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“Pioggia di premi per Marco Onofrio” su «Il Caffè dei Castelli Romani» del 2 dicembre 2021

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Marco Onofrio si conferma eccellenza della Cultura e orgoglio dei Castelli Romani, di cui tiene alto il nome a livello nazionale e internazionale. Il noto scrittore romano, naturalizzato marinese, ha recentemente incrementato il suo già nutrito palmarès di trionfi letterari con tre ulteriori, prestigiosi riconoscimenti al talento e alla qualità della sua produzione, che si avvia a raggiungere i quaranta libri pubblicati. Lo scorso 17 ottobre ha ricevuto, presso il Teatro Comunale di Lanuvio, il Premio Internazionale “Antica Pyrgos” per il volume di poesie “Azzurro esiguo” (Passigli Editore), classificatosi al 1° posto per la sezione “Poesia edita”. Lo stesso volume è stato poi premiato anche a Torino, il 31 ottobre presso il Teatro Vittoria, come 2° classificato al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Metropoli di Torino”, sezione “Volume poesie”. Inoltre – dulcis in fundo – qualche giorno fa, il 19 novembre, ha ricevuto a Roma, presso la magnifica Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Presidenza del Senato della Repubblica, il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, per il volume “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Editore), risultato vincitore assoluto per la sezione “Poesia”. Giusto onore al merito, dunque; e tuttavia Onofrio non è solito cullarsi sugli allori. «Ringrazio le giurie per queste bellissime soddisfazioni» ha infatti dichiarato lo scrittore «che non mi distolgono, se non il tempo di brindare, dai tanti progetti in corso: come ad esempio il nuovo libro di critica letteraria, di imminente pubblicazione, e la traduzione francese di una mia antologia poetica, che uscirà nel secondo semestre del 2022. Le gratificazioni dei premi sono senza dubbio importanti, ma ciò che conta davvero è l’impegno, cioè il lavoro che si riesce giorno per giorno ad esprimere. A me interessa più scrivere che promuovere ciò che scrivo». Il che, peraltro, rende ancora più ragguardevoli e meritori i traguardi ottenuti da Onofrio. Chapeau!  («Il Caffè dei Castelli Romani», 2 dicembre 2021, p. 15)

F. T.

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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

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1 dicembre 2021: esce a Reggio Calabria, per Città del Sole Edizioni, il nuovo saggio monografico di Marco Onofrio: “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”

Può, la critica della poesia, farsi poesia essa medesima (per densità di sguardo, evocazione di contenuti, proprietà di stile)? Sì, se il critico è poeta a sua volta, e sa leggere i testi – frequentati di prima mano e affrontati in una sorta di erotico e salvifico “corpo a corpo” – con strumenti particolari, sottili e quasi medianici d’interpretazione, raggiungendo quel mirabile equilibrio tra sensibilità, erudizione e carica umana entro cui si diffonde il lievito più alto e durevole della cultura. È quanto accade in questa magistrale, poderosa e per certi versi “definitiva” monografia che il poeta Marco Onofrio, sfoderando le armi migliori del suo riconosciuto talento saggistico, dedica – 7 anni dopo essersi occupato della sua narrativa – alla straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, il più grande poeta italiano del secondo Novecento.    

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Marco Onofrio Premio Mondiale “Tulliola-Filippelli” 2021: le foto della premiazione e la motivazione della Giuria

«Il poeta si interroga sul vuoto esistenziale e sui suoi silenzi/misteri. Sperimenta linguaggio e cammino con occhio di eterno viaggiatore. Seziona i tessuti del dubbio e delle assenze, talvolta prossimi al nulla. Sutura le ferite lacere e sanguinanti dello smarrimento e degli interrogativi con bisturi di parole, che causticano e anestetizzano. La sua scrittura/poesia – rimanendo nel campo della medicina – si apprezza come salutare fisiopatologia, che sa trarre dalle resistenze di cuore e mente la forza rigenerativa e le risorse attrattive dell’amore, sempre possibili di nuova umanità e futuro. Un travaso dall’intimo per altri echi». 

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Roma, 19 novembre 2021: Marco Onofrio riceve il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, alla Sala Zuccari del Senato, per “Anatomia del vuoto” (I° classificato Sezione Poesia)

La cerimonia di premiazione si terrà a Roma, Sala Zuccari del Senato (Via Dogana Vecchia, 29), venerdì 19 novembre 2021, ore 15.30-19.30. Accesso riservato agli invitati e consentito solo con Green Pass e mascherina.

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“Azzurro esiguo” di Marco Onofrio: la poesia dell’invisibile. Nota critica di Ginevra Amadio (sulla newsletter «Prisma»)  

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Azzurro esiguo: già dal titolo una figura di senso, un gioco ossimorico che richiama alte vette, riferimenti-chiave del nostro passato poetico. Tutto, nell’ultima raccolta di Marco Onofrio (Passigli, 2021, prefazione di Dante Maffìa), rivela un debito importante, la traccia di lezioni assimilate e riproposte, come a tentare un canone dei suoi personalissimi ‘miti’. Così intessuta di reminiscenze, l’opera di Onofrio traccia fitti reticoli, legami stilistico-tematici che saldano assieme Zanzotto e T. S. Eliot, Leonardo Sinisgalli e Corrado Costa. I testi qui proposti ruotano attorno ad alcune costanti: il rapporto uomo-natura, le sollecitazioni sensoriali dell’io, il topos dell’ambiente come pratica di riscoperta. Per registrare i mutamenti dell’essere il poeta oscilla tra veglia e sogno, in una zona a tratti innominabile e dunque prossima ai recessi dell’animo, a un desiderio di comunicazione che si esplicita nei riferimenti al mito (Lettera a Demetra; Gli occhi di Orfeo) o nell’equivalenza fra notte e accecamento mentale. Un solo esempio: «In fondo a un pozzo secco dove il cielo / è un occhiolino bianco che vacilla, / c’è una lucertola verde / circondata dal buio che si aggrappa / a una striscia di luce: / palpita immobile / o la segue appena / quando la luce muta / e sparirà / nel muschio delle pietre / coperta dalle foglie accumulate» (Le scene invisibili). La metafora dell’oscurità e della tenebra (che ha anche una forte ascendenza biblica, come già dimostra il verso successivo: «Dio, se c’è, / è nella lucertola») chiamate a evocare una situazione di oppressione, di ottundimento mentale, si accompagna a un’idea di luce che fissa i contorni di un discorso intermittente, in cui convivono il lato oscuro della non accettazione e la riscoperta di sé. La poesia di Onofrio sta tutta nella convivenza di esperienze separate, della «vita che cerca la vita» (Il volto) al di là delle storture del mondo.

                                                                                      Ginevra Amadio
                                                  («Prisma», n. 408, 13 novembre 2021, p. 3)

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“Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021: le foto e la motivazione della Giuria

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Nella splendida cornice del Teatro Vittoria (via Gramsci, 4), si è svolta a Torino – domenica scorsa 31 ottobre 2021, a partire dalle ore 16 – la cerimonia di premiazione del “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, dove Marco Onofrio si è classificato 2° per la sezione “Poesia edita” con il volume Azzurro esiguo (Passigli Editore). Ecco la motivazione elaborata dalla giuria: «Una poesia per viaggiatori instancabili, quella di Onofrio. Lui ci vuole attenti, pionieri nelle remote miniere del sentimento, poi ci accompagna nel profondo stimolando intuizioni sempre nuove. Fino ad accendere con cura, ora quella pietra preziosa, ora un cielo di stelle blu cobalto. Ci invita ad essere gocce tra i sassi del suo personale percorso tra i versi. Tutti dovremmo leggerlo perché parla d’amore, mai banalmente: è un flusso liquido che conquista e apre al mondo l’esistenza positiva. Siamo certamente d’accordo con lui, quando scrive del delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo». 

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Marco Onofrio 2° classificato al “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021, con “Azzurro esiguo”

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Per la sezione VOLUME POESIE Azzurro esiguo è risultato meritevole del 2° Premio. La cerimonia di premiazione, alla presenza della giuria e delle autorità cittadine, avrà luogo domenica 31 ottobre 2021, dalle ore 16, presso il Teatro Vittoria, via Gramsci, 4 – TORINO. 

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“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

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“Nient’altro che la verità”, di Michele Santoro. Lettura critica

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Eccellente per concezione, tenuta e qualità di scrittura, il nuovo libro di Michele Santoro, “Nient’altro che la verità” (Marsilio, 2021, pp. 400, Euro 19), si legge tutto d’un fiato sia perché ha la verve del grande giornalismo d’inchiesta, sia perché si distende nel suo arco di sviluppo come un vero e proprio romanzo di formazione. A che cosa? Alla coscienza e alla conoscenza profonda delle cose apparenti, all’inseguimento di «segreti importanti», allo sguardo necessario per sostenere «la fatica di cercare la verità», soprattutto quella nascosta. La parola di Santoro è precisa, affilata, “chirurgica”: aderisce ai mille risvolti di ogni realtà che affronta, sviscerandone senza paura i «fatti nudi e crudi». Consente al lettore, così, di scendere nei gironi infernali della mafia: una catena vischiosa e insanguinata di riti iniziatici, santini bruciati, giuramenti, baci; un esercito di soldati che “sistemano” le cose e obbediscono agli ordini senza discutere, disciplinati da “manuali non scritti” di regole vincolanti; un sistema praticamente perfetto di omertà condivisa; un imbuto di domande che non si possono neppure pensare – basta una parola scappata per caso e si viene imbottiti di piombo. Ma il mafioso è temuto e ha l’onore e il rispetto, fondamentali per ogni ragazzo del Meridione ancor più dei soldi, tanti soldi, che a tale “status” conseguono per via naturale (cioè la bella vita, il lusso, le macchine, le donne, ecc.). Tutti specchietti per allodole destinati ad infrangersi tragicamente. 

Con i suoi ripetuti e progressivi affondi nella materia aggrovigliata che intende sdipanare, questo libro articola il suo “viaggio” nella mente di un serial killer, il catanese Maurizio Avola: glaciale, impassibile, «nato per uccidere», e infatti ha assassinato 80 persone. Attraverso l’intervista-fiume ad Avola non solo emergono di prima mano i meccanismi occulti di Cosa Nostra, ma si scrive e si riscrive la storia degli ultimi sessant’anni, dal caso Mattei (1962) ad oggi, passando per le clamorose stragi degli anni ’90. Però, attenzione: niente semplificazioni o facili sensazionalismi. La verità della storia può trapelare proprio nella complessità estrema del suo tessuto: le pieghe, le stratificazioni, gli intrecci, gli snodi, i livelli interni. Quindi non è un libro riduzionistico, e infatti le domande sono più numerose delle risposte.

C’è, anzitutto, l’esplorazione dello sconosciuto e del perturbante che presiede alla scrittura. Il libro non esisterebbe se Santoro avesse assecondato la pulsione a «rimuovere il criminale» e a non riconoscere «i legami tra la sua vita e la nostra». Egli non solo non rimuove ma si apre a un confronto autentico, che lo coinvolge in prima persona: «Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei». Prima di incontrarlo, riteneva di non aver niente in comune: «Invece le sue parole maldestre stanno superando una dopo l’altra le barriere che ho costruito per difendermi dal mostro e inizio a seguirlo in un labirinto di specchi». È un work in progress dove Santoro registra anche l’evolversi fenomenologico delle proprie reazioni rispetto alla realtà osservata, e gli echi inaspettati che essa suscita a livello di memoria emotiva, per cui l’intervistatore diventa “attore” che si immedesima nel personaggio intervistato, dimodoché la biografia assume anche il doppio fondo dell’autobiografia. Santoro accetta di lasciarsi immergere nel passato mettendo in gioco la propria identità, che definisce «in frantumi» per via dell’attuale esilio da tutte le TV, l’amaro disincanto degli anni, l’insipienza e l’inconsistenza del presente. La scrittura procede ad uno scavo dell’identità altrui e propria, in parallelo: come un tunnel da entrambe le direzioni, fino all’incontro che vede cadere l’ultimo diaframma. Scrive infatti: «I nostri colloqui mi hanno sradicato da certe sicurezze spingendomi a scavare nella verità della storia e nella mia».   

Il fatto è che il bene e il male «non sono semplicemente contrapposti» ma appaiono «concatenati in un unico disegno»: «il confine tra il bene e il male non è facile da distinguere (…) l’inferno e il paradiso sono vasi comunicanti». E insomma, pare incredibile ma «Avola avrebbe potuto abbracciare una professione (…) e io avrei potuto anche uccidere»: serial killer e giornalista-contro sono le due facce della stessa medaglia? E allora che cos’è che determina un destino? «(…) dipende da noi che cosa diventare e che cosa no?» Avola è un fatalista, «quello che deve succedere è già scritto, non ci possiamo fare niente»; per Santoro invece il destino è condizionato sì da innumerevoli fattori, ma sostanzialmente aperto perché «(…) esistono qualità e sentimenti che non sono destinati a un unico scopo, ma potrebbero essere declinati in diverse direzioni, più nobili o più atroci, se la sorte o un maestro o uno Stato offrissero opportunità che non si sono presentate». In che cosa può identificarsi con il serial killer? La natura indomabile e un titanismo ribelle, non disgiunti dall’origine meridionale. L’insofferenza e l’irriducibilità a una vita senza alternative, la vita agra dei «sacrifici che non finiscono mai». La sete di giustizia. La volontà di avere tutto e subito. O la parola o la vita. La sua pistola da “rapinatore” è stata la libertà, e la banca da assaltare la TV. «Nessuno vuole parlare di qualcosa? Ne parlo io!». Santoro e Avola sono due “vulcani” nati con «la rabbia dentro». Nota il giornalista, mentre osserva e studia il mafioso: «Per questo mi viene da accomunare le nostre due esistenze, apparentemente imparagonabili: quella di un mafioso e quella di un giornalista che si sono combattuti su fronti contrapposti. Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto a esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista che sarebbe potuto diventare un terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto. Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra Patria».    

Se Avola si è trovato invischiato nella mafia, lo Stato ha certamente le sue colpe. Lo Stato che, a un certo punto, in Sicilia si chiamava Totò Riina, il “capo dei capi” tra le cinque grandi famiglie di Cosa Nostra. Sappiamo come “funziona”: se la giustizia dello Stato è – come spesso, purtroppo, è – ingiusta, lenta o inefficace, si ricorre alla mafia: il mafioso ti risolve subito il problema, ma poi pretende qualcosa in cambio. E quindi l’assenza dello Stato, anzi: la connivenza dello Stato, gli accordi tra mafiosi e politici, e i supporti massonici che fanno arrivare le “soffiate” preventive e aiutano i mafiosi a investire capitali. La mafia si incardina alla storia della questione meridionale: si è fatta garante dello scambio impari che ha ingrassato la borghesia del Nord. Scrive Santoro: «Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente». Un Paese «senza familismo, ricatti, sudditanza al più prepotente. Il merito, i diritti, la libertà di pensare». E invece è fondato sul privilegio, la sottomissione di chi non ha voce, lo sfruttamento, la corruzione che «pesa sulle spalle della povera gente». Gli abusi e i soprusi che ogni giorno offendono i diritti fondamentali del cittadino, portano a due reazioni: o rassegnazione, o ribellione. Avola si è ribellato diventando mafioso; Santoro combattendo il potere da giornalista scomodo. Lo spietato serial killer dei Santapaola e il giornalista italiano “simbolo dell’antimafia” finiscono paradossalmente per assomigliarsi!

Di Cosa Nostra si ripercorre l’evoluzione nel corso dei decenni: evoluzione anzitutto economica, perché fino agli anni ’70 i mafiosi fanno affari di “provincia” con l’agricoltura e la conversione di terreni agricoli in terreni edificabili, poi dagli anni ’80 subentra il traffico di droga, gli scenari diventano internazionali, il gioco si fa duro e sanguinoso; quindi antropologica, perché una volta i buoni e i cattivi «si potevano ancora distinguere» mentre oggi, come sostiene Avola, «non esiste più niente, non ci sono regole da far rispettare, Sicilia, onore, tutto finito (…). Esiste la convenienza, non la famiglia, come nella politica che non ci sono i partiti ma solo interessi personali»; infine politica, perché se prima la mafia camminava al lato dello Stato, poi diventa “antistato” dichiarando guerra aperta alle istituzioni, e oggi invece «è come se avesse deciso di sciogliersi», la guerra sembra finita. Che cosa è accaduto? Cosa Nostra si è dissolta nello Stato? È diventata semplicemente invisibile? Una risposta può forse venire dalla ricognizione della stagione terroristica e stragistica dei primi anni ’90, come reazione all’inasprimento delle leggi antimafia, ai processi che non si “aggiustavano” più, ai pentiti che, grazie al “teorema Buscetta”, diventavano autorità indiscusse dello Stato. La mattanza dei magistrati integerrimi, dopo i casi prodromici di Rosario Livatino e, a seguire, di Antonio Scopelliti, assume dimensioni iperboliche e clamorose con le stragi di Capaci e via D’Amelio, mediante cui Cosa Nostra intende gonfiare i muscoli dinanzi al mondo. Dopo i martiri di Stato (Falcone e Borsellino) è la volta di don Pino Puglisi «per dare un segnale alla Chiesa» che ha preso posizione con le tonanti parole di papa Wojtyla ad Agrigento. E poi gli attentati punitivi conseguenti alla trasmissione televisiva “Staffetta per Libero Grassi”: Maurizio Costanzo miracolosamente scampato alla bomba di via Fauro, e la villa di Pippo Baudo ad Acireale rasa al suolo. Lo stesso Santoro, dopo quella storica diretta tra il Teatro Parioli a Roma e il Teatro Biondo a Palermo, viene condannato a morte dalla mafia. E ancora, gli ordigni esplosi a Firenze (via dei Georgofili), Roma (San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano) e Milano (via Palestro). Giunge così a segno la linea dura decisa dai capimafia, riunitisi nell’estate del ’91 a Castelvetrano, per indurre lo Stato a più miti consigli. Un’altra terribile strage dovrebbe accadere all’uscita dello Stadio Olimpico di Roma, dov’è in corso la partita Roma-Udinese, il 23 gennaio 1994, ma per fortuna il telecomando della bomba fa cilecca. Tre giorni dopo, le bombe della mafia vengono disinnescate da una bomba mediatica e politica: Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”. Da quel momento Cosa Nostra, evidentemente contenta del governo Berlusconi, non spara più e non schiaccia più telecomandi: la piovra torna negli abissi. Un caso, oppure lo Stato ha trovato l’accordo? Impossibile non farsi la domanda. Così come è impossibile non dirsi che basterebbe uno Stato normale: «Il nostro Paese non ha mai conosciuto la normalità che deriva dal buon funzionamento dello Stato». E invece oggi, omissione dopo omissione, l’educazione civica si è abbassata a tal punto che gli onesti vengono emarginati e quasi costretti a vergognarsi!

Per battere definitivamente la criminalità organizzata, lo Stato dovrebbe smettere di somigliarle. «In questo modo potremo mostrare ai tanti ragazzi tentati dal seguire le orme di Maurizio Avola che esiste una strada diversa per conquistare il rispetto di tutti». Ma soprattutto occorre continuare a parlarne, non smettere mai di farlo. La luce della verità come antidoto alla mafia. I mafiosi sono vampiri, hanno bisogno di ombra. «Se la illumini, Cosa Nostra perde forza e potenza». Ecco il valore umanistico, oltre che civile, di un giornalista libero come Michele Santoro, rinvenibile attraverso uno dei tanti meriti di questo suo libro bellissimo, autentico, necessario.

Marco Onofrio

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È morto Antonio Debenedetti (Roma, 3 ottobre 2021). Ecco il “ritratto” che apre la monografia “Nello specchio del racconto” (2011), di Marco Onofrio. In memoriam

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Antonio Debenedetti è un uomo rigoroso. È questa l’immediata definizione con cui mi verrebbe, a tutta prima, di ritrarlo. E basterebbe già a distinguerlo dalla sciatteria e dal pressapochismo che “sorreggono”, oggi, le zoppicanti sorti della cultura, altrimenti satura di “esperti improvvisati”. Lui, no. Non lascia mai nulla al caso; se non quando gli serve per scrivere, il quanto che basta, abbandonandosi al mistero dei suoi doni e dei suoi incontri – destinati proprio a chi in genere non lo coltiva, non ne fa metodo – nelle “segrete stanze” del suo laboratorio creativo. Un uomo rigoroso: con gli altri, ma anzitutto con se stesso. Un asceta del mestiere letterario. La scrittura come pietra angolare di autenticità. Come strumento acuminato per saggiarsi, per modellarsi, per crescere: anche un po’ per darsi il tormento, per esigere il meglio di sé, dalla propria esistenza. Un meglio sempre relativo e perfettibile, che non contenta mai la matrice appunto incontentabile del cercatore. Anche perché, mentre pensa e si dice di averlo trovato, sta già alzando di un tot l’asticella: nuovo limite del salto nuovo che verrà. E così, prova dopo prova, questo atleta della scrittura che si allena per snellire il gesto creativo al limite della perfezione, cioè della sua essenza, fa della pagina bianca un campo di gara e di battaglia: un altare personale e laico di sacrifici, di rinunce, di esercizi spirituali: di sfide rinnovate con se stesso.

Andrebbe anzitutto evidenziato l’intellettuale che si annida e che traspira fra le pieghe dello scrittore. L’apertura e la portata internazionale della sua cultura di prima mano. Lo statuto di testimone diretto, di eventi, cose, persone – molti non sono più, e già a stento sopravvivono in memoria condivisa. Quest’ultima è quanto di più labile, oggi, malgrado i supporti e le immani possibilità di conservazione: sono tracce di gesso su una lavagna impolverata, che man mano sbiadiscono, sfumano, perdono risalto. Basterebbe verificare la cultura letteraria su un campione medio di studenti universitari, per rendersi conto di come è in genere illusorio dare per acquisito un certo patrimonio di conoscenze. Ebbene, Antonio Debenedetti è un emissario limpido, da fonti primarie non inquinate, di acque che non solo gli studenti ignorano, o non assaggiano con regolarità, ma di cui neppure manuali e libri di testo, spesso, recano traccia. E non si tratta soltanto di aneddoti, più o meno gustosi, ma degli echi di chi la letteratura l’ha respirata e l’ha vissuta fin da bambino, sino a farne vita e respiro, oltre che mestiere, anche da adulto. Dovrebbe scrivere una “Storia della letteratura italiana del Novecento”, Antonio Debenedetti, con il piglio felice e rammemorante che (risvolti edipici a parte) gli ha consentito di volgere in piccolo, delizioso capolavoro – Giacomino – il ritratto del grande padre. Da questo patrimonio vivo di ricordi strettamente intrecciati al proprio tessuto esistenziale (giorni, incontri e libri come parti di sé) emerge l’affabile e affascinante conversatore che molti hanno modo di ascoltare, in occasione di eventi pubblici o di interventi radiofonici e televisivi. Antonio è una miniera inesauribile.

È un uomo cortese, apparentemente socievole, talvolta timido: perfettamente a proprio agio in contesti culturali seri e stimolanti; piuttosto schivo, altrimenti, giacché refrattario da sempre alle fatuità cialtronesche dei salotti (che ormai, peraltro, non esistono più) e geloso della propria libera solitudine. Eppure, come ogni artista autentico, è anche abbastanza vanitoso. Potrebbe sembrare, benché di indole cordiale, piuttosto freddo e anaffettivo; ma lo è – se e quando lo è – per autodifesa dei propri sentimenti autentici, per interna fragilità, per esorcismo inconscio del dolore. Affronta, di solito, cose e persone con una certa tolleranza, ma diventa impaziente e può farsi brusco, spiccio di modi, quando capisce che qualcuno o qualcosa gli sta sottraendo tempo prezioso. Lui stesso si immagina e si definisce come una “corda di violino”: teso allo spasimo e sensibilissimo al tocco, dentro un’apparenza di grazia leggiadra, di limpida eleganza, di esile armonia. Sottile e lancinante come solo un violino può essere, quand’è suonato da un grande esecutore: come un dolore dell’anima, indefinibile, non localizzabile, ma acuto. Ed ecco allora quel suo essere inquieto, problematico, ipocondriaco, volubile, meteoropatico. Ecco spiegati i suoi repentini e imprevedibili sbalzi di umore, le svolte del pensiero, i cambi di rotta e volontà. Perennemente sospeso tra una quieta, distaccata signorilità, di ascendenza in parte aristocratica (lì c’è l’origine nordica, russa e piemontese) e una pugnace gagliardia di borghese implicato nel fare, appassionato nel contendere (lì c’è il giornalista che ha lavorato per vivere), e che nel parlare e nello scrivere si compiace talora di sorprendenti aperture popolaresche, di uomo concreto che non teme la battuta sapida di spirito, la replica diretta, corposa, spoetizzante, o anche il turpiloquio in via confidenziale, se necessario all’efficacia e alla prontezza espressiva (lì c’è il romano acquisito, nonché l’ammiratore della cultura romana e romanesca).

«Era proprio così che diceva Teresa, interpellando fragile come una tortora e suadente come una mignotta il marito della sua migliore amica!» (Un giovedì dopo le cinque, 2000, p. 22)

Dalle fessure lampeggianti dei suoi sguardi sornioni si ripercorrono, a doppio binario, tutte le stazioni intermedie fra gli estremi termini della dolcezza e dell’irritabilità. Antonio Debenedetti vigila con tagliente lucidità tutto ciò che lo circonda, ma lo fa senza parer di nulla. Ed è contraddittorio come un gatto: distaccato e appassionato, razionale e irrazionale, rigido e flessuoso, abitudinario e imprevedibile, domestico e selvatico al contempo. E rivendica il diritto di contraddirsi, ma anche di contraddire a sua volta, semmai, questa tendenza, nella più specchiata e lineare coerenza di stile, di pensiero, di comportamento. Vive le cose a cavallo dell’aporia che in genere le fonda, e che le manifesta, nella loro naturale complessità, agli sguardi acuti e intelligenti. Sempre sospeso tra le opposte equivalenze, ancorché deciso e fermo, fin oltre la crudeltà, nel dirimere a un certo punto il nodo e perseguire in fondo la sua scelta. Il pessimismo della ragione lo rende talora scettico e amaro, disincantato; l’ottimismo della volontà lo accende spesso di entusiasmi. Che però sono brevi come fuochi di fiammiferi. Accensioni estemporanee che si spengono in delusioni continue che peraltro non lo scalfiscono, non ne minano l’indipendenza del giudizio, e su cui passa indenne come attraverso macerie di sé. La sua percezione del tempo è costellata di “tuffi spezzati”. Preferisce tuttavia appartenere alla schiera dei “rari e insoddisfatti”, piuttosto che dei “mediocri e sazi”. È sempre alla ricerca, anche quando legge, di un “gioco” che lo possa divertire, scongiurando la minaccia incombente della noia e appagando, invece, la sua innata, famelica curiosità intellettuale e umana. Un gioco all’altezza dei suoi occhi accesi da ragazzo: in grado di mantenerli accesi. Ma non è affatto facile trovarlo. E allora finge di rassegnarsi alla quieta disperazione della prosa quotidiana, collezionando ferite, trafitture, delusioni, ma confidando ancora nella speranza non sopita e non pentita di trovarlo davvero, un giorno, quel gioco meraviglioso capace di divertirlo come non mai, per sempre.

Marco Onofrio
(da Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti, 2011, pp. 9-12)

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“La Biblioteca di Alessandria”, di Dante Maffìa. Lettura critica (anteprima del saggio “L’officina del mondo”, di prossima pubblicazione)

È l’indiscusso capolavoro tra i capolavori poetici di Maffìa, la sua opera più breve, distillata, assoluta. La verità storica di un fatto accaduto nell’antichità (l’incendio della biblioteca di Alessandria d’Egitto) che segnò la tragedia della cultura classica e la fine irrecuperabile di tanti testi, rivive 20 secoli dopo nella ricostruzione immaginaria ma verosimile di un poeta contemporaneo, appunto Maffìa, che coglie con intuizione geniale l’opportunità di innestarvi retrospettivamente l’essenza del futuro rifiorito e maturato dopo quella catastrofe. Prova ne sia, ad esempio, il “modello Spoon River” adottato (come già ne Lo specchio della mente) per entrare direttamente in medias res – senza veli retorici o inutili giri di parole – attraverso quattordici “confessioni” postume, sotto forma di testimonianze in prima persona da parte di scrittori immaginari che persero nel rogo le proprie opere. I nomi fittizi e intercambiabili hanno la stessa valenza del milite ignoto: rappresentano tutti la stessa figura simbolica fondamentale, sono tutti lo stesso “scrittore” (una sorta di macro-autore collettivo) al di là delle possibili differenze originarie. E questo passato immenso, filtrato alla luce del suo futuro – via via, fino al nostro presente – è indicativo di come Maffìa consideri le epoche tutte contemporanee e reciprocamente inscritte, come cerchi concentrici in perenne dialogo; al punto che ogni attimo contiene il passato che lo precede e, simultaneamente, il futuro che lo seguirà. Ecco perché la sua poesia tende al «canto perenne, che insegue la memoria e sfida la morte e l’oblio», come scrive magnificamente Mario Specchio in Prefazione.  

Tutto ormai è compiuto: gli scrittori parlano dall’eternità, ricordando un fatto che nessuno – neanche una divinità – potrebbe cancellare e far sì che non sia accaduto. L’incendio è metafora della barbarie sempre incombente nella civiltà, ovvero della furia devastatrice che può scatenarsi ogni momento nella vita e nella storia, minacciando «l’uomo e la sua sopravvivenza» (Specchio). L’ammonimento continuo da un lato eleva la cultura come baluardo da opporre al caos; dall’altro incita la cultura a imparare dalla natura e – in ultima analisi – a risolversi in essa, così come fa Maffìa nelle sue pagine dolenti ma limpide e immediate, senza perdersi negli acquitrini dell’erudizione (di cui, dato il tema, c’era il rischio concreto). Infatti, come dice a un certo punto Lemmonio Minasica, «saranno eliminate, non avere dubbi, / soltanto le opere prive di vita, le altre / saranno il perenne fluire / della vita nelle parole». 

Un potentissimo versante simbolico dell’opera è quello relativo alla dissolvenza, all’imbuto del tempo che fa della storia universale una vicenda infinita di sparizioni, ablazioni, rimescolamenti, «città sparite» che «cadute nell’ombra s’impastano / a nuvole» dentro l’inarrestabile metamorfosi del mondo. Ecco la pietra tombale del silenzio, la protervia dell’orrore, la «libidine del Nulla e dell’Assenza», la tenebra dopo gli squarci di luce e la «crapula del Niente». Che cosa resta di tante voci, di tante storie, di tante civiltà? Sparisce tutto? Sembra di sì: «La Storia è finita nei tombini delle stelle, / non ha più bocca e ventre». L’inceneritore cosmico in cui l’Essere si auto-fagocita per rinascere e riprodursi, continuamente nuovo, non smette neanche un attimo di funzionare. L’emorragia è perenne, qualunque voce viene divorata dal silenzio: «il suono avvampa rapinoso e scende / nel mare sinuoso del non detto. / Un giorno tutti saremo nel non detto / esile orma d’un pensiero spento». Eppure quel «fiume straripante d’immagini e d’idee» che fu l’esistenza vissuta e perduta può ricomporsi, come in un «sordo borbottare» negli «avanzi dei ricordi» che ognuno degli scrittori, per così dire convocati in scena, può testimoniare dal proprio punto di vista. Per esempio nel “Controcanto” che anticipa le 14 apparizioni:

Nel cuore del giorno s’aprì un diluviare
di fiamme e scardinò le porte. In un lampo
morirono tutti, custodi e lettori,
carbonizzati i topi, i lepismi ed i ragni
.

Oppure Casibulo Deondenes (il terzo della sequenza):

Il fuggi fuggi. Chi usciva coi tomi
veniva fiondato da una freccia e cadeva
sulla soglia. Quanti morti coi rotoli in mano
avvolti dall’odore della pergamena.
Il rosso crepitare impestò l’aria
per giorni e giorni
.

O Zacosio Bifrantos (il quarto), che rivive tutto come allora:

Vedo. Io vedo. Le fiamme gridano
sbavando senza ritegno fino all’ultimo piano
.

O Remunero Stagistocos (il sesto):

L’acqua
arrivò troppo tardi, non ci fu scampo
(…).

La costante che accomuna queste voci è il rimpianto eterno per le opere perdute (il dramma sarebbe stato meno atroce dopo l’invenzione della stampa e la riproducibilità tecnica dei testi), di cui «ancora / nel fondo dei mari le sirene piangono», e quindi il tentativo disperato di riscrivere le pagine a memoria, che portò anche ad esiti fatali:

Per mesi ho poi tentato
di tornare a scrivere, alla fine ho deciso: una dose
di cianuro
. (Animosos Cautelo)

O comunque irreversibili:

Io invece
sono morto ebete a forza di tentare
di riscrivere ogni opera capitolo per capitolo
. (Efrito Cacasipulos)

Un’altra costante è la consapevolezza della scrittura come unica ragione di vita:

Senza i miei libri
niente aveva più senso
. (Animosos Cautelo)

E ancora:

Non ero mai esistito. Senza i miei libri
ero niente
. (Casibulo Deondenes)

La biblioteca divorata dal fuoco non allude soltanto alla fine dell’umanesimo, sempre possibile come rischio e realmente sperimentata da noi contemporanei, così come dagli antichi che vi assistettero e ne subirono le conseguenze («Da quel giorno il trionfo dello zero! / (…) distrutta ogni patria, / ogni pensiero, distrutte le pietre miliari»), ma è anche simbolo profondo della cultura assorbita da Maffìa (migliaia di libri letti, studiati, vissuti e fatti carne) per estrarne un lievito di naturalezza così illuminante da far sembrare la scrittura un “evento” della vita che si compie. Non a caso, identificandosi con gli scrittori che vissero quella tragedia e con ciò che provarono e vengono a raccontare, Maffìa può affidare alle loro parole alcune confessioni indirette (e forse involontarie) di poetica, particolarmente rivelatrici del suo universo creativo ed umano:

(…) ero riuscito a scandagliare / le ragioni del possibile e avevo saputo / sulle tracce dei padri innestare il futuro. / Ogni mio verso un grido degli dei / che amplificava la vita e allontanava la morte. / (…) nei miei versi cresceva l’infinito.

Storie / che mi nascevano da dentro, / mi tendevano agguati o gridavano / tenerezza e volevano diventare / specchio del mondo, anima che vive.  

Nei miei libri era la sintesi del senso, / il seme della crescita che apre / albe infinite.

Per decenni infaticabilmente, ricercando, / scrivendo e riscrivendo, distillando carte / infinitamente, scavando nel passato, / dentro di me, arrivando a scalfire il segreto / dell’eternità e del mistero / (…) Io distrassi molte cose dalla morte / (…).

Sono cose che dicono i vari scrittori, ma in realtà le dice Maffìa: anzitutto a se stesso. Chiedersi dove le fiamme hanno portato le parole che erano scritte sulle pergamene equivale a chiedersi «quali segreti / si nascondono nel guado delle stelle». Gli scrittori e i loro ricordi, che Maffìa resuscita dall’oblio, son diventati parte dell’eternità, anzi: si sono mescolati al mondo, sono «anima del vento che non si ferma mai, / sostanza d’azzurro, linfa delle piante». Questo perché “Giubilo della rinascita perenne” potrebbe essere il titolo di tutti i suoi titoli; e «si riparte, si riparte sempre» il logos della forza universale, il motto stesso della Fenice che risorge dalle ceneri, dopo il grande fuoco. Il sogno dell’uomo è interminabile, si autoalimenta e si rafforza con le sue cadute e le sue momentanee sconfitte: «Non finirà la promessa della renovatio». E allora i libri di Alessandria, così come miliardi d’altre cose, non sono andati perduti ma appartengono alla memoria del mondo: «sono custoditi / nel mio cuore che li rubò a una stella» perché in realtà

Non si perde mai nulla.  

Marco Onofrio
(dal saggio inedito L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa,
di prossima pubblicazione)

 

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“Azzurro esiguo” letto da Emanuela Dalla Libera

Azzurro esiguo cop-2

Ci sono il finito e l’infinito, l’immenso e il circoscritto, il cielo e la terra, la vita e la morte, “l’azzurro esiguo e l’universo tutto nero”, c’è insomma la vita in tutte le sue sfaccettature in questa nuova raccolta poetica di Marco Onofrio, Azzurro esiguo. C’è un viaggio nel vivere, orizzontale e verticale insieme, un viaggio della coscienza cui è sotteso un già compiuto viaggio nella conoscenza, quella acquisita nel tempo vissuto che diventa luogo di partenza e di ritorno in un circolare movimento che parte dalla nascita di sé e dell’universo e approda alla morte, di sé, attraverso il padre (“io sono in te un’unica persona”, “abiti ogni mio respiro”) e, ancora, dell’universo. Da tutto questo emerge costante un “resistere e sperare” in cui si sostanziano lo sguardo, il canto, l’amore. L’amore soprattutto perché “il tuo amore è un’arca” e nella precarietà e talora insensatezza del vivere compare a caratteri cubitali “solo una domanda: HAI SPESO LA TUA VITA PER AMARE?”. E una risposta “È soltanto per amare / che abbiamo avuto un corpo, / che esistiamo”. E ancora: “Abbiamo bisogno di amore”. E se l’amore è l’àncora del nostro vivere, non mancano nella poesia di Onofrio momenti di dichiarata incertezza in cui il vivere è percepito con una precarietà costante, con una incolpevole incapacità di comprendere (“la bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato”) e l’universo viene sentito come “un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia” e “ogni mattina il mondo esce, stentatamente / da un oceano impenetrabile di nebbie”. Il dolore finisce per essere l’unica certezza che appartiene all’umanità e all’intero universo (“dirompe dentro gli alberi il dolore”), un dato inconfutabile che permea l’esistenza intera e sembra approdare a un pessimismo cosmico di leopardiana memoria (“Ecco la storia del mondo! / È il cimitero dei sogni / questa montagna altissima / di cenere / a cui ci aggiungeremo dopo morti”), lenito appena da una fievole bellezza (“La galaverna traccia i suoi ricami”). Al dolore conduce necessariamente anche il carattere effimero dell’esistenza (“Neanche il tempo di aprirsi / e si inceneriscono le rose”), la frammentarietà delle realtà e il loro inesorabile finire (“Il guscio trasparente dello spazio / si rompe nel polverio dei giorni”). Da qui il nascere di una forte tensione spirituale, l’ansia di possedere la verità del mondo (palese in CHI È?), la ricerca di un varco (Varco, appunto è il titolo di una delle poesie) che porti al superamento della materia, a possedere l’irraggiungibile (“Che voglia di vedere all’orizzonte!”), tensione spirituale che si scioglie in un atteggiamento estatico perché “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura” e “il sangue () / riempie di ringraziamento / il canto senza tempo / del mio amore”. Il superamento della condizione terrena si materializza nel sogno perché solo nel sogno si può arrivare “al centro inabitabile del cielo”: solo lì sarà possibile possedere il delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo” e “vedere l’esistenza con gli occhi / stessi della divinità”. C’è ancora, nella poesia di Onofrio, una sorta di religiosità, di sentimento del sacro, che si sostanzia nella certezza che “l’anima non va dispersa”, nella fede nella bellezza, bellezza che è anche della stessa poesia perché “la poesia ci consola / delle parti di noi / che non tocchiamo più”, e l’amore per la vita diventa “sconfinato”. Bellezza è la felicità che sta “nelle cose minime essenziali”, e che non sempre riusciamo a cogliere (“Troppo spesso siamo già felici / e non lo sappiamo”), ribadendo ancora con questo il nostro angusto e imperfetto vivere. Nella precarietà e indefinitezza del tutto, nel carattere ingannevole di ogni cosa, (“È tutto illusorio, / tutto perdutamente vero/ ciò che esiste”), c’è infine l’anelito all’eternità, al pensiero, che diventa bisogno, che tutto si ricomponga in un altrove, se non di questo mondo, almeno del nostro sentire, perché è nel nostro sentire che le cose sfuggono alla tirannia del tempo e alla loro caducità. L’eterno esiste e ha una porta a cui bussare, esiste nei sospiri d’amore che nella memoria si ricompongono e cessano di essere separati, esiste nella foto del padre, struggente modo per dichiarare che nulla finisce davvero se anche solo un’immagine riesce a perpetuare negli altri un tratto del nostro cammino in terra.

Emanuela Dalla Libera

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“L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei”, di Sabino Caronia. Lettura critica

beatrice

Ideale viatico per la lettura di questo bellissimo patchwork di “percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (L’ultimo sorriso di Beatrice, EdiLet, 2020, pp. 272, Euro 17), scritti e raccolti da Sabino Caronia, potrebbe essere il «magistero di Leopardi, la sua parabola» che, come scrive Stefano Verdino, «consuma una disabitazione del mondo» realizzando «il suo senso drammatico della trasformazione, tra “vicissitudine e forma”, estrema naturalezza ed estrema coscienza critica, in vista di un indicibile traguardo metafisico». La Weltanschauung che presiede ai saggi di alta critica letteraria sapientemente assemblati nel volume, scaturisce da una frattura originaria. «Tutte le corde, sotto il plettro, si ruppero» canta un desolato D’Annunzio giovanile. L’Armonia dei tempi mitici si è spezzata per sempre, e con essa si sono disperse e dissolte le Grandi Narrazioni. La Verità non più data o rivelata come un dono da raccogliere, a guisa di perla dentro la conchiglia, ma demandata alla ricerca di ogni singolo individuo, escluso per sempre dalla pienezza di quella ancestrale contiguità. Lo snodo fondamentale del libro è, infatti, il rapporto tra verità e letteratura. Il problema della verità è quanto mai attuale, come sta drammaticamente mostrando il caos mediatico e cognitivo ingenerato dalla pandemia, in un mondo che la globalizzazione digitalizzata aveva già da decenni reso assai complesso e per molti versi incomprensibile. Come nota Cesare Cavalleri, il problema «non è conoscere le notizie, soprattutto quello che conta oggi è avere un filtro, dei setacci per orientarsi nel mare magnum dei fatti e delle informazioni». Che cos’è la verità? chiede Pilato a Cristo. E Cristo non risponde. Lo scrittore risponde con le opere, se intende il proprio operato come adempimento di una “vocazione religiosa” sia pure esercitata in ambito laico. Infatti, scrive Caronia, «si sarebbe tentati di rispondere» che la verità è la letteratura. Ma allora la letteratura è chiamata a farsi, e ad essere, verità. L’arte, in chiave metafisica e teologica, è verità per se stessa poiché tende di sua natura a superare i limiti, a rompere gli schemi, a rappresentare l’infinito e l’eterno. Se la verità è bellezza, la bellezza è anche – a sua volta – verità. Con le parole di Franz Kafka («La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità») e di Guillame Apollinaire («I poeti non sono soltanto gli uomini del bello ma anche e soprattutto gli uomini del vero»), vien fatto di rievocare il mito degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. A tal proposito, giova anche ricordare la doppia versione del mito di Orfeo, quale incantatore di fiere o, d’altro canto, ribelle sabotatore e annunciatore dello spirito tragico. Engaño y desengaño, ovvero: incanto (addormentare la coscienza vellicandola con cose dolci) e disincanto (pungere la coscienza per svegliarla e spingerla al cambiamento). Si potrebbero distinguere intere generazioni di artisti, assegnandoli a ciascuna delle due chiavi estetiche fondamentali. Tra le quali si barcamena il critico letterario, con il suo “triste mestiere” che, come nota Giacomo Debenedetti (sua la definizione), viene «scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi scrive e del tornaconto di chi pubblica», quando invece il critico «scrive per sé, per servire alla propria verità».

L’avventura intellettuale incarnata in questo libro può essere idealmente rappresentata dal seguente passo del romanzo Il Quinto Evangelio (1975), di Mario Pomilio, citato con altri intendimenti da Caronia a proposito dei libri di Stanislao Nievo: «Scopre soprattutto che in ogni epoca ci sono stati altri uomini, santi, eretici, ribelli, credenti e non credenti, che al pari di lui hanno speso la vita nella medesima ricerca. Attraverso le loro biografie ne vede riemergere le attese, le illusioni, l’evangelismo, le passioni, i dissensi, talora i drammi. E lui stesso, a contatto di tutto ciò, si trasforma: la sua ricerca, da filologica che era, diventa a poco a poco una ricerca religiosa, la sua avventura, da puramente scientifica, diventa un’avventura spirituale». È proprio così che accade al Caronia scrittore, specie nelle vesti di serio studioso e raffinato critico letterario, quale egli è. La fedeltà alla vita e alla sua eterna, complessa, inafferrabile polifonia. Come Salvatore Quasimodo: dalla “poetica della parola” alle “parole della vita”. «L’essenza della poesia», riconosce Caronia, «non esiste se non in quanto si cala nell’esistenza». Ecco dunque il suo metodo critico-biografico dove la pagina, come la vita, è appunto una polifonia che sintetizza echi da ogni tempo e luogo, con citazioni puntuali, appropriate e sempre “chirurgiche” (la prima qualità del critico è nella capacità di selezione). Tutto risulta utile, in teoria, all’analisi che si va costruendo man mano sulla pagina, con implicazione totale dell’uomo e del saggista: naturalmente i testi, consultati sempre di prima mano, e poi le biografie, i carteggi, le rassegne bibliografiche, i contesti storici, filosofici, scientifici, i mitologemi, i portati antropologici, i contenuti psicanalitici, ecc. Dall’insieme scaturisce un confronto assai fruttuoso di voci messe in dialogo. Un incontro costruttivo di esistenze, a cominciare dalla propria. La critica come autologia e scansione autobiografica: servirsi dei libri e degli autori come “specchi” per capire meglio se stessi e raggiungere la propria verità. Ecco spiegato perché Caronia entra in scena direttamente, facendosi deuteragonista delle cose di cui racconta e ragiona, mettendosi in gioco senza filtri. Si leggano, qui di seguito, alcuni esempi: 

«Ricordo il mio primo incontro con Bassani, avvenuto il 7 aprile 1983 nell’Aula Magna del Convitto Nazionale, alla presenza del preside e degli alunni dell’Istituto magistrale Isabella d’Este di Tivoli.»;

«Sbarcato da un volo della British Airway all’aereoporto di Heathrow mi sto dirigendo verso la città in taxi ed osservo e a proposito della misura architettonica di quelle basse costruzioni come di un villaggio ai margini di un bosco mi vien fatto di richiamare le considerazioni dell’autore del Gattopardo in una sua lettera da Londra, datata 5 luglio 1927»;

«Ogni estate in bicicletta, da Terracina, percorro la vecchia Appia sulle orme di Paolo di Tarso, e, costeggiando l’Amaseno, il fiume legato alla memoria della vergine Camilla, arrivo a Fossanova e mi fermo proprio davanti alla chiesa di Santa Maria. Entro.»;

«Sappiamo che nel 1272 Tommaso è a Firenze in Santa Maria Novella dove Dante con ogni probabilità lo vede. Proprio la visione notturna di Santa Maria Novella, una sera, alla stazione di Firenze, di ritorno dall’ospedale di Pistoia dove, dopo l’ictus, era stato ricoverato mio padre, si collega per me alla figura di san Tommaso».

Un incrocio di ricordi, sguardi e prospettive che produce la scrittura in tessitura di umane presenze, riaffermando il valore umanistico della letteratura come vita, come esperienza continuamente verificabile, come palpito caldo di autentica conoscenza. Dalla parte dell’incanto gioca soprattutto l’esplorazione del Mito, tipica peraltro della scrittura (anche narrativa) di Caronia. Per esempio la nostalgia dannunziana dell’estate nella sua fase morente («E un’ansia repentina il cor m’assalse / per l’appressar dell’umido equinozio / che offusca l’oro delle piagge salse» – “La sabbia del tempo”, Alcyone) che corrisponde al rimpianto dell’Ellade perduta (l’uomo moderno depauperato della divina armonia), e quindi all’eco immemoriale di un’infanzia eterna, fuori dal tempo. Anche Quasimodo, scrive Nicola Cimmino, sogna talvolta «un mondo felice nel quale rifugiarsi fatto di dolci ricordi, di miti stagioni, di cieli profondi, di paesaggi infiniti, sogno che talora la vita rafforza con l’intensità del vissuto e il fulgore dell’amore». E così anche Luigi Santucci, quando rievoca l’inebriante profumo dei tigli che segnava, a giugno, la chiusura delle scuole e l’inizio della «cara estate delle vacanze». Prefigurazione di un substrato più profondo, dove si annida la nostalgia del paradiso prenatale, il regressus ad uterum verso l’impossibile rinascita, la strada interrotta che conduce al preformale, l’inconscio, la fluidità ancestrale del liquido amniotico. Ecco D’Annunzio, Luzi, Tomasi di Lampedusa, Santucci, e anche Aldo Moro (cui Caronia ha dedicato uno splendido romanzo), qui ricordato per la sua caratteristica “sindrome da scirocco”: «Abbiamo davanti agli occhi le foto di Moro nella “prigione del popolo”, quella espressione di stanchezza e di noia con un baluginare di ironia, quella piega dolceamara sul labbro, al margine sinistro della bocca, quello sguardo in cui era possibile leggere i segni di un male antico come gli uomini della sua terra. Era la sindrome da scirocco, la sensazione di una violenta e gratuita fuoruscita dalla monade, di un trapasso improvviso da una condizione di immobilità, la nostalgia di un tempo stabile, di una impossibile regressione, quella tentazione del grembo materno e della morte che rimanda al trauma originario, al trauma della nascita». Laggiù, in fondo a quella «luce di un ricordo lontano» (Corrado Alvaro), c’è la freschezza viva della matria, la patria perduta di terra e mare, dove vige – nella coincidenza orfica degli opposti – la dimensione panica della natura. È la mente estatica, la felice condizione di immersione nel grembo del mondo (culla e insieme tomba, questo è il mare) che Mario Luzi cattura in una similitudine indimenticabile: «come pesci in un’acqua luminosa». È il sentimento oceanico a cui Freud accenna ne “Il disagio della civiltà” e che, estratto dal contesto originario, può richiamare il naufragio cristiano nell’oceano sconfinato di Dio: sia nel rapimento dell’estasi, sia negli attimi estremi del trapasso. Quello intrauterino è uno «stato di grazia, uno stato estetico. Il feto, nel seno materno, nuota e danza nel liquido amniotico come una piccola foca, al ritmo del suo piccolo cuore e della musica cantilenante della voce materna, di cui gli giunge come una lontana, rassicurante vibrazione. In principio è la musica e la danza. Poi verrà la visione, l’immagine e la forma, di cui il seno materno resta un modello perfetto. E con la conoscenza avrà inizio il desiderio. Il desiderio desiderante, il desiderio originario, senza scopo e senza oggetto, scoprirà quindi a poco a poco la realtà del proprio desidero. Ma quella musica, quella danza lo perseguiterà per sempre, come un paradiso perduto».
Dalla parte del disincanto gioca la tensione conoscitiva alla verità. Ecco la linea narrativa Silone-Sciascia. L’umanesimo socialista e l’umanesimo cristiano chiamati a dialogare, ricercando insieme una possibilità di accordo sul terreno comune della coscienza critica e della dignità dell’uomo. Pietro Spina, il protagonista del romanzo di Silone “Vino e pane”, segna «la riscoperta dell’eredità cristiana nella rivoluzione sociale moderna» per una «fondamentale equazione fra coscienza cristiana e coscienza democratica». Insomma, «Cristo è ancora e sempre in agonia sulla croce», e la sua sofferenza «continua in tutti coloro che servono e patiscono l’ingiustizia». Viene anche evocata la differenza che Santucci segna tra il “così è” del regno di Dio e il “come se” del regno dell’uomo: «… il così è è il regno di Dio, la sua paterna prepotenza, il come se è il regno dell’uomo, la sua risorsa, la sua furbizia napoletana. Bisogna che lo freghiamo scombinando le sue regole; è la Sacra Scrittura a insegnarcelo: “Quelli che hanno moglie come se non l’avessero, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che possiedono come se non possedessero”…». Ecco quindi il tema-cardine della pace, strettamente legato a quelli della giustizia e della verità. Ma il libro è ricchissimo di prospettive che si aprono l’un l’altra lo scenario. Fra gli altri temi che emergono: la “teologia della tenerezza”; lo stupore, l’inesauribile meraviglia per tutto ciò che esiste; la scoperta dello straordinario nell’ordinario, da cui l’amore per le “piccole cose” che poi piccole non sono (come ad esempio le “cose belle” per Aldo Moro: «non erano altro che lunghi giorni sulla spiaggia a Terracina, notti in cui solo lui sapeva calmare i timori della figlia prediletta, e piccole avventure fatte di brevi scappatelle di padre e figlia insieme a prendere un gelato o un paio d’ore al cinema», sicché per qualche tempo, durante la prigionia, «aveva fantasticato di poter essere di nuovo a Terracina al ritorno della bella stagione, di camminare ancora sulla spiaggia con Luca e dare uno strattone a lui e al suo gommoncino»); le rondini per Mario Luzi (lo affascinavano come accordo esaltante di libertà e necessità, che nell’uomo invece sono in rapporto drammatico: vanno dove vogliono entro l’ordine loro assegnato dalla natura, che è quello di volare, e volare in quel modo); il tempo dell’anima, che è l’eternità; la bellezza in fuga (la grazia e il mistero sono sempre sul punto di scomparire, come scrive Cristina Campo, ma questo rende la percezione delle cose ancora più preziosa e struggente); la speranza, l’attesa di un “supplemento di rivelazione” che ci sveli finalmente ciò che non riusciamo a vedere con i nostri poveri occhi mortali, ecc.

Il libro, che ha anche il merito di riproporre all’attenzione autori validi e ingiustamente dimenticati, come appunto la Campo, Elio Fiore, Margherita Guidacci e Biagia Marniti, si articola in due sezioni, di dodici saggi ciascuna. Per la poesia il titolo scelto è “La ferita dell’essere”, che è un verso di Luzi, a significare il trauma che ci ha estromesso dalla contiguità con il mondo delle origini, ma anche la letteratura come risarcimento di uno scacco patito: quello stesso di nascere, oppure qualcosa che accade o purtroppo non accade nel corso dell’esistenza (per esempio la Commedia come compensazione dell’amore negato a Dante da Beatrice: lo slancio infinito verso la bellezza, del resto, ha tutte le caratteristiche di una pulsione inibita alla meta, Orfeo docet, ma si pensi anche al titolo del libro, allo struggente “ultimo sorriso” che segna il commiato eterno di Beatrice – Paradiso, 31, vv. 91-93: «Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò all’etterna fontana» – intorno a cui si intrattiene a riflettere Jorge Luis Borges e, sulle sue tracce, Caronia nel saggio conclusivo ed eponimo della raccolta). Per la narrativa il titolo è “Un atomo di verità”, tratto da una lettera di Moro a Riccardo Misasi: «Datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e sarò perdente». Altro mondo, altra Italia. E riflessioni universali senza fine che il libro ci aiuta a recuperare, liberando «il senso vertiginoso, insondabile e metastorico della dimensione spirituale dell’uomo» (il «senso del mistero, del limite della conoscenza umana, il presentimento di un’immensa zona di realtà e di verità che sfugge all’intelligenza umana e verso la quale tuttavia è diretta una segreta aspirazione dell’uomo») e riportando al centro del villaggio globale, ora purtroppo anche pandemico, la maestà della vita coi valori perenni, ormai obsoleti in questa società che guarda ottusamente solo all’utile immediato – da cui la celebre distinzione che Moro faceva tra “politico” e “statista”. «La perdita del sentimento del sacro, la scomparsa dell’uomo, l’eliminazione del “centro” della vita, come amava dire lo stesso Testori, e le parallele conseguenze, la sottomissione alla mentalità dominante, la moralità della vita pubblica, la schizofrenia caratterizzante i rapporti interpersonali», ecc. Scriveva Robert Musil: «L’uomo non c’è più, ne rimangono soltanto i sintomi». Ma sono sintomi nonostante tutto grandiosi e confortanti, aggiungo io, se la cultura è ancora in grado di generare libri straordinari come questo, grazie a cui Sabino Caronia si consacra ad autentico maestro della letteratura contemporanea, e non solo.

Marco Onofrio

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Il primo live de “La cenere dei Sogni” su “Il Caffè dei Castelli Romani” del 26 agosto 2021

4 agosto, Il caffè

Ha suscitato grandi emozioni e ottenuto un meritato successo la prima esecuzione dell’audiolibro musicale “La cenere dei Sogni”, di Marco Onofrio e Valerio Mattei, lo scorso 4 agosto, presso la Sala Lepanto di Palazzo Colonna, a Marino. L’evento si è svolto con il patrocinio del Comune e ha visto una nutrita partecipazione di spettatori (la Sala era gremita, al netto delle limitazioni anti-Covid) che, opportunamente distanziati, hanno assistito con attenzione – nonostante le mascherine – alle due ore abbondanti della sua durata. Lo spettacolo è stato concepito come un recital di “consapevolezza umanistica” integrato a musiche e canzoni (contenute nel cd “La cenere dei Sogni”) che interagiscono con alcuni video, per l’occasione proiettati sullo schermo della Sala da Andrea Fabriziani e Martina Michelangeli, in cabina di regia, con Luciano Saltarelli al controllo delle luci di scena. Dopo un’anteprima discorsiva già parecchio emozionante, dove Onofrio ha introdotto gli altissimi temi del recital – evidenziando soprattutto l’urgenza di quello ecologico – anche grazie agli splendidi interventi musicali di Mattei (chitarra acustica e voce), c’è stato il contributo critico di Paolo Di Paolo che ha parlato, da par suo, dell’originalità della scrittura di Onofrio e della perdurante attualità del suo “Emporium”, il poemetto di “civile indignazione” da qualche mese trasformato, appunto, in audiolibro musicale. A quel punto la serata è entrata nel clou: Onofrio ha recitato con veemenza e passione le parole rabbiose e salvifiche di “Emporium” (un atto d’accusa contro l’invadenza del profitto in ogni ambito della società contemporanea e contro l’alienazione indotta dal sistema del lavoro, specie nelle aziende, dove però la cenere della disperazione non impedisce alla pianticella della speranza di rifiorire ostinatamente, malgrado tutto e tutti), e Mattei ha “risposto” suonando e cantando le sue bellissime canzoni, alternate ad alcuni temi strumentali ideati dallo stesso Onofrio. Molto efficaci gli stacchi determinati dai video, ovvero i discorsi di Greta Thunberg all’ONU, di Charlie Chaplin (dal film “Il grande dittatore”) e di Martin Luther King (il celebre “I have a dream”). Sorprendente il passaggio in cui Onofrio, sottraendo per un attimo l’arte a Mattei, ha cantato (bene) un frammento tra i più alti e intensi del suo lavoro: «Un uomo è un uomo / sotto ogni cielo / perché ogni cielo è / il Cielo / ed ogni uomo è / l’Uomo». Insomma uno spettacolo davvero bello e suggestivo, che ci si augura venga replicato a lungo e portato anche nelle scuole.

P. G. 

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“Passeggiate romane”, di Dante Maffìa. Lettura critica

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Alla sua città di elezione Dante Maffìa dedica, dieci anni dopo l’arrivo dalla nativa Calabria e cinque dopo la laurea in Lettere, conseguita alla Sapienza presso la cattedra di Gaetano Mariani, Passeggiate romane (Lecce, Capone Editore, 1979, pp. 104), un libro di amore disturbato dove la riconoscenza è mescolata all’inquietudine e la familiarità allo spaesamento. La rappresentazione delle cose vi nasce da uno sguardo “laterale” naturalmente attratto da percorsi desueti: infatti si autodefinisce «viaggiatore curioso / delle cose insignificanti».

A Roma, per esempio,
ho contato i balconi
di ogni strada.

Ne scaturisce una Imago Urbis originale, personale, non oleografica benché, sin dalla composizione di apertura, scriva ammonendo: «Anche tu sei stato ingannato / dai luoghi comuni». In realtà la percezione è mossa, liquida, leggera, come alterata da ebbrezza: obbedisce ai palpiti di una innocente, barbarica vitalità che lo fa scrivere con il polso caldo, seguendo un filo di sensazioni estemporanee e illuminazioni improvvise. Passeggiate romane è appunto il libro di un “barbaro” a Roma, anzi di un greco sibarita: il provinciale inurbato che mostra le “stimmate” della sua permanenza e i tentativi impacciati e disarmati di prendere le misure, adattarsi, ambientarsi, anche se – così scrive a un certo punto, rovesciando l’imbarazzo – «i monumenti sapevano del mio arrivo». L’immensità di Roma è un infinito spazio-tempo che “non cape”. Città già diventata metropoli, di «troppi / poeti, di nenie maliose» che invischiano la chiarezza dello sguardo, corrompendo la purezza originaria. «Qui il tempo dappertutto è un irrisolto / quesito»:

(…) Perciò
resto in disparte, guardo,
e solo a volte avverto il movimento
del mare nelle strade colme.

Roma è così spiazzante che può condurre anche a perdersi, o a perdere la parola. Ma lui tiene stretto un «filo d’Arianna» per tenere botta al labirinto, così durante il lungo cammino per i luoghi romani può ricapitolarsi ungarettianamente dalle origini e, traendola dalla propria stessa innocenza, riabbracciare la «memoria». Un modo per non smarrirsi è privilegiare tendenzialmente il centro, sia pure con sguardo eccentrico, poiché appunto Maffìa viene dalla provincia, dal profondo sud: «… “Ci sono anche le borgate, / la periferia…”. Chi dice di no.» scrive quasi per giustificarsi: «Ma vi pare che uno cerchi / quello che possiede?». Elenchiamoli in ordine sparso, dunque, questi luoghi romani deputati (con relativi particolari): Piazza Navona, Terme di Caracalla, Campo de’ Fiori, EUR, Via Poliziano, Gianicolo, Pincio, Piazzale delle Muse, Via Latina, Piazza del Popolo, Piazza San Pietro, Via Condotti, ecc. Attenzione, non è turismo garbato da borghese, con adesione all’immancabile “cartolina” stereotipata, ma esperienza di vita vissuta da un ragazzo del popolo, per di più meridionale, affidandosi all’avventura senza escludere nulla “a priori” dal quadro d’assieme, neanche i particolari osceni, per esempio i vespasiani puzzolenti o le prostitute intorno ai fuochi «a Tor di Quinto, ai Prati».

   Il motore di queste composizioni è il vagabondaggio, ed è un vagabondaggio libero e picaresco, non di un raffinato flâneur ma di uno spiantato, un provinciale privo di risorse e preda di allucinazioni, talora una specie di santone laico, come quando si inginocchia a Piazza del Popolo per rubare i raggi di luce dei fari dalle automobili in transito, o quando in Piazza San Pietro viene trovato (e già il verbo è indice di percezione alterata, se non di stato confusionale) «a benedire l’alba». Scrive, ricordando i giorni di quella condizione: «Dunque / avevo in corpo un fuoco indescrivibile / inquietudine / che mi portava da una strada all’altra». Trascorreva le «sere in scorribande / per le strade» e poi tutta la notte a camminare per Roma, senza sapere che ne avrebbe tratto versi «a distanza di anni».

Andiamo fino all’alba. Al Tritone
mangio i cornetti appena sfornati
e fumo addossato alla fontana.

È chiaramente una Roma più notturna e antelucana che diurna:

V’erano notti di miracoli, corpi levigati
di donne regine. Le amavo con la morte
negli occhi, sapendo che l’indomani
il tabaccaio avrebbe venduto le solite cose.

Gli piace catturare quanto offre Roma all’alba, allorché in cielo scompaiono le stelle e «aprono i bar sonnolenti / e l’odore, per poco, è quello di casa» mentre «il vento raccoglie / gli ultimi residui della notte / e si adombra nei vicoli». Sono tanti e non sempre scontati i caratteri che della città raccoglie e fissa alla memoria, girandola ininterrottamente: per esempio gli “alt” e gli “avanti” dei semafori, le caldarroste, le «grandi navi d’angurie» lungo i viali delle sere estive (le «allucinate sere / di scirocco romano»), le «donne vestite / di leggeri indumenti di seta», e i capelloni che cantano a Campo de’ Fiori, i manifesti strappati dai muri… E poi gli odori che «si perdono in labirinti di vento», gli odori antichi e solenni della città millenaria mescolati ad altri, più circostanziati e prosaici, come «quell’odore di scale consumate» avvertito in una pensione ad ore di via Marghera, con una ragazza. E la percezione del mare (ad esempio «Un cocciuto riverbero di mare / per via Frattina») che non è solo quello reale, distante trenta chilometri, ma anche e soprattutto il mare della Vita che, in chiave metaforica, il poeta contatta e ascolta come il suono stesso della città: «Un rombo sordo e infinito / m’intorbida il sangue». E ancora, l’estate a Roma che vince trionfalmente, con le «furie carismatiche del sole», sul «poco» della primavera:

Mi sfugge il nesso di questa vittoria,
i legami implacabili, che franano
nelle grandi estati del mare.

Vale a dire il mistero del tempo che muove dall’interno il divenire, l’eterna metamorfosi del mondo, da cui l’uomo trae post factum la sintesi parziale della storia e che a Roma svela più che altrove – Ungaretti docet – il suo “sentimento”. A Roma infatti l’eternità è tradotta a misura d’uomo e s’infila, come un vento dispettoso, negli interstizi tra il silenzio della storia e il banale sventolio della quotidianità:  

Notturno

Il vento ha bussato
ed io l’accompagno al Gianicolo.

Ditemi, pietre, parlate voi alti palazzi!
Roma è questo immenso silenzio,
questi panni che asciugano
sui fili di plastica dei cortili?

Dove, oltre la citazione dalla prima delle Elegie romane di Goethe, è evidente la volontà di scardinare il segreto tetragono che le vestigia di Roma nascondono sotto la loro facies magniloquente e, perciò, inascoltata. In un’altra composizione Maffìa scrive non a caso della necessità di rimboccarsi le maniche per sollevare «le tenebre dai monumenti». È proprio questa volontà di giungere al cuore di Roma che gli concede di coglierne qualcosa di veramente essenziale, in un tratto di viva originalità (benché prossimo a certe atmosfere romane di Alfonso Gatto):

A Roma la pioggia
ha l’umore dei poeti; le donne
hanno il sonno, la vita
delle fontane.

La scansione topografica della città, più o meno attraversabile nelle sue infinite stratificazioni, si mescola a quella temporale, entro il decennio campito dal libro (1969-1979), nel passaggio biografico dalla Roma garbata del «caro» mentore Aldo Palazzeschi («Tutta Roma / adornavi del tuo sorriso; / via dei Redentoristi / com’è mutata all’improvviso.») a quella turbolenta delle lotte studentesche e delle opposte fazioni, che s’indovina nel fervore dei versi, seppur non dichiarata, a quella amorfa del riflusso ideologico e politico («Non c’è più nessuno nelle piazze. / scarseggiano gli scioperi anche all’Università. / I collettivi di Lotta e d’Avanguardia / sono in mano ai figli di papà»).

Fra tutti i motivi racchiusi o operanti nel libro emerge secondo me la solitudine dell’emigrante dinanzi alla metropoli sconosciuta, ovvero «lo strazio, la paura che si prova / a restare soli ogni sera», all’origine della struggente, indimenticabile visione della madre – già inferma e, peraltro, defunta da anni – che sale a trovarlo dalla Calabria ma rischia seriamente di perdersi:

Madrerosina se ne va    
per la città. Dev’essere
proprio lei, ha l’aria smarrita,
va in cerca di me.
A pensarci bene però
lei non conosce dov’è Roma,
né sa dove andare,
tra macchine e filobus,
fino a via del Vantaggio.

La Poesia è la città dei sogni dove tutto resta eternamente possibile; dove cioè Maffìa, con il cuore in gola, attende da un momento all’altro l’arrivo della madre per abbracciarla ancora tra i singhiozzi… dirle che è andato tutto bene e che Roma, dopo tanti anni, non gli fa più paura.     

Marco Onofrio
       

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“La facitrice”, di Ilda Tripodi. Lettura critica

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La seconda silloge poetica di Ilda Tripodi (La facitrice, Soveria Mannelli, Iride-Rubbettino, 2021, pp. 112, Euro 12) regala alla curiosità dei lettori – già instradati dal convincente esordio de L’anima gioca (2007) – un libro multanime, potente, ricco di sfaccettature, in dialogo con l’Esistenza, tra Natura e Cultura annodate entro e oltre la cornice universale della Storia. Talento confermato, dunque, ma c’è di più: Ilda Tripodi mostra già di essere matura per diventare una delle voci più autorevoli della nuova poesia italiana. Fin dalla prima lettura del libro si impongono alcune parole-chiave, a configurare un quadrante energetico che magnetizza e irradia significati: coscienza, conoscenza, libertà, verità. E al centro – equidistante – c’è la Grazia, che sostanzialmente è la capacità di saper capitare, di aderire al Mistero che si nasconde per scaturire nel miracolo della sua imprevedibile rivelazione. La Poesia, come l’Amore, è il luogo della verità che si rivela; e infatti sia l’Amore che la Poesia non tollerano di subire violenza. I poeti sono innamorati del mondo e, come gli innamorati, “vedono vicino le cose lontane”. Da questa predisposizione di dolce abbandono nasce il dono: sciogliere le resistenze, come quando si nuota, e affidarsi all’onda della vita. Proprio dalla disponibilità a bagnarsi e “sporcarsi” di vita, lasciandosi impigliare dalla rete plurisensoriale del frangente, è possibile avvertire la potenza della creazione che incalza, e così “io dimentico / la parola che volevo dire”. Il Sogno, infatti, è più forte e originario della metrica, cioè delle capacità ordinatrici della ragione umana. Dinanzi all’alterità perturbante del Mistero, il pensiero è solo una carretta del mare che imbarca “acqua acqua acqua”.

La parola poetica è lievito del mondo, poiché lo estende, lo approfondisce, gli consente di ricrearsi e respirare meglio. “I poeti hanno il nome delle cose che cantano”, e infatti diventano ciò che vedono e dicono. Sono facitori: terminali estremi e supremi della Creazione cosmica. Un po’ allievi e un po’ maestri: obbediscono e impongono. Le parole “sintetizzano / lo sforzo di restare immutati”, cioè di resistere al tempo che tutto divora. Ma più si approfondisce il Mistero e più le parole sono tremendamente inefficaci. Nota opportunamente Corrado Calabrò in Postfazione: «anche quando attinge un esito che per il prosatore sarebbe accettabile, il poeta rimane intimamente insoddisfatto perché sente, “sa”, di non essere riuscito a far percepire il flash di bellezza da lui intravisto con la stessa intensità, la stessa forza rivelatrice che l’hanno abbagliato. Non riesce, il poeta, a “rinominare”, vale a dire a rigenerare nell’impressività primigenia, le cose del creato, quelle visibili e quelle invisibili, le pulsioni profonde di quell’altro io sconosciuto che è dentro ognuno di noi e che anela a dare un segno della sua presenza». Scrive a tal proposito Dante Maffìa: “Il lievito delle parole / fa crescere il mondo, io però non trovo / che frasi fatte / e t’inseguo maldestro”. E l’altro Dante, in una terzina del I canto del Paradiso: “Vero è che come forma non s’accorda / molte fiate a l’intenzion de l’arte / perch’a risponder la matera è sorda” (vv. 127-129).

La centratura delle forze che abita il “grembo del tempo” vede la purezza dell’origine accompagnarsi con la zavorra della “solfa”, cioè la trita e grigia ripetizione che fa, del tempo, storia di sempre, ed è per questo che “bisogna ricominciare tutto / daccapo”. Scrive Ilda Tripodi: “Parole. / Parole nelle parole. / Cerco di liberarmi dalle parole. / (…) Restituitemi il silenzio. / Il silenzio era mio nonno. / (…) Lui pregava muto”. Il silenzio contiene tutte le parole e sta alla loro imperfezione come il sole alle “ombre riflesse” delle cose reali. Dalla totalità del silenzio irradiano gli archetipi di cui ciò che vediamo con gli occhi di carne è soltanto pallida copia. Certo, il mito della caverna, e un platonismo (fin dalle prime due composizioni del libro) che la dice lunga sulla vocazione metafisica dell’autrice, talora anche come dichiarazione di ricerca teologica: “Tutto in tutti. / L’eccedenza d’amore è la mia fede. / Ti cerco Dio / ma soprattutto ti penso”. La Poesia favorisce il “transito agli assoluti” che punta gli “elementi persistenti” del Mistero a cui dare la caccia, per stanarlo dai segreti dedali dove si nasconde. Ma forse si scioglierà spontaneamente quando le due Morgane dello Stretto “s’addormenteranno / faccia a faccia / con le mani condivise e giunte”. Allora emergeranno le infinite stratificazioni del mare, i suoi tesori sommersi, i suoi “immensi depositi di sale”.

Ilda Tripodi ha, appunto, questa sua tipica poetica degli strati: “ad ogni strato / corrisponde un passaggio” attraverso cui il divenire compone e scompone figure. Guardando il mondo dall’osservatorio privilegiato di Reggio Calabria, in uno scenario di spettacolare bellezza dove lo stupore delle Origini abita ancora “presso giganti e montagne”, può recuperare una dimensione mitica e aurorale che, sintetizzando echi biblici ma anche greco antichi, le fa scrivere a un certo punto: “In principio era il verbo, / il verbo era presso la bocca dell’infinito / e il verbo era la bocca dell’infinito”, cioè la parola-abisso, la parola-vuoto che dice l’immensità dell’Àpeiron di Anassimandro. Anche se, forse, il Sud “è un trapianto di memoria / non riuscito” che rende ormai inattingibile l’armonia perduta, è innegabile il bagaglio di cultura classica che anima organicamente questa Poesia, non solo sul piano dei contenuti ma anche per lo stile formulare fatto di riprese, ripetizioni, cadenze epiche e gnomiche dove si percepiscono le sterminate letture assimilate in carne, sangue, respiro – attraverso le stratificazioni che soggiacciono alla pagina. Antigone. Medusa. Odisseo. Ci si chiede ad esempio: Itaca o il mare aperto? Entrambi, sussurra la probabile risposta, perché riemergono puntuali dalla conquista del termine reciproco: quando si è in mare aperto, si ha nostalgia di Itaca; quando si torna a Itaca, si ha di nuovo nostalgia del mare. La parola mediterranea (che appunto “sta in mezzo alla terra”) dopo la traversata di Odisseo è destinata all’erranza perenne: “tocca porto / ma prende di continuo il largo” anche se la poesia resta, con Paul Celan, una sorta di ritorno a casa, un modo di riprendere se stessi.  

La scrittura de La facitrice entra in risonanza con il naturalismo aitiologico e ilozoico dei filosofi presocratici, e quello panteistico dei rinascimentali – tra cui i calabresi Pitagora, Telesio, Campanella. Lo sguardo di Ilda Tripodi penetra così profondamente nell’essenza dei fenomeni da estrarne la “storia latente” e leggi universali come: “Caos furtivo / Cosmos dissimula” dove il soggetto del verbo può essere sia il Caos e sia il Cosmos, con lettura ambivalente. È il Caos che nasconde il Cosmo (cioè l’ordine armonico) o viceversa? Di entrambi abbiamo contezza, poiché sottoposti al destino della dissolvenza che regola le cose terrene: inutile illudersi o negare le “scomparse” continue, la verità è che tutto si scioglie nella consunzione e “il domani / viene sempre troppo presto”. Anche i cieli sono “irreplicabili”, ma a pensarci bene ogni singolo istante è unico e irripetibile, non tornerà mai più. “Tutto ciò che so / me lo ha insegnato il vento” ammette la poetessa. Per questo l’uomo è “stanco di morire” e dire addio. La poesia è una voce che vuole e anzi deve rispondere al grido che sale dal silenzio della Natura e della Storia, esplorando l’oblio dei loro drammi sepolti.

C’è un punto di snodo tra la vocazione metafisica e quella etica-civile discretamente sottesa anche alle poesie di chiara impronta filosofica, ed è la citazione dal primo stasimo dell’Antigone di Sofocle: il celebre “Pollà ta deinà”. Molte le cose straordinarie (ma anche: terribili, potenti, inquietanti), eppure niente più dell’uomo. La realtà è straordinaria (terribile, potente, inquietante) sia nell’ottica della perennità – il Mistero, il Mito, la divinità – sia in quella della storia, ed entrambe le dimensioni sono espresse dall’indecifrabile silenzio: “La parola ha sbandito i segni / e il desiderio di interpretare il silenzio. / Questo è il dramma della storia” . Molte delle poesie di Ilda Tripodi nascono da uno sconcerto per il mondo contemporaneo, un disincanto che la porta ad avere sfiducia nel futuro (“non credo più / nei nuovi raccolti”), fino a scrivere: “Ho perso la fede / nelle cose più ovvie”. Da sempre, sì, “gli uomini sono forbici / che cercano la carta. // Gli uomini sono forbici / che trovano il sasso”, ma oggi più che mai “ci hanno sottratto la ragione / ci hanno privato delle ragioni”. Non abbiamo più l’asse fondante dei valori, per cui “la verità / è una fatica” mai così ardua – come stiamo drammaticamente sperimentando con la pandemia. La speranza vorrebbe trovare un punto fermo, una “pietra serena” per “provare a ricominciare / insieme a tutti voi”, scrive Ilda Tripodi, ma “dove posso incontrarvi / se non esistono più luoghi / se vi ritrovate in spazi / che non esistono”, come i nonluoghi teorizzati da Marc Augé?

Dunque la poesia è anche “una linea che lascia apparire / tutto il nero sottostante”, cioè gli errori e gli orrori che incistano nei sepolcri imbiancati di ipocrisia, laddove – malgrado millenni di lotte civili – l’uomo continua a estinguere “l’uomo / con la forza dell’uomo”. È, ancora e sempre, il “mondo offeso” di cui scriveva Elio Vittorini, il mondo dove impera il sistema perverso che oltraggia la dignità e la libertà delle persone, e dove se “l’offeso” è “diverso / sta ancora fuori dalle cose”: non viene neanche percepito come tale.

La magia della parola poetica di Ilda Tripodi è la potenza sorgiva che le consente di accendere e spegnere “frammenti di senso” sia nel dialogo con l’anima, fluente a mo’ di risacca che “ad ogni suo ritorno / chiede chi sei”; sia nel dialogo con gli abissi della storia e della civiltà. E di affrontarli come le facce complementari di un unico discorso, quello stesso che ci dà luce e ci rende umani. Anche nell’esigenza umanistica, oggi sempre più urgente, di tornare ad esserlo.

Marco Onofrio

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“Asciugami gli occhi”, di Roberto Pallocca. Lettura critica

Bello ed estremamente ricco di significati, il nuovo romanzo di Roberto Pallocca (Asciugami gli occhi, Lurago d’Erba – Como, Il Ciliegio edizioni, 2021, pp. 176, Euro 12). Il protagonista del libro, Paolo Magri – questo l’antefatto – viene investito da un’auto mentre attraversa la strada. Batte violentemente la testa, riporta un grave trauma cranico che lo costringe a 12 giorni di coma; poi si riprende, ma il suo cervello non è più lo stesso.

Ecco quindi, anzitutto, la potenza schiacciante della realtà, la pazzesca concatenazione del divenire, la precisa costruzione del destino da cui non ci si ripara, e difatti “i giorni qualsiasi non esistono”: tutto può cambiare per sempre da un momento all’altro. “Sarebbe bastato un misero dettaglio” così comincia il romanzo. Anche il ritardo di un gesto nella maledetta sequenza di quei minuti, e a Paolo non sarebbe accaduto nulla. Ma il senno di poi è inutile, il rewind è impossibile perché la vita prima ti fa l’esame e poi ti spiega la lezione. La vita che ci capita, al di là di ciò che vogliamo e per cui lottiamo, giorno dopo giorno. Che poi “Quale vita?” si chiede Anna, la moglie di Paolo: “Quale vita? E perché una e non un’altra?”

Pallocca è italianissimo, ma quando scrive ha un’anima portoghese che si manifesta nella capacità di sentire l’esistenza e analizzarne le molteplici sfumature, nel sentimento oceanico del tempo, nella sensibilità poetica per le sfumature. Penso naturalmente a Pessoa e Saramago, ma anche a un giovane (suo coetaneo) come Pedro Chagas Freitas. La narrativa di Pallocca, come ho più volte notato, non è mai “pura” ma tende al saggio, alla riflessione filosofica, all’aforisma. C’è un poeta nascosto tra le pieghe del narratore – finora in 6 libri pubblicati è stato sempre così: un poeta a cui non interessa soltanto “intrattenere“ e “raccontare una storia”, ma chiarire dall’interno l’esistenza. Il suo tipico tema dei “momenti performanti” (quelli che decidono il futuro degli anni a venire) qui evolve nella complessità dei “bivi” che poi in realtà sono “veri e propri crocevia. Dove s’intersecano chissà quante strade. E tu non sai mai che fare, perché le mete non sono mai indicate”. E così, fra tante strade, qual è quella giusta? Impossibile saperlo, anche quando si è più o meno sicuri.

Paolo Magri, dopo l’incidente, ha passato 10 anni di “diversità”, “lontano da se stesso”, “più distratto, infinitamente più calmo”, ostaggio di una strana apatia sospesa che gli ha consentito di vedere le cose in modo diverso da prima. Vive di contributo statale e tutte le mattine prende i mezzi pubblici per incontrarsi, al centro di Roma, dalle parti di Campo de’ fiori, col suo “alter ego” Giovannino, un omone di cui è diventato amico e con cui passa ore a parlare dell’universo-mondo, seduti entrambi al tavolino di un bar, di fronte ai soliti succhi di frutta. Da quel tavolino Paolo osserva il mondo che scorre intorno, un turbine lento fatto di passanti frettolosi, di scene estemporanee, di canzoni che danno alla radio. E il suo sguardo annega nella precisione lucida e chirurgica dei particolari, ad esempio quando descrive la pioggia ed insegue i suoi effetti sulla città:

L’acqua si aggrappa alle grondaie con una forza incredibile, e riga i vetri delle finestre, gocciola dalle persiane aperte, forma rigagnoli impazziti che seguono la lieve discesa della strada. È buttata via da tergicristalli impazziti, e cola dai cappotti dei passanti, rimbalza lungo i marciapiedi, finisce dove lo sguardo non può più seguirla. I sampietrini più alti spuntano come isole di atolli inesplorati, i più bassi sono sommersi come tante piccole atlantidi dimenticate. 

La triste risultanza delle osservazioni quotidiane è che sono tutti presi dalla “rincorsa al niente”, “tutti infelici. Tutti già morti, forse”. Qui ha modo di emergere una potente radiografia dell’uomo contemporaneo, ad esempio questa:

Vedo gente sudata rincorrere i propri desideri finti, che qualcun altro ha deciso per loro, e star male se non possono permettersi la settimana bianca, la Sardegna, la Station Wagon. E indebitarsi fino al collo per pagare lo svago, che è un’incongruenza per definizione. Vedo alla tv persone accoltellarsi per una squadra di calcio, innamorarsi solo se l’altro le corteggia in un certo modo, tradirsi, perdonarsi, giocare, uccidersi. Sento continuamente dire: “Non ho tempo”.

Ebbene, “cosa ce ne facciamo di una vita così distante dai nostri sogni?” Perché i sogni sono splendidi? si chiede e ci chiede Paolo. Perché “nei sogni sei sincero. Nella realtà no, non sempre, solo a metà”. Stiamo male perché passiamo gran parte del tempo a fingere per essere accettati, a dare ragione agli altri, ad assecondare l’ipocrisia del mondo. Da tutti i dialoghi monologanti con Giovannino emerge il macro-tema del libro: la felicità. Che non dovrebbe essere, come purtroppo è, una battaglia all’ultimo sangue con il destino, ma una “dote” per ciascuno di noi.   

Paolo pensa cose “strane” che in realtà “sono normali” o almeno dovrebbero. Ma forse, in un mondo amorfo di automi, lo strano è proprio che Paolo pensi. Il suo cervello ha smesso di funzionare come prima, ora passeggia nei pensieri. Sente profondamente il tempo, fatto di sogni e di ricordi, di foto che contengono il futuro. E si chiede: “perché non possiamo scegliere cosa ricordare e cosa no?” E avverte la differenza tra assenza e mancanza. E riflette sull’impredicibilità delle “ultime volte”. E nota l’essere, sì, ma anche il non essere, anche ciò che non accade:

Mi chiedo dove vanno a finire i gesti d’affetto che tratteniamo, quelli che non facciamo per viltà o per imbarazzo, gli abbracci frenati, i baci che restano ad appassirci sulle labbra, le carezze che si asciugano sulle mani, e i sorrisi che non segnano il viso. 

Paolo crede di avere una figlia che in realtà non ha. E immagina inoltre di lasciare Anna per fuggire con Giada, una ragazza che pare gli abbia spedito una lettera d’amore. Decide di aprire un blog e comincia a scrivere le sue esperienze. Emerge insomma dall’oblio, comincia a fare i conti con ciò che sa, vuole, desidera, sogna. Invertire rotta: “iniziare a vivere come vorremmo. Da adesso”. Poi – ed ecco il passaggio fondamentale – una mattina prima di uscire incrocia “la sua immagine allo specchio” e, come il Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila (L. Pirandello), “si accorge anche di una ruga piccolissima, alla base dell’occhio sinistro”. Da quel momento cambia davvero tutto. Sappiamo da Jacques Lacan, il grande psicanalista francese, che lo specchio è un elemento dissociativo funzionale alla costruzione psichica del soggetto: guardarsi allo specchio significa riconoscersi ma anche “essere un altro”, vedersi fuori dall’interno: ah, dunque io sono quello! E viceversa (da fuori a dentro): quello, dunque, sono io! Paolo ci torna poche ore dopo, davanti allo specchio, per guardarsi gli occhi e vederli “dentro. Dietro”. Ecco la sua reazione: “Mi sono perso. Lo stesso specchio che stamattina mi spaventava, mi ha chiamato per nome. E ho compreso che il vero dramma dell’uomo non è invecchiare, ma (…) guardarsi gli occhi e non trovarsi più”. E così improvvisamente Paolo avverte un “bisogno incredibile di esistere”, un “bisogno di ricordi nuovi”. Si sente “più vivo, più acceso”: comincia a trattare la vita normalmente, come conferma ad Anna il medico che lo segue. Eppure, prima di cedere alla normalizzazione, Paolo rivendica per un attimo la sua “diversità”: “Lasciatemi alla mia ‘follia’, vivete nella vostra genuina buona salute”. 

L’itinerario si conclude fatalmente “col pazzo che torna normale e si tiene la sua donna”. Giada eclissa nell’oblio, Paolo si fa di nuovo bastare la vita che ha. “Oggi Paolo è normale”. Infatti si alza la mattina più stanco della sera precedente. “Ha voglia di fare un sacco di cose e tempo per non fare niente. Ha desideri da vendere e nostalgie da regalare. Si porta dietro un senso di insoddisfazione come un trolley”. Torna ad essere, come tutti, malato di tempo. Infatti non ne ha più “per gli hobby. Il tempo che gli lascia il lavoro deve usarlo per riposare”. È rientrato nella gabbia, a inseguire la ruota del criceto. Fa carriera in una grande azienda, miete successi. Così può scrivere sul blog: “Oggi mi sono completamente ripreso, sto bene. Sono felice, sai. Felice come dice chiunque. (…) tu mi credi, vero?”.

Non gli crediamo, no, e intanto ci chiediamo qual è il confine tra “normalità” e “follia”. Qual è la normalità? Qual è la salute? E se la salute pubblicamente riconosciuta è in realtà malata, la cosiddetta “malattia” è forse la salute? “Penso” e “mi chiedo”: per 10 anni Paolo non ha fatto altro, e forse, agli occhi degli altri, è stato “malato” soltanto di questo. Se, come si legge a un certo punto, “l’oblio è importante come la memoria”, è “il vuoto che le consente di funzionare”, allora Paolo durante quei 10 anni passati nel vuoto a percepire la totalità strana e meravigliosa della vita era in realtà guarito dalla malattia che distrugge le persone cosiddette “normali”, vuote pur con tutta la loro inutile pienezza. Non sono stati anni perduti perché “il tempo non si perde mai quando si è vissuto come si desiderava”. Sembrava anestetizzato, ma era sveglio come non mai; ora che invece si è svegliato, è di nuovo sotto anestesia. Si resta senza fiato quando alla fine del libro si scopre chi era, anzi chi non era, Giovannino; e tuttavia non è difficile credere che – oscillando fra le tre prospettive che scandiscono i capitoli del romanzo (“fuori”, “dentro” “accanto”) – Paolo sia stato più autenticamente felice allora di adesso, dopo che ha scelto l’accanto finale, ma forse non definitivo, entro cui tornare ad essere l’ingranaggio di un meccanismo spietato, superiore alla vita di ciascuno di noi. Ma è proprio nel divario incolmabile tra “essere” e “non essere”, già dilemma amletico, che la scrittura (quella fittizia di Paolo Magri così come quella reale di Roberto Pallocca) può scoccare la sua scintilla di rivelazione. Come in uno specchio dove perdersi un po’ per riconoscersi come siamo, o vorremmo o potremmo diventare, nonostante tutto.      

Marco Onofrio

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“Morte del padre”, nel primo anniversario della morte di mio padre Aurelio

Mio padre Aurelio in casa di riposo, nel 2018
Mio padre in casa di riposo, 2018


MORTE DEL PADRE

Serve la tua foto per la tomba
che guarda dai colli verso Roma,
tua patria
dopo la Calabria che ti nacque.
Serve l’emblema,
la cifra riassuntiva d’una storia.

Eri un uomo comune
un ferroviere,
lo dico con l’orgoglio
con cui lo disse Quasimodo
di suo padre,
eri di quell’Italia
che oggi non c’è più.

“Benemerito della rotaia”
ti nominarono
prima d’andare in pensione,
per la tua esemplare
dedizione.


Scartabello amaramente
gli album di famiglia.
Nei cassetti trovo soltanto disordine,
mentre i ricordi s’affannano
fino a smemorarmi;
ho dimenticato
che cosa sto cercando.
Non riesco a non pensare alle parole
del primario.


Sta male. La saturazione va scendendo.
Lo abbiamo attaccato all’ossigeno.
Si nutre con la flebo. Speriamo
di riprenderlo, peggiora
purtroppo d’ora in ora.


Una luce torbida
ti attraversa lo sguardo,
intercetto le parole
che non hai potuto dire.
A tutte le foto si sovrappone
la tua ultima immagine
che sale dallo specchio delle acque
dove splende il nero informe
senza nome
su cui le stelle annodano
scritture.
È laggiù la spugna enorme del silenzio
dove annegano le voci della vita.


Cedo, cado, precipito
per scale misteriose elicoidali
nei convolvoli interiori
della profondità.
Mi lascio andare,
mi arrendo alla tristezza universale.
Siedo, immobile, sul fondo del mare.
Guardo tutto da dentro una bottiglia.


Dove sei finito? In quale altra parte
dell’universo è ora il calore spento
dei tuoi giorni? Ridevi e singhiozzavi
battendoti la fronte con la mano.
Io provavo a fermartela,
sentivo il polso dell’operaio antico
ancora forte che si ribellava.


Si è aggravato ancora. Rantola.
Ha lo sguardo perso nel vuoto.
Si prepari: sta per trapassare.


Impossibile prepararsi,
dirsi pronti.
La falce ti ha reciso il 4 giugno,
il giorno di Roma liberata.
Sì, ti sei liberato
dal peso sofferente
del tuo corpo.
Sei andato oltre.
Sei in viaggio
dentro l’incredibile realtà
delle rivelazioni.


La distanza è incolmabile
come il vuoto che ci divide,
eppure ormai
abiti ogni mio respiro.


E io abito il mistero
d’essere te e me.
Un’unica persona.


Marco Onofrio
(da Azzurro esiguo, Passigli, 2021)

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“Azzurro esiguo” letto da Giorgio Taffon (sul blog “La presenza di Erato”, 2 giugno 2021)

Azzurro esiguo cop-2

https://lapresenzadierato.com/2021/06/02/giorgio-taffon-azzurro-esiguo-di-marco-onofrio-lettura-critica-in-forma-di-lettera-semi-confidenziale/

Giorgio Taffon: “Azzurro esiguo”, di Marco Onofrio: lettura critica in forma di lettera semi confidenziale

Carissimo Marco, penso di potermi ascrivere ai sostenitori e “tifosi” della tua scrittura poetica, dopo aver presentato e recensito alcune precedenti tue preziose e per me attraenti raccolte “Le catene del sole” (Fusibilialibri, 2019) e “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice, 2019). Ora è la volta del recentissimo “Azzurro esiguo” pubblicato nel corrente anno dalla benemerita e storica casa editrice Passigli di Bagno a Ripoli, Firenze (nella collana fondata dal grandissimo Mario Luzi). Ti scrivo questa lettera “semi confidenziale” perché la mia lettura l’ho svolta man mano non solo basandomi su ragioni prettamente letterarie, formali, stilistiche, ma anche trovando nei tuoi straordinari versi temi e motivi esistenziali e di vita e di pensiero davvero coinvolgenti anche la mia stessa persona, il mio sentire, pensare e vedere, magari anche l’Invisibile. Non nascondo, poi, che nell’attuale momento storico e culturale, ben pochi, pochi felici, si occupano, leggendo più che scrivendo, di poesia, e di poesia che ben poco ha di consolante, di emozionante, e nemmeno di leggero, di sì piacevole da far passare qualche momento ristoratore e distraente dalle occupazioni quotidiane. Eppure.

Eppure la tua poesia va al centro della creaturalità umana, della materia cosmica, delle domande sulla divinità e sull’Oltrevita. Mi pare proprio che in te poeta vi sia sottesa la consapevolezza profonda a carattere antropologico delle tre dimensioni che fanno “fondamento”, distinguibili ma non separabili: quella corporea, materiale, e quindi cosmica, e della Natura; quella psicologica, o mentale, o sentimentale; e infine, seppur con il dubbio sistematico, quella spirituale, o divina, o dell’intuito poetico, o in fondo mistica, ma di un misticismo secondo Simone Weil, e/o Michel de Certeau, e/o Raimon Panikkar, e/o Marco Vannini, e/o due bravissime poetesse come Chandra Livia Candiani e Mariangela Gualtieri (vedi anche Teatro della Valdoca). Voglio ora, al proposito, scriverti qualche mia osservazione da lettore partecipe su alcuni tuoi componimenti presenti nella raccolta, che di poesie ne comprende in tutto 59, riferibili alla triade qui sopra ricordata. Con l’attenzione, voglio sottolinearlo, che siano le ragioni del poetare a prendere campo nelle mie parole: la filosofia, la scienza, la teologia, eccetera, possono sostenere il dettato poetico, ma per via intuitiva, immaginativa, non per puro sforzo mentale e speculativo, o per sicumera dimostrativa (come in non poca poesia “gnomica” del ’900 italiano), nonostante i grandi misteri in cui siamo immersi.

Sugli elementi della Natura, sul Mare (splendida è Sale sacro!), nel leggerli rivedo me stesso di fronte al Tirreno, nel bagnasciuga che ricorda l’imperatore Nerone. Hai saputo mettere in un circuito straordinario di immagini e sentimenti la sacralità dell’elemento marino («Battezzami. Proteggimi. Consigliami. // Salvami.»); ma anche i suoi misteri («dentro il tuo mistero verde blu»), la sua personificazione, l’invocazione, l’ascolto della sua musica, la possibilità, forse, di chiarire una verità. Il mare, scrivi nel primo verso, va benedetto, dalle sue profondità sale una voce infinita, una «musica profonda». Forse ebbe ragione Giorgio Agamben quando tracciò due linee essenziali nella poesia italiana: quella dell’elegia e quella dell’inno; bene, se così è, devo dirti che questa lirica suscita in me emozioni esaltanti: è proprio come un Inno che sale nel “sale sacro” del mare. Epperò lo sguardo può salire, verso l’alto, verso l’«azzurro esiguo» del cielo: forse esiguo, in quanto riferito ad uno strato atmosferico di pochi chilometri profondo, rispetto all’immensità infinita buia priva di luce di tutto il Cosmo, e alla stessa «basilica del mondo», come scrivi appunto in “Azzurro esiguo”. Certo, c’è un elemento direbbero i nostri progenitori greco-latini che è un basileus, un Re assoluto che tutto regge. Ma già nel primo verso la basilica del mondo ti appare fatiscente: l’impermanenza di tutte le cose è una legge inevitabile, e ciò è innegabile. La sentenziosità dei versi non ha qui nulla di retorico, sfiora sempre l’elegia, portando apertura di speranza e assieme il rischio della disperazione; l’ispirazione che offre il cielo è sentimento sospeso, appunto esiguo, sempre nuovo; «le pupille del cielo» (che splendida metafora al genitivo!) «scrivono poemi / sui fili delle nuvole sospese.» Il registro e i toni elegiaci raggiungono un vertice di valore espressivo davvero unico, in un altro componimento. E qui siamo nella dimensione della psiche, nel mondo interiore, nell’anima. Mi riferisco alla poesia che dedichi al tuo amato padre, che non può non coinvolgere ciascuno di noi lettori; mi riferisco a Morte del padre (e non di “mio” padre…). Occorrerebbe sancire l’ineffabilità, come persone, ma tu sei anche un poeta vero, e in questo componimento hai raggiunto un equilibrio commovente fra versi puramente denotativi, documentali, da referto medico, e il rimescolamento interiore di stati d’animo, di sentimenti che ti agguantano, feroci: il dolore, la nostalgia, il ricordo; come non citare questi versi che seguono: «Cedo, canto, precipito / per scale misteriose elicoidali / nei convolvoli interiori / della profondità. / Mi lascio andare, mi arrendo alla tristezza universale. / Siedo immobile, sul fondo del mare. Guardo tutto da dentro una bottiglia.» Altra metafora di raro ingegno poetico è questa dei convolvoli interiori della profondità; e colpisce ancora l’immagine di un mare in cui sprofondare, forse nell’immaginazione tenendo in mano una bottiglia, forse con la nave all’interno, quasi montaliano oggetto di salvezza umana.

Non c’è dubbio, credo, che in interiore homine habitat veritas, qualsiasi essa sia; ma se vogliamo andare oltre il nostro ingannevole, superficiale, farfallone ego, dobbiamo cercare in noi un qualcosa che ci trascenda, un qualcosa di assoluto, e universale: la fede, l’ideologia, il comunismo, la tecnoscienza? Ce lo siamo già detto, così, forse al volo, e forse te lo ricordi, o no. Io credo che vi sia solo una strada possibile, che è quella del misticismo, ma non inteso come fenomeno strano, magico, estatico, questo no! Con l’incrocio tra platonismo, S. Agostino e filosofie orientali, si può arrivare a intuire e partecipare seppur nell’oscurità e nel vuoto (parola questa a te familiare…), e nel silenzio, ma anche, ci direbbe Carmelo Bene nella musica, e spro-fondare nella dimensione spirituale, al di là di ipoteche religiose-istituzionali («Dio mi liberi da Dio», ci ricorda Vannini). Mi ha colpito, dunque, Adorcismo, parola che ci riporta all’incorporazione dello Spirito, tramite un rito liturgico o magico che sia, al contrario di esorcismo che scaccia fuori il demoniaco; tutta la poesia porta alla invocazione richiedente “amore”: «Dammi un barlume / della tua sapienza, /riempimi col soffio / della luce, / donami amore / non tenermi senza!». È una chiusura bella e profonda, giacché in tutta la raccolta spira l’anelito all’Amore, e, cosa molto difficile, all’esercizio dell’Amore! Certo, ha ragione l’amico comune Dante Maffia, poeta e scrittore di valore assoluto, a citare come riferimento più che come modello Mario Luzi; non dimenticherei Clemente Rebora, Carlo Betocchi e, in chiave più fideistica e religiosa, David Maria Turoldo; ma come dimenticare certi succhi lirico-espressivi di stampo dantesco?

Caro Marco, la tua poesia e la tua scrittura sono anche molto, molto coraggiose: viviamo tempi superficiali, tragicamente vuoti (ma non il Vuoto mistico, o buddista); ciononostante non mollare, tieni accesa la sacra fiamma della Poesia, e nel dirti questo intendo anche esprimere la mia certezza che la tua è poesia davvero meritevole di stazionare sicura nella valle della grande letteratura! Un saluto umilmente poetico da

Giorgio Taffon

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“Azzurro esiguo” letto da Francesca Farina (sul blog “Poetarum Silva”, 25 maggio 2021)

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https://poetarumsilva.com/2021/05/25/marco-onofrio-azzurro-esiguo/

Fin dal titolo, come ha giustamente notato Dante Maffia nella prefazione alle poesie di Marco Onofrio, questa silloge si contraddistingue per l’assoluta originalità del dettato, tanto da suscitare, con l’evidente ossimoro che recita Azzurro esiguo, sconcerto e meraviglia nello stesso momento, sconcerto a causa dell’apparente inconciliabilità dei termini, in quanto ben difficilmente si può dare un “azzurro”, se inteso come cielo, che sia “esiguo”, ovvero modesto, scarso (ma il perché sarà spiegato, come in un plot a soluzione, nella poesia in chiusura del volume), essendo caratteristica precipua della volta celeste quella di essere immensa, ossia incommensurabile per definizione; e meraviglia per l’audace accostamento dei due termini. Si impone al lettore, e dunque al critico, l’urgenza di un immediato ripensamento del dato scientifico, oltreché visivo, universalmente assodato, e si sottopone a verifica una verità provata e inconfutata.
  Eppure il poeta dall’occhio acuminato, dalla vista dei sensi, oltreché dei sentimenti, più aguzza di qualsiasi altra creatura, riesce a distinguere cose che raramente si notano, e così avviene anche nelle sue poesie, le quali si snodano lungo le fitte pagine del libro, dove, quasi percorrendo una scala tonale, ovvero una vertiginosa ascesa verso l’abisso dell’universo e del cuore, l’autore insegue, tappa dopo tappa, e vorremmo dire gradino dopo gradino, le sue verità, il senso profondo dell’esistenza umana. Già dall’incipit Onofrio si interroga sull’essenza del suono, che è vita, ricostruendo le primordiali sensazioni che il corpo percepisce, ancora prima della nascita, emozioni espresse in sintagmi che registrano lo stupore di fronte all’assoluto mistero della creazione, e si procede quindi con l’incessante ricerca del montaliano “varco”, il quale pone la finitezza materiale dell’uomo a contatto e a contrasto con l’infinitezza immateriale dell’eterno.
  Siamo appena alla seconda lirica, ma ci appare netto il carattere filosofico dell’indagine poetica perché emergono decisamente le domande basilari, a partire dalla perenne analisi della “verità più vera” che provoca tristezza e disperazione, rendendoci persuasi dell’assoluto che permea ogni esistenza, ossia la morte, la quale non può che generare la voragine che è in noi. Il mistero dell’insondabile tutto opprime irrimediabilmente l’anima, costringendo l’essere umano ad interrogarsi sul significato delle “scritture incomprensibili”, che nel fondo del cosmo scorrono come su uno sterminato schermo, diremmo, senza lasciarsi decifrare, mentre la Storia trasforma assiduamente i luoghi, gli eventi, le creature, e mentre il tempo si fa eternità incalcolabile e incancellabile. Quale essere inafferrabile e incomprensibile decide ogni più minuzioso aspetto del reale? L’incessante quesito non ottiene risposta, forse da un milione di anni, benché da un milione di anni, probabilmente, l’uomo non cessi di rivolgerlo a se stesso e ai suoi sodali, nel vano tentativo di trovare una ragione nel caos inconoscibile del mondo, dove perfino “l’eco di una goccia” riesce a scardinare, impercettibilmente ma inesorabilmente, l’ordine della Natura, l’apparente rigidità del suolo sottoposto al gelo invernale, generando il rigoglio primaverile e una gioia esuberante nelle vene del poeta, quando “l’aria squillante di sole / mi piove dentro l’anima / e mi cura”, secondo un suo passo altamente ispirato, e l’amore invade le sue fibre più intime.
  Egli non smette dunque di interrogarsi, volgendosi “grato” all’incommensurabile bellezza del pianeta, non pago di studiarne gli aspetti più affascinanti, il cielo, il sole, il mare, il tempo, il silenzio, fino ad approdare a un testo fatto quasi da aforismi, distici in realtà, quei “9 passi” che scandiscono, come un ritmo sonoro e immediato (ma sappiamo quanto occorra meditare per pervenire a certe illuminazioni sensoriali e intellettive) la pagina, arricchendola di significati e costringendoci a fermarci e a riflettere insieme all’autore.
  La lirica intitolata “Respira” sembra rispondere all’esigenza assoluta che, in tempi di pandemia, sebbene scritta assai prima che esplodesse la peste mondiale che ci devasta, ha travolto l’intera specie umana, quella di poter sopravvivere oltre la malattia, la nuova tabe che sta deturpando tutte le nazioni della Terra, mentre l’ossigeno pare essere la sostanza più rara e più essenziale, e allora il poeta celebra “l’amore sconfinato della vita” in versi che sono sintagmi misteriosissimi, colmi di una conoscenza ancestrale, esaltando la poesia come grande consolatrice e la bellezza come “balsamo sublime”, sottraendoci al vuoto che ci minaccia da ogni parte, decretando la grandezza del pensiero che si oppone al nulla, rifugiandosi al tempo stesso nella felicità delle piccole cose, grande verità sapienziale che sovente non sappiamo cogliere, glorificando infine l’incommensurabile vastità dell’amore tra uomo e donna.
   La narrazione, estremamente precisa e nello stesso momento intuitiva, del rapporto tra due esseri che si uniscono inscindibilmente nel corpo e nell’anima, ci fa precipitare nell’estasi del piacere più ineffabile che sia dato alle creature e ci rende consapevoli, benché quasi obnubilati, di fronte a tanto incanto. I magnifici e fondamentali temi che assediano da sempre l’umanità tornano a tormentare la mente e il cuore di Onofrio, come in “Trascendenza” o in “Rivelazioni” dove lo smarrimento si fa quasi tangibile, come anche nella commemorazione, tutt’altro che retorica, della madre, indescrivibile ma eterno quid, cuore di ogni cuore, organo pulsante che si compenetra con gli elementi della Natura in un unicum preziosissimo e inscindibile. Al tempo stesso notiamo la singolarità di brani di prosa poetica, come quello intitolato “Stella verdognola”, dove ancora e ancora, incessantemente, il poeta canta l’inafferrabilità pressoché divina dell’essenza dell’uomo, della vita, del creato, anelando in modo struggente a penetrarne il senso, quindi desublimandosi nelle “Ombre” che occultano la conoscenza, poiché l’oscurità cieca dell’intelletto appare quale “verità insensata”.
  La consolazione del mare, del tramonto, delle nuvole, in uno scenario marino davvero pittorico come un dipinto di Hopper, l’artista che seppe ritrarre il silenzio del mondo, ci riconduce alla straziante bellezza di un paesaggio mediterraneo, con la perfetta descrizione di un istante di pura meraviglia, di estatica attesa. L’autore confessa inesorabilmente un amore lacerante nei confronti dell’elemento marino, quasi fosse una divinità fatta d’acqua, da adorare e a cui rendere perenne gratitudine, benedicendola, nella lirica ad esso intitolata, così come scioglie un peana assiduo e appassionato in lode al piacere, che rende vivida e lucente ogni cosa; o come osserva i gabbiani, tema spesso abusato e banalizzato in poesia, dei quali pare conoscere ogni movimento, ogni sguardo, perfino ogni pensiero (e non si dubita qui che il poeta ritenga i gabbiani capaci di pensiero); ovvero l’invisibile grillo, piccolo, oscuro, nascosto insetto, la cui morte dilania l’animo sensibilissimo del poeta…
   Ma innumerevoli appaiono gli argomenti che Onofrio sa portare avanti sulla sua pagina instancabile, le stagioni che declinano e immalinconiscono, il sesso che è “attimo divino”, la gioia del crepuscolo animato da incredibili coloriture, anche nella delusione di un tradimento, l’insondabilità delle parole, “lacerazioni oniriche”, “strappi dal tessuto primordiale”, una città “metafisica” come Matera, la passione travolgente per il gioco del calcio, mentre finanche le mani “agili come bestie” rappresentano un ennesimo quid su cui indagare, e così il viso dell’autore su cui si legge tutto, l’eternità sempre inconoscibile e sempre perturbante, lo stesso Napoleone dagli “occhi invisibili”, le nuvole che paiono “giardini immobili in attesa”, la vita stessa, dura come una donna assiduamente corteggiata, ogni elemento dell’esistenza insomma appena allietato dal miracolo dell’alba estiva, in cui si fa largo “l’azzurro esiguo /  dentro l’universo tutto nero”, simbolo inequivocabile di suprema speranza, dolcissimo presagio di felicità futura, a conclusione di questo profluvio incandescente di versi, dentro i quali si insinua una frastornante malinconia, muovendosi ineludibile lungo ogni pagina, sebbene nello scintillio dei sintagmi più felici.
 Davvero notevole, dunque, questa silloge di Onofrio, che certamente deriva da vasta sapienza, meditata consapevolezza delle proprie capacità, acuminata raffinatezza e maturità delle proprie doti di autore.

Francesca Farina




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Premio “EquiLibri 2020”: la motivazione della Giuria per il terzo posto di “Anatomia del vuoto”

«L’Anatomia del vuoto di Marco Onofrio è uno studio anatomico e chirurgico del tessuto stesso della nostra vita, è una silloge colma di metafore taglienti e imbevuta dell’incarnazione e personificazione del Poeta che presta la propria anima ai suoi versi. Una raccolta di poesie che brilla di vivida arguzia, eleganza e intelligenza».

Vito Pinto (Presidente di Giuria)

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“Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia” letto da Giorgio Taffon, su www.menaboonline.it

 

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https://www.menaboonline.it/le-segrete-del-parnaso-caste-letterarie-in-italia-di-marco-onofrio

Per la collana Angelus Novus della Terra d’ulivi edizioni, di Elio Scarciglia, nel settembre dell’anno appena passato, è uscito il libretto di Marco Onofrio Le segrete del Parnaso. Caste letterarie in Italia. Si tratta di un pamphlet, ma anche di un cahier de doléances, che, a mio parere, costituisce un indispensabile contributo per capire quale è la realtà del mercato editoriale italiano, in particolare quello dei generi letterari (poesia, narrativa, teatro), quali poteri, culturali e non, lo gestiscono, a quali condizioni, a favore e soprattutto a sfavore di chi.
  Occorre una premessa fondamentale a quanto sto per scrivere, una precondizione: il contributo di Onofrio è garantito, sul piano della credibilità e della lucidità riflessiva, dalla sua ricchezza culturale, dalle sue doti davvero non comuni di poeta e scrittore, dalla sua consapevolezza, acquisita sul campo, di come son gestite le attività culturali italiane, dall’editoria all’accademia, dai premi letterari ai concorsi universitari. Naturalmente, essendo questo un terreno molto scivoloso, il lettore “addetto ai lavori” può relazionarsi a quanto il libello afferma e trarne le sue conseguenti convinzioni. Nel mio caso posso dire di aver condiviso, alla prima lettura, la gran parte delle ragioni sostenute da Onofrio, con qualche mia più specifica osservazione, dovuta ai miei trascorsi di docente universitario e di autore di alcuni libri per lo più a carattere manualistico-saggistico riferiti alle discipline d’insegnamento e ricerca, dalla letteratura contemporanea, alla drammaturgia scritta, al teatro italiani.   
  Da subito voglio sottolineare la nobile intenzione dell’autore nell’andare comunque oltre le proprie doglianze circa le delusioni vissute lungo gli anni, offrendo, al lettore interessato professionalmente, un quadro verosimile, condivisibile, ma disperante, di quello che è il potere culturale italiano gestito da “caste”, fra le quali appare monopolizzante quella legata alla Massoneria nazionale e internazionale. Naturalmente Onofrio non può e non vuole fare nomi, ma riporta eventi-chiave nelle sue esperienze che non possono non fargli capire che è la sua stessa persona e il suo profilo culturale che via via sono stati messi ai margini delle ufficiali ritualità comunicative, pubblicitarie, massmediatiche, che sono mezzi indispensabili di promozione sui canali di vendita del libro. E ciò nonostante un numero di pubblicazioni impressionante, e una serie di Premi letterari di prestigio vinti, oltreché di numerose traduzioni all’Estero.
  Ma vorrei ora articolare il mio discorso per punti.
  Il primo. Università e Istituzioni affini: Onofrio ha ragione pienissima, i concorsi son tutti pilotati, vige una incontrollata e incontrollabile “legge” della cooptazione  (un tempo garantita dal valore dei cosiddetti “baroni”, ma ovviamente non sempre) qualsiasi sia la “casta” che detiene i poteri accademici: sindacati, docenti condizionati dai rapporti privati, come le relazioni amorose, circoli legati alla Massoneria, gruppetti di estrazione mafiosa, “scuole” di pensiero contrabbandate, appunto, come scuole, ma del tutto inefficaci, magari; e soprattutto legami di natura finanziaria, specie in certe Facoltà che costituiscono greppie molto “piene” (un esempio fra tutti quella di Medicina). Che fare, che suggerire a un giovane meritevole? Afferma Onofrio: andarsene dall’Italia, ed è quello che sta sempre più accadendo! Se il clima politico lo permettesse occorrerebbe una riforma dell’Università davvero rivoluzionaria! Ma accadrà mai in un Paese quale è l’Italia in cui ancora vige il “familismo amorale”, l’accordo sottobanco, la strizzatina d’occhio da mafiosetti?
   Secondo punto. L’attività editoriale, lo scrivere, il pubblicare. Qui entrano in ballo altri condizionamenti, altre mentalità, altri schemi d’intervento, dettati in primis dal mercato; qui penso di integrare quanto ha scritto Onofrio nel suo pamphlet, quando opportunamente distingue piccole, medie e grandi case editrici (organizzate in potenti gruppi editoriali), ricordando che in Italia il mercato librario è dannatamente condizionato da una scarsa percentuale di lettori rispetto al numero degli abitanti (l’Istat rileva che il 51% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno): la torta si rimpicciolisce sempre di più, e ne deriva, come osserva l’autore, una catena di condizionamenti assolutamente dominante, che lega gli editori ai politici che devono legiferare le sovvenzioni, direttori e redazioni agli editori, autori e scrittori a quest’ultimi, e tutti sono costretti a diffondere opere che siano di facile lettura e di non gravoso impegno intellettivo; nel settore della narrativa, come ben ha segnalato Gianluigi Simonetti nel suo La letteratura circostante (Bologna, Il Mulino, 2018), occorre una “letteratura di nobile intrattenimento”, che viene raggiunto anche con l’attento controllo delle redazioni: solo così la casa editrice può acchiappare un certo numero di lettori.
   Invece per la poesia e la drammaturgia scritta in Italia, contrariamente che in Francia, Gran Bretagna, Germania, non c’è proprio quasi mercato, e nulla fa presagire che si possa creare in futuro.  
  Per la saggistica (e anche in questo settore Onofrio ha offerto ottime prove) il mercato è costituito al momento soprattutto dagli studenti universitari, ma è un target appannaggio in gran parte dei docenti ufficiali, che mettono in adozione i loro libri; nelle classifiche generali coloro che registrano cospicue vendite sono giornalisti, specie se supportati dalle continue apparizioni televisive, opinionisti, politici, attori, cantanti, e compagnie di giro che occupano ogni spazio promozionale.
   Cosa resta a chi sa, e nel caso di Onofrio del tutto giustamente, di valere almeno come gli autori da best sellers? Restano quelle case editrici piccole e medie (che, si badi bene, contano tutte assieme solo sul 20% del mercato) le quali, pòste in piccole nicchie, riescono a rivelare solo un esiguo numero di scrittori che vanno oltre una letteratura di “nobile intrattenimento”. Ciò vuol dire restar fuori dai circuiti massmediatici, dagli incontri sponsorizzati alla grande, da presentazioni di libri in grande stile, ecc.: ed un autore che viene edito solo da meritorie ed efficienti case editrici che non si limitano, comunque, a fare solo da “tipografe”, vede quasi svuotarsi anche il suo peso specifico economico! Si deve accontentare magari di un riconoscimento di quei pochi critici ancora liberi da pregiudizi e legami di potere. Onofrio tocca così, andando oltre la propria situazione di sofferenza, uno dei tasti più gravemente fermi dalla società italiana: troppo immobile, senza meritocrazia, senza ascensori sociali, un “Paese senza” (Arbasino). E allora giustamente Onofrio si chiede se non si debba rinunciare a una scrittura “assoluta”, a cui dare tutto sé stesso, limitandosi a un puro e semplice soddisfacimento delle attese del comunque scarso pubblico di lettori. Amarissima constatazione che mostra la possibile rinuncia a sé stessi, l’autocastrante articolazione di un pensiero e di sentimenti conquistati con sacrificio, con infinite letture e riflessioni, con rinunce anche economiche!
    Però, però, però… (e vado a chiudere con quest’ultimo punto). Siamo in un cambiamento d’epoca, e, per tutto quello fin qui da me scritto, si profila una situazione davvero rivoluzionaria, dove il campo da gioco e le pedine stanno radicalmente cambiando. Non ho nessuna ricetta, sia chiaro, anche perché essendo un po’ avanti negli anni, mi sento piuttosto distaccato da certe problematiche, però giocoforza mi son dovuto un poco adattare ai nuovi media, all’uso dell’informatica, alla navigazione nel Web. Come sostiene Mimmo De Masi, valentissimo sociologo del lavoro, ancora in piena attività di studioso e di autore, si va verso società in cui il lavoro, grazie alle nuove tecnologie, diminuirà e si alleggerirà, ponendo le persone, un po’ come nell’antica Roma gli uomini liberi, in una situazione esistenziale in cui si distingueranno l’otium dal negotium; scrivere, leggere, musicare, ecc., saranno sempre meno remunerativi, facenti dunque parte dell’otium; per la scrittura i testi si diffonderanno gratuitamente nella rete, senza più controlli, senza più diritti d’autore (nell’antica Roma non si attribuivano quasi mai le opere architettoniche e quelle delle arti plastiche ad uno specifico autore). Per chi è ancora relativamente giovane come Marco Onofrio, ed esprime valori culturali e creativi di ben alti livelli, consiglierei di inventare nuove forme e nuovi canali comunicativi per avere ulteriori riconoscimenti, in quantità e in qualità.
   Mi auguro davvero che questa fatica di grande significato, anche etico ed esistenziale, di Marco Onofrio possa dar luogo a un dibattito il più possibile partecipato e consapevole della posta in gioco.

Giorgio Taffon

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“Anatomia del vuoto” terzo classificato al Premio “EquiLibri”

La Cerimonia di Premiazione del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri” Edizione 2020

“Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Edizioni) si è classificato al terzo posto per la Sezione “Poesia Edita” del Premio Letterario EquiLibri”, Edizione 2020. La cerimonia di premiazione si è svolta on line il 24 aprile 2021. 

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“Silvanaya Football Club”, racconto inedito

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Estadio Bombonera “Oscar Mendoza”: leggo a fatica la scritta, sbiadita e mezza cancellata, su una targa di marmo annerito, apposta al muro di cinta. Vi giocava una squadra che qualche anno fa arrivò a militare in massima divisione, per poi decadere miseramente. Colori sociali: rosa e blu. Maglia a strisce verticali; pantaloncini bianchi; calzettoni neri con bordo rosa-blu. Il presidente-fondatore, tale Gabriel Jimenez Parisi, l’aveva chiamata così in onore di sua figlia, Silvanaya Anita Marisol Jimenez Parisi, morta in circostanze tragiche (investita da un’auto) all’età di soli cinque anni. Era un uomo grasso e triste, dal volto placido, ma aveva l’eruzione incorporata, ovvero fuoco – più che sangue – nelle vene, pronto a divampare ogni momento: vulcanico, caliente, generoso… il collo taurino, la camicia che, d’estate, gli si incollava addosso di sudore, sbottonata sul petto villoso… orologio e catene d’oro massiccio, ventre prominente, pantaloni beige a rischio di scoppiare. Quando si incazzava con gli arbitri – e non c’era niente di più facile – dava uno spettacolo pirotecnico che da solo valeva il biglietto: bisognava tenerlo in quattro, e nerboruti, per impedirgli di scendere in campo, dalla tribuna d’onore, a picchiare il bastardissimo “hijo de puta” (così gridava, furente, con la schiuma alla bocca, mentre i tifosi intorno fischiavano a spaccatimpano, o ululavano, come selvaggi sul piede di guerra). Più e più volte, per motivi di intemperanza disciplinare e ordine pubblico, avevano squalificato il campo o penalizzato in classifica la squadra, dandole partite perse a tavolino… senza contare, poi, le inibizioni, i deferimenti, le multe, le sospensioni varie e multiformi che si era beccato (non sempre meritandole, però) lui, “El Presidente”, col suo modo di fare e di esternare.

La recinzione dello stadio è divelta. Sui muri, lungo le tribune, variopinti Tazebao anni Settanta, che inneggiano al “Che”, con la bandiera del Cile e scritte del tipo “Hasta la victoria” o “El pueblo unido”. Lo stadio è dismesso e abbandonato all’incuria: cade letteralmente a pezzi. Qualche striscione scolorito che penzola dall’alto, qualche straccio di bandiera rosa-blu. Entro in campo. L’erba è incolta e spelacchiata. Numerose le buche e le gibbosità. Gli spalti sono vuoti e, ciononostante, odo urla sparute, qua e là, echi di fantasmi e di riflessi, attimi passati. Scrosci di applausi, non so se di scherno o di giubilo. Forse mi riconoscono: forse mi hanno confuso per uno dei vecchi e pugnaci “silvanaydi”… Ecco, ho raggiunto il cerchio del centrocampo, all’altezza del disco di battuta. Qui cominciavano, le epiche partite. Qui i capitani, mormorando in mezzo ai denti cortesissimi improperi, promettendosi battaglia, si stringevano la mano e si scambiavano sorrisi e gagliardetti… Qui, infine, passarono le migliori squadre del tempo. Corro verso una delle porte. È infissa nel muro di cinta che delimita il campo: sembra l’accesso di un garage o di un’autofficina. I pali e la traversa sono fatti di muro che sporge. Tigrati di strisce giallo-nere. Dentro, il pavimento d’erba. La rete molle che pende, quasi del tutto strappata. È una grotta delimitata di pieno. Dietro la rete, la “stanza” della porta si perde nell’oscurità, baluginante di cunicoli interni, di plessi, di anfratti, di angiporti, di atri e padiglioni a non finire… Gli spogliatoi, forse? Dal muro della traversa, all’altezza degli incroci, due lampade incastonate, protette con una piccola gabbia metallica verniciata di rosso: forse le boe di avvistamento, o luci di segnalazione (a indicar di sagoma il bersaglio), per le doti balistiche dei cannonieri in campo?

Contemplo la linea di gesso della porta. Scrostata, sbiadita, consumata. Fin qui: pugno di mosche. Da qui in poi: gol, verità, ragione, dimostrazione, gaudio, estasi, trionfo. Potenza e atto: Aristotele docet. Come far che non sia stato, un gol subìto? E come fare che poi sia, un gol mancato? Il triplice fischio invera e inchioda per sempre, archiviandone le risultanze effettive, tutte le faccende potenziali, ancora fluide e aperte al divenire, sino a quel momento. Ma poi è fatta, qualunque sia l’esito: ci sarà sempre un’altra partita, certo, per rifarsi della sconfitta o rendere conferma alla vittoria… ma quella ormai è andata, non si può cambiare. Come strappare gli acini dal vino in cui, ormai, son stati tramutati? Come tornare all’uva? L’infinito aperto del divenire è un nulla che è tutto, in potenza; il finito chiuso del divenuto, ovvero la realtà, è – specularmente – un tutto che si rivela nulla, fintanto che non s’apre al divenire: ma allora cambia, si trasforma altro da sé, continua poi a finirsi in qualcos’altro. Mi volto verso il campo, per guardarlo dalla prospettiva del portiere. Mi accorgo solo adesso che è un campo rovesciato (ma come è possibile?)… le due porte, cioè, si dirimpettano al centro della larghezza. È un rettangolo che si sfruttava al contrario: un campo larghissimo e cortissimo? Ma forse… adesso ricordo, sì… l’ho letto da qualche parte: cambiarono il posto delle porte! Una notte, in modo inaspettato: a mo’ di avvertimento, di intimidazione. In coincidenza, guarda caso, con il progressivo e inesorabile declino della squadra. Oscar Jimenez, stanco di essere il presidente “barricadero”, votato alle battaglie col Palazzo, finì per lasciarsi travolgere dagli eventi. Già da tempo in grosse difficoltà economiche, cedette infine alle lusinghe del calcioscommesse, alle cifre spaventose offerte dai narcotrafficanti. La squadra arrancava sempre più, e in campo accadevano cose strane, incredibili, sospette. Ma la cosa più strana e assurda era che lui, proprio lui, sì, non s’incazzava più con gli arbitri – e tutti lo notavano meravigliati… Assisteva inerte alle partite, con lo sguardo spento, fisso nel vuoto: un’espressione da bue spacciato, prima del mattatoio.

Fino al patatrac. Fu quando la squadra, ormai retrocessa, ebbe un colpo di coda letale, un estremo impeto d’orgoglio, andando a rovinare la festa di chi avrebbe dovuto laurearsi Campeon proprio all’ultima giornata, e proprio sul campo della derelitta e inoffensiva Silvanaya. Jimenez era stato invitato, più e più volte, a farsi da parte, a non rompere i coglioni, insomma: ad agevolare, sino al compimento degli eventi, gli interessi plurimiliardari del sistema. Cifre a nove zeri, di cui qualcosa sarebbe infine toccato anche a lui, se tutto fosse andato come previsto, senza intoppi: briciole, certo, ma pur sempre qualcosa. Jimenez aveva dato la sua parola d’onore. Figurarsi così lo stupore quando, la mattina del grande e triste giorno, alle prime luci dell’alba, lo svegliò la telefonata del custode del campo che, con voce trafelata, lo avvertiva dell’avvenuto sabotaggio: dell’incursione da parte di ignoti che, nottetempo, avevano spostato le porte nel senso della larghezza del campo… ed erano certo segnali funesti, da non starci per niente tranquilli. “Hijos de puta” – esclamò come ai bei tempi il Presidente. Dunque lo minacciavano, nonostante tutte le assicurazioni. Cos’altro si voleva da lui, ancora? Ma forse – comprese di lì a poco (a mente più fredda) – si trattava di un’altra parrocchia di scommettitori; e questi lo invitavano a farli trottare anzichenò, i giocatori… che la Silvanaya facesse risultato, quel giorno, cosicché la squadra seconda in classifica, a ridosso di un punto, potesse compiere il sorpasso decisivo… Altrimenti… Jimenez capì di essere tra due fuochi, vittima predestinata. Maledisse di cuore il calendario, che gli aveva destinato una partita del genere all’ultima giornata, e si diresse di corsa allo stadio. Lì, smoccolando copiosamente, aiutò il custode a rimettere le porte al proprio posto. Bisognava fare in fretta: nessuno doveva accorgersi di nulla. Nel giro di un’ora tutto fu come prima.

La partita, quel pomeriggio, scivolò lungo i binari di uno scialbo e a dir poco scandaloso 0-0, fatto di finte baruffe a centrocampo (giusto per dare l’impressione, e non farsi richiamare all’ordine dall’arbitro), alternate a fasi di “melina”. Si capì ben presto che le carte erano state ulteriormente truccate: spareggio doveva essere, altro che no! Tra la capolista, ad impattare con la Silvanaya, e la seconda, a vincer facile – già 4-0 alla fine del primo tempo… Era quella la soluzione più comoda per tutti, in grado di far raddoppiare la posta delle scommesse e il volume dei soldi in gioco. Figurarsi cosa dovette succedere quando al 90’ Perfumo, la guizzante ala destra della Silvanaya, stufo delle ripetute e gratuite provocazioni da parte del marcatore avversario (“checca senza palle” e pippa al sugo lo aveva sbeffeggiato sin dai primi minuti), decise di inventarsi un’azione strepitosa che, dopo uno slalom fra cinque stupefatti “birilli” (stavano a guardarlo con l’aria di dire “Ma che fa: è impazzito?” – e tuttavia non riuscivano a prenderlo sul serio; cominciarono a preoccuparsi solo al penultimo dribbling), concluse con una saetta imparabile alle spalle del portiere! L’arbitro, costernato, proprio non poté annullare (il gol era pulitissimo, oltre che splendido), e la Silvanaya finì col vincerla, quella dannata, stramaledetta partita: l’ultima della sua storia. Il titolo – per la cronaca – andò agli ex secondi in classifica; i quali, avendo totalizzato un tennistico 6-1, si ritrovarono loro malgrado, grazie alla prodezza di Perfumo, protagonisti di un inatteso e importuno sorpasso al fotofinish!

Ne venne un tatanai, un’iradiddio. Non subito, però. Al punto che, i primi tempi, Jimenez arrivò a pensare di averla fatta franca. Ma era la classica quiete anzi la tempesta. Il primo a rimetterci fu Perfumo: gli sabotarono i freni della macchina, andò a fracassarsi contro un muro, uscendone vivo per miracolo, sì, ma con la spina dorsale spezzata, destinato a vita sulla carrozzella. Quello stesso giorno, quasi in contemporanea, Jimenez venne circondato da quattro sicari e imbottito di piombo. La Silvanaya, emanazione fisica e legale del suo vulcanico presidente, cessò di esistere in quel preciso attimo, per sempre. Fallimento e radiazione vennero da sé, in modo conseguente e naturale. Rimase in piedi solo lo stadio; dove peraltro, da allora, più nessun incontro si giocò: abbandonato all’incuria del tempo, che tutto corrode e mangia e cancella: alle sue mani invisibili di formidabile demolitore. Ma prima i narcotrafficanti spostarono di nuovo le porte, a eterna memoria del loro incalcolabile potere e della fine riservata ad ogni sprovveduto oppositore. Un monumento alla malavita, insomma: alla radice maligna che alligna e serpe silenziosa, al cuore umano.

Così va il mondo…

Marco Onofrio
(dalla raccolta inedita Specchio doppio)

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“Appello” (a Dante Alighieri)

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APPELLO (a Dante Alighieri)

…ma non erano da ciò le proprie penne
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne…
(Paradiso – 33, vv. 139-141)

… Inesorabilmente, da quel cielo
nel suo perenne lumine irradiato
atterrò d’un attimo il mio ciglio
ché ancora non ardivo ricercare
la fonte del più nobile consiglio.
E lì si aperse il velo, innominato.

Lui m’induceva a dire come figlio
che domandato al padre si confessi
temendo di non reggere l’acume
nell’acqua trasparente dello specchio
ove polire, a forza di speranza
le brume incatramate degli abissi
e solvere l’enigma dell’andare
eterno che contiene l’esistenza.

Mi rischiarai la voce titubante
che più sottile in punta della gola
il brivido impediva nell’uscire
ghiacciato dall’aguglia che le vene
appinza, e a porgere quel dire
brillava la mia fronte di sudore.
Allora m’ersi, vocai tutto l’ardire
forse l’ultima possanza che restava
e nel silenzio, madido di luce
come appena mormorando
cominciai:

“Dante, i’ vorrei che la tua voce
amara sì non fosse messaggera
di ciò che in questo giorno
mi riserva ad essere la sera.
Ah, saperti pareggiare
nell’eletto idioma che mi degni!
Mi mancano parole, e non poeta
né retore sono, ma giovane confuso
che ha perso la sua strada, se la ebbe
e ritrovar vorrebbe, fin da ora
la più alta dimensione
della vita, quella da cui nacqui
e arriverò passando, come spetta
per corso naturale ad ogni uomo.
Sdegno infatti l’ardimento
di guardarti aperto, ché ritengo
di perdere la vista al tuo splendore
meato dall’interno del diadema
che cinge la tua testa, t’incorona.

La tua sostanza prome d’intelletto
e della mente il seme a un punto tale
che favellar, tacere o contemplare
l’amore ch’arde vivo in chiara amanza
e da se stesso aumenta e si mantiene
non reca giovamento a quel suo male
o passo decisivo alla salute,
ma sì piuttosto danno e non rimane
l’onnipresente danza che l’involve
al divenir del mondo e del suo fare
ché ne basisce il labbro al verbo muto
e impallidisce in volto il colorito
allor che d’esta ardenza colmo il cuore
e intriso il sentimento di tremore
come un cavallo zoppo al dir mi pongo:
troppo parvo sònti nel cospetto
e prego la tua guida pel cammino
che nel destino ignoto s’apparecchia
e chieggo della luce il senso oscuro
che fa sotteso darsi a questo viaggio
dovere universale che c’impelle
assiduamente a scegliere la vita
la grazia e la portata del suo velle.

Che significa lo spazio circostante
dove muore, spegnendosi nel vuoto
la forza palpitante dentro il cuore?
Che cosa ci vuol dire dai primevi
il tremolio silente dei notturni?
Questo cielo inascoltato
che non ha contorni?

Donami un segno, un simbolo del vero
e che una volta la favilla dell’uscita
baluginando sorga dall’oscuro,
non sia fata morgana
la chiave-gibigiana del mistero
caduta da millenni in fondo al mare;
abbracci la tua mente queste spalle
e rampi verso l’anima giocondo
di fulmini al galoppo il palafreno
ed illeonito rugga il mite agnello:
s’incieli nel silenzio del profondo
l’aquila ghermendo la saetta
seguendo tra le stelle l’alta rotta
e insieme negli artigli il ramoscello
argento-verzicante dell’ulivo
e un giglio immacolato come emblema
che nel mio cuore scopro: sono vivo!
perché la vita amo e dono amore
copiosamente attorno, senza tema
come fosse la suprema
verità – sapienza et umiltà
dinanzi al pergamo del mondo
dico – certo tu m’intendi –
di quello spirito sognante che matura
nell’incubo del giorno più importante
e che gravarmi sento nell’esteso
e non evolve l’ombra persistente
questa mostruosa immensa allucinante
di vuoto apocalisse e spazio nero…
deh, sveglialo, bardalo, frustalo se vuoi
o eletto capitano e marescalco
fammi da mossiere alla partenza
spronalo al volo, tornalo al creatore
all’infinita fonte del potere
come il fiume che divalla verso il mare;
siimi padre, consigliere, amico
e solo che lo sforzo non sia vano
all’alba del risveglio, te lo giuro
potrai vedermi ridere nel sole
nella stupenda luce del mattino
alunno fiducioso più che figlio
sul misterioso, semplice cammino
che proprio dal tuo cenno
avrò intrapreso”…

Marco Onofrio

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“Azzurro esiguo”: intervista su «Il mamilio» (21 marzo 2021)

 

Azzurro esiguo cop-2

https://www.ilmamilio.it/c/comuni/36522-il-poeta-di-marino-marco-onofrio-spiega-la-sua-ultima-opera-azzurro-esiguo.html

Con il suo nuovo libro di poesie, “Azzurro esiguo”, Marco Onofrio giunge alla sua quattordicesima opera in versi e al trentaseiesimo libro complessivo: una produzione ormai vastissima per il neo-cinquantenne autore romano naturalizzato marinese (oltre 6000 pagine pubblicate grazie a cui, in quasi trent’anni di carriera letteraria, egli ha ottenuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti, in Italia e all’estero). “Azzurro esiguo” esce con un editore tra i più importanti per la poesia, Passigli di Firenze. Il volume, di 112 pagine, racchiude 59 composizioni ed è stato avallato e prefato da Dante Maffìa, che lo definisce «libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori». Abbiamo raggiunto telefonicamente Onofrio a Marino per rivolgergli alcune domande.

Marco Onofrio, la pandemia non sta affatto rallentando il ritmo delle tue pubblicazioni…

In realtà ho qualche remora, perché questi nuovi libri sono destinati a patire delle mancate presentazioni e non tutto si potrà recuperare a fine pandemia, speriamo presto. Molti mi chiedono di presentarli sulle piattaforme on line, in videoconferenza, ma a me non convincono, la linea è spesso disturbata, le voci metalliche, è un continuo rincorrersi di “mi sentite?” e “non si sente bene”, e insomma la vera presentazione di un libro è, da sempre e per sempre, un evento che vive con la presenza fisica degli interlocutori: preferisco aspettare tempi migliori. D’altra parte la cultura non può e non deve fermarsi, dunque è indispensabile non farsi condizionare più di tanto dal doloroso incubo che stiamo vivendo, e anzi usare i libri come scialuppe di salvataggio cui affidarsi, ora più che mai, per resistere e sperare.

Come nasce “Azzurro esiguo”?

Il libro raccoglie materiali eterogenei, molte poesie scritte negli ultimi anni e altre recuperate da quaderni “antichi” di appunti, risalenti addirittura alla mia adolescenza. Spesso le cose dormono al buio per decenni e poi d’improvviso reclamano spazio poiché il tempo è finalmente maturo: è uno dei misteri della scrittura, così come della vita. Questo mix di “ere geologiche” stratificate contribuisce forse all’equilibrio di toni che “Azzurro esiguo”, più delle opere in versi precedenti, sembra riuscire a realizzare.   

In che senso “equilibrio di toni”?

Il poeta è un equilibrista sospeso su un filo sottile tra “vita” e “cultura”: se si abbandona completamente alla vita, la poesia è ingenua e inefficace; se dà troppa udienza alla cultura, la poesia si spegne nell’intelletto e scade in “letteratura”. In entrambi i casi il poeta cade e fallisce il proprio obiettivo, che è appunto questo equilibrio difficilissimo da raggiungere.

Perché il titolo “Azzurro esiguo”?

È il titolo della poesia che conclude il libro. Dice fra l’altro: «Come riuscire a dire l’azzurro esiguo / dentro l’universo tutto nero? // Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. // La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola». L’azzurro è “esiguo” perché infinitesima ma infinitamente significativa è la goccia della vita su scala cosmica, cioè il prodigio di questo pianeta rispetto al buio e gelido orrore del vuoto senza fine in cui rotoliamo, e l’apertura brevissima della nostra esperienza tra gli abissi del “prima” e del “dopo”. L’azzurro è “esiguo” anche perché nell’esistenza di ognuno i dolori sono in genere più numerosi e frequenti delle gioie, e per ogni fuggevole gioia c’è da pagare un prezzo salatissimo. Come l’estate: 9 mesi per prepararla, poi finalmente arriva e… dura un soffio.     

Quali sono i temi principali del libro?

C’è un macro-tema di fondo, ed è quello tipico di ogni mia scrittura letteraria: l’interrogazione continua, insistita e direi anche cocciuta sul mistero e il senso dell’essere, l’incredibile meccanismo di cui facciamo parte. Entro questa cornice di conoscenza (im)possibile vanno poi a collocarsi temi universali come il vuoto, il tempo, la morte, la vita, il dolore, l’amore, la paternità, la speranza, la nostalgia, il ricordo, ecc. E poi, naturalmente, motivi “classici” della mia poesia come il cielo, la forma delle nuvole, il mare, il silenzio, la luce, l’ombra, l’ascolto delle stagioni… Cose di sempre (da cui il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti), ma che qui brillano di un nuovo riflesso grazie appunto all’equilibrio di cui parlavo, tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani, probabilmente favorito dalla prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti.       

Quanto c’è di personale?

Tutto, se si considera che ogni poesia di qualsiasi autore nasce da uno sguardo e che ogni sguardo – sia come “modo” di guardare alle cose, sia come “momento” diverso di questo guardare – è per definizione unico e inimitabile. L’importante è che le “impronte digitali” personalissime siano condivisibili, permettendo un riconoscimento universale di quanto visto e percepito. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e, appunto, l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato il libro.

D. C.

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“Le visioni di Roma nella Divina Commedia”

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Che rapporto ha, con Roma, il Sommo Poeta? Come la percepisce? Quali sono le visioni della Città Eterna nella sua opera, in particolare nella Commedia? Occorre anzitutto distinguere fra il Dante reale, nella concreta esperienza biografica, e il Dante ideale, proiettato in esperienza di pensiero. Nel primo caso parleremo di “Dante a Roma”; nel secondo (che il primo racchiude) di “Dante e Roma”. Dante infatti a Roma c’è stato, almeno una volta: un soggiorno che gli cambia la vita, in tutti i sensi, e lascia tracce indelebili anche nel Poeta. Tracce così vive e precise che sembra difficile dubitare della visione diretta di ciò che nomina e descrive. Gli studiosi si sono da sempre sguinzagliati sulle orme del Dante visitatore, per raccogliere i suoi “souvenir” romani. Fra i quali ricordiamo i più celebri, probabilmente nati dall’esperienza del Giubileo del 1300: lo smistamento dei pellegrini in due colonne a doppio senso su Ponte S. Angelo (Inf. XVIII, vv. 28-33); la “pina bronzea di S. Pietro” cui viene paragonata la faccia “lunga e grossa” del gigante Nembrotte (Inf. XXXI, vv. 57-58); Montemario (Montemalo), messo dall’avo Cacciaguida in relazione con il colle Uccellatoio di Firenze (Par. XV, vv. 109-110); e la “Veronica nostra”, reliquia già famosissima, esposta per l’occasione a S. Pietro: era l’immagine di Gesù stampata nel panno che la leggendaria Veronica gli aveva offerto perché si asciugasse il viso, durante la salita al Calvario (Par. XXXI, vv. 103-111). Nel nome di Montemalo può riassumersi la suggestiva visione dall’alto che, della Città Eterna, si apriva a quanti arrivassero da nord. Uno sguardo che poteva allungarsi fino al mare, nelle distese del cielo infiammato dal sole quando «quel da Roma» (cioè colui che guarda da Roma) «il vede quando cade» (cioè lo vede tramontare) «tra Sardi e Corsi» (cioè tra Sardegna e Corsica, nel mar Tirreno): sono i vv. 79-81 del XVIII del Purgatorio, e Dante sta probabilmente rievocando l’esperienza di uno degli ineffabili, struggenti tramonti romani, visto da Montemario. Ma i cercatori di tracce spesso esagerano: come il Bassermann, che invocava l’esplorazione dell’interno del Colosseo per la concezione dantesca della struttura infernale. È anche da escludere la tradizione della locanda dell’Orso, che mai poté ospitare Dante poiché quattrocentesca.

Che Roma vide Dante al suo arrivo? Come apparve ai suoi occhi? Triste, desolata e decaduta. La Roma medievale aveva soppiantato e in parte distrutto quella classica, ristrettasi a un quarto. Trentacinquemila abitanti contro i novantamila della florida Firenze. E, tuttavia, la presenza del papa garantisce la funzione della città-santuario, meta costante di pellegrinaggi (con buona pace dei romani che ci campano: bottegai, locandieri, artigiani, contadini, cambiavalute, ecc.). È facile arguire, da ciò, la grande occasione che rappresenta per tutti il Giubileo del 1300, anche e specialmente in senso economico. Il Giubileo è il colpo di genio con cui papa Bonifacio VIII immagina di nutrire e parzialmente appagare la sua grandeur teocratica. Già preannunziato nel Natale del 1299, viene promulgato ufficialmente con la bolla papale Antiquorum habet del 22 febbraio 1300: sarà concessa indulgenza plenaria a tutti i fedeli, purché giungano a Roma, entro l’anno, a pregare sulle tombe di S. Pietro e S. Paolo. L’affluenza è senza precedenti: Roma diventa una Babele di lingue e costumi. A decine di migliaia, da tutta Europa, ci si fa “romei”. Dall’alto dei colli, così, si può godere la scena grandiosa: uno spettacolo di moltitudini affluenti da tutti i punti cardinali: a piedi, a cavallo, sui carri, carichi di bagagli: anziani sulle spalle dei giovani, come Anchise su Enea. Nella calca, più d’uno muore schiacciato. I romani si organizzano per l’accoglienza. Vettovaglie abbondanti e a buon mercato, ma alberghi piuttosto costosi. In tutta Roma è grande il commercio di reliquie, immagini sacre e reperti antichi. I pellegrini si fanno anche turisti: si soffermano estatici a contemplare le rovine, col libro dei Mirabilia in mano. Un sentimento di stupore che provò anche Dante, «veggendo Roma e l’ardua sua opra», se lo utilizza nel XXXI del Paradiso per dipingere quello, tanto maggiore, che lo pervade dinanzi alla mistica rosa dei beati.

Nella concezione bonifaciana, coerentemente espressa in decreti e bolle (di cui il vertice è rappresentato dalla Unam Sanctam del 1303), la sfera del potere ecclesiastico è dilatata al punto di assorbire e sottomettere quello temporale. Ma il papa di Anagni si dimostra miope nell’avvertire i limiti della sua autorità. E forse alza i toni nella misura in cui sente che il terreno comincia a mancargli sotto i piedi. Anche lo strumento della scomunica, a forza di usarlo, ha perso di efficacia. Gli imperatori di Germania (come Adolfo di Nassau o Alberto d’Austria) si disinteressano dell’Italia, il «giardin de lo ’mperio», ma la Chiesa sembra incapace di riempire il vuoto di potere: «i rematori che guidano la navicella di Pietro sonnecchiano», scrive Dante nella VI Epistola. L’Italia è lacerata dal contrasto fra Guelfi e Ghibellini, sul modello originario della Germania (discendenti gli uni dal duca Welff, fondatore della casa di Baviera; gli altri dagli Hohenstaufen, duchi di Svevia e signori del castello di Weibling): i primi aperti verso il potere di Roma; i secondi rigidi difensori dell’indipendenza da ogni ingerenza pontificia. Papa e Imperatore, dunque: le massime autorità medievali. A Firenze i guelfi si dividono in due correnti, fieramente nemiche: i bianchi, afferenti alla famiglia dei Cerchi (capitanata da Vieri dei Cerchi); e i neri, afferenti alla famiglia dei Donati (capitanata da Corso). I neri sono filopontifici a oltranza, appoggiano Bonifacio VIII che a sua volta li favorisce con prebende e concessioni. Imparentato coi Donati per mezzo della moglie Gemma (cugina secondaria di Corso), amico di Forese, Dante è tuttavia dalla parte dei Bianchi, vicino loro per temperamento, ideali, simpatia. Dopo qualche incarico diplomatico (in qualità di ambasciatore di Firenze e mediatore politico), viene eletto priore, il 15 giugno 1300. Di lì a poco le ostilità fra Bianchi e Neri si aggravano: ormai è guerra aperta. Bonifacio VIII si adopera segretamente a rafforzare i Neri e a un certo punto chiama il conte Carlo di Valois, fratello di Filippo IV il Bello, per incaricarlo ufficialmente di riportare la pace in Toscana, in realtà di assoggettare i ghibellini italiani. Carlo di Valois muove da Anagni prima del 20 settembre e alla metà di ottobre è a Siena. Dante è fra i più accesi nel subodorare l’imminenza del pericolo; fra i più tenaci nel capeggiare una minoranza oltranzista filo-popolare, di irriducibile opposizione alle mire del papa. Viene decisa un’estrema e tardiva mossa: inviare un’ambasceria presso Bonifacio. Uomini fiorentini – fra cui Dante – e forse anche messi di Bologna, partono ai primi di ottobre: troppo tardi.

Giunti li ambasciatori in Roma, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: «Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano che sia ubbidita la mia volontà (Cronache del Compagni).

Dante resta a Roma in attesa di nuove istruzioni: almeno fino ai primi di novembre, quando gli giunge notizia (ma forse a Siena, sulla via del ritorno) che a Firenze la situazione è precipitata: i Bianchi sono caduti, messi in fuga dal nuovo governo nero. È il caos: violenze, repressioni, distruzioni, incendi e saccheggi di case (compresa quella di Dante). Dante, condannato in contumacia prima a un’ammenda di 5000 fiorini, poi alla pena di morte, non metterà più piede a Firenze. Glielo preannuncia l’avo Cacciaguida in Paradiso:

Qual si partì Ippolito d’Atene
per la spietata e perfida noverca
tal di Fiorenza partir ti conviene.

Sull’ambasceria romana sono state sollevate varie ipotesi: se ad esempio sia stata ricevuta da Bonifacio nel palazzo di Anagni o a Roma in Vaticano; se dunque Dante si sia spinto fino alla città natale del Caetani, dove questi era solito trattenersi fino all’autunno inoltrato. Roma, comunque, è presente in Dante come esperienza ben più profonda di quanto potrebbe apparire dai ricordi singoli di cose, luoghi, episodi. Importa un’interpretazione globale del suo mondo: di un pensiero che si accende e si focalizza proprio dopo l’incontro con Roma.

Nella Commedia non c’è reminiscenza di terra e di popoli che non sia comprensiva di rammarichi, rimbrotti, polemiche astiose. Un posto a sé ha invece Roma, la cui immagine eterna (più che storica) ricorre con la stessa intensità di Firenze: tuttavia, a differenza di quella, positiva, gloriosa, degna di venerazione. Ne parla sempre con religioso turbamento, reverenza, amore, commozione. Eppure questo alto amore nasce da un’iniziale indifferenza e da una punta di ostilità. Lo ricorda nel secondo libro della Monarchia, il tempo in cui “vaneggiava”, meravigliandosi che il popolo romano avesse potuto trionfare ovunque senza incontrare sufficienti resistenze. E nel De vulgari eloquentia la grandezza antica di questo popolo viene addirittura derisa nella presente incarnazione di un rozzo popolaccio, che puzza e parla male: «pare che puzzino anche per pervertimento di costumi e atteggiamenti», dice Dante dei romani del Trecento. Quello che parlano è un “tristiloquium”: il più brutto di tutti i volgari italiani. I romani danno del tu, ma al contempo sono fastidiosamente presuntuosi per una gloria di cui non sono eredi. Questo fastidio per la plebe rozza e incivile, che Dante probabilmente avvertì durante il suo o i suoi soggiorni romani, non inficia assolutamente il rispetto sacrale per il significato altissimo della Città Eterna. Tuttavia è probabile anche che, prima di vederla con i propri occhi, non avesse egli inteso, di Roma, quello «spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato», di cui ci parla nel quarto libro del Convivio. La storia di Roma, cioè, benché già ne conoscesse gli stupendi frutti letterari, non era ancora entrata pienamente dentro la sua vita, restando sostanzialmente estranea all’impegno di pace e giustizia della stagione politica fiorentina. Poi invece, galeotto anche lo spettacolo umano del Giubileo (dove, mire teocratiche a parte, si respirò un’autentica vibrazione religiosa), Dante scopre Roma nella sua grandezza storica ed ecumenica, e scorge, sotto le incrostazioni, la santità come suo volto più vero. Non ovviamente la Roma storica di Bonifacio VIII, centro di intrighi e di potere («là dove Cristo tutto dì si merca», scrive in Par. XVII, v. 51), ma la Roma della duplice universalità, eternamente cristiana ed imperiale, trasfigurata dalla sua reale condizione di decadenza. È questa la Roma che, come un termine ideale, gli si accende nella mente e dentro il cuore. Perché a un certo punto Dante, come in un lampo di rivelazione, capisce che non c’è contrasto, se non storico, fra Impero e Chiesa, aquila e croce: che la Roma imperiale e la Roma cristiana sono perfettamente integrate in un unico disegno provvidenziale. È proprio la giustificazione provvidenziale della Storia a riscattare il passato alla luce della sapienza di Dio. Non la violenza e il sopruso hanno generato il potere romano, ma la ragione divina: Roma dalla mano stessa di Dio è stata condotta a dominare e quindi ordinare il mondo, onde venisse quell’«ottima predisposizione», cioè la pace propizia alla nascita del Cristo. Tutta la storia antica viene recuperata alla luce di questa prefigurazione. Si conciliano così i fatti della storia con le verità della fede: le ragioni della Roma pagana con quelle (più alte) della Roma cristiana. Ecco perché Dante sceglie Virgilio, il cantore delle origini di Roma e il profeta della nascita di Cristo (secondo l’interpretazione tardoantica e medievale della IV Egloga), come guida per il viaggio ultraterreno. Roma allora è città santa ed eletta: per la consacrazione del sangue dei martiri; per le memorie dell’alba della Chiesa; per le reliquie prestigiose che custodisce; perché è apostolicum culmen, sede del soglio pontificio; perché è Colei di cui Cristo ha confermato l’impero; perché tutto ciò che appartiene alla sua storia non è accaduto senza divina ispirazione. Leggiamo ad esempio nel IV libro del Convivio che Davide, capostipite della stirpe di Maria, nasce nell’esatto momento in cui Enea approda alle rive del Tevere. Roma è “alma”, cioè nutrice degli uomini, perché detiene e custodisce il senso delle più alte universalità morali del mondo; perché è nodo cardinale del tempo, nello scenario dei popoli e delle generazioni; perché è arca di civiltà, sintesi di tutto il passato e di tutto il futuro, nell’altezza millenaria del suo “imperium”; perché infine è la madre del diritto, nel suo umano e divino riconoscimento, al di fuori del quale non c’è che trionfo dell’anticristo, cioè anarchia, caos, brado scatenarsi della cupidigia, e il mondo non è altro dall’«aiuola che ci fa tanto feroci». Ed eccolo allora rivendicare l’origine romana di Fiesole, poi tradita dai corrotti fiorentini; e raccogliere le anime del Purgatorio alla foce del Tevere, come a dire che Roma è la luce che brilla nell’abisso, il senso e il nome della salvazione; e affidare all’imperatore Giustiniano, il raccoglitore del Corpus Iuris, l’apologia (Par. VI) di una storia che ricapitola, in una sintesi mirabile e fulminante, il sigillo di un destino trascendente. Questa Roma ideale, attivata dall’esperienza toccante del Giubileo e nutrita dal dolore dell’esilio, diventa metafora e specchio della Gerusalemme celeste: Cristo ne è il primo cittadino.

Roma, dunque, è al centro della autobiografia politico-religiosa di Dante. La stessa Commedia è, per molti versi, proprio l’elogio e la rincorsa di Roma, della sua legge morale, della sua civiltà. L’esperienza dell’esilio permette a Dante di allargare e approfondire gli orizzonti, da Firenze all’Italia al mondo intero. È ormai superato il tempo del priorato e dell’ambasceria romana. Dante non è più il giovane animoso pronto a sfidare le ire del papa pur di restare coerente con se stesso, quale strenuo difensore delle libertà comunali. La sua concezione politica evolve. Bersaglio resta la corruzione in cui versa la Chiesa: solo che prima veniva attaccata dalla parte dei diritti del Comune fiorentino (per la gelosa difesa della sua autonomia), ora – con sguardo più ampio – dalla parte dei diritti dell’Impero. L’esule ha rotto con la «compagnia malvagia e scempia» dei fuoriusciti guelfi e, pur facendo «parte per se stesso», si è avvicinato agli ambienti ghibellini: nutre infatti ammirazione per l’istituzione imperiale e speranza nella sua restaurazione. Da qui il vivo interesse di Dante per alcuni personaggi della dinastia sveva, e la benevola commossa partecipazione nel descriverli: Manfredi, «biondo, bello e di gentile aspetto», che gli sorride dolcemente come un simbolo meraviglioso dell’età passata (Purg. III); Corradino di Svevia (Purg. XX); e Costanza d’Altavilla, madre di Federico II, trasfigurata in luce di santità nel III del Paradiso; da qui anche la suprema illusione per la discesa in Italia del nuovo imperatore Enrico VII di Lussemburgo, l’«alto Arrigo» cui Dante dedica la sua VII Epistola e dal quale spera, per qualche tempo, la possibilità di un ritorno in extremis a Firenze. Lo spettacolo delle città italiane lacerate da lotte civili, sopraffazioni e violenze, e il quadro di una Chiesa mondanizzata e corrotta, i cui membri, invece che pastori, sono “lupi rapaci”, lo inducono a ricercare la «cagion che il mondo ha fatto reo». Gli risponde Marco Lombardo alla metà del Purgatorio (XVI canto), quindi dell’intera Commedia: è colpa del libero arbitrio, giacché Dio aveva invece disposto che due potestà provvedessero a guidare gli uomini sulla retta via:

Soleva Roma, che ‘l buon mondo feo
due soli aver, che l’una e l’altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l’un con l’altro insieme
per viva forza mal convien che vada.

La celebre teoria dei “due soli” va a ribaltare la metafora teocratica e ierocratica di Innocenzo III (“così come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità”), ma per converso anche le teorie di chi sosteneva derivare la potestà pontificia da quella, suprema, dell’imperatore. Il papa ha usurpato il potere temporale. I pastori della Chiesa puttaneggiano coi re della terra. La confusione dei due poteri ha prodotto danni infiniti e sanguinosi. La degenerazione risale addirittura al peccato originale, alla colpa di Adamo: da allora una certa infirmitas rende l’uomo esposto al continuo rischio di cadere. Per questo Dio ha fornito due rimedi di salvezza, che sono strumenti per sfuggire alla tentazione e appigli per mantenersi saldi: Impero e Chiesa. Il primo preposto alla felicità terrena, garantendo con l’esercizio legittimo del suo diritto la pace universale; il secondo preposto alla letizia celeste. Due soli: due poteri fondati in sfere perfette e autonome: capaci, quando necessario, di riequilibrarsi a vicenda, nel senso che se l’imperatore commetterà errori il papa lo consiglierà al retto governo, e viceversa. La «cagion che il mondo ha fatto reo» va individuata non tanto nella vituperata (e poi dimostrata falsa) donazione di Costantino, il quale ebbe sì il torto di volgere «l’aquila contra il corso del cielo», cioè di trasferire l’impero da Roma a Bisanzio, ma fece la donazione «sotto buona intenzion» (Par., XX, v. 56), come dote che il papa riceveva non a titolo personale, bensì a vantaggio dei poveri; non tanto in questa, dunque, ma soprattutto nella latitanza di un imperatore in grado di porsi come executor iustitiae, supremo regolatore della vita civile, facendo rispettare le leggi ed obbligando così la Chiesa a tornare alla sua missione spirituale. Solo se è in pace e in concordia l’umanità può seguire la guida del papa e giungere alla salvezza. L’opera della chiesa ha il suo presupposto indispensabile nell’azione efficace dell’imperatore. Ma il fine della Chiesa, in assoluto, è più alto di quello dell’Impero, così come il cielo sta più in alto della terra: l’imperatore deve al papa una certa naturale reverenza.  Questo progetto di restaurazione politico-religiosa è grandioso ma in realtà anacronistico, ormai superato dal corso effettuale della storia, che aveva sancito la crisi irreversibile dei due poteri universali e il progressivo emergere dei poteri locali, l’aurora del concetto di nazione.

La costruzione poetica della Commedia nasce proprio da questa magnifica utopia regressiva, conseguente al rifiuto di un presente caotico: da un’ansia profetica e visionaria di palingenesi, di universale rigenerazione. C’è una grande, messianica speranza: che il mondo tornerà purificato. Il Veltro scaccerà la lupa, cioè la cupidigia che tutto avvelena. E il poeta si autoproclama profeta della nuova età, attraverso il messaggio lanciato dal suo sacro poema. Potrà così finalmente realizzarsi il terzo tempo di quella Roma «onde Cristo è romano», e di cui Beatrice gli annuncia che sarà «sanza fine cive» (Purg. XXXII, vv. 101-102), dopo la premessa dell’Urbe antica, il completamento di quella cristiana, e il trionfale epilogo di una Roma equamente imperiale e papale.

Marco Onofrio

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“Ricordo di Nino Manfredi” nel centenario della nascita (22 marzo 1921-22 marzo 2021)

manfredi

Nino Manfredi ci ha lasciato fisicamente il 4 giugno 2004. Solo il corpo si è arreso alla morte, poiché l’arte ne ha reso immortale la figura, sia l’attore sia l’uomo, e costante l’affetto che il pubblico gli ha tributato nel corso degli anni. In tempi recenti, tuttavia, e la cosa mi addolorava, il suo nome stava un po’ uscendo “dai radar”. Nessuno metteva in dubbio la grandezza dell’artista ciociaro, nato a Castro dei Volsci il 22 marzo 1921, ma se ne parlava troppo poco rispetto a ciò che invece merita. Mi ha fatto molto piacere, quindi, il successo riscosso in TV (Rai 1, 25 settembre 2017) dal film “In arte Nino” (2016), regia di Luca Manfredi (figlio di Nino), con Elio Germano interprete principale – film riproposto appena due giorni fa, sempre su Rai 1, in occasione del centenario che si celebra oggi. Ne ho avuto piacere soprattutto perché è servito a ravvivare il ricordo di quello che considero, insieme a Sordi e Mastroianni, uno tra i maggiori attori italiani del ’900; e poi perché ha dimostrato che l’amore della gente per Manfredi è intatto e inscalfibile: un diamante su cui il tempo non può nulla. L’oblio, peraltro, era un grande cruccio di Nino, come in genere accade per gli artisti. Negli ultimi tempi aveva paura di essere dimenticato e di non avere tempo per quanto gli restava ancora da dire, ed era ancora tanto. È così che si confessa durante un’intervista sulla sua lunga e fruttuosa carriera: «Certe volte, nella mia follia, mi chiedo: e se fossi diventato immortale? Certo non mi dispiacerebbe, perché potrei continuare a raccontare le mie favole come da bambino. Dentro sono rimasto bambino, e questa è già una forma di immortalità». Dentro lo sguardo custodiva tutto il suo percorso: aveva gli occhi pieni di vita, ricchissimi di esperienza e tuttavia limpidi, sinceri, pronti allo stupore. Curava e coltivava il bambino interiore alimentando ogni giorno la sua fantasia, la voglia di essere creativo, di non spegnersi nell’abitudine: la gioia d’esser vivo. Per fare Geppetto, nel “Pinocchio” (1972) di Comencini, era andato a studiare i bambini al giardino degli aranci, sull’Aventino. Comencini gli disse: “Secondo me sei l’unico attore che può parlare con un pezzo di legno”.

Manfredi è stato un grande interprete, un protagonista a 360° dello spettacolo italiano: teatro, cinema, televisione, musica, doppiaggio. Indimenticabile di autentica romanità, fra i tanti ruoli, il “Rugantino” (1962) di Garinei e Giovannini, con musiche di Trovajoli, accanto ad Aldo Fabrizi nei panni del ferale Mastro Titta. E poi i film con Gigi Magni, su tutti “In nome del Papa Re”, 1977 (nei panni di Mons. Colombo da Priverno) e “In nome del popolo sovrano”, 1990 (nei panni di Ciceruacchio). Che tipo di attore era? Tutti lo ricordano scrupoloso, meticoloso, assai severo con sé stesso, estremamente concentrato sul set. Entrava davvero nel personaggio: recitando arrivava a pensare, sentire e vivere come lui. Non si affidava all’improvvisazione, teneva a bada l’istinto. C’era tutto uno studio a monte: Nino meditava a lungo sul copione, soppesava le sfumature, costruiva con impegno e precisione il personaggio che doveva interpretare. «Nel costruire un personaggio» ebbe modo di riflettere «mi ispiro alla realtà delle cose, anche se i gesti non vanno riprodotti in modo meccanico, ma reinventati e poi espressi in un linguaggio che tutti possono comprendere. Cioè trasporto i gesti, i movimenti, i tic che sono un patrimonio di esperienze comuni alle mie corde interpretative». E poi la tecnica: aveva una capacità straordinaria di far lavorare tutto il corpo in funzione espressiva, soprattutto la micro-mimica del volto. Diceva: «Conta prima la mimica, poi la parola: questo non lo insegna più nessuno». La sua arte di attore insegue anzitutto l’ideale del film muto; riconosceva infatti C. Chaplin come maestro intramontabile. Così Manfredi recita nella prima delle sue tre prove di regista, “L’avventura di un soldato” (1962), dall’omonimo racconto di Italo Calvino, in cui un fante vive solo attraverso i gesti e il progressivo contatto fisico la sua fugace avventura con una vedova sul vagone di un treno. Ricorda Manfredi: «Mi diedero da leggere i racconti di Calvino, mi soffermai su L’avventura di un soldato, dove capii che c’era un’idea con cui potevo confrontarmi: inconsciamente la molla dell’interesse mi scattò dentro anche perché io stesso avevo vissuto una esperienza in certo modo simile quand’ero giovane, durante una gita a Ostia. Mi decisi allora per questo racconto; e dato che i miei padreterni erano stati Chaplin e Buster Keaton, mi dissi che se volevo dimostrare a me stesso di aver capito il cinema, dovevo rifarmi al cinema muto, alla nascita del cinema. E la misura dell’episodio mi pare giusta, per un racconto di pure immagini». 

La potenza epifanica dell’immagine muta richiama, per assonanza evocativa, lo stilema caratteristico di Manfredi: il doppio sguardo. È una cifra tipica del suo stile, quella di guardare e poi riguardare, una o più volte. Secondo me ha un valore ontologico. Anzi: segna forse il passaggio dal piano ontico (le cose chiuse nel loro mistero) al piano ontologico (la scintilla dell’essere che si svela all’uomo in cerca di conoscenza). Guardare e poi riguardare è la sua reazione dinanzi al mistero dell’esistente: per vedere e capire meglio; perché la prima volta gli è sfuggito qualcosa che pure lo spingeva a riguardare; perché magari non riesce a capacitarsi di qualcosa. Guarda e poi riguarda perché non può distogliere lo sguardo e si sente toccato dalle cose: ciò che appartiene all’uomo non può lasciarlo indifferente. Guarda e poi riguarda perché ciò che ha di fronte lo riguarda. Come dice nelle vesti di Ciceruacchio (“In nome del popolo sovrano”): «io so’ carettiere, ma a tempo perso so’ omo, e l’omo se impiccia». C’è una volontà di conoscere e di approfondire, al di là degli schemi acquisiti e dei luoghi comuni, per cui si sente pro-vocato dalla verità nascosta nelle cose. L’arte obbedisce a un impulso inesauribile di ricerca e scavo nell’infinito dell’universo umano: occorre recitare sul set per risultare autentici nella vita, inducendo gli spettatori ad essere altrettanto. Questa tensione gnoseologica, che infine si rivela nel suo carattere precipuamente etico, lo spingeva verso il cinema di impegno sociale e i film “difficili”, oltreché splendidi, come ad esempio “Girolimoni, il mostro di Roma” (1972), di Damiani, o “Pane e cioccolata” (1973), di Brusati, o “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), di Scola, o “Café Express”, di Loy, dove Manfredi spesso si trasfigura con impressionante realismo pur di giungere al cuore scomodo delle apparenze e delle convenzioni. Ebbe infatti modo di affermare: «Io ho sempre scelto film difficili. Se non sono difficili, non mi stimolano».

Manfredi non è mai stato un “buonista”, e questo gli ha consentito di avere la credibilità per interpretare i tipi umani e sociali più disparati, anche diametralmente opposti: vincenti e perdenti, cattivi e buoni, violenti e timidi. La dimensione etica a cui tende riesce efficace dal momento in cui egli non si tira fuori dalla rappresentazione ironico-satirica del mondo, come farebbe un moralista, ma sente di farne parte perché conosce e comprende l’ambivalenza del cuore umano e l’enigmatica stranezza delle cose. Tutti potremmo essere vittime e tutti carnefici, poiché l’angelo e il demone albergano nel cuore di ogni individuo, e l’attore – se vuol essere grande – deve riuscire a sprigionare questa complessità in forme di volta in volta autentiche senza cedere allo stereotipo o, peggio, alla caricatura. In tal senso Manfredi è attore non dico maggiore, ma forse più convincente del pur bravissimo Sordi, proprio per la capacità di interpretare le molteplici verità dell’Uomo tout court prescindendo dalle tipizzazioni nazionali e regionali come l’italiano e il romano degli stereotipi acquisiti. E lo si è visto – per intensità e profondità – fino alla sua ultima, commovente prova, nel personaggio testamentario di Galapago-Garcia Lorca per “La fine di un mistero” (2003) di Miguel Hermoso, che gli valse un meritatissimo Premio alla carriera.        

Marco Onofrio

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Esce “Le ali della Terra. Altre poetesse italiane fuori dal “coro” (2009-2019)”

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Quattro anni dopo Il graffio della piuma. Poetesse italiane fuori dal coro (2006-2016), è in corso di stampa, con il nuovo libro di Marco Onofrio, Le ali della Terra. Altre poetesse fuori dal “coro” (2009-2019), l’ideale prosecuzione di quella ricerca, sulla poesia femminile italiana contemporanea rintracciata in esiti di qualità al di fuori dei circuiti “ufficiali”.    

Si parla delle opere in versi di:

Antonella Antonelli, Anna Maria Curci, Maria Antonella D’Agostino, Carla De Angelis, Cinzia Demi, Stefania Di Lino, Angela Giojelli, Sonia Giovannetti, Fausta Genziana Le Piane, Tiziana Marini, Chiara Mutti, Patrizia Pallotta, Cristina Polli, Antonella Radogna, Virginia Rescigno, Marzia Spinelli.

Le 16 letture critiche sono corredate di una sezione antologica finale costituita da 48 poesie (3 per ogni opera in questione). Note tecniche del volume: brossura, cm. 14 x 21, pp. 190, Euro 15, ISBN: 979-12-80435-02-6.

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“Azzurro esiguo” letto da Fausta Genziana Le Piane

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Riflettendo sul titolo dell’ultima raccolta poetica di Marco Onofrio (Azzurro esiguo, Passigli, 2021) e sulla dedica personale che trovo all’interno – per un azzurro tutt’altro che esiguo – resto perplessa: ma insomma questo azzurro è esiguo o no? Calma, procediamo per gradi. La parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

Non è un caso che sia Mallarmé e sia Onofrio parlino di voce e di suono: Il suono, padre della terra / si incarna dentro un guscio / di splendore (…) (Il compito, p. 15)… Trionfo della creazione, dunque azzurro – lontano anche – che vince e supera la materia. Azzurro come dire Ideale, Bellezza, bellezza del mondo, bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo gettato qui sulla terra, dopo aver attraversato silenzio, spazio, tempo, è dilaniato tra la materia di cui è fatto e il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere, è combattuto tra la vita, che fa nascere e la morte che fredda nel mistero. Come dire le Città del Sogno / dove tutto è luce di pensiero (Il varco, p. 17). Tutto ciò scaturisce e prende forma dal tempo e dallo spazio e nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi, fatti di carne, di materia e di spirito, anime inquiete, intrise di mistero. Si resta colpiti dalla capacità dell’io del Poeta di sfaldarsi, allargarsi, perdersi dissolversi nello splendore dell’eternità, nell’universo, dilatato che inghiotte nella sua vastità:

Rinasco, ora, tra le braccia
del vento
che mi porta lontano
laggiù… laggiù…
sulle ali del tempo
dentro le vie dei colori
oltre l’orizzonte
in fondo al mare
ascolto la sinfonia dei giorni (…)

(So da sempre, p. 30)

Uscire dalla stanza.
Diventare luce dentro luce!
Sciogliersi nel sole
come una goccia
che cadendo in mare
mare diventa.

(Trascendenza, p. 33)

Risuona spessissimo la parola vuoto – una delle più presenti della silloge , vuoto incolmabile, vuoto che divora dove ci si spaventa senza che il turbamento diventi mai angoscia pura: è il centro ove tutto accade e si forma. È vuoto il silenzio, il silenzio / dei misteri?

L’universo è un grande buco
dentro il vuoto
pieno del nulla che ci ingoia…

(Ingranaggio nascosto, p. 20)

Anzi il vuoto non è indeterminato ma ha fattezze fisiche ben precise: Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di uomo, p. 80). Abisso, fondo, silenzio (più volte ripetuto), questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto. Fare il vuoto in se stessi, nel senso simbolico che danno a questa espressione poeti e mistici, è liberarsi del turbine delle immagini, dei desideri e delle emozioni; è scappare dalla ruota delle esistenze effimere, per provare solo la sete di assoluto. È, secondo Novalis, il cammino che va verso l’interno, la via della vera vita… “Il profumo dolce del silenzio / inchiavardato al vuoto” (Grato, p. 27). Il vuoto è vertigine che si attorciglia su se stesso in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore. Io interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del cerchio magico: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). C’è una corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo si specchia nel cuore,

Velati, gli occhi, e semichiusi
insensibili ormai a qualunque cenno
guardavano dentro
scorrere visioni trascendenti
come in un film
eccelso di indicibile grandezza
che qualcuno proiettasse dal cielo
dritto sullo schermo del suo cuore
proprio mentre stava per fermarsi.

(L’oasi, p. 38)

Anzitutto si specchia, anche il cielo nel mare: Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli) (Sale sacro, p. 62), il cielo nel pozzo, un occhiolino bianco che vacilla… Guardarsi dentro e trovarvi il firmamento, l’infinito… Sono tutto l’universo / l’infinito. L’Azzurro allora è esiguo rispetto alle aspettative umane, rispetto all’anelito, al desiderio di elevarsi ma, nell’essere inarrivabile, diventa vasto (azzurro senza fine):

Invólati ben lungi da questi miasmi impuri;
sali a purificarti nell’aere superiore,
e bevi come un puro e divino liquore,
Il fuoco trasparente di quegli spazi limpidi.
Alto sui tedi e sui pesanti affanni
che gravano quaggiù l’esistenza brumosa,
beato chi potrà con ala vigorosa
lanciarsi verso i campi luminosi e sereni:
quell’uomo i cui pensieri, lieti come le allodole
si involano al mattino verso il cielo – colui
che plana sulla vita. ascolta e sa comprendere
il linguaggio dei fiori, e delle cose mute!

(Chales Baudelaire, Les fleurs du mal, Mursia, traduzione di Mario Bonfantini, 1980, Élévation, p. 35).

L’Azzurro – il cielo – coincide con la trascendenza, con l’eterno, la divinità, il desiderio di assoluto, di bellezza superiore ed implica la ricerca di un’entità spirituale superiore, perché il Poeta vuole vedere l’esistenza con gli occhi /stessi della divinità (9 passi, p. 28):

Chi disegna il mondo intorno a noi?
Chi sospinge il vento che trascorre?
Chi prepara i segni del futuro
quando noi emergiamo e si fanno
vivi, nel silenzio, catturare?
Chi decide i corsi e i mutamenti? (…).

(Chi è, p. 22)

La grande Luce irradia amore nel silenzio: il silenzio è un preludio di apertura alla rivelazione, apre un passaggio. Secondo le tradizioni, ci fu un silenzio prima della creazione; ci sarà silenzio alla fine dei tempi. Il silenzio avvolge i grandi avvenimenti, dando alle cose grandezza e maestà. Il silenzio, dicono le regole monastiche, è una grande cerimonia. Dio arriva nell’anima che fa regnare in sé il silenzio. Lassù c’è un silenzio così pieno / che rende inutile parlare (Inutile parlare, p. 79). Al poeta è dato di sognare, di lasciarsi andare al sogno, senza opporvi fuga o resistenza (9 passi, p. 28) e di arrivare un giorno al centro inabitabile del cielo… Attenzione! Dobbiamo avere cura dell’Azzurro, in un attimo sparisce, in un attimo cade, precipita e poi non resta che sprofondare nella palude. Lassù, con l’Azzurro, ci sono le stelle, ci sono i baci:

(…) quella bocca dolce da baciare
che ora sto baciando,
non è un sogno!
Gusto tra le stelle il tuo sapore
di sorgente alpestre
e di marina fresca da annusare:
è un’acqua che non basta e non finisce
la gioia senza tempo che fa male
e spande una carezza in fondo al cuore
mentre ringrazio e benedico il mondo
per il miracolo che sei
viva tra le mie braccia
in questo spazio sacro,
e tutto attorno ciò che non sei te
l’impenetrabile ignoto
dell’insensato niente.

(Il bacio, p. 71)

Mi piace concludere con queste bellissime parole d’amore del Poeta, amore che coinvolge tutti i sensi (assaporare, gustare, annusare, ecc.). La donna idealizzata, Madonna degna dei più famosi Trovatori, è essere angelicato che rientra nella benedizione del mondo:

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Da qui la metafora della spazio sacro: è il luogo dove Madonna passeggia dispensando baci e gioia e frescura, qui si riuniscono gli amanti e il resto è l’insensato niente.

Fausta Genziana Le Piane

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“Azzurro esiguo” su “Il Caffè dei Castelli Romani” dell’11 marzo 2021

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La produzione letteraria di Marco Onofrio non conosce soste: un mese fa le prestigiose edizioni Passigli hanno pubblicato a Firenze la sua nuova silloge poetica, dal titolo “Azzurro esiguo”, con l’avallo di Dante Maffìa che parla in Prefazione di “libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori”. Il volume, di 112 pagine per 59 testi (fra liriche e poemetti in prosa), è la quattordicesima opera di poesia dell’autore romano, nonché la sua trentaseiesima di sempre, in quasi trent’anni di carriera culturale a tutto campo. Raggiunto telefonicamente a Marino, dove vive dal 2006, Onofrio si è detto felice di questa nuova pubblicazione, che una «strana e straordinaria casualità» – parole sue – ha visto coincidere con il giorno del 50° compleanno (11 febbraio 2021). «Una bella soddisfazione» ha dichiarato Onofrio «non solo per l’importanza della casa editrice, tra le più rinomate e ricercate in Italia per la poesia, e della collana in cui il libro è stato inserito, fondata e diretta a suo tempo dal grande Mario Luzi; ma anche e soprattutto per il valore di “summa” che l’opera assume rispetto alle precedenti, dove appunto la prima maturità dei 50 anni da me appena compiuti ha consentito un equilibrio che mi dicono molto bello tra la leggerezza dell’istinto e il peso del bagaglio acquisito nelle esperienze e negli studi quotidiani. Tra le poesie di “Azzurro esiguo” mi piace ricordare quella scritta in morte di mio padre Aurelio, mancato lo scorso 4 giugno, che sta commuovendo profondamente tutti i lettori per l’intensità emotiva e l’universalità delle corde sfiorate. È stato il mio modo di salutarlo e ringraziarlo per l’amore di una vita. Alla sua memoria è dedicato questo libro».

D. C.

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Tre pensieri sulla Donna (da “Nuvole strane”, 2018)

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Si riproduce sempre e in ogni luogo. L’eterno femminino, che manifesta la grazia del mondo. La bellezza irresistibile delle donne. Il potere della loro seduzione. La malia del loro sorriso enigmatico, che guarisce il male e blocca la mano alla morte. La luce vellutata e calda che splende nei loro occhi, sorgenti di un’acqua che rinfresca la gioia di essere e di amare. L’anfora generosa del loro corpo: spandono la vita tutta attorno (quando arriva una donna, un luogo si riempie di anima). La tenerezza calda del loro seno, porto di dolcissimi sospiri. Il profumo delizioso del loro collo. Il miele speziato delle loro bocche. La loro pelle liscia, lucida, ambrata, tutta da baciare e da abbracciare. Le ginocchia tonde, le forme che ricordano la terra. Il mistero sacro delle cosce che – da sole – bastano a dimostrare l’esistenza di Dio. Donne: intuitive, curiose, sensibili; languide, sensuali, appassionate; morbide, liquide, burrose. Donne, semplicemente donne, meravigliose donne!   

Se ami la vita, non puoi non amare le donne. Solo loro che ci mettono (e ci rimettono) al mondo. Le donne sono sacre. Chi le odia e le maltratta, firma con ciò stesso la propria condanna: è amico della morte, e la vita prima o poi lo punirà.

Il mistero sacro di ogni donna. Tra il seno, le spalle, il cuore. Bere la vita, gustando il sapore del mondo, dalla sorgente della sua bocca dolcissima. Accarezzarle il viso. Accendere la luce dei suoi occhi. Palpare i fianchi dell’anfora divina. Abbracciare la terra intera abbracciando lei. Passione struggente, languida sensualità. Ogni donna è un universo a parte: ha un fascino diverso da scoprire. Ciascuna, unica. Offerta ambulante di delizie. Scrigno segreto di gioie. Incrocio labirintico di possibilità. Fermarsi a una, d’accordo. Ma come rinunciare al dono delle altre? Amarle tutte: perché tutte esistono per essere amate. E l’uomo per amarle.

Marco Onofrio