In evidenza

“Specchio doppio”, letto da Maria Teresa Armentano

specchio_onofrio

Di solito i racconti sfidano il lettore appassionato, non critico di professione, incollandolo alle pagine: si leggono uno dietro l’altro, quasi di corsa, per scoprire un nuovo mondo, una realtà sempre diversa, un personaggio intrigante; in ogni modo si è trascinati dall’ansia della scoperta. Nel libro di Marco Onofrio recentemente pubblicato a Cosenza da Pellegrini Editore, a guidare la lettura è stata invece l’originalità impensata del titolo, “Specchio doppio”, e le sezioni con due coppie di racconti. Se qualcuno si guarda superficialmente in uno specchio vede un altro se stesso identico, ma se lo specchio è doppio anche l’immagine si sdoppia, e si scopre che, dietro la prima, se ne delinea una seconda del tutto nuova in cui i frammenti, come i tasselli di un mosaico, si scompongono e ricompongono in modo inconsueto. Sei un altro che può trasformarsi ancora in un altro se l’immagine si decompone, svanisce, è in primo piano o sfocata.

In questi racconti Onofrio opera un gioco dell’inconscio con una lente che può deformare, avvicinare, ingrandire, abolire le distanze o renderle infinite come ci suggerisce la copertina con l’obiettivo in primo piano. Lo scrittore spazia intersecando vari piani come un regista che sceglie le inquadrature focalizzate sul sogno grottesco o sul paradossale. Per Onofrio è quasi una necessità ancorare il lettore, con suoi dieci racconti doppi, a una parola che sia confronto tra i due specchi, anche se non risulta fondamentale che siano gli avvenimenti, gli oggetti o i personaggi al centro della narrazione per assumere il senso che lo scrittore vuole dare alle coppie poste tipograficamente accanto ma simbolicamente opposte. L’obiettivo è che si riflettano per creare le sfaccettature necessarie a osservare la realtà attraverso una doppia lente, da lontano e da vicino, dal reale al surreale, come quando si ritorna ai ricordi della prima infanzia o si recupera il visionario incanto di un campo di calcio che è metafora dell’esistenza con le sue contraddizioni. Così nella descrizione di Roma e del Colosseo, che nasce da uno sguardo d’amore per trasformarsi nell’illusione incantata di un tempo senza fine, di una eternità che diventa sogno illusorio, anche spinto all’eccesso di un rapporto carnale per rilevare la fusione di se stesso con la città e l’intima essenza di un luogo, il Colosseo, simbolo appunto di specchio del mondo. L’autore ha scelto di accostare nel doppio specchio il contrasto anche nei titoli delle sezioni: “Caos” e “Sentimento” per offrirci ancora un doppio volto del surreale che nasconde e talvolta esalta il reale creato da sguardi e da suoni che si perdono nel vuoto e nel nulla. La realtà si dissolve, s’infrange nello specchio che riesce a restituire solo un pallido riflesso svanendo. Nello smarrimento causato dall’inconscio, Onofrio racconta della nostra non–esistenza, di parvenze di una realtà artificialmente creata e mai pienamente compresa e diventata nostra. Anche la denuncia sociale dei mali del nostro sistema di ipocrisie in cui, forse per suggerimento inconscio, sono accostate le due sezioni dal titolo “La Politica” e “L’Italia”, ritroviamo esemplari macchiette, compendio dei mali di situazioni esacerbate fino all’assurdità e che per questo privano di ogni speranza il futuro e si specchiano nella doppiezza di una realtà frantumata.

La lingua si piega alle esigenze del racconto e del suo ritmo veloce: le frasi brevi, l’aggettivazione ricca, le metafore come ad esempio in “Campare scrivendo” o in “All’opera!”, le parole isolate che si susseguono incalzanti racchiudono una ricerca anche del suono che accompagna la parola, scoprendo così la sostanza dell’essere poeta presente in Onofrio. Di là dall’apparire un difetto, mi sembra, al contrario, un pregio della scrittura dell’autore, una raffinatezza che esalta l’attenzione del lettore che gode anche di questo gusto linguistico come di una novità che appartiene al piacere di leggere, alla gioia stupefatta di chi ha scoperto uno scrittore che ha “reinventato” il modo del raccontare fuori dai paradigmi tradizionali, allontanando e deformando la realtà, pur rispettandone la complessità.

Maria Teresa Armentano

In evidenza

“Specchio doppio”, letto da Dante Maffìa

specchio_onofrio

Non ricordo chi ha detto che è più difficile realizzare un racconto perfetto anziché un romanzo. Il racconto deve sintetizzare una storia, focalizzare un problema, darne l’essenza e caratterizzare uno squarcio di vita nella pienezza dello svolgersi. Respiro ampio, dunque, in poco spazio. Marco Onofrio ha al suo attivo un lievito di esperienze importanti e di letture sterminate, e ha guardato, cioè saputo guardare, ai modelli riusciti, agli autori di racconti che sono diventati classici, a cominciare da Gogol e da Gorkij, a Verga, a Pirandello, ecc. Ma in questo “Specchio doppio” (Cosenza, Pellegrini, 2022, pp. 160, Euro 15) si è indirizzato, vista la materia trattata, verso altre sfere, altre fonti, anche se ormai non ha bisogno di seguire i passi di nessuno, essendo arrivato a una maturità espressiva personale che gli consente di entrare e uscire dalle situazioni col suo piglio graffiante e ridanciano, con la padronanza di chi conosce bene i meccanismi del fare. Naturalmente non basterebbe soltanto il possesso della tecnica compositiva a dargli la pienezza che troviamo immergendoci nelle dieci sezioni che compongono il libro, ognuna delle quali composta da due narrazioni che, per la loro invenzione linguistica, per le scene spesso assurde, per le coloriture ironiche e goderecce, fanno pensare alla lezione di Tommaso Landolfi, di Samuel Beckett, di Charles Bukowski. Eppure Onofrio ha preso a piene mani dalla realtà quotidiana, dalla osservazione di ciò che accade accanto a lui e che ai più non desta attenzione. La sua sensibilità invece ne viene coinvolta e così lui snida i lati oscuri, comici, segreti; va oltre le apparenze, ne distorce il cammino e lo ribalta, ne trae implicazioni drammatiche, connubi esilaranti nei quali la dissacrazione di ciò che in genere è vissuto ciecamente diventa soggetto di qualcosa. Reinventa insomma la realtà e ne connota gli sfilacciamenti, i vizi, le ossessioni, i sogni corrotti, le disfunzioni del vivere, gli eccessi.

Il bello è che Onofrio si diverte, soffre, diventa ogni volta il protagonista implicito del racconto, come a voler saggiare carnalmente ciò che fa accadere. Difficile stabilire quale dei venti racconti è il più affascinante. Ho provato a chiedermelo e subito ho cambiato idea, perché in ognuno trovo il godimento dell’invenzione, mai fine a se stessa. Un godimento che apre sui vizi della quotidianità e diventa, alla fine – anche quando è la sessualità a farla da padrona, come in “A porta vuota”, “Le mutandine”, “Il mal della borghese”, “Don Arfio” – analisi serrata e veritiera della filosofia del genere umano, che ha sempre dentro di sé uno specchio doppio, se non triplo. Siamo abituati alle scorribande di Onofrio nella psiche umana e nei meandri che inquietano il senso del vivere, conosciamo la sua irruenza e il suo passo di cavaliere errante che sa cogliere la fuga del bene e del male; ma qui egli ha trovato una misura che non s’arresta alla soglia delle situazioni. Ci scava dentro, le rivolta, le ribalta, ne scerpa l’idiozia e ne fa catarsi di una svolta auspicabile per ridare vigore ai valori, ai sogni, evitando le troppe e sconce interferenze, ormai dissestanti e malevole.

Forse il valore maggiore di “Specchio doppio” è la scrittura, tenuta sul rigore di una classicità che non demorde dal voler cogliere le sfumature della psiche e non si arrende allo sfacelo in atto portato dai minimalisti, dalla canea degli arrivisti e dei “banalisti”, oggi purtroppo difesi a spada tratta (personalmente mi fanno rimpiangere le Luciane Peverelli e i Salvatore Farina!). Ma torniamo ad Onofrio, almeno per dire che quando poi parla di Roma la sua pagina emana profumo di scrittura, e tutto diventa magico per offrire il senso nuovo di un approccio alla Caput Mundi. Leggiamo appena due righe: «I romani non vedono Roma. È così piena di significato, di sensi plurimi e contrapposti, di sfumature, di stratificazioni, così ricca di segni storici e umani che, per “sopportarla”, sei costretto a metterla “tra parentesi”. Devi viverci la tua vita. Non puoi permetterti di fare un “oh” di meraviglia ad ogni passo, o di ammutolirti di sgomento, come pur dovresti». Ecco, è questo il racconto preferito: “Il tempio del tempo”, dedicato da Onofrio alle stratificazioni storiche, antropologiche e anche esoteriche del Colosseo. Ma è scelta di un momento, perché come si fa a non seguire nel suo “camaleontismo”, sono parole di Paolo Di Paolo in quarta di copertina, il “Poeta aereo e iperconsapevole” che risponde al nome di Marco Onofrio?

La fluidità della scrittura, tra l’altro, incolla alla lettura e così i suoi voli surreali, le sue impennate, le sue giravolte non sono giochi d’artificio, ma ancora una volta espressione di quella condizione umana che ha sete di misurarsi col mondo. Insomma, “Specchio doppio” ha saputo fare il ritratto efficace e consistente del nostro tempo, abitato per lo più da scimmie ammaestrate alla banalità e all’insipienza. Onofrio ha giocato e giocando, questa è pedagogia della letteratura alta, ha gettato in bocca al lettore il seme per aprire gli occhi, la scomoda verità dell’inconsapevolezza additando la strada, l’altra faccia dello specchio.

Dante Maffìa

In evidenza

Roma sognata a Ovest. L’impossibile partenza di John Fante 

fante

John Fante è uno dei maggiori scrittori americani del ‘900. Nato nel 1909 a Denver, in Colorado, aveva origini italiane, come si evince dal cognome: il padre Nicola era emigrato dall’Abruzzo, ma anche la madre – Mary Capolungo – pur essendo nata a Chicago era figlia di italiani, emigrati dalla Basilicata. Fante ha vissuto la maggior parte della vita in California, a Los Angeles, dove è morto nel 1983 per l’aggravarsi del diabete che lo affliggeva da tempo. Tra le opere più note, i romanzi “Aspetta primavera, Bandini” (1938), “Chiedi alla polvere” (1939), “Una vita piena” (1952), “La confraternita dell’uva” (1977). Diverse e anche di grande rilievo le opere postume portate alla luce dalla moglie Joyce, tra cui “A ovest di Roma” (1986).

Il libro raccoglie due novelle di una certa lunghezza. Nella prima, intitolata “Il mio cane Stupido”, il protagonista Henry Molise, scrittore cinquantacinquenne in crisi di ispirazione, assiste impotente al disfacimento della sua sgangherata famiglia (Harriet, la moglie, sempre più distante, annoiata ed estranea; i quattro figli, ribelli e scansafatiche, che prendono ognuno la propria discutibile strada, tra fallimenti, guai e preoccupazioni); allora si serve del cane “Stupido” – un gigantesco e testardo esemplare di akita intrufolatosi una sera d’inverno nel giardino della loro villa a Point Dume, nei pressi di Santa Monica (California), e da quel momento impostosi come membro aggiunto di casa Molise – per vagliare sensazioni, idee, riflessioni, progetti, e insomma la prosa dolceamara del quotidiano. L’analisi di questo grumo intricato, sospeso tra le opposte pulsioni di una vita e di una famiglia in traballante equilibrio, trova il suo costante, inossidabile contrappeso nel sogno di Roma, di cui Henry «parla ossessivamente». È un sogno nutrito di ricordi, perché a Roma c’è già stato per fare lo sceneggiatore cinematografico (così come Fante, che lavorò per Dino De Laurentiis).    

Due settimane prima che il bambino nascesse mi fu offerto un lavoro a Roma. Harriet fu così contenta di farmi alzare da quella sedia e io così desideroso di andarmene, che partii senza fare nemmeno una valigia.

Che cosa significa Roma, per Henry Molise? Il brivido di una rotonda, sconfinata libertà, a migliaia di chilometri dalle spigolose zavorre americane. Una sensazione ineffabile che lo libera dal grigio dell’«unica realtà» (malgrado l’apparente benessere e il sole della California) e lo attrae verso «il ricorrente ricordo di Roma». Solo a pensarci gli si ferma il respiro, mentre visualizza la scena vissuta: «una tazza di cappuccino a un piccolo tavolo di piazza Navona con una ragazza dai capelli corvini accanto, che mangiavamo anguria e ridevamo, e lei sputava i semi ai piccioni». La soluzione contro il graduale appiattimento di un’esistenza giunta alla crisi di mezza età, dai bilanci invariabilmente grami, sembrerebbe quasi alla portata: «un volo Alitalia per Roma con settantamila dollari nella tasca dei jeans per cominciare una nuova vita a piazza Navona, con una brunetta, per cambiare». Facile, a dirsi; ma poi il viaggio resta sempre irrealizzabile, per colpa dei mille impedimenti quotidiani (i problemi dei figli, le sbronze, i libri malriusciti, le telefonate di lavoro che non arrivano, i litigi con Harriet, l’amore-odio per Stupido) ma anche e soprattutto delle catene invisibili che legano il protagonista a quanto crede ambiguamente di detestare, cioè l’essere padre e marito: «non avevo mai voluto diventare padre, e invece eccomi, padre quattro volte, e piazza Navona si allontanava come un pianeta irraggiungibile».

A Roma forse è stato davvero felice, come mai era stato prima di allora e come in seguito non sarebbe stato più. È la stella cometa che di lontano indica la via nel buio della selva esistenziale, in fondo a cui Henry non solo smarrisce dantescamente la “diritta via” ma tocca la stupenda e opaca insensatezza del mondo: «Ancora una volta l’insolubile, fondamentale domanda della mia vita cominciò a perseguitarmi. Che diavolo ci facevo su questo piccolo pianeta? Cinquantacinque anni, per questo? Era assurdo. Quanto ero lontano da Roma? Dodici ore?». Tuttavia non è ancora disposto alla resa, seppure prossima. “Il mio cane Stupido” è proprio il “racconto di formazione” di questa presa di coscienza che, tra ricordi sempre più lontani e astratti furori di cambiamento, conduce infine all’accettazione impotente della vita come è.

Se la coscienza dell’infelicità è il combustibile del sogno, Roma ne è il propellente ideale, anzi: la contemplazione insistita e quasi ossessiva del viaggio a Roma, in cui Henry proietta, senza dubbio esagerando, tutte le riserve auree del proprio residuo futuro. A un certo punto si rivolge col pensiero al suo cane storico, lo «splendido» Rocco, tutt’altra pasta d’animale rispetto a Stupido:

Rocco. Ho bisogno del tuo consiglio.
Che problema c’è, capo?
Non sono felice. Voglio cambiare tutta la mia vita. Ricominciare da capo. Andarmene da questo paese.
Fallo. Ascolta il tuo cuore. Vai dove ti dice.
Ma mia moglie e i miei figli?
Lasciali. Prendi la strada maestra. È la tua ultima possibilità. Non tornerà un’altra volta. (…) Sii libero, capo. È l’unica cosa che conta.

Naturalmente “Rocco” è una funzione della coscienza, è la voce del self che risale tra le pieghe dell’interiorità. Henry dice queste cose a se stesso per motivarsi al grande salto transoceanico, che visualizza ruminandolo e declinandolo in diverse forme di anticipazione, destinate a rimanere ogni volta senza seguito reale:

(…) milleseicento dollari. Tolti cinquecento per il biglietto, sarei arrivato a Roma con circa mille e cento dollari. Meritava della considerazione…

Levando il biglietto, sarei atterrato a Roma con più o meno novecento dollari. Avrei potuto viverci per tre mesi…

La città eterna. Suonava bene…

Per qualche attimo contempla pure l’idea di andare a Roma con la moglie! Come nell’illusione fuori tempo che possa sostituirsi alla «brunetta» di cui sopra; ma appunto è una fuggevole, sciocca fantasia:

Pensai a Roma, naturalmente, e mi baloccai persino con l’idea di portare Harriet con me. Per andarci avremmo prima di tutto dovuto vendere la proprietà di Point Dume, impossibile finché avevamo i ragazzi sulle spalle. E quanto al cane, non credo che avrebbe amato Roma, dove tutti i cani, al guinzaglio per legge, devono anche portare la museruola. Comunque non avevo mai immaginato Stupido con me a Roma. Mi serviva solo fino a quando non avessi potuto fare la mia mossa. Con i ragazzi via e la casa venduta, sarei stato ricco e libero.
 Più facevo piani e sognavo, meno Harriet entrava nel mio progetto. Dopo tutto non credevo che Roma le sarebbe piaciuta. Separata dagli amici, isolata dalla barriera della lingua e culturalmente aliena, avrebbe potuto trovarla insopportabile. Inoltre non provava più alcun affetto particolare per le cose italiane. Decisi che l’unica soluzione era di affittarle un appartamento a Santa Monica, allora sarei potuto partire per piazza Navona e tuffarmi nella nuova vita.

La trasformazione a vista del pensiero rappresentata in questo tratto evidenzia molto bene la chiave estetica “vitalistica” secondo cui la scrittura tagliente e tragicomica di Fante chiede d’essere interpretata: uno straziato attaccamento alla bellezza che sfugge, l’inafferrabilità del senso, la fluida provvisorietà delle cose in continuo divenire – quasi un elogio dell’umana imperfezione che è, al contempo, esorcismo della disperazione esistenziale. È anche tutto questo che rende così amleticamente incerto il protagonista. «Ho deciso» dice di continuo, e poi non si decide mai. Anzi, più lo dice e meno lo fa, opponendosi ostacoli e pretesti d’ogni tipo. Come chi ripeta “guarda che mi ammazzo” solo per richiamo di attenzione: il vero suicida non annuncia il gesto, lo decide e lo compie in silenziosa, irrevocabile solitudine. 

A un certo punto sembra che finalmente sia la volta buona, forse anche per la rivendicazione dell’origine italoamericana (una specie di surplus culturale, addotto a sostegno della motivazione): «(…) sto partendo per Roma, ti ricordi?» dice alla moglie. «Via. Lascio il paese. Torno alle mie origini, torno alla culla della civiltà, al significato del significato, all’alfa e all’omega». Bello, ma si tratta di una crosta retorica che viene giù alla prima obiezione: basta ad esempio una insufficiente disponibilità economica per far emergere il volto reale della Città, già conosciuto per esperienza, al di sotto della superficie lungamente idealizzata nelle luci fantastiche del sogno: 

Roma senza soldi non mi interessava. Quei freddi pavimenti di marmo degli alberghi mi gelavano i piedi. I romani facevano un pessimo caffè americano. Le strade sapevano di gorgonzola rancido. Le prostitute erano sciatte e deprimenti. Avrei perso le World Series. Il grande evento della domenica era stare sotto la finestra del papa. La forma più bassa della vita umana era lo scrittore italiano. Camminava con manoscritti invenduti sotto il braccio, con il culo in vista attraverso il consumato fondo dei pantaloni. Disprezzava gli italoamericani in quanto codardi che erano fuggiti dalla bellissima povertà del paese, mentre lui, il patriota autentico, era rimasto nella terra dei padri sopravvivendo alla tragedia di due guerre. Se protestavi dicendo che non avevi scelto il paese natale, insultava tuo padre o tuo nonno perché avevano cercato una vita migliore in un altro posto.

Cosicché, ancora una volta, Henry fa di tutto per dimostrare a se stesso l’impossibilità di partire e cambiare vita. Le scuse non mancano mai: i soldi, i figli, la moglie, il cane, i debiti, i problemi… E se non ci fossero, altre ancora ne inventerebbe ad libitum. «Ma il tuo viaggio a Roma!» esclama subito dopo Harriet, che evidentemente non vede l’ora di togliersi dai piedi il marito. Ed Henry: «Che cos’è Roma se poi si deve vivere con il tradimento del proprio figlio? Che cosa sono Parigi o New York o qualsiasi altro posto al mondo? Il mio dovere è scontato. Dio sa se ho le mie colpe, ma non mi si potrà mai accusare di slealtà verso i miei ragazzi». Harriet si dimostra dispiaciuta anzichenò: «Volevo che tu andassi. Volevo che finalmente ti levassi Roma dalla testa».

Viene in realtà il fondato sospetto che Henry preferisca sospirare Roma dagli USA, piuttosto che andarci davvero per poi sciupare e deludere quanto accarezzato con la mente e con il cuore: una specie di Eldorado in cui proiettare il meglio di una vita che, nel frattempo, declina irrimediabilmente verso il peggio.

Marco Onofrio

In evidenza

Esce a Cosenza, con Pellegrini Editore, il nuovo libro di Marco Onofrio: “Specchio doppio”

specchio_onofrio

Esce a Cosenza con Pellegrini, importante editore di cultura che quest’anno festeggia i 70 anni di attività, il nuovo libro di Marco Onofrio, suo nono volume narrativo e trentanovesimo di sempre. “Specchio doppio” (pp. 158, Euro 15, ISBN 979-12-205-0073-9) consta di 20 racconti appaiati in 10 nuclei tematici di parole-chiave (Letteratura, Carne, Borghesia, Morte, Caos, Sentimento, Football, Politica, Italia, Roma) attraverso cui  viene esplorata la complessità inafferrabile del mondo, senza arretrare dinanzi all’osceno, al greve, all’acido, al mostruoso, al perturbante… e insomma, affondando il bisturi della scrittura anche negli aspetti sgradevoli che spesso si annidano dentro la polpa delle cose, oltre l’ambiguità delle loro superfici e della loro ordinaria “normalità”.

Questo l’ordine dei racconti: 

LA LETTERATURA
SPECCHIO DOPPIO 
CAMPARE SCRIVENDO 

LA CARNE
A PORTA VUOTA
LE MUTANDINE

LA BORGHESIA
IL MAL DELLA BORGHESE
FESTA A TEMA

LA MORTE
RICCARDELLO
LA VECCHIA ZERBE

IL CAOS
INFEZIONE MATEMATICA 
ALL’OPERA!

IL SENTIMENTO
ERA LEI
IL “DANNUNZIANO” 

IL FOOTBALL
IL GRANDE SOGNO
SILVANAYA FOOTBALL CLUB 

LA POLITICA
MUSSOLINI CENTRATTACCO 
IL “COMUNISTA” 

L’ITALIA
DOTTORATO DI RICERCA
COME TI AMMAZZO IL MAFIOSO

ROMA
IL TEMPIO DEL TEMPO
DON ARFIO 

In quarta di copertina, Nota critica di Paolo Di Paolo

In evidenza

“Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita”, di Giorgio Taffon. Lettura critica

Interessante e ricco di sfaccettature, il recente libro di racconti (Salvare Anastasia e altri racconti fra teatro e vita, EdiLet, 2021, pp. 180, Euro 13) che Giorgio Taffon dedica al settore primario dei suoi studi e della sua professione di docente e critico. Belli, anche e soprattutto perché incardinati al modulo estetico dell’arabesco, e per spiegarlo utilizzo un frammento delle riflessioni “Fuori sacco” che concludono il suo recente saggio La pagina, lo sguardo, l’azione. Esperienze drammaturgiche italiane del ‘900 (Bulzoni, 2019), laddove scrive: «pensiamo ad un accordo musicale, dove nessuna nota di per sé suona da sola, ma tutte ri-suonano assieme: bisogna insomma praticare l’arte della ri-sonanza, mettere in relazione anche gli opposti». È così che procede la scrittura di questi 14 racconti: tenendo assieme e facendo consuonare diversi livelli in simultanea, e anzitutto quello narrativo e quello teatrale.

Si può anche fare teatro scrivendo racconti ineccepibili? Non è facile, ma Taffon ci riesce disseminando la frequenza drammaturgica entro quella diegetica, cioè mascherando il teatro nel racconto. Così è, per esempio, nel racconto eponimo della raccolta: l’io narrante è un attore infiltrato con incarico di investigatore per conto della questura; Anastasia, una piacente colf ucraina, esce a un certo punto «da una sorta di botola verdastra mimetizzata tra le piante» che è un po’ il confine che unisce/separa teatro e vita, civiltà e natura, immaginazione e realtà; e ancora lo straniamento, guardare le cose «fuori orario» a guisa di «ospite inatteso, e magari indesiderato» come fa l’attore in incognita; e la «maschera del volto» tipica di «certi fools shakespeariani» con cui lo stesso parla in un tratto all’indagato, il maestro di musica Gianpaolo Sagittario. Oppure nel delizioso racconto “Rossella e Umberto”: Umberto contatta la sua ex collega ed ex amante Rossella, attrice ormai in pensione, e – cercando di coinvolgerla in un progetto teatrale con attori alle prime armi – le rinfaccia indirettamente, ma non del tutto involontariamente, certe cose del loro passato in comune, rievocato in una sorta di redde rationem con confessioni “postume” dove, oltre alla brillante, giocosa leggerezza goldoniana che spira tra le righe, si apprezza l’abilità di svolgere in una stessa trama il discorso professionale e quello sentimentale, sia nell’ottica del passato e sia del presente.

Salvare Anastasia è un libro che svela dall’interno che cosa c’è e cosa ribolle dietro le quinte e le rappresentazioni. Non solo gli attori ma anche i registi, gli scenografi, i costumisti: le varie professioni che vivono di teatro e nel teatro. E quindi le diverse fenomenologie attraverso cui si esplica questa suggestiva nebulosa estetica e umana. Alcuni esempi:

– la dimensione ludica dell’arte, l’«eterna dimensione infantile» che riverbera anche nel colophon pirandelliano (dal meraviglioso dramma incompiuto I giganti della montagna): «Con la divina prerogativa dei fanciulli che prendono sul serio i loro giochi, la maraviglia ch’è in noi la rovesciamo sulle cose con cui giochiamo, e ce ne lasciamo incantare. Non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa in cui viviamo, alienati da tutto, fino agli eccessi della demenza»;

– un gioco dunque più serio di qualunque cosa che tale si dichiari: la finzione teatrale è più vera e viva del mondo reale, anche se l’apparenza farebbe credere il contrario. I personaggi sono più reali delle persone, tanto che possono dare o ridar loro vita, eternandole anche quando non sono più o stanno per morire (come il marito malato della signora ne “La strana avventura estiva di Salvatore Losurdo”). Diceva non a caso Eduardo De Filippo, ed è un altro dei colophon del libro: «teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male». Infatti gli attori cercano di «creare attraverso lo spettacolo una vita “altra”, addirittura superiore alla vita-vita». Questo è così vero che il già citato Losurdo, attore protagonista dell’omonimo racconto, è costretto a fingere e recitare «la sua più grande performance» dinanzi al tenente Spadaccione dei Carabinieri, cioè a improvvisare il falso, ancorché verosimile, per evitare guai con la giustizia, pur essendo innocente; e quindi la finzione diventa vera, mentre la vita reale è falsa, confusa, distorta. In questo modo procede l’arte del teatro, che in tal caso – come il racconto per Sherazade – salva la vita;

– i problemi di sempre dell’ambiente teatrale: l’eterno conflitto tra attori e registi («siete voi registi del cazzo a comandare!», sbotta Rita in “Si tratta d’amore…”); la crisi economica, la mancanza endemica di contributi statali e privati, e quindi il «panorama piuttosto modesto del teatro italiano» tra sale fatiscenti e claustrofobiche, sipari polverosi, attori noiosi e saccenti; e ancora: le rivalità artistiche, spesso sottaciute, represse, negate; l’invidia, la mala pianta che alligna universale, come quella di Marco che, nello spassoso racconto “Le beffe di un farmaco speciale”, versa – dietro le quinte – dosi sempre crescenti di Guttalax in gocce nel bicchiere del “primo attore” Anselmo, ma finisce paradossalmente per contribuire al suo trionfo in scena perché gli spasmi intestinali accentuano l’efficacia espressiva della performance!

Insomma: cose di teatro, ma non solo per gli “addetti ai lavori”. Chi non riconoscerebbe, ad esempio, l’archetipo dell’attrice che, anche se non bella nel senso classico, è «molto sensuale, molto femminile, davvero attraente» anche grazie alle doti umane del suo talento, al fascino empatico della sua arte?

E tuttavia la preziosità di questi racconti è soprattutto nella capacità di aprire varchi dentro e oltre le superfici del «più o meno risaputo», verso una esplorazione delle realtà sottili e invisibili che la ricerca estetica insegue, anche a livello teorico. La vita e l’arte, contrapposte e mescolate. Da un lato l’esistenza, feroce come «pura e cruda battaglia per la sopravvivenza», mentre il tempo demolitore «cambia le persone, scompagina gli incastri dei rapporti e muta le attrazioni» ma talvolta riporta, lungo le sue orbite immense, cose che – come nella famosa canzone di Antonello Venditti – fanno giri immensi e poi ritornano; e quindi la vita reale delle persone con i suoi contrasti, la «vita-vita» con i «molteplici e labirintici sentieri» che la squadernano nel mondo. Dall’altro la dimensione spirituale e il lavoro su se stessi che gli artisti esplorano e perseguono, anche a nome di chi non lo è, per muovere le risorse «più nascoste, più incapsulate nei centri energetici», e quindi consentire alla società di evolversi.

Sono diversi i nomi storici che vengono evocati a supporto delle riflessioni (Shakespeare, Molière, Stanislavskij, Copeau, Grotowski, Barba, Artaud, Pirandello, Bob Wilson, ecc.), ma su tutti Taffon predilige un grande filosofo e teologo indoispanico: Raimon Panikkar. E anzitutto per la dimensione umanistica integrale di una pienezza consapevole e profonda che il teatro, con la sua «quadruplice dimensione» (parlante, ascoltatore, significato, vettore sonoro), determina durante e dopo il rito collettivo dello spettacolo, innescando la lucidità rivelatrice della coscienza. Cosicché sia l’attore e sia lo spettatore si sentono «un tutt’uno» con la realtà, al contempo «distinti ma non separati». Che è un modo per rimettere in circolo l’energia delle origini e accedere alle sorgenti dell’essere, lungo le strade ancestrali interrotte dai sedimenti grigi delle abitudini.

Occorre tendere all’assoluto, pur consapevoli che è irraggiungibile. Operare e comportarsi come se la vita fosse eterna. L’assoluto che ci compete è: agire sempre al massimo delle possibilità, essere sempre autentici e “centrati”. Questo è possibile se però non si esorcizza “a priori” la complessità oceanica della psiche e dei suoi abissi, come fanno appunto i personaggi di questi racconti. Si osservi con attenzione l’immagine di copertina perché è emblematica: il libro aperto, lasciato ai margini del bosco, con sopra una bolla trasparente da cui si vedono alcune farfalle, probabilmente imprigionate nella bolla, mentre una è sicuramente già fuori, libera, posata sulla pagina del libro. E le ali delle farfalle sono azzurre sopra e marroni sotto, come a dire che il volo è un gioco delicato e pericoloso, dove occorre mettere in equilibrio il cielo e la terra, lo spirito e la materia, l’alto e il basso. Taffon fa notare anche in quarta di copertina che psyché in greco «significa anima, respiro e farfalla allo stesso tempo». Difatti la mente dei personaggi “sfarfalla” spesso «alla ricerca di una luce, di un lume che sia punto di orientamento». Il groviglio dell’anima è un rimescolio di sensazioni e stati d’animo talvolta perturbanti, «come una matassa di serpenti». Ci si può sentire persi in un «labirintico gioco mentale, in un frullatore di spinte emozionali» che confondono, fino agli attacchi di panico di Alfonso (in “Alfonso sta male”). Il teatro si propone, allora, come aiuto psicologico, se non come rimedio terapeutico, perché fa riemergere materiali mnestici sepolti ed esperienze rimosse, liberando gli «stati più incistati delle emozioni». È uno spazio di auto approfondimento esistenziale che consente di allineare le dimensioni fisiche, psicologiche, spirituali, per l’intuizione delle dimensioni sottili e delle «fluorescenze» che la vita ordinaria tende ad oscurare.

Occorre però una rifondazione del teatro, di cui nel racconto “La resilienza di Paolo” si elabora anche un Manifesto, andando oltre l’ormai consunta formula dello spettacolo borghese inserito nel ciclo del “consumo”. Recuperare il «valore-teatro» al di là di quello ufficiale, «protetto e maggioritario». Più che di originalità c’è bisogno di originarietà, come appunto Taffon scrive all’inizio delle succitate riflessioni “Fuori sacco” dove definisce l’arte del teatro «primigenia, originaria e universale, concepita come pratica espressiva, la più completa, che include: parola, azione, gesto, musica, danza, coreografia, arti figurative. Ed è strettamente in rapporto biunivoco col mondo della vita, come specchio che, però, inverte, raddoppia, deforma, e così via».

Il «grande regno del teatro» è la dimensione magica della Poesia dove vigono regole profonde e dove riverberano «echi d’oltretomba», uno spazio sacro dove «ogni identità perde i suoi confini» e solo così, perdendosi, può ritrovare se stessa. Se la vita «reclama i suoi diritti» e la realtà «preme su tutti noi» (come abbiamo tutti capito molto bene in questa pandemia), mentre ci illudiamo che il pensiero coincida con le cose o possa anticiparle, o controllarle, o trattenerle, il teatro è una tra le arti più effimere, più soggette all’impermanenza del tempo che tutto ingoia dentro il vuoto: di uno spettacolo restano tracce evanescenti, «è destinato a dissolversi come i castelli di sabbia». Arte minoritaria, di nicchia, il teatro – scrive Taffon – non morirà mai «finché vita e mondo continueranno ad esistere» poiché custodisce una dimensione «altra e irrinunciabile» di cui c’è necessità antropologica, prima che culturale, «come arricchimento dell’immaginario collettivo, e dell’ideazione politico-poetica». Con le parole di Eugenio Barba, citate anch’esse in colophon: «Cosa farne del teatro? La mia risposta, se debbo tradurlo in parole, è: un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché è un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambia il mondo. Sacra, perché cambia noi».

Ma affinché il teatro torni e continui ad essere specchio dell’Uomo e laboratorio dell’immaginazione, dovrà essere lasciato nelle mani amorevoli degli attori appunto “di” teatro, non dei mercanti e dei mestieranti. I palcoscenici hanno più che mai bisogno di poesia, cioè di fluido creativo, di rivelazione, di suggestione, di ri-creazione e con-creazione della realtà. Ed è anche questa perduta ma sempre attuale dimensione che i racconti teatrali di Giorgio Taffon ci consentono, fra le altre cose, di visualizzare.   

Marco Onofrio             

È morto Antonio Debenedetti (Roma, 3 ottobre 2021). Ecco il “ritratto” che apre la monografia “Nello specchio del racconto” (2011), di Marco Onofrio. In memoriam

aventino-debenedetti

Antonio Debenedetti è un uomo rigoroso. È questa l’immediata definizione con cui mi verrebbe, a tutta prima, di ritrarlo. E basterebbe già a distinguerlo dalla sciatteria e dal pressapochismo che “sorreggono”, oggi, le zoppicanti sorti della cultura, altrimenti satura di “esperti improvvisati”. Lui, no. Non lascia mai nulla al caso; se non quando gli serve per scrivere, il quanto che basta, abbandonandosi al mistero dei suoi doni e dei suoi incontri – destinati proprio a chi in genere non lo coltiva, non ne fa metodo – nelle “segrete stanze” del suo laboratorio creativo. Un uomo rigoroso: con gli altri, ma anzitutto con se stesso. Un asceta del mestiere letterario. La scrittura come pietra angolare di autenticità. Come strumento acuminato per saggiarsi, per modellarsi, per crescere: anche un po’ per darsi il tormento, per esigere il meglio di sé, dalla propria esistenza. Un meglio sempre relativo e perfettibile, che non contenta mai la matrice appunto incontentabile del cercatore. Anche perché, mentre pensa e si dice di averlo trovato, sta già alzando di un tot l’asticella: nuovo limite del salto nuovo che verrà. E così, prova dopo prova, questo atleta della scrittura che si allena per snellire il gesto creativo al limite della perfezione, cioè della sua essenza, fa della pagina bianca un campo di gara e di battaglia: un altare personale e laico di sacrifici, di rinunce, di esercizi spirituali: di sfide rinnovate con se stesso.

Andrebbe anzitutto evidenziato l’intellettuale che si annida e che traspira fra le pieghe dello scrittore. L’apertura e la portata internazionale della sua cultura di prima mano. Lo statuto di testimone diretto, di eventi, cose, persone – molti non sono più, e già a stento sopravvivono in memoria condivisa. Quest’ultima è quanto di più labile, oggi, malgrado i supporti e le immani possibilità di conservazione: sono tracce di gesso su una lavagna impolverata, che man mano sbiadiscono, sfumano, perdono risalto. Basterebbe verificare la cultura letteraria su un campione medio di studenti universitari, per rendersi conto di come è in genere illusorio dare per acquisito un certo patrimonio di conoscenze. Ebbene, Antonio Debenedetti è un emissario limpido, da fonti primarie non inquinate, di acque che non solo gli studenti ignorano, o non assaggiano con regolarità, ma di cui neppure manuali e libri di testo, spesso, recano traccia. E non si tratta soltanto di aneddoti, più o meno gustosi, ma degli echi di chi la letteratura l’ha respirata e l’ha vissuta fin da bambino, sino a farne vita e respiro, oltre che mestiere, anche da adulto. Dovrebbe scrivere una “Storia della letteratura italiana del Novecento”, Antonio Debenedetti, con il piglio felice e rammemorante che (risvolti edipici a parte) gli ha consentito di volgere in piccolo, delizioso capolavoro – Giacomino – il ritratto del grande padre. Da questo patrimonio vivo di ricordi strettamente intrecciati al proprio tessuto esistenziale (giorni, incontri e libri come parti di sé) emerge l’affabile e affascinante conversatore che molti hanno modo di ascoltare, in occasione di eventi pubblici o di interventi radiofonici e televisivi. Antonio è una miniera inesauribile.

È un uomo cortese, apparentemente socievole, talvolta timido: perfettamente a proprio agio in contesti culturali seri e stimolanti; piuttosto schivo, altrimenti, giacché refrattario da sempre alle fatuità cialtronesche dei salotti (che ormai, peraltro, non esistono più) e geloso della propria libera solitudine. Eppure, come ogni artista autentico, è anche abbastanza vanitoso. Potrebbe sembrare, benché di indole cordiale, piuttosto freddo e anaffettivo; ma lo è – se e quando lo è – per autodifesa dei propri sentimenti autentici, per interna fragilità, per esorcismo inconscio del dolore. Affronta, di solito, cose e persone con una certa tolleranza, ma diventa impaziente e può farsi brusco, spiccio di modi, quando capisce che qualcuno o qualcosa gli sta sottraendo tempo prezioso. Lui stesso si immagina e si definisce come una “corda di violino”: teso allo spasimo e sensibilissimo al tocco, dentro un’apparenza di grazia leggiadra, di limpida eleganza, di esile armonia. Sottile e lancinante come solo un violino può essere, quand’è suonato da un grande esecutore: come un dolore dell’anima, indefinibile, non localizzabile, ma acuto. Ed ecco allora quel suo essere inquieto, problematico, ipocondriaco, volubile, meteoropatico. Ecco spiegati i suoi repentini e imprevedibili sbalzi di umore, le svolte del pensiero, i cambi di rotta e volontà. Perennemente sospeso tra una quieta, distaccata signorilità, di ascendenza in parte aristocratica (lì c’è l’origine nordica, russa e piemontese) e una pugnace gagliardia di borghese implicato nel fare, appassionato nel contendere (lì c’è il giornalista che ha lavorato per vivere), e che nel parlare e nello scrivere si compiace talora di sorprendenti aperture popolaresche, di uomo concreto che non teme la battuta sapida di spirito, la replica diretta, corposa, spoetizzante, o anche il turpiloquio in via confidenziale, se necessario all’efficacia e alla prontezza espressiva (lì c’è il romano acquisito, nonché l’ammiratore della cultura romana e romanesca).

«Era proprio così che diceva Teresa, interpellando fragile come una tortora e suadente come una mignotta il marito della sua migliore amica!» (Un giovedì dopo le cinque, 2000, p. 22)

Dalle fessure lampeggianti dei suoi sguardi sornioni si ripercorrono, a doppio binario, tutte le stazioni intermedie fra gli estremi termini della dolcezza e dell’irritabilità. Antonio Debenedetti vigila con tagliente lucidità tutto ciò che lo circonda, ma lo fa senza parer di nulla. Ed è contraddittorio come un gatto: distaccato e appassionato, razionale e irrazionale, rigido e flessuoso, abitudinario e imprevedibile, domestico e selvatico al contempo. E rivendica il diritto di contraddirsi, ma anche di contraddire a sua volta, semmai, questa tendenza, nella più specchiata e lineare coerenza di stile, di pensiero, di comportamento. Vive le cose a cavallo dell’aporia che in genere le fonda, e che le manifesta, nella loro naturale complessità, agli sguardi acuti e intelligenti. Sempre sospeso tra le opposte equivalenze, ancorché deciso e fermo, fin oltre la crudeltà, nel dirimere a un certo punto il nodo e perseguire in fondo la sua scelta. Il pessimismo della ragione lo rende talora scettico e amaro, disincantato; l’ottimismo della volontà lo accende spesso di entusiasmi. Che però sono brevi come fuochi di fiammiferi. Accensioni estemporanee che si spengono in delusioni continue che peraltro non lo scalfiscono, non ne minano l’indipendenza del giudizio, e su cui passa indenne come attraverso macerie di sé. La sua percezione del tempo è costellata di “tuffi spezzati”. Preferisce tuttavia appartenere alla schiera dei “rari e insoddisfatti”, piuttosto che dei “mediocri e sazi”. È sempre alla ricerca, anche quando legge, di un “gioco” che lo possa divertire, scongiurando la minaccia incombente della noia e appagando, invece, la sua innata, famelica curiosità intellettuale e umana. Un gioco all’altezza dei suoi occhi accesi da ragazzo: in grado di mantenerli accesi. Ma non è affatto facile trovarlo. E allora finge di rassegnarsi alla quieta disperazione della prosa quotidiana, collezionando ferite, trafitture, delusioni, ma confidando ancora nella speranza non sopita e non pentita di trovarlo davvero, un giorno, quel gioco meraviglioso capace di divertirlo come non mai, per sempre.

Marco Onofrio
(da Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti, 2011, pp. 9-12)