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Mini-tour in Calabria (Laino, Cosenza, Castrovillari, 8-13 maggio 2022): alcune foto delle serate

“L’officina del mondo” a Laino Borgo (8 maggio 2022)
“L’officina del mondo” a Laino Borgo (8 maggio 2022)
“Specchio doppio” a Cosenza (10 maggio 2022)
“Specchio doppio” a Cosenza (10 maggio 2022)
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“L’officina del mondo” a Castrovillari (13 maggio 2022)
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“(H)ombre(s) migranti”, di Andrea Cantaluppi. Lettura critica

Onesto e intenso, multiforme e sfaccettato, leggibile e coinvolgente, (H)ombre(s) migranti (Ediesse, 2009), di Andrea Cantaluppi, è un libro all’incrocio tra narrativa e saggistica: racconto, diario di viaggio, reportage giornalistico, referto di indagine antropologica, sociologia, geografia umana. E ancora: regesto di urgenti riflessioni sul nostro tempo. È infatti la problematica complessità del mondo contemporaneo, la sostanza che emerge in controluce dal tessuto di un’intensa, coraggiosa e sofferta esperienza personale. (H)ombre(s) migranti racchiude fin dal titolo il passaggio da “ombre” a “uomini” (hombres) che, evocando indirettamente il mito platonico della caverna, traguarda la possibilità di ridare dignità e forza ai reietti, ai “vinti” della storia. Il libro traccia dunque un percorso di autocoscienza, etica e sociale, che per rapporto antinomico parte da un contesto di sottocultura consumistica, di globalizzazione indiscriminata, di consumismo massificato. Un «clima di diffidenza e di violenza istituzionalizzata» dal quale Furio, il protagonista autobiografico, sente il bisogno interiore di staccarsi definitivamente. Il mondo di plastica. La realtà e la rappresentazione. La cosa concreta e l’immagine-simulacro. Il valore della persona umana non apprezzato a prescindere: oggi esisti e vali se appari, se si parla di te. Si dà importanza e attenzione solo a chi emana sentore di successo e potere. A nessuno viene voglia di approfondire, di andare a verificare per capire meglio. Anche a poche centinaia di metri dall’accaduto, la notizia viene vissuta come riflesso evanescente del solito TG. La televisione è satellitare ma impedisce di vedersi: ci fa vedere il mondo, ma ci rende invisibili a noi stessi. La comprensione autentica del mondo, invece, non può prescindere da una ricerca più seria e minuziosa di se stessi. Costa sofferenza, ma è indifferibile.

Sono convinto che più sarò bravo e sincero nello scavare entro di me, più potrò essere utile agli altri.

Furio è un uomo alla ricerca di se stesso. Ha voglia di bere alle sorgenti della vita. Per rinnovarsi e ritrovarsi: per vedere se è ancora capace di «legare i propositi con i fatti». È al mare, d’estate, e legge Confesso che ho vissuto di Neruda. A un certo punto, staccando gli occhi dalla pagina, assiste per caso allo sbarco di una carretta del mare carica di disperati. È proprio in questo incrocio tra pagina e mondo che si disegna lo spazio della possibilità, cioè della politica. Sognare la realtà per realizzare il sogno. Ma ci si scontra con la maggioranza silenziosa degli “idioti” (in senso etimologico). Penso alla distinzione aristotelica tra “polìtes” (chi si interessa alle questioni pubbliche e conosce i problemi politici) e “idiòtes” (da “idios”, cioè proprio, personale: chi si interessa solo alle proprie faccende private). Certamente non “idiota”, Pablo Neruda ha svelato l’anima poetica alla povera gente, dando voce all’anima poetica della povera gente. La libertà dei popoli si fonda sul nutrimento dello spirito garantito dalla cultura. I libri aprono gli occhi e accendono la mente. Fondamentale è la consapevolezza.

Quanti sentieri si possono tracciare se si è convinti di ciò che si fa.

Il mondo, dunque, si può cambiare. Dipende da ognuno di noi. Resistere. Pre-occuparsi. Impegnarsi. E soprattutto: «non smettere mai di indagare, con attente osservazioni, dentro di sé, ponendosi domande». Come quelle che Furio si fa continuamente, roso da un tarlo interiore, da un bisogno di analisi, di profondità, di comprensione. Capisce così che occorre distaccarsi dall’eurocentrismo, perseguendo l’idea di un’Europa non come club esclusivo di ricchezza e privilegi, ma come grande opportunità storica di unificazione dei popoli. Avvicinare mantenendo le differenze. La globalizzazione tende invece a uniformarle, ma così le accentua ancor di più. Ecco la recrudescenza dell’odio, del razzismo, della xenofobia. Che può la cultura al cospetto della vita? La realtà vera «è più dura e vigliacca di quello che ci piace immaginare. Bisogna sporcarsi le mani e provarla per poi cambiare, e non soltanto opinione ma atteggiamento, e poi forse capire cosa fare e quanto costa».

Ed ecco il “secondo tempo” del libro: dalla premessa analitica alla conseguenza pragmatica. Furio adesso parla in prima persona per raccontarci – con scansioni da “diario di bordo” – questo suo “grande salto”: già, perché parte per il Messico! Dove va a fare il volontario in una missione cattolica gestita da religiosi scalabriniani, che sostiene i migranti di tutti i Paesi del Centro America: uomini, donne e bambini che tentano di attraversare il Rio Bravo per entrare negli USA, in Texas. La missione si trova a Nuevo Laredo: un luogo di transito, di pericolo, di sofferenza, in un territorio gestito dai narcotrafficanti. È nel divario di questa frontiera/frattura che Furio scopre le radici delle sovrastrutture, del condizionamento culturale per cui si formano certi pregiudizi, certe categorie.

Lì c’è il Texas, il Primo Mondo. Di qua e di là, cosa significa? Nulla! Questa differenza va combattuta culturalmente ed è uno dei motivi che mi ha portato sin qui.

Bisognerebbe imparare a guardare il mondo come si vede dall’alto, dall’aereo: la «geografia naturale senza ostacoli visivi, mentali, istituzionali». Il cielo non conosce muri. Come le aquile che Furio vede varcare in volo il confine.

L’aquila è andata “di là” senza nessun controllo burocratico: lei è libera, l’uomo no. L’aquila va e viene quando vuole, l’uomo è riuscito a farsi prigioniero da solo in nome di un egoismo contro natura e far apparire folli coloro che rimettono in discussione lo stato delle cose in nome dell’amore e della libertà.

In Messico Furio incontra tanti casi umani (letti come libri viventi nel “terzo tempo” ideale del volume) con cui si confronta “alla pari”, sia pur da straniero, da europeo. Laggiù tocca con mano che «la giustizia è uguale per tutti, ma per i ricchi è un po’ più uguale». E capisce una volta di più che il prezzo della Storia lo pagano i poveri, i deboli, gli emarginati: perché la Storia la scrivono i ricchi e i vincitori. Anche per colpa del tradimento perpetrato dai garanti (o presunti tali) delle istituzioni etiche. L’adulterio tra il potere e il clero: la croce confusa con la spada. La Chiesa in America Latina, ad esempio, è sempre stata collusa con le destre reazionarie appoggiate dalla CIA, diffondendo oscurantismo e osteggiando la “teologia della liberazione” promossa dalle sette pentecostali ed evangeliche a favore degli emarginati, per la giustizia autentica. È il sentirsi «appartenenti all’umanità» che «ci rende solidali», pronti cioè a «crescere verso una comprensione reale dell’uomo così come realmente è, e non come ci è stato dipinto». Il mondo globalizzato sembra andare da un’altra parte: verso il baratro. Il prevalere del profitto come unico criterio. L’individualismo esasperato. La frammentazione delle comunità. La solitudine seriale.

Il dollaro è il primo valore nella scala sociale e l’uomo è stato relegato all’ultimo posto.

E invece «occorre mettere l’uomo al centro, questo è il punto. Davanti all’uomo, nessuno si può tirare indietro, non ci dovrà essere più spazio per grandi pensatori che, all’interno delle loro torri d’avorio, indicano la rotta da seguire: o si sta tutti insieme a tirare la barca, o questa si avvita in un girotondo fatale». Andrea Cantaluppi e il suo alter ego Furio ci ricordano che occorre un’etica umana globale, umanistica, post-ideologica. Capire una volta per tutte che ogni persona è unica, irripetibile, insostituibile: e da lì far discendere tutto. Risvegliare i veri valori oltre i miti narcotizzanti del consumismo di ennesima generazione. Dignità, appartenenza, identità, spiritualità, cultura, solidarietà: ecco le parole d’ordine del nuovo mondo da edificare, senza rinunciare alla speranza. 

Porto con me la certezza che l’uomo ha ancora la possibilità di guardarsi allo specchio e ritrovarvi un essere gioioso e speranzoso, se è cosciente di chi è e che cosa deve fare insieme agli altri.

Un invito e un monito per ognuno di noi.    

Marco Onofrio

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“Distrazioni”, di Cristina Polli. Lettura critica

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Se già la silloge di esordio, “Tutto e ogni singola cosa” (2017), aveva dato la netta sensazione di inaugurare una voce poetica di vaglia, con il terzo libro (dopo il poemetto “Quando fioriscono le tamerici”, 2020) Cristina Polli conferma e anzi migliora quanto di buono realizzato in precedenza, giungendo alle soglie di una prima e robusta maturità espressiva che le consente di precisare meglio i traguardi e gli strumenti del suo percorso. 

Direi che il fulcro di questo “Distrazioni” (EdiLet, 2021, pp. 80, Euro 12) è la soglia sottile che unisce-separa l’Ordine dal Caos, quindi il controllo razionale del mondo (o l’illusione del controllo) e l’abbandono alla sua forza. Come arriva più lontano il volo di un uccello: remigando gagliardo nell’aria o lasciandosi portare dalle correnti? Il principio dell’aereo o dell’aliante? Molte parole-chiave segnalano tale metamorfosi di pensiero e di approccio: dal controllo che aggredisce e disperde, al dono che si coglie nell’abbandono. Resa, attesa, desistenza, caduta, spoliazione. E due verbi emblematici come precipitare e sciogliere. “Il tempo dell’attesa” è, peraltro, il titolo della prima sezione del libro. Leggiamo versi come, ad esempio, «Ho posto l’attesa a governo dell’ora», oppure «l’inquieto trasalire dell’attesa». Attesa di che? Del rivelarsi spontaneo dell’Essere, nel «bagliore dell’attimo» che esplode.

L’ANGELO MI RICONOBBE

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta impari
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi
e nel bagliore dell’attimo mi apparve
il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

Insomma il mistero, se aggredito, si nasconde; se lasciato manifestarsi, si rende disponibile alla rivelazione. È qualcosa che erompe con i suoi tempi (ecco l’importanza dell’attesa) se è giusto e armoniosamente “aperto” l’incontro con l’alterità. Quindi, a ben vedere, è una questione di dialettica tra riduzionismo e complessità. Vogliamo ridurre tutto alla nostra portata per esercitare un controllo sulle cose: un controllo che sa di dominio utilitaristico. Così funziona il pensiero occidentale, il tempo unilineare che guida il progresso della storia. E abbiamo il fegato, per assorbire il veleno di questo incontro continuo con il pugno duro della realtà. Ma l’«innocenza crudele» della Vita è un avvoltoio che scarnifica ogni giorno il fegato (come l’aquila lo divora a Prometeo incatenato sulla roccia) per impedirci di sottrarre la nostra coscienza all’autenticità dell’incontro.

RIPETIZIONE

Si è aperto tra i rami il giorno incerto
ho destinato alle carte la mia poca energia
il resto l’ho dato in pasto all’avvoltoio
che non sa perché mi scarnifica il fegato
ma mi guarda e ha negli occhi un’innocenza
crudele e mi presta cure per dilaniarmi ancora.

Non dobbiamo opporre difese e resistenze, se vogliamo giungere al cuore della verità. È una specie di principio omeopatico della conoscenza. Qualche esempio? Ci muore una persona cara: rimuovere il dolore non consente di elaborare il lutto. Dante non può arrivare al Paradiso se prima non attraversa la tenebra dell’Inferno. L’alba non sorge senza la notte che la precede. E così l’attenzione: per giungere al frutto supremo ha bisogno di approfondire ciò che la distoglie dall’oggetto. Quindi la vera attenzione nasce dal perfezionamento della distrazione, per abbandono totale all’avventura che apre nel mondo e all’accoglienza dei segreti che libera alla luce. Ecco il titolo del libro! Le “distrazioni” si rivelano il modo migliore, cioè il più poetico, per conoscere l’essenza delle cose. 

Gli animali sono parte del concento universale, sono naturalmente attenti nella distrazione. Mentre ognuno conosce «la sua parte a memoria», l’essere umano è l’unico animale che deve costruirsi un mondo ricavandolo razionalmente dall’universo, derivando cioè il cosmo dal caos. «Ecco che misuro / i miei passi sulla strada» scrive Cristina Polli rievocando il vo mesurando a passi tardi e lenti di Francesco Petrarca (Solo et pensoso, sonetto 35). Ma per giungere alla realtà vera non bisogna misurare i passi! Occorrono «rotte scomposte» che consentano di uscire dai cardini razionali, il deragliare di un «io che si discosta in transito». L’io che si discosta, che cioè si fa da parte, è la derealizzazione del soggetto come centro irradiante di coscienza.

Dispersione è un’altra parola-chiave. Essere in un luogo e contemporaneamente altrove: «svolto angoli come se dovessi / in un istante / comparirmi altrove». Dunque perdersi per ritrovarsi: «mi slaccio / mi tramuto e sperdo». Spogliarsi delle abitudini che ci fossilizzano e ci addormentano.

CHIEDO IN PRESTITO

Chiedo in prestito una veste
da indossare come un gioco sconosciuto
per non essere io per un istante.
Chiedo di dimenticare il gesto appreso
di sorprendermi quando alzo lo sguardo
trasalire e perdere la presa della cima
tra la mano e l’oggetto
la distanza.

Se «il pensiero è sponda dello sguardo», serve uno sguardo diverso «per sorprenderci / veri in questa spoliazione». Essere pronti per una caduta senza appigli a cui afferrarsi: affacciarsi «a un vuoto / di mura sgretolate». Il soggetto come centro irradiante di coscienza non può per definizione cogliere la coscienza irradiante del mondo: è troppo auto-centrico e presuntuoso per riuscirci. Ecco ad esempio la meravigliosa sospensione epifanica de “Le tre del pomeriggio”:

Ringrazio la solitudine delle tre del pomeriggio,
il caffè e le ali d’ombra
tra le nuvole e la mia finestra,
i rumori lontani e la bambina dei vicini
che non piange.
È richiesto uno sforzo di oggettivazione
          − una domanda sul senso dell’agire,
ma siedo inerme, solcata di passaggi
e urla e risa e occhi.
Invasa.

Basta sapersi mettere in ascolto autentico del mondo, oltrepassando lo «sforzo di oggettivazione», ed emerge il suono stesso della realtà, la «nitida madre d’eterno» con la sua «tenue cantilena dell’indugio». Attenzione, però, niente di sovrannaturale: l’epifania emerge dalla realtà più ordinaria, aprendosi al «rendez-vous / di suoni e segni» che ci attende in strada (spesso nella tristezza acida della città, soprattutto d’autunno e d’inverno, ad esempio la «luce di lampione sulle pagine», le «ombre che rincasano», «i fanali in coda», le «luci / riverberate in corsa / sull’asfalto»…) Ma è proprio dentro il quotidiano apparentemente più grigio e trito che si aprono le feritoie rivelatrici, le «magiche finestre». Il varco di montaliana memoria può essere un mutamento impercettibile di luce, o la bellezza che trascende il fato della dissolvenza, o una preghiera che vibra in una «crepa della voce». Basta un lampo di miracolo («il lampo che / fa chiara la parola» nella trasparenza della poesia) e la fermata dell’autobus «si trasforma in un bosco. / Il luogo è lì», il «mistico luogo dell’intesa».

Emerge così, senza averla cercata con l’intelletto, la rete infinita delle connessioni, «le intersezioni dei gesti / e degli eventi», i nodi che legano e trattengono la struttura nascosta del mondo: ecco lacerti come «mi irretisce», «intorno mi trama», «mi intesse rete», nella coscienza complessa del cosmo-labirinto circostante. «Cos’hai visto nella tela del ragno?» si chiede e ci chiede Cristina Polli. Magari scomporsi tra i rami «l’iride del giorno / luce e forma d’intessuta levità». Ovvero fruscii, tremori, rumori lontani, «ogni volo, ogni battito d’ali», insomma, ancora tutto e ogni singola cosa

È il mondo stesso che suona la sua musica, come le «parole» dell’acqua con «accenti che non so». La corrente della Vita «rimesta passaggi» anche sottopelle e squarcia la superficie del tempo, producendo la lacerazione tra centro e periferia, perché forse è in periferia che accade l’essenziale. Immaginiamo di guardare una partita di tennis al contrario di come viaggia la pallina. È così che, al di là dell’abitudine acquisita, scopre l’insolito il poeta: nei dettagli apparentemente insignificanti che racchiudono – e per questo possono svelare – gli accenti più sinceri della verità.  

Il divenire del mondo si manifesta, com’è ovvio, attraverso la dissolvenza delle forme che «mutano» continuamente «sotto il cielo», e quindi non si afferrano perché non trattengono la dispersione, come le «labili tracce» delle orme sul bagnasciuga del mare:

ORME

L’onda a suo piacere
ti disegna un manto
decide a capriccio la curva della luce
sabbia di silice sgranata
traversata da un orlo di marea
che ti compatta lucente sentiero
d’orme
labili tracce velate
da nuova
bianca schiuma
ricordi della rena
che le accolse.

E ancora:

MARE

Balsamo al mio spirito inquieto
è l’onda che torna
s’infrange
riprende
s’adagia ineguale
dilegua il colore
e le orme
e in bianca spuma tramuta
il moto profondo dell’acque
s’accorda coi moti dei mondi
in specchi cangianti d’opale.

La poetessa si vede «come una bambina distratta» che impara a costruire un nido sulla «trama delle crepe», cioè a «trarre di sé i resti» (fra l’allegria del naufrago ungarettiano e il vecchio marinaio di Coleridge) per usare il margine interiore della parola-soglia, nella «stasi silente» del suo canto, dove purificare il fiele e il sale dell’esistenza, oltre tutte le incrostazioni dell’esperienza.

Questo libro è un cammino di conoscenza essenziale: vuole aprire le gabbie della ragione per affidarsi e affidarci alla forza sacra che «scioglie in acqua a scorrere / le cose come sono», fino alla capacità di leggere in modo nuovo il libro del mondo, arrivando a vedere l’invisibile, ed accade per esempio nella splendida “Calligrafia del silenzio”, riportata in quarta di copertina:

È caduta per me
la foglia sull’asfalto.
Non so la foglia
o l’albero esile
da cui si è lasciata prendere
scrivendo un volteggio
senza vento.
Calligrafia del silenzio
che di bellezza muta
mi attraversi.

Marco Onofrio

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“Specchio doppio”, letto da Maria Teresa Armentano

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Di solito i racconti sfidano il lettore appassionato, non critico di professione, incollandolo alle pagine: si leggono uno dietro l’altro, quasi di corsa, per scoprire un nuovo mondo, una realtà sempre diversa, un personaggio intrigante; in ogni modo si è trascinati dall’ansia della scoperta. Nel libro di Marco Onofrio recentemente pubblicato a Cosenza da Pellegrini Editore, a guidare la lettura è stata invece l’originalità impensata del titolo, “Specchio doppio”, e le sezioni con due coppie di racconti. Se qualcuno si guarda superficialmente in uno specchio vede un altro se stesso identico, ma se lo specchio è doppio anche l’immagine si sdoppia, e si scopre che, dietro la prima, se ne delinea una seconda del tutto nuova in cui i frammenti, come i tasselli di un mosaico, si scompongono e ricompongono in modo inconsueto. Sei un altro che può trasformarsi ancora in un altro se l’immagine si decompone, svanisce, è in primo piano o sfocata.

In questi racconti Onofrio opera un gioco dell’inconscio con una lente che può deformare, avvicinare, ingrandire, abolire le distanze o renderle infinite come ci suggerisce la copertina con l’obiettivo in primo piano. Lo scrittore spazia intersecando vari piani come un regista che sceglie le inquadrature focalizzate sul sogno grottesco o sul paradossale. Per Onofrio è quasi una necessità ancorare il lettore, con suoi dieci racconti doppi, a una parola che sia confronto tra i due specchi, anche se non risulta fondamentale che siano gli avvenimenti, gli oggetti o i personaggi al centro della narrazione per assumere il senso che lo scrittore vuole dare alle coppie poste tipograficamente accanto ma simbolicamente opposte. L’obiettivo è che si riflettano per creare le sfaccettature necessarie a osservare la realtà attraverso una doppia lente, da lontano e da vicino, dal reale al surreale, come quando si ritorna ai ricordi della prima infanzia o si recupera il visionario incanto di un campo di calcio che è metafora dell’esistenza con le sue contraddizioni. Così nella descrizione di Roma e del Colosseo, che nasce da uno sguardo d’amore per trasformarsi nell’illusione incantata di un tempo senza fine, di una eternità che diventa sogno illusorio, anche spinto all’eccesso di un rapporto carnale per rilevare la fusione di se stesso con la città e l’intima essenza di un luogo, il Colosseo, simbolo appunto di specchio del mondo. L’autore ha scelto di accostare nel doppio specchio il contrasto anche nei titoli delle sezioni: “Caos” e “Sentimento” per offrirci ancora un doppio volto del surreale che nasconde e talvolta esalta il reale creato da sguardi e da suoni che si perdono nel vuoto e nel nulla. La realtà si dissolve, s’infrange nello specchio che riesce a restituire solo un pallido riflesso svanendo. Nello smarrimento causato dall’inconscio, Onofrio racconta della nostra non–esistenza, di parvenze di una realtà artificialmente creata e mai pienamente compresa e diventata nostra. Anche la denuncia sociale dei mali del nostro sistema di ipocrisie in cui, forse per suggerimento inconscio, sono accostate le due sezioni dal titolo “La Politica” e “L’Italia”, ritroviamo esemplari macchiette, compendio dei mali di situazioni esacerbate fino all’assurdità e che per questo privano di ogni speranza il futuro e si specchiano nella doppiezza di una realtà frantumata.

La lingua si piega alle esigenze del racconto e del suo ritmo veloce: le frasi brevi, l’aggettivazione ricca, le metafore come ad esempio in “Campare scrivendo” o in “All’opera!”, le parole isolate che si susseguono incalzanti racchiudono una ricerca anche del suono che accompagna la parola, scoprendo così la sostanza dell’essere poeta presente in Onofrio. Di là dall’apparire un difetto, mi sembra, al contrario, un pregio della scrittura dell’autore, una raffinatezza che esalta l’attenzione del lettore che gode anche di questo gusto linguistico come di una novità che appartiene al piacere di leggere, alla gioia stupefatta di chi ha scoperto uno scrittore che ha “reinventato” il modo del raccontare fuori dai paradigmi tradizionali, allontanando e deformando la realtà, pur rispettandone la complessità.

Maria Teresa Armentano

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“Specchio doppio”, letto da Dante Maffìa

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Non ricordo chi ha detto che è più difficile realizzare un racconto perfetto anziché un romanzo. Il racconto deve sintetizzare una storia, focalizzare un problema, darne l’essenza e caratterizzare uno squarcio di vita nella pienezza dello svolgersi. Respiro ampio, dunque, in poco spazio. Marco Onofrio ha al suo attivo un lievito di esperienze importanti e di letture sterminate, e ha guardato, cioè saputo guardare, ai modelli riusciti, agli autori di racconti che sono diventati classici, a cominciare da Gogol e da Gorkij, a Verga, a Pirandello, ecc. Ma in questo “Specchio doppio” (Cosenza, Pellegrini, 2022, pp. 160, Euro 15) si è indirizzato, vista la materia trattata, verso altre sfere, altre fonti, anche se ormai non ha bisogno di seguire i passi di nessuno, essendo arrivato a una maturità espressiva personale che gli consente di entrare e uscire dalle situazioni col suo piglio graffiante e ridanciano, con la padronanza di chi conosce bene i meccanismi del fare. Naturalmente non basterebbe soltanto il possesso della tecnica compositiva a dargli la pienezza che troviamo immergendoci nelle dieci sezioni che compongono il libro, ognuna delle quali composta da due narrazioni che, per la loro invenzione linguistica, per le scene spesso assurde, per le coloriture ironiche e goderecce, fanno pensare alla lezione di Tommaso Landolfi, di Samuel Beckett, di Charles Bukowski. Eppure Onofrio ha preso a piene mani dalla realtà quotidiana, dalla osservazione di ciò che accade accanto a lui e che ai più non desta attenzione. La sua sensibilità invece ne viene coinvolta e così lui snida i lati oscuri, comici, segreti; va oltre le apparenze, ne distorce il cammino e lo ribalta, ne trae implicazioni drammatiche, connubi esilaranti nei quali la dissacrazione di ciò che in genere è vissuto ciecamente diventa soggetto di qualcosa. Reinventa insomma la realtà e ne connota gli sfilacciamenti, i vizi, le ossessioni, i sogni corrotti, le disfunzioni del vivere, gli eccessi.

Il bello è che Onofrio si diverte, soffre, diventa ogni volta il protagonista implicito del racconto, come a voler saggiare carnalmente ciò che fa accadere. Difficile stabilire quale dei venti racconti è il più affascinante. Ho provato a chiedermelo e subito ho cambiato idea, perché in ognuno trovo il godimento dell’invenzione, mai fine a se stessa. Un godimento che apre sui vizi della quotidianità e diventa, alla fine – anche quando è la sessualità a farla da padrona, come in “A porta vuota”, “Le mutandine”, “Il mal della borghese”, “Don Arfio” – analisi serrata e veritiera della filosofia del genere umano, che ha sempre dentro di sé uno specchio doppio, se non triplo. Siamo abituati alle scorribande di Onofrio nella psiche umana e nei meandri che inquietano il senso del vivere, conosciamo la sua irruenza e il suo passo di cavaliere errante che sa cogliere la fuga del bene e del male; ma qui egli ha trovato una misura che non s’arresta alla soglia delle situazioni. Ci scava dentro, le rivolta, le ribalta, ne scerpa l’idiozia e ne fa catarsi di una svolta auspicabile per ridare vigore ai valori, ai sogni, evitando le troppe e sconce interferenze, ormai dissestanti e malevole.

Forse il valore maggiore di “Specchio doppio” è la scrittura, tenuta sul rigore di una classicità che non demorde dal voler cogliere le sfumature della psiche e non si arrende allo sfacelo in atto portato dai minimalisti, dalla canea degli arrivisti e dei “banalisti”, oggi purtroppo difesi a spada tratta (personalmente mi fanno rimpiangere le Luciane Peverelli e i Salvatore Farina!). Ma torniamo ad Onofrio, almeno per dire che quando poi parla di Roma la sua pagina emana profumo di scrittura, e tutto diventa magico per offrire il senso nuovo di un approccio alla Caput Mundi. Leggiamo appena due righe: «I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti». Ecco, è questo il racconto preferito: “Il tempio del tempo”, dedicato da Onofrio alle stratificazioni storiche, antropologiche e anche esoteriche del Colosseo. Ma è scelta di un momento, perché come si fa a non seguire nel suo “camaleontismo”, sono parole di Paolo Di Paolo in quarta di copertina, il “Poeta aereo e iperconsapevole” che risponde al nome di Marco Onofrio?

La fluidità della scrittura, tra l’altro, incolla alla lettura e così i suoi voli surreali, le sue impennate, le sue giravolte non sono giochi d’artificio, ma ancora una volta espressione di quella condizione umana che ha sete di misurarsi col mondo. Insomma, “Specchio doppio” ha saputo fare il ritratto efficace e consistente del nostro tempo, abitato per lo più da scimmie ammaestrate alla banalità e all’insipienza. Onofrio ha giocato e giocando, questa è pedagogia della letteratura alta, ha gettato in bocca al lettore il seme per aprire gli occhi, la scomoda verità dell’inconsapevolezza additando la strada, l’altra faccia dello specchio.

Dante Maffìa

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“Fummo ragazzi felici”, poesia inedita

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FUMMO RAGAZZI FELICI

Fummo ragazzi felici.
Leggevamo l’alfabeto della luce.
Gorgoglii di cose liquide,
scrosci sopra i tetti, crepitii.
Il mondo piccolo in un tempo chiuso
dal fluire dolce della vita.
Quant’era bello l’orto dei nonni!
Freschezza verde ombrosa
nel celeste molle dei mattini.
Si giocava per ore, indemoniati
a rincorrerci dentro le savane
ma poi, sopraggiunta la stanchezza
il sereno degli occhi s’incupiva
di uno strano veleno
mentre cresceva il senso dell’ignoto
e il mare distillato dai silenzi
come i pensieri scritti negli sguardi
e i suoni in fondo al cuore.
Che si trova, a terra
nel punto dove il fulmine è caduto?
Forse un sale, che ad averne
i cristalli in bocca
poi si può nuotare in aria
per volare? E raggiungere
gli imbuti delle nuvole
per capire cosa dicono davvero
mormorando arcani alle pianure?
Eccole, stupende, le rivedo
arricciate nell’azzurro come lana
di pecore ancestrali…

Fummo ragazzi felici.
Leggevamo l’alfabeto della luce.
Oh, lo scintillio dei platani
dolcemente accarezzati dalla brezza!
Splendore di vette lontane
contro l’ocra-arancio delle sere!
L’estate infinita
e incorruttibile durava
oltre la morte
fuori dalla sua portata.
Era la morte stessa, forse
che aveva tutta in pugno l’esistenza
la gamma ultravioletta del mistero
nel barlume d’oro dentro noi.

Fummo ragazzi felici.
Leggevamo l’alfabeto della luce.

Marco Onofrio
(poesia inedita)

 

 

 

 

 

 

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“Pier Paolo Pasolini e il cinema”

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Magia, realismo, tragedia: sono questi i pilastri del cinema di Pasolini, e girano intorno al gorgo del “sacro”, nella doppia accezione di angelico e demoniaco, come vitalismo mitologico e oscuro fondamento sadomasochistico dell’amore. Il “sacro” è il guscio che vela e insieme svela il nucleo fondamentale della sua vis creativa: la morte. Tutta la sua Opera non è altro che un interminabile discorso sul problema della morte, sul lavoro del cordoglio, sull’elaborazione del lutto, sulla necessità di opporre strumenti culturali e simbolici alla sua ineluttabile irreversibilità. Pasolini ha un bisogno disperato e quasi doloroso di sincerità, che obbedisce alla pulsione vitalistica con cui vorrebbe non solo contrapporre alle fauci della morte una traccia durevole, ma anche scardinare le convenzioni ipocrite della borghesia e liberarsi dall’ombra del peccato. Se la società moderna è basata sulla menzogna, l’unica possibile felicità è tornare alle sorgenti sacre dell’essere, e quindi immergersi nella realtà pagana in cui – come gli antichi – vivono i sottoproletari: eros panico, forza fisica, gioia semplice di vivere. La capacità di danzare sul mondo con leggerezza, come farà Ninetto Davoli nei suoi film. È il paradiso perduto del Friuli che ha vissuto nell’infanzia e che poi ricerca a Roma, prima, e in Africa e Asia, poi. Ama e ricorda con nostalgia il mondo in cui è nato e cresciuto, il mondo contadino e artigiano preindustriale: ingenuità, candore, integrità, purezza, umiltà, lo “splendore” negli occhi della gente. Afferma Pasolini: “Detesto il mondo moderno, l’industrializzazione e le riforme. L’unica cosa che può contestare globalmente la realtà attuale è il passato”. Ecco la sua spinta regressiva (“Io sono una forza del passato…”) verso il modello antropologico dell’Italia contadina, certamente almeno in parte idealizzata alla luce mitica dei ricordi infantili. Il consumismo, secondo lui, è un fascismo peggiore di quello storico, che era totalitario ma non totalizzante.

L’Italia, all’alba degli anni ’60, passa troppo rapidamente da Paese sottosviluppato a sviluppato, e perde la propria identità. Come recita Ugo Tognazzi in “Porcile” (1969), da quel momento “non ci sarà più traccia di cultura umanistica e gli uomini non avranno più problemi di coscienza”. Conterà solo il denaro, tra accumulo e consumo, cioè (come scrive Pasolini in “Petrolio”) “il peccato dell’arricchire, del possedere, dell’avanzare, del raggiungere: tutte cose che si fanno tragicamente sempre contro la propria coscienza e contro la libertà altrui”. In altre parole: il progresso borghese della civiltà tecnologica e tecnocratica garantita dal neocapitalismo. L’omologazione colonizza le coscienze di tutti, anche dei sottoproletari che aspirano a diventare borghesi: non a caso i media irradiano l’edonismo “di massa”. Questo non solo travia la naiveté degli umili, snaturandoli per sempre, ma produce il genocidio delle culture autoctone, determinando una mutazione antropologica dei popoli. Pasolini, da intellettuale “no global” ante litteram, sviluppa il suo discorso – anche cinematografico – nella dialettica tra spinta progressista (dove incardina la sua vocazione pedagogica, e quindi l’impostazione marxista del suo “comunismo sentimentale”: si pensi al docu-film “La rabbia”, 1963) e nostalgia regressiva (dove convoglia le pulsioni irrazionali della poesia decadente). Il cristianesimo in generale e il problema della morte in particolare possono mediare questi due versanti. Pasolini gioca la sua opera tra Storia e Mito, cioè demitizzazione da una parte e destorificazione dell’altra, con tutte le possibilità di coesistenza, se non di intreccio e contaminazione. Ha uno sguardo razionale e storicistico nell’interpretare il mondo e farne cadere gli idoli; idoli che d’altra parte adora, perché è forte in lui la componente mitica e irrazionale.

Quindi il rapporto tra Storia e Mito. Pasolini scrive per ricercare il senso profondo della realtà. Nell’avventura di questa ricerca giunge sempre al problema ultimo, al “muro della terra” di dantesca e caproniana memoria: l’“altro” irreducibile che è nel mistero del mondo. Lì si esce dalla storia unilineare dell’Occidente, e la ragione finalmente tace: è il nòcciolo non demistificabile. Pasolini è affascinato dai sottoproletari perché nella loro innocenza barbarica essi possiedono il mistero del mondo, anzi sono quel mistero, lo vivono in modo naturale, autentico e felice. Per questo sono “benedetti da Dio”. Ecco la loro umiltà ascetica, analoga alle società protocristiane, e dunque la loro inconsapevole carica rivoluzionaria. I borghesi invece hanno ucciso il sacro con la superbia e l’arroganza del loro edonismo: sono morti dentro e vivono un’esistenza inautentica tra le sbarre invisibili delle loro prigioni dorate.

L’ansia di verità che informa il messianismo ontologico di Pasolini lo porta a non accontentarsi della scrittura tradizionale: a un certo punto la parola non gli basta più. Ecco il cinema come stadio finale del realismo simbolico, strumento per demolire l’ultimo diaframma tra natura e linguaggio. Già nei libri la parola voleva coincidere con la cosa: ora l’immagine è la cosa, la esprime in modo più diretto ed eloquente. Lo stile vuole essere la vita: catturare tutta la vita nella sua immediatezza. Del cinema di Pasolini restano celebri i piani-sequenza che gli consentono di riavvicinare il cinema alla vita, facendone “linguaggio della realtà”. Nelle sue “Osservazioni sul piano-sequenza” (raccolte in “Empirismo eretico”) egli ragiona sul fatto che “il cinema (o meglio la tecnica audiovisiva) è sostanzialmente un infinito piano-sequenza, come è appunto la realtà ai nostri occhi e alle nostre orecchie, per tutto il tempo in cui siamo in grado di vedere e di sentire (un infinito piano-sequenza soggettivo che finisce con la fine della nostra vita)”.

Scriverà in una poesia del ‘71, “Res sunt nomina”:

C’è al mondo una macchina che non per nulla si chiama da presa.
Essa è il “Mangiarealtà”, o l’“Occhio-Bocca”, come volete.
Non si limita a guardare Joaquim con suo padre e sua madre nella Favela.
Lo guarda e lo riproduce.
Lo parla per mezzo di lui stesso e dei suoi genitori.

L’obiettivo cinematografico è il “siero della verità”, cioè lo strumento per tirare fuori l’essenza nascosta delle cose, alle quali aderisce direttamente poiché rappresenta la realtà attraverso la realtà stessa. Il cinema amplifica e approfondisce il potere ontologico della poesia come rivelazione. C’è unità profonda tra il Pasolini regista e poeta: il cinema gli consente di diventare, per così dire, “bilingue”. Infatti si parlerà, per i film di Pasolini, di “cinema di poesia”. Cinema di poesia significa cinema denudato, ridotto all’osso, essenziale; significa lettura critica della realtà e possibilità di ricavarne simboli di grande potenza evocativa, in contrapposizione al cinema di “consumo” e di intrattenimento, che addormenta le coscienze; significa infine afflato religioso, mistero, irrazionalità, importanza dei silenzi (che conducono fuori dalla dimensione storica della parola convenzionale) e dei dialoghi muti attraverso l’intensità degli occhi e degli sguardi.

Pasolini entra nel mondo del cinema grazie a Federico Fellini. I due si conoscono di persona nel 1957. Ricorda Fellini: “L’appuntamento era al bar Canova, a piazza del Popolo. Lo vidi arrivare e mi sembrò subito molto simpatico con quella sua faccetta impolverata, da muratorello, una faccetta da proletario, da peso gallo, da pugile di borgata. Accettò la proposta di collaborazione con entusiasmo, una qualità che me lo rese subito familiare. Era un uomo generoso, immediato. (…) aveva qualcosa di avido negli occhi, di attentissimo, una curiosità vivida, inesausta (…) e una sorta di dolcezza ferita, un fascino misterioso e segreto”. Il temperamento di Pasolini è infatti malinconico: lo circonda sempre una “bolla di vetro” dove si chiude – in silenzio – per proteggersi dal mondo. Deve appunto riempire questo vuoto con la sua disperata vitalità, il bisogno insaziabile di esperienza (mosso da una trascinante curiosità per ogni cosa) che traduce con l’assillo indemoniato dell’eros anonimo, la fame dei corpi e il richiamo dei vagabondaggi notturni. Cooptato da Fellini, a cui mostra i “gironi infernali” della Roma maledetta, le borgate, i luoghi delle “storie scellerate”, Pasolini sviluppa con Sergio Citti i dialoghi romaneschi per “Le notti di Cabiria” (1957). Ma il vero battesimo cinematografico è sul set de “La dolce vita” (1960), dove viene convocato come consulente e sceneggiatore non accreditato. Lì, immerso nella “bella confusione” del set felliniano, capisce la potenza simbolica e anche provocatoria del mezzo cinematografico. E acquisisce subito le tecniche per sprigionare il suo talento: “Quando ho girato Accattone” ricorderà anni dopo “era la prima volta che toccavo una m.d.p. (…) Mi diverto molto, è un gioco meraviglioso (…) In un quarto d’ora si impara tutto”. Davvero sorprendenti e straordinari i risultati ottenuti fin da subito, partendo da zero, anche nella capacità di guidare attori professionisti e non professionisti, traendone il meglio e perfino ciò che non sanno di avere.

Nel cinema Pasolini trova la sua idea di linguaggio del mito e del sacro, ossia in grado di rappresentare ciò che vi è di “ontologicamente poetico” nel reale. Il cinema può cogliere la sacralità fondamentale che emerge dai fenomeni, giungendo dunque al “mistero ontologico” delle cose.

“Tutto è santo”: il discorso mitopoietico del centauro Chirone (Laurent Terzieff)

Grazie al cinema il suo sguardo raggiunge il gorgo dove si annida il “problema della morte”, che è ineludibile per lui. Al contrario di come recita Orson Welles ne “La ricotta” quando dice: “Come marxista [la morte] è un fatto che non prendo in considerazione”. In realtà a Pasolini il materialismo storico non basta. Ma neppure il cristianesimo. Roma, anzi, lo scristianizza, lo “scafa”, lo libera dal senso torturante del peccato, emancipa la sua omosessualità. Nelle borgate vige un paganesimo stoico-epicureo: “il sesso, non la religione; l’onore, non la morale”. Pasolini rifiuta il cattolicesimo perché è la religione dei borghesi. L’ortodossia cattolica de “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), benché splendido e intensissimo film, rappresenta un opportunistico “concordato” con la Chiesa del Concilio Vaticano II, tramite la “Pro Civitate Christiana” di Assisi: Pasolini ha bisogno di “riabilitarsi” dopo i processi per oscenità, blasfemia e vilipendio della religione, ottenendo margini di libertà futura.   

La morte ricorre continuamente nei film di Pasolini – spesso violenta e/o imposta per esecuzione, quasi sempre sacrificale (sul modello cristico) o addirittura cannibalistica (in “Porcile”) – perché lui la avverte “necessaria” per la conoscenza autentica, sia in chi muore e sia in chi resta. Finché siamo vivi, cioè fluidi e in divenire, nessuno potrà conoscerci davvero poiché manchiamo di senso definitivo: invece, come riflette Pasolini, “la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita”. Viene in mente il “complesso della mummia” di André Bazin, cioè il tentativo di vincere la morte grazie a un calco fotografico o cinematografico dell’apparente, prima che svanisca. L’imbalsamazione degli egizi, la Sacra Sindone, le foto dei defunti. Il cinema per Pasolini è un viaggio verso la morte, cioè di avvicinamento alla verità. Come l’itinerario di Accattone (Sergio Citti) attraverso la polvere e il fango della borgata: sfida la morte tuffandosi per scommessa nel Tevere; si auto-seppellisce nella sabbia del fiume; sogna il proprio funerale; e infine muore fracassandosi con la motocicletta contro un camion, inseguito dalle guardie dopo un furto. Anche quello di Ettore (Ettore Garofolo) in “Mamma Roma” (1962) è un itinerario cristico, fatale e necessario: muore legato su un letto di contenzione, in una indimenticabile scena “pittorica” ispirata a Mantegna, Masaccio e Caravaggio. Stracci (Mario Cipriani), protagonista del cortometraggio “La ricotta” (1963), interpreta il ladrone in un set cinematografico caotico e profano: in una pausa delle riprese mangia così tanta ricotta che muore davvero, per indigestione, sulla croce. In “Uccellacci e uccellini” (1966) la morte tocca al corvo, che rappresenta l’ideologia marxista: viene ucciso e mangiato da Totò e Ninetto.

Dopo il 1966 Pasolini sembra nutrire una sfiducia definitiva nella ragione e nella politica, e allora sfoga il disinganno nel mito e nell’irrazionale. Ecco gli inferi mediterranei del mito greco, esplorati in film che grondano morte: direttamente con “Edipo re” (1967) e “Medea” (1969); indirettamente con “Appunti per un’Orestiade africana” (1970). Il visitatore divino di “Teorema” (1968) fa irrompere il sacro – cioè il Caos primigenio e incalcolabile – nella vita di una famiglia borghese che invece si fonda sul calcolo materialistico: il risultato è che tutti impazziscono, l’invito a trasformarsi li dispera e li distrugge. Il sacro resta precluso ai borghesi, ma è immediato e positivo negli umili: la serva Emilia (Laura Betti) è l’unica ad accogliere il dono, diventa santa e fa miracoli. Anche il giovane borghese Julian di “Porcile” entra in catalessi e sembra un Cristo in croce dinanzi alla perturbante opzione del conoscersi, che per qualche tempo lo mette in crisi. Ma l’universo del potere e del consumo è così “orrendo” che l’innocenza, come in Edipo, torna ad essere colpa: “gli innocenti saranno condannati perché non hanno più il diritto di esserlo”, e così Riccetto (Ninetto Davoli) muore fulminato da Dio alla fine di Via Nazionale, attraversata bighellonando a partire da Piazza Esedra, nel cortometraggio “La sequenza del fiore di carta” (1969).

Il problema della morte impronta persino il dittico tragicomico dei cortometraggi “La terra vista dalla luna” (1967) e “Che cosa sono le nuvole?” (1968). La morte non è una lacerazione definitiva (infatti “essere morti o essere vivi è la stessa cosa”) se Assurdina Caì (Silvana Mangano) vive a casa anche dopo morta. In “Che cosa sono le nuvole?” la morte segna addirittura un miglioramento di stato. Le marionette vive, per conoscere la realtà, devono prima “morire” e uscire dal teatrino delle illusioni, sottraendosi al dominio del burattinaio. Quando il mondezzaio Domenico Modugno viene a prenderli e li carica sul camion, Totò e Ninetto inizialmente gridano per la paura, e sono spasimi che assomigliano a vagiti: stanno per rinascere a nuova vita. Gettati nella discarica, scoprono finalmente la “straziante meravigliosa bellezza del creato”. Totò, che così pronuncia la sua ultima battuta nella storia del cinema, si abbandona sospirando a tale bellezza, come Accattone che morendo dice “Mo’ sto bene”.

La morte è liberazione e rivelazione, perché ci mette per sempre di fronte al sacro, al suo mistero tremendo e affascinante. Il problema della morte sembra attenuarsi nella cosiddetta “trilogia della vita” (“Il Decameron”, 1971; “I racconti di Canterbury”, 1972; “Il fiore delle Mille e una notte”, 1974) dove il sesso, vissuto in modo vitalistico, libero e gioioso, diventa equivalente dell’esperienza sacra. Ma è l’ultima fiammata prima della cenere di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975), dove un ritualismo sadomasochistico e funereo sconsacra definitivamente il campo con l’allegoria della mercificazione dei corpi attuata dal potere. A quel punto viene meno anche la possibilità di un sistema “duale” di coesistenza tra i poli psichici e culturali del mondo barbarico e del mondo tecnologico, che Pasolini aveva vagheggiato ragionando, in “Appunti per un’Orestiade africana”, sulla trasformazione ateniese delle Erinni in Eumenidi: “ci sono solo opposizioni inconciliabili” osserva con orrore negli ultimi mesi del ’75. È proprio questo insuperabile muro contro muro ad averne decretato l’omicidio politico in cui e per cui venne massacrato all’idroscalo di Ostia, nella notte tra i santi e i morti di quell’anno.    

Marco Onofrio

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21 marzo 2022: intervento di Marco Onofrio su Pier Paolo Pasolini, alla Biblioteca Laurentina di Roma

In occasione della Giornata Mondiale della Poesia 2022

Incontro dedicato a Pier Paolo Pasolini

Interventi di:

Laura De Luca

Giuseppe Manfridi

Marco Onofrio

Giorgio Taffon

Modera e coordina: Dante Maffìa

lunedì 21 marzo 2022, ore 17

Biblioteca Laurentina, Piazzale Elsa Morante – Roma

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Roma sognata a Ovest. L’impossibile partenza di John Fante 

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John Fante è uno dei maggiori scrittori americani del ‘900. Nato nel 1909 a Denver, in Colorado, aveva origini italiane, come si evince dal cognome: il padre Nicola era emigrato dall’Abruzzo, ma anche la madre – Mary Capolungo – pur essendo nata a Chicago era figlia di italiani, emigrati dalla Basilicata. Fante ha vissuto la maggior parte della vita in California, a Los Angeles, dove è morto nel 1983 per l’aggravarsi del diabete che lo affliggeva da tempo. Tra le opere più note, i romanzi “Aspetta primavera, Bandini” (1938), “Chiedi alla polvere” (1939), “Una vita piena” (1952), “La confraternita dell’uva” (1977). Diverse e anche di grande rilievo le opere postume portate alla luce dalla moglie Joyce, tra cui “A ovest di Roma” (1986).

Il libro raccoglie due novelle di una certa lunghezza. Nella prima, intitolata “Il mio cane Stupido”, il protagonista Henry Molise, scrittore cinquantacinquenne in crisi di ispirazione, assiste impotente al disfacimento della sua sgangherata famiglia (Harriet, la moglie, sempre più distante, annoiata ed estranea; i quattro figli, ribelli e scansafatiche, che prendono ognuno la propria discutibile strada, tra fallimenti, guai e preoccupazioni); allora si serve del cane “Stupido” – un gigantesco e testardo esemplare di akita intrufolatosi una sera d’inverno nel giardino della loro villa a Point Dume, nei pressi di Santa Monica (California), e da quel momento impostosi come membro aggiunto di casa Molise – per vagliare sensazioni, idee, riflessioni, progetti, e insomma la prosa dolceamara del quotidiano. L’analisi di questo grumo intricato, sospeso tra le opposte pulsioni di una vita e di una famiglia in traballante equilibrio, trova il suo costante, inossidabile contrappeso nel sogno di Roma, di cui Henry «parla ossessivamente». È un sogno nutrito di ricordi, perché a Roma c’è già stato per fare lo sceneggiatore cinematografico (così come Fante, che lavorò per Dino De Laurentiis).    

Due settimane prima che il bambino nascesse mi fu offerto un lavoro a Roma. Harriet fu così contenta di farmi alzare da quella sedia e io così desideroso di andarmene, che partii senza fare nemmeno una valigia.

Che cosa significa Roma, per Henry Molise? Il brivido di una rotonda, sconfinata libertà, a migliaia di chilometri dalle spigolose zavorre americane. Una sensazione ineffabile che lo libera dal grigio dell’«unica realtà» (malgrado l’apparente benessere e il sole della California) e lo attrae verso «il ricorrente ricordo di Roma». Solo a pensarci gli si ferma il respiro, mentre visualizza la scena vissuta: «una tazza di cappuccino a un piccolo tavolo di piazza Navona con una ragazza dai capelli corvini accanto, che mangiavamo anguria e ridevamo, e lei sputava i semi ai piccioni». La soluzione contro il graduale appiattimento di un’esistenza giunta alla crisi di mezza età, dai bilanci invariabilmente grami, sembrerebbe quasi alla portata: «un volo Alitalia per Roma con settantamila dollari nella tasca dei jeans per cominciare una nuova vita a piazza Navona, con una brunetta, per cambiare». Facile, a dirsi; ma poi il viaggio resta sempre irrealizzabile, per colpa dei mille impedimenti quotidiani (i problemi dei figli, le sbronze, i libri malriusciti, le telefonate di lavoro che non arrivano, i litigi con Harriet, l’amore-odio per Stupido) ma anche e soprattutto delle catene invisibili che legano il protagonista a quanto crede ambiguamente di detestare, cioè l’essere padre e marito: «non avevo mai voluto diventare padre, e invece eccomi, padre quattro volte, e piazza Navona si allontanava come un pianeta irraggiungibile».

A Roma forse è stato davvero felice, come mai era stato prima di allora e come in seguito non sarebbe stato più. È la stella cometa che di lontano indica la via nel buio della selva esistenziale, in fondo a cui Henry non solo smarrisce dantescamente la “diritta via” ma tocca la stupenda e opaca insensatezza del mondo: «Ancora una volta l’insolubile, fondamentale domanda della mia vita cominciò a perseguitarmi. Che diavolo ci facevo su questo piccolo pianeta? Cinquantacinque anni, per questo? Era assurdo. Quanto ero lontano da Roma? Dodici ore?». Tuttavia non è ancora disposto alla resa, seppure prossima. “Il mio cane Stupido” è proprio il “racconto di formazione” di questa presa di coscienza che, tra ricordi sempre più lontani e astratti furori di cambiamento, conduce infine all’accettazione impotente della vita come è.

Se la coscienza dell’infelicità è il combustibile del sogno, Roma ne è il propellente ideale, anzi: la contemplazione insistita e quasi ossessiva del viaggio a Roma, in cui Henry proietta, senza dubbio esagerando, tutte le riserve auree del proprio residuo futuro. A un certo punto si rivolge col pensiero al suo cane storico, lo «splendido» Rocco, tutt’altra pasta d’animale rispetto a Stupido:

Rocco. Ho bisogno del tuo consiglio.
Che problema c’è, capo?
Non sono felice. Voglio cambiare tutta la mia vita. Ricominciare da capo. Andarmene da questo paese.
Fallo. Ascolta il tuo cuore. Vai dove ti dice.
Ma mia moglie e i miei figli?
Lasciali. Prendi la strada maestra. È la tua ultima possibilità. Non tornerà un’altra volta. (…) Sii libero, capo. È l’unica cosa che conta.

Naturalmente “Rocco” è una funzione della coscienza, è la voce del self che risale tra le pieghe dell’interiorità. Henry dice queste cose a se stesso per motivarsi al grande salto transoceanico, che visualizza ruminandolo e declinandolo in diverse forme di anticipazione, destinate a rimanere ogni volta senza seguito reale:

(…) milleseicento dollari. Tolti cinquecento per il biglietto, sarei arrivato a Roma con circa mille e cento dollari. Meritava della considerazione…

Levando il biglietto, sarei atterrato a Roma con più o meno novecento dollari. Avrei potuto viverci per tre mesi…

La città eterna. Suonava bene…

Per qualche attimo contempla pure l’idea di andare a Roma con la moglie! Come nell’illusione fuori tempo che possa sostituirsi alla «brunetta» di cui sopra; ma appunto è una fuggevole, sciocca fantasia:

Pensai a Roma, naturalmente, e mi baloccai persino con l’idea di portare Harriet con me. Per andarci avremmo prima di tutto dovuto vendere la proprietà di Point Dume, impossibile finché avevamo i ragazzi sulle spalle. E quanto al cane, non credo che avrebbe amato Roma, dove tutti i cani, al guinzaglio per legge, devono anche portare la museruola. Comunque non avevo mai immaginato Stupido con me a Roma. Mi serviva solo fino a quando non avessi potuto fare la mia mossa. Con i ragazzi via e la casa venduta, sarei stato ricco e libero.
 Più facevo piani e sognavo, meno Harriet entrava nel mio progetto. Dopo tutto non credevo che Roma le sarebbe piaciuta. Separata dagli amici, isolata dalla barriera della lingua e culturalmente aliena, avrebbe potuto trovarla insopportabile. Inoltre non provava più alcun affetto particolare per le cose italiane. Decisi che l’unica soluzione era di affittarle un appartamento a Santa Monica, allora sarei potuto partire per piazza Navona e tuffarmi nella nuova vita.

La trasformazione a vista del pensiero rappresentata in questo tratto evidenzia molto bene la chiave estetica “vitalistica” secondo cui la scrittura tagliente e tragicomica di Fante chiede d’essere interpretata: uno straziato attaccamento alla bellezza che sfugge, l’inafferrabilità del senso, la fluida provvisorietà delle cose in continuo divenire – quasi un elogio dell’umana imperfezione che è, al contempo, esorcismo della disperazione esistenziale. È anche tutto questo che rende così amleticamente incerto il protagonista. «Ho deciso» dice di continuo, e poi non si decide mai. Anzi, più lo dice e meno lo fa, opponendosi ostacoli e pretesti d’ogni tipo. Come chi ripeta “guarda che mi ammazzo” solo per richiamo di attenzione: il vero suicida non annuncia il gesto, lo decide e lo compie in silenziosa, irrevocabile solitudine. 

A un certo punto sembra che finalmente sia la volta buona, forse anche per la rivendicazione dell’origine italoamericana (una specie di surplus culturale, addotto a sostegno della motivazione): «(…) sto partendo per Roma, ti ricordi?» dice alla moglie. «Via. Lascio il paese. Torno alle mie origini, torno alla culla della civiltà, al significato del significato, all’alfa e all’omega». Bello, ma si tratta di una crosta retorica che viene giù alla prima obiezione: basta ad esempio una insufficiente disponibilità economica per far emergere il volto reale della Città, già conosciuto per esperienza, al di sotto della superficie lungamente idealizzata nelle luci fantastiche del sogno: 

Roma senza soldi non mi interessava. Quei freddi pavimenti di marmo degli alberghi mi gelavano i piedi. I romani facevano un pessimo caffè americano. Le strade sapevano di gorgonzola rancido. Le prostitute erano sciatte e deprimenti. Avrei perso le World Series. Il grande evento della domenica era stare sotto la finestra del papa. La forma più bassa della vita umana era lo scrittore italiano. Camminava con manoscritti invenduti sotto il braccio, con il culo in vista attraverso il consumato fondo dei pantaloni. Disprezzava gli italoamericani in quanto codardi che erano fuggiti dalla bellissima povertà del paese, mentre lui, il patriota autentico, era rimasto nella terra dei padri sopravvivendo alla tragedia di due guerre. Se protestavi dicendo che non avevi scelto il paese natale, insultava tuo padre o tuo nonno perché avevano cercato una vita migliore in un altro posto.

Cosicché, ancora una volta, Henry fa di tutto per dimostrare a se stesso l’impossibilità di partire e cambiare vita. Le scuse non mancano mai: i soldi, i figli, la moglie, il cane, i debiti, i problemi… E se non ci fossero, altre ancora ne inventerebbe ad libitum. «Ma il tuo viaggio a Roma!» esclama subito dopo Harriet, che evidentemente non vede l’ora di togliersi dai piedi il marito. Ed Henry: «Che cos’è Roma se poi si deve vivere con il tradimento del proprio figlio? Che cosa sono Parigi o New York o qualsiasi altro posto al mondo? Il mio dovere è scontato. Dio sa se ho le mie colpe, ma non mi si potrà mai accusare di slealtà verso i miei ragazzi». Harriet si dimostra dispiaciuta anzichenò: «Volevo che tu andassi. Volevo che finalmente ti levassi Roma dalla testa».

Viene in realtà il fondato sospetto che Henry preferisca sospirare Roma dagli USA, piuttosto che andarci davvero per poi sciupare e deludere quanto accarezzato con la mente e con il cuore: una specie di Eldorado in cui proiettare il meglio di una vita che, nel frattempo, declina irrimediabilmente verso il peggio.

Marco Onofrio

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Esce a Cosenza, con Pellegrini Editore, il nuovo libro di Marco Onofrio: “Specchio doppio”

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Esce a Cosenza con Pellegrini, importante editore di cultura che quest’anno festeggia i 70 anni di attività, il nuovo libro di Marco Onofrio, suo nono volume narrativo e trentanovesimo di sempre. “Specchio doppio” (pp. 158, Euro 15, ISBN 979-12-205-0073-9) consta di 20 racconti appaiati in 10 nuclei tematici di parole-chiave (Letteratura, Carne, Borghesia, Morte, Caos, Sentimento, Football, Politica, Italia, Roma) attraverso cui  viene esplorata la complessità inafferrabile del mondo, senza arretrare dinanzi all’osceno, al greve, all’acido, al mostruoso, al perturbante… e insomma, affondando il bisturi della scrittura anche negli aspetti sgradevoli che spesso si annidano dentro la polpa delle cose, oltre l’ambiguità delle loro superfici e della loro ordinaria “normalità”.

Questo l’ordine dei racconti: 

LA LETTERATURA
SPECCHIO DOPPIO 
CAMPARE SCRIVENDO 

LA CARNE
A PORTA VUOTA
LE MUTANDINE

LA BORGHESIA
IL MAL DELLA BORGHESE
FESTA A TEMA

LA MORTE
RICCARDELLO
LA VECCHIA ZERBE

IL CAOS
INFEZIONE MATEMATICA 
ALL’OPERA!

IL SENTIMENTO
ERA LEI
IL “DANNUNZIANO” 

IL FOOTBALL
IL GRANDE SOGNO
SILVANAYA FOOTBALL CLUB 

LA POLITICA
MUSSOLINI CENTRATTACCO 
IL “COMUNISTA” 

L’ITALIA
DOTTORATO DI RICERCA
COME TI AMMAZZO IL MAFIOSO

ROMA
IL TEMPIO DEL TEMPO
DON ARFIO 

In quarta di copertina, Nota critica di Paolo Di Paolo

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“Azzurro esiguo”, letto da Stefano Vitale (www.ilgiornalaccio.net)

Azzurro esiguo cop-2

L’ultima raccolta di Marco Onofrio è un volume che racchiude 59 testi prefato da Dante Maffìa che lo definisce “libro d’amore dove contano i privilegi delle conquiste interiori”. Il libro, come ha spiegato lo stesso autore, raccoglie materiali eterogenei “molte poesie scritte negli ultimi anni e altre recuperate da quaderni “antichi” di appunti, risalenti addirittura alla mia adolescenza. Spesso le cose dormono al buio per decenni e poi d’improvviso reclamano spazio poiché il tempo è finalmente maturo: è uno dei misteri della scrittura, così come della vita.” Ne vien fuori un libro in cui temi e timbri poetici formano comunque un corpo unico e coerente.

Dante Maffìa nella sua prefazione ha scritto: “Siamo al cospetto di una poesia che non lascia spazio alle pause, alle cospirazioni irrazionali, alle dispersioni del senso in direzione del risaputo. Onofrio s’immerge in una dimensione che salta il Novecento e l’Ottocento e si colloca, ma con istanze e progetti nuovi, verso un Settecento di furori che ha il passo di un Voltaire degli anni Venti del nostro secolo: «Il suono del passato / e quello del futuro / sono uguali». O ancora: «Il suono, padre della terra». Si legga con calma questo libro, lo si mediti con attenzione, non si abbia fretta, si misuri intanto la portata musicale che ha qualcosa di torbido e di scomodo (Onofrio adopera spesso la parola suono) e poi si ragioni attraverso le metafore e le similitudini, attraverso il “clamore” che viene preteso come chiave introduttiva per comprendere le “necessità” espressive, filosofiche, estetiche e direi anche politiche…

“Azzurro esiguo” è il titolo della poesia che conclude il libro: «Come riuscire a dire l’azzurro esiguo / dentro l’universo tutto nero? / Siamo lampi che aprono il mondo / tra due abissi di tenebra infinita. / La nostra casa è lo sguardo / il canto, l’amore, il senso / la disperata, ultima parola».

L’azzurro è dunque “esiguo” perché tale è la, pur significativa, nostra piccola goccia di vita se paragonata all’universo e al fluire della storia. Ma viviamo in una terra fortunata, pare dirci il poeta, una terra piena di bellezza, sia pure dolente, attraversata da contraddizione e profonde assurdità. Il prodigio è la vita stessa, che si contrappone continuamente al buio del vuoto. Ed è tra i due estremi “classici” del finito e dell’infinito che si colloca la chiave di lettura del libro. L’azzurro è la metafora di un varco possibile che è la nostra stessa esperienza di vita tra gli abissi del “prima” e del “dopo”. L’azzurro è “esiguo” perché i dolori sono più numerosi e frequenti delle gioie, e per ogni gioia c’è da pagare un prezzo. C’è un sentimento esistenziale di precarietà evidente in questo libro che però si scontra con la “voglia di azzurro”, con la volontà del poeta di esprimere il bello della vita, il suo assoluto.

La raccolta declina, così, un tema di fondo: quello dell’interrogazione continua sul mistero e il senso dell’essere, la cui conoscenza per noi è destinata ad una impossibile soluzione e definizione ultima. Da qui derivano gli altri temi fondamentali della poetica di Onofrio: il vuoto, il tempo, la morte, la vita, il dolore, l’amore, la paternità, la speranza, la nostalgia, il ricordo. Questi arci-temi si collegano con altre immagini e motivi “classici” della sua poesia come il cielo, la forma delle nuvole, il mare, il silenzio, la luce, l’ombra, l’ascolto delle stagioni.

I testi della poesia di Onofrio hanno un punto di partenza che nasce dal suo sguardo diretto sulle cose del mondo e degli uomini. Ma il tono tipico è di alzare il livello della comunicazione, il timbro di voce assumendo una postura solenne. La poesia di Onofrio vive di uno slancio quasi epico che fa sì che i versi assumano poi una coloritura “religiosa” in senso filosofico. E qui tocchiamo, a mio modo di vedere, il punto focale della poetica espressa in questo libro.

È stato giustamente notato che la parola azzurro richiama subito alla mente la celebre lirica di Mallarmé dal titolo L’Azur:

Invano! L’Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, Traduzione e cura di Luciana Frezza, Feltrinelli, 1991, pp. 35-36 ).

In Onofrio, l’Azzurro è sinonimo di: “Ideale”, “Bellezza”, “bellezza del mondo”, “bellezza / inconcepibile dell’attimo / presente, / ora che è già passato”. (Il compito, p. 15). Azzurro è trascendere il visibile apparente / entrando nel dominio dell’eccelso (Il varco, p. 17): l’uomo è “gettato” nel mondo ed attraversa il deserto dello spazio e del tempo, portando però dentro di sé il ricordo dell’Azzurro, dell’ideale da compiere. C’è una sorta di platonismo poetico che anima questi testi che ci raccontano dell’eterno conflitto tra la vita che anima le nostre speranze e la morte che fredda nel mistero. Il contrasto tra questi estremi assume, come accennato, dei connotati religiosi.

Il senso religioso della poesia di Onofrio è evidente, ad esempio, quando scrive che nostro è il compito di adorare e comprendere / la creazione infinita (Il compito, p. 15). Noi siamo fatti di materia e di spirito, siamo anime inquiete, intrise di mistero ma siamo parte di questo mondo ed aspiriamo ad altri mondi. La poesia di Onofrio luzianamente si chiede: “Cos’è, cos’è, cos’è stato / a generare tanta magnificenza?” (Il compito, p. 15): il poeta è attratto dallo splendore del creato, dell’universo: attratto dal sublime e dalla sua inafferrabile vastità. Così cerca una forma di elevazione spirituale nel “varco” che “attende ognuno di noi / dentro l’ultimo respiro / che ci ruba per sempre / alla materia” (p. 17). E non basta: “Rinasco, ora, tra le braccia / del vento / che mi porta lontano / laggiù… laggiù… / sulle ali del tempo / dentro le vie dei colori / oltre l’orizzonte / in fondo al mare / ascolto la sinfonia dei giorni … (So da sempre, p. 30). Il poeta desidera “Uscire dalla stanza. / Diventare luce dentro luce! / Sciogliersi nel sole / come una goccia / che cadendo in mare / mare diventa”. (Trascendenza, p. 33).

Insomma Onofrio esprime una posizione esistenzialista che cerca un riscatto nell’umanesimo religioso. E così il vuoto, che ha una risonanza mistico-filosofica, come spesso nei suoi testi “vuoto incolmabile, vuoto che divora” che ci spaura senza però mai diventare angoscia pura.

Il vuoto è per Onofrio la matrice delle cose: è il centro ove tutto accade e si forma misteriosamente: “L’universo è un grande buco / dentro il vuoto / pieno del nulla che ci ingoia… (Ingranaggio nascosto, p. 20). Talvolta il vuoto assume fattezze fisiche ben precise: “Vedo un gigante di vuoto. Enorme, altissimo, leggero. La sua testa brilla minuscola lassù, dentro un elmo che luccica, epigono di sole. Un piede su una nuvola, un piede su un’altra. Prendimi con te, gigante, raccoglimi sulla tua mano gentile e portami da lei (Gigante di vuoto, p. 80). Abisso, fondo, silenzio, questi sono i termini che accompagnano la metafora del vuoto, secondo Onofrio.

Come dicevo prima, fare il vuoto in se stessi è un movimento mistico: è liberarsi dalle pastoie della materia, dal turbinare di immagini, di desideri, fuggire dall’effimero per far prevalere l’assoluto: “Il fiume del sogno mi porterà un giorno / al centro inabitabile del cielo: capirò / l’amore che palpita nel mare / il significato della luce / il segreto mistico del tempo” (p. 27). Onofrio va oltre il concreto delle cose e afferra con il pugno della poesia concetti e termini assoluti, tipici della tradizione. Il vuoto è allora anche vertigine che ci prende quando siamo in attesa di un suono, di una voce, quella del proprio io, del mare interiore richiamato dalla metafora frequente nella raccolta del “cerchio magico”: Magia di questo cerchio senza fine / che appunta il centro esatto su di me (Magia, p. 53). Emozionalismo e sentimento cosmico religioso-esistenziale si esprimono nel tema della corrispondenza tra il cielo e il cuore, il cielo che si specchia nel cuore: “Velati, gli occhi, e semichiusi / insensibili ormai a / qualunque cenno / guardavano dentro / scorrere visioni trascendenti / come in un film / eccelso di indicibile grandezza / che qualcuno proiettasse dal cielo / dritto sullo schermo del suo cuore / proprio mentre stava per fermarsi”. (L’oasi, p. 38). La visione del poeta è quella di un macrocosmo in cui tutto si rispecchia in tutto, in una sorta di dimensione altra dalla materia: “Sono cieli insaccati nell’acqua / i millenni di storie sepolte / dentro il tuo mistero verde blu / (quanti relitti intrappolati laggiù, / vorrei vederli” (Sale sacro, p. 62) per potersi guardare dentro e trovarvi l’infinito… “Sono tutto l’universo / l’infinito.”. L’Azzurro è figura dell’essere inarrivabile, è ciò che è vasto (azzurro senza fine) coincidendo con la trascendenza che l’occhio della poesia in qualche modo indica come “l’esistenza con gli occhi / stessi della divinità (9 passi, p. 28): Chi disegna il mondo intorno a noi?/ Chi sospinge il vento che trascorre?/ Chi prepara i segni del futuro / quando noi emergiamo e si fanno / vivi, nel silenzio, catturare? / Chi decide i corsi e i mutamenti? (Chi è, p. 22) E torna così la suggestione di un riferimento alla poesia di Mario Luzi che si palesa, infine, nell’amore per il silenzio come preludio di apertura alla rivelazione, come passaggio verso l’essere nel superamento dell’insensato niente.

Stefano Vitale

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Antonio Miniaci

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L’“officina del mondo”, cioè un posto dove si lavora ininterrottamente e si aggiusta la macchina che muove l’universo? E dov’è situata? Chi è il meccanico che riesce a far funzionare gli argani, a mettere in moto, spegnere, far girare le ruote sull’asfalto dell’anima? È Dante Maffìa, lo dice Marco Onofrio in questo libro (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che ho trovato edificante, necessario, scritto con l’anima e con l’intelligenza, cioè col cuore e con la mente; un libro che ha saputo entrare nella pienezza della poesia del poeta calabrese e ricavarne indicazioni alle quali gli uomini di cultura, quelli veri e non venduti al potere, dovrebbero porre attenzione, perché Maffìa ha toccato si può dire ogni argomento, da poeta, cioè da uomo che si è servito della sensibilità per cogliere ciò che si muove dietro le quinte del quotidiano.

Dante Maffìa ha scritto a valanga, senza posa, spinto dal demone dell’ispirazione, ma non lo ha fatto, almeno così dimostra Onofrio, per presenzialismo o per essere riconosciuto fautore di qualcosa; lo ha fatto per scavare nei meandri del mistero, nei risvolti delle azioni umane, ma soprattutto nei sentimenti e nelle emozioni. Le sorprese non mancano, si parla d’amore, innanzi tutto, ma anche di follia, del patrimonio culturale che spesso va in fumo, della sostanza sociale che viene distorta e camuffata in vesti inadeguate, di politica, di economia, di filosofia, di metafisica, di storia, di emigranti, e si parla anche di riproposte di versi antichi che in Maffìa assumono una valenza nuova e si trasformano nella voce della verità. Incredibile il lavoro fatto da Onofrio: non ha lasciato nulla al caso, non ha sorvolato sulle connessioni che il poeta ha sempre compiuto con la realtà, anche quando gioca col surrealismo più sfrenato, con la liricità, con la classicità.

Un libro come questo vale non solo per scoprire una personalità illustre come Maffìa, ma anche per il metodo con cui è stato concepito e scritto. Finalmente non assistiamo allo sciorinamento di una serie di “ragioni” generiche. Quel che afferma Onofrio è misurato e valutato sul campo, cioè dopo avere letto e riletto all’infinito i testi, dopo averli spremuti per vedere se davvero grondano di bellezza, di “provocazioni”, di “passeggiate” che fanno conoscere il senso vero dell’uomo, dell’esistere, del morire e del rinascere. Dopo l’ondata malefica – come altrimenti chiamarla? – delle ossessioni linguistiche, che di avanguardia avevano soltanto la crosta, finalmente un critico agguerrito e paziente che ha saputo tessere la filigrana del fuoco impastato da Maffìa e darcene conto, facendoci intendere la portata universale del suo “messaggio”, grazie a cui è stato da tempo proposto per il Nobel ed è da sempre apprezzato, in Italia e all’estero, come uno dei maggiori poeti contemporanei.

Antonio Miniaci

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Riflessioni sul carcere (non) “rieducativo”

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Il film “Detenuto in attesa di giudizio” (1971), di Nanni Loy, con Alberto Sordi magnifico protagonista, mi procura ogni volta che lo vedo un senso vivo e straziante di angoscia, rabbia, indignazione. Anche perché il pensiero corre subito alla scandalosa detenzione (1983-1985) del povero Enzo Tortora, completamente estraneo ai fatti di camorra che gli vennero imputati, di cui il film rappresenta (col senno di poi) una specie di inquietante presagio. E, attraverso Tortora, il pensiero raggiunge tutti gli innocenti che scontano ingiustamente una pena e a cui è stata distrutta l’esistenza. Chissà quanti ce ne sono! E ripeto tra me, con sicura convinzione: “mille volte meglio un assassino libero che un innocente in galera”. Il film di Loy e il “caso Tortora” dimostrano che l’abominio giudiziario è una spada di Damocle sospesa sul capo di ognuno di noi: può accadere a chiunque, da un momento all’altro, di ritrovarsi coinvolto per errore in loschi affari, accusato per omonimia, vendetta, diffamazione, o designato a capro espiatorio (come accadde a Pino Pelosi, condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini) quale anello debole di una storia molto più grande del singolo individuo, dove i veri colpevoli sono tutelati dal potere.

Guai a restare intrappolati nei pachidermici ingranaggi della macchina giudiziaria: il rischio di venirne schiacciati è altissimo. Le leggi sono spesso ingiuste, le procedure lente, i disguidi, le omissioni e gli insabbiamenti all’ordine del giorno. È una macchina che, quando parte per la sua inerzia, sembra difficilmente governabile: non la guida infatti Dike, con la bellezza della sua forza ideale, ma Anànke, con la sua implacabile determinazione, cioè la ragion di stato che non guarda in faccia nessuno e ha il volto osceno della storia, oltre che la voce stridula della burocrazia. Non è solo la limitazione della libertà a prostrare i detenuti, ma anche il peso di questa violenza silenziosa che muove le spire stritolanti della legge, e la riprovazione sociale che, fin dallo stato di fermo, ricade sul “colpevole”, vero o presunto che sia. Anche l’ombra di un sospetto e la gente, per non compromettersi, gli farà il vuoto intorno: ecco perché basta pochissimo a rovinare la vita di una persona.

Eppure nell’articolo 27 della Costituzione c’è scritto che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. E poi, quand’anche condannato, egli è un soggetto da guadagnare al consesso civile con opportuna opera di reinserimento. Lo stesso articolo recita fra l’altro che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma allora perché i carceri sono agli antipodi della rieducazione? Inferni di sovraffollamento; di violenze esercitate in segreto dalle guardie carcerarie sui detenuti e tra gli stessi detenuti, per gerarchie interne e vendette collaterali; di infinite umiliazioni quotidiane. Non siamo più ai tempi di Oscar Wilde, quando scriveva – reduce dalla detenzione per sodomia e volgare indecenza – La ballata del carcere di Reading (1898):

A prison wall was round us both,
Two outcast men we were:
The world had thrust us from its heart,
And God from out His care:
And the iron gin that waits for Sin
Had caught us in its snare.

(Il muro della prigione ci circondava,
noi non eravamo che reietti:
il mondo ci ha cacciato dal suo cuore,
e Dio dalla Sua carità:
e la trappola di ferro che attende il Peccato
ci aveva catturati nella sua rete).

E ancora:

We were as men who through a fen
Of filthy darkness grope:
We did not dare to breathe a prayer,
Or to give our anguish scope:
Something was dead in each of us,
And what was dead was Hope.


(Sembravamo uomini che annaspano
in una palude tristemente oscura:
non osavamo sussurrare una preghiera
o dare sfogo alla nostra angoscia:
qualcosa era morto dentro di noi,
e ad esser morta era la Speranza).

Sono trascorsi oltre cento anni, ma lo stato pietoso dei carceri non sembra cambiato granché. La detenzione produce, anziché rieducarlo, il peggioramento dell’individuo e il regresso di almeno un grado della sua moralità: perciò, se entra onesto, esce delinquente; se entra delinquente, esce criminale; se entra criminale, esce mostro. In carcere si sta troppo male e si impara a delinquere, o a delinquere “meglio”. C’è una specie di rinunzia “a priori” nel tentativo di rieducazione: i detenuti sono lasciati in balia di se stessi, a insegnare l’un l’altro, e non certo l’onestà ma le tecniche professionali di delinquenza. Questa “scuola di perfezionamento al contrario” fa sì che ogni volta che un recidivo torna in carcere per scontare una nuova pena, lo Stato civile ratifichi una ulteriore sconfitta nella propria capacità di rieducazione penitenziaria.

Ora, alcune domande sorgono spontanee: che cosa impedisce, in concreto, la costruzione di nuovi carceri o, almeno, il miglioramento di quelli esistenti? Quale interesse c’è a renderli o mantenerli fatiscenti e invivibili? Perché si preferisce piuttosto svuotarli dall’eccesso di detenuti con periodici indulti, che liberano per le pubbliche vie delinquenti pericolosi, tutt’altro che redenti o pentiti? Perché non si ricorda che la pena del detenuto è già la sottrazione della sua libertà fondamentale (pena terribile, se solo ci si ferma a riflettere), e che dunque non c’è bisogno di aggiungere sadicamente un surplus di sofferenza legato alle condizioni in cui quella libertà esigua e residua dovrà essere vissuta? Qualcuno potrebbe ironizzare facendo notare che le persone cosiddette libere, in realtà libere non sono, e che allora c’è bisogno di distinguerle ulteriormente dai detenuti attraverso un inasprimento punitivo dell’esperienza carceraria; ma io risponderei che non è il caso di ironizzare, perché c’è una differenza enorme e reale tra la libertà di chi sta fuori e quella di chi sta dentro, come ben sa chiunque in carcere ci sia stato davvero, anche un solo giorno. La “punizione” deve coincidere con la “pena” da scontare, che a sua volta prevede solo la sottrazione della libertà, non anche la trasformazione dell’esistenza quotidiana in un inferno. Dove sta scritto che questo debba accadere? E ancora: perché in Italia si parla sempre di stadi inadeguati da ricostruire, e non si invoca la stessa necessità per i carceri? D’accordo, il calcio come valvola di sfogo per tenere buono il popolo-bue; ma, sulla scorta dei decenni, qualcosa si potrebbe fare anche per i detenuti, che forse vengono trascurati dalla politica perché hanno accesso limitatissimo al diritto di voto (1 su 10 può esercitarlo), e soprattutto perché sono consumatori di serie C, forzatamente esclusi dal libero flusso delle merci e degli acquisti (per esempio dalle “liturgie” familiari nei centri commerciali) che tanto importa ai governi e alle istituzioni. I politici potrebbero interessarsi di come sopravvivono i detenuti solo se avessero realmente a cuore, come peraltro giurano, il bene comune e il miglioramento della società: ecco perché fingono di interessarsi.  

I carceri dovrebbero essere rimodellati in “case circondariali di esperienza” dove utilizzare in chiave evolutiva le vicende di chi ha sbagliato, come fattori di crescita umana. Consentire e incoraggiare un dialogo costante dei detenuti con il resto della comunità. Farli sentire importanti invitando ciascuno di loro a raccontare la propria storia e ascoltandola con sincera attenzione, offrendo persino l’opportunità di scriverci un libro con la supervisione di un editor, e poi di pubblicarlo a quattro mani. Farli vivere in luoghi per l’appunto vivibili, cioè spaziosi e accoglienti, seppure sobri e razionali, dove sciogliere la tenebra dell’uomo in luce umanistica di redenzione. Luce e aria, anzitutto, per curare le ferite interiori e sociali che li hanno portati a delinquere. Non un progetto utopistico di parole vuote, ma qualcosa di concretamente realizzabile mettendo a frutto la cultura, e quindi organizzando proficuamente la settimana dei detenuti con un calendario fitto di incontri, di scambi, di lezioni, di gare. Il detenuto sconterà la sua pena studiando, imparando nozioni e mestieri, liberando energie nello sport. Affiancato e assistito da una equipe di umanisti a 360°, psicologi, pedagogisti, insegnanti, musicisti, scrittori, artigiani, cuochi, allenatori, ecc., sui quali naturalmente investire risorse statali che, altrettanto naturalmente, risulteranno di sicuro irreperibili non per penuria di fondi, ma perché manca la reale volontà di risolvere il problema. I detenuti vivono in condizioni penose? E lasciamoli marcire! Del resto, sono o non sono la feccia della società? Hanno o non hanno commesso crimini? Così, il comune benpensante nelle chiacchiere da bar. Così, il politico comune nei suoi veri pensieri. Però poi si lamentano (o tempora, o mores) che la società è trista e malata. Ma allora perché continuare a parlare ipocritamente di “rieducazione del condannato”? Perché non cancellare l’articolo della Costituzione? Che cosa si fa, in concreto, per ottemperarvi? Quanti laureati in Lettere, ad esempio, potrebbero trovare impiego nei carceri per tirare fuori il meglio dai detenuti e innescare in loro un “circolo virtuoso” con cui disinnescare quello vizioso che li spinge a peggiorare? Quanto potrebbero invece migliorare, e con loro l’intera società, se fossero incentivati (anche per fini di buona condotta e relativo sconto di pena) a personalizzare un “piano educativo di riabilitazione” tra le molteplici proposte offerte dall’istituto penitenziario? Se il detenuto, una volta scontata la pena, torna a delinquere, siamo sicuri che è solo perché delinquente incallito, o non anche e soprattutto perché la società non ha saputo né voluto riaccoglierlo come meritava? Quante “recidive” verrebbero meno se il detenuto si sentisse davvero apprezzato e valorizzato come persona umana, durante l’esperienza carceraria? E se poi si smettesse di trattarlo come detenuto a vita, ergastolano “de facto”, anche dopo che ha saldato il debito con la legge e la società?

Proprio l’ingiustizia di questa macchia indelebile, e il cerchio conseguente di gelo e sospetto che continua ad aleggiare intorno al detenuto tornato libero cittadino, sono a mio dire perniciosi nel debilitare ulteriormente la sua fragile psiche e scoraggiare tutti i “buoni propositi” con cui vorrebbe e potrebbe diventare un cittadino onesto come gli altri. Lo scoraggiamento è premessa di caduta e ricaduta: non credere più in se stessi e in un possibile futuro, porta qualsiasi uomo (non solo l’ex detenuto) a buttarsi via, in un processo irreversibile di autodistruzione. I detenuti vanno nutriti di speranza in carcere, e poi concretamente reintegrati quanto tornano liberi. Non li si lasci allo sbaraglio: ci dev’essere un lavoro che li attende all’uscita dal carcere, e un assistente sociale che li seguirà nei primi mesi. Ai migliori di loro, a quelli cioè che si sono più distinti nel percorso evolutivo di riabilitazione, affiderei ad esempio la tutela di un monumento o di un bene culturale, con funzioni di custodia e di guida turistica per visitatori e/o comitive. Non per buonismo pietoso di facciata, oggi tanto in voga, ma per meriti acquisiti nel dimostrarsi degni di quella funzione e nel voler contribuire sinceramente al miglioramento della società. Chi meglio di un ex detenuto risorto dai propri peccati ha la credibilità e i titoli per farlo?         

Marco Onofrio

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Italia, crocevia di popoli

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L’identità civile di un Paese – ovvero il patrimonio stesso della sua vicenda storica, delle sue manifestazioni caratteristiche, delle sue istituzioni culturali – è inevitabilmente condizionata dalla conformazione geografica del territorio racchiuso entro i suoi confini. I confini, a loro volta, si conformano al vario evolversi degli accadimenti storici e politici. Non sempre, peraltro, i confini geografici corrispondono a quelli segnatamente politici. Nel caso dell’Italia, tale corrispondenza è connotata da una necessità – starei per dire vocazione – assolutamente naturale, considerando il mare che ne avvolge e bagna gli oltre 8000 km di coste, e le catene montuose che ne cingono, a mo’ di corona, le estremità settentrionali. Inoltre, la stessa caratteristica forma a stivale fa del nostro Paese un’entità geografica particolarmente definita e riconoscibile (anche ad altitudini satellitari). Il linguaggio silenzioso del suo “corpo” fisico dice: “sono una terra di incontri e scambi, un ponte naturale tra i popoli”. La penisola si protende in tutta la sua lunghezza verso il cuore assolato del Mediterraneo, mettendo in comunicazione spazio-temporale mondi fra loro diversissimi come quelli dell’Europa continentale e del Nordafrica. Ma è soprattutto la posizione centrale nel mondo mediterraneo che, da sempre, ne fa un crocevia obbligato. Non solo tra Nord e Sud, ma anche tra Oriente e Occidente d’Europa: a segnare lo spartiacque, il punto di separazione (e quindi anche di contatto) fra queste stesse definizioni geografiche, storiche e culturali. Per capire quanto, basterebbe guardare indietro, alla storia che rende il nostro Paese, non a caso e a dispetto della sua non strabiliante estensione geografica, ricchissimo di “passaggi” e testimonianze, detentore, com’è, del 70% del patrimonio artistico e culturale censito ad oggi nel mondo. Si pensi per esempio ai Greci che, colonizzandone le coste meridionali (quella che venne poi chiamata “Magna Grecia”), vedevano nell’Italia una sorta di “America” ante litteram, di nuova frontiera occidentale: uno spazio di libera espansione.

Ma è solo con l’Impero ecumenico e mediterraneo creato dai Romani che l’Italia poté rivelare appieno la propria organica vocazione internazionale, il proprio respiro multietnico. L’Impero apportò innegabili benefici a tutti i popoli “romanizzati”, concedendo loro la “pax romana”, promuovendo una maggior regolarità e giustizia nell’amministrazione della cosa pubblica, garantendo leggi più sicure, agevolando la fioritura delle città, permettendo alle attività economiche di espandersi in un unico organismo di straordinaria ampiezza, insomma: inquadrando in compagine unitaria tutti i Paesi del Mediterraneo. Era un crogiolo di genti, culture e lingue che dialogavano, legate da una coesistenza non sempre pacifica, ma comunque effettiva. 

Per diversi secoli Roma riuscì a far convivere mondi eterogenei sotto le insegne dell’aquila imperiale. Poi, con l’indebolimento del potere centrale, accentuato da una progressiva e sempre più sensibile differenziazione tra Oriente e Occidente, il puzzle cominciò a disgregarsi, a perdere tasselli. La differenza tra le due zone dell’Impero, anche quando non ancora ratificata a livello giuridico, prendeva corpo anzitutto dal punto di vista economico e politico: sicché, mentre in Occidente i traffici ristagnavano e la gente impoveriva, sommersa da tasse sempre più esose, in Oriente perdurava il controllo di province ricche come Egitto e Siria, mediante cui avevano luogo gli scambi col mondo mesopotamico e con la valle dell’Indo; e mentre in Occidente il potere civile era ormai alla mercé dei comandanti dell’esercito (spesso di origine barbarica), in un avvicendarsi caotico che spesso rasentava l’anarchia, in Oriente l’imperatore manteneva ancora saldo il controllo dell’amministrazione e solida la propria autonomia dinanzi ai vertici del corpo militare. Tale superiorità dell’Oriente venne di fatto riconosciuta allorché, nel 330 d.C., Costantino decise di trasferire la capitale dell’Impero da Roma a Bisanzio, ribattezzata in suo onore Costantinopoli. La ratifica avvenne con l’assegnazione, da parte di Teodosio, dell’Occidente e dell’Oriente rispettivamente ai figli Onorio e Arcadio (394 d.C.). L’Impero d’Occidente, sconvolto da una situazione caotica e minato gravemente nelle sue strutture, non poté resistere a lungo alla pressione sempre più incontenibile dei Barbari. Roma finì con l’essere saccheggiata (dai Visigoti di Alarico, nel 410 d.C., e dai Vandali di Genserico, nel 455 d.C.), mentre l’Impero d’Occidente si avviava convulsamente alla caduta, che si materializzò, infine, allorché Romolo Augustolo fu deposto dal barbaro Odoacre (476 d.C.). L’Impero d’Oriente, invece, forte di una cultura scaturita dalla sintesi della tradizione ellenistica e della civiltà romana, poté sopravvivere alla marea delle invasioni barbariche e, mantenendo intatto il suo splendore, esercitare ancora per molti secoli (fino al 1453) la sua importante funzione storica. La cultura orientale, peraltro, già da secoli aveva improntato di sé il mondo romano, ad esempio con il fascino dei riti misterici, con la diffusione del Cristianesimo (poi religione di Stato), e con il fastoso modello teocratico, adottato da parecchi imperatori.

A valutare quanto l’Italia sia stata fin da tempi antichi ponte e crocevia tra Oriente e Occidente, basterebbe esaminare la storia e le vestigia di città come Ravenna (dove Onorio trasferì, nel 402 d.C., la capitale dell’Impero) o come Venezia e, in genere, delle coste bagnate dall’Adriatico (vero e proprio “cuscinetto” tra due mondi), dirimpetto alla sponda levantina. Sempre da Oriente giungevano i pirati saraceni, per compiere le loro scorrerie lungo le guardinghe coste italiane; mentre in direzione opposta si mossero i Crociati per la conquista della Terra santa, e i viaggiatori come Marco Polo, per la scoperta di nuovi mondi.  L’Italia è piena delle tracce dei popoli passati sul suo territorio, avvicendandosi – secolo dopo secolo – al dominio delle sue genti. Terra di conquista e di guerre, sì, ma anche di incontri, dialoghi, viaggi (fu meta immancabile del Grand Tour). Senza scomodare Roma, sistema vivente di tutte le sue innumerevoli rovine, basti pensare ai mille volti che connotano una città significativa come Palermo: fenicia per le origini, greca per il nome, romana per i mosaici di Villa Bonanno, araba per alcune chiese eredi delle moschee, sveva per le tombe degli Hohenstaufen, francese per i monumenti angioini e borbonici, spagnola per le architetture memori dei tre secoli di governo vicereale… In una sola parola: “italiana”. Già, perché è proprio dell’Italia, ovvero congeniale alla sua natura profonda, alla sua storia, questo essere crogiolo e memoria di civiltà eterogenee, attrattevi dal diverso favore delle circostanze e dall’inevitabilità, per così dire, della sua posizione geografica. L’unità d’Italia (1861) sovrappose una vernice di coesione politica all’estrema frammentazione storica del nostro territorio, che, nel suo sviluppo, aveva proceduto per “sacche” autonome e spesso incomunicabili, da regione a regione e, spesso, da zona a zona. Anche se la scolarizzazione diffusa e la prepotente invasività dei media tendono a omologare il costume nazionale (in senso europeo ed occidentale globalizzato), eliminando le differenze più vistose e macroscopiche, un siciliano e un piemontese, ad esempio, sono ancora oggi molto diversi, quanto a mentalità, cultura, modo di intendere la vita. Esiste tuttavia una comune e condivisa “identità italiana”: un quid che nasce dalla nostra stessa storia, e che ci rende “popolo” (nazionale di calcio e lingua a parte). 

Proprio per questa vocazione mediterranea e multietnica – che fa degli Italiani, tra le altre cose, un popolo di “navigatori” – il nostro Paese è in grado di porsi e proporsi come mediatore di incontri, come risolutore di controversie internazionali, come operatore di pace. È nel DNA storico dell’Italia tale imprinting umanistico: l’apertura ai principi democratici del dialogo, dell’accoglienza, della tolleranza, che rendono il nostro Paese quanto mai atto ad agevolare l’incontro e lo scambio osmotico fra popoli e culture anche profondamente diversi. Ed è in grado di farlo senza perdere nulla della propria identità culturale: proprio perché è questa l’identità culturale in cui gli Italiani possono meglio riconoscersi, la civiltà congeniale alla loro natura. Pertanto, risultano estranee all’ethos italico più autentico – oltre che speciose e pretestuose – le manifestazioni di xenofobia, intolleranza razziale ed esasperato nazionalismo che spesso accompagnano il pur delicato processo di integrazione, conseguente ai flussi migratori di cui è oggetto fra gli altri il nostro Paese, ormai da decenni, da parte di cittadini extracomunitari in cerca di lavoro e di fortuna. Non c’è dubbio che le dinamiche di accoglienza dei migranti – ancorché incondizionate dal punto di vista umanitario, specie nel primo soccorso, tanto più che l’Italia ha salde radici cristiane – dovrebbero essere regolamentate in ragione delle effettive possibilità di integrazione nel nostro tessuto economico e sociale, anche in sinergia con gli altri membri dell’Unione Europea, i quali dal canto loro non possono demandare all’Italia, solo perché protesa nel Mediterraneo, tutto l’onere di sostenere l’impatto del fenomeno migratorio, anche e soprattutto dopo le doverose e sacrosante pratiche di “prima accoglienza”. Ciò per un duplice ordine di motivi fondamentali: 1) sulla migrazione umana non deve speculare nessuno, né le mafie, né i politici, né le ONG, né gli imprenditori disposti allo sfruttamento; 2) i migranti non lasciano i loro Paesi di origine, affrontando il mare a rischio della vita, per poi continuare a fare i profughi, emarginati e disadattati, anche nel cosiddetto “primo mondo”, o diventare mano d’opera a basso costo, o essere cooptati dalla criminalità e ritrovarsi a delinquere.

Una cosa è certa: se l’Africa fosse degli africani, se cioè non fosse stata depredata negli ultimi secoli dall’Europa e dal suo rapace imperialismo, oggi sarebbe forse (e toglierei forse) il primo continente del pianeta, il più ricco e autonomo, e milioni di persone non avrebbero bisogno disperato di migrare; accadrebbe, semmai, il contrario. Ricordiamoci di quando eravamo noi, pezzenti e malnutriti, a migrare nelle Americhe e negli altri Paesi europei!         

Marco Onofrio        

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Strisce blu e autovelox. Quando lo Stato si fa “taglieggiatore”…  

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I doveri del cittadino verso le istituzioni esistono a prescindere o dipendono anche dalla credibilità delle stesse? Credo che dipendano anche, pur esistendo a prescindere. Se è plausibile e addirittura doveroso, rispetto al tribunale etico interiore, contravvenire per obiezione di coscienza a una legge palesemente ingiusta, non è altresì lecito affermare che si obbedisce volentieri a uno Stato capace di imporsi non con l’autorità coercitiva, che in linea teorica finirebbe per legittimare anche i soprusi di una dittatura, ma con l’autorevolezza riconosciutagli dal cittadino per la capacità di emanare leggi giuste, di farle rispettare volentieri, di rispettarle esso stesso per primo, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni amministrative?

Le istituzioni devono dare esempio di integerrima onestà, se vogliono che la gente non accampi rivendicazioni e non si senta “giustificata” a compiere atti illeciti. La vox populi elabora più o meno il seguente pensiero: “se i primi a delinquere sono i politici, perché mai il cittadino dovrebbe essere onesto?”. E c’è un fondo di verità che impedisce di darle torto. Sia chiaro: ognuno deve sentirsi chiamato all’onestà indipendentemente dalle circostanze e dalle occasioni (che facciano l’uomo ladro, è sbagliato già di per sé), ma è innegabile che ogni autorità viene desautorata, cioè ipso facto destituita di fondamento, qualora il garante e il rappresentante della legge vengano trovati in flagranza di reato, cioè in evidente contraddizione con quanto da loro garantito e rappresentato, nonché solennemente promesso al popolo con il giuramento. Il presidente del Consiglio e i ministri, ad esempio, non diventano effettivamente tali senza aver pronunciato la seguente formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Tale differenza qualitativa del comune dovere civico è sancita anche dall’articolo 54 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». Di conseguenza, lo stesso reato commesso dal semplice cittadino aumenta notevolmente la propria gravità qualora commesso da un pubblico ufficiale.

Risultano pertanto dannosissime all’opinione che il cittadino nutre dello Stato e delle sue legittime istituzioni, alcune illegittime e odiose iniziative intraprese a livello amministrativo, come ad esempio le strisce blu (anche in piccoli centri) e gli autovelox. Iniziative che svelano presto la reale volontà che le sottende: quella di fare cassa, cioè di rimpinguare le sempre anemiche risorse economiche dei Comuni, che in realtà sono anemiche non perché i soldi pubblici non ci siano, ma perché vengono male amministrati. Immagino discorsi preliminari, in camera caritatis, del tipo: “Oddio, non c’è rimasto più un euro! E adesso che cosa c’inventiamo?”. Da cui il toto-sanzione, cioè la caccia al modo più ingegnoso per estorcere denari. La colpa della corruzione non deve ricadere a pioggia sul cittadino innocente, rendendolo “mazziato” oltre che “cornificato” dalla stessa. Il politico che ruba, procura già un danno grave al cittadino; non può addirittura rifarsi degli ammanchi pubblici sulla vittima delle sue malversazioni!

Che la volontà politica effettiva da cui sono “animati” i parchimetri sia sostanzialmente quella di far cassa, sta a dimostrarlo il progressivo perfezionamento degli stessi a favore dei Comuni: non solo in termini di tariffe orarie, spesso davvero esose e soggette a non infrequenti rincari, ma anche con il recente “giro di vite” rappresentato dall’imposizione di personalizzare il ticket digitando la targa, il che ha drasticamente eliminato gli episodi di cortesia per cui si poteva regalare il tagliando non ancora scaduto a un altro automobilista in procinto di parcheggiare. Ora mi chiedo: i ricavi economici di questa personalizzazione valgono davvero la brutta figura del Comune che la impone? cioè lo svelamento spudorato della reale intenzione lucrativa che presiede a tutta l’iniziativa?

Idem per gli autovelox: la sicurezza stradale, diciamoci la verità, è solo il motivo ipocrita e pretestuoso. Ho assistito di persona a un caso emblematico. Un autovelox era stato collocato in un tratto di strada dissestata che “impediva” di per sé alle automobili di superare i limiti di velocità. Ebbene, constatato che l’autovelox non rendeva adeguatamente, il Comune di competenza ha provveduto ad asfaltare solo il tratto di strada precedente l’autovelox stesso! Come a dire: “forza, prendete la rincorsa e… vai con le multe”. Si può essere più sciocchi e inopportuni? Un’amministrazione davvero “furba” avrebbe asfaltato sia prima sia dopo l’autovelox, per rendersi immune da critiche e mascherare meglio (cioè in modo più intelligente) le proprie reali intenzioni. Quindi i casi sono due: o i politici considerano gli italiani un branco di emeriti imbecilli, col cervello guasto e incapace di comprendere alcunché, ovvero (quand’anche consci del misfatto) di pecoroni impotenti e inetti ad ogni rimostranza; oppure – cosa che ritengo più probabile – la politica ha ormai dato per acquisito il tramonto dell’etica, e quindi si sente al di là del bene e del male, non più soggetta ai freni inibitori da cui un tempo scaturiva quella sana vergogna di sbagliare. Sarebbe davvero divertente vedere l’autovelox impossibilitato a “estorcere” multe, per conto dello Stato taglieggiatore, grazie all’ineccepibile comportamento degli automobilisti, attentissimi a rallentare fino al “passo d’uomo” in prossimità dell’apparecchio sanzionatorio; e poi, di lì a qualche tempo, assistere alla seduta del consiglio comunale dove si discute dei mancati introiti, e chiedere conto del disappunto incarnato sui volti della giunta dinanzi a ciò che, invece, dovrebbe suscitare soddisfazione e pubblico encomio. Se davvero gli autovelox fossero deterrenti all’eccessiva velocità – come sostiene la legge – e non volgari macchinette per far cassa, come spiegare infine certi musi lunghi?               

Marco Onofrio          

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Giuseppe Trebisacce

Con Dante Maffìa ho da sempre un rapporto fraterno, frutto della coetaneità, del medesimo luogo di nascita, della comune estrazione sociale e dell’assidua frequentazione, un tempo prevalentemente fisica, ora più che altro virtuale, che si avvale di quel tanto di attitudine che abbiamo sviluppato alla nostra età nell’utilizzo dei nuovi media digitali. Per questo ogni suo successo – una pubblicazione, un premio, una laurea, un riconoscimento, un apprezzamento della critica specialistica – è per me un’occasione di soddisfazione e di orgoglio. Come nel caso del recente scritto di Marco Onofrio L’officina del mondo (Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16) che è un bellissimo saggio sulla scrittura poetica di Maffia.

Premetto che non mi intendo di poesia né di critica letteraria, anche se per “darmi un tono” più che per far piacere all’amico, mi sono avventurato di tanto in tanto nel passato a scrivere qualche noterella sulla poesia di Dante, soprattutto quella cosiddetta “impegnata” e a sfondo sociale, e sulla sua narrativa, specie quella che si ispira a personaggi, luoghi e ambienti di vita che hanno fatto la storia della nostra infanzia.

Da comune lettore, curioso e bisognoso di trovare la chiave che spiega i continui e prestigiosi suoi successi, e con ciò gioire assieme lui, ho letto alcuni volumi tra i quali La forza della parola (Cassano Jonio, La Mongolfiera, 2015), curato da Carlo Rango, e Il cerchio aperto di Antonio Iacopetta (Firenze, Edizioni Feria, 2009), che ricostruiscono l’itinerario poetico di Maffia, a partire da Il leone non mangia l’erba del 1974, l’opera che tanto piacque a Palazzeschi e la cui elaborazione coincise con gli anni romani della mia frequentazione più intensa di Dante.

Il primo è un doveroso omaggio, reso da un gruppo di amici calabresi di antica data, “ad una delle più autorevoli voci della cultura internazionale (…), ad un ricercatore attento a quanto storicamente, e di nuovo, è stato e viene espresso nei campi della produzione letteraria e artistica italiana e straniera” (p. 9). Esso contiene, oltre a testimonianze di rapporti di amicizia duratura e inossidabile e ad una sintesi critica dell’intera produzione poetica e narrativa di Maffìa, anche un interessante apparato iconografico e una raccolta antologica di poesie, racconti e note critiche da lui scritti in tempi diversi su temi e personaggi legati al suo mondo calabrese delle origini. Il secondo è un saggio organico che enuclea, attraverso un interessante excursus storico-critico dell’intera produzione in versi del Maffìa, considerata nel quadro delle tendenze evolutive della poesia italiana degli ultimi cinquant’anni, le caratteristiche principali della sua poesia sul piano della maturazione linguistica e dei contenuti etico-esistenziali. Dando un giudizio complessivo sulla sua poesia l’autore scrive che “Maffìa ci dà la netta impressione di essere rimasto sin troppo ancorato ad una idea di compostezza classica (…) lontano dalle convenzioni e dai conformismi stilistici e poetici imperanti”. Per questo lo avvicina a Umberto Saba: “entrambi sono penetranti nel bel mezzo della tradizione lirica moderna, per scardinarla dall’interno, due cunei entrati dolorosamente e inesorabilmente dentro il corpo di una poesia oramai cristallizzatasi o nell’empireo di una inscanfibile purezza o tra i proclami rivoluzionari trasformatisi troppo presto da avanguardia in istituzione o museo, forse anche in potere” (p. 175).

Fresco di stampa, ho appena letto il saggio sul poeta calabrese di Marco Onofrio, noto critico letterario che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alla recente cerimonia di premiazione dei vincitori del premio “Tulliola-Filippelli”. Si tratta di uno scritto dal rigore logico e metodologico notevole, che non registra il benché minimo refuso tipografico, assai raro nella produzione editoriale corrente. In esso l’autore, partendo dall’assunto che la vera poesia è un dono di natura, che si nutre di cultura, e ricordando le umili origini di Maffìa, perviene alla conclusione che la grandezza poetica del Nostro è il risultato del combinato disposto della coltivazione caparbia e continua di questo fuoco interiore che lo possiede e della determinazione a stare lontano dai “circuiti ufficiali” del successo, per difendere la sua libertà e indipendenza, confidando orgogliosamente sulla sola virtù del talento e della forza di volontà.

Quali sono allora – si domanda Onofrio – le costanti della poetica di Maffìa, gli elementi distintivi che, nella complessità filosofica ed estetica della sua produzione in versi, la rendono interessante e di qualità? Eccone alcune. Per il poeta calabrese:

1. la poesia è religione, fede, “tensione verso la bellezza”, “svelamento dell’invisibile” (pp. 14-15). In questo suo viaggio straordinario il poeta si sente sorretto da forze misteriose e straordinarie che gli consentono di cogliere “l’invisibile che il visibile nasconde” anche se non riesce a canalizzare questa “visione” entro i limiti della parola, perché il linguaggio degli uomini non è adatto ad esprimere compiutamente una realtà multidimensionale (p. 31).

2. la poesia è tensione verso l’annullamento della distanza tra la parola e la cosa (p. 37). Vi riesce solo quando la parola esprime la totalità dell’esperienza umana, quando cioè diventa “materia viva capace di splendere più reale della vita”.

3. la poesia è nella storia e, in quanto tale, appartiene completamente alla vita. Così si spiega l’attenzione di Maffìa alla politica, alla sociologia, alla storia, alla cronaca, all’epica civile che gli permette di denunciare le brutture del mondo e lanciare un grido di allarme e di condanna che incita alla lotta e mai all’inazione o alla resa.

Altre dominanti della poesia di Maffìa Onofrio ricava dall’analisi del suo percorso poetico, paragonato ad una “officina del mondo”, tutta protesa a squarciare il velo che offusca la verità e a comprendere “il divenire continuo della Creazione che fa nuovo tutto ciò che esiste” (p. 44). Si tratta però di caratteristiche talmente tecniche e specialistiche che non mi arrischio a riassumerle per tema di sbagliare. E allora concludo dicendo che per me è un vero piacere e motivo di grande soddisfazione e gioia, leggere che un mio fraterno amico “è, obiettivamente, il maggiore poeta vivente. Almeno in Italia. E lo è non solo per l’inarrivabile perizia tecnica e la sterminata cultura, ma anche per gli universi che racchiude nel cuore e che fioriscono miracoli allo sguardo” (p. 52).

Giuseppe Trebisacce

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Nota critica a una poesia inedita di Emanuela Dalla Libera

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HA ANCORA I SOLCHI DELL’ALTALENA L’ALBICOCCO

Ha ancora i solchi dell’altalena l’albicocco
tra l’erbe a stento si nasconde l’orcio
frantumato dove si abbeveravano i grilli
nelle estati umide di suoni e di fermento
e nelle notti di luna piena la civetta nascosta
tra le fronde levava schiva voci di mistero.
Chissà se il tiglio racconta storie ancora
ai balestrucci a primavera, se i nidi
accoglie a crescere dei merli i nuovi canti,
se il vento i semi sparge a perpetuare
gli incanti miei perduti nel mondo alla deriva.
Solo il fiume oltre i campi sa dirmi quali voci
si levano ancora tra le rive dei gelsi uvidi
agli inverni, di quali inciampi riempirò
i miei giorni che scioglierò la sera accanto al fuoco.
Ora saetta il tempo visioni affievolite,
hanno smarrito i volti delle fiabe le nuvole nel vuoto,
solo qualche sillaba mi porta ancora il vento
se un’eco dispiega in cielo come un aquilone.

Emanuela Dalla Libera

Commento di Marco Onofrio:

Sunt lacrimae rerum. In questa bella elegia di Emanuela Dalla Libera c’è il sospiro delle cose perdute, compostamente fuso al nitore classico di una “misura” né classicistica né, tanto meno, di mediocre retorica “ad orecchio”, ma consapevole, organica, funzionale alla poetica di “sedimento del tempo” e scavo dell’esistenza che l’autrice elabora nei significati profondi e universali della sua scrittura. Che fine fanno le scene vissute, gli attimi e le cose del passato? Li inghiotte per sempre il vuoto o ne rimangono, almeno, vestigia recuperabili? Che rapporto c’è tra “forma” e “vita”? Dove comincia l’argine della cultura rispetto all’oceano della natura? Quale capacità abbiamo di lasciare una traccia durevole dentro l’infinito storico e biologico in cui, per citare il grande Foscolo dei Sepolcri, il divenire “involve / tutte cose” e “l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”?

Pare che qualcosa rimanga, se la brava poetessa vicentina può scrivere che l’albicocco conserva «i solchi dell’altalena» con cui giocava da bambina, e che l’orcio «dove si abbeveravano i grilli», seppur «frantumato», «a stento si nasconde» in mezzo all’erba. Tornando ai luoghi dell’infanzia (se mentalmente o fisicamente non è dato sapere e non importa) trova dunque dei “reperti” sopravvissuti alla devastazione onnivora del tempo: certo, i «suoni» e il «fermento» delle estati di allora sono svaniti per sempre, i grilli non sono più quelli, e così la civetta con le sue «voci di mistero», i balestrucci, i merli, i nidi, ecc. La natura non è materialmente identica a quei giorni, ma è essenzialmente immutata poiché, come una polla d’acqua sorgiva, resta uguale a se stessa (al netto dell’opera umana) pur nell’infinita trasformazione. Non solo l’albicocco e l’orcio, ma anche il tiglio e soprattutto il fiume (simbolo primario della metamorfosi che rende l’esistenza costantemente sospesa tra divenire ed essere) sono rimasti fedeli al “loro” posto. Quindi si torna come “reduci” tra cose che ci sopravvivono e che, pur rimescolando di continuo i loro connotati, danno conferma “postuma” alle nostre esperienze. Riconoscibili e insieme irriconoscibili come ci appaiono, dopo tanti anni, queste cose ci conducono allo snodo filosofico fondamentale che i versi della composizione vanno a sollecitare: la divergenza tra “spazio” e “ambiente” in cui e di cui può, volta a volta, connotarsi il mondo ai nostri occhi. Il poeta è un “archeologo della memoria” che cerca nel mondo, a nome di ciascuno, un ambiente riconoscibile e abitabile, cioè uno specchio rassicurante dove confermare tutto il buono e il bello dell’esperienza, anche se deve purtroppo fare i conti con lo spazio infinito del «mondo alla deriva» che ogni cosa cancella e divora nella sua “macchina impastatrice”. Tentiamo disperatamente di inquadrare e contenere il mistero inarrivabile, che ci illudiamo di comprendere ma che in realtà “non cape”: non solo l’infinito dello spazio ma quello, ad esso interrelato, del tempo.

I quattro «ancora» di cui il testo è disseminato sottendono un contraltare innominato che coincide con la tonalità musicale stessa dell’elegia: il “non più”. Eppure la memoria ha la capacità di «perpetuare» le cose che non sono più, anche gli «incanti miei perduti» di cui il tempo saetta «visioni affievolite» e il vento reca «qualche sillaba», sparuta come «un’eco» dei giorni che furono. La memoria immaginativa, ovvero il patrimonio di miti infantili a cui attinge fascinosamente ogni scrittore, è ciò che consente di salvare il tempo perduto dentro l’arca delle parole dacché, come scrive la giapponese Banana Yoshimoto (lo so: cultura diversissima da Emanuela Dalla Libera, ma il sentire umano è universale quanto più profondo), “i ricordi veramente belli continuano a vivere e a splendere per sempre, pulsando dolorosamente insieme al tempo che passa”, ed è proprio “il cristallo scintillante dei tempi felici, riaffiorando all’improvviso dal sonno della memoria”, che ci aiuta ad “andare avanti”.

Marco Onofrio  

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“Il bianco”, poesia inedita

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IL BIANCO

I muri non proteggono dal cielo.
Lo sento che mi chiama tutto attorno
per catturarmi nella sua prigione
fino alla demenza, alla pazzia
della tua illusione.

La camera mi balla sotto i piedi,
ho il mal di mare stanco come il volto
coperto dalle maschere che indosso
per farmi un po’ più amare
le giornate di questa vita mia.

Tu che mi guardi dallo specchio
e fingi scioccamente la speranza
se il sogno esulcerato vola via:
dammi una prova concreta
della mia importanza!
Osserva bene il gioco e infine scegli:
casella rossa o casella nera?

Ma tu non dici niente, sei poeta
perché hai già scelto il bianco
dell’abitudine – l’infelicità. 

L’aurora si intuisce dalla sera.

Marco Onofrio

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“Piccole cose”, poesia inedita

PICCOLE COSE

La sera, fredda nebbia che s’oscura
senza vie d’uscita
scende all’anima dal cuore
nel rosso del suo invaso
e lo fa grave: annaspa,
rischia di affogare
ma s’aggrappa
come un naufrago alla boa
di quelle luci fievoli
nel caldo delle case
che tornano a brillare
come le stelle tra le nuvole nere
appena si rischiara a fondovalle.

Sono le piccole cose preziose
che salvano la vita!

Marco Onofrio

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Anila Dahriu

Nell’avere tra le mani il saggio monografico “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa” (Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16), di Marco Onofrio, mi sono immediatamente domandata perché egli non avesse dedicato tanta fatica a un poeta che sta dentro il potere editoriale, invece che a Maffìa che il potere lo ha sempre avversato. Una scommessa? Un moto di ribellione, o che cosa? Poi, leggendo, ho capito: un atto di giustizia, un coraggioso atto di giustizia che non ha minimamente pensato al proprio tornaconto e che irriterà più d’una persona perché va a scomodare gli altarini dei poeti laureati, si diceva così un tempo, e li mette in imbarazzo. Perché Maffìa non ha mai aderito alle consorterie, pur avendo avuto dimestichezza con quasi tutti i poeti del Novecento fino ai nostri giorni. Insomma, Marco Onofrio si è esposto per gridare la grandezza poetica di Maffìa, in modo che il potere si renda conto che siamo dinanzi a un fenomeno vero e proprio, dinanzi a un poeta che in maniera costante, profonda e passionale ha dedicato tutta la vita alla lettura e alla scrittura.

Il lavoro di Onofrio è scientifico al massimo grado, perché non si serve di formule e di giudizi predisposti, confezionati e frutto di dottrine imposte; egli si fa guidare dalle poesie, dalla bellezza e dalla profondità delle poesie, e solo quando ne viene coinvolto si esprime, mettendo in evidenza come il poeta abbia saputo penetrare nella polpa delle cose, nel magma dell’invisibile (per fare riferimento a uno dei poeti che Maffìa ha più amato e stimato, Mario Luzi). Si tratta di un saggio che andrebbe portato ad esempio soprattutto ai giovani critici, che dovrebbero liberarsi dalle catene ideologiche e affrontare le opere per quelle che sono e soltanto dopo organizzare un discorso e una tesi. Ma la lealtà della lettura non è più di moda: adesso basta annusare i libri e scriverne, tanto uno vale l’altro. Se così fosse, però, non assisteremmo alle celebrazioni dantesche per i settecento anni della sua morte. Faremmo celebrare una Messa, tutt’al più, e la faccenda finirebbe lì. Invece Dante Alighieri è pane quotidiano delle nostre giornate, le ha riempite non solo col suo linguaggio, ma anche con la sua sensibilità, sapendo cogliere le pieghe di molte situazioni e rivelandoci ciò che si nasconde oltre i gesti e le parole stesse.

Sulla scia del suo omonimo si muove Dante Maffìa e lo fa – Onofrio lo spiega e ce lo fa intendere pienamente – con la disinvoltura di chi fa parte della sfera celeste e ne comprende il ritmo e le finalità. La semplicità di Maffìa a volte è sconcertante, ma proprio per questo coglie nel segno, svela, rivela, innesta il vuoto al pieno e rivitalizza il senso dei rapporti, il senso dei sentimenti e le visioni verso la realizzazione di un qualcosa che prima o poi ci darà la certezza di essere veramente umani. Credo che Onofrio abbia saputo centrare i suoi discorsi con assoluta obiettività perché non aveva i paraocchi ideologici e l’adesione a nessuna massoneria. Non so se gliela faranno passare liscia, so che comunque era doveroso: ho letto molto di Maffìa, mettere in evidenza la grandezza di un uomo che dalla follia all’emigrazione, all’amore, alla dissolvenza, ecc. ha scritto versi indimenticabili, versi che resteranno a testimoniare quanto sia necessario essere presenti a se stessi e al mondo: Maffìa è grande poeta; Onofrio grande critico poeta.

Anila Dahriu

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“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, letto da Maria Teresa Armentano

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Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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Emanuela Dalla Libera legge “Anatomia del vuoto”

Anatomia

Una poesia per chi viaggia nella vita, quella di Marco Onofrio, nella vita e nell’universo, nella totalità dello spazio e del tempo che il poeta riconduce alla muta essenza del vuoto dove si forma ogni cosa. Un vuoto originario e costante in cui confluisce una molteplicità di significati e di forme. Forse il vuoto è lo spazio in cui temiamo di smarrirci dal momento che troppi enigmi rimangono insoluti, o la rappresentazione di una angosciosa ricerca di senso, mai perfettamente compiuta, sempre “in fieri”, perché il vuoto si configura come ricerca, vita, intensità di sentire. Il vuoto è lo spazio primigenio in cui ha origine il nostro esistere, il venir fuori, il prorompere improvviso per inserirci in una realtà data, modificarla e nel contempo esserne modificati. È, questo vuoto, spazio infinito di osservazione, riflessione, indagine che coinvolge ogni realtà vivente, ogni cosa costituisca l’universo, da quelle note e minuscole (la cicala, il ramarro) a quelle misteriose e gigantesche (le cefeidi, le comete), tutte abbracciate insieme a costituire un unicum negli arcipelaghi del tempo in cui tutto cambia, / tutto finirà, di cui anche noi siamo parte e al quale non possiamo sfuggire. Ma allora cercare un senso è doveroso a giustificare la divinità della nostra natura umana perché l’imperfezione è sacra, e a comprendere la nostra continua ricerca di un centro in cui rappresentarci, in cui credere di essere mentre continuamente ci sfugge (tu che ti credi il centro del mondo / e invece sei un relitto in mezzo al mare).

Il vuoto è quindi lo spazio in cui cercare, è l’infinito che non si esaurisce perché il divenire è perenne e ogni forma esiste solo perché è in perenne mutazione nella forza assoluta e tremenda / che spinge la ruota del cielo / l’eterna metamorfosi dei giorni. Il vuoto ci è necessario quindi, è l’humus in cui prendiamo forma la prima volta, in cui esistiamo e continuiamo a vivere. È vita, movimento, dialettica necessaria a comporre ogni nuova tessera di un mosaico in continua espansione al cui compimento cerchiamo costantemente di sfuggire, attratti da un irresistibile desiderio di vita, di amore, alimentati da una speranza che è intrinseca al nostro essere perché è possibilità, occasione, imposta chiusa su cui batte il giorno per svelare il segreto dell’amore. La compiutezza, il pieno finiscono per configurarsi come fine, soluzione ultima di ogni nostro gesto (In quale pieno / è già scavata, la fossa / che ci accoglierà / per scomparire?) e il nostro interminabile travaglio / avrà pace, un giorno, / tra le braccia apocalittiche / del Padre.

La scrittura di Marco Onofrio è ricca, coinvolgente, fortemente capace di muovere emozioni e far nascere pensieri, le parole sono intense, intrise di profondo spessore, calamitano la nostra sensibilità con immediatezza, proiettandoci in dimensioni sfuggenti, spesso trascurate, ad aprirci varchi in cui il vuoto si riempie di visioni cosmiche ma anche di visioni dell’anima in cui perderci e bearci (Così si dovrebbe morire / – pensavo: non di consunzione / o triste inedia, / ma nella pienezza irripetibile / della felicità). E naufragare in questo vuoto, mare inarrivabile / del mondo, è dolce, esattamente come nel mare leopardiano, perché solo questo vuoto ci può, almeno nel pensiero,  restituire, dopo tanto, amate / persone e oggetti che non ritroviamo / come i relitti del mare dopo anni: / riportare immagini del tempo / la vita che abbiamo attraversato in un tempo che non c’è più, perché quel tempo ha cessato di esistere e il silenzio a cui chiederemo risposte ci risponderà che le cose che non sono più stanno nel vuoto. Un vuoto che dobbiamo riempire con le nostre tracce, per dire: siamo stati vivi, siamo esistiti.

Emanuela Dalla Libera

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“Pioggia di premi per Marco Onofrio” su «Il Caffè dei Castelli Romani» del 2 dicembre 2021

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Marco Onofrio si conferma eccellenza della Cultura e orgoglio dei Castelli Romani, di cui tiene alto il nome a livello nazionale e internazionale. Il noto scrittore romano, naturalizzato marinese, ha recentemente incrementato il suo già nutrito palmarès di trionfi letterari con tre ulteriori, prestigiosi riconoscimenti al talento e alla qualità della sua produzione, che si avvia a raggiungere i quaranta libri pubblicati. Lo scorso 17 ottobre ha ricevuto, presso il Teatro Comunale di Lanuvio, il Premio Internazionale “Antica Pyrgos” per il volume di poesie “Azzurro esiguo” (Passigli Editore), classificatosi al 1° posto per la sezione “Poesia edita”. Lo stesso volume è stato poi premiato anche a Torino, il 31 ottobre presso il Teatro Vittoria, come 2° classificato al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Metropoli di Torino”, sezione “Volume poesie”. Inoltre – dulcis in fundo – qualche giorno fa, il 19 novembre, ha ricevuto a Roma, presso la magnifica Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Presidenza del Senato della Repubblica, il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, per il volume “Anatomia del vuoto” (La Vita Felice Editore), risultato vincitore assoluto per la sezione “Poesia”. Giusto onore al merito, dunque; e tuttavia Onofrio non è solito cullarsi sugli allori. «Ringrazio le giurie per queste bellissime soddisfazioni» ha infatti dichiarato lo scrittore «che non mi distolgono, se non il tempo di brindare, dai tanti progetti in corso: come ad esempio il nuovo libro di critica letteraria, di imminente pubblicazione, e la traduzione francese di una mia antologia poetica, che uscirà nel secondo semestre del 2022. Le gratificazioni dei premi sono senza dubbio importanti, ma ciò che conta davvero è l’impegno, cioè il lavoro che si riesce giorno per giorno ad esprimere. A me interessa più scrivere che promuovere ciò che scrivo». Il che, peraltro, rende ancora più ragguardevoli e meritori i traguardi ottenuti da Onofrio. Chapeau!  («Il Caffè dei Castelli Romani», 2 dicembre 2021, p. 15)

F. T.

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“L’officina del mondo” su Prima Pagina News (22 novembre 2021)

https://www.primapaginanews.it/articoli/-l-officina-del-mondo-racconta-dante-maffia-e-la-magia-della-sua-poesia.-504961

“Come dentro un sogno”, uscito nel 2014 per le belle edizioni Città del Sole di Reggio Calabria, si leggeva come il “romanzo dei romanzi di Dante Maffìa” dato che consentiva al lettore di appassionarsi alla narrativa dello scrittore calabrese, più volte candidato al Nobel. Ora, 7 anni dopo, “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, in uscita questi giorni sempre per Città del Sole. Il volume, di quasi trecento pagine, rappresenta una sorta di “poesia delle poesie” di Maffìa, grazie a cui ci si addentra nel cuore del suo immenso mondo creativo e nei meccanismi segreti della sua poliedrica scrittura.

Marco Onofrio, il cinquantenne saggista romano, assai noto per una produzione critica di primissimo livello (avendo dedicato volumi monografici ad autori storici come Ungaretti, Campana, Caproni, ed essendosi occupato di alcuni tra i più meritevoli contemporanei), ha dalla sua il vantaggio di essere egli stesso un buon poeta: possiede quindi uno sguardo congeniale all’interpretazione della straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, qui definito come «il più grande poeta italiano del secondo Novecento». Attenzione però, niente proclami encomiastici: che Maffìa sia un grande poeta lo testimoniano i ragionamenti estetici del saggio, oltre che i versi ampiamente citati; non le formule vuote o le prese di posizione aprioristiche. Onofrio è uno dei pochi critici letterari che legge davvero ciò di cui parla: egli frequenta i testi di prima mano e li affronta senza riserve pregiudiziali, in una sorta di «erotico e salvifico corpo a corpo» che riesce a portare alla luce i livelli profondi della scrittura, svelando prospettive insolite e sorprendenti agli stessi autori. Lascia cioè che sia la poesia a “dimostrare” le affermazioni critiche, e non viceversa. La critica della poesia diventa narrazione ed esperienza della stessa, modo per viverla “da dentro”: semplicità piena di significato, non fumisterie di “paroloni” e inutili tecnicismi. Ecco perché il volume, pur poderoso e forbito, si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina.

La sezione iniziale è una “sintesi analitica” che apre la possibilità di un viaggio avventuroso entro e oltre i paesaggi evocati dalla lirica di Maffìa, con i lieviti sempre intrisi di vita della sua «celeste e carnale terrestrità». La seconda parte è costituita dagli “affondo”, cioè dalle letture critiche di 20 opere poetiche, tra cui capolavori come “La biblioteca di Alessandria”, “Lo specchio della mente”, “Al macero dell’invisibile” e “IO. Poema totale della dissolvenza”, dall’esordio de “Il leone non mangia l’erba” (1974), che ebbe l’avallo «affettuoso e partecipe» di Aldo Palazzeschi, al recente ed esplosivo “Il suicidio, lo stupro e altre notizie” (2020). Segue poi una stupenda antologia di ben 99 poesie, che – pescando da 33 volumi, 3 composizioni ciascuno – offre una delle più efficaci proposte di lettura per rivivere l’evoluzione tutta del percorso analizzato. Completa il volume la sezione degli “apparati”, a cura di Francesco Perri, miniera preziosissima di notizie utili a ricostruire la scansione cronologica della carriera poetica di Maffìa (libri, premi, cittadinanze onorarie, convegni, epistolario, giudizi critici, voci bibliografiche, ecc.).

Insomma, un saggio imprescindibile per chiunque voglia felicemente immergersi negli oceani creativi di questo gigante ancora in gran parte nascosto – una sorta di vulcano sottomarino – che risponde al nome di Dante Maffìa. E complimenti a Marco Onofrio per la sua ennesima prova di bravura.             

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1 dicembre 2021: esce a Reggio Calabria, per Città del Sole Edizioni, il nuovo saggio monografico di Marco Onofrio: “L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”

Può, la critica della poesia, farsi poesia essa medesima (per densità di sguardo, evocazione di contenuti, proprietà di stile)? Sì, se il critico è poeta a sua volta, e sa leggere i testi – frequentati di prima mano e affrontati in una sorta di erotico e salvifico “corpo a corpo” – con strumenti particolari, sottili e quasi medianici d’interpretazione, raggiungendo quel mirabile equilibrio tra sensibilità, erudizione e carica umana entro cui si diffonde il lievito più alto e durevole della cultura. È quanto accade in questa magistrale, poderosa e per certi versi “definitiva” monografia che il poeta Marco Onofrio, sfoderando le armi migliori del suo riconosciuto talento saggistico, dedica – 7 anni dopo essersi occupato della sua narrativa – alla straordinaria Opera in versi di Dante Maffìa, il più grande poeta italiano del secondo Novecento.    

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Marco Onofrio Premio Mondiale “Tulliola-Filippelli” 2021: le foto della premiazione e la motivazione della Giuria

«Il poeta si interroga sul vuoto esistenziale e sui suoi silenzi/misteri. Sperimenta linguaggio e cammino con occhio di eterno viaggiatore. Seziona i tessuti del dubbio e delle assenze, talvolta prossimi al nulla. Sutura le ferite lacere e sanguinanti dello smarrimento e degli interrogativi con bisturi di parole, che causticano e anestetizzano. La sua scrittura/poesia – rimanendo nel campo della medicina – si apprezza come salutare fisiopatologia, che sa trarre dalle resistenze di cuore e mente la forza rigenerativa e le risorse attrattive dell’amore, sempre possibili di nuova umanità e futuro. Un travaso dall’intimo per altri echi». 

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Roma, 19 novembre 2021: Marco Onofrio riceve il Premio Mondiale “Tulliola-Renato Filippelli”, alla Sala Zuccari del Senato, per “Anatomia del vuoto” (I° classificato Sezione Poesia)

La cerimonia di premiazione si terrà a Roma, Sala Zuccari del Senato (Via Dogana Vecchia, 29), venerdì 19 novembre 2021, ore 15.30-19.30. Accesso riservato agli invitati e consentito solo con Green Pass e mascherina.

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“Azzurro esiguo” di Marco Onofrio: la poesia dell’invisibile. Nota critica di Ginevra Amadio (sulla newsletter «Prisma»)  

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Azzurro esiguo: già dal titolo una figura di senso, un gioco ossimorico che richiama alte vette, riferimenti-chiave del nostro passato poetico. Tutto, nell’ultima raccolta di Marco Onofrio (Passigli, 2021, prefazione di Dante Maffìa), rivela un debito importante, la traccia di lezioni assimilate e riproposte, come a tentare un canone dei suoi personalissimi ‘miti’. Così intessuta di reminiscenze, l’opera di Onofrio traccia fitti reticoli, legami stilistico-tematici che saldano assieme Zanzotto e T. S. Eliot, Leonardo Sinisgalli e Corrado Costa. I testi qui proposti ruotano attorno ad alcune costanti: il rapporto uomo-natura, le sollecitazioni sensoriali dell’io, il topos dell’ambiente come pratica di riscoperta. Per registrare i mutamenti dell’essere il poeta oscilla tra veglia e sogno, in una zona a tratti innominabile e dunque prossima ai recessi dell’animo, a un desiderio di comunicazione che si esplicita nei riferimenti al mito (Lettera a Demetra; Gli occhi di Orfeo) o nell’equivalenza fra notte e accecamento mentale. Un solo esempio: «In fondo a un pozzo secco dove il cielo / è un occhiolino bianco che vacilla, / c’è una lucertola verde / circondata dal buio che si aggrappa / a una striscia di luce: / palpita immobile / o la segue appena / quando la luce muta / e sparirà / nel muschio delle pietre / coperta dalle foglie accumulate» (Le scene invisibili). La metafora dell’oscurità e della tenebra (che ha anche una forte ascendenza biblica, come già dimostra il verso successivo: «Dio, se c’è, / è nella lucertola») chiamate a evocare una situazione di oppressione, di ottundimento mentale, si accompagna a un’idea di luce che fissa i contorni di un discorso intermittente, in cui convivono il lato oscuro della non accettazione e la riscoperta di sé. La poesia di Onofrio sta tutta nella convivenza di esperienze separate, della «vita che cerca la vita» (Il volto) al di là delle storture del mondo.

                                                                                      Ginevra Amadio
                                                  («Prisma», n. 408, 13 novembre 2021, p. 3)

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“Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021: le foto e la motivazione della Giuria

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Nella splendida cornice del Teatro Vittoria (via Gramsci, 4), si è svolta a Torino – domenica scorsa 31 ottobre 2021, a partire dalle ore 16 – la cerimonia di premiazione del “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, dove Marco Onofrio si è classificato 2° per la sezione “Poesia edita” con il volume Azzurro esiguo (Passigli Editore). Ecco la motivazione elaborata dalla giuria: «Una poesia per viaggiatori instancabili, quella di Onofrio. Lui ci vuole attenti, pionieri nelle remote miniere del sentimento, poi ci accompagna nel profondo stimolando intuizioni sempre nuove. Fino ad accendere con cura, ora quella pietra preziosa, ora un cielo di stelle blu cobalto. Ci invita ad essere gocce tra i sassi del suo personale percorso tra i versi. Tutti dovremmo leggerlo perché parla d’amore, mai banalmente: è un flusso liquido che conquista e apre al mondo l’esistenza positiva. Siamo certamente d’accordo con lui, quando scrive del delirio sfrenato / che mi rende insaziabile di gioia / e grato di appartenere al mondo». 

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Marco Onofrio 2° classificato al “Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino”, edizione 2021, con “Azzurro esiguo”

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Per la sezione VOLUME POESIE Azzurro esiguo è risultato meritevole del 2° Premio. La cerimonia di premiazione, alla presenza della giuria e delle autorità cittadine, avrà luogo domenica 31 ottobre 2021, dalle ore 16, presso il Teatro Vittoria, via Gramsci, 4 – TORINO. 

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“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

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“Nient’altro che la verità”, di Michele Santoro. Lettura critica

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Eccellente per concezione, tenuta e qualità di scrittura, il nuovo libro di Michele Santoro, “Nient’altro che la verità” (Marsilio, 2021, pp. 400, Euro 19), si legge tutto d’un fiato sia perché ha la verve del grande giornalismo d’inchiesta, sia perché si distende nel suo arco di sviluppo come un vero e proprio romanzo di formazione. A che cosa? Alla coscienza e alla conoscenza profonda delle cose apparenti, all’inseguimento di «segreti importanti», allo sguardo necessario per sostenere «la fatica di cercare la verità», soprattutto quella nascosta. La parola di Santoro è precisa, affilata, “chirurgica”: aderisce ai mille risvolti di ogni realtà che affronta, sviscerandone senza paura i «fatti nudi e crudi». Consente al lettore, così, di scendere nei gironi infernali della mafia: una catena vischiosa e insanguinata di riti iniziatici, santini bruciati, giuramenti, baci; un esercito di soldati che “sistemano” le cose e obbediscono agli ordini senza discutere, disciplinati da “manuali non scritti” di regole vincolanti; un sistema praticamente perfetto di omertà condivisa; un imbuto di domande che non si possono neppure pensare – basta una parola scappata per caso e si viene imbottiti di piombo. Ma il mafioso è temuto e ha l’onore e il rispetto, fondamentali per ogni ragazzo del Meridione ancor più dei soldi, tanti soldi, che a tale “status” conseguono per via naturale (cioè la bella vita, il lusso, le macchine, le donne, ecc.). Tutti specchietti per allodole destinati ad infrangersi tragicamente. 

Con i suoi ripetuti e progressivi affondi nella materia aggrovigliata che intende sdipanare, questo libro articola il suo “viaggio” nella mente di un serial killer, il catanese Maurizio Avola: glaciale, impassibile, «nato per uccidere», e infatti ha assassinato 80 persone. Attraverso l’intervista-fiume ad Avola non solo emergono di prima mano i meccanismi occulti di Cosa Nostra, ma si scrive e si riscrive la storia degli ultimi sessant’anni, dal caso Mattei (1962) ad oggi, passando per le clamorose stragi degli anni ’90. Però, attenzione: niente semplificazioni o facili sensazionalismi. La verità della storia può trapelare proprio nella complessità estrema del suo tessuto: le pieghe, le stratificazioni, gli intrecci, gli snodi, i livelli interni. Quindi non è un libro riduzionistico, e infatti le domande sono più numerose delle risposte.

C’è, anzitutto, l’esplorazione dello sconosciuto e del perturbante che presiede alla scrittura. Il libro non esisterebbe se Santoro avesse assecondato la pulsione a «rimuovere il criminale» e a non riconoscere «i legami tra la sua vita e la nostra». Egli non solo non rimuove ma si apre a un confronto autentico, che lo coinvolge in prima persona: «Guardo Avola e ho la sensazione di trovarmi davanti uno specchio nel quale comincio a riconoscere tratti che sono anche i miei». Prima di incontrarlo, riteneva di non aver niente in comune: «Invece le sue parole maldestre stanno superando una dopo l’altra le barriere che ho costruito per difendermi dal mostro e inizio a seguirlo in un labirinto di specchi». È un work in progress dove Santoro registra anche l’evolversi fenomenologico delle proprie reazioni rispetto alla realtà osservata, e gli echi inaspettati che essa suscita a livello di memoria emotiva, per cui l’intervistatore diventa “attore” che si immedesima nel personaggio intervistato, dimodoché la biografia assume anche il doppio fondo dell’autobiografia. Santoro accetta di lasciarsi immergere nel passato mettendo in gioco la propria identità, che definisce «in frantumi» per via dell’attuale esilio da tutte le TV, l’amaro disincanto degli anni, l’insipienza e l’inconsistenza del presente. La scrittura procede ad uno scavo dell’identità altrui e propria, in parallelo: come un tunnel da entrambe le direzioni, fino all’incontro che vede cadere l’ultimo diaframma. Scrive infatti: «I nostri colloqui mi hanno sradicato da certe sicurezze spingendomi a scavare nella verità della storia e nella mia».   

Il fatto è che il bene e il male «non sono semplicemente contrapposti» ma appaiono «concatenati in un unico disegno»: «il confine tra il bene e il male non è facile da distinguere (…) l’inferno e il paradiso sono vasi comunicanti». E insomma, pare incredibile ma «Avola avrebbe potuto abbracciare una professione (…) e io avrei potuto anche uccidere»: serial killer e giornalista-contro sono le due facce della stessa medaglia? E allora che cos’è che determina un destino? «(…) dipende da noi che cosa diventare e che cosa no?» Avola è un fatalista, «quello che deve succedere è già scritto, non ci possiamo fare niente»; per Santoro invece il destino è condizionato sì da innumerevoli fattori, ma sostanzialmente aperto perché «(…) esistono qualità e sentimenti che non sono destinati a un unico scopo, ma potrebbero essere declinati in diverse direzioni, più nobili o più atroci, se la sorte o un maestro o uno Stato offrissero opportunità che non si sono presentate». In che cosa può identificarsi con il serial killer? La natura indomabile e un titanismo ribelle, non disgiunti dall’origine meridionale. L’insofferenza e l’irriducibilità a una vita senza alternative, la vita agra dei «sacrifici che non finiscono mai». La sete di giustizia. La volontà di avere tutto e subito. O la parola o la vita. La sua pistola da “rapinatore” è stata la libertà, e la banca da assaltare la TV. «Nessuno vuole parlare di qualcosa? Ne parlo io!». Santoro e Avola sono due “vulcani” nati con «la rabbia dentro». Nota il giornalista, mentre osserva e studia il mafioso: «Per questo mi viene da accomunare le nostre due esistenze, apparentemente imparagonabili: quella di un mafioso e quella di un giornalista che si sono combattuti su fronti contrapposti. Man mano che la storia della sua formazione si dipana, posso leggervi la traccia di una diversità meridionale, di una forza compressa, le caratteristiche di un vulcano sempre pronto a esplodere. Mai spento, mai domato, mai imprigionato definitivamente. Il giornalista che sarebbe potuto diventare un terrorista ha scelto di battersi per la legalità; il rapinatore ribelle insofferente a qualsiasi disciplina si è sottomesso alle regole di Cosa Nostra per trasformarsi in un killer perfetto. Entrambi avrebbero potuto accontentarsi dei primi successi, di rapinatore e di cronista; hanno invece deciso di dare l’assalto al cielo per essere i migliori, i più coerenti, i più coraggiosi, i più forti. Due apolidi, due figli del Sud, che hanno rifiutato i loro padri, i percorsi preordinati, le raccomandazioni, le sottomissioni all’ordine costituito e hanno accettato di diventare stranieri nella loro terra per andare alla ricerca di un’altra Patria».    

Se Avola si è trovato invischiato nella mafia, lo Stato ha certamente le sue colpe. Lo Stato che, a un certo punto, in Sicilia si chiamava Totò Riina, il “capo dei capi” tra le cinque grandi famiglie di Cosa Nostra. Sappiamo come “funziona”: se la giustizia dello Stato è – come spesso, purtroppo, è – ingiusta, lenta o inefficace, si ricorre alla mafia: il mafioso ti risolve subito il problema, ma poi pretende qualcosa in cambio. E quindi l’assenza dello Stato, anzi: la connivenza dello Stato, gli accordi tra mafiosi e politici, e i supporti massonici che fanno arrivare le “soffiate” preventive e aiutano i mafiosi a investire capitali. La mafia si incardina alla storia della questione meridionale: si è fatta garante dello scambio impari che ha ingrassato la borghesia del Nord. Scrive Santoro: «Per tutta la vita ho sognato uno Stato che combatta l’illegalità dando a ognuno la possibilità di avere un lavoro e una vita decente». Un Paese «senza familismo, ricatti, sudditanza al più prepotente. Il merito, i diritti, la libertà di pensare». E invece è fondato sul privilegio, la sottomissione di chi non ha voce, lo sfruttamento, la corruzione che «pesa sulle spalle della povera gente». Gli abusi e i soprusi che ogni giorno offendono i diritti fondamentali del cittadino, portano a due reazioni: o rassegnazione, o ribellione. Avola si è ribellato diventando mafioso; Santoro combattendo il potere da giornalista scomodo. Lo spietato serial killer dei Santapaola e il giornalista italiano “simbolo dell’antimafia” finiscono paradossalmente per assomigliarsi!

Di Cosa Nostra si ripercorre l’evoluzione nel corso dei decenni: evoluzione anzitutto economica, perché fino agli anni ’70 i mafiosi fanno affari di “provincia” con l’agricoltura e la conversione di terreni agricoli in terreni edificabili, poi dagli anni ’80 subentra il traffico di droga, gli scenari diventano internazionali, il gioco si fa duro e sanguinoso; quindi antropologica, perché una volta i buoni e i cattivi «si potevano ancora distinguere» mentre oggi, come sostiene Avola, «non esiste più niente, non ci sono regole da far rispettare, Sicilia, onore, tutto finito (…). Esiste la convenienza, non la famiglia, come nella politica che non ci sono i partiti ma solo interessi personali»; infine politica, perché se prima la mafia camminava al lato dello Stato, poi diventa “antistato” dichiarando guerra aperta alle istituzioni, e oggi invece «è come se avesse deciso di sciogliersi», la guerra sembra finita. Che cosa è accaduto? Cosa Nostra si è dissolta nello Stato? È diventata semplicemente invisibile? Una risposta può forse venire dalla ricognizione della stagione terroristica e stragistica dei primi anni ’90, come reazione all’inasprimento delle leggi antimafia, ai processi che non si “aggiustavano” più, ai pentiti che, grazie al “teorema Buscetta”, diventavano autorità indiscusse dello Stato. La mattanza dei magistrati integerrimi, dopo i casi prodromici di Rosario Livatino e, a seguire, di Antonio Scopelliti, assume dimensioni iperboliche e clamorose con le stragi di Capaci e via D’Amelio, mediante cui Cosa Nostra intende gonfiare i muscoli dinanzi al mondo. Dopo i martiri di Stato (Falcone e Borsellino) è la volta di don Pino Puglisi «per dare un segnale alla Chiesa» che ha preso posizione con le tonanti parole di papa Wojtyla ad Agrigento. E poi gli attentati punitivi conseguenti alla trasmissione televisiva “Staffetta per Libero Grassi”: Maurizio Costanzo miracolosamente scampato alla bomba di via Fauro, e la villa di Pippo Baudo ad Acireale rasa al suolo. Lo stesso Santoro, dopo quella storica diretta tra il Teatro Parioli a Roma e il Teatro Biondo a Palermo, viene condannato a morte dalla mafia. E ancora, gli ordigni esplosi a Firenze (via dei Georgofili), Roma (San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano) e Milano (via Palestro). Giunge così a segno la linea dura decisa dai capimafia, riunitisi nell’estate del ’91 a Castelvetrano, per indurre lo Stato a più miti consigli. Un’altra terribile strage dovrebbe accadere all’uscita dello Stadio Olimpico di Roma, dov’è in corso la partita Roma-Udinese, il 23 gennaio 1994, ma per fortuna il telecomando della bomba fa cilecca. Tre giorni dopo, le bombe della mafia vengono disinnescate da una bomba mediatica e politica: Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo”. Da quel momento Cosa Nostra, evidentemente contenta del governo Berlusconi, non spara più e non schiaccia più telecomandi: la piovra torna negli abissi. Un caso, oppure lo Stato ha trovato l’accordo? Impossibile non farsi la domanda. Così come è impossibile non dirsi che basterebbe uno Stato normale: «Il nostro Paese non ha mai conosciuto la normalità che deriva dal buon funzionamento dello Stato». E invece oggi, omissione dopo omissione, l’educazione civica si è abbassata a tal punto che gli onesti vengono emarginati e quasi costretti a vergognarsi!

Per battere definitivamente la criminalità organizzata, lo Stato dovrebbe smettere di somigliarle. «In questo modo potremo mostrare ai tanti ragazzi tentati dal seguire le orme di Maurizio Avola che esiste una strada diversa per conquistare il rispetto di tutti». Ma soprattutto occorre continuare a parlarne, non smettere mai di farlo. La luce della verità come antidoto alla mafia. I mafiosi sono vampiri, hanno bisogno di ombra. «Se la illumini, Cosa Nostra perde forza e potenza». Ecco il valore umanistico, oltre che civile, di un giornalista libero come Michele Santoro, rinvenibile attraverso uno dei tanti meriti di questo suo libro bellissimo, autentico, necessario.

Marco Onofrio