amore finito, di una privazione di senso, che si esprime con completezza nell’Inedito dal titolo “Disincanto”: Provai a vivere: / la vita amaramente mi respinse. / (…) Dallo specchietto rotto del mio sguardo / bagliori fuggitivi di una luce. / Ma io passo, attraverso le nuvole/ col mio procedere unico e diverso / sghembo, inesorabile, deluso…

Con D’istruzioni (2006) siamo ancora nel solco cronologico del viaggio intrapreso dal poeta che non chiude il cerchio iniziale: rimane aperta la domanda di sempre, espressa in “Esistere”: che cosa siamo? Se in Squarci d’eliso la risposta guardava al cielo, in D’istruzioni guarda all’abisso che è dentro di noi, tanto che il poeta sente la necessità di intercalare due poesie inedite di anni precedenti, entrambe intitolate “Essere”, che sono perfettamente in linea con le velate risposte di una lirica senza titolo: Colui solo può conoscere di luce / quel che torna dal profondo / per l’oscurità. / (…) Il giorno sfolgorante è nella notte / che lievitando cova la sua alba / nell’abisso, dentro il mare. E il ritorno si compie ed ha un senso in solo due poesie tratte da Antebe. Romanzo d’amore in versi in cui si adombra solo nel ricordo-rimpianto la figura evanescente di una donna senza forme e senza volto. Appena accennato il tema dell’amore, in questa antologia, e certo non dell’amore che è tripudio e gioia dei sensi ma solo un passaggio a un amore universale, tramite per tornare nuovamente al tema preferito: la luce che lotta contro il buio e la notte che, nella raccolta È giorno, trova il suo compimento. Sempre più forte l’anelito del poeta verso il cielo e l’Infinito, verso un Assoluto che è amore per il mistero, il creato e l’armonia divina che si percepisce appena, e se si guarda dentro sé si ritrova nella vita misteriosa del cuore: Tutto vibra palpita respira / in ferma compiutezza / in armonia. / È la divina, mistica euritmia. (“Alba”)

Nella seconda parte del libro, più vicina all’oggi, preponderanti sono le liriche di Ora è altrove che si alternano a inediti intorno al tema del mare e di ciò che rappresenta, nella bellezza di superficie e nel mistero delle sue profondità. Al mare sono legati il mito e il ritorno, in questo caso a se stessi, alla propria interiorità, che Onofrio ricerca nel respiro delle onde. Indosso il suo vestito d’acqua e sale: / è un saio di freschezza nella luce. (“Come l’onda”). E ritornano le nuvole, presenti nelle liriche all’inizio del percorso, in “Ai bordi delle nuvole”. Ora non sono più evanescenti giochi del cielo ma strumenti di un invisibile che si sente vicino: ai bordi delle nuvole i sentieri / le strade che cominciano nel vuoto / e sfumano nel vento… // Io vedo l’invisibile / io sento. Il cammino di Marco Onofrio diventa più arduo nell’avvicinarsi al mistero, al palpito di una natura che lo attrae e lo confonde per la sua bellezza, che lo affascina e lo conduce in un fasciante silenzio alla scoperta del proprio Io. E m’incanto / dinanzi a una bellezza / così grande da comprendere / così tremenda da sostenere. (“Incanto”) 

C’è nelle più recenti opere di questo poeta una ricerca assillante che attraversa anche il ritmo interno dei versi, lo rende nella ricerca delle assonanze più morbido e nello stesso tempo più stridente con le parole sconvolgenti che ne trasfigurano il senso. La parola dice come una folgore e poi nel suono ammorbidisce l’immagine angosciante evocata in una continua contrapposizione tra affermazione della bellezza del cielo e negazione della bellezza come vuoto eterno che assorbirà ogni tentativo di esistere. Nelle poesie degli anni 2013-2015, sia inedite sia nel testo Ai bordi di un quadrato senza lati, riappaiono tutti gli interrogativi: Riuscirò, un giorno / a volare in carne e ossa / senza ali? A tuffarmi / nell’immensità? si chiede il poeta, e trova una risposta seducente anche se incerta: afferrarsi al mondo, riscoprire in sé quell’immensità che lo lega al creato, il vuoto che si sostanzia di quel che dentro di noi cresce e lo annulla e consente di dimenticare tutto e rinascere finito ma libero. Dopo i due personaggi, Edipo e Amleto, segnati dal dubbio e dall’assenza di sé, scelti come emblemi dell’essere in conflitto col non essere, l’autore sceglie come inizio di un nuovo ciclo Icaro, e in un bellissimo Inedito lo celebra come l’uomo che sfida il mistero. Navigherò nel vuoto oceanico / per conquistare i segreti più remoti / dello spazio / i luoghi più nascosti / del mistero. Ritornano due parole, Nostalgia e Infinito, a chiudere il ciclo iniziato con il titolo dell’Antologia; ora, compiuto il cammino, il buio e l’abisso vengono sconfitti, assumono senso non più negativo perché la fine si congiunge a un nuovo inizio. L’invisibile ritorna e anche il tempo corruttore diventa una variabile se sulla carta resta la parola che diventa scrittura della vita e del mondo, la dimensione di immortalità del poeta.

Maria Teresa Armentano

“Il dono sconosciuto”

hand-2326058_1920

IL DONO SCONOSCIUTO

*
Lampi misteriosi nel sotteso.
Schianti accecati di sole
oltre l’estensione.
La creazione perenne del mondo
conferma il nascere il morire.

*
Emergono, dalle profondità del cielo
le congiunzioni interne:
splendono improvvise.
Neanche il tempo di aprirsi
e si inceneriscono le rose.

*
Il guscio trasparente dello spazio
si rompe nel polverio dei giorni.
Cade fatalmente di continuo
ai lati dello sguardo
l’immagine bruciata delle cose.

*
Scrimoli, indizi, sintomi imperfetti
dal tempo silenzioso che divora.
Ogni attimo che passa
qualcosa tramonta per sempre
e tutto resta uguale.

*
Muore inesorabile infinito
tutto quel che adori
e non trattieni.
Ma qualcosa in te si salva.
Il tuo amore è un’arca.

*
Sempre dopo l’ultimo respiro
(svelata la struttura elementare
e aperto il manto nero)
giunge dentro l’essere il mistero
alla quintessenza dell’eterno.

*
L’anima non va dispersa.
Luce che negli atomi si annida
in fiocco, l’intima radice.
La verità torna alla sorgente.
È il dono sconosciuto che non muore.

Marco Onofrio
(dalla silloge inedita
Azzurro esiguo)

“Il corpo del vuoto”

eclissi

IL CORPO DEL VUOTO

Chi ha spostato il masso
dal sepolcro, la gigantesca ombra
che nascondeva il cielo?

L’abisso trasparente senza fondo
scopertamente aperto
si è fatto di un silenzio
così alto
che non trova ancora
la sua fine.

Il corpo invisibile del vuoto, ora
è in ogni luogo:
è la sostanza immateriale
che fa il mondo.

E la morte, da allora, è come morta!
Anche prima d’esserci
è sparita,
è diventata vita.
È solo un lieve
transito apparente.

Il sudario massimo del tempo
tessuto con il filo dei millenni
ha impresso il volto
che nessuno sa.
È quello di ognuno di noi
quando si guarda allo specchio
irrevocabile
dove appaiono soltanto
cose vere.

Il nostro interminabile travaglio
avrà pace, un giorno
tra le braccia apocalittiche
del Padre.

Così, sperimentando il vuoto,
siamo tutti anime in cammino
verso la pienezza
dell’eternità.

Marco Onofrio
(da Anatomia del vuoto, La Vita Felice 2019)

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Giorgio Taffon (dal blog “Poetarum Silva”)

Anatomia

Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

Credo di non sbagliarmi se affermo che la raccolta poetica di Marco Onofrio Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice, 2019) assume un rilievo esemplare per quanti scrivono, leggono, o svolgono attività critica oggi in Italia. Quelli di Onofrio non sono versi che indulgono nel sentimentalismo di eventi privati, o nel minimalismo della vita quotidiana, o nel puro sfogo psicologico, o nel descrittivismo e colorismo della realtà naturale; Onofrio affida alla sua scrittura lirica il compito di indagare le zone più misteriose del nostro vivere; di immaginare la realtà delle cose, dell’universo oltre gli aspetti immediati ed esteriori che possiamo percepire; di esprimere sentimenti religiosi e mistici nel considerare i legami che s’intrecciano fra le vite, e con la Divinità. In diversi componimenti è facile riscontrare un certo mood, e un certo andamento prosodico tipici di alcune originarie modalità espressive di antiche scritture, anch’esse in versi: alcuni Libri biblici; o componimenti della poesia Zen (Hakuin, ad esempio, maestro del XVIII° secolo); e, ancor più lontani nel tempo, brani cosmogonici dei poeti greci e di un Lucrezio. Ad una tale arditezza di ideazione immaginativa, con un linguaggio lessicalmente piuttosto semplice, tra l’altro, non ci si arriva d’emblée, occorrono esercizio, tempi lunghi di riflessione, profondità di letture.

Difatti la raccolta su cui sto scrivendo, è stata immediatamente preceduta dai e preparata coi pensieri e gli aforismi di un prezioso libretto, Nuvole strane, edito nel 2018 (Roma, Ensemble), e da un’altra raccolta poetica, costituita da brevi “poemetti”, Le catene del sole (Roma, Fusibilialibri, 2019; da me, assieme ad altri, presentata a Roma nel giugno dell’anno da poco passato). In queste prove s’individuano immediatamente i tratti decisi e decisivi di una scrittura poetica di carattere filosofico e anche metafisico; e non solo, perché nei pensieri del primo libretto, come nei versi della raccolta si intuisce come implicitamente l’autore è in grado di tener conto delle teorie scientifiche sottese alle immagini di natura cosmologica e astronomica (dalla relatività alla fisica quantistica). Per coerenza intrinseca, per profondità di pensiero e per capacità di passare da una struttura prosastica e riflessiva a un costrutto del discorso in versi, con precisione di ritmo, di sillabazione e di rima, Anatomia del vuoto costituisce un grande risultato creativo e mitopoietico, davvero piuttosto raro nella nostra cultura letteraria. E non ci si lasci ingannare dal titolo, che suona certamente ossimorico, contraddittorio. Il “vuoto” che il poeta vuol notomizzare non è il Nulla tipico dell’ontologia razionalista continentale; il Vuoto è inteso secondo le nuove intuizioni cosmogoniche dei fisici d’oggi, i quali tendono a pensare che il Vuoto cosmico prima del Big Bang abbia generato la Materia; e non solo, direi che Onofrio è anche vicino alle concezioni orientali, in particolare a quella buddista, in cui nulla è assoluto, tutto è relazionale, per cui il Vuoto è contemporaneamente rapportabile al Pieno, e tutte le cose, tendendo al Nirvana, si annullano l’una con l’altra sciogliendo le contraddizioni non solo dal punto di vista ontologico (per cui si dovrebbe parlare di Vacuità, cioè di caratteristiche materialmente date ad ogni aspetto ed ente).

D’altra parte la stessa venuta al mondo della Persona è un provenire da quello che ab initio è il vuoto del seno materno (“il vuoto della madre”). Questo vuoto lo si riscontra a metà circa della raccolta, nel componimento che da il titolo alla silloge, “Anatomia del vuoto”, che, assieme a quello successivo, “Amleto”, costituiscono il centro irraggiante della raccolta stessa. Nel primo è il personaggio di Edipo a tenere la scena, mentre nel secondo appare Amleto: Edipo, ormai cieco, “per non vedere più \ il vuoto orrido del mondo”, si richiude in se stesso, nel “mondo misterioso dentro sé”, per ritrovarsi libero e innocente (p. 36). Poi, e siamo nel secondo componimento, Amleto, il personaggio fatto ormai emblema della Modernità, e mi pare richiamante qui l’Oreste pirandelliano che d’improvviso scopre un buco nel cielo di carta perdendo così il suo carattere tragico, Amleto trova il suo buco, non in alto, ma in basso, ai suoi piedi: “appeso \ ai fili del silenzio, il cielo \ diverso ogni volta che lo guardo \ mi apre un grande buco \ sotto i piedi. E inutilmente \ penso, sono stanco.” (p. 37). Ma inutile non è il pensiero del nostro poeta, che articola le denominazioni e i significati del vuoto, lungo la sua metaforica e non cadaverica dissezione, in svariati modi e accezioni, con visioni, immagini, illuminazioni davvero spettacolari: uno spettacolo della mente del poeta, affidato alla mente del lettore. Allora il vuoto è sì uno spazio, ma in esso “Ascolta il grande suono della vita”: come accennato più sopra è tutt’altro che uno spazio nientificante.

Il vuoto può apparire smisurato, “oceanico”: “Così, ciascuno di noi, dentro l’oceano \ del vuoto che un giorno inghiottirà \ le nostra ossa. In quale pieno \ è già scavata, la fossa \ che ci accoglierà \ per scomparire?” (p. 12; corsivo mio, per ricordare la relazionalità fra vuoto e pieno, succitata). E, lungo la dorsale Schopenhauer-Buddismo, si legga: “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. \ Anche il vuoto. \\ Vuoto che ricade dentro vuoto. Vuoto su vuoto, silenzio su silenzio.” (p. 16). Naturalmente vi sono momenti in cui il pessimismo razionalista ha i suoi cedimenti: “Nulla si perde perché \ tutto per sempre è registrato. \\ E allora dove stanno, ora, le cose \ che non sono più? \\ Tu chiedilo al silenzio, \ chiedilo: la risposta è il vuoto.” (p. 22). E se dal vuoto è sgorgata in un tempo inimmaginabile la materia del cosmo, come i fisici pensano oggi, il poeta può ben affermare che: “La sera, nel cielo sfolgorante, \ sbocciano stupori di bellezza \ come sguardi, dagli occhi del mondo \ spalancati all’intero tempo \ non domato: eternità \ chiusa nello spazio nero \ di un silenzio alto che non muta. \\ Le radici del vuoto sono qui, \ nello spazio trasparente \ in cui mi cerco.” (p. 43; corsivo mio). Sia chiaro, anche i fisici, gli astronomi, viaggiano ai limiti del Mistero, per cui, con immagini straordinarie che ci portano a scomodare il nome stesso di Dante Alighieri, “Atomi di spazio interstellare \ rivelano le saghe dei primevi \ nel bulbo della rosa che si apre. \\ Inquietudine, malinconica gioia \ ombra inafferrabile: mistero \ vuoto che mi divora al centro. \\ Ѐ un fiume che si rovescia dentro \ e inonda la mia inconscia eternità.”.

Afflati religiosi prendono presenza in questa articolazione della semantica del “vuoto”. Ed infatti, consapevole che l’amore è qui e ora, e non va rinviato a un dopo, un dopo-vita, così scrive Onofrio: “un infinito vuoto, ovunque, \ accanto a dove siamo \ ci separerà: per sempre.\\ Abbraccia, dunque, le persone che ami \ finché sei in tempo! Il calore umano \ si disperde rapido nel gelo \ del mistero: lo divora \ la profonda immensità. \\ Il gesto va compiuto sul momento: \ non vergognarti, non lo rimandare. \ Tutta la vita che non traduce amore \ sarà perduta, si rimpiangerà.” (p. 57). Afflato che si fa mistico, tutto espresso dalla visione di un “terzo” occhio, e dalla fede in un compimento finale di tutte le cose: “e mi pare di splendere \ alla foce mistica del cielo \ nell’immensa luce \ del tramonto, \ quando affiorano improvvise \ dal vuoto dove erano scomparse \ le cose care della vita mia \ intatte o finalmente risanate.” (pp. 73-74). E ancora si legga in Il suono del vuoto: “C’è il soffio di una vita superiore \ nell’alleanza mistica e profonda \ che unisce le sorgenti della vita. \\ Quante misteriose verità \ dentro l’altezza! Dalle divine sedi \ il suono che fa il vuoto, il primo canto: \ l’immensa solitudine del cielo. \ Ѐ sacra la scintilla della luce \ eterna e ogni attimo immanente \ riempie tutta l’aria \ di dolcezza.” (p. 54).

E qui, a questo punto, credo di poter lasciare al lettore il gusto, il desiderio ed il piacere di continuare a scoprire e a leggere le tante altre magnifiche declinazioni dei significati cosmici e spirituali che questa raccolta di Marco Onofrio ci regala con gran sapienza di scrittura, ma citando prima gli ultimi e forse ultimativi versi della raccolta: “Così, sperimentando il vuoto, \ siamo tutti anime in cammino \ verso la pienezza \ dell’eternità.” (p. 81).

Giorgio Taffon

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Nazario Pardini (dal blog “Alla volta di Leucade”)

Anatomia

Dal blog: “Alla volta di Leucade”

https://nazariopardini.blogspot.com/2020/01/nazario-pardini-legge-anatomia-del.html

Ogni tramonto
è solo la metà della sua alba.

Per questo siamo a pezzi ma
non è mai finita.

La vita è in questo lacerto della poesia testuale: tramonto, alba, pezzi, finita. Tanti elementi che la caratterizzano; che la definiscono nel suo tragitto essenziale. Il fatto di non essere mai finita è una affermazione che lo scrittore inserisce nell’esemplificativo titolo della plaquette: Anatomia del vuoto.
Un vuoto che fa rumore; una dualità perenne fra luce e ombra: “C’è il soffio di una vita superiore/ nell’alleanza mistica e profonda/ che unisce le sorgenti della vita”.
Il vuoto, il nulla, l’assenza; il tutto, il pieno, l’amore, il senso; si riportano in esergo alcune massime tra cui quella di Pascal: Che cosa è un uomo nell’infinito? Un milieu entre rien e tout. Fra niente e tutto. Il niente in cui l’uomo stesso si perde e il tutto in quanto l’uomo è nella sua monadicità di essere. Il niente dell’uomo di fronte al tutto e il tutto eterno e irraggiungibile dalla miseria umana. D’altronde questa è la dicotomia più invadente che perseguita il fatto di esistere creando quella splenetica emozione che alimenta il canto. È questo protendersi en haut che fa dell’uomo un essere insoddisfatto ed inquieto. In questo testo trovi ogni input vitale, ogni dilemma del vivere, dell’esistere: l’inquietudine, l’antitesi vita-morte, morte-vita, il senso della precarietà, il non senso dell’inconoscibile, del fatto che la vita appaia come un frammento prestato dalla morte. Come riempire questo vuoto che attorno ci perseguita? Si può solo riempire con quelli che sono i motivi focali dell’esserci: la poesia, l’amore, il memoriale; un viaggio il nostro tramite cui siamo diretti verso un’isola che forse non c’è. Il fatto sta che viaggiamo remando con virulenza attraverso scogli e trabucchi, tempeste e bonacce, rischiando di sfasciate la nostra imbarcazione. Onofrio ha remi solidi, legni forti, che possono superare le difficoltà della navigazione. Metaforicamente è il suo linguismo, la sua significanza metrica asciutta e apodittica che si identificano coi legni ed i remi. La bussola e la ricerca di un faro, invece, col nostro ambire a soluzioni improbabili. Noi esseri umani, imperfetti e caduchi, destinati al naufragio, abbiamo come meta questa luce che illumina il porto, il fatto sta che attorno vi è un grande buio: quale rappresentazione migliore della nostra esistenza? Una piccola luce nel mezzo ad una notte che ci sommerge. Navigare è importante, non piegare la testa di fronte alla nebbia o al mistero, sta tutta qui la grandezza della poesia; pur sapendo della impossibilità di raggiungere quel porto continuiamo imperterriti a viaggiare. Questo è il sistema migliore per riempire quel vuoto in cui siamo destinati a essere risucchiati. Riportare a galla memorie di antiche primavere, avere accanto paesaggi pieni di luce, mari estesi quanto i nostri desideri, visioni di volti che ci vollero bene, e che hanno giocato ruoli importanti nel nostro viaggio: tutto ciò che riempirà le rien pascaliano, il giorno vuoto della luce che brilla. La nostalgia dell’assoluto ci spinge ad azzardare voli oltre le soglie: “E’ deciso, parto per il cielo: ho la nostalgia dell’assoluto”. Nostalgia dell’assoluto, il dilemma fortemente umano: quello di guardare in alto con piedi ben piantati per terra; la spinta a sorpassare gli orizzonti che limitano il nostro stare; a scavalcare il vuoto che ci assedia. Ma c’è l’amore a salvaci dal baratro, dalle verità nascoste di questa spaventosa immensità. “ Ma dipende dall’amore con cui la guardiamo,/ la bellezza pura della vita”. D’altronde è di fronte al buio della notte, o all’immensità imperscrutabile del cielo che l’uomo si sente a disagio, data la sua pochezza misurata col tutto. Cotidie morimur, afferma Seneca, questa visione di una morte che ci sta addosso quotidianamente senza mollare, rende l’idea del nostro galleggiare in una marea ondivaga. Questo è il nulla, il vuoto che ci circuisce; ma la poesia psicologicamente attiva e riflessiva di Onofrio, basata su sinestetici richiami, su simbolismi di panico sostegno, guarda avanti, con la sua andatura asciutta, apodittica, zeppa di interrogativi esistenziali, e di un’attiva presenza personale. La sua è presenza, non assenza. Un poema che gioca su una personalità incisiva e partecipativa; con tutte le magagne del quotidiano vivere; un percorso che trae linfa dal passato e che allunga gli occhi verso l’imponderabile peso del visionario. Qui si sente e si vive l’arco meditativo di un uomo: presenza e non assenza: poesia nuova, sì, per un verbo nuovo e concretizzante un animo in bilico tra verbalismo sabiano e conflittualità sereniana. Ma di sicuro non di sperimentalismo di positura prosastica, spersonalizzata, amorfa, dove l’io non trova posto, e dove non trovano posto gli abbrivi emotivi di una storia che ci vede in campo giorno dopo giorno:

Ho il terrore calmo dello spazio
internamente vuoto
senza fondo.

L’occhio fulvo degli astri.
Il caos oltre le parole.
L’errore sterminato senza senso
il nulla immenso.

Perdo la mia vita
per abbracciare il mondo
e dico addio.

Nazario Pardini