23 gennaio 2020: Marco Onofrio presenta “Vertigine e radice. La poesia di Cinzia Demi” al Teatro “Duse” di Roma

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“Anatomia del vuoto”: la recensione di Giorgio Taffon (dal blog “Poetarum Silva”)

Anatomia

Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

Credo di non sbagliarmi se affermo che la raccolta poetica di Marco Onofrio Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice, 2019) assume un rilievo esemplare per quanti scrivono, leggono, o svolgono attività critica oggi in Italia. Quelli di Onofrio non sono versi che indulgono nel sentimentalismo di eventi privati, o nel minimalismo della vita quotidiana, o nel puro sfogo psicologico, o nel descrittivismo e colorismo della realtà naturale; Onofrio affida alla sua scrittura lirica il compito di indagare le zone più misteriose del nostro vivere; di immaginare la realtà delle cose, dell’universo oltre gli aspetti immediati ed esteriori che possiamo percepire; di esprimere sentimenti religiosi e mistici nel considerare i legami che s’intrecciano fra le vite, e con la Divinità. In diversi componimenti è facile riscontrare un certo mood, e un certo andamento prosodico tipici di alcune originarie modalità espressive di antiche scritture, anch’esse in versi: alcuni Libri biblici; o componimenti della poesia Zen (Hakuin, ad esempio, maestro del XVIII° secolo); e, ancor più lontani nel tempo, brani cosmogonici dei poeti greci e di un Lucrezio. Ad una tale arditezza di ideazione immaginativa, con un linguaggio lessicalmente piuttosto semplice, tra l’altro, non ci si arriva d’emblée, occorrono esercizio, tempi lunghi di riflessione, profondità di letture.

Difatti la raccolta su cui sto scrivendo, è stata immediatamente preceduta dai e preparata coi pensieri e gli aforismi di un prezioso libretto, Nuvole strane, edito nel 2018 (Roma, Ensemble), e da un’altra raccolta poetica, costituita da brevi “poemetti”, Le catene del sole (Roma, Fusibilialibri, 2019; da me, assieme ad altri, presentata a Roma nel giugno dell’anno da poco passato). In queste prove s’individuano immediatamente i tratti decisi e decisivi di una scrittura poetica di carattere filosofico e anche metafisico; e non solo, perché nei pensieri del primo libretto, come nei versi della raccolta si intuisce come implicitamente l’autore è in grado di tener conto delle teorie scientifiche sottese alle immagini di natura cosmologica e astronomica (dalla relatività alla fisica quantistica). Per coerenza intrinseca, per profondità di pensiero e per capacità di passare da una struttura prosastica e riflessiva a un costrutto del discorso in versi, con precisione di ritmo, di sillabazione e di rima, Anatomia del vuoto costituisce un grande risultato creativo e mitopoietico, davvero piuttosto raro nella nostra cultura letteraria. E non ci si lasci ingannare dal titolo, che suona certamente ossimorico, contraddittorio. Il “vuoto” che il poeta vuol notomizzare non è il Nulla tipico dell’ontologia razionalista continentale; il Vuoto è inteso secondo le nuove intuizioni cosmogoniche dei fisici d’oggi, i quali tendono a pensare che il Vuoto cosmico prima del Big Bang abbia generato la Materia; e non solo, direi che Onofrio è anche vicino alle concezioni orientali, in particolare a quella buddista, in cui nulla è assoluto, tutto è relazionale, per cui il Vuoto è contemporaneamente rapportabile al Pieno, e tutte le cose, tendendo al Nirvana, si annullano l’una con l’altra sciogliendo le contraddizioni non solo dal punto di vista ontologico (per cui si dovrebbe parlare di Vacuità, cioè di caratteristiche materialmente date ad ogni aspetto ed ente).

D’altra parte la stessa venuta al mondo della Persona è un provenire da quello che ab initio è il vuoto del seno materno (“il vuoto della madre”). Questo vuoto lo si riscontra a metà circa della raccolta, nel componimento che da il titolo alla silloge, “Anatomia del vuoto”, che, assieme a quello successivo, “Amleto”, costituiscono il centro irraggiante della raccolta stessa. Nel primo è il personaggio di Edipo a tenere la scena, mentre nel secondo appare Amleto: Edipo, ormai cieco, “per non vedere più \ il vuoto orrido del mondo”, si richiude in se stesso, nel “mondo misterioso dentro sé”, per ritrovarsi libero e innocente (p. 36). Poi, e siamo nel secondo componimento, Amleto, il personaggio fatto ormai emblema della Modernità, e mi pare richiamante qui l’Oreste pirandelliano che d’improvviso scopre un buco nel cielo di carta perdendo così il suo carattere tragico, Amleto trova il suo buco, non in alto, ma in basso, ai suoi piedi: “appeso \ ai fili del silenzio, il cielo \ diverso ogni volta che lo guardo \ mi apre un grande buco \ sotto i piedi. E inutilmente \ penso, sono stanco.” (p. 37). Ma inutile non è il pensiero del nostro poeta, che articola le denominazioni e i significati del vuoto, lungo la sua metaforica e non cadaverica dissezione, in svariati modi e accezioni, con visioni, immagini, illuminazioni davvero spettacolari: uno spettacolo della mente del poeta, affidato alla mente del lettore. Allora il vuoto è sì uno spazio, ma in esso “Ascolta il grande suono della vita”: come accennato più sopra è tutt’altro che uno spazio nientificante.

Il vuoto può apparire smisurato, “oceanico”: “Così, ciascuno di noi, dentro l’oceano \ del vuoto che un giorno inghiottirà \ le nostra ossa. In quale pieno \ è già scavata, la fossa \ che ci accoglierà \ per scomparire?” (p. 12; corsivo mio, per ricordare la relazionalità fra vuoto e pieno, succitata). E, lungo la dorsale Schopenhauer-Buddismo, si legga: “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. \ Anche il vuoto. \\ Vuoto che ricade dentro vuoto. Vuoto su vuoto, silenzio su silenzio.” (p. 16). Naturalmente vi sono momenti in cui il pessimismo razionalista ha i suoi cedimenti: “Nulla si perde perché \ tutto per sempre è registrato. \\ E allora dove stanno, ora, le cose \ che non sono più? \\ Tu chiedilo al silenzio, \ chiedilo: la risposta è il vuoto.” (p. 22). E se dal vuoto è sgorgata in un tempo inimmaginabile la materia del cosmo, come i fisici pensano oggi, il poeta può ben affermare che: “La sera, nel cielo sfolgorante, \ sbocciano stupori di bellezza \ come sguardi, dagli occhi del mondo \ spalancati all’intero tempo \ non domato: eternità \ chiusa nello spazio nero \ di un silenzio alto che non muta. \\ Le radici del vuoto sono qui, \ nello spazio trasparente \ in cui mi cerco.” (p. 43; corsivo mio). Sia chiaro, anche i fisici, gli astronomi, viaggiano ai limiti del Mistero, per cui, con immagini straordinarie che ci portano a scomodare il nome stesso di Dante Alighieri, “Atomi di spazio interstellare \ rivelano le saghe dei primevi \ nel bulbo della rosa che si apre. \\ Inquietudine, malinconica gioia \ ombra inafferrabile: mistero \ vuoto che mi divora al centro. \\ Ѐ un fiume che si rovescia dentro \ e inonda la mia inconscia eternità.”.

Afflati religiosi prendono presenza in questa articolazione della semantica del “vuoto”. Ed infatti, consapevole che l’amore è qui e ora, e non va rinviato a un dopo, un dopo-vita, così scrive Onofrio: “un infinito vuoto, ovunque, \ accanto a dove siamo \ ci separerà: per sempre.\\ Abbraccia, dunque, le persone che ami \ finché sei in tempo! Il calore umano \ si disperde rapido nel gelo \ del mistero: lo divora \ la profonda immensità. \\ Il gesto va compiuto sul momento: \ non vergognarti, non lo rimandare. \ Tutta la vita che non traduce amore \ sarà perduta, si rimpiangerà.” (p. 57). Afflato che si fa mistico, tutto espresso dalla visione di un “terzo” occhio, e dalla fede in un compimento finale di tutte le cose: “e mi pare di splendere \ alla foce mistica del cielo \ nell’immensa luce \ del tramonto, \ quando affiorano improvvise \ dal vuoto dove erano scomparse \ le cose care della vita mia \ intatte o finalmente risanate.” (pp. 73-74). E ancora si legga in Il suono del vuoto: “C’è il soffio di una vita superiore \ nell’alleanza mistica e profonda \ che unisce le sorgenti della vita. \\ Quante misteriose verità \ dentro l’altezza! Dalle divine sedi \ il suono che fa il vuoto, il primo canto: \ l’immensa solitudine del cielo. \ Ѐ sacra la scintilla della luce \ eterna e ogni attimo immanente \ riempie tutta l’aria \ di dolcezza.” (p. 54).

E qui, a questo punto, credo di poter lasciare al lettore il gusto, il desiderio ed il piacere di continuare a scoprire e a leggere le tante altre magnifiche declinazioni dei significati cosmici e spirituali che questa raccolta di Marco Onofrio ci regala con gran sapienza di scrittura, ma citando prima gli ultimi e forse ultimativi versi della raccolta: “Così, sperimentando il vuoto, \ siamo tutti anime in cammino \ verso la pienezza \ dell’eternità.” (p. 81).

Giorgio Taffon

“Anatomia del vuoto”: la recensione di Nazario Pardini (dal blog “Alla volta di Leucade”)

Anatomia

Dal blog: “Alla volta di Leucade”

https://nazariopardini.blogspot.com/2020/01/nazario-pardini-legge-anatomia-del.html

Ogni tramonto
è solo la metà della sua alba.

Per questo siamo a pezzi ma
non è mai finita.

La vita è in questo lacerto della poesia testuale: tramonto, alba, pezzi, finita. Tanti elementi che la caratterizzano; che la definiscono nel suo tragitto essenziale. Il fatto di non essere mai finita è una affermazione che lo scrittore inserisce nell’esemplificativo titolo della plaquette: Anatomia del vuoto.
Un vuoto che fa rumore; una dualità perenne fra luce e ombra: “C’è il soffio di una vita superiore/ nell’alleanza mistica e profonda/ che unisce le sorgenti della vita”.
Il vuoto, il nulla, l’assenza; il tutto, il pieno, l’amore, il senso; si riportano in esergo alcune massime tra cui quella di Pascal: Che cosa è un uomo nell’infinito? Un milieu entre rien e tout. Fra niente e tutto. Il niente in cui l’uomo stesso si perde e il tutto in quanto l’uomo è nella sua monadicità di essere. Il niente dell’uomo di fronte al tutto e il tutto eterno e irraggiungibile dalla miseria umana. D’altronde questa è la dicotomia più invadente che perseguita il fatto di esistere creando quella splenetica emozione che alimenta il canto. È questo protendersi en haut che fa dell’uomo un essere insoddisfatto ed inquieto. In questo testo trovi ogni input vitale, ogni dilemma del vivere, dell’esistere: l’inquietudine, l’antitesi vita-morte, morte-vita, il senso della precarietà, il non senso dell’inconoscibile, del fatto che la vita appaia come un frammento prestato dalla morte. Come riempire questo vuoto che attorno ci perseguita? Si può solo riempire con quelli che sono i motivi focali dell’esserci: la poesia, l’amore, il memoriale; un viaggio il nostro tramite cui siamo diretti verso un’isola che forse non c’è. Il fatto sta che viaggiamo remando con virulenza attraverso scogli e trabucchi, tempeste e bonacce, rischiando di sfasciate la nostra imbarcazione. Onofrio ha remi solidi, legni forti, che possono superare le difficoltà della navigazione. Metaforicamente è il suo linguismo, la sua significanza metrica asciutta e apodittica che si identificano coi legni ed i remi. La bussola e la ricerca di un faro, invece, col nostro ambire a soluzioni improbabili. Noi esseri umani, imperfetti e caduchi, destinati al naufragio, abbiamo come meta questa luce che illumina il porto, il fatto sta che attorno vi è un grande buio: quale rappresentazione migliore della nostra esistenza? Una piccola luce nel mezzo ad una notte che ci sommerge. Navigare è importante, non piegare la testa di fronte alla nebbia o al mistero, sta tutta qui la grandezza della poesia; pur sapendo della impossibilità di raggiungere quel porto continuiamo imperterriti a viaggiare. Questo è il sistema migliore per riempire quel vuoto in cui siamo destinati a essere risucchiati. Riportare a galla memorie di antiche primavere, avere accanto paesaggi pieni di luce, mari estesi quanto i nostri desideri, visioni di volti che ci vollero bene, e che hanno giocato ruoli importanti nel nostro viaggio: tutto ciò che riempirà le rien pascaliano, il giorno vuoto della luce che brilla. La nostalgia dell’assoluto ci spinge ad azzardare voli oltre le soglie: “E’ deciso, parto per il cielo: ho la nostalgia dell’assoluto”. Nostalgia dell’assoluto, il dilemma fortemente umano: quello di guardare in alto con piedi ben piantati per terra; la spinta a sorpassare gli orizzonti che limitano il nostro stare; a scavalcare il vuoto che ci assedia. Ma c’è l’amore a salvaci dal baratro, dalle verità nascoste di questa spaventosa immensità. “ Ma dipende dall’amore con cui la guardiamo,/ la bellezza pura della vita”. D’altronde è di fronte al buio della notte, o all’immensità imperscrutabile del cielo che l’uomo si sente a disagio, data la sua pochezza misurata col tutto. Cotidie morimur, afferma Seneca, questa visione di una morte che ci sta addosso quotidianamente senza mollare, rende l’idea del nostro galleggiare in una marea ondivaga. Questo è il nulla, il vuoto che ci circuisce; ma la poesia psicologicamente attiva e riflessiva di Onofrio, basata su sinestetici richiami, su simbolismi di panico sostegno, guarda avanti, con la sua andatura asciutta, apodittica, zeppa di interrogativi esistenziali, e di un’attiva presenza personale. La sua è presenza, non assenza. Un poema che gioca su una personalità incisiva e partecipativa; con tutte le magagne del quotidiano vivere; un percorso che trae linfa dal passato e che allunga gli occhi verso l’imponderabile peso del visionario. Qui si sente e si vive l’arco meditativo di un uomo: presenza e non assenza: poesia nuova, sì, per un verbo nuovo e concretizzante un animo in bilico tra verbalismo sabiano e conflittualità sereniana. Ma di sicuro non di sperimentalismo di positura prosastica, spersonalizzata, amorfa, dove l’io non trova posto, e dove non trovano posto gli abbrivi emotivi di una storia che ci vede in campo giorno dopo giorno:

Ho il terrore calmo dello spazio
internamente vuoto
senza fondo.

L’occhio fulvo degli astri.
Il caos oltre le parole.
L’errore sterminato senza senso
il nulla immenso.

Perdo la mia vita
per abbracciare il mondo
e dico addio.

Nazario Pardini

“Gli egoisti” di Bonaventura Tecchi. Lettura critica

Gli egoisti

“Gli egoisti” (1959) è il vasto, poderoso romanzo con cui Bonavenura Tecchi saggia un tema per lui cruciale, come appunto l’egoismo, su una variegata coralità di alta rappresentanza sociale e intellettuale. Ci troviamo dinanzi a un insieme di personaggi d’eccezione, ciascuno dominato da una forma particolare di egoismo. Eccoli, in ordine alfabetico. Fausto Almirante, celebre professore di sanscrito, è un sensuale “incatenato fin dall’infanzia alla donna” e attaccato all’idea che “la donna è la vita, che perdere la donna significa perdere il contatto con la vita”. Il suo egoismo assume i connotati dello scetticismo e del vizio irrinunciabile. Paolo Contarini è un medico umanista caratterizzato da cordialità, apertura, “comprensione pronta e generosa” (“bisogna molto capire e molto perdonare” è una delle sue frasi rappresentative), ma questa sua pietas, questo suo slancio sintonico con persone e cose, che sembrerebbero farne tutt’altro che un egoista, lo portano poi a indulgere in atteggiamenti frivoli e gaudenti. Anche lui si profonde in lodi entusiastiche della donna: “Che grande cosa, credete a me, è la donna. Alone, atmosfera, quasi margine – così ci pare – della nostra vita, di uomini; e invece centro del mondo, l’origine da cui tutti siamo nati”. L’egoismo di Giacomo D’Alessio, industriale e costruttore che punta tutto sul “prestigio del denaro”, è chiaramente orientato alla coltivazione esclusiva dei rapporti economici, a cui vengono subordinati tutti i sentimenti. Roberto Fauni, giovane ma già professore ordinario di Fisica nucleare, filtra la sua percezione dell’esistenza entro gli schemi razionali di una presa di posizione intellettualistica che lo isola dal mondo, facendone un egoista, come già si intuisce dal “taglio” espressivo della sua bocca, “crudele, freddo, lontanissimo da ogni cordialità”. Letterato, traduttore e poeta, Marcello Rudòr – infine – ha l’egoismo tipico degli artisti, persi e anche loro isolati nei vagheggiamenti esclusivistici della propria opera. Vittima dell’egoismo maschile sono due delicate e appassionate figure femminili: Jeanne Eriksson e Isabella Dardi, mogli rispettivamente di Fauni e D’Alessio. Le donne sono e appaiono come il motore del mondo, il cuore propulsivo delle energie e il veicolo “d’ogni bene e d’ogni male”. Anche grazie a loro e alla riflessione costante su ciò che rappresentano e producono, innescando sempre nuove conseguenze e spingendo le cose verso il traguardo stesso del proprio avvenire, la scrittura penetra nelle profondità abissali di un sapere autentico, dove corpo e anima – cioè la dimensione materiale e spirituale dell’esistenza – appaiono (come sono) tutt’uno; e questa unità, unica e irripetibile, è parte sostanziale del grande mistero in cui ci ritroviamo immersi. È soprattutto Contarini il mallevadore di certe elucubrazioni metafisiche, da cui emerge – su tutte – la visione goethiana del “demonico” che si annida nel fondo della vita realizzando la stretta collaborazione di bene e male, per cui tale “inscindibile e quasi voluttuoso abbraccio” presiede alla nascita del mondo e “forma l’essenza di questa nostra vita”. Il demonico è una “forza oscura, misteriosa, una spinta vicina alla matrice della vita” che aiuta la vita stessa a “portarsi avanti”. Un’ottica secondo cui l’imperfezione viene riabilitata in senso creativo e costruttivo, dal momento che “le passioni e il male e gli stessi nostri difetti” sono “forze propulsive della vita”. Infatti l’“oscuro umile fermento dal basso” dà una “spinta misteriosa” al divenire e può cooperare alla “nascita di una esistenza più alta”.

Il segreto della vita era questo: la misteriosa collaborazione del male col bene, del basso con l’alto, la spinta a vivere dal mondo degli istinti e delle passioni

E così, ancora, la consapevolezza di non sapere nulla del destino, “di quel che avviene fra l’uomo e Dio negli ultimi momenti”. E poi la solitudine esistenziale e – per così dire – “originale” di ogni corpo gettato nell’immensità dell’universo: “non sappiamo nulla” riflette Contarini “del perché di questo mistero: la solitudine umana”. Perché insomma “si è così soli nella vita, nell’amore, perché Iddio, se un Dio c’è, possa lasciare tanto sole, nella vita, le sue creature”. E quindi la consapevolezza di un limite insuperabile, posto a sigillo della “solitudine dei corpi”, che neanche la fusione d’amore più accesa e passionale è in grado di annullare interamente: “Esiste dunque una barriera” si chiede a un certo punto Isabella “una barriera che per una ragione o per un’altra non si può sormontare, fra creatura e creatura?” E la concezione patologica dell’esistenza come “malattia” dall’esito fatale, e del piacere come assenza momentanea del dolore: “che cosa è la nostra vita, pensava Contarini, se non la speranza di alcuni anni di sosta nel corso di un male che ci porta tutti verso la fine? Non siamo tutti, in questo senso, dei malati con scadenza più o meno lunga?”

Al “sottile egoismo” tipico di alcuni intellettuali si contrappone il “respiro ampio della vita” dove “l’esistenza di tutti e quella di ognuno” sono intrecciate, ed è appunto a causa dell’egoismo che gli intellettuali, isolandosi in una specie di sfera autistica, non riescono più a capirlo. È viceversa di questo respiro che vivono le donne del romanzo e si nutre la scrittura che lo compone, sempre precisa ed esaustiva ma racchiusa “entro una specie di guscio, opaco e insieme vibrante”. Da una parte l’arido razionalismo degli uomini (tranne Almirante e Contarini, per difetto opposto); dall’altra l’esprit de finesse che annoda la “seta di quella intelligenza minuta” grazie a cui le donne intuiscono al volo le sfumature infinitesime: “basta loro una parola, un’ombra negli occhi, un’inflessione nella voce”. La scrittura del romanzo è tutta da questo versante – “apparentemente diritta, chiara” com’è, e “insieme segretamente oscura” –, tanto che riuscirebbe da sola a dimostrare l’artificiosa ristrettezza dell’altro. Il riduzionismo intellettualistico impedisce di “riconoscere dal visibile l’invisibile”, come peraltro fanno i medici con i sintomi del paziente, escludendo la percezione dalle ricchezze sconfinate della “vaga atmosfera” intessuta di languori, presentimenti, echi: ecco invece i “riflessi lunghi ed estatici”, i “pensieri cresciuti nel sogno”, “certe vibrazioni incommensurabili, pressoché impercettibili” come l’“increspatura” atmosferica che ammanta la “rete sottile di ombre e di silenzi”, e insomma i “fili segreti” della realtà toccabile e macroscopica, l’unica degna agli occhi grossolani degli egoisti. La scrittura fa emergere, in controcanto, proprio la dimensione profonda delle cose visibili: “le cose non dette” si dice a un certo punto “sono quelle che contano”. Il mistero ultimo si annida nella “sospensione arcana” che sostiene l’attimo ambiguo tra la luce sfolgorante e l’avvicinarsi intimo dell’ombra. Senza la forza di queste dimensioni sottili della realtà e della coscienza, l’arte non saprebbe aprire le sue strade alla bellezza, né le donne potrebbero irradiare il loro spirito di profezia e di rivelazione.

Ecco: ci sono donne – e Contarini lo sapeva, anzi proprio in questo momento ci ripensava – che nel timbro della voce, nell’estro dei capelli, nel lampo degli occhi ci portano verso l’avvenire, tutte piene di futuro, come se, col loro passo volante, ci aprissero ogni tanto una porta nuova nella nostra vita di uomini. Ci sono invece donne che, con un cenno degli occhi, con un’intonazione della voce, forse con una mossa sola del corpo, ci riportano verso il passato, come a scoprire le matrici lontane e misteriose del passato.

Jeanne, ad esempio, con la sua capacità sensitiva di ascoltare le piccole voci, di dare udienza alle cose di poco rilievo “mentre lui, il celebre marito, pensava e vedeva le cose grandi”. Occorre uno sguardo corpuscolare, capace di sintetizzare l’infinito in ogni singola particella che lo compone.

Oh, il mare grande con le sue piccole cose, le conchiglie, le alghe, i “cavallucci”… i rimasugli di frutti marini, e il suo odore fatto di tanti odori, lievi e forti, distinti e commisti! Questo era il mondo che a Jeanne piaceva.

E infatti c’è una barriera insormontabile che la divide da Fauni, giacché “in lui, nonostante il suo grande ingegno, qualche cosa mancava: l’intuito a capire lei, la sua “piccola”, così diceva, anima di donna. (…) in fondo per lui valevano soltanto le sue “idee”, il suo lavoro”. L’insoddisfazione derivante da questa incomunicabilità diventa la causa misteriosa, per “oscure e complicate trame”, del declino fisico di Jeanne: si sente male durante una passeggiata mattutina con Isabella, ed ha per la prima volta uno “sbocco di sangue”, indizio dell’incipiente tisi. Isabella, dal canto suo, prova a migrare dal soffocante razionalismo calcolatore di D’Alessio al mondo teoricamente più acconcio e libero di Marcello Rudòr, con cui intreccia una relazione clandestina. E tuttavia è come passare dalla padella alla brace, dato che nel frattempo Rudòr da traduttore si scopre poeta: “quasi spaventosa s’apriva davanti a lui una porta segreta (…) aveva l’impressione di accostarsi a una sorgente nascosta, quasi di scavare nel fondo più segreto della vita”. Anche Rudòr ha una visione limitata e sfiduciata della donna, stante la sua incapacità a considerarla “poco più che un corpo, bellissimo, dotato di prestigiose facoltà per dare e ricevere l’amore, la gioia, la tenerezza; ma nulla più”. Ed è un concetto che accomuna per retaggio patriarcale tutti gli uomini del romanzo, che pure quando esaltano la donna ne dipingono una visione naturalistica, umorale e quasi animalesca, irradiante dalla sua funzione riproduttiva: la cultura, la creatività, la ragione e l’intelletto pertengono ai maschi; le donne vivono in funzione e in ausilio dei loro progetti, come indegne di una propria consapevole autonomia. Non appena Rudòr scopre di essere un poeta, si chiude in un suo mondo esclusivo e diventa fatalmente un egoista. La disillusione di Isabella si fa palpabile man mano che percepisce di essere esclusa dal mondo del “suo” Marcello: “si sentiva come una foglia isolata, staccata da un albero di vita. Da un albero misterioso, di cui non conosceva tutti i rami”. A che era valso lasciare D’Alessio per un uomo altrettanto egoista? Isabella “era scontenta (…) qualche cosa d’irrequieto, d’oscuro fermentava in lei (…) un cappio di solitudine, la stringeva alla gola”. Rudòr le nasconde la sua anima, non le parla mai del suo passato, la elude dal suo mondo creativo. Si ripropone così “il vecchio dissidio che divide da sempre l’uomo e la donna. Una gelosia di Isabella per qualche cosa che le sfuggiva, per non averlo tutto il suo Marcello, per non esser diventata il centro di tutti i suoi pensieri”. Quindi, come si vede, anche qui una forma di egoismo, o meglio di egocentrismo possessivo, sia pure ammantato di slancio amoroso. “E nello stesso tempo l’incapacità a dirglielo per una specie di orgoglio, di tipico femminile orgoglio, per non confessare la constatazione di una sorta d’inferiorità”… e d’altra parte “l’incapacità, ingenita nell’uomo, a capire la ragionevolezza dei risentimenti della donna”. Rudòr è altrove, in un “altro mondo” con i “suoi pensieri, con i suoi sogni, con tutta la sua anima” che non può e non vuole condividere. Finché, un brutto giorno, accade la tragedia: Isabella si getta da una scarpata e muore suicida. Il cadavere viene rinvenuto, con la bocca “amara nel ghigno che la storceva un poco, quella bocca che era stata così dolce nei baci”. Rudòr è sotto shock e non si spiega il motivo: “Ma perché, perché era successo questo? Ma se lui le voleva bene, veramente, profondamente? Se lei gli era necessaria?” Non si era avveduto di quello sguardo, invaso e tormentato dalla muta preghiera di “voler sapere, di voler partecipare alla sua vita”. Non si era reso conto che Isabella gli si spegneva ogni giorno affianco: “il suo egocentrismo era tale, la concezione che egli aveva dell’amore, del suo amore, del posto che doveva tenere nel cuore di una donna senza concederle accesso alle idee più segrete, così radicata che non gli riusciva di vedere altra via di comprensione”. Poi però comincia a balenargli il sospetto “del proprio egoismo: come un sospetto orribile, impensato, di un assassino che ha ucciso di notte, nel sonno, e non se n’è accorto”. Era dunque “così chiuso nel suo egoismo, l’idea del suo “segreto” era così incuneata nel suo mondo d’artista, la necessità d’esser solo in certe cose dell’anima era così istintiva e naturale, che solo lentamente incominciò a capire”. Il processo interiore giunge infine alla tardiva e atroce coscienza di quanto accaduto: “Un grido di dolore gli balzò dal petto. Il grido della coscienza del suo egoismo, della sua cecità; e insieme l’impressione di trovarsi, anche qui, di fronte a un enigma, l’enigma della solitudine umana, dell’impossibilità di comunicare l’uno con l’altro (…) egli l’aveva esclusa, ferocemente esclusa, sempre, da tutto quel che non fosse stato il giuoco della carne e dei sensi o della tenera sensuale sentimentalità”.

Jeanne resiste più a lungo dell’amica al disincanto: “ancora era innamorata del marito, ancora sperava di trasformarlo, di sentirlo vicino”, cioè di scalfirne l’indifferenza, l’impenetrabile barriera intellettiva. Il contrasto con la Weltanschauung di Fauni è peraltro insuperabile: lui disprezza le “sfilacciature del mistero” e sostiene la necessità di “toglierle dal mondo”; a lei pare, invece, che “gli uomini sarebbero meno felici il giorno in cui arrivassero a spiegare tutto”. Jeanne si sente schiacciata dal suo freddo razionalismo, dalla “secca implacabile consequenzialità dei suoi assiomi”. Infatti a un certo punto lo rimprovera: “tu volevi che io capissi troppo. E io invece volevo soltanto adorare”. Ma ogni tentativo di accordo risulta inefficace e tardivo, anche perché la tisi nel frattempo progredisce, e Contarini cerca invano di guarirla: Jeanne muore. L’egoismo produce vittime e conduce.ad esiti ferali. E la vittima può essere l’egoista medesimo. Ecco per esempio Fausto Almirante, prigioniero del corpo femminile, “come un terreno arato e rivoltato dalla voluttà cento e cento volte” ma con ancora sempre “un segreto, un campo da scoprire. Conosciuto fino alla nausea, e pur non conosciuto abbastanza”. È “assetato di voluttà” nella misura in cui ha bisogno di riempire il suo abisso interiore di solitudine e malinconia, e “l’unico modo con cui cercava di vincere la solitudine e la malinconia era la carne della donna”: lì c’è il vero calore. La fama, il successo e i soldi non riscaldano. Anche “l’ingegno non fa compagnia”, anzi: rende più soli. Unica autentica consolazione è per lui la forza oscura e misteriosa, dolce e crudele, che agisce come una medicina nel corpo della donna: pure lui, come gli altri uomini del romanzo, “non era capace, in fondo, di vedere nella donna altra cosa che il corpo”. Almirante crede di poter dominare il gioco della sensualità, senza che si trasformi in giogo, perché ha fiducia di “poter saltare dal basso all’alto, di affidarsi alla forza dell’oscuro, di potersi riscattare, poi, al momento giusto, dalle tenebre: quasi un ardimento, una scommessa con se medesimo”; una scommessa che perde, da ultimo, travolto dagli eccessi fino a morirne per sincope.

Tecchi racchiude e riassume la fenomenologia umana attraversata in una specie di definizione antropologica, e lo fa con la voce stessa di Contarini:

C’è oggi questa specie di uomini nuovi, coi quali bisogna fare i conti. E non è soltanto la schiera ristretta dei fisici, degli scienziati di fisica nucleare. (…) Quasi una razza nuova. Sono forse gli uomini di domani, quelli che andranno sulla luna, viaggeranno fra gli astri. È come se si preparassero già, senza saperlo, a corazzarsi di gelido fervore, a distaccarsi dalla terra, a rompere con tutti gli affetti, quasi non riconoscessero più le regole della nostra vita in comune, i problemi del bene e del male.

È la premonizione dell’uomo postmoderno, annunciato dalla fredda intelligenza dei “tecnici” che, per esserlo, perdono il “senso dell’anima”. Ma intelligenza e anima sono cose diverse, e i problemi dell’anima non possono essere risolti soltanto dall’intelligenza, se l’intelligenza non è anche aiutata e arricchita dall’amore. Il sapere senza l’amore è solo riempitivo che gonfia e porta squilibrio, trascinando l’uomo alla rovina. Occorre una ragione che sappia inglobare il calore del sentimento, senza scadere nel razionalismo. Occorre una intelligenza ricca di anima poiché edificata sull’amore. La “rassegnazione produttiva” alla presenza cooperante del male e del bene non deve portare alla loro confusione, perché appunto vanno tenuti sempre distinti. Come combattere, dunque, il “seme della confusione”? Risponde alla fine del libro uno dei personaggi minori, escluso dalla cerchia degli “egoisti”, il sacerdote straniero Van der Bergen: “con la fiducia e il rispetto verso l’anima degli altri”, cioè con l’opposto dell’egoismo, che è aridità del cuore per mancanza o assenza d’amore. Solo l’amore può rovesciare l’egoismo, ossia il vero grande male e il nemico più infido, sottile e persistente, nonché il “germe di ogni tragedia”.

Marco Onofrio

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“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, di Carlo Emilio Gadda. Lettura critica

ABBIATI

Il tentativo di romanzo poliziesco messo in atto da Carlo Emilio Gadda con Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) importa e rivela, sin dalle prime pagine, un impianto antinarrativo – a vocazione filosofica/epistemologica, vale a dire saggistica e tendenzialmente lirico/espressionistica – che lo contrasta dall’interno e, prevaricandolo, finisce per farlo abortire. Infatti il libro resta incompiuto, e l’intreccio privo di soluzione. La spinta narrativa è bloccata e dispersa da una forte e congenita spinta anti-narrativa: la prima obbedisce al bisogno teorico di “narrare”; la seconda a quello pratico di “descrivere”, che tende a prevalere. Il “Pasticciaccio” registra dunque il fallimento del romanzo tradizionale, ovvero la sua disgregazione nei molteplici anfratti di una narrazione policentrica e inesorabilmente dispersiva, in cui cadono e si arenano i propositi iniziali. Ciò che leggiamo è il risultato finale di questo fallimento, o meglio: dell’impossibilità di corrispondere a quei propositi. Gadda in realtà sognava di scrivere romanzi realistici, corposi, solidi, conformi alle regole, ispirati alla grande arte ottocentesca degli autori che più amava, Manzoni, Balzac, Zola; salvo poi constatare l’inattualità di quello stile e, soprattutto, dello sguardo sul mondo che ne era alla base. Se non fosse il risultato di un processo involontario, potremmo al limite considerare il “Pasticciaccio” un “romanzo a tesi” dissimulato: concreta dimostrazione di un particolare approccio epistemologico. Un’“idea teoretica” utile a modello di conoscenza delle cose, che nasce anzitutto da Gadda stesso ma poi, per finzione diegetica, dalla “praticaccia del mondo” del suo portavoce don Ciccio (l’ispettore molisano Francesco Ingravallo), che viene enunciata all’inizio del libro e che il libro stesso – anche nel suo fallimento di romanzo – vale tutto insieme a dimostrare. Ingravallo è convinto assertore della “complessità” del mondo: occorre pertanto riformare la categoria di causa, sostituendo alla causa “le cause” giacché “le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. E quindi “la causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (…) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata ragione del mondo”. Se la ragione del mondo è “debilitata” è perché il razionalismo evidenzia ormai crepe non più aggiustabili con espedienti di comodo, e viceversa: il razionalismo crolla perché la ragione si dimostra inefficace. E molte di queste concause, o causali secondarie, hanno origine erotica: un “quanto di erotia” che si mescola agli interessi economici, insomma sesso e denaro, i motori del mondo.

La concezione del destino come campo di forze in gioco reciproco (Gadda scrive: “sistema di forze e di probabilità che circonda ogni creatura umana”) è senza dubbio la risultanza umanistica dei nuovi orizzonti scientifici primonovecenteschi. Si rileggano in proposito le ormai celebri pagine che Giacomo Debenedetti, nel suo Romanzo del Novecento, dedica al passaggio dalla concezione deterministica tipica della fisica classica a quella di indeterminazione tipica della fisica quantistica d’inizio secolo, per cui se il romanzo naturalista era stato deterministico come la scienza del suo tempo, cioè “lavorava sulla certezza che ogni fatto si producesse come effetto di una causa precisa, unica e riconoscibile: che il mondo, e quindi anche il mondo narrato e le cose che vi succedono, obbedissero a un gioco di forze conosciute, le quali agiscono come un meccanismo conosciuto, di cui è possibile stabilire la formula”, il nuovo romanzo si apriva all’idea dell’onda di probabilità, non garantita da una legge assoluta ma solo prevedibile “in base a un accertamento statistico”. Si passa dunque dal “romanzo della necessità” al “romanzo della probabilità”. E così, attraverso l’espressionismo lirico e il barocco culterano del linguaggio, Gadda esprime il suo “furore secreto e dissimulato” sia per l’impossibilità di raggiungere la verità nella struttura del “mondo-carciofo” (I. Calvino), sia per l’aurea mediocrità dei riduzionisti che si accontentano della prima faccia del cubo che ogni circostanza fa emergere alla percezione; e quindi i burocrati, i borghesi, i ministri e i censori del Potere. In primis Mussolini, che Gadda fa oggetto di una serie continua e irresistibilmente nutrita e varia di epiteti parodistici, disseminati in tutto il romanzo (ad esempio “testa di morto”, “mascellone”, “gallinaccio”, “pupazzo”, “facciaferoce”, “merdonio”, “buce”, “truce in cattedra”, “smargiasso impestato”, “defecato maltonico”, “onnivisibile fetente”, etc.), con cui cerca di sfogare la sua inconfessabile rabbia anarchica contro l’autorità autocentrica e autocratica. Ecco dunque la tensione deformante e caricaturale del suo grottesco, che colpisce anche le donne – dando fiato ad una sottesa e malcelata misoginia, derivante dai rapporti complicati del timidissimo e nevrotico Ingegnere con il genere femminile, a partire dalla madre – giacché colpevoli di essere attratte dalla potenza greve del maschio autoritario che emana “aura spermatica”. Nutre rancore geloso per le donne innamorate di Mussolini: “tutte le Marìe Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d’altare, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all’uscire dal nartece, sognando fasti e roteanti prodezze del manganello educatore. Le dame, a Maiano o a Cernobbio, già si strangullavano ne’ su’ singhiozzi venerei all’indirizzo del potenziatore d’Italia (…) Quell’uomo è la provvidenza d’Italia (…). E le Magdalene, dài: a preparare Balilli a la patria”. Gelosia che prova anche don Ciccio per i giovani prestanti: “C’era, duole dirlo, in don Ciccio, una certa freddezza, come un’astiosa gelosia verso i giovani, specie i bei giovani, e tanto più i figli dei ricchi” dal momento che, come si è detto, l’appeal seduttivo è strettamente legato alla componente plutocratica.

Sono àmbiti verso cui Gadda sembra nutrire rapporti di vischiosa ambivalenza: da un lato infatti biasima il “quanto d’erotia” che inquina la “consecuzione degli atti e dei fatti”, probabilmente per la stizza di sentirsene escluso; dall’altro è lui per primo ad esserne attratto, come quando scrive, con istinto da guardone e sensualone: “Un odorino de donne de campagna in sottane corte. (…) Dei ginocchi, pe la Madonna! Dei ginocchioni… Calze, manco sognassele. Mutanne, mbà! (…) Le gambocce strette strette, a momenti, da parer le covassero un ovo, un tesoro. Oppure tutt’al contrario: i piedi sulla stecca della seggiola, talché, a piazzarsi in posizione vantaggiosa, ereno panorami, se po capì. Certi cosciotti!”. O ancora quando scrive della “tepida contiguità della coscia della ragazza” che suscita un brivido, sostenuto dall’odore “subito percepito e apprezzato, della vitalità femminile” da cui evidentemente è conturbato quanto più si ostina a resisterle. Lo stesso dicasi per l’àmbito conoscitivo: da un verso detesta il pensiero unico e riduttivo su cui poggiano, per così dire, i “radiosi destini” del regime, e infatti la narrazione si attarda di continuo e sempre più, man mano che procede, nella descrizione circostanziata dei diversi particolari di cui si compone ogni oggetto o accadimento (come a dimostrare che le cose sono molto più complesse di quello che appaiono a prima vista); dall’altro pare alla ricerca di un principio ordinatore che si dimostri adeguato alla complessità del mondo, grazie a cui fronteggiare il disagio e talvolta pesino la nausea di questa infinita e infinitesima frammentazione dello scibile e del percepibile.

Del delitto di via Merulana si ascoltano tante versioni ipotetiche che allargano la visione in senso policentrico e metamorfico: “il patema testimoniale, appiccato il foco alle anime, deflagrava ad epos. Parlavano tutte in una volta. Era una confusione di voci e di aspetti: serve, padrone, broccoli: enormi foglie di un broccolo uscivano da una sporta rigonfia, tumefatta. Vocine acri o infantili aggiungevano dinieghi o conferme. Tomo tomo, un barboncino bianco scodinzolava eccitato e de tanto in tanto abbaiava puro lui: il più autorevolmente possibile. Ingravallo si sentiva soffocare, stritolato dalle relatrici e dalla relazione”. È la “polpa collettiva” della gente di Roma che estende ad infinitum le prospettive. La folla, la “moltitudine pazza” o “megera anguicrinita”, i casigliani del Palazzo di via Merulana: donne, portinaie, domestiche, “ragazzine delle portinaie che strillavano «a Peppì!», “maschietti col cerchio”, “perdigiorno e vagabondi vari”, un portalettere gravido di posta, un monello, etc. E poi il “cicaleccio delle donne”, la “gran ciarla”: ogni voce una campana diversa che ingarbuglia viepiù i fili dello gnommero. Qualche pista comincia a profilarsi, e un modo per avvicinarsi alla verità è forse seguire l’istinto, l’impatto emozionale, la comunicazione non verbale delle reazioni: “Quello che je premeva, a Ingravallo, era più de tutto la faccia, il contegno, le immediate reazioni psichiche e fisiognomiche, diceva lui, degli spettatori e de li protagonisti der dramma: de sto branco de fregnoni e de fiji de mignotte che stanno ar monno, e de le commare loro e madame porche futtute”. Cioè comunicare con “il senso vero e fondo della vita”, ovvero con le regioni cimmerie degli abissi inconoscibili dove dimorano le “antiche viscere del mondo” nei suoi “millenni originari” e dove scorrono le “misteriose fonti del sogno”. Quindi, oltre i limitanti confini della ragione classificatrice. Il processo conoscitivo è un tentativo di enunciazione che si deroga “in una trascorrenza: ribollendo nelle disgiunzioni o dicotomie dello spirito o nelle cieche alternazioni della probabilità, si perpetua in un deflusso drammaticamente eracliteo, Πάντα δε Πόλεμος, pieno di urgenze, di curiosità, di brame, di attese, di dubbi, di angosce, di speranze dialettiche. L’ascoltatore viene abilitato a opinare in qualunque direzione”, ed è questo che accade nello scenario relativistico che presiede alla Weltanschauung novecentesca. Come nota acutamente Italo Calvino, è “il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare”, forse suo malgrado. L’intreccio poliziesco viene man mano dimenticato perché Gadda si sente pro-vocato dall’identità unica e irripetibile di ogni cosa che incontra scrivendo, meritevole appunto d’essere approfondita con esplorazioni progressive dei suoi molteplici aspetti, per cui la digressione narrativa e la superfetazione delle pagine costituiscono il solo metodo degno di corrispondere a una ricchezza così viva e così vera: quella stessa della Realtà. Ecco dunque l’impossibile resistenza della forma dinanzi alla vita, e quindi anche dinanzi all’eternità buia della morte che annulla tutto e appare a don Ciccio “una decomposizione estrema dei possibili, uno sfasarsi di idee interdipendenti, armonizzate già nella persona. Come il risolversi d’una unità che non ce la fa più ad essere e ad operare come tale, nella caduta improvvisa dei rapporti, d’ogni rapporto con la realtà sistematrice”. Proprio così, simile alla morte, è la conoscenza: non ce la fa a tenere insieme le cose in una unità sistematica, perché le cose si sfaldano e vanno ognuna per conto proprio, accampando pretese di unicità esclusiva, di totalità del quadro. La morte è il motore nascosto che muove l’angoscia dei pensieri verso i loro approdi metafisici, nella misura in cui incide da dentro il sentimento del tempo (quel ritrovarsi subito “con un piede su la battima, alla riviera di tenebra”) e assedia e abbraccia ogni cosa dal “gheriglio del segreto divenire” (“Gli anni! Come una rosa che sfiori i petali, uno dopo l’altro… nel nulla”) incontro alla libertà indistinta e abissale del suo non essere. È il “gelo che d’ogni memoria ci assolve”.

Ingravallo appare “assorto dietro una caterva di pensieri. Analogie strane, (…) occulte agli altri, erano a lavorare in quel cervello” senza nesso apparente. “Cercava, cercava di tirar le somme a ragione: di tirare i fili, si sarebbe detto, all’inerte burattino del probabile”. Ma ‘o gliommero “di già piuttosto arruffato, si sarebbe ingarbugliato del tutto”… “ore e giorni preziosi: idee, congetture, ipotesi: che non approdavano a nulla”… “era mezzogiorno o quasi: un’altra mattina sfumata via, senz’essere venuti a capo di nulla”… “ogni ipotesi, ogni deduzione, per ben congegnata che fosse, risultava offrire un punto debole, come una rete che si smaglia”. Ovvero: più si cerca di sbrogliare la matassa delle cose, più le cose si aggrovigliano, sfuggono, diventano oscure e incomprensibili. Per questo “il mondo delle cosiddette verità (…) non è che un contesto di favole: di brutti sogni. Talché soltanto la fumea dei sogni e delle favole può aver nome verità. Ed è, su delle povere foglie, la carezza di luce”. Il “Pasticciaccio” registra non solo il fallimento della narrazione tradizionale (non a caso il romanzo resta sospeso e incompiuto), ma anche della ragione nella sua arbitraria possibilità di censire e dominare la complessità inafferrabile del mondo, e quindi la ragione predittiva, quella deduttiva, ma soprattutto quella ordinatrice e moralizzatrice del “pensiero unico”. Segna dunque l’irruzione del ‘900 più autentico nel nostro romanzo, aprendolo ai territori della nuova epistemologia.

Marco Onofrio

“La Trilogia di Lina Raus” recensito da Luca Priori sul free-press «Il Caffè dei Castelli Romani» del 19 dicembre 2019

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Sono ormai tanti anni che Marco Onofrio, il noto scrittore di adozione marinese, promuove la cultura ai Castelli Romani: non solo con i libri che scrive e i riconoscimenti che ottiene in Italia e all’estero, ma anche con gli autori del territorio che ha o ha avuto modo di valorizzare – in primis Aldo Onorati, di cui fra l’altro dieci anni or sono curò una importante antologia poetica. Ora si è spinto più in là: per Lina Raus, psicoterapeuta e scrittrice che vive e lavora a Grottaferrata, ha scritto e appena pubblicato una monografia, “La Trilogia di Lina Raus. Dalla psiche al benessere sociale” (Edilazio). Si tratta di un saggio critico di quasi 150 pagine dedicato alla narrativa della Raus, autrice di tre validi e fortunati romanzi (“Cara domestica follia” del 2012; “Il figlio femmina” del 2014; “Nostra signora Solitudine” del 2018) con cui ha coraggiosamente affrontato temi delicati e universali come la nevrosi, l’identità di genere, il pregiudizio sessuale, la famiglia, l’amore, l’amicizia, l’abbandono, il lutto, l’angoscia, la solitudine, etc. Lina Raus attinge alla sua grande esperienza umana, maturata ascoltando giorno dopo giorno le storie dei pazienti, per nutrire quello che lei stessa definisce “realismo possibile”, dove il verosimile diventa più credibile del vero poiché sa mettere in dialogo realtà e fantasia, ragione e sentimento, scienza e arte. La psicanalisi viene utilizzata come uno strumento potente per conoscersi dall’interno e svelare i segreti di una realtà che il mondo contemporaneo sta rendendo inafferrabile. Ecco la natura terapeutica di questi romanzi: storie di guarigione attraverso cui è possibile sciogliere qualche nodo, se non uscire dal disagio psichico sempre più diffuso. L’autrice, infatti, vuole contribuire al benessere sociale, cioè aiutare la gente ad affrontare il dolore e a sentirsi meglio. Scrive Marco Onofrio in un tratto illuminante del suo saggio: «L’uomo (sembra dirci Lina Raus) nasce buono e predisposto al bene: è il “disagio della civiltà” a deviarlo e a corromperne l’animo. Occorre depurare le persone da queste scorie velenose, liberando le loro energie represse e rieducandole all’etica della vita. Curarle fino a che, sufficientemente guarite, sappiano rapportarsi a se stesse, agli altri e alla realtà circostante con equilibrata e umanistica consapevolezza del tutto in cui si iscrive ogni decisione ed entro cui ricadono le conseguenze di ogni gesto».

Luca Priori

 

“La vita agra”, di Luciano Bianciardi. Lettura critica

Luciano Bianciardi
Luciano Bianciardi (1922-1971)

Il romanzo che impose Luciano Bianciardi ma che, con il successo, mise in crisi la natura anarchica e indipendente del suo intelletto, va anzitutto contestualizzato nello spirito dei tempi in cui fu scritto e pubblicato. La vita agra (1962) si colloca infatti nel filone della cosiddetta “letteratura dell’industria”, improntata alla denuncia delle nuove gravi realtà determinate dallo sviluppo capitalistico a partire dalla seconda metà degli anni ’50. Si parlava in quegli anni di “fagocitosi industriale”, ovvero di esodo dalle campagne, di emigrazione interna, di nuovo urbanesimo. Ecco dunque farsi man mano visibili le ombre del “boom” o “miracolo economico” (1959-1963), determinato a monte dal convergere di alcuni fattori come il vertiginoso aumento degli scambi commerciali, la crescita di produzione industriale e il basso costo del lavoro. L’alta domanda di assunzioni consentiva ai padroni l’offerta di salari mediocri e a cattive condizioni di salute e sicurezza, da cui malattie e morti bianche. I sindacati erano ancora deboli, e allora sorsero spontaneamente ondate di scioperi e fenomeni di contestazione: come ad esempio contro il governo Tambroni (1960), coagulatosi con l’appoggio decisivo del MSI.

Gli intellettuali si impegnano a descrivere la nuova questione sociale, attraverso l’analisi delle problematiche ingenerate dalla civiltà dei consumi. La catena di montaggio in fabbrica produce alienazione, e quindi insoddisfazione che andrà sanata rispondendo ai bisogni indotti artificialmente dai pubblicitari per alimentare il consumo delle merci, in un circolo vizioso per cui più l’operaio lavora, anzi più lavora male, più si trasforma in consumatore delle merci da lui stesso prodotte, inseguendo sogni e bisogni effimeri che aggravano ulteriormente la sua alienazione, nonché la necessità di lavorare per potersi permettere le merci o estinguere i debiti contratti per acquistarle, e così via… Si denuncia inoltre la tossicità delle sostanze a cui gli operai sono esposti lavorando in fabbrica senza adeguate precauzioni; nonché l’impatto ambientale delle scorie industriali, che producono i primi rilevanti fenomeni di inquinamento. Sono pagine che brillano spesso per lucidità cognitiva e capacità di predizione, anche se – occorre ricordarlo – muovono alla lettura di un mondo ancora descrivibile (ad esempio in termini di bipolarismo USA-URSS) e infinitamente meno complesso di quello odierno. È in quegli anni decisivi che, nell’ottica non ancora globalizzata ma già internazionale dei flussi di scambio e di profitto, vengono posti i fondamenti della società tecnocratica di fine ‘900, dove il cittadino è un numero o meglio un codice, cioè vale nella misura in cui consumatore, e dove si guarda alle cose senza lungimiranza, ignorando le conseguenze future delle scelte, come se appunto non ci fosse un domani per il pianeta e l’intera umanità. Oggi viviamo gli avvitamenti estremi di quel processo che anche in Italia venne innescato alla fine degli anni ’50 e che i narratori tanto lucidamente seppero analizzare. Ricordiamo fra gli altri Ottiero Ottieri con Tempi stretti (1957) e Donnarumma all’assalto (1959); Italo Calvino con La nuvola di smog (1958); Paolo Volponi con Memoriale (1962) e La macchina mondiale (1965); Goffredo Parise con Il padrone (1965); Vittorio Sereni con i versi di “Una visita in fabbrica” (da Gli strumenti umani, 1965) – fino almeno a Vogliamo tutto (1971) di Nanni Balestrini.

La vita agra è il romanzo di un anarchico che mette in scena la sua crisi ideologica, la sua “compromissione” (per citare il bellissimo romanzo di Mario Pomilio) e quindi la sua resa alle vischiose attrazioni del sistema che inizialmente si prefigge di combattere. È la storia di un “apocalittico” che alla fine si integra, con tutte le sue contraddizioni – tra la voglia di far esplodere il sistema e il desiderio di esserne riconosciuto. Insomma, la storia stessa di Bianciardi dopo che si trasferisce a Milano dalla natia Grosseto e si integra nei meccanismi dell’industria culturale (la stessa che, per i tipi di Feltrinelli, Rizzoli e Bompiani, pubblica i suoi libri). La natura tendenzialmente “indigestibile” di Bianciardi si riflette nel suo impasto linguistico, che mescola piani alti e bassi per coniare una scrittura originale, irrequieta, ispida, arruffata, ricca di stratificazioni e pieghe interne. Una scrittura devota al culto della verità, animata e illuminata dalla volontà di capire e da uno spirito filologico (da bibliotecario ed etimologo) ben rappresentato nelle prime pagine del romanzo: «amo documentarmi e non parlare mai a casaccio». Questo imprinting logico-razionale non esclude però le chiavi di una deformazione parodistica che nasce dalla rabbia, a un tempo causa e conseguenza della comprensione profonda. I critici cinematografici hanno rimproverato al film omonimo, che dal libro trasse nel 1964 Carlo Lizzani (con Tognazzi e Giovanna Ralli protagonisti, e Bianciardi ripreso in un cameo), certi “scadimenti” nel grottesco, dimenticando forse che – se lo hanno letto – è una delle dimensioni del romanzo: ad esempio quando si descrive la natura corpulenta e un po’ primitiva del fotografo Carlone («coricandosi mostrava, proprio sull’osso sacro, un ciuffetto di peli, come un residuo di coda»); o lo scaldabagno tarato a mo’ di bomba ad orologeria («pareva che fosse d’un tipo speciale, che dopo quattro ore di accensione scoppia»), utile fra l’altro a metaforizzare il meccanismo perverso del boom. C’è in atto la trasformazione storica che segna il passaggio – inevitabilmente traumatico – tra la continuità del mondo di prima e lo sviluppo imprevedibile del mondo di oggi e di domani; una trasformazione ben rappresentata da un lacerto del “mondo di prima”, la chiesa sconsacrata di San Fruttuoso che, seppure in malora, non viene abbattuta solo «perché faccia da quinta, giù in fondo, fra i due parallelepipedi di vetro e cemento lustrato d’un palazzo nuovo, pieno di gente che da mattina a sera fattura la produzione metalmeccanica». Ai tempi biologici, calmi e solidi delle campagne si contrappone la nevrosi frenetica della città con la sua «collera grigia» e la sua «fumigazione rabbiosa»:

Così ora con Carlone la sigaretta scambiata è un pegno di amicizia a difesa contro quest’altra collera grigia della città che si stringe attorno a noi …

La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo, non è nebbia. (…) È semmai una fumigazione, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, è sudore, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, dei PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati …

Che cos’è dunque La vita agra? Bianciardi stesso definisce il romanzo, all’inizio del Capitolo X, come la «storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla», ma soprattutto una storia «intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano», di cui appunto si vogliono sviscerare e denunciare «i sintomi, visti al negativo». L’antefatto da cui si dipana la vicenda è la tragedia di Ribolla in cui morirono a 260 metri di profondità, per uno scoppio di grisù, ben 43 minatori la mattina del 4 maggio 1954. La Montecatini, che gestiva la miniera, ebbe evidenti responsabilità nell’accaduto (il grisù si era accumulato per la scarsa ventilazione sotterranea e per la sottovalutazione del pericolo, benché segnalato dagli stessi minatori) ma riuscì a cavarsela offrendo risarcimenti economici ai familiari delle vittime. Successivamente la miniera venne chiusa. Bianciardi aveva già raccontato quel disastro ne I minatori della Maremma, scritto a quattro mani con l’amico Carlo Cassola e pubblicato nel 1956 da Laterza. Ora rievoca il tutto ne La vita agra («Poiché l’impresa non era abbastanza redditizia, pur di chiuderla hanno ammazzato quarantatré amici tuoi, e chi li ha ammazzati oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra»), facendone il movente narrativo del romanzo. Il protagonista si trasferisce dalla Maremma, dove restano la moglie e il figlioletto, alla volta di Milano – dove ha sede la società – proprio per vendicare i poveri minatori e colpire i responsabili impuniti. È un intellettuale, un bibliotecario, un umanista, che riceve e accoglie questa “missione” (abbattere la nemesi ultrice sui capitalisti spudorati) anche per conto dei compaesani e dei sopravvissuti alla tragedia, come “Tacconi Otello” che confida molto in lui. Si è pensato a un fatto clamoroso, un attentato pubblico, e per questo il protagonista – immaginando e soppesando il gesto – passa e ripassa davanti al «torracchione» della società:

Ora appunto io venivo ogni giorno a guardare il torracchione di vetro e di cemento, chiedendomi a quale finestra, in quale stanza, in quale cassetto, potevano aver messo la pratica degli assegni assistenziali, dove la cartella personale di Femia, di Calabrò, di tutti e quarantatré i morti del quattro maggio. Chiedendomi dove, in che cantone, in che angolo, inserire un tubo flessibile ma resistente per farci poi affluire il metano, tanto metano da saturare tutto il torracchione; metano miscelato con aria in proporzioni fra il sei e il sedici per cento. Tanto ce ne vuole perché diventi grisù, un miscuglio gassoso esplosivo se lo inneschi a contatto con qualsiasi sorgente di calore superiore ai seicento gradi centigradi. La missione mia, di cui dicevo pocanzi, era questa: far saltare tutti e quattro i palazzi e, in ipotesi secondaria, occuparli, sbattere fuori le circa duemila persone che ci lavoravano, chine sul fatturato, sui disegni tecnici e sui testi delle umane relazioni, e poi tenerli a disposizione di altra gente. Veramente nessuno venne a dirmi che questa era la mia missione, che dovevo fare così e così, ma era pacifico, toccava a me. Del resto bastava come mi guardarono, gli altri, salutandomi prima della partenza. “Fai la persona seria, mi raccomando. Ora sei in prima linea, lo sai?”

Lì a Milano conosce Anna, una agit-pop romana esperta di tecnica insurrezionale: diventano amanti e grazie a lei comincia a frequentare, ma per poco, le sezioni del PCI. Lui le confida il progetto dell’attentato, però Anna lo sconsiglia; secondo lei è molto meglio «condurre insieme la lotta comune, giorno per giorno». E gli dice: «Eh, se tutto si risolvesse con uno scoppio, sarebbe comodo. L’epoca degli anarchici è finita, tu lo sai meglio di me, storicamente superata. Del resto i colpi di mano isolati non hanno mai dato nessun frutto. Oggi la lotta è delle masse. In parlamento, sui luoghi di lavoro, ciascuno al suo posto». Lo capisce pian piano anche lui:

Di qui sarebbe nata la solidarietà, di qui il modo della riscossa, un milione e mezzo di formiche umane da stringere e scatenare contro i torracchioni del centro, contro i padroni mori e timbergecchi, contro i loro critici tirapiedi, e fare piazza pulita d’ogni ingiustizia, d’ogni sporcizia, d’ogni nequizia.
Adesso capivo che sarebbe stato inutile e sciocco far esplodere io da solo – o con l’aiuto di Anna e di pochi altri specialisti – la cittadella del sopruso, della piccolezza e dell’alambicco. No, bisognava allearsi con la folla del mattino, starci dentro, comprenderla, amarla, e poi un giorno sotto, tutti insieme.

Bisogna dominare l’emotività: la vendetta è un piatto che va servito freddo. Niente gesti plateali, lasciano il tempo che trovano e si ripercuotono contro come boomerang. Serve qualcosa di più razionale, metodico e capillare, che parta dai comportamenti quotidiani di ogni individuo.

No, Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.

In tal senso il romanzo è anche un itinerario di evoluzione spirituale della coscienza – non solo politica – nel suo rapporto di apertura verso il “mondo”, che si giova di analisi profonde, puntali e raffinate dei sistemi su cui la società neocapitalistica organizza le basi egemoniche del suo consenso. Ad esempio l’uso strumentale del sesso come induzione all’acquisto («per vendere un’aranciata la si accoppia a un simbolo sessuale, e così un’auto, un libro, un trattore persino») e stimolo di attivismo ateleologico (muoversi all’infinito senza concludere nulla), ma soprattutto la riduzione di fine a mezzo (il valore di ogni cosa è il prezzo, o la sua efficacia per «arrivare al denaro»), ovvero il fenomeno che «qui e altrove, aliena, integra, disintegra, spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l’uomo-massa» e «la noia, l’incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne». Bianciardi è spietato e incalzante nello scoprire gli “altarini” del sistema: vuole svelarne il volto disumano, e aggredisce la materia opaca del suo corpo visibile con affondi circostanziati e progressivi. Ecco quindi la razionalizzazione del tempo che ha trasformato i ritmi del lavoro:

Il contadino si muove lento, perché tanto il suo lavoro va con le stagioni, lui non può seminare a luglio e vendemmiare a febbraio. L’operaio si muove svelto, ma se è alla catena, perché lì gli hanno contato i tempi di produzione, e se non cammina a quel ritmo sono guai.

Ritmi convulsi non solo in fabbrica, ma anche per le strade, nei luoghi pubblici, negli spazi privati. Tutti corrono corrono corrono: verso dove e per che cosa, non si sa. La monetizzazione del tempo porta di conseguenza a quella dell’uomo, cioè delle cose che non dovrebbero mai avere un prezzo. Una patina grigia di egoismo e indifferenza cala sui gesti delle persone, sui discorsi con cui fingono di intendersi, sulla luce stessa dei loro sguardi.

Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci.

È una società che produce alienazione. Il traffico, l’invasione degli spazi, il senso di oppressione e soffocamento: «una macchina dietro l’altra ma ciascuna per i fatti suoi». La folla è un insieme coatto di solitudini. Tutti pensano a sé stessi. Una sera il protagonista vede un ubriaco steso per terra, accanto a un distributore di benzina. Gli tende la mano e lo aiuta a rialzarsi, senonché l’ubriaco – fatti pochi passi malfermi – cade all’indietro, batte la testa e sviene.

Al bar lì accanto avevo già visto quattro uomini senza cravatta che giocavano a carte, e così andai là, a dire che c’era un ubriaco ferito, e che da solo non ce la facevo a rimetterlo in piedi, e che anzi provandoci m’era caduto battendo la testa. I quattro alzarono appena gli occhi, senza dire niente.
«Bè’» fece poi uno, visto che io non me ne andavo.
«C’è un ubriaco là per terra».
«E allora?»
«Datemi una mano a rialzarlo».
«Si rialzerà da sé».
«Non ce la fa. L’ho aiutato io, ma m’è ricaduto e perde sangue».
«E noi cosa ci entriamo? È successo a lei, no? Se la veda lei». E riattaccarono a giocare a carte.

E noi cosa ci entriamo? In questa agghiacciante espressione c’è la spia sintomatica del cambiamento che ha frantumato il caldo senso della “comunità” (dove ci si aiuta l’un l’altro perché i problemi degli altri sono percepiti anche come propri) in un coacervo di monadi isolate e tra loro indifferenti. Si è spenta l’eco della guerra, che aveva livellato le persone nella comune sofferenza: il nuovo benessere indurisce i cuori e allontana le persone, motivandole all’egoismo. La liquidazione dell’eredità psicologica della seconda guerra mondiale ha portato a uno scadimento generale dell’etica. I ritmi serrati di produzione generano ambienti ad alta competitività: «L’importante è fare le scarpe al capufficio, al collega, a chi ti lavora accanto. Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere». La politica stessa «ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene». Il quadro si completa con la burocrazia pervasiva, la macchina erariale sempre più complicata e non priva di storture e contraddizioni, le strategie di marketing attuate dai «tafanatori quotidiani» porta a porta (oggi sostituiti dagli anonimi call-center), e infine i “persuasori occulti”, sempre allo studio di tecniche per indurre all’ipnosi dell’acquisto e guadagnare nuove fette di mercato. Questa insomma è la società partorita dalle “magnifiche sorti e progressive” del miracolo economico.

E il protagonista de La vita agra? Che ne è dell’anarchico dinamitardo? Ebbene, si lascia ammaliare e avviluppare dal sistema che intendeva prima far esplodere e poi scardinare dall’interno. Si integra, mettendosi a servizio dell’industria culturale milanese come traduttore. Dalla missione alla compromissione. Nel film di Lizzani il riflusso del personaggio è ancora più evidente: non solo getta alle ortiche ogni ipotesi di impegno e riscatto comunitario, ma diventa un apprezzatissimo copywriter della famigerata società responsabile della tragedia in miniera. E l’esplosione dell’odiosamato «torracchione» viene sublimata e con ciò stesso negata, alla fine del film, dall’accensione natalizia delle luci della grande facciata: ennesima trovata pubblicitaria con cui Luciano Bianchi (evidente alter ego di Bianciardi) vuole sorprendere e gratificare il direttore della società.

Marco Onofrio

8 dicembre 2019: “Magia Capitale. ‘Roma raccontata da venti scrittori italiani del ‘900” (a cura di Marco Onofrio)’ a “Più libri Più liberi” – ROMA

MAGIA CAPITALE

ROMA RACCONTATA
DA VENTI SCRITTORI ITALIANI DEL NOVECENTO

Layout 2

Presentazione del volume, a cura di Marco Onofrio
(EdiLet-Edilazio Letteraria)

Interventi di: Marco Onofrio, Mariarita Pocino
Letture a cura di: Sonia Miranda, Antonio Sanna

domenica 8 dicembre 2019, ore 15.30

Fiera “Più libri Più liberi”
La Nuvola Convention Center, ROMA EUR
Sala Nettuno